Di Igiaba Scego
Riuscirà a salvarsi dal rischio chiusura una delle riviste teatrali più interessanti del panorama italiano?
Fasten your seat belts. It’s going to be a bumpy night [Allacciatevi le cinture di sicurezza, sarà una notte burrascosa].
Questa celebre battuta di Bette Davis, nel ruolo della Margo Channing di All about Eve, mi torna spesso in mente in questi affannosi tempi di precarietà culturale.
Io, come del resto tutti gli operatori del settore cultura, ce la siamo allacciata (e pure bene!) la cintura di sicurezza, siamo stati previdenti insomma, gente con la testa sulle spalle. Ma pare che tutti i nostri sforzi non servano poi a molto alla fine della fiera. La bumpy night, la sera burrascosa, purtroppo ci ha ormai attraversato da parte a parte e le nostre viscere non ne escono benissimo da questa singolar tenzone, da questo abbrutimento giornaliero. La bumpy night, ormai è chiaro a tutti, sta avendo la meglio su di noi.
Ogni giorno, soprattutto a Roma la città in cui vivo, la cultura è sotto attacco.
Bombardata, umiliata, stuprata, annichilita, derisa, scuoiata, in poche parole messa al bando.
Uno degli ultimi episodi di questa guerra alla cultura è la discussione intorno ad una rivista I Quaderni del teatro di Roma [http://www.teatrodiroma.net/quaderni] e ad una sua eventuale chiusura.
A Roma negli ambienti teatrali, e non solo, se ne parla da mesi di questa incresciosa situazione dei Quaderni. Gli operatori del settore non capiscono il senso di chiudere una rivista che di fatto è stata importante (se non addirittura fondamentale) per la scena teatrale della città. E a dire la verità nemmeno io capisco il senso di un’operazione così bislacca e così poco attenta ai bisogni del mondo culturale romano.
Facciamo un passo indietro però.
Forse non tutti sanno (soprattutto chi non si occupa di teatro) cosa sono I Quaderni e soprattutto cosa hanno fatto I Quaderni in questi anni. Allora due righe di spiegazione vanno messe, sono decisamente d’obbligo. E due righe di spiegazione permettono anche a chi conosce bene la questione di mettere in fila i meriti di questa rivista.
I Quaderni nascono nel Novembre del 2011 da un collettivo di sei critici (Attilio Scarpellini, Graziano Graziani, Sergio lo Gatto, Katia Ippaso, Mariateresa Surianello, Simone Nebbia) che proposero al Teatro di Roma una rivista diversa dal solito, non una house organ, che parlasse solo del teatro e dei suoi spettacoli, ma una rivista di critica e approfondimento teatrale vera e propria, indipendente dalla direzione.
Chiaramente il dialogo con il Teatro di Roma era alla base del progetto. La stagione del teatro era di fatto un punto di partenza, qualcosa a cui si doveva dare costante attenzione nel tempo. Ma l’idea del collettivo era quella di mettere in dialogo il teatro principale della città con tutto quello che succedeva intorno.
