Home Blog

STAFFETTA PARTIGIANA gli esiti del concorso

0

di Redazione

Come molte lettrici e lettori sapranno, Nazione Indiana ha deciso di onorare l’ottantesimo anniversario della Liberazione italiana dal nazifascismo con un concorso per testi inediti. Un concorso rivolto agli under 35 perché (citiamo dalla nostra call di autunno) “pensiamo sia importante un passaggio del testimone, che quindi una nuova generazione di italiane e italiani assuma il compito di ricordare e raccontare la Resistenza“.

A fine gennaio abbiamo ricevuto i racconti, e ringraziamo tutti per i contributi inviati. In questi tempi bui, in quest’onda autoritaria, essere controcorrente non è una cosa scontata e raccogliere il testimone di valori e storie è sempre più importante e significativo.

I testi ricevuti condividono un pregio non irrilevante, una volontà civile di raccontare quelle storie di antifascismo che, di per sé, va premiata e merita il nostro ringraziamento. Ma il nostro è pur sempre un concorso. Quindi abbiamo valutato i testi dividendoci in due giurie, e ne abbiamo selezionati 12 che ci sono sembrati i più meritevoli di pubblicazione su Nazione Indiana. In realtà 11 testi + uno: c’è una menzione speciale a un’autrice (Alice Ghinzani, 2010), una ragazza che ci ha colpiti per la sua giovane età e che abbiamo voluto premiare.

E così anche Nazione Indiana ha un concorso letterario e una… dozzina. Ci voleva l’ottantesimo della Liberazione per spingerci a tanto.

Le giurie (composte da: Mariasole Ariot, Gianni Biondillo, Silvia Contarini, Francesco Forlani, Lisa Ginzburg, Andrea Inglese, Renata Morresi, Davide Orecchio, Orsola Puecher, Ornella Tajani) si sono poi unite e hanno individuato il racconto vincitore: Sotto la terra di Claudia De Angelis. Il testo si ispira alla storia di un borgo tra Terra di Lavoro e Ciociaria, San Pietro Infine. I suoi abitanti, nel dicembre 1943, cercarono scampo dai bombardamenti nelle grotte della valle. Lo pubblicheremo il 25 aprile.

Ecco l’elenco dei vincitori con il calendario di pubblicazione sul sito.

  • 14 aprile
    Jenide Russo (Alice Ghinzani, 2010)
  • 15 aprile
    La staffetta (Federica Grasso, 2000)
  • 16 aprile
    Il canto (Sean Ashmore, 1993)
  • 17 aprile
    Nascondino (Nicola Maria Fioni, 1996)
  • 18 aprile
    Nun si parti (Sofia Rigoli, 2003)
  • 19 aprile
    Galline di Montagna (Rodolfo Sgro, 1994)
  • 20 aprile
    Vattinne (Giorgia Giuliano, 1994)
  • 21 aprile
    Nebbia di guerra (Chiara Cassaghi, 1998)
  • 22 aprile
    Io sottoscritto Parmigiano racconto e rinvengo il mio operato (Alessandro Tesetti, 2000)
  • 23 aprile
    Il brutto male (Camilla Pasinetti, 1994)
  • 24 aprile
    Nelle retrovie (Linda Farata, 1994)
  • 25 aprile
    Sotto la terra (Claudia De Angelis, 1992)

“Racconti vincitori”… ma dovremmo usare il femminile prevalente. Dovremmo parlare di “vincitrici”, visto che in 8 casi su 12 si tratta di autrici. Nel nostro concorso, insomma, c’è stata una piccola Resistenza delle donne, anzi delle ragazze, ed è forse un elemento virtuoso in più entro un’iniziativa che è sì culturale e letteraria, ma è soprattutto civile e politica.

Un aspetto comune ai testi ricevuti – che li abbiano scritti donne o uomini – è che pressoché nessuno (a parte qualche eccezione) ha scelto di mostrare la guerra vera e propria, né la violenza resistenziale. Ci sarà da riflettere su questo dato più esistenziale che estetico. La guerra resta sullo sfondo. Si incarna in un fratello, o in un padre, o in un figlio che combatte al fronte o in montagna, o che è già morto. In un’assenza. I fascisti e i nazisti ci sono, certo, eccome se ci sono, con le loro torture, con i loro rastrellamenti e i lager. Ma il racconto del combatterli (o del resistere nel sopravvivere, nel durare più che nel fare la guerra) predilige i sotterfugi, le astuzie e le manovre clandestine. E poi l’attesa ctonia in grotte e nascondigli.

Che sia un sintomo del nostro tempo, a suo modo attonito e impotente, più che del tempo che ci liberò ottant’anni fa? Avremo modo di tornarci sopra e rifletterci ancora.

Buone letture e buon anniversario della Liberazione.

“STAFFETTA PARTIGIANA” concorso letterario

2

Nazione Indiana promuove un concorso per racconti e scritture brevi inedite sulla Resistenza e la Liberazione.

[Aggiornamento 2 febbraio 2025] Ringraziamo tutti per i contributi inviati. In questi tempi bui, in quest’onda autoritaria, essere controcorrente non è una cosa scontata e raccogliere il testimone di valori e storie è sempre più importante e significativo. Cominceremo a breve le letture dei testi.

Nazione Indiana ha deciso di onorare l’80esimo anniversario della Liberazione italiana dal nazifascismo, che si celebrerà il 25 aprile 2025, con un concorso per testi inediti.

Il concorso è rivolto agli under 35 perché pensiamo sia importante un passaggio del testimone, che quindi una nuova generazione di italiane e italiani assuma il compito di ricordare e raccontare la Resistenza.

La nostra iniziativa può fare per te se hai meno di 35 anni e ami le storie della Resistenza, le storie di chi ha lottato per liberare l’Italia dal nazifascismo.

Pensiamo che valga la pena di leggerle e narrarle ancora perché la memoria storica cambia, si evolve, ma raccontare la Resistenza non perde il proprio valore morale e politico, anzi farlo diventa ancora più importante nell’Italia di oggi, governata da forze che non hanno mai fatto i conti col proprio passato fascista e neofascista, che non lo rinnegano, che al contrario lo alimentano e lo tengono più in vita che mai.

Se ti vuoi mettere in gioco provando a raccontare in un testo – in un racconto appunto, o una biografia, o una scrittura breve o ibrida – una storia della Resistenza e della Liberazione, ecco le regole d’ingaggio di questo concorso:

  • I testi inediti (inediti anche sul web) dovranno essere lunghi minimo 12mila battute e massimo 24mila battute spazi inclusi. I testi che non rispetteranno questa lunghezza non saranno letti.
  • Dovranno essere inviati in formato .doc alla mail staffettapartigiana.ni@gmail.com.
  • La data ultima per la ricezione dei materiali è il 31 gennaio 2025.
  • Per comunicare l’età del mittente basterà un’autocertificazione.
  • Le redattrici e i redattori di Nazione Indiana leggeranno e valuteranno i testi e i migliori saranno pubblicati su Nazione Indiana a partire dal 25 aprile 2025.
  • Il racconto che giudicheremo più riuscito sarà premiato con la pubblicazione su Nazione Indiana il 2 giugno 2025, e il suo autore sarà invitato a leggerlo in occasione della Festa annuale di Nazione Indiana.
  • I migliori racconti ricevuti saranno poi raccolti in un e-book che si potrà scaricare gratuitamente dal sito di Nazione Indiana.
  • Hai carta bianca e piena libertà di invenzione, oppure puoi ispirarti a una storia realmente accaduta, usando e citando documenti e fonti, attingendo dagli archivi, dalle biblioteche o dalle risorse online.

Aspettiamo di leggerti!

VOLANTINO STAMPABILE PER CHI VOLESSE DIFFONDERE LA NOSTRA INIZIATIVA

Oh my bike! Ruote, caucciù e colonie

1

di Jamila Mascat

(Tim & Puma Mimi, Oh My Bike, 2019)

Nonna Anna avrebbe detto “sempre meglio che una disgrazia”. Lo ripeteva con nonchalance ogni volta che – e, spesso, per quel che mi sembra di poter ricordare – perdeva un documento, un portafoglio, una chiave di casa. Perfino dopo uno scippo che nel 1985 le era costato trecento o quattrocentomila lire. Da piccola non riuscivo a immaginare una disgrazia senza contemplare la fine del mondo, perché tutto il resto apparteneva alla categoria del sempre meglio. Crescendo, però, ho imparato che anche il dispiacere vuole la sua parte, discretamente e senza clamore. A volte le cose semplicemente dispiacciono. Come la settimana scorsa che mi hanno rubato la bicicletta. Ho reimparato ad andare in bicicletta a 42 anni, dopo 30 anni di astinenza, senza aver mai coltivato alcun feticismo delle due ruote, senza aver mai partecipato a una Critical Mass, senza aver mai nutrito un grammo di ammirazione per i ciclisti vestiti da ciclisti che affannati in fila indiana arrancano sulle strade provinciali la domenica mattina presto, i fanatici del vélib parigino, gli irriducibili che si lanciano nel traffico maleodorante di Roma con o senza casco, gli inossidabili impermeabili che sfidano la pioggia battente di Amsterdam. Al culmine dell’orrore i sellini: stretti, squadrati, appuntiti, rigidi, ridicoli anche se ergonomici, per cui ho sempre provato un’inspiegabile repulsione. Poi sotto la pioggia di Amsterdam, che non è sempre così battente come la credevo, ci sono finita anch’io e sono stata catapultata in un universo della mobilità fino ad allora sconosciuto, ad andamento lento ma non troppo, alternando omafietsen (le bici della nonna, che frenano retropedalando) e bakfietsen (le bici cargo su cui si caricano bambini, cani o oggetti di grandi dimensioni).

(Shadi Ghadirian, Qajar #6, 1998)

La scoperta della bicicletta è stata un’iniziazione alla settima dimensione dei trasporti terrestri. Perché la velocità e la visuale in bici non hanno nulla a che vedere con quello che offrono piedi, treni, auto, tram, bus, quad e motorini. Pedalare è panta rei. Un pezzo pubblicato sul San Francisco Chronicle il 25 gennaio del 1879 – San Francisco a fine Ottocento è l’avanguardia ciclistica degli Stati Uniti –  e intitolato “The Winged Heel” (Il tallone alato) rende omaggio a “l’euforia della bicicletta” celebrando “un’estasi di trionfo sull’inerzia, la gravitazione e gli altri pigri vincoli che ci trattengono”.  In bici, conclude, “You are traveling! Not being traveled!”

(San Francisco, 1870).

Così, l’euforia della bicicletta ha riattivato anche in me quel residuo di ostinazione infantile, a dispetto dell’età, che di fronte al non sapere rivendica ossessivamente il diritto di capire tutto, l’utile e l’inessenziale – Come si raddrizza un manubrio storto? Come si allacciano i catarifrangenti ai pantaloni? Come decorare a festa i raggi delle ruote, ma soprattutto perché? – fino ad essere risospinta alla domanda sulle origini – ma chi ha inventato la bicicletta? –  per rimbalzare sugli orrori estrattivi del caucciù.

Come nel caso di tante invenzioni, perfezionate nel corso dei secoli, anche la bicicletta è il frutto di un general intellect che si è dispiegato lungo circa un secolo per arrivare a produrre un dispositivo su due ruote che somiglia alle bici che conosciamo. In questa staffetta di eureka si susseguono il velocipede (o draisina), ideato nel 1817 dall’aristocratico tedesco Karl Drais, la Treadle bycicle (1839) a pedali, ma senza catena, costruita dal fabbro scozzese Kirkpatrick Macmillan, la Michaudine di Pierre e Ernest Michaud (1869) che sposta i pedali in avanti, sulla ruota anteriore, quest’ultima in crescita esponenziale fino ad arrivare al Grand bi che sfoggia 150 cm di diametro (1870). E ancora la prima bici con catena (1880), fabbricata dal londinese Harry Lawson, e infine la Hirondelle (1900) – la bici dei poliziotti francesi il cui nome deriva proprio dall’aspetto dei ciclisti che indossavano un mantello nero e si aggiravano con ali di rondine –  la cui sagoma già ricorda da vicino la silhouette di una bicicletta dei nostri giorni. Senza addentrarsi nei meandri delle catene, degli ingranaggi e dei freni, di cui l’evoluzione meccanica rimane per me incomprensibile, non si può parlare di bici senza inciampare nel mistero delle ruote e dei materiali di fabbricazione di questi cerchi magici, e poi la fattura, la consistenza, la resistenza, la resilienza. E come per incanto le ruote delle biciclette dischiudono il sipario sugli imperi coloniali.

È soltanto alla fine del 1800 che la gomma diventa un ingrediente fondamentale per la costruzione delle biciclette, mentre fino ad allora circolavano soltanto ruote rigide e non ammortizzate, di legno e metallo Nel 1888 sembra che il chirurgo veterinario scozzese John Boyd Dunlop, osservando il figlio pedalare con fatica in sella ad un triciclo su un pavimento accidentato, si sia posto il problema di come fare per ridurre i contraccolpi. Allora avvolge le ruote con strisce di gomma incollate e gonfiate con una pompa meccanica creando la prima rudimentale camera d’aria della storia. Nasce così il pneumatico, e nasce nel 1890 la Dunlop Rubber che brevetta e commercializza con successo le ruote di gomma. Édouard Michelin l’anno successivo perfeziona l’invenzione di Dunlop e costruisce il pneumatico smontabile, facile e rapido da riparare, con cui Charles Terront nel 1891 vince la corsa ciclistica Paris-Brest-Paris. Inizia così l’età dell’oro della bicicletta che realizza il sogno di libertà di chi non può permettersi le carrozze (né le neonate automobili) e delle donne della buona società.

Nel 1895 si contano 7 milioni di biciclette in tutto il mondo. Dunlop, Michelin, Good Year, Continental, Pirelli fanno impennare la domanda di caucciù per fabbricare pneumatici di gomma. La gomma non è una novità assoluta, già intorno alla metà dell’Ottocento viene utilizzata nelle ferrovie o nell’industria militare per produrre scarpe, stivali, protezioni per baionette, teli, borracce, bottoni, e anche protesi ricostruttive. Soltanto l’invenzione del pneumatico e il boom del ciclismo, però, inaugurano la corsa al caucciù. La gomma sintetica fa la sua comparsa solo dopo la prima guerra mondiale; fino ad allora viene ricavata dal lattice prodotto dagli alberi della gomma (l’Hevea bresiliensis o siringueira) in Amazzonia e dalle viti selvatiche (Landolphia) del Congo. La giungla congolese e la foresta amazzonica (e solo successivamente le piantagioni del Sud-est asiatico) saranno per un quarto di secolo circa i luoghi di estrazione del caucciù per excellence. Così, mentre l’Europa e l’America del Nord si godono la libertà delle due ruote, sotto l’Equatore milioni di individui vengono condannati dalla gomma ai lavori forzati.

In The Thief at the End of the World: Rubber, Power, and the Seeds of Empire (2008), lo storico Joe Jackson racconta che la popolazione dello Stato Libero del Congo, in realtà proprietà privata del re del Belgio Leopoldo II dal 1885 (Conferenza di Berlino) fino al 1908, passò da 25 milioni a 10 milioni, sacrificando 15 milioni di morti sull’altare del caucciù. Un simile destino toccò in sorte alle popolazioni indigene del Putumayo tra il Perù e la Colombia. Leopoldo II non mise mai i piedi in Congo, amministrando a distanza i proventi del caucciù prodotti dalla Anglo-Belgian India Rubber Company, rifondata con capitale unicamente belga nel 1898 come ABIR Congo Company. A vegliare sui dannati del caucciù furono predisposte le milizie della Force Publique, truppe di mercenari, volontari ed ex ufficiali degli eserciti europei (belgi, italiani, danesi, svedesi, norvegesi) amanti dell’avventura, del sangue e delle punizioni corporali.

Alice Seeley Harris, missionaria inglese in Congo considerata come l’iniziatrice di una delle prime campagne internazionali per i diritti umani, raccoglierà centinaia di foto con la sua Kodak, documentando per la prima volta gli orrori delle mutilazioni inflitte quotidianamente alla popolazione congolese per sostenere il ritmo della produzione della gomma. All’inizio del 1906, Alice Harris e suo marito John viaggiano negli Stati Uniti proiettando in 49 città, con il supporto delle lanterne magiche in voga all’epoca, le immagini scattate da lei. Alcuni di questi scatti, quello stesso anno, saranno pubblicati dal quotidiano New York American durante una settimana.

Nel King’s Leopold Soliloquy (1905) Mark Twain aveva indirettamente reso omaggio alla fotografia militante di Harris per bocca del re Leopoldo che, nel corso di un’oscena apologia di se stesso, agita lo spauracchio dei missionari  – “They travel and travel, they spy and spy!”-  e della macchina fotografica – “Then that trivial little Kodak, that a child can carry in its pocket, gets up, never uttering a word, and knocks them dumb”.

Nsala, di Wala, nel distretto di Nsongo a sud di Kinshasa, fissa la mano e il piede di sua figlia Boali, amputati. 14 maggio 1904 (Alice Seeley Harris).

 

“Esperimento su Bòttego”: un nuovo e-book di Nazione Indiana

0

Un nuovo e-book di Nazione Indiana

di Andrea Inglese

Nazione Indiana, nonostante la sua un po’ spaventosa longevità, mantiene una sua giovanile inquietudine, una sua curiosità onnilaterale e poco addomesticata, anche se nel mondo letterario più si è domestici più si vive tranquilli. Segno di questa irrequietezza sono i suoi slanci editoriali, che in passato hanno prodotto incursioni puntuali, ma meditate. Alludo ai tre titoli della collana “Murene”, tutti volti all’altrove (Stephen Rodefer, poeta statunitense, curato e tradotto da Andrea Raos; Ingo Schulze, narratore tedesco, curato e tradotto da Stefano Zangrando; Miguel Torga, scrittore portoghese, tradotto e curato da Massimo Rizzante) e nati da una costante passione di condivisione, che ancora oggi non può non caratterizzarci, in quanto blog collettivo, entità policentrica e dialogante. Ai tre volumi cartacei di “Murene”, si affiancano però anche quattro e-book, che hanno la principale caratteristica di raccogliere una pluralità di voci, sia interne che esterne al blog. A parte 25 passi in file indiani, nato come raccolta libera di pezzi apparsi su Nazione Indiana a firma dei suoi redattori, sorta di “carotaggio” estemporaneo rispetto alla ricchezza dell’archivio, gli altri tre si concentrano su questioni d’attualità, cercando di “stringerle” attraverso la diversità degli approcci (e-book sulla “responsabilità dell’autore”, sugli “attacchi terroristici in Francia del 2015”, sull’esperienza della “pandemia di Covid-19”). A queste iniziative va ad aggiungersi, il volume collettivo Piccolo vocabolario autostradale a uso dei contemporanei, a cura di Gianni Biondillo.

Oggi vi presentiamo un nuovo e-book, stavolta non si tratta di una traduzione né di un lavoro collettivo. Il caso come sempre lavora per noi, dal momento che tendenzialmente anarchici come siamo non potremmo permetterci programmi di lungo periodo. Esperimento su Bòttego nasce da un “primo” esperimento, da un primo pezzo che Fabrizio Bondi, amico e attento lettore del blog, mi ha proposto di pubblicare (26 aprile 2022). La prima frase diceva: “Esperimento su Bòttego è un progetto che parte dalla mera e quasi disarmata descrizione di uno specifico oggetto culturale: il monumento parmigiano all’esploratore Vittorio Bòttego, appunto”. Il carattere anomalo, installativo, sperimentale, politico, di quel testo (corredato da fotografie), mi aveva subito convinto. E la sua fuoriuscita dal laboratorio privato ha permesso a Bondi di testarne la “resistenza” alla pubblica lettura e, chissà, ha magari contribuito a suscitargli il desiderio di radicalizzare quel primo accerchiamento / malmenamento di una celebrata figura di esploratore, militare, scienziato, avventuriero, a cui il colonialismo crispino aveva lasciato mano libera nel Corno d’Africa.

L’attuale e definitiva (?) versione di Esperimento su Bòttego arriva giustamente in ritardo rispetto a una recente ondata di attivismo decoloniale diffuso, che si è tradotto in più o meno riusciti sbullonamenti di monumenti possibilmente equestri, o comunque agghindati d’elmi, panciotti e sciabole. Ma è questo che c’interessa: con una zampata che accoglie il lato più corrosivo del post-moderno, Bondi sganghera ludicamente e perfidamente il Vittorio Bòttego, che campeggia intatto davanti alla Stazione di Parma. Mette mano alle opere di questo, riscrivendo, rimontando, sforbiciando. Nello stesso tempo, ne fa un racconto della propria infanzia, della propria vocazione mancata, di naturalista. Una tale opera imbarazzerebbe ovviamente l’asse editore-libraio. In quale collana e genere lo infiliamo? E in quale scaffale? Nazione Indiana non s’imbarazza di questa incollocabilità, nata da una del tutto avverata attitudine sperimentale. Ringraziamo, quindi, Fabrizio Bondi, che conoscevamo come studioso del Rinascimento e critico militante. Ora lo scopriamo scrittore di ricerca.