Roma, proprio per sua conformazione, è sempre stata una città creativa, ma con una produzione (anche a causa della crisi economica e politica attraversata dalla Capitale) abbastanza frammentata. Una città dove il teatro migliore lo scovavi quasi per caso in luoghi underground e grazie al passaparola. Gente dal calibro di Lucia Calamaro, Daniele Timpano, Manuela Cherubini ti capitavano insomma per i motivi più svariati. Perché, per esempio, te lo diceva un amico che c’era stato la sera prima o perché semplicemente ci inciampavi mentre sorseggiavi un cocktail equo solidale all’Angelo Mai o al Rialto Sant’Ambrogio. Raccontare questa effervescenza teatrale romana e non solo romana (basta pensare a luoghi come Santarcangelo di Romagna, Volterra, Castiglioncello, Castrovillari) era il principale obbiettivo del collettivo. Un’effervescenza che raramente riusciva ad arrivare negli stabili, anche quando la qualità era molto alta. La rivista se di default era indirizzata agli abbonati e generalmente al pubblico degli stabili, però strizzava benevolmente l’occhio anche al mondo esterno, che di quella effervescenza creativa partecipava o perché la faceva o perché la viveva. Il Teatro di Roma quindi attraverso I Quaderni diventata il punto da cui si irradiava un pensiero denso (e non liquido) sul teatro contemporaneo. Qualcosa di più di una rivista pubblicitaria per fortuna. Una rivista quindi destinata a creare un archivio dove appassionati, operatori del settore o semplici curiosi potevano abbeverarsi di sapere e passione. I Quaderni fin da subito si sono infatti posti l’obbiettivo della ricerca. D’altronde Attilio Scarpellini, direttore de I Quaderni del teatro di Roma, lo ha scritto nel primo editoriale della rivista, nel Novembre del 2011:
Questa non è una rivista promozionale del Teatro di Roma. È il luogo in cui il Teatro di Roma ha voluto che una riflessione sul potere della scena e dei suoi linguaggi riprendesse corpo in un’epoca che appare non solo monopolizzata, ma quasi deformata dalla narrazione visiva.
Riprendere corpo significa, per Attilio Scarpellini e in generale per tutta la redazione dei Quaderni, non dimenticare il proprio ruolo di Virgilio, di guida, nel marasma babelico in cui ci è toccato vivere. Non a caso la redazione prende in mano la materia “scabrosa” del conflitto generazionale cercando di costruire (e non senza difficoltà) un dialogo possibile tra diversi. Per questo in molti, numero dopo numero, hanno preso I Quaderni come punto di riferimento culturale. Il successo è stato incredibile soprattutto tra il pubblico delle giovani (e quasi giovani) generazioni che hanno sempre visto (non a torto nella maggior parte dei casi) gli stabili in modo “oppositivo” come luoghi di solo potere. I Quaderni hanno creato un avvicinamento reciproco. Lavoro fatto non solo sulla carta stampata, ma anche curando una serie di incontri sulla nuova drammaturgia (sconfinando spesso anche verso altri linguaggi come quello cinematografico o poetico) che hanno portato molte persone a varcare la soglia del teatro Argentina, dopo anni che non lo facevano più.
Anche il Teatro di Roma ha beneficiato del lavoro dei Quaderni. Alcuni progetti del teatro, come per esempio la factory al teatro India, è stato un risultato indiretto delle materie vive che hanno attraversato la rivista. Nel 2010 (e non parlo di moltissimi anni fa) le nuove compagnie erano quasi assenti dalla programmazione stagionale del Teatro di Roma, mentre ora sono quasi il piatto forte e alternativo della stagione. E anche qui l’ibridazione tra Quaderni, scena del contemporaneo e teatro stabile ha portato frutti interessanti.
Il dialogo intergenerazionale poi è anche alla base di un dialogo nella stessa redazione dei Quaderni. Il collettivo di critici (ma anche i collaboratori) incrocia ibridandoli generi, interessi, generazioni, scuole di pensiero. La differenza di approccio tra una generazione nata con la carta e un’altra che ha sviluppato il suo lavoro critico sul web, invece di portare al conflitto, ha portato allo scambio di saperi. Non c’è la solita guerra tra giovani e meno giovani, c’è invece un passaggio continuo che giova agli uni e agli altri.
Una rivista, quindi, che è sempre stata attenta alla trasmissione e non solo al senso estetico del teatro. E questo si evince da una delle sezioni più interessanti dei Quaderni, chiamata appunto ferri del mestiere, dove i maestri del presente sono stati sollecitati dalla redazione a parlare del loro fare teatro. Negli anni in questa sezione si sono avvicendati Giorgio Barberio Corsetti, Roberto Castello, Emma Dante, Ascanio Celestini e tanti altri che non ho il tempo di citare.
Insomma un patrimonio questi Quaderni! Un patrimonio grasso e grosso che ci ha ben nutrito in questi ultimi tre anni.
Il nome stesso della rivista, Quaderni (voluto fortissimamente dal direttore Attilio Scarpellini) da l’idea di una piattaforma dove chiunque di noi può prendere appunti, analizzare, partecipare, creare e in fondo essere ricreato.
Davvero vogliamo mandare al macero questo patrimonio?
In un’intervista al Corriere della sera (a firma di Paolo Fallai) del 13 Giugno del 2014 il neodirettore del Teatro di Roma Antonio Calbi ha più volte ribadito che c’è bisogno di ridare dignità a Roma e al suo teatro:
Il pensiero che mi sta guidando nella ricostruzione del teatro della città e della Nazione e quello di restituirlo alla comunità, ovvero di aprirlo dodici mesi l’anno a tutte le fasce dei cittadini, ma anche ai turisti. E soprattutto farne un’agorà civile e una casa di tutte le arti. Nei quattro anni del mio mandato vorrei che l’Argentina e l’India diventassero un vero punto di riferimento per la culture, le arti e non solo. Un luogo di accoglienza e insieme di irradiazione: la mia è una visione politica, nel senso alto del termine, e immagino il Teatro di Roma come un pianeta nel centro di un sistema di teatri pubblici e non e che punteggi l’intera area metropolitana.
Allora, proprio alla luce di queste splendide parole, perché sacrificare una delle più belle esperienze che il Teatro di Roma ha vissuto in questi ultimi anni?
Antonio Calbi parla di agorà civile e di fatto I Quaderni sono stati un’agorà a tutti gli effetti. Un luogo non solo del pensiero, ma anche dell’anima. Perdere I Quaderni sarebbe una vera apocalisse, sarebbe come perdere una delle poche piazze aperte di Roma Capitale.
Conosco Attilio Scarpellini e la sua serietà. Conosco i redattori. Difficile non incrociarli in giro per la città. La loro passione la portano tatuata sulla fronte e riescono a trasmetterla con una forza inaudita. Attraverso I Quaderni il teatro è entrato nel mondo e nei suoi dilemmi: il precariato, la guerra, l’esistente sempre in bilico. Niente di fatto è stato trascurato dai Quaderni.
E ora?
Tutto questo lo perderemo?
Come fare a fermare questo incubo?
Fare un appello al neodirettore Antonio Calbi? O come si usa sempre più spesso Petizioni su change.org?
Io personalmente ho scelto la chiave della scrittura per dichiarare la mia vicinanza ad un progetto che mi ha insegnato ad amare e conoscere il teatro. Io che ho una formazione letteraria e che sono sempre stata una cinematografara spinta, ho trovato nei Quaderni una mamma accogliente che mi ha saputo insegnare cosa rendeva viva una scena. Ho imparato, si…imparato tanto. Per questo, oltre a tutti i meriti già citati, non sottovaluterei la portata pedagogica di un progetto del genere.
Nella mia testa I Quaderni sono come Jefferson Smith, il personaggio interpretato da James Stewart in Mr Smith goes to Washington di Frank Capra, nella famosa scena madre in parlamento. Jefferson/James stremato dalla lotta per un mondo migliore dirà affranto e quasi sconfitto:
Lei mi crede finito, tutti mi credete finito, be’ vi sbagliate. Io continuerò a lottare per questa causa persa[…] io andrò avanti nella mia battaglia.
Jefferson/James sviene, ma è questo suo amore per le cause perse che lo farà trionfare nel finale. E così spero accada per I Quaderni. Come Jefferson meritano di svegliarsi da un incubo che di fatto non si sono meritati.
Graziano Graziani, il responsabile e caporedattore dei Quaderni, si chiede nell’ultimo numero (che speriamo proprio non sia l’ultimo) “Che cosa resta del teatro dopo che si è consumato lo spettacolo?”. Ecco, sembra banale dirlo, ma io spero che restino proprio I Quaderni. Non me la so immaginare una vita teatrale senza.