Un’ultima riga sul tema. Il pensiero decoloniale non è estraneo a Nazione Indiana, così come non lo è l’attenzione alla storia del Ventennio fascista, che riportò in auge miti, velleità e atrocità dell’imperialismo colonialista inaugurati nell’era crispina. (Ricordo, per altro, che Igiaba Scego è stata per un certo tempo, e sicuramente non invano, in Nazione Indiana.)

Il testo che segue, di Giuditta Bassano, introduce più approfonditamente di quanto abbia fatto io il nuovo e-book di Nazione Indiana. Un grazie particolare a Orsola Puecher e Jan Reister, senza i quali nulla di queste prelibatezze digitali sarebbe possibile.

*

L’esploratore esplorato

di Giuditta Bassano

Vittorio Bottègo (1860-1897), giovane aitante capitano d’artiglieria, è stato protagonista di una serie di avventure nel Corno d’Africa; attraverso queste vicende, assurse a eroe del colonialismo crispino. Come esploratore di alcune aree fluviali della Somalia e dell’Eritrea Bòttego fu naturalista ma anche uomo d’armi di indiscussa violenza, emblema di un razzismo italico alquanto poco transeunte. Vittorio Bottègo era nato a Parma: davanti alla stazione della sua città esiste tutt’oggi un monumento che ne commemora il coraggio e le imprese. Fabrizio Bondi parte da qui, cioè dall’eredità sinistra di un monumento, “l’accrocchio”, di cui appare difficile riconoscere oggi l’appropriatezza. L’autore si immerge allora nella “pelle linguistica” del Bòttego, perché l’eroe parmigiano aveva eretto “un altro monumento, un monumento a se stesso” mettendo per iscritto i suoi viaggi. Potremmo parlare di una guerriglia ventriloqua, o di una poetica (sperimentale) della vendetta.

Ariostista e professore di letteratura italiana, Bondi arma infatti la  propria sensibilità letteraria e il proprio dominio della metrica italiana (contro la retorica italica dei resoconti dell’eroe) per “montare” una testimonianza su Bòttego con le sue stesse parole. Un esperimento di pidgin politico, in cui le immagini dell’esploratore, le sue impressioni in terra africana, la cosmogonia patriottica di epoca crispina forniscono un bacino semantico che Bondi stravolge attraverso una sintassi inaudita. Saggio e testo letterario insieme, un po’ in prosa e un po’ in versi, “Esperimento su Bòttego” è un lavoro che più che leggere si può piuttosto frequentare e abitare, entrando da un punto qualsiasi del suo congegno narrativo, persino cominciando, se si vuole, dalle note finali. In questa esplorazione ci si imbatterà in una serie di appunti filosofici sul concetto di monumento, nei rapporti tra Bottègo e Carlo Dossi, nelle raggelanti descrizioni dell’efferatezza coloniale, ma non meno nella fauna del Corno d’Africa e nella saggia battaglia che le piante di fico muovono indefesse contro le statue e le opere umane di ogni sorta. È probabile che se ne riemerga convinti, con Bondi, che la “pasta, la materia della lingua, è tutto”.

⇓⇓⇓

 

Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato epub

Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato mobi

Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato pdf

La Moda – racconto di Manuel Perrone, illustrazioni di Ettore Tripodi

0

di Manuel Perrone e Ettore Tripodi

LA MODA

testo di Manuel Perrone / illustrazioni di Ettore Tripodi

La moda è -forse- l’unica soluzione di continuità dopo Beckett. Dopo Godot. Non succede nulla. C’è tutto: la luce, la scenografia, la musica e i costumi. Ma non c’è neanche un tentativo di drammaturgia.
A modo loro non ci sono problemi. Tutto sta per iniziare, ma è già finito.
Ho assistito una sola volta a una sfilata di moda, alla villa Noailles di Hyères. Tutto stava per succedere. Il pubblico era composto da gente che arrivava in elicottero. Una vecchia stalla per i tori in mezzo alle acque paludose della presque-ile. Agenti di sicurezza con l’inalambrico e l’ansia da guardie del corpo. Tutti seduti stretti e trepidanti. Un anti-comunione in cui l’obiettivo ultimo è l’esclusione e non l’inclusione. Un rituale post-moderno di una non-comunità.


Poi il silenzio. Le luci, la musica, e i personaggi che arrivano … e se ne vanno.
Cos’è questo teatro che nega un ruolo all’attore, al conflitto e al suo sviluppo? Anche i corpi che sfilano sono già risolti. A volte un qualche stilista ambizioso userà un vecchio, ma usandolo anche la vecchiaia in quella forma liofilizzata sarà già risolta. Ma anche i più belli durano una sola stagione, sono intercambiabili. L’abito non fa il monaco, è monaco, resta solo lui, a mala pena ha bisogno di corpi per essere portato.
La sfilata non prevede nient’altro. Si vede che le piacciono i codici del teatro, le mitologie del cinema, ma è un inno all’eiaculazione precoce come soluzione ultima alla continuazione della specie.
Cerco di capire Milano da quando ci vivo. La cerco nelle canzoni di Jannacci ma trovo altro. O non trovo e continuo a cercare. Da tempo inizio a intuire che non troverò niente, che è proprio quello l’elemento da trovare.

Le prime sfilate di moda nascono durante il secondo impero, leggo, quello di Napoleone terzo. L’imperatore vuole fare della capitale francese una vetrina.
Ecco. La moda sta alla vetrine come il teatro sta al palcoscenico.
Ma le nostre città che erano palcoscenici involontari sono tutte diventate vetrine? Ma vetrine per chi, per cosa? Chi è che compra e che cosa è in vendita?
A Milano sono andato al salone del mobile. Perché voglio capire. Non so esattamente quand’è che poeti e compositori hanno lasciato il posto a mutande e posaceneri. Ma evidentemente è il loro turno storico.
Vedo una fila. Mi metto in fila dietro l’ultima persona. Non so se posso. Arriva il mio turno, la guardia mi chiede di inquadrare un QR-code con il telefono. Lo faccio. E ho diritto a entrare.

Seguo la fila. Dentro non so esattamente cosa c’è da guardare e, per sbaglio, guardo le altre persone. Poi guardandole meglio vedo che tutti guardano un divano. E allora guardo il divano anch’io. E aspetto. Lo spazio è bello, un hangar industriale rivisitato con un lucernario da cui filtra la luce del giorno come un occhio di bue a teatro, delle pensiline metalliche che portano a porte chiuse a mezz’aria. Ma non si può camminare sulle pensiline. Non si può far altro che guardare il divano. E prendersi in foto con lui, come se fosse una pop-star o un papa. Poi tutti vanno. Io resto ancora un po’ a guardarlo. Esito. Indugio. Caso mai facesse qualcosa, avesse un messaggio. Poi vado.

La vetrina si è evoluta e non serve neanche più a vendere qualcosa. Le sfilate non servono a vendere tessuti o a indicarci come ci dovremo vestire. Il divano non è in vendita. è “l’esperienza di stare con lui” che è offerta a noi, pubblico privilegiato.
Non scomoderei i marziani e il loro stupore nel vederci fare cose cosi, penso che gli extraterrestri abbiano già materiale sufficiente da millenni per trovarci incongruenti e strani. Ma penso che siamo strani anche agli occhi dell’umano. Cioè c’è qualcosa di oggettivamente fuori luogo. Eppure.

Non so perché ma mi sento solo in questo pensiero. Eppure lo so che anche gli altri in fondo si chiedono quando inizia, anche per gli altri è una forma di arte abortita, di coito interrotto. C’è tutto, dico, c’è veramente tutto e ci sono anche i mezzi perché succeda qualcosa. Eppure.
Forse è questo che vogliono? Kafka ha scritto le leggi e Beckett la Bibbia?
La moda è la fine di tutto perché è il trionfo di un nulla sovrano?
Adesso le marche hanno più soldi di tutti. Gli stilisti sono gli ultimi faraoni.
Adesso comprano tutto il resto: finanziano musei, pagano il cinema, danno anche qualche
monetina ai teatri.

Tra poco inizia. Sta per iniziare. Ma già tutto è finito.


Manuel Perrone. Autore e regista. Il suo linguaggio artistico si esprime tra cinema, teatro e radio e quando può scrive, che gli piace tanto…. Vive e lavora tra Milano e Marsiglia. La sua serie podcast “Cristo si è fermato a Seveso” ha ricevuto numerosi premi. I suoi lavori filmici sono stati presentati a Quinzaine des realisateurs/Cannes, MoMA, Locarno IFF. Prepara il suo primo lungometraggio “L’Ultima Cena”.

Ettore Tripodi(Milano, Italia, 1985). Vive e lavora a Milano.
Spazia dalla pittura alla scultura, con una particolare predilezione per il disegno.
Compone le immagini in una forma che ricorda quella del poema. Accostando un’opera all’altra crea una struttura narrativa non lineare. Ettore Tripodi è tra i fondatori di MammaFotogramma Studio.

Portare la democrazia con le armi en marche! Arthur Rimbaud e Adriano Spatola

0

di Giovanni Palmieri

                                                                                           A Luciano Canfora

 

Démocratie

 

   “Le drapeau va au paysage immonde, et notre patois étouffe le tambour.
 “Aux centres nous alimenterons la plus cynique prostitution. Nous massacrerons les révoltes logiques.
 “Aux pays poivrés et détrempés ! — au service des plus monstrueuses exploitations industrielles ou militaires.
 “Au revoir ici, n’importe où. Conscrits du bon vouloir, nous aurons la philosophie féroce ; ignorants pour la science, roués pour le confort ; la crevaison pour le monde qui va. C’est la vraie marche. En avant, route !”

 

Democrazia

 

   “La bandiera traversa il paesaggio immondo e il nostro gergo soffoca il tamburo.
“Nei centri alimenteremo la più cinica prostituzione. Massacreremo le rivolte logiche.
 “Nei paesi pieni di pepe e fradici d’acqua! – al servizio dei più mostruosi sfruttamenti industriali o militari.
“A rivederci qui, non importa dove. Coscritti di buona volontà, avremo la filosofia feroce; ignoranti per la scienza, scafati per il confort; creperemo per il mondo che avanza. È la vera marcia. Avanti, marsc!”[1]   

Il pensiero critico e talvolta direttamente politico di Rimbaud, al di là delle sue oscillazioni e delle sue ambiguità, è sovente occultato dal mito del poeta veggente e dai suoi auratici e davvero stucchevoli corollari. A parte le celebri poesie “comunarde”, l’illumination qui sopra riportata dal significativo titolo di Démocratie è un esempio di tale pensiero.

L’ironica denuncia dell’imperialismo ottocentesco o meglio del dispositivo linguistico che reggeva l’ideologia “progressista” e colonialista è infatti in questo testo d’immediata evidenza.

 

Chi parla?

 

Alla prima persona plurale e con un testo completamente chiuso dalle virgolette, appare chiaro che il discorso-orazione di tipo marziale (farcito infatti da ritmiche riprese anaforiche) che costituisce questa illumination appartenga non all’autore ma ai soldati, o meglio ai coscritti. L’effetto ironico consiste allora nel considerare i soldati emittenti e non destinatari di un messaggio che celebra il colonialismo e che nella realtà è stato loro rivolto, ma consiste anche e soprattutto nel ripercorrere un discorso altrui – quello ideologico dell’epopea colonialista – togliendogli però la maschera dell’ipocrisia edulcorante e dicendo semplicemente le cose come stanno.

Si sospetti sin da subito che sia i soldati (in genere mercenari) che l’autore stesso possano essere (stati) partecipi e indirettamente complici dell’inganno colonialista, come potrebbe indurre a pensare  anche il calcolato rovesciamento dei ruoli comunicativi cui abbiamo accennato prima.

 

Contesto storico e biografia

 

Dopo gli anni Trenta dell’Ottocento, la Francia aveva già occupato militarmente numerosi Paesi: l’Algeria, il sud della penisola indocinese, la Guyana francese, il Sénégal ecc. A località esotiche, infatti, sembra far riferimento il nostro testo parlando di “paesi pieni di pepe e infradiciati” (allusione ai monsoni). La critica ha opportunamente indicato al riguardo la politica colonialista del governo “repubblicano” francese uscito dalla sconfitta della Comune e in particolare la rivolta di massa nella Cabiria algerina del 1871 repressa nel sangue dall’esercito francese.[2]  Nella nostra illumination, però, il riferimento non è soltanto al colonialismo francese ma a tutti i colonialismi (“Au revoir ici, n’importe où”).

Si consideri anche la dimensione economica che la politica colonialista portava con sé e gli scandali politico-finanziari che ne derivavano e che sono ricordati, ad esempio, in Bel ami (1885) di Maupassant.

Ma veniamo a Rimbaud che, a ventun anni, il 18 maggio del 1876 presso il consolato dei Paesi bassi di Bruxelles si arruolò come mercenario nell’esercito coloniale olandese per andare a combattere la guerriglia che infuriava nelle foreste dell’ex sultanato di Aceh nell’isola di Giava. Presto disgustato dai massacri degli indigeni compiuti dall’esercito olandese (“massacrerons”), Rimbaud diserterà poco dopo riuscendo a sfuggire alla cattura e ritornando rapidamente in Europa.

Scrive Robb che “l’esercito coloniale olandese era un’organizzazione moderna ed efficiente che, negli ultimi tre anni [1873-1876], aveva sventato piccole rivolte che minacciavano di interrompere il flusso di prodotti coloniali dalle Indie orientali olandesi.”[3]

Seguendo lo sviluppo del discorso della nostra illumination, aggiungerei che in seguito alla repressione militare, il colonialismo olandese instaurò un sistema di lavoro forzato per i contadini giavanesi (“révoltes logiques”), sviluppando in seguito una colonizzazione privata da cui derivò un’imponente serie di investimenti internazionali di capitale.

Se l’esperienza giavanese  – come ritengo – è alla base del poème en prose che sto analizzando, allora il testo deve essere stato scritto nel 1876 o oltre. Les illuminations saranno edite solo nel 1886.

De Graaf ha scoperto sulla stampa neederlandese di Bruxelles del 1876 un annuncio pubblicitario, scritto da un sedicente agente reclutatore dell’esercito coloniale olandese (un certo Vignix), che invitava all’arruolamento giovani uomini di un’età compresa tra i ventuno e i trentasette anni “che non avessero lavoro, né impiego, né famiglia, né soldi” o che fossero “grandi amanti dei viaggi e curiosi di vedere il mondo”.[4] Di quale mondo si trattasse realmente è stato detto…

 

Nel testo

 

Il titolo Démocratie comporta nel lettore che arriva in fondo al testo l’immediata deduzione che la “democrazia”, nonché i “valori” portati dai colonizzatori europei, siano esattamente quelli espressi dalle “belle” gesta a cui i soldati inneggiano. Che il rovesciamento e dunque la parodia del dispositivo linguistico-ideologico che legittimava le varie aggressioni imperialiste, siano le procedure retoriche fondamentali del nostro testo è del resto confermato sin da subito.

L’esercito non viaggia traverso paesaggi esotici meravigliosi (forse così reclamizzati dai reclutatori) ma “immondi” (come ad esempio la giungla) e il linguaggio della retorica e della propaganda colonialista (“notre patois”) soffoca e non permette di sentire il rumore della guerra e delle armi (il tamburo). Insieme alla prostituzione e ai massacri delle rivolte più giustificabili, i soldati affermano di portare con sé la “feroce” filosofia civilizzatrice del progresso: quella dei Lumi e della sedicente democrazia.

Particolarmente interessante la funzione conativa espressa nell’antifrasi di tipo evangelico “Conscrits du bon vouloir” dove il poeta si comprende e l’evangelica buona volontà nonché le buone intenzioni consistono nella sopraffazione armata e nel massacro.

Infine la “crevaison” finale non fa riferimento ad un’auspicata morte per il mondo del progresso e per la missione civilizzatrice dell’Occidente ma piuttosto si riferisce alla morte (questa sì una vera marcia!) che coglierà i soldati al servizio del “mondo che va”.

 

Vittime ma complici

 

Sia i soldati, refrattari alla conoscenza (alla “scienza”) ma sensibili ai confort, che l’autore non sono solo vittime delle guerre coloniali e dei massacri d’una filosofia feroce ma ne sono anche complici nella loro supina accettazione del “mondo che va”, per usare le parole del poeta.

Un saluto come “Au revoir ici, n’importe où” non si riferisce solo all’onnipresenza dell’imperialismo coloniale ma è anche per Rimbaud un azzeccato pronostico personale. Infatti, com’è noto, dopo l’esperienza giavanese, il poeta sarà mercante d’armi (e di schiavi, il che era lo stesso) in Africa. Insomma non credo che Rimbaud in questo poème en prose si escluda totalmente dal gruppo dei soldati e proprio da questa sottile ambiguità proviene una parte non minore del fascino di questo testo.

Nella sezione Mauvais sang della Saison en enfer (1873), tre anni prima dell’esperienza coloniale a Giava, Rimbaud aveva infatti profeticamente scritto:

 

Allons ! La marche, le fardeau, le désert, l’ennui et la colère.
 À qui me louer ? […] Quelle mensonge doit-je tenir ? – Dans quel sang marcher ?

 

Andiamo! La marcia, il fardello, il deserto, il tedio e la collera.
A chi darmi in affitto? […] Quale menzogna devo reggere? In quale sangue marciare?[5]

 

E ancora:

Assez ! voici la punition. – En marche !
Ah ! Les poumons brûlent, le temps grondent […]
Où va-t-on ? Au combat ?

  

Basta! Ecco la punizione. – In marcia!
Ah! I polmoni bruciano, le tempie scoppiano […]
Dove si va? A combattere?[6]

 

Al di là di qualche ripetuto episodio di dissipazione esistenziale, etilica e sessuale, vivere la vita come programma poetico e scrivere poesie come esclusivo programma di vita fu il vero e fallimentare progetto del poeta della Saison che registrò tale fallimento nelle forme di una radicale e precoce rinuncia ai versi.

Il fatto è che Rimbaud ha scritto poesie ma non si è mai “scelto” come letterato. Non era e non volle mai essere un homme de lettres. Quindi ciò che abbandonò, nelle forme di un’autopunizione crudele, non fu la letteratura ma semplicemente lo scrivere poesie. Cosa – tutto sommato – più semplice. Baudelaire, invece, che letterato fu, venne per questo aspramente criticato da Rimbaud che pure lo considerava un dio!

Va anche tenuta in debito conto l’amara delusione che il poeta provò nei confronti di valori che la società sedicente democratica e in marcia verso il progresso aveva di fatto “svenduto”, a cominciare dal valore della vita umana. In Solde (Liquidazione), cioè in quella illumination che a molti appare l’autentico congedo del poeta, Rimbaud nello stile degli annunci pubblicitari (“À vendre” è la ripresa anaforica fondamentale del testo) elenca una serie di valori e stati di cose che ormai devono essere svenduti. Si tratta di valori che nella società delle merci valgono sempre meno e perciò vanno “liquidati”, venduti sottocosto. Tra questi troviamo le vite di esseri umani identificate metonimicamente nel loro essere soltanto semplici corpi senza valore:

À vendre les Corps sans prix, hors de toute race, de tout monde, de tout sexe, de toute descendance ! Les richesses jaillissant à chaque démarche ! Solde de diamants sans contrôle !

Svendesi i Corpi senza prezzo, al di là d’ogni razza, di ogni mondo, di ogni sesso, di ogni origine! Le ricchezze che sgorgano da ogni scorreria! Svendita incontrollata di diamanti![7]

 

Che si tratti qui delle vite, dei corpi che non valgono più nulla degli indigeni uccisi nelle démarche coloniali dell’Occidente che producono ricchezze, mi sembra evidente ma è anche comprovato dall’accenno alle speculazioni sui diamanti estratti nelle colonie francesi dell’Africa sud equatoriale.

Rimane da dire che insieme ai valori liquidati sottocosto dalla società, qui è lo stesso Rimbaud che, prima di partire, annuncia a se stesso la svendita dei suoi propri valori…

 

La democrazia nei versi di Adriano Spatola

 

Diversi accorgimenti (Geiger ed., Rivalba -Torino – 1975) è una delle più significative raccolte poetiche di Adriano Spatola (1941-1988), non a caso accompagnata da una importante Nota critica di Luciano Anceschi (pp. 75-77). Nella sezione intitolata Che giorno è oggi (pp. 41-45) si trovano cinque poesie numerate, dedicate ognuna al concetto di democrazia. Il titolo complessivo della raccolta fa invece riferimento a differenti modi di difesa poetica dagli istituti tradizionali del discorso in versi. Per concludere, mi è sembrato opportuno e suggestivo trascrivere e commentare la terza poesia di Spatola accostandola all’illumination di Rimbaud.

 

3.

Democrazia una parola
ovviamente trascurabile origine
             scopertamente risibile
e irrisibile il peso della menzogna
             la confessione
riconducibile alle radici
precaria amarezza
o teodulia. (p. 43 ed. cit.)

 

Il testo è composto con una tecnica “cubista” nella distribuzione dell’ordine delle parole e nella spezzatura dei versi. Da qui il seguente esercizio di lettura: “democrazia” è ovviamente (soltanto) una parola; la sua origine (‘potere del popolo’) è trascurabile e cioè di nessuna importanza. La sua origine suscita palesemente il riso ma la gravità della menzogna è cosa che può essere derisa ma  non è cosa da ridere; la confessione (della menzogna) che riconduce alle origini (etimologiche) suscita precaria amarezza o asservimento onniplanetario e divino alla parola democrazia.

 

 

NOTE

[1] Cito il testo francese da Arthur Rimbaud, Opere, a cura di Diana Grange Fiori, Milano, Mondadori 1975, pp. 350-352. La tr. it. è mia.

[2] Vd. in internet il commento a Démocratie presente nel sito Arthur Rimbaud le poète: http://abardel.free.fr/petite_anthologie/democratie.htm (consultato l’ultima volta il 13 febbraio 2026).

[3] Graham Robb, Rimbaud, vita e opere di un poeta maledetto, tr. it. di Melania Mascarino e Andrea Palladino, Roma, Carocci, 2002, p. 257.

[4] Daniel-Adriaan De Graaf, Arthur Rimbaud, sa vie et son œuvre, Van Gorcum & Co., Assen-Pays Bas, 1960, p. 263 e 281, n. 24. Mia la tr. it.

[5] Arthur Rimbaud, Opere, cit., pp. 216-217. Tr. it. mia.

[6] Ivi, p. 224. Tr. it. mia.

[7] Ivi, p. 334. Tr. it. mia.

Il senso di Gori per la fine

0

Su Vendo tiroide causa doppio regalo

di Massimo Palma

In Vendo tiroide causa doppio regalo (Nottetempo, pp. 251), la scrittura di Alessandro Gori agisce come medium. Tutto il libro è una seduta spiritica, in cui i convenuti rimangono fermi al loro posto ma non possono trattenere il riso né tantomeno i loro bisogni.

Tutto fermo a via Gradoli

Tutto accade come dev’essere successo quel 2 aprile 1978, quando in una casa di campagna in provincia di Bologna alcuni accademici illustri con le loro mogli tennero una seduta spiritica per sapere dov’era nascosto Aldo Moro, rapito due settimane prima dalle Brigate rosse: dopo un paio d’ore, mentre i convenuti segnavano lettere a caso sui fogli e alcuni si attardavano a preparare il caffè, uscì fuori il lemma “Gradoli”.

Allertate da Romano Prodi, il più famoso tra i notabili presenti a quella seduta, le forze dell’ordine andarono in effetti a cercare a Gradoli, in provincia di Viterbo, invece che a Via Gradoli, dove c’era un importante covo delle Br. Non trovarono nulla. Da allora, ogni volta che qualcuno ha provato a interrogare i partecipanti su quella strana iniziativa, su quella strana coincidenza, tutti immancabilmente ripetono la stessa versione dei fatti, senza cambiare una virgola.

Tutto rimase fermo a via Gradoli, la storia d’Italia prese la sua strada, e un libro del 2026 di un autore nato nel 1978 pullula di Aldo Moro come il pretesto di ogni pagina, la radice di ogni fatto, la materia di tutti i possibili obiter dicta (le due pagine che contengono le “20 curiosità su Aldo Moro” estendono l’affaire-Moro a Hollywood, ai fumetti, alle maschere polinesiane, col presidente ucciso che finisce per occupare l’universo del dicibile globale). Tutto resta fermo in certi momenti alti a volte altissimi della scrittura di Gori, quando perfino il nero della distanza parodica tace e non resiste nemmeno la strategia della clausola.

Perché Gori inebria la lettura di clausole. Chi lo segue si sorprende in una perenne attesa della fine del brano. Sia l’assurdo di un padre che fa vescovo il figlio per consolarlo, sia l’osceno delle lamette per la rasatura che si prestano a scotennare membri maschili, sia l’incorrettezza politica dedicata ora agli indiani ora ai bimbi africani ora a Pino Daniele a Grignani e così via, comunque Gori trascina verso l’explicit, ti attrae per consegnarti a una fine che annichilisce. È così che il libro, scoordinato, sguaiato nell’alternanza tra prose liriche e barzellette, finte interviste e poesie, viaggia veloce sempre.

Lo stato della nazione

L’accelerazione ha un senso unicamente ritmico. Perché in realtà il libro di Gori è statico. Va in circolo in un arco d’anni che più o meno si può misurare: quindici? Diciassette? L’inizio è sicuro. È la data che abbiamo già indicato, il 1978 del caso Moro, che torna come un martello insieme ai suoi frutti politici.

Il resto del testo passa in rassegna i ricordi pessimi dell’infanzia negli ottanta e le nefandezze compiute da adolescenti, segnalando la detenzione dell’inconscio collettivo del paese in una prigionia psichica generata dalla fine della prima repubblica tra ammazzatine tangenti e stragi di mafia, narcotizzati dai videogiochi e la televisione mentre gli ormoni pulsano. Sono quindici, sedici, diciassette anni in cui tutto rifluisce ma si costituisce un immaginario preciso e scandito per annate esatte, e assolutamente governabile da fuori, mentre è ingestibile da dentro.

Gori fotografa il paese a partire da un senso di perdita rammemorato, da un senso inequivocabile di fine. Ogni volta nei capitoli indica in esergo date tutte uguali e insignificanti (1995, 1998…) a certificare una morte già avvenuta: nei ricordi che il libro accumula per micro-racconti o meri apologhi (la prima comunione o l’annuncio familiare dell’Alzheimer della nonna, la cena coi compagni di classe o l’ineffabile compleanno a casa Cannucciari) è come se il millennium bug avesse funzionato davvero, per una combinazione spazio-temporale, proprio all’incrocio in ogni psiche tra il nascondiglio brigatista a Roma del ’78 e una provincia toscana (da lì viene l’autore) con Odeon Tv accesa dopo mezzanotte nei Novanta.

Qui il tempo ha imparato a stare e ristagnare, qui la storia respira da morta, e il resto, i decenni successivi, è name-dropping da serata romana. Come nel memorabile capitolo “Circolo degli Artisti”, paesaggio di una stasi estiva esilarante e disturbata in pieni anni Dieci, o nella fulminante lista degli otto versi di “No”, che convoca il 1981 in cinque nomi come spettri (Gelli, Craxi, Sindona, Calvi, Rampi) che danzano sul filo del non-sense.

Queneau reloaded

Il Gori statico va però a fondo. Resosi conto della stasi, si chiede “quante estati ho davanti perché la vita ricominci ancora?”. Metà libro dopo, chiude immaginando “sbarbine bellissime” che ridono “come se nulla esistesse al di fuori del presente”. È tutto pleonastico – perché il tempo è sospeso: davvero non esiste nulla, se non il ricordo che rievoca e riassume il già dato.

È come nella Domenica della vita di Queneau, quando Valentin Brû confessa di pensare al tempo che passa, “e, siccome è identico a sé stesso, penso sempre alla stessa cosa, cioè finisco col pensare più a niente”. E quindi l’incredibile trovata della “prima brioche dell’eternità” è la fuga ucronica in cui il Valentin Brû di Gori annulla la storia per sempre – “tanto avrei avuto l’eternità per le cose che mi piacevano”. E allora annulla la scelta, annienta il conflitto, sperimenta la gioia assoluta dell’indeterminazione in una sequenza lisergica “su un prato infinito, dove nessuno corre più e nessuno viene lasciato indietro”.

Ma questa fantasia isolata e un poco compiaciuta di immobilità assoluta, che riproduce l’arresto, tra il 1978 e il 1994 circa, di una storia agibile, fa da controcanto a un’altra rêverie, quella di bassezze morali e corporee che invece si riproduce e prolifera nel libro come autentica trama seriale: dire la fine è fotografare un mondo che in vari modi si svuota. Gori che pensa i bambini e i ragazzi nelle situazioni più urticanti, umiliati e offesi, è Queneau replicato in una cornice scatologica che individua “al di fuori del presente” solo la visione di un nulla che si crea, appena evacuato.

Buongiorno notte

L’onnipresente kenosis è nell’ossessione escrementizia che accompagna Vendo tiroide. Se Canetti vedeva l’evacuazione come traccia statica e materica di un potere – la dimostrazione per il potente di aver ingurgitato la propria vittima –, qui Gori la segue per identificarla al moto e basta. È nel mirabile elenco allucinatorio della Goccia, il brano appena precedente La prima brioche dell’eternità che segue in soggettiva il contraccolpo acquatico di una latrina all’atto di cui sopra (“quella goccia […] reca seco la vita nella sua sesquipedale completudine: batteri, funghi, monere, menarca, meconio, materia, antimateria, quark, potassio, entropia, gocce più piccole piene zeppe di universi”), è in questo elenco che qualcosa, nel testo, ricomincia a muoversi.

È qui che Gori, mentre segue il viaggio della goccia verso l’alto, prende le distanze da Cesare Zavattini, che sceneggiò Miracolo a Milano, e aggiunge al motto circolare di quel film – il “buongiorno che vuol dire davvero buongiorno” – delle virgolette che funzionino da gabbia necessaria al “buongiorno” (“mai più senza”, chiosa). Ma, oltre ogni distanziamento parodico, la risalita in Pov della goccia dentro l’organismo è la spia critica insinuata nel vuoto di cui Gori restituisce ogni profilo. Vi registra una crepa, la consapevolezza di poter descrivere, nel flusso di parole, proprio il centro della notte. Qui la scrittura, se è pura adesione alla materia, è ancora movimento contro ogni delirio da assenza di senso che pure popola molte delle pagine.

Nell’immane stasi collettiva che il libro descrive c’è dunque uno spazio bassissimo in cui la scrittura ama arrestarsi, come stupita che qualcosa ancora si muova. È l’infimo del corpo, l’infimo della vita stessa. Per questo la serie di sedici componimenti – tutti mimetizzati in una sequenza disordinata, tutti nella pagina sinistra – dedicati a una madre malata morente e poi morta comincia con una lode alla donna che libera gli intestini dopo un intervento. E fa storia a sé, è biografia e coccola atroce alla materia vivente come ciò che ha pur sempre, appunto, possibilità di scrittura. La malattia e la morte vengono seguite passo passo mentre la pagina destra delira e svia, fino a una nuova fine, dove il buongiorno è tra virgolette, davvero, ma dentro una materia viva, dove si può ancora parlare, inveire, sognare l’inverso di questo mondo. “Invece lei / fregandosene / ha preso il deltaplano / ed è volata in cielo / ed eccola / vedo che già è rientrata / sudata fradicia / la cretina”. La fine sarà convulsa o non sarà.

L’inferno che non si sente

1
Gerhard Richter. Vorhang III (hell) (Curtain III [Light]), 1965

 

Gerhard Richter. Vorhang III (hell) (Curtain III [Light]), 1965
 

 

di Marco Viscardi

L’accoltellamento avvenuto alla scuola media di Trescore Balneario, provincia di Bergamo, il 25 marzo 2025, è uno di quegli avvenimenti di cui non ci si vorrebbe occupare, perché troppo forte è il pericolo di venire invischiati, di farsi male o di colpire involontariamente la sensibilità altrui.

Ho letto sia la lettera del tredicenne che ha accoltellato la sua professoressa di francese, sia il messaggio di quest’ultima dall’ospedale (li trovate qui e qui) .

In entrambi i casi ho provato la sensazione sgradevole che si ha di fronte a una falsità emotiva. Sono due testi perfettamente speculari: entrambi lunghi, entrambi sintatticamente complessi, entrambi formalmente impeccabili, entrambi scritti in un italiano standard venato di termini alti. Lo studente usa gracile riferito a un compagno (puro De Amicis), audacia, sabotaggio, routine; parla anche di etica e morale in dittologia sinonimica, ovvero come sinonimi intercambiabili.

La docente invece usa una lingua apparentemente più colloquiale — dice di aver dettato la lettera ai suoi legali con voce flebile — ma anche lei controlla il testo come se l’avesse scritto. Il suo è un messaggio intriso di pacatezza cristiana immediatamente dichiarata; quello dello studente potrebbe chiudere una puntata di Adolescence, la serie inglese di recente diffusione.

I testi troppo lisci, come le facce troppo lisce, mi inquietano sempre. La correttezza mi pare spesso un mezzo per reprimere il caos, per scongiurare l’emozione, per non mostrarsi impreparati di fronte all’inatteso. La diffusione di questi testi — di entrambi — mi pare persino pericolosa, non tanto perché si dia spazio a chi ha compiuto la violenza, con il rischio di emulazione, ma perché questi testi sono vuoti, deprivati di una verità emotiva profonda. Sono normalizzazione del mostro, dell’aggressività e della paura; esprimono la violenza di chi vuole domare il caos, soprattutto il caos interiore.

Lo studente scrive:

Visto che a quanto pare i “ragazzi” non capiscono cosa sia giusto e cosa no, userò questo a mio vantaggio: non posso essere incarcerato, dato che in Italia l’età minima per la responsabilità penale è 14 anni, non posso nemmeno essere processato, quindi farò quello che ho sempre voluto fare, uccidere lei e chiunque cerchi di impedirmelo. Non è solo un atto di vendetta, è un modo per rompere una routine noiosa nel modo più estremo possibile. Sono stanco di essere banale, di dover fare sempre le stesse cose. Le regole non sono qualcosa che dovrei seguire, sono qualcosa che dovrei infrangere, e non c’è niente di meglio per farlo della vendetta, punire chi mi ha fatto del male.

Non fermiamoci al contenuto ma guardiamo la forma. Sentiamone la musica: è difficile non sospettare l’uso dell’intelligenza artificiale. Giacomo Verri, docente e scrittore che si interroga sul senso del proprio lavoro, ha inserito il testo in un rilevatore che ha riscontrato come il 70% sia stato processato dalla macchina. Verri si chiede se l’IA non abbia rivelato all’assassino la sua scelta di uccidere. Per inciso, il problema non è l’intelligenza artificiale, non lo è mai, anche io ho lavorato e riflettuto su questo testo con l’assistenza di Claude (Anthropic). Però mi chiedo se l’IA non abbia piuttosto legittimato la violenza addomesticandola, standardizzandola, portandola a un livello base della lingua per cui potesse essere detta senza orrore, come una serie di logiche conseguenze nella scala del rancore. Un rancore del quale lo studente sembra aver capito poco. Se qualcuno obietta che la lettera dello studente è intrisa di violenza, non gli do torto; gli vorrei però far notare come quella violenza sia stata normalizzata dal testo, spogliata della sua carica eversiva, spostata nelle tenebre esterne — per usare un’espressione di Jean Starobinski — e non nel nostro inferno interiore. Quello che, secondo Longfellow, tutti dovremo, o dovremmo, affrontare prima o poi.

E anche la vittima, che si è affrettata a lanciare un messaggio di incitamento e compassione nell’arco di pochissime ore, credo che non abbia capito niente. E non per sua incapacità, ma perché non credo si possa interiorizzare un atto così assurdo, violento, inaspettato e francamente terrorizzante in così poco tempo. È come se in entrambi avesse agito un pilota automatico del linguaggio, che è un automatismo della repressione.

L’anima di un ragazzo di tredici anni che progetta un omicidio deve essere un inferno. Nel testo quell’inferno non si sente. Come deve essere un inferno l’anima di chi è stata colpita — ma neppure nella lettera della professoressa si sente l’inferno. L’inferno è la verità, reprimere l’inferno è pericoloso, anche perché, come in questo caso, poi porta ad agirlo. A metterlo in pratica senza il laccio dell’emotività che frena la frustrazione, senza la mediazione di un linguaggio emozionato.

Questa vicenda provoca una devastante pietà umana unita allo spavento più feroce. Non è solo il timore che possa capitare a noi — di avere un figlio, uno studente, un collega coinvolto in un fatto di violenza — a spaventare. È la sensazione di stare a contatto con l’indicibile che sta dietro a questo atto, a questo agito, che le parole dei protagonisti stanno disperatamente tentando di coprire.

 

“Mi metto a posto io”, o dell’arte dell’incontro

1

 

René Magritte, Décalcomanie (1966)

 

di Lisa Ginzburg

A distanza di parecchi anni da quando mi ci sono imbattuta la prima volta, continua a risuonarmi nella testa una frase della fotografa Diane Arbus che scrivendo a margine del suo intensissimo lavoro di ritratti di “freaks” di varia sorta, nani, giganti, disabili, senza dimora, nudisti, diceva: “prima di scattare una foto, non cerco mai di mettere a posto loro. Mi metto a posto io”.

L’arte del ritratto, sia  fotografico, pittorico, o in forma scritta, frutto di un incontro e di una conversazione, reso sotto forma magari di intervista – come che sia, “ritratto” come risultato di un’attenzione concentrata a considerare l’Altro e volerlo restituire al meglio  nella forma espressiva che si è scelta, “funziona” e va a segno a proporzione di … di cosa? Secondo quale equilibrio misterioso, quale dosaggio quasi alchemico di me e dell’Altro, posso quell’Altro raccontarlo, farlo emergere, lasciarlo “dire”?

La questione (di fatto, quella del baudleriano “mon semblable, mon frère”), affrontata da fior fiore di letteratura filosofica (da Martin Buber a Lévinas, passando per Lévi Strauss, Susan Sontag e molti altri), in questi tempi di orgiastica auto-esposizione  certo si è complicata. La possibilità di riuscire a descrivere il prossimo, tra i fasti nefasti della grande Fiera della Vanità in cui chi più chi meno boccheggiando tutti galleggiamo, pare farsi più esigua; sembra ridotta, così come ridottissime sono le nostre soglie di curiosità (autentica, e non solo invece pettegola o morbosa) nei confronti delle vite altrui, e diminuito il margine di tolleranza nel senso di sistema autoregolato di sopportazione degli altrui difetti, nevrosi, svarioni, tic.

Ma allora, che ne è del raccontare un Altro? Da poco mi è capitato di leggere il ritratto-omaggio offerto all’amico perduto Gianni Celati da Ermanno Cavazzoni (Storia di un’amicizia, Quodlibet 2026), libro scritto benissimo, e di sicuro sulla scia dei sentimenti i più intimi e affettuosi, ma dove curiosamente non ritrovo il Gianni Celati che se pur molto poco ho avuto la fortuna di conoscere. Rifletto: sarà perché siamo con ognuno un qualcuno diverso? o piuttosto, quel che non ritrovo nella smagliante e anche poetica prosa di Cavazzoni è  l’ “aura” di Celati, la forza immane che si sprigionava dalla sua tenerezza?

Saper vedere l’Altro è saperlo ascoltare, ma anche, il poterlo restituire implica un mettersi in gioco sino in fondo noi. Noi osservatori, intervistatori, narratori, descrittori. Il “mi metto a posto io ” di Diane Arbus anche questo intendeva dire, penso. Mettersi in gioco grazie a un farsi da parte che non è, in un eccesso di tremebonda modestia, voler scomparire, e nemmeno un altezzoso volersi astenere dall’esprimere qualcosa di personale su di sé. Piuttosto, quel “mettersi a posto” è conformarsi alla porzione di spazio occupata dall’Altro.  Incastrare il proprio semi-pieno con quel pieno. In un gioco di equilibri simile a quello tra concavo e convesso, lasciato ogni fasto nefasto di vanità, impavida superbia, falsa modestia o scarsa autostima, trovare il punto medio di un contatto. L’equilibrio dell’arte dell’incontro, che funzioni da partitura alla forma di racconto dell’Altro che si è scelta.

A illuminarmi, da un quadernetto su cui l’avevo copiata non ricordo in che occasione, di sicuro quando ancora la profezia che la riflessione contiene non risuonava con la potenza di adesso, torna una citazione di Peter Handke (Il peso del mondo): “Il mito di Narciso: come se non fosse proprio la lunga e attenta contemplazione della propria immagine allo specchio (e in senso lato: del lavoro compiuto) a darci la forza e la schiettezza per osservare a lungo gli altri, mantenendoci estranei quantunque ci si sprofondi in loro! (Lo sterile narcisismo di moda oggi mi sembra corrisponda semmai a una posizione diametralmente opposta: corrisponde cioè all’estraneo fissare gli altri, con un’isterica partecipazione a priori, senza aver prima analizzato se stessi, partendo anzi dal rinnegamento del proprio io)”.