Egitto

Permunian letterato aristocratico, dunque? Forse semplicemente letterato che ne va del suo essere letterato, del leggere il mondo con occhi da letterato, e di quel mondo essere “sfregiatore”. “Lei non è uno scrittore da portare al Campiello o nella buona società letteraria, se ne faccia una ragione, – lo apostrofa un funzionario editoriale – lei è un teppista da latrina!”. Sì, perché il sogno di Permunian sarebbe scrivere versi sui muri di un vecchio bagno della stazione di Desenzano, località dove abita. Trasformarlo in un gabinetto delle frasi d’autore, un posto dove ci si rifugia “quando i rumori e le voci diventano insopportabili”, un posto che sia boudoir ferroviario-filosofico, fabbrica e alcova delle sue macchine mentali. Insomma, sembra che Permunian ce l’abbia con tutta l’umanità: con i baroni universitari, con il padre della sfortunata Carmen Barriento, con i preti spretati della Casa dei Gentili, con i vecchi compagni di scuola, con i fantomatici editor affermati, con Zefirina la zingara, con il criminale nazista dalla voce di femminuccia. Eppure non tutto è negatività, il mondo di Permunian è popolato anche di persone e fantasmi positivi. Poeti soprattutto, ossia sognatori come lui, inoltre scrittori artisti pittori filosofi intellettuali, tutti confinati al di fuori della celebrità ma all’interno della cultura: Andrea Zanzotto, Lucio Piccolo, Cioran, Sebald, Bruno Schulz, Robert Walser, Pasolini, Mario Giacomelli, Sergio Quinzio, Maria Corti, Angelo Fiore, Guido Cavani, Antonio Delfini, Silvio D’Arzo, Dolores Prato, Lucio Mastronardi, Amedeo Giacomini, Umberto Bellintani.



Calcolo di aver posseduto sette computer primari. Il più vecchio dei file, Tesina.doc, storicizzato in un’era che precede l’avvento di Berlusconi e la morte di mia madre, ha compiuto sei traslochi e ancora “è”.







Pure Brunetta, la ragazza che lavorava da mia madre, bella mora con due tette generosissime, stravedeva per lui. Per lui e Boninsegna. Brunetta tifava l’Inter. Anche sua sorella Nicoletta tifava Inter, ma le piaceva Bordon. Ricordo che partivano i mercoledì di coppa con i loro fidanzati e seguivano la squadra dovunque. Non capivo, dall’alto dei miei pochi anni, come potessero, quei ragazzi, permettere alle fidanzate di andare a vedere giocatori di cui erano palesemente innamorate, e di cui tenevano spudoratamente i poster in camera. A volte Brunetta, quando tornava da qualche vittoriosa trasferta europea, diceva che forse Bonimba era più bello di Franco Gasparri, ma la cosa durava solo un giovedì, perché poi il venerdì tornava a sospirare sulle pagine dei fotoromanzi insieme alle clienti. A volte Brunetta mi diceva che da grande mi avrebbe sposato, nonostante Franco Gasparri e Roberto Boninsegna, e se mi lavavo i capelli in negozio era lei che me li asciugava, e questo era sicuramente un segno d’amore. Ma devi sbrigarti a crescere, concludeva. Io guardavo mia mamma per vedere se aveva sentito, come a farle intendere che stava a lei aiutarmi in quell’impresa, e mia madre ogni volta rideva e faceva sì con la testa, e diceva sempre chissà che fila di donne ci sarà che ti vorranno sposare. Io mi gonfiavo di orgoglio maschio, ché pure le clienti facevano sì con la testa e le davano ragione e mi sorridevano, e Franco Gasparri mi sembrava meno pericoloso, e certe volte ho pensato pure che saremo diventati amici e che ci saremo divisi equamente le fidanzate, perché i grandi uomini sono pure generosi.