Forse a dover essere abbandonata è quella “isterica partecipazione a priori”. Il dosaggio, punto medio di ogni interazione, incomincia dall’equilibrio di un conoscersi abbastanza bene da potere insinuarsi e accomodarsi tra le pieghe della personalità  dell’Altro. Finito di leggere il libro di Cavazzoni, la sera ho assistito alla proiezione di un film girato a Roma due giorni prima della fine del lockdown da pandemia di Coronavirus. S’intitola “Tutta mia la città”, lo ha girato il regista Matteo Dell’Angelo (insieme al rapper Danno, da un’idea di Karen Di Porto). Si compone di dialoghi con dei senza tetto, le cui storie di vita da loro stessi narrate rimbombano nel silenzio assordante della città deserta. Colpisce la fiducia con cui questi uomini e donne, nessuno più molto giovane,  sia italiani che stranieri, tutti senza casa, i cuori gonfi di mille sentimenti,  si raccontano davanti alla telecamera, sorridono piangono o ridono davanti agli sguardi (non visibili) di regista e produttrice intervistatori.  La totale assenza di timore nell’aprirsi, come solo può essere quando dall’altra parte c’è qualcuno in ascolto che “si è messo a posto”. Che ha trovato un punto di ascolto non per rispecchiarsi, né per mettersi in mostra, né per nascondersi. Per incontrare, invece.

Da “Sans-gêne”

0

di Nanni Cagnone

 

[Tre estratti da Sans-gêne, La Finestra Editrice, 2022]

 

Non mi va di ridurmi a una cosa sola. Ma in tal caso dovrei dirmi poeta, non potendo provare interamente me stesso se non dichterisch – entro quella terra di nessuno priva d’orientamento, povertà non bisognosa.

Dunque in alcun modo stride, il meditare; ombre specchiate in altre ombre, senza il respiro maggiore, o parole venute dalla veglia, già stanche. Troppa luce, troppe dichiarazioni, che in un mondo mettono discordia, e non avranno pace.

 

Sappiatelo: «altro non scrivo / se non ciò che m’ha raggiunto». Non ho obbligazione alcuna – in me, né doppiezza né risentimenti. Perciò, sotto un cielo tempestoso un cielo stropicciato un cielo, posso parlare aperta-mente, e con naturalezza approvare o disapprovare. Troppi, dissimulatori di sé, vivono ombrosamente.

Tommaso Campanella: «il viver sporca chi per viver finge». D’altronde, la libertà non ha buona reputazione, configurandosi ormai come anarchico rigurgito, vana ribellione, insulto alla sociale probità; innumerevoli, coloro che ambiscono al rango del servitore che farà carriera (patetica illusione, credersi servitori solo in basso). In tal modo, si fa rasura dell’individuo, ci si unisce all’opacità senza rimedio delle masse. L’unica ambizione che sono in grado d’apprezzare è quella di pensare e agire liberamente. Peccato che a molti di noi non s’adattino queste parole di Honoré de Balzac: «Parlez, monsieur, […] je ne suis pas sottement prude, je puis tout écouter».

Alfine ci misura il morire, e nel giorno del ricongiungimento – giorno-universo –, tra l’aver vinto il Nobelpriset e l’essere stati segnalati al Premio Vaginella, scarsa differenza. Invece, una domanda: sono o non sono in pace?

Questi libri intorno, questo pane raffermo. Non c’è solo povertà, in solitudine. Vi si nasconde l’incerto vanto dell’intimità: quella monotona percezione di sé, e assiduo quasi-pensare—interminato mormorío che non porta a nulla. E fuori di sé si cercano appigli—oggetti amichevoli, superstiziosi a volte. Pienezza e vuoto si alternano confondono, e specialmente: da sé non si può uscire, non si può riposare. Solitudine, fortilizio oscuro ove un tacito monologo troppo rumoroso, prepara un vuoto. Non si giudichi malamente chi rinuncia al consorzio dei vivi per deperir da solo, se guardando ampiamente può tener con sé quei mondi possi-bili che la società vieta o trascura, e non misurarsi con manierate usanze, il che fa della solitudine una tacita obiezione al malessere sociale, la mossa difensiva d’uno che verrà detto sociopatico.

Uno scrittore che non sia capace di generosa solitudine, che non si voglia appartato indipendente silenzioso, eppure pronto a congiungersi ai viventi, è destinato a frivolezza: le convenzioni del milieu, e il colportage di recensioni premi pubblicazioni scambi di favori variati riconoscimenti, gli tolgono nutrimento, fanno di lui un servitore di cose estranee, destinato al malanno dell’autocensura.

Non si tratta d’elogiare la solitudine, d’esporne le difficoltà o dubitare del suo valore; si tratta di colmarla, facendo d’una terra inaridita ’erets, terra coltivata. «Anche una rosa / fiorisce da sola.»

*

L’onore delle colline. 2015. Novalis, in Blütenstaub: «Freunde, der Boden ist arm, wir müßen reichlichen Samen|Ausstreun, daß uns doch nur mäßige Erndten gedeihn» (Il terreno è sterile, amici, si dovrà spargere semente | in abbondanza, e certo per noi modesti raccolti).

A vendicare, nel tempo presente, la delusione dei nostri raccolti, un libro d’Angelo Lumelli: Bianco è l’istante.

Mi rivolgo agli ammiratori di Ponge Cioran Jabès, non perché sminuiscano i loro amati ma perché rinuncino a far assegnamento, per una volta, sui benevoli effetti della loro notorietà. Se mi dessero retta, raffronterebbero con coloro il Lumelli di questo libro, che ha l’aspetto della prosa e pur corteggia sfrontatamente la poesía (naturalmente, me ne fotto dei generi; tutte per quei lettori, le mie preoccupazioni).

Suppongo che – qualora le opere dei quattro autori appena evocati di-venissero anonime fra loro timide mani – stenterebbero a giudicare superiori al quarto i primi tre. Superfluo dire che potrà giovarsi di tale giudizio soltanto chi, azzardando indipendenza, si sottragga alle ingiunzioni storiografiche e alle leggende editoriali.

Non intendo affatto far gareggiare Lumelli. Chiedo che si provi a leggere con la dovuta neutralità questo libro aspro scontroso testardo, opera d’un accanito coltivatore di parole—coltivatore diretto, e non allontana-to da un eccesso di letteratura. Di Lumelli si sente anzitutto la ritrosía, poi che s’avvera in lui il disagio e risentimento delle parole, la gelosía del-la lingua. La sua logica – che sarebbe piaciuta all’Alfred Korzybski di «the map is not the territory» – difetta per fortuna di linearità, d’ovvie discordie e somiglianze; muove aggirando o rasentando, tornando sui suoi passi, trascurando le vie a favore di delicati sentieri.

Qui si assiste a una circolazione analogica del senso, e a sue inusitate proporzioni. Scaltrezza d’una nudità senza ornato, d’un rivoltoso acume che rovescia le parole. Si dubita dell’ultima parola proferita, e la si tenta ancora. La sostanza di Lumelli è in un’errabonda fermezza. Egli guarda alle istituzioni letterarie come i Picts dovevano guardare al Vallum Hadriani: una proterva interruzione, un sopruso, un arbitrario osta-colo. Dunque, non c’è edificio alcuno lungo il suo cammino; invece, intatte rovine a cui interrogando si rivolge. Ci sono, neonate-ogni-volta, innocenza e fiducia nel pensare, nella fantasticata terrestrità di chi è fermo a sua terra e intimamente migrante—entro ’adam sedentario, un nomade, in quel ch’è noto colpito e illeso, avventurato e perduto. E con lui, nel suo «viaggio contromano», sempre «la premura dello sguardo».

Angelo è l’onore delle colline, che «nessuna coniugale pianura capirà»; è l’esperienza d’un antico, amoroso sguardo che trova fuori tempo la sua voce. Ora, forse per somigliar d’infanzie, penso al rimbalzar sull’acqua di sassi piatti. Potrebbe piacervi sapere che un certo Russell Byars è riuscito a farlo per cinquantun volte, al Riverfront Park di Franklin, Venango County, Pennsylvania.

Non diversamente da noi, quei sassi – dopo aver sfidato piú volte la bella superficie – dovranno sprofondare. Ma intanto è dulzura la loro ebbrezza, lor festoso sconfitto slancio.

«Ascolta la tua collina | – nessun altro – |che fa crusca e cenere | per altri millenni.» «La tua collina, primizia di tutte le stagioni—no, non la tua collina: la tua devozione.»

 

Quando fai prevalere la mite ingiustizia d’una predilezione, ricorda che altri si commuovono diversamente, e ognuno di noi fa quel che può—nel migliore dei casi, quel che deve.

 

Non c’è alcuna profondità in poesía. C’è, tremenda, l’insonnia della superficie.

 

Inappropriati, i doveri e l’entificata volontà. Si confidi invece nell’aver riguardo, nell’aver voglia.

 

Il vecchio antropocentrismo sottomise, a vantaggio della specie umana, il mondo animale. A loro volta, gli oggetti sono screditati dall’usa-e-getta, da loro voluta precarietà e prematuro pensionamento. Allora, quale relazione con gli animali e le cose? Talora, le corrispondenti predilezioni hanno un esito maniacale (ventitré gatti, sei cani e un cercopiteco nel-la caotica abitazione di Paul Léautaud, o frenetiche forme di collezionismo), ma comunque orrenda l’oppositiva incuria.

*

Cognizione d’Emilio Villa, 1. 1990. Quando un uomo parla d’un altro che non sa più parlare, le sue parole rischiano diventare sacrosante. E allora indebolitele, queste parole, affinché si possa pensare a Emilio Villa in modi che non síano i miei.

La prima volta che lo vidi (1964), abitava in via Oderisi da Gubbio, nel séguito disordinato di Trastevere: una casa a lui non somigliante, elogio condominiale del geometra mediterraneo, noto persecutore dell’Aphrodítē di Mílos. Aveva cinquant’anni, ed io sapevo di lui da pochi mesi sol-tanto. Quel che avevo letto, non faceva per me: disperava ogni lingua, affaticando il senso o fuorviandolo con frequenti calembours. I miei sentimenti erano diversi: del linguaggio, interrogavo più la qualità ieratica che non l’affanno, e pensavo che le avanguardie fossero – dopo tutto – elusive.

Un corpo senza eufemismi. Un vólto disposto a commedie plautine, che s’atteggiava non diversamente da quello del bluesman B.B. King. Non ricordo cosa disse, ricordo che mi parve stranamente animatore; le interminate carte e i libri sciupati e confusi che vedevo, per svegliarsi a-spettavano lui, che andava veniva con facile affetto e distrazione incompleta, ma certo disponendo un luogo intorno a sé.

Lo rividi mesi dopo, quando tornai a vivere a Roma. A quel tempo, abitava con aria sempre transitoria in via Monterone, presso largo Argen-tina. Una casa grande e occupata solo in parte, una casa in cui divagare. Talvolta, ci si vedeva a cena—da lui, da Leoncillo o Agustarello. Con la stessa esuberanza con cui parlava, cucinava cose selvatiche, sature di sapore. Mangiare e bere gli procuravano un tale godimento da far impalli-dire qualsiasi letteratura. Quando – da vecchio annusatore dei Semiti – prese parte alla produzione d’un film di Huston (The Bible: In the Beginning), unico suo vanto al ritorno fu una marmellata di petali di rosa riportata dall’Egitto.

Credo non gl’importasse molto del mondo, se si eccettuano il vino, le donne, gli alberi improvvisi, le pietre parlanti, i bucatini fetenti, la coda alla vaccinara. Parlava con impeto – o rallentando-dissimulando un suo mite sarcasmo – come un romano assimilato; difficile, pensare a lui co-me a un giovane lombardo poveramente invischiato in seminario.

Aveva un’intelligenza sontuosa, capace di chiamar d’ogni dove le cose più disparate – riti arcaici, congetture scientifiche o stridule solennità del momento – e farle gentilmente convergere entro il cratere d’un vulcano, affinché più che altro ruttassero. Sovente rideva, dopo le parole, al modo in cui avrebbero riso i Ciclopi, se ne avessero avuto il baritonale talento.

A quel tempo, dopo aver generato alcune riviste di letteratura e arti visive, in Italia e Brasile, s’applicava a fare una discontinua rivista di poesía, intitolata Ex. Consisteva d’un raccoglitore per grandi fogli ripiegati, dispiegando i quali si aveva l’impressione che il proprio testo venisse ap-plaudito. S’arrangiava a vivere, Emilio—qualche quadro da rivendere, qualche litografia, ottenuti scrivendo presentazioni ad artisti. Non l’ho mai sentito parlare di denaro. Elusivo com’era, non m’ha insegnato niente—niente di definito, per lo meno. D’altronde, noi non si parlava di letteratura, ma di tutt’altro. Non dimentico il modo in cui fece apparire a noi il tempio di Poseidōn a Pæstum, prima d’abbandonarlo, per intervenuta commozione, al ricordo d’un ristorante di pesce in Agropoli. La qualità più impressionante d’Emilio (per me, che in troppi poeti riconoscevo animi stentati) era l’entusiasmo. Non ho incontrato altri che avessero quella sfrenata simpatía per l’esistenza, quella magnifica avida propensione per qualunque cosa. Sapeva meravigliosamente rimescola-re tutto—esser ugualmente felice per Delphói e Honolulu, tradurre Ta-nàkh e Odýsseia e corrispondere con Burroughs Rothko Duchamp, apprezzare i modi beceri delle osteríe e l’elegante stravaganza di Raymond Roussel.

Emilio era insieme onnivoro e immangiabile. Divorava il mondo da lontano, e spesso aveva relazioni oblique. Se posto innanzi a qualcuno – non essendo riuscito a svignarsela –, poteva apparirne incantato, esendo del tutto indifferente. Tale attitudine esonerava ogni forma di coraggio —una vaga affabilità era maschera sufficiente.

“Gaza, la scorta mediatica” di Raffaele Oriani

0

[Ho ricevuto e pubblico volentieri questo intervento. In esso si cita una frase di Raffaele Oriani: “Questo genocidio è ancora muto”. Un’immagine vale mille parole si usa dire. Una bomba fa tacere mille, diecimila parole. E quante bombe sono cadute sui Palestinesi di Gaza, e quanti proiettili ancora continuano a cadere sui Palestinesi in Cisgiordania? Il mutismo del genocidio non lo abbiamo alle spalle, ma di fronte a noi. E ogni parola che i palestinesi non hanno potuto, non sono riusciti a dire, i loro figli e i figli dei loro figli dovranno dire. E questo vale anche per le parole che gli israeliani non hanno voluto dire. I figli dei loro figli dovranno anche loro, alla fine, dirle. E questo vale anche per noi, gli spettatori. Chi non è riuscito a dirle, chi non le ha volute dire, avrà qualcuno che dovrà dirle al suo posto, qualcuno consapevole di doverle dire. a. i.]

di Marco Rizzo

“Quello che è accaduto nel corso di questi ultimi due mesi è per gente della mia generazione terribile. Ma non solo terribile per la guerra guerreggiata, terribile per la velocità incredibile, di cui voi non potete rendervi conto, della velocità incredibile con la quale tutto un intero strato delle nostre menti scriventi e parlanti si è precipitato nel peggio del peggio. […] Quella sorta di orribile livello che è stato raggiunto dalla nostra stampa ci può lasciare soltanto la melanconica soddisfazione di fare degli elenchi di nomi. […] Ebbene voi dovete, noi dobbiamo, col poco fiato che ci resta, ricordare uno dopo l’altro coloro che nella televisione, nei giornali dicono le cose che hanno il coraggio di dire, le bassezze che dicono e che pronunciano in questo momento.” (Franco Fortini, febbraio 1991)

“Un giorno, quando sarà sicuro, quando non ci sarà alcun rischio personale nel chiamare le cose con il loro nome, quando sarà troppo tardi per ritenere qualcuno responsabile, tutti diranno di essere stati contro.” (Omar El Akkad, 25 ottobre 2023)

“Questo è quello che la classe al potere ha deciso che sia normale. Molti di noi amano chiedersi: «Cosa farei se vivessi durante la schiavitù? O l’apartheid? Cosa farei se il mio paese stesse commettendo un genocidio?». La risposta è: lo stai facendo. Proprio in questo istante.” (Aaron Bushnell, febbraio 2024)

Guerra e genocidio. Un binomio che la coscienza europea e occidentale pensava di aver deposto nei libri di storia. Materia di studio (sempre meno, a dire il vero) e di memoria (sempre più ipertroficamente nutrita, con tutti gli effetti collaterali del caso), non più esperienza terribile e presente con cui misurarsi intellettualmente ed eticamente. Poi è arrivato il 7 ottobre 2023. E, soprattutto, tutti i giorni che lo hanno seguito, in cui la bolla di questa cattiva coscienza memoriale è esplosa nel peggiore dei modi. A cosa sostenersi quando tutti i fondamenti di una civiltà finiscono con il precipitare? Come vivere con dignità in paesi i cui governi e i cui media si sono chiaramente schierati dalla parte sbagliata della storia?

Una risposta parziale, imperfetta, limitata quanto si vuole, ma umile, vera e reale, è la scelta di farsi da parte. Disertare il posto che si occupa, o il ruolo che si occupa. E farlo quando è più difficile farlo, addirittura quando si corre il rischio di essere i soli a farlo. Gaza, la scorta, mediatica (People, 2024) di Raffaele Oriani è appunto il documento esplicativo di una diserzione personale, una testimonianza morale dei nostri giorni. Ma è anche (e per questo vale la pena leggerlo) una disamina di tutte le colpevoli omissioni, del perenne doppio standard e del più retrivo orientalismo che hanno contraddistinto la quasi totalità del giornalismo in Italia, responsabile di aver sistematicamente oscurato e minimizzato, malgrado l’evidenza di prove, la realtà della carneficina che l’esercito israeliano aveva scatenato su Gaza fin dall’ottobre 2023. Per protestare contro il muro di silenzio e di complicità con l’enormità intollerabile che stava accadendo, nei primi giorni del gennaio 2024 l’autore dà le dimissioni dal giornale per cui scriveva, il Venerdì di Repubblica. “Mi sono chiesto se il lavoro che stavo facendo lì fosse il posto giusto dove trovarsi quando tutto crolla” (p. 9). Nessun eroismo in questo; e del resto sono da considerarsi sventurati i paesi che hanno bisogno di eroi, si pensava una volta. Ma di “piccoli maestri”, di semplici “giusti” abbiamo ancora bisogno e Raffale Oriani ha saputo essere uno di loro nel momento in cui era necessario. Vale la pena di riportare integralmente le sue parole di allora, poiché poche volte capita di leggere parole di limpidezza etica che accompagnano un gesto di coraggio:

“Care colleghe e colleghi ci tengo a farvi sapere che a malincuore interrompo la mia collaborazione con il Venerdì. Collaboro con il newsmagazine di Repubblica ormai da dodici anni ed è sempre un grande onore vedere i propri articoli pubblicati su questo splendido settimanale. Eppure chiudo qua, perché la strage in corso a Gaza è accompagnata dall’incredibile reticenza di gran parte della stampa europea, compresa Repubblica (oggi due famiglie massacrate in ultima riga a pagina 15). Sono 90 giorni che non capisco. Muoiono e vengono mutilate migliaia di persone, travolte da una piena di violenza che ci vuole pigrizia a chiamare guerra. Penso che raramente si sia vista una cosa del genere, così, sotto gli occhi di tutti. E penso che tutto questo non abbia nulla a che fare con Israele, né con la Palestina, né con la geopolitica, ma solo con i limiti della nostra tenuta etica. Magari fra decenni, ma in tanti, si domanderanno dove eravamo, cosa facevamo, cosa pensavamo mentre decine di migliaia di persone finivano sotto le macerie. Quanto accaduto il 7 ottobre è la vergogna di Hamas, quanto avviene dall’8 ottobre è la vergogna di noi tutti. Questo massacro ha una scorta mediatica che lo rende possibile. Questa scorta siamo noi. Non avendo alcuna possibilità di cambiare le cose, con colpevole ritardo mi chiamo fuori.”

Eloquente il silenzio di Repubblica e del resto della stampa su questa lettera di addio di un collaboratore. Poteva anche finire qui. E invece, inaspettatamente, pubblicate da altri (l’autore non aveva a quell’epoca propri profili social) e poi ampiamente ricondivise, le parole di Oriani hanno una risonanza enorme sulla Rete. È il primo segno di una disconnessione profonda tra il complesso politico-mediatico compattamente schierato con il “diritto di Israele a difendersi” e un’opinione pubblica già turbata e inquieta di fronte all’orrore del primo genocidio trasmesso e documentato in diretta[1]. “È una montagna di polvere che esce finalmente dal tappeto” (p.15). Il libro di Oriani nasce da qui, da un’impotenza ad agire che si trasforma nel dovere di manifestare un dissenso, attraverso l’osservazione e la descrizione della copertura mediatica offerta dalla stampa italiana alla distruzione di Gaza e del popolo palestinese. Copertura mediatica che, con poche eccezioni, ha minimizzato la bancarotta morale e politica di gran parte dei governi europei. Un colossale rovesciamento dei compiti etici e civili di un giornalismo inteso come cane da guardia verso il potere e non come ufficio stampa della versione ufficiale. La “scorta mediatica” che dà il titolo al libro ha finito per scortare i criminali di guerra invece che le loro vittime. Non è solo un fenomeno italiano, nota tristemente Oriani. Ma la realtà di cui siamo più direttamente responsabili è sempre quella a noi più vicina ed è pertanto ad essa che l’autore rivolge prevalentemente la sua attenzione.

Nonostante le sincere professioni di modestia, quello di Oriani è un prezioso strumento di critica del giornalismo, un’indagine delle modalità con cui il linguaggio può nascondere o sviare dalla verità. E dunque, per antitesi, un documento sull’eticità e la responsabilità connessa all’uso delle parole, da leggere e usare come strumento didattico anche nelle scuole. L’uso edulcorante e smaccatamente parziale del lessico è la prima e più evidente spia di un rifiuto di chiamare i fenomeni con il loro nome. Su ciò il giornalista si sofferma a più riprese, commentando dolentemente cronache, editoriali e interviste apparse in quei mesi sulla grande stampa. A titolo di esempio, leggiamo:

“Il 16 febbraio 2024 un editoriale di Barbara Stefanelli, direttrice di 7, il settimanale del Corriere della Sera, viene presentato in sommario così:

‘Dopo la strage del Supernova Music Festival e il dramma della popolazione di Gaza, non resta che aspettare che la metastasi di quanto è accaduto e sta accadendo possano essere fermate.’

Gli israeliani hanno subito una strage, i palestinesi vivono un dramma: da una parte c’è una chiara intenzionalità criminale che impone di individuare, punire, liquidare i colpevoli; dall’altra, un dramma che non può che consumarsi fino a quando arriveranno tempi migliori. Tutto questo avviene mentre il macabro conteggio delle vittime riporta 1.400 morti israeliani e oltre 30.000 palestinesi. […] Qualche settimana dopo, un altro editoriale del Corriere della Sera metterà in sequenza lo «scempio inumano di Hamas», la «carneficina di Putin in Ucraina» e le «operazioni a Gaza di Netanyahu» (corsivi dell’autore). Non è esagerato dire che sono state le bombe a sterminare la popolazione di Gaza, ma è stato soprattutto il linguaggio a impedire che risuonasse forte, chiaro e assordante l’allarme che avrebbe potuto fermarle.” (pp. 22-23)

La sequela di sospensioni del senso di umanità e della tenuta etica documentata da Oriani atterrisce per la sua estensione e gravità. A disposizione di chi vorrà fare i conti con la storia c’è tutto un archivio da interrogare per capire come è accaduto ciò che è accaduto (e dunque, forse e con meno sicurezze di ieri, capire come far sì che esso non si ripeta). Un compito carico di inquietudini e di interrogativi che l’autore formula con lucidità: “Sarebbero morti in così tanti sotto le macerie, se sin dall’inizio i responsabili fossero stati chiamati a risponderne? Che regole di guerra avrebbe adottato l’esercito israeliano per non essere accusato di condotta criminale dai media del mondo libero? Tanta acquiescenza ha sicuramente avuto un tragico impatto sul terreno.” (p. 28) e ancora: “A inizio gennaio, quando me ne vado dal giornale, tra tante pacche sulle spalle mi colpisce un’obiezione radicale: «Sbagli, sottovaluti il 7 ottobre.» […] Il sottotesto dell’obiezione evidentemente è che le vittime di un assalto del genere vanno onorate, e che non c’è onore senza vendetta. Ma se è così, come si onoreranno le vittime di questi mesi?” (p. 68); e da ultimo, chiamando in causa le nostre macerie morali: “chissà che ne faremo noi, di tutti i cantori del sangue che abbiamo ospitato nei nostri giornali e nelle nostre televisioni. Questo genocidio è ancora muto, quando comincerà a parlare in tanti si troveranno confusi davanti allo specchio.” (p. 122)

Semplificando, potremmo ripartire il peggio offerto dalla nostra stampa in due macro-categorie: distorsione e spostamento delle responsabilità (nel campo palestinese) da un lato, omissione di racconto e minimizzazione della violenza (da parte israeliana) dall’altro. Il numero di prese di posizioni trasudanti razzismo inconsapevole e amnesie del proprio passato coloniale da cui siamo stati sommersi appare sempre più lampante col passare dei giorni (e al precipitare della storia presente verso scenari di violenza inimmaginabili fino a qualche anno fa). La razionalizzazione geopolitica è stata, da questo punto di vista, uno dei più efficaci e aberranti diversivi atti a giustificare il genocidio in corso. È in virtù di essa che il 2 marzo 2024, quando il cumulo di vite palestinesi annientate ha già superato il numero di 30.000, Ernesto Galli della Loggia può però ancora affermare senza alcuna crisi di coscienza che la priorità rimane “garantire la sicurezza assoluta di Israele.” Osserva Oriani: “Nessuno avvierebbe un’analisi del genocidio di Srebrenica, dove 8mila musulmani furono trucidati dalle milizie serbe di Ratko Mladic, parlando delle esigenze geopolitiche del popolo serbo. E invece ora accade.” (p. 48). E continuerà ad accadere a lungo anche nei mesi successivi. “Senza mai disturbare il carnefice”, come annota l’autore con disturbante sintesi. Più il cumulo di distruzione, morte e sofferenza inflitte ai palestinesi aumenta, più la nostra stampa sposta ossessivamente l’accento sul pericolo di un risorgente antisemitismo, guarda con sospetto e aria di pronta scomunica chiunque si interroghi sulla necessità di giungere a un cessate il fuoco. Viene meno cosi persino ai più elementari principi deontologici quali la critica delle fonti[2] o la difesa del diritto di informazione (e della vita) dei giornalisti in contesti di guerra:

“Quando il corrispondente di Repubblica Sami al Ajrami denuncia l’arresto da parte israeliana di una troupe di Al Jazeera scrivendo che «Israele vuole mettere a tacere la stampa in modo che nessuno conosca cosa si nasconde dietro le loro operazioni», il suo giornale titola l’articolo «Stretti tra i combattimenti e il rischio di finire in manette. La solitudine dei giornalisti». Nessun giudizio, mai. Il passaggio da «Israele vuole mettere a tacere la stampa» a «La solitudine dei giornalisti» misura tutta la distanza che corre tra chi fa da scorta mediatica ai giornalisti e chi all’esercito che li ammanetta e massacra.” (p. 50)

Vi è poi, se possibile ancora più sconvolgente, una duplice omissione: quella delle voci ebraiche che denunciarono fin da subito l’aberrazione che il mondo occidentale e la sua stampa stavano assecondando; e quella delle incredibili, immorali, sfrenate (genocidiarie?) dichiarazioni di ministri, parlamentari, alti ufficiali dell’esercito israeliano. Mentre in Italia la parola “genocidio” subisce un vero e proprio ostracismo dal dibattito, e si bolla obliquamente o apertamente di antisemitismo chi la avanza anche solo in termini di rischio potenziale di fronte alla rappresaglia militare indiscriminata contro la popolazione civile[3], con ben maggiore lucidità diversi storici ebraici, israeliani (Raz Segal, Omer Bartov) o statunitensi (Barry Trachtenberg) guardano con allarme a una serie di segnali: la spettacolarizzazione della distruzione di Gaza da parte dei soldati israeliani da loro stessi immortalata ed esibita con compiaciuto sadismo in centinaia di video e pubblicazioni sui propri profili social; l’isolamento drammatico delle voci ebraiche che si oppongono alla deriva razzista e suprematista della società israeliana, incapace di elaborare il trauma del 7 ottobre; il crescendo di ferocia disumanizzante e di disprezzo assoluto per le vite dei civili palestinesi che prende sempre più piede ai vertici del governo, dell’esercito e di quasi tutto lo spettro politico israeliano. A titolo di esempio, e qui volutamente disposte in ordine cronologico, Oriani riporta le seguenti:

“Non c’è nessuna equivalenza tra bambini ebrei e bambini palestinesi. […] I bambini di Gaza se la sono cercata!” (Meirav Ben Ari, parlamentare dell’“opposizione”, 17 ottobre 2023)

“La comunità internazionale ci mette in guardia da un disastro umanitario a Gaza e dallo scoppio di gravi epidemie. Non dobbiamo farci intimidire. Lo scoppio di gravi epidemie nel Sud della Striscia ci avvicinerebbe alla vittoria e ridurrebbe le perdite tra i nostri soldati.” (Giora Eiland, ex generale ed ex Capo del Consiglio di Sicurezza nazionale, 19 novembre 2023)

“Sono personalmente orgogliosa delle rovine di Gaza. Orgogliosa che i bambini palestinesi di oggi si ricorderanno di cosa siamo capaci noi ebrei.” (May Golan, Ministra delle Pari Opportunità, 21 febbraio 2024)

Possiamo fermarci qui. Il testo di Oriani, letto a due anni dalla sua uscita, sapendo che il genocidio è continuato, a un certo punto ha solo rallentato di intensità e forse è destinato a riprendere in piena regola già nelle prossime settimane o mesi (con differenti mezzi o forse persino con gli stessi), solleva almeno due ordini di problemi. Il primo è come far uso di questo campionario per identificare la spazzatura informativa, le falsità deliberate o anche solo le narrazioni celatamente orientate che ci sono state offerte sugli stessi giornali, dalle stesse firme, prima, durante e dopo Gaza, a proposito di altri contesti di guerra. Il caso più evidente, e onestamente indicato da Oriani, è la sperequazione di trattamento che i nostri media hanno riservato al conflitto russo-ucraino e al genocidio israeliano a Gaza[4]. Alla luce di quali nuove domande dovremmo riesaminare i 4 anni trascorsi dal precipitare di quella guerra? Quali le narrazioni di cui dovremmo sospettare o persino da abbandonare perché incongruenti, asimmetriche, grossolanamente dopate da intenti propagandistici? Come ricostruire le condizioni di uno sguardo e di un ragionamento capace di non farsi irreggimentare in un orizzonte di guerra per difendere la civiltà che ha permesso, coperto, alimentato il genocidio palestinese, e che ancora si guarda bene dal chiamare a risponderne gli esecutori materiali? Domande che sorgono naturali e urgenti, che ci chiamano a nuove diserzioni.

Il secondo problema è che il giornalismo italiano ha semplicemente rimosso l’esigenza di una messa in discussione radicale di se stesso e delle proprie responsabilità per quanto è avvenuto dopo il 7 ottobre 2023. Così non è stato, invece, per il mondo della scuola, dell’università, della sanità e del volontariato, realtà che sono state realmente scosse dall’onda d’urto del genocidio e che hanno suscitato alla fine dissensi, fratture, manifestazioni di protesta collettiva, fino all’esplosione redentrice nel movimento “Blocchiamo tutto” a settembre / ottobre 2025. Niente di simile si è dato per la maggior parte dei collaboratori della stampa e delle tv mainstream. Nessuna trasmissione, nessuna home page si è mai oscurata, nessuno sciopero è stato fatto per interrompere la fabbrica del falso. O anche solo per ricordare i nomi dei 250 giornalisti uccisi in questo “conflitto”. Il gesto di diserzione di Oriani, tanto coraggioso nella sua umile semplicità per il momento in cui è stato assunto, è rimasto sostanzialmente ignorato. Quanti giornalisti possono dire di aver letto questo libro, quanti si sono offerti di presentarlo, ne hanno fatto uno strumento di autocritica e di polemica all’interno delle proprie redazioni? Difficile dare una risposta ma, dal di fuori, si fatica a immaginare che sia positiva.

“La carta stampata è l’arma più potente nell’arsenale del moderno comandante” annotava un secolo fa Lawrence d’Arabia nel suo La guerriglia nel deserto. Se ciò è vero anche oggi, la puntuale disamina di Oriani ci mostra inoppugnabilmente come, durante il genocidio degli abitanti di Gaza, ampia parte dei collaboratori della stampa e delle tv mainstream ha chiaramente scelto quali padroni servire, quali vittime far sparire. Se non altro, la lettera di dimissioni dell’autore a inizio 2024 gli ha risparmiato di assistere alla liquidazione del gruppo Gedi che si sta consumando in questi ultimi mesi. L’ennesimo naufragio della classe imprenditoriale il cui prezzo sarà ancora una volta pagato dai lavoratori. È però inevitabile chiedersi, dopo la lettura di questo libro, quanti siano i giornalisti rimasti in quelle redazioni, quanti invece i vigilanti e i cuochi della versione e della narrazione ufficiale da reimpiegare altrimenti per la prossima guerra. O persino per il prossimo genocidio.

 

 

 

NOTE

[1] Questa triste realtà, è opportuno ricordarlo, non è solo un giudizio storico, ma è anche stata messa agli atti della causa intentata contro Israele da parte del Sudafrica presso il Tribunale Penale Internazionale de L’Aja, come dichiarato dall’avvocatessa irlandese Blinne Nì Ghrálaigh: “Questo è il primo genocidio della storia che vede le vittime trasmettere in diretta la propria distruzione nella disperata, e finora vana, speranza che il mondo possa intervenire.” (cit. p. 27)

[2] Emblematica la mancanza di inchiesta inizialmente, ma soprattutto la mancata rettifica successiva in merito alla (per fortuna) falsa notizia delle decine di bambini decapitati da Hamas nel quadro della strage del 7 ottobre.

[3] Cfr. Luigi Daniele, giurista italiano presso l’università di Nottingham: “Questa condotta bellica rivela la volontà di interpretare l’intera popolazione come un’infrastruttura terroristica.” (cit. a pag. 53)

[4] “L’invasione russa dell’Ucraina e la guerra che ne è seguita hanno prodotto da subito una solida, fin troppo unilaterale narrazione. I grandi giornali italiani hanno mobilitato tutte le armi del proprio arsenale comunicativo: titolazione ad effetto, grandi fotonotizie, cronache dal fronte, testimonianze drammatiche, interviste militanti, aggettivazione pesante, appellativi marcati. […] Attorno all’invasione dell’Ucraina si è costruita da subito una narrazione a fortissima impronta etica […]. È stata un’opera avvolgente che ha posizionato giornali e giornalisti non come osservatori e narratori degli eventi ma come parti in causa, avanguardie del campo della libertà contro la tirannia, del bene contro il male, dell’aggredito contro l’aggressore, del diritto europeo contro l’arbitrio asiatico.

È tanto più sorprendente notare come di fronte allo sterminio dei palestinesi di Gaza, a una mattanza di bambini che solo nei primi cento giorni ha superato di quaranta volte quella ucraina, quest’arsenale comunicativo sia rimasto completamente inutilizzato. Poca cronaca e nessuna narrazione, per Gaza. Una volta alla settimana i principi degli editoriali fanno le pulci a chi critica Israele, ricordano i pericoli dell’antisemitismo, aggiustano il tiro sull’uso della parola “genocidio” o azzardano improbabili scenari geopolitici che ipotizzano la fondazione di mitologici due Stati. Il tutto tenendosi sempre a breve distanza dalla realtà dei massacri.” (pp. 45-47)

Les nouveaux réalistes: Federica Sargolini

0

Il segnalibro
di
Federica Sargolini

“Professoressa, mi dica la verità: mio figlio disturba la lezione?” mi fa un giorno la madre di Elio, ai colloqui generali con gli insegnanti.
“Ma no, assolutamente. Anzi…” Difficile trovare le parole per rapportarsi ai genitori degli alunni, a volte. Bisogna dire la verità senza essere troppo duri. Quello che le vorrei rispondere è: “No che non disturba. Magari lo facesse! Sarebbe almeno un po’ più presente”. Ma ovviamente non le dico questo. Le dico semplicemente che è necessario stimolarlo in modo frequente nella partecipazione e nell’impegno scolastico. A dirlo così sembra tutto molto chiaro. Poi arriva il mattino dopo.
Sono poche le cose che mi toccano. Non mi accorgo quasi mai quando Elio arriva in classe, tanto è invisibile. Butta lo zaino ai piedi della sedia come ci si libera da un oggetto ingombrante, ma non lo fa con sdegno o con aria provocatoria; lo fa più che altro per stanchezza. Poi si siede con le spalle chiuse in avanti, come se stesse sempre proteggendo qualcosa di invisibile. Molte volte l’ho sorpreso a guardare fuori dalla finestra, mentre rigira la penna tra le mani grosse e impacciate, che non sanno bene dove stare. Cosa guardi, là fuori? Non segue nulla di preciso con lo sguardo. Sembra vivere di cose che non si possono toccare, abita strade dove non passa mai nessuno, dove i desideri sono impossibili da vedere.

C’è sempre un rimbombo strano nelle aule. O, almeno, nelle scuole che ho frequentato io come insegnante, ma forse anche quelle di quando ero alunna. Bisogna parlare con un tono di voce un po’ più alto del solito. Presto attenzione al suono della mia voce cercando di parlare forte e chiaro, perché tutti mi sentano; poi mi accorgo che sto parlando troppo. Dovrei lasciare più spazio a loro. A volte mi metto nei loro panni, a come potrebbero sentirsi a trascorrere ore ad ascoltare i contrasti tra Gregorio VII ed Enrico IV nella lotta per le investiture dell’XI secolo, alcuni di loro appoggiati distrattamente sulle pareti incrostate dei muri, come chi una volta cercava sostegno tra le mura delle abbazie, così forti da sostenere grossi pesi, resistere agli urti, durare.
Quando giro tra i banchi durante le verifiche, sul banco di Elio trovo sempre una penna masticata, senza cappuccio, e il foglio quasi sempre bianco. A volte se la gira tra le dita, finché non gli cade. Se ne sta lì a guardare quel vuoto, immerso nella sua felpa marrone, che non si toglie mai, nemmeno quando fa caldo.
“Non hai ancora scritto niente? È tardi, cerca di raccogliere le idee. Prova a fare una scaletta delle cose da dire”. Gli altri sono sempre pronti; lui non lo è mai. Anche il suo sguardo arriva sempre in ritardo, qualche secondo dopo quello degli altri.
La collega di matematica dice di lui che raramente finisce il compito. Mi racconta che nell’ultima verifica ha svolto un esercizio su dieci. “Quello più difficile”, aggiunge. “Quello che in pochissimi, in classe, sono riusciti a fare. Poi ha consegnato. Poteva chiedermi del tempo in più, glielo avrei dato. Ma lui niente”. Mentre parla, la collega assume un’aria di commiserazione, come una che si è arresa. Ci siamo arresi un po’ tutti, con lui, anche se non lo ammettiamo. Ne abbiamo altri venticinque in classe, non c’è modo né tempo di fermarsi a ragionare su un’unica persona. E poi, c’è da dirlo, Elio alla fine dell’anno recupera sempre, in un modo o nell’altro. Non è il profitto il problema; è quel suo stare in classe come si sta in un paese straniero, e tuttavia starci in modo naturale. Ad interrogarlo, sembra quasi di disturbarlo. E tuttavia, nessuno si chiede mai a cosa pensi. Forse perché in tanti sono sicuri che non pensi a nulla.

In classe parlo di Gutenberg e dell’invenzione della stampa a caratteri mobili. Dico che da quel momento il sapere ha cominciato a circolare più in fretta, che i libri hanno iniziato a passare di mano in mano. Mentre mi muovo tra la democratizzazione del sapere e la nascita dell’industria editoriale, le parole mi arrivano addosso come se non fossero più del tutto mie, come se le ascoltassi a distanza e mi sentissi parlare da lontano. Sono immerse nei soliti rumori di fondo: una sedia che si sposta, qualcuno che tossisce, voci che vengono dal corridoio. Gesti ripetitivi e consueti liberano la mente, che si è già svicolata dalle occorrenze desolanti ed è partita a fantasticare su mille desideri e progetti, quelli che arrivano in una giornata di sole qualunque, carica di speranze, mentre tu sei affaccendato nelle incombenze quotidiane. Mi vengono in mente i libri lasciati a metà, quelli messi da parte per dopo con un segnalibro a rimarcare che tutto è sempre in cammino e ancora tanto può essere compiuto. Vorrei chiudere il libro di testo e dire qualcosa che non c’entra con il programma, ma non lo faccio. Resto dove sono, con il libro aperto davanti.
“Non c’è più tempo, prof”. Una voce viene dal fondo dell’aula, è quella di Elio. Sento alcuni alunni che ridacchiano piano, un altro che guarda l’orologio. Vorrei chiedergli a cosa si riferisca: cosa vuol dire che non c’è più tempo? Stai parlando della lezione? Cosa intendi esattamente? Parla, una buona volta, non tenerti tutto dentro! Ma non faccio in tempo a pronunciare queste parole, la voce mi muore in gola, annegata in un profondo vortice in mezzo ad un lago di malinconie. E porta con sé centinaia di libri ancora con il segnalibro in mezzo, milioni di orologi che ho lasciato incustoditi mentre restavo ipnotizzata dalla vita, che sembrava passarmi accanto mentre io ero troppo occupata a guardarla per poterla anche vivere. Tutti i sogni nel cassetto, i progetti ancora da realizzare: Elio sta parlando di me, ne sono sicura, anche se lui non se ne rende conto.

“Come vi dicevo, ragazzi…”. Frugo tra le pagine del libro a cercare qualcosa di diverso, magari un testo particolare da leggere, ma non trovo più niente che valga la pena argomentare in questo momento. Giro velocemente alcuni fogli, ora riprenderò il segno, ne sono sicura. I ragazzi mi guardano come se dovessero farmi cento domande. Parlate, dunque! Ma solo una ragazza alza la mano, ed è per chiedere di andare in bagno. Elio è sempre lì, che ha ripreso, come se niente fosse, a guardare fuori dalla finestra, seguendo quel filo invisibile che lo porta sempre altrove. Suona la campanella che annuncia la fine della lezione, è già il momento della ricreazione e gli alunni non vogliono aspettare oltre, vogliono uscire. Io invece resto in classe, mi avvicino alla finestra mentre sento le loro voci allontanarsi. Mi appoggio al davanzale e resto lì ferma, incapace di qualunque movimento, come una statua che aspetta solo che gli si depositi addosso la polvere dell’aria, senza la forza di soffiarla via. Forse parlava dell’ora. O forse no.

AzioneAtzeni – Discanto Trentesimo: Barbara Sessini

2

Testo e voce: Barbara Sessini
Musiche: Chiara Effe

AzioneAtzeni – Discanto Trentesimo: Barbara Sessini

 

Discanto XXX

 

Questo uomo di legno, muto, che mi sta a fianco, se non fosse così come è, se fosse diverso, forse parlerebbe.
Invece non parla.
Primo: perché è di legno e non si è mai sentito di un uomo di legno che abbia parlato. […]
Secondo: perché lo scultore l’ha scolpito con la bocca chiusa […]
Terzo: perché non si capisce che cosa mai potrebbe voler dire una statua di legno che da anni e anni sta ininterrottamente sempre ferma in questo stesso posto, e non ha mai viaggiato o vissuto alcuna esperienza degna di essere narrata […].
Questa terza osservazione, in verità, è suscettibile di contraddizione: si potrebbe infatti osservare, che qualunque punto di vista, per quanto limitato, marginale, esterno, dalla più eccentrica periferia dell’impero, è pur sempre un punto di vista, e come tale merita di essere narrato […].

dal racconto ‘Caro Leonardo Sole’ di Sergio Atzeni, in I sogni della città bianca

 

Quella sedia
di
Barbara Sessini

 

Guardate quella sedia. Quella sulla terra battuta, sotto il cielo stellato, col maestrale che le passa tra le gambe. Ci è seduta una donna di quarant’anni, secca secca, con le mani tutte graffi posate in grembo. Anche la sedia è scheggiata e una delle gambe è di un legno diverso.
Quella sedia, se vedesse e parlasse, potrebbe dirvi la vita, la morte, la guerra, persino l’avventura, perché le sono arrivate addosso. E se sentisse, saprebbe dirvi anche ciò che capitò ad altri in passato.
Eppure questa sedia è stata spostata solo per una decina di metri. Costruita in cortile da un giovane felice di diventare padre, per anni è stata solo in una cucina. Lì ha scoperto il calore: quello del braciere e quello del corpo di una donna, che la prima volta si era adagiata su di lei con cautela, prima solo con le mani, poi con tutto il corpo e il suo piccolo peso scalciante nella pancia.
La sedia potrebbe raccontarvi di quando l’uomo ci si era seduto per la prima volta. Il braciere era stato portato via e lui tremava per il freddo e per le grida della donna nella stanza accanto. Poi arrivò un pianto infantile. Una vecchia sulla soglia, con un fagotto in braccio, disse timorosa: “Est femina”. Lui invece sembrò pesare di meno, per tutta l’aria che tirò fuori dai polmoni, e disse che almeno lei non sarebbe andata in guerra. Era il 1915. Prese in braccio sua figlia e le cantò la stessa canzone che avevano cantato a lui, in quella stessa casa.

Nararat s’omini longu longu:
“Cumenti est beru chi a fustei d’istimu
est beru chi su mundu podet essere chenz’e famini.
Abettamì, apu a torrai po ti coiai”.
E nararat sa genti mala mala:
“Est faba chi su mundu podet essere chenz’e famini,
duncas est faba puru chi t’istimat,
est faba puru chi ti boit coiai”.

(Diceva l’uomo alto alto: / “Come è vero che io vi amo, / è vero che il mondo può essere senza fame. / Aspettami, tornerò per sposarti”. / E diceva la gente maligna maligna: / “È una bugia che il mondo può essere senza fame, / dunque è una bugia anche che ti ama, / è una bugia anche che ti vuole sposare”)

Ora che sono passati quarant’anni la sedia potrebbe dire che la prima guerra fu più odore di paura che di cibo e una madre seduta sempre rivolta verso la porta, pronta a correre incontro a un uomo che non tornò mai più.
La figlia crebbe a dispetto della fame. Sin da quando si era messa in piedi appendendosi alla sua seduta, per poi far cadere entrambe, era irrequieta, sempre digiuna di cose da mangiare e da vivere. Divenne di nuovo orfana e poi donna sedendosi poche volte e quando lo faceva prendeva sonno e le narici suonavano come un grugnito. Si svegliava tormentata, diceva, dal sogno di una donna che aspettava l’amato. Solo d’estate si sedeva un po’ più spesso, specie quando portava la sedia fuori, dove è adesso: con altre due sedie e altre due donne, su una strada sterrata su cui si affacciano case di paglia e fango.
Se però immaginiamo che questa sedia possa raccontare, dobbiamo pensare a un accesso al mondo a lei proprio. Il legno, si sa, ha un rapporto privilegiato col suono. Ogni vibrazione può passarlo da parte a parte. Tutto questo potrebbe provocarle, se non piacere, di sicuro un certo solletico. Parole lanciate da una donna alle altre la attraversano e possono far esplodere chi le siede sopra: qualche volta in pianto, altre in rabbia, ma più spesso in una risata che fa sussultare, abbandonare i pensieri e le braccia.
Questa sera, invece, l’ordine si inverte. Non sono le parole a far rizzare la schiena di lei verso l’alto ma passi inusuali. Il mormorio si spegne e anche le altre due donne si voltano a osservare un uomo che si avvicina, alto alto, come quello della canzone.

Nararat sa fémina langia langia:
“Ar’a torrai po mi coiai”.
Nararat sa genti mala mala:
“La chi no ar’a torrai”.
E sa fémina langia langia
papara isceti pani e fueddus,
is fueddus de issu
chi arrinexia a regordai.

(Diceva la donna secca secca:/ “Tornerà per sposarmi” / Diceva la gente maligna maligna:/ “Guarda che non tornerà”. / E la donna magra magra/ mangiava solo pane e parole / le parole di lui/ che riusciva a ricordare.).

“Parriri unu terrammannesu, unu continentali” dice una delle due donne e indica la testa. L’uomo è senza capelli e la pelle è bruciata da poco: non è di qui. Lui, con occhi cerchiati dal tormento, guarda le tre donne. Dice il proprio nome e cognome come un’affermazione e quello della donna più giovane come una domanda. Lei risponde alzandosi e lui chiede ancora: “Posso parlarvi da solo?”. Per il tempo di un segno della croce si muove solo il vento, finché lei solleva la sedia per lo schienale ed entra in casa con lui lasciandosi alle spalle un mormorio di disappunto. Il legno non ha mai assorbito tanto sudore dalle mani della donna, non le ha mai graffiato tanto le gambe.
Lei poggia la sedia e indica all’uomo di sedersi al tavolo nell’angolo più lontano dalla porta. Lui mette in dentro la pancia per passare.
“Qui ha fatto sedere il tedesco?”. La voce è divertita.
“E chi ve l’ha detto?” La donna parla italiano come indosserebbe un capo troppo grande, il disagio le rende la voce lenta e alta. Quasi grida.
“Tutti! È una storia vera?”. “È vera”, dice. “Sì, era lì”.
La sedia avrebbe potuto confermare. Anzi, se vogliamo capire non “cosa mai potrebbe raccontare” una sedia, ma “cosa mai potrebbe voler dire”, allora la sedia, del tedesco, avrebbe proprio voluto parlare.
Era entrato fino in cucina senza bussare, poi aveva detto “fame”. All’urlo di lei aveva indicato la pentola che bolliva con acqua, aglio e olio. “Io solo fame”. Poi aveva riso, una risata brutta. Lei aveva servito nell’angolo la minestra bollente. “Tu bella donna” aveva detto il tedesco sfiorandole il polso. Se le avesse guardato gli occhi, invece che il seno, avrebbe visto che erano come quei tizzoni schizzati via dal braciere che lei rimetteva a posto a mani nude. Quando lui aveva avvicinato la faccia al piatto, lei aveva raccolto tutte le sue forze e ribaltato il tavolo. Il tedesco aveva urlato, con la minestra bollente negli occhi che colava fino ai pantaloni. Lei, così, riuscì a fuggire.
Solo la sedia è testimone della furia dell’uomo, finché fu presa dal tedesco e scaraventata contro il muro. Era ricaduta con una gamba spezzata. Mentre giaceva nella casa vuota, avrebbe voluto dire al padre della donna: “Vostra figlia non è andata al fronte, ma il fronte le è arrivato a casa”. Era però un mondo in cui certe sedie, se aggiustate, vivevano più di certi uomini.
Il destino di sopravvivere ai loro padroni è comune a molti oggetti. Ad esempio, il continentale seduto ora al posto del tedesco ha tirato fuori dal taschino della camicia una busta da lettera e un foglio di carta che erano al mondo da prima di lui.
“Che cos’è? E perché mi avete cercato se io non vi conosco?”
“Perché ho trovato una lettera indirizzata a una donna che si chiamava come voi e che abitava qui. Ho chiesto in giro, dovrebbe essere la zia di vostro padre. Ha mai sentito parlare di lei? È morta giovane, aspettava un uomo”.
Lei, ancora in piedi, aveva canticchiato:

Ierru e beranu, istadi e attóngiu,
non torràra s’omini longu longu
e sa femina langia langia
papara iscetti is fueddus de issu
chi arrinexia a regordai.
Nararat sa genti mala mala:
“Funt fabas! Funt fabas!”
e aicci d’anti avvelenara.

(Inverno e primavera, estate e autunno/ l’uomo alto alto non tornava / e la donna secca secca/ mangiava solo le parole di lui/ che riusciva a ricordare./ Diceva la gente maligna maligna: “Sono bugie! Sono bugie!” /e così l’hanno avvelenata).

“Cosa vuol dire?” chiede lui.
“Me la cantava mia madre: è la storia di una donna che muore aspettando l’uomo amato. Credevo fosse inventata, però. Chi mi dice che è vera?”.
“Ve lo dice questa lettera. L’ha scritta lo zio di mio padre, l’uomo che non è mai tornato. È solo uno sfogo, lei era già morta. Per questo l’aveva in casa. Mio padre l’ha conservata e ora è arrivata a me”.
Lei guardò il foglio. Era scritto in italiano. Nella busta c’era il nome e il cognome uguale al suo e il suo paese e come raggiungere la sua casa.
“Leggete voi”.
Lui si schiarisce la voce.
“O mia amatissima, so che mi avete atteso fino alla morte. Forse vi hanno detto che non vi amavo, o peggio ancora che ho ucciso un uomo. Non è vero. L’ho solo rapinato. È solo per questo che non sono tornato, solo per la galera. Lì avevamo fame e anche freddo e sete. I guardiani ci rubavano il pane, se ti ammalavi anche il vino. Tutti ladri eravamo, ognuno a suo modo. Quando sono uscito ho saputo di voi e sono partito. Ora sono in un posto chiamato Torino. I preti mi fanno studiare, ma c’è fame anche qui e non riesco a dimenticarvi. A volte penso che siete ancora viva e vi parlo come ora”.
Lui ripiega il foglio e lo rimette nella busta. Poi aggiunge:
“Credo l’amasse. Non si è mai sposato. Non so perché sono qui. Mi pareva ingiusto che io avessi tutta la storia e voi solamente un pezzo. E poi lo sogno sempre, un tormento. Forse così la smetterà”.
“Lo so, io sogno la donna. Le dirò che ora può andare in pace. E potete andare in pace anche voi. Però vi ringrazio di avermi portato tutta la storia”.
L’uomo alto alto e la donna secca secca dalla cucina escono zitti. La sedia non può dirvi se si scambiano altre parole, solo che la donna torna di fretta: vuole sedersi a cantare un canto diverso. E se oltre ad avere vista, udito, altri sensi a lei propri, quella sedia sapesse immaginare il futuro, immaginerebbe una donna stanca, con nuovi graffi, davanti all’ingresso, col desiderio di raccontare che scorre dalla testa spedito verso le labbra.

Si fiat beru chi s’omu longu longu
istimada sa femina langia langia
intzandus su mundu
podet essere chenz’e famini.
E sa genti mala mala chi narat: “No!”
non tenit arrexoni.
Sa genti mala mala chi narat: “No!”
non tenit mancu famini.

(Se era vero che l’uomo alto alto/ amava la donna secca secca / allora il mondo/ può essere senza fame. /E la gente maligna maligna che dice: “No” / non ha ragione / la gente maligna maligna che dice: “No” / non ha neanche fame).

***

Alcune storie ti fanno riunire attorno a un fuoco, altre litigare. Magari tante fanno paura, ma divertono. Poi ci sono storie usate come bastoni, per tenere le persone alla catena. Ci sono, infine, storie per fare coraggio, per lasciare la libertà di andare.

 

 

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

 

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

Si può seguire il PODCAST su:

Youtube

SPOTIFY

PocketCasts

 

B

0
Image by Mohamed Hassan from Pixabay

Image by Mohamed Hassan from Pixabay

di Timothy Tambassi

“Buongiorno! Sa dirmi dov’è il titolare, per cortesia?” chiese l’anziano signore dal volto tumefatto. “Sono io il titolare!” mentì B, mentre sia io che l’anziano lo guardavamo perplessi. L’anziano passò oltre l’evidente bugia e proseguì: “Vede, io sarei il proprietario di quell’auto”. Io e B seguimmo il suo gesto a indicare un’auto che, dopo aver sfondato due vasi di cemento, aveva proseguito la sua corsa contro il recinto del distributore di benzina, lo aveva sfondato, ed era rimasta sospesa con le ruote posteriori incastrate nel recinto, quelle anteriori nel vuoto e il paraurti ad accarezzare il campo di pomodori un metro e mezzo più in basso. “Ecco…” riprese l’anziano rivolgendosi a B “fra poco verrà un carro attrezzi a prenderla”. “Sarà ovviamente mia premura pagare tutti i danni” aggiunse allontanandosi. “Ma sei stato te?” urlò B all’anziano per farsi sentire. L’anziano arrossì. Poi, rivolgendosi a me, B aggiunse: “Te l’avevo detto che non era stato un ubriaco!”. L’anziano era sempre più rosso. “Ma aspetta, io ti conosco!” B parve illuminarsi “Tu sei il vecchio che va a prendere le prostitute in stazione!”. L’anziano aveva ormai il colore degli ematomi del suo volto. B si rivolse a me: “Questo vecchio” mi disse puntando il dito verso l’anziano “va tutti i giorni in stazione, carica più prostitute che può, le porta nei vari distributori di benzina della zona e ricomincia il giro. Poi la mattina le riporta in stazione. Pensa che una volta un magnaccia si era anche preoccupato! Ma poi quando ha capito che a parte qualche palpatina era innocuo, lo ha lasciato fare. Anche le prostitute lo adorano che non devono farsi tutta la strada a piedi!”. “Non sapevo fossero prostitute!” protestò timidamente l’anziano. “Appena torna il titolare glielo dico che muore dal ridere!” sentenziò B divertito. “Ehm… ecco…” l’anziano sembrò riprendere un minimo di coraggio “servirebbe un po’ di discrezione… sapete ho una moglie, dei figli e dei nipoti…”. “Solo se mi dici cosa hai combinato!” lo interruppe B. L’anziano non sapeva cosa fare: “Ecco…” disse a voce bassa “una di queste signorine…” quasi un sibilo “ha fra poco l’esame di guida”. B rideva. “Beh… ecco… mi sono offerto di darle qualche lezione…” l’anziano quasi non si sentiva “tra un cliente e l’altro…”. Raccolse tutte le sue forze: “Ieri sera, purtroppo, la signorina ha scambiato l’acceleratore col freno. E io non sono stato abbastanza svelto a tirare il freno a mano…”. “Vai tranquillo che non lo dico a nessuno!” lo interruppe B. E poi rivolgendosi a me, aggiunse: “A parte al titolare!”. L’anziano mi guardò implorando aiuto.

Va detto che il rapporto tra B e il suo titolare non era sempre idilliaco. Qualche sera prima, per esempio, B era stato ripreso: “Non puoi rivolgere insulti omofobi a un cliente per il suo osservare scupolosamente le regole della sua religione”. Non erano proprio queste le parole ma ci siamo capiti. “Lui mi voleva convincere a convertirmi!” si difese B. “Ma chi ti vorrebbe convertire?!” gli rispose perplesso mentre B sogghignava. La sera stessa un altro cliente, parecchio ubriaco, si rivolse al titolare con un atteggiamento aggressivo. B cercò di intervenire in difesa del titolare che, in tutta risposta, invitò B ad andarsene. Il cliente si ripresentò un paio d’ore più tardi lamentandosi di essere stato aggredito alle spalle nel parcheggio. B si limitò a non farsi vedere per un paio di giorni. Va detto che B era molto geloso su chi poteva prendersi certe libertà con il suo titolare. E quel cliente, a suo insindacabile giudizio, non poteva permetterselo.

Un giorno B si presentò a lavoro senza patente: era stato sorpreso a percorrere un viale del centro eccedendo di centotrentasette chilometri l’ora il limite di velocità. “Record!” commentò B. Il titolare gli parlò a stento per una settimana. I giornali del luogo ne parlarono per più di una settimana, senza fare il suo nome. Il suo nome venne invece fatto, con tanto di foto e intervista, quando, proprio davanti al distributore, un’auto prese fuoco e B intervenì per spegnere l’incendio e prestare i primi soccorsi. Sua madre, che ho scoperto essere sua zia e che B chiamava a volte “mamma” e altre “zia” a seconda del momento e che B mi ha successivamente rivelato non essere né sua madre né sua zia, era molto orgogliosa del figlio-nipote eroe. Lui mi sembrava più orgoglioso dell’eccesso di velocità.

Rividi B alcuni anni dopo. Aveva cambiato lavoro. Mi mostrò, ancora più orgoglioso, la foto di suo figlio di pochi mesi. B aveva la gamba ingessata. “Sono caduto da una grondaia” mi disse. “Una tizia ha urlato, mi sono spaventato e sono caduto” aggiunse. “Che poi, dico io, cosa urli se vedi uno che si arrampica su una grondaia che poi magari quello si spaventa e cade?!” era decisamente stizzito. “Magari anche lei era spaventata…” provai a calmarlo. “Ma dai! Adesso la gente ha paura di tutto! Pensa, potevo essere suo figlio o suo nipote! E questa urla e magari fa cadere suo figlio o suo nipote! O il figlio e il nipote di qualcun altro! Ma che cuore hanno?!” proseguì B ridendo. “E poi, adesso che ho un figlio e tante spese, mi serve qualche extra per arrotondare!” concluse facendomi l’occhiolino.

Fu l’ultima volta che lo vidi di persona. Sentii ancora parlare di B solo dopo che un giornale del luogo, accennò, quasi per dovere, a un fatto di cronaca avvenuto in un seminterrato. Non c’erano né nomi né foto. Alcuni dicevano si trattasse di B, altri che se ne fosse andato mesi prima. Comunque sia, la notizia fu presto dimenticata. Ancora più tardi, mi è capitato di sognare B mentre prestava il suo volto a un ragazzo protagonista di una scena che, a diciott’anni, avevo vissuto in prima persona durante un viaggio in treno. In un vagone semideserto, il ragazzo leggeva un libro tenendo i piedi appoggiati sul sedile di fronte. “A casa tua tieni i piedi sulle sedie?” chiese il controllore. “E tu, a casa tua, controlli i biglietti?” rispose il ragazzo.

Lo sconfinato corpo della tecnica. Un’indagine a più voci.

1

[ Questa recensione di Le parole della tecnica. Concetti, ideologie, prospettive (a cura di Maurizio Guerri, Einaudi, Torino, 2025) è apparsa sul numero di febbario de “L’indice”.]

di Andrea Inglese

Faccio parte di coloro che non prediligono le enciclopedie e più in generale le opere organizzate per parole chiave, in forma di lessico. Ho dovuto quindi vincere una certa diffidenza nella lettura di Le parole della tecnica. Concetti, ideologie, prospettive a cura di Maurizio Guerri, volume della piccola Piccola Biblioteca Einaudi uscito a metà del 2025. I miei pregiudizi di lettore, però, sono stati subito controbilanciati dal prestigio del curatore e dei 13 diversi autori e autrici che hanno contribuito a stilare le 19 parole, attraverso cui lo sconfinato e ambiguo tema del libro è stato investigato. Guerri, specialista di Ernst Jünger e studioso di estetica, con un’attenzione particolare al rapporto tra immagini e politica nel Novecento, è stato qui affiancato da studiosi dalla formazione filosofica più canonica, come Ubaldo Fadini, Matteo Vegetti o Vittorio Morfino, ma anche da studiose come Sara Incao, specialista di Bioingegneria e Robotica o Francesca R. Recchia Luciani, docente di Filosofie contemporanee e saperi di genere.

In effetti, questo lavoro collettivo deve rispondere a una prima sfida: la tecnica e i suoi effetti sul mondo umano e non umano sono ovunque, ma questa ubiquità finisce paradossalmente per rendere “trasparenti” i dispositivi sui cui la nostra esistenza quotidiana si regge, e da cui è modellata. Ma la tecnica non ha solo un corpo multiforme e molteplice; di essa è difficile definire i confini e la natura. Noi vorremmo renderla “oggetto”, distanziarla e isolarla dal soggetto umano, ma lo sguardo fenomenologico non fa che constatare l’intreccio indissolubile tra soggettivazione e assoggettamento, tra familiare ed estraneo, tra deliberazione e automatismo. Ciò significa, allora, come afferma Recchia Luciani, che “l’impetuoso sviluppo scientifico-tecnologico e tecnocratico (…) interroga ontologicamente l’umano come mai prima”. Cercando di stabilire il confine della tecnica siamo costretti a rimettere in questione i confini di ciò che continuiamo a presuppore: una qualche autentica natura umana, che forze estranee ed esterne minacciano di sfigurare.

Dal design ai cavi oceanici che costituiscono l’infrastruttura della “rete globale”, dai robot umanoidi alle “immagine operative” prodotte da macchine belliche e non destinate allo sguardo umano, dalle tecniche del corpo agli effetti che la “gamificazione” ha sul nostro uso delle piattaforme social o sugli ambienti di lavoro aziendali, il ventaglio dei fenomeni evocati nel libro è ampio, e ci permette di avere una sorta di resoconto aggiornato sulle questioni più rilevanti che essi suscitano all’interno del dibattito filosofico. Ma l’obiettivo di Le parole della tecnica non è puramente descrittivo, non si limita cioè a disegnare una semplice mappa degli autori, dei concetti o delle opere di riferimento più recenti, che riflettono sulle innumeri e mutevoli manifestazioni delle tecnica; un intento critico, militante potremmo dire, caratterizza la maggior parte degli interventi. Non è un caso che la voce con cui si apre il volume sia “alienazione”, e che “capitalismo” e “lavoro” affianchino “automazione” e “intelligenza artificiale”. È poi difficile trovare un equilibrio tra queste due istanze: alcuni autori sono più a loro agio nella presentazione delle varie prospettive in gioco, altri, come il curatore, persuadono per la capacità di assumere un partito preso forte, in grado di cogliere il nesso tra sviluppo tecnico e capitalismo sulla lunga durata. E lavorando sul concetto di “progresso”, il discorso di Guerri si fa cristallino, appoggiandosi su una triade ben inattuale: Benjamin, Adorno-Horkheimer, Bloch. Il primo quarto del secolo XXI ci conferma tristemente, quanto questi e altri autori del XX secolo avevano colto, ovvero l’impossibilità di sovrapporre progresso tecnico e liberazione umana. Constatazione da mantenere viva e ferma oggi più che mai, contro i miraggi del transumanismo e le grandiloquenti promesse di “vita facile”, che accompagnano gli investimenti e le applicazioni dei dispositivi basati sull’intelligenza artificiale.

Due piccoli spazi

0

di Leonello Ruberto

Spazio pubblico

L’aveva ereditato, non l’aveva comprato con le sue forze.

Il recinto: il recinto di casa. Con lo spazio per parcheggiare la macchina.

Quella era una cosa che aveva comprato – che aveva dovuto comprare – con le sue risorse.

Obbligatoria per arrivare sul posto di lavoro. Lavoro che era cambiato dai tempi dei suoi genitori, che avevano lavorato per comprare la casa col cortile.

Ricordava il vecchio cancello a battente da aprire a mano, poi sostituito da quello scorrevole, elettrico. Cose successe anni fa.

Anche le case intorno, più o meno confinanti, avevano un cortile, alcune un piccolo giardino. Delle siepi. Un cancello.

E lo spazio auto. Qualche casa più nuova – di un periodo in cui nei dintorni si erano costruite così: a schiera – aveva addirittura un garage seminterrato. Con una rampa davvero ripida.

Si sa che le persone comuni non hanno molta abilità nel guidare. Quindi non ci avrebbero messo a lungo la macchina là sotto.

E poi una stanza seminterrata può diventare una sala con la tv, la carambola, un frigorifero per gli amici.

Anche i cortili, come le rampe dei garage, non erano fatti tutti bene, con lo spazio residuo che rimaneva una volta fatta la casa.

Casa sua, dei suoi genitori, era un caso particolare: addirittura nel cortile riuscivi a girarci l’auto prima di uscire.

Tornando ogni giorno dal lavoro, aveva visto dei cambiamenti nel quartiere. Visti di sfuggita passando, che lo toccavano poco.

Una pianta per abbellire fuori dal cancello, vicino alla colonna che ne regge un lato. Ci stava.

Si sa che i vicini si imitano, e c’era chi con maggiore gusto ne aveva messe due ai lati, belle grandi.

A lui che passava, comunque, importava poco – a casa suo padre parlava di come era arrivato il momento di tagliare la siepe che stava sconfinando nel giardino del vicino.

Passando ogni giorno vide queste piante moltiplicarsi. E riempire i marciapiedi: diciamo che era da quando era bambino lui che quei marciapiedi – in ogni caso piccoli – non venivano usati per camminarci.

Ora però non ci si poteva passare più: erano pieni, tutti pieni. E la fila di piante nei vasi continuava, contagiava anche gli altri quartieri.

Non erano però le piante il problema: bensì le automobili. Erano aumentate molto negli anni, ma era un po’ stupidino da parte sua farci caso. Era uguale in tutta la città: se così la si poteva chiamare. Perché era piccola, ma dispersiva, senza un vero centro, che non fosse qualche piazza rimasta da altri tempi.

Suoi pensieri sparsi che non aveva il tempo di articolare bene perché era arrivato nel cortile di casa e scendeva dall’auto mentre il cancello scorreva automaticamente verso la chiusura.

Anche attraverso il cancello vedeva lo spazio del quartiere ingombro di macchine tutte storte. E le piante che erano aumentate, con alcuni vicini che sfidavano gli altri con scelte più costose, magari esotiche.

Un giorno era spuntata pure una sedia. Pensava lui ingenuo: per sedersi.

Ma chi si siede fuori davanti casa in mezzo alle macchine?

La sedia serviva per occupare un parcheggio vicino. Si sa, ogni tanto pioveva e ci si poteva bagnare mentre si entrava in casa. Per questo tutti avevano costruito delle tettoie nel cortile.

Sotto cui stava bene un tavolo. La seconda auto si poteva mettere pure fuori.

La prima, quella grossa, andava dentro. Ma solo di sera, di giorno era faticoso portarla dentro e fuori a marcia indietro.

Alcuni lasciavano anche la grossa fuori: tanto spazio ce n’era. E c’era anche chi ne aveva tre di auto, da mettere tutte fuori, per non fare preferenze.

A quel punto, altri vicini più pacati avranno pensato che non fosse giusto che i più sfacciati si prendessero tutto lo spazio esterno.

Allora ognuno aveva cominciato a occupare i posti intorno al suo cancello: togliendo la macchina del padre che doveva andare al lavoro per metterci subito quella del figlio.

Così quello spazio che prima c’era, ora praticamente non c’era più.

Se ne lamentavano un po’ tutti. La colpa era di tutti, quindi di nessuno.

Quello spazio non era di nessuno, quindi era di tutti.

Ma ognuno pretendeva il suo: i cortili erano così piccoli e pieni e indispensabili e privati e ci potevi fare così tante cose.

Chissà le critiche alle spalle della sua famiglia che lo usava solo per parcheggiarci le auto.

Anche il suo cortile comunque non era infinito, e una sera che aveva ospiti li aveva fatti parcheggiare fuori.

Il giorno dopo c’era stata qualche lamentela del vicino che non aveva trovato parcheggio davanti casa, ma era stato zittito rispondendo che lo spazio fuori era di tutti.

Nessuno poteva replicare a quello. Però ognuno si guardava i fatti suoi e correva ai ripari, occupando in qualche modo lo spazio che sentiva suo in quanto più vicino a casa sua. Tralasciando egoisticamente il fatto che era anche lo spazio più vicino a casa del vicino, e che così sarebbe sempre stato per tutti i vicini del mondo.

Anche lui si guardava i fatti suoi e nella sua famiglia era ormai un vanto di essere gli unici nel quartiere ad avere mantenuto lo spazio privato libero.

Era una sicurezza poter tornare a casa di sera sapendo di avere il proprio posto e non dover combattere con gli altri in una gara ad arrivare primi che già si faceva in giro durante la giornata.

Quanto era cambiato il quartiere monotono e quanto cambiava ancora. La fantasia delle persone era quasi comica: c’era chi addirittura, non avendo più spazio dentro, aveva ribaltato la siepe di confine, piantandola fuori, nel marciapiede già rotto da anni che ormai il Comune non curava più.

Una cosa però il nostro amico non considerava: che comunque ciò che facevano gli altri avrebbe prima o poi potuto toccare anche lui.

La sua era l’ultima casa in fondo. Già diverse volte aveva trovato l’ingresso bloccato da un’auto che il vicino aveva lasciato un attimo non avendo trovato posto, e che subito era sceso a spostare.

Altre volte ci era voluto più tempo perché non si trovava di chi era l’auto: stava per rimproverarlo mentre sopraggiungeva, ma quello lo aveva anticipato con una battuta scherzosa e aveva lasciato perdere perché era un tipo pacifico.

Un’altra volta il tizio non aveva nemmeno chiesto scusa, e con un altro aveva avuto pure un battibecco, perché secondo quello era troppo impaziente e non c’era bisogno di strombazzare in quel modo.

In effetti quel giorno era nervoso e non gli era piaciuto cadere in quell’eccesso: erano cose che vedeva in giro quotidianamente e non ci voleva finire anche lui.

Era il suo ultimo luogo calmo e sicuro. Rappresentato dal suo ampio cortile.

Eppure sapeva che fuori si sarebbe riempito sempre di più, e sarebbe arrivato il giorno in cui avrebbe dovuto abbandonare l’auto.

E tra auto, vasi di piante, sedie, panchine, bidoni della raccolta differenziata, non sarebbe più passato nemmeno a piedi.

Era curioso di sapere se sarebbe rimasto bloccato fuori o dentro casa e il suo ormai inutile cortile.

 

Aerei privati

Mi manca il rumore degli elicotteri. Il loro alzarsi in verticale. Il minore spazio occupato dalla loro carcassa.

Ormai i pochi rimasti sono avviati alla rottamazione. È il progresso: il progresso del mercato delle vendite.

Mio padre era abbastanza vecchio (e di memoria sopra la media, insinuava lui) per ricordare l’epoca precedente, quando “stavamo coi piedi per terra”.

Quando le città erano ancora a misura di automobile, o di furgone. Perché la storia dell’automobile (che oggi non interessa più a nessuno) raccontava di auto che all’inizio erano piccole, o comunque compatte. Poi erano state fatte sempre più grandi, per ragioni di mercato, per la necessità di avere nuovi modelli da vendere.

Grossi fuoristrada che circolavano invece su strade fatte per macchine compatte, o addirittura per persone a piedi, nel caso delle città più vecchie, poi adattate negli anni per le moderne esigenze di circolazione.

Infine anche la vendita dei fuoristrada si era esaurita, e se fossi vissuto in quegli anni avrei visto le città popolate da grossi furgoni lucidi coi vetri oscurati.

Le città sarebbero collassate da un momento all’altro, bloccate dai furgoni incastrati ovunque, se non fossero arrivati gli elicotteri ad alzarsi in volo.

Scavalcando il problema e dando nuova linfa vitale all’economia. Prima l’elicottero era per pochi, ora tutti potevano permetterselo (ovviamente sottoscrivendo pesanti rate potenzialmente infinite, ma per quello c’era comunque il lavoro già infinito di suo).

Pare che in antichità fosse successo lo stesso con le automobili.

Certo, le città si erano dovute adattare, trovare spazi per gli eliporti, ma era una cosa che andava fatta, a costo di un pesante debito pubblico e anni di rumorosi cantieri (che inevitabilmente avevano anche causato dei danni).

Qualcuno aveva pure proposto di fare degli elicotteri più grandi per il trasporto pubblico, ma era una strada fallimentare abbandonata da tempo, da quando si viaggiava ancora per terra, non aveva senso riproporla periodicamente.

Comunque io ero giovane e avevo il mio elicottero, che mi portava dove volevo e con cui stavo bene.

Ma anche quel tempo era arrivato alla fine, e già spuntavano ovunque le prime pubblicità su nuovi modelli di aerei, che con le loro scie spazzavano via obsoleti, piccoli e tutto sommato ridicoli elicotteri.

Invecchiando avevo visto i luoghi cambiare, venire sventrati, demoliti. Le distanze a misura di elicottero si dilatavano per diventare a misura di aereo.

La sede del mio lavoro si spostava dove avrei solo potuto raggiungerla in aereo. Il concetto stesso di città forse non esiste più. Viviamo in case che ai tempi in cui mio padre era giovane sarebbero sembrate piccoli aeroporti sparsi nel nulla.

Le città a misura di automobile di mio padre non ci sono più, così le mie a misura di elicottero.

Ognuno ha il suo aereo e io mi sono visto costretto ad adeguarmi. Ben inteso: nessuno mi ha obbligato, siamo in un mondo libero e la libertà vale per tutti. Anche per i produttori che decidono cosa produrre.

Lo producono per la maggioranza e se io non voglio fare parte di questa maggioranza è una mia scelta.

Ho scelto di comprare un aereo piccolo ed economico. Ho trovato una casa adatta che non avesse un affitto troppo alto. Ho cercato di adeguarmi con sobrietà, per quanto possa essere sobrio un mondo come questo, dove le strade sono delle piste di atterraggio.

Con questi pensieri scendo dal mio aereo sull’asfalto rovente. Indugio sferzato dal vento, mi guardo intorno socchiudendo gli occhi verso un lontano orizzonte sfocato.

Invece di imboccare il tunnel verso casa mi avvio dalla parte opposta. Come un uomo della preistoria dell’era tecnologica.

I miei piedi sbattono sordi sull’asfalto nudo come un suolo lunare, nell’aria rarefatta ad alto contenuto di fumi di cherosene.

Mi avvio verso non so dove. Con l’illusione di essere libero sui miei piedi da uomo. Percepisco i miei capelli spinti all’indietro dal risucchio dello spazio e del tempo della dimensione a cui appartengo.

Non posso spingermi oltre, eppure lo faccio con disperazione.

(N.D.R.: foto di Daniele Muriano)

Come difendere memoria e giustizia nell’Argentina di Milei

0

1976-2026. Intervista a Julio Santucho a 50 anni dal golpe

di Davide Orecchio

Il 24 marzo 2026 per l’Argentina è un giorno importante. Sono cinquant’anni dal colpo di Stato dei militari che avrebbe inaugurato una delle dittature più feroci della storia contemporanea (1976-1983). L’anniversario cade nel momento peggiore, ossia sotto il peggior governo possibile, nella repubblica presieduta da Javier Milei. La memoria collettiva sembra resistere nel giusto verso, se prestiamo fede a un recente sondaggio dell’Università di Buenos Aires e del Cels (Centro studi legali e sociali), dal quale emerge che il 71% degli argentini condanna la dittatura, mentre il 63% ritiene che non ci fossero giustificazioni per il golpe.

Ma non c’è associazione, istituzione, organismo per la difesa dei diritti civili che non sia sotto attacco. È in difficoltà anche l’attività forse più importante, la ricerca e restituzione dei nietos, i figli che i militari sottrassero alle madri sequestrate e desaparecide: come osserva il giornalista Gabriel Sued su “El Destape”, da quando Milei è entrato nella Casa Rosada “tutte le agenzie statali orientate alla ricerca (dei nietos, ndr) sono state indebolite”, l’accesso alla documentazione rilevante in possesso delle Forze Armate e di sicurezza è stato limitato”, e persino “le analisi genetiche (…) sono state ostacolate”.

Il resoconto di una situazione gravissima lo traccia un rapporto dal titolo esauriente: Bajo asedio, curato sempre dal Cels. È in effetti un assedio, quello subito dalle politiche di memoria, verità e giustizia in Argentina: decreti, risoluzioni amministrative, licenziamenti, addirittura la chiusura di un’intera Unità speciale di ricerca (Uei) che per 20 anni aveva lavorato con magistratura e procura.

Un governo negazionista

Julio Santucho, fondatore e presidente onorario dell’Istituto multimediale DerHumALC (Diritti Umani in America Latina e nei Caraibi) ci spiega in questa intervista in quale clima politico e culturale l’Argentina commemora il golpe. Santucho non è solo un importante militante di verità e giustizia, ma – ex dirigente del Prt negli anni ‘70 – ha alle spalle una storia significativa di opposizione al regime di Videla e di violenze subite. La sua famiglia fu decimata dalla dittatura militare. Sua moglie Cristina è desaparecida. E, fino a tre anni fa, si erano perse le tracce di uno dei suoi figli, Daniel, del quale Cristina era incinta quando fu sequestrata dai militari. Poi Daniel, il nieto 133, è stato ritrovato e recuperato dalle Abuelas.

«La situazione è grave – esordisce Santucho -. Abbiamo un governo negazionista che viola continuamente i diritti fondamentali. Attacca i pensionati, reprime le persone con disabilità e non rispetta nemmeno le risoluzioni del Congresso, non destinando i fondi previsti dalla legge. Per quanto riguarda i diritti umani e la memoria storica, nel cinquantesimo anniversario della dittatura si assiste a una propaganda costante da parte del governo contro tutti i diritti acquisiti. Ha circolato perfino la voce – una fake news, ma comunque sintomatica del clima – secondo cui il 24 marzo potrebbero ottenere l’indulto tutti i militari condannati per i crimini della dittatura. Ma in termini di diritto sarebbe impossibile, perché si tratta di crimini contro l’umanità, e non rientrano nell’indulto. Altri reati sì, ma non quelli. Ma il semplice fatto di far circolare una notizia del genere equivale a dire: “Qui non è successo niente”. È come negare il colpo di Stato».

Come reagisce la società argentina?

«Tutto questo non provoca lo scandalo che dovrebbe provocare. C’è una specie di addormentamento, una passività diffusa. Il consenso per Milei sembra restare attorno al 40%, grossomodo il risultato ottenuto alle ultime elezioni. Ma è il 40% del 50% degli elettori: un po’ come succede in Italia. In pratica Milei governa con il 40% di metà del paese. Il resto è passività. Ed è proprio questo l’aspetto più grave. La società argentina ha perso la capacità di reagire davanti a un’offensiva della destra così forte e aggressiva».

Cosa accadrà il 24 marzo? Con quali parole d’ordine scenderanno in piazza i militanti?

Julio Santucho

«Lo slogan sarà quello tradizionale: “Memoria, Verità e Giustizia”. Quest’anno però ci sarà un elemento nuovo. In tutto il paese sono stati realizzati dei ricami con i volti dei desaparecidos o con i loro nomi. Migliaia di persone hanno tessuto fazzoletti e pannelli commemorativi. Questo significa ore e ore di lavoro manuale. Quindi quest’anno non ci sarà soltanto la tradizionale grande fotografia collettiva con i volti dei desaparecidos, come negli anni passati. Questa sarà la novità simbolica della manifestazione. Il movimento per i diritti umani è molto attivo e forte. La mobilitazione per i 50 anni del golpe è già iniziata. In tutto il paese si stanno organizzando attività: a Tucumán, Buenos Aires, La Rioja, Santiago del Estero e in tutte le province. E sono sicuro che la manifestazione del 24 marzo sarà enorme. Non ci sarà repressione. Reprimono quando si tratta di poche centinaia di persone in piazza, ma quando ce n’è un milione non lo fanno. Sono certo che tutte le città del paese avranno grandi manifestazioni convocate dal movimento per i diritti umani».

Fare memoria senza fondi

Le organizzazioni della memoria sono state ostacolate dal governo?

«Il metodo usato dal governo è lo stesso che adotta con tutti i settori che vuole colpire: taglia i finanziamenti. Questo vale anche per le organizzazioni dei diritti umani e per i siti della memoria, cioè i luoghi dove durante la dittatura c’erano centri clandestini di detenzione (Ccd). Non è repressione diretta, ma è un modo molto efficace per indebolire tutto il sistema della memoria, perché riduce il personale, le attività e le possibilità operative. Negli anni passati lo Stato finanziava questi centri: personale, manutenzione degli edifici, attività educative. Ora il governo ha praticamente tagliato tutto. Gli edifici possono letteralmente cadere a pezzi e lo Stato non interviene. Gli addetti sono ridotti al minimo. Molti collaboratori e lavoratori precari sono stati mandati via. Sono rimasti soprattutto i dipendenti con contratti statali stabili, quelli che non potevano essere licenziati facilmente».

Puoi fare un esempio?

«Mio figlio Miguel lavora nel sito della memoria di Virrey Cevallos, un ex centro clandestino di detenzione che oggi accoglie visite di scuole e cittadini. Le attività continuano, ma il personale è ridotto a tre addetti che devono alternarsi per gestire visite e attività educative. E non c’è un peso per la manutenzione».

Il Museo della memoria dell’ex Esma, la scuola dell’aeronautica e centro di detenzione più tristemente famoso dell’epoca dittatoriale, è stato attaccato fin dal principio della presidenza Milei. Ora in che stato si trova?

«Il Centro culturale Conti, che si trova nell’ex Esma, è stato chiuso. Altri organismi invece continuano a funzionare dentro il complesso: la Casa de la Identidad delle Abuelas, la Casa delle Madres e altre istituzioni dei diritti umani. Ma – ripeto – con budget ridottissimi. Noi, per esempio, conserviamo lì l’archivio audiovisivo del Festival Internazionale del Cinema dei Diritti Umani. Però dobbiamo mantenerlo da soli: se la stanza deve essere dipinta o riparata, dobbiamo farlo con i nostri mezzi. Lo Stato non interviene».

Processi e nietos

Il corso dei processi per i crimini della dittatura si è interrotto?

«No. L’11 marzo scorso, ad esempio, è iniziata la prima udienza del processo per i desaparecidos dell’Ingenio Fronterita, a Tucumán. Era uno dei centri di detenzione legati alla repressione nel corso dell’Operativo Independencia, iniziato prima del golpe del 1976, quando Isabel Perón autorizzò l’esercito a intervenire nella provincia per combattere la guerriglia dell’Erp. In realtà quell’operazione colpì soprattutto la popolazione civile: contadini accusati di aver aiutato i guerriglieri furono torturati o sequestrati. Gli imputati sono ancora vivi e saranno processati. In sintesi, quello che è cambiato è che molti condannati oggi scontano la pena agli arresti domiciliari, per ragioni di età o salute. Ma i processi non si sono fermati».

L’attività di restituzione dell’identità dei nietos prosegue o subisce ostacoli?

«Finora l’attività non è stata proibita esplicitamente, ma lo Stato non la sostiene più. Le analisi del dna sono molto costose e spesso devono essere fatte negli Stati Uniti. Quindi, per raccogliere i fondi, si ricorre all’aiuto della società civile, delle associazioni e delle fondazioni internazionali. Le Abuelas de Plaza de Mayo continuano il loro lavoro grazie a donazioni, a collaborazioni con fondazioni straniere e anche a iniziative come un accordo con il quotidiano Página 12, che destina parte delle sue sottoscrizioni al loro lavoro. Naturalmente anche loro lavorano con risorse ridotte al minimo. Le Abuelas storiche sono ormai pochissime, e sono molto anziane. Oggi l’organizzazione è guidata soprattutto dai nipoti recuperati. Sono loro che portano avanti il lavoro e cercano nuove forme di finanziamento».

LINK: PER AIUTARE LE ABUELAS CON UNA DONAZIONE

La storia di Daniel, il nieto 133

Tre anni fa ti hanno restituito tuo figlio Daniel, il nieto 133.

«L’abbiamo ritrovato, ma ci sono voluti 46 anni. Nel luglio del 1976 io ero in Italia. Il partito mi aveva inviato in missione per organizzare il lavoro politico clandestino. Telefonai alla famiglia per fare gli auguri di compleanno a mio cognato. Mia suocera mi disse: “Stanotte hanno portato via le ragazze”, mia moglie e mia sorella. Prima di uscire Cristina Navajas, mia moglie, disse alla vicina: “Se non torniamo entro mezzanotte chiama mia madre perché venga a prendere i bambini”. I bambini erano i miei due figli e mio nipote Diego.

Cristina aveva lasciato una borsa sul tavolo. Dentro c’era una lettera che stava scrivendo per me, ma non aveva il mio indirizzo in Italia per spedirla. In quella lettera scriveva che il ciclo era in ritardo e che pensava di essere incinta. Più tardi una sopravvissuta dei campi di detenzione confermò che Cristina era incinta. Quindi sapevamo che aspettava un figlio. Ma non abbiamo mai saputo se fosse nato davvero. L’ultimo luogo dove Cristina fu vista è il Pozo de Banfield, un Ccd di Buenos Aires. Tra dicembre e marzo 1977 non uscì nessun sopravvissuto da lì. Mio figlio nacque a gennaio, quindi non ci fu nessuno che potesse testimoniare. Per decenni abbiamo cercato quel bambino».

Poi è stato lui a trovarvi.

«Nel 2023 Daniel si è presentato dalle Abuelas e ha fatto il test del dna. Il 25 luglio lo hanno convocato alla sede della Conadi (Comisión nacional por el derecho a la identidad, l’organismo che promuove la ricerca dei figli dei desaparecidos, ndr) e gli hanno detto che il test genetico dimostrava che era figlio mio e di Cristina».

Tu dov’eri in quel momento?

«Ero a Tucumán. Mio figlio Miguel, invece, era a Roma con i suoi fratelli Florencia e Camilo. Ci siamo parlati per la prima volta tutti e cinque in una videochiamata tra Argentina e Italia».

Qual è la prima cosa che ti ha detto Daniel?

«Quando è apparso sullo schermo mi ha salutato così: “Hola, papá”. Per me è stato un momento incredibile. Daniel aveva capito subito che il suo posto era insieme a noi. Dopo 46 anni aveva trovato una famiglia, un padre e dei fratelli. Dopo il riconoscimento è andato anche a Santiago del Estero, dove vive gran parte della nostra famiglia. Lì ha incontrato moltissimi parenti. È stato un momento molto forte, perché improvvisamente ha scoperto di avere una famiglia enorme che non conosceva».

Una vittoria sulla dittatura

Sono passati quasi tre anni. Cosa ti resta di quei momenti?

«Per me ritrovare Daniel significa recuperare una parte di Cristina, di mia moglie, una parte della mia vita che era stata rubata. È una sensazione di pace enorme. Ma ho anche la sensazione di avere ottenuto una vittoria contro la dittatura. I militari avevano un piano sistematico: rubavano i figli dei militanti e li allevavano con un’educazione opposta a quella delle loro famiglie. Nel caso di Daniel non ci sono riusciti. Mio figlio è stato cresciuto da un poliziotto della provincia di Buenos Aires. Non un poliziotto qualsiasi, ma uno che partecipava ai sequestri. Aveva perfino falsificato la data di nascita di Daniel sostituendola con il 24 marzo, la data del golpe. È morto tre mesi prima che Daniel fosse identificato».

Com’è riuscito, tuo figlio, a liberarsi di queste bugie?

«Per lui è stato un processo lungo e doloroso. Aveva visto il film La notte delle matite spezzate e aveva iniziato a capire che qualcosa non tornava. Quando in casa insultavano le Madres e le Abuelas, lui si chiedeva perché quelle donne venissero attaccate se cercavano soltanto i loro figli e nipoti. Alla fine ha affrontato il padre adottivo e ha compreso la menzogna in cui era cresciuto. Da quel momento è iniziato il percorso con le Abuelas. Ci sono nipoti recuperati che non vogliono avere rapporti con la famiglia biologica. Per Daniel è stato diverso. Oggi è un uomo felice. Prima era chiuso, timido. Ora è aperto, sereno, come se camminasse a un metro da terra».

I poeti appartati: Véronique Pittolo

0

La rivoluzione in saccoccia
di
Véronique Pittolo
(traduzione di Luigi Toni)

Spero che funzioni.
(no, penso che funzionerà).
Venderai.
(Venderò).
Oggi basta poco, morte, depressione, colpi di
scena, funziona.
Il tuo tema tira, è un soggetto che vende.
Appena si parla di corruzione e compagni, è fatta.
Ma ci vuole un taglio commerciale,
la tua rivoluzione va messa sul mercato
e dal punto di vista del tornaconto.
Devi dimostrare che le rivoluzioni fallite
di oggi gettano un’ombra
su quella che abbiamo vinto ieri.
Per esempio, un attore interpreta Robespierre,
si prende sul serio e finisci per credersi davvero l’Incorruttibile,
si prende troppo sul serio,
e tu, intanto, fai entrare il servizio d’ordine, di nascosto
e zac, non resta più nessuno.
Con la testa di Robespierre ci fai mil-
-ioni.

La tua rivoluzione la puoi vendere al mercato, al
Senato,
alle associazioni…
(andrà bene…)
Bisogna fare briefing e debriefing a chi vuole entrare
nel gioco.
Da solo non ce la puoi fare.
Un paio di amici, un anfiteatro, una selva
di microfoni.
Cuffie amplificate in testa, ed ecco:
la rivoluzione comincia.
Monta uno schermo, fai sentire le urla.
Bene.
Le nozioni si mescolano, corrente elettrica
sulla testa di tutti.
Dunque: un’inquadratura ammiccante, qualche appuntamento,
una riunione.
Una riunione per assegnare i ruoli.
Mirabeau può fare Danton, Saint-Just somiglia
a Rousseau.
Crea delle squadre affiatate, una caffetteria aperta giorno e notte.
Nell’anfiteatro rivoluzionario, ci saranno dei microfoni,
un’infinità di microfoni, invisibili
coperti dal brusio.
Se è in grado di smascherare i traditori, la tua rivoluzione
renderà molto.
Mettili in competizione, sistema i personaggi
e poi aspetta:
Chi dice ridurre le disuguaglianze riceverà
un timido applauso.
Chi dice borghesia farà affari.
Ricordatelo: ogni parola pesa.
Ogni parola vale.
Ogni parola può essere
quotata in borsa

 

Nota di Luigi Toni

Il testo qui presentato è tratto da La Révolution dans la poche  della poeta e performer francese Véronique Pittolo. Nel libro, un narratore multi-funzione — insieme giornalista, poeta, consulente di comunicazione, scenografo — espone una visione dell’attualità e della storia attraverso un movimento continuo di andata e ritorno tra il mondo contemporaneo e l’immaginario del 1789. La Rivoluzione francese non vi appare come un monumento remoto, bensì come una riserva simbolica, un capitale di figure e parole che ritorna, deformato, nel linguaggio politico e mediatico di oggi.

Pittolo interroga con forza le nozioni di alienazione ed emancipazione, di cittadinanza e memoria collettiva, chiedendosi in che modo sia ancora possibile parlare di rivoluzione senza ricadere nella cronaca, nel commento storiografico o nella retorica vuota. La sua scrittura procede per reincarnazioni improvvise e détournements ironici: Robespierre, Marat, i grandi nomi dell’utopia rivoluzionaria diventano personaggi familiari, maschere disponibili, elementi di un teatro contemporaneo dove la politica si trasforma in spettacolo.

Con humour corrosivo, La Révolution dans la poche mette a nudo il lessico capitalistico e la sua logica pervasiva: la comunicazione e il marketing appaiono come le tecniche dominanti di un gioco politico ridotto a operazione commerciale. La rivoluzione stessa diventa un prodotto, un “tema che tira”, qualcosa che può essere venduto sui mercati, nelle istituzioni, nelle associazioni. In questo rovesciamento satirico si concentra una critica radicale alla ragione cinica del presente e all’impotenza di fronte all’ipercapitalismo.

Nata nel 1960 a Douai e attiva a Parigi, Véronique Pittolo è stata premiata dalla Société des Gens de Lettres nel 2004 e conduce regolarmente laboratori di scrittura per l’Éducation nationale, in scuole d’arte, in carcere e in ambito ospedaliero. La sua opera è attraversata da una fitta rete di riferimenti: la storia dell’arte, il cinema (da Hitchcock a Godard), la letteratura moderna e la cultura popolare convivono in un’estetica del montaggio, fatta di fratture, accelerazioni e cambi di registro.

Questa traduzione tenta di restituire, per quanto possibile, l’energia spezzata e performativa, conservando il ritmo dell’enjambement come dispositivo essenziale: è nella cesura del verso che il discorso si incrina, che la parola politica mostra la propria natura di merce e, insieme, la possibilità di un nuovo immaginario della contestazione. La poesia di Pittolo, proprio là dove smaschera la spettacolarizzazione del politico, riapre una domanda urgente: che cosa resta oggi della Rivoluzione, e come reinventarne ancora la lingua?

 

La révolution dans la poche

di
Véronique Pittolo

J’espère que ça va marcher
(Je pense que ça va marcher).
Tu vas vendre.
(Je vais vendre).
Aujourd’hui, dès qu’il y a mort, dépression, retourne-
ments, ça marche.
Ton sujet porte, c’est un sujet porteur.
Dès qu’il y a corruption et camarade, c’est bon.
Mais il faut un angle commercial,
ta révolution doit être traitée commercialement et
d’un point de vue intéressé.
Tu dois montrer que les révolutions avortées
d’aujourd’hui jettent une ombre
sur celle qu’on a gagnée hier.
Par exemple, un comédien jouera Robespierre,
il se prendra réellement pour l’Incorruptible,
s’échauffera,
alors tu fais monter le service d’ordre en douce
et couic, plus personne.
Avec la tête de Robespierre, tu peux gagner des mil
-lions.
Ta révolution, tu peux la vendre sur les marchés, au
Sénat,
dans les associations…
(ça va aller…)
Il faut briefer et débriefer ceux qui veulent tenter
L’aventure.
Seul, tu n’y arrives pas.
Quelques amis, un amphithéâtre, une brochette
de micros.
Avec un casque amplifié sur les têtes, voilà que ta ré-
volution commence.
Installe un écran, fais jaillir des cris.
Bien.
Toutes les notions vont se mêler, du courant électrique
sur toutes les têtes.
Donc, un angle commercial, quelques rendez-vous,
une réunion.
Une réunion pour l’attribution des rôles.
Mirabeau peut faire Danton, Saint-Just ressembler
à Rousseau.
Soude les équipes, installe une cafétéria jour et nuit.
Dans l’amphithéâtre révolutionnaire, il y aura des mi-
cros,
des micros innombrables et invisibles que le brouhaha
couvrira.
Si elle sait démasquer les traîtres, ta révolution rapport-
era beaucoup.
Sur un mode compétitif, place tes personnages puis
attends :
Celui qui dit qu’il faut aplanir les inégalités sera légè
rement applaudi,
avec l’expression bourgeoisie, il fera son beurre.
Il faut considérer que chaque mot compte et peut être
côté en bourse.

 

Silvia Righi: «chissà se ci saremo dopo»

0

diSilvia Righi

È uscito, per la collana Remedia di Pungitopo (a cura di Tommaso Di Dio e Maria Luce Cacciaguerra) il libro Ex voto suscepto di Silvia Righi. Ospito qui alcuni estratti.

***

Testa

Me ne sono andato molto prima di te.

Dal sacro non giunge che il bene, è la cura.

Lo dicono i grani neri intorno al collo

li porto alla bocca fin da bambino.

Sono un uomo buono. La mano di mia figlia è troppo calda.

I grani stanno bruciando. Se resisti, dio è nell’ombra.

Accetta l’amore spaccandoti in due, questo

mi hanno insegnato. Togli il nome,

essere nessuno avvicina alla grazia.

Le luci brillano come meduse morte.

I grani entrano nella pelle.

Appare in cima a una pila di crop-top

un involucro muto, sotto neon fucsia.

Ha lo sguardo estatico dei cani,

le loro pupille bagnate.

È difficile gridare al miracolo per primi

la meraviglia attraversa l’occhio

come uno spillo, davvero.

Sono la variabile. La carne che darà testimonianza.

Non una lacrima di sangue sopra una statua.

Non la tubercolosi guarita dall’acqua.

In lei è racchiuso il male del mondo e la sua assoluzione.

La ragazza grondante di amuleti

scintilla oscura dentro al magazzino.

L’anti-melodia dei gioielli paralizza l’aria.

Emerge dal nido dei capelli

dove il chiarore della pelle interrompe

la massa nera che si attorciglia fino al limite

del pavimento, intravedo abrasioni e segni devoti

a linguaggi di ogni tempo.

Sopra di lei la scritta monumentale

ed è troppo tardi

la bambina indietreggia persa nell’incubo che la osserva dall’alto, scivola e la testa si spacca con il rumore secco di una noce. Il sangue mi schizza in faccia. Le persone si spintonano tra zaffate di sudore. Vengo trascinato via, chiamo il suo nome, mentre la materia cerebrale lorda il pavimento, mentre la ragazza si stringe le mani sfigurate intorno alla gola e grida attraverso la carne morta della mia bambina, la loro bocca mossa da spasmi vivi, sputa, grida di essere la figlia di dio.

 

 

Braccia

Mia nonna Learda sputa in un bicchiere prima

del sonno, «còssì ‘t guarìs da la fèvra»

ci mescola il sale e un capello strappato.

«Tìg pazienza, la lòuna la gà da vgnì fòra.»

Alcuni miracoli restano segreti

ma nessuno vuole rinunciare, non per dire ma

la preghiera accende, vuoi

che accada l’impensabile.

A tredici anni ho fame di miracoli.

Penso alla Vergine che mi piange il suo azzurro

addosso. Penso alla mia catechista, più terrena,

con il pene rigido tra le mani.

Ho paura di diventare cieco

e succede di notte, con o senza la luna.

Il mio braccio è più teso di un elastico.

Il mio braccio è la metà di quello di mia nonna

che falciava i campi.

Si rivolge alla Madonna perché a dio

non ci ha mai creduto. In paese ricordano

il suo incidente, le urla mentre cadeva sull’asfalto

le ossa fracassate del lato sinistro.

Mi faceva portare rosari scheggiati e cuori

d’argento alla chiesa

si mangiava le unghie in attesa.

Guarita, si è tatuata la pelle cadente,

le linee delle parole

verso il basso come formaggio filante

per la grazia ricevùda, ringrazio cun tuti i cori.

È comune definire il miracolo un’interruzione dell’ordine naturale. Un fiume deve scorrere prima che il suo corso possa essere interrotto. Il miracolo di certo prova qualcosa ma dove sono le prove del miracolo. L’unica certezza: esiste sempre un testimone. Ma se un uomo dice che è venuto da New York tramite i fili del telegrafo, gli credo o non gli credo, se cinquanta uomini dicono che sono venuti da New York tramite i fili del telegrafo, crederò o

quanti testimoni servono per costruire una verità.

L’ho vista, mia figlia morta. Figlia di dio, ti ho vista.

Le parole saranno credute a metà

perché il sangue è più accettabile di un’apparizione

o di un prodigio che si trascina dietro un cadavere

ci si aspetta altro,

la coda di una lucertola rigenerata

non la lucertola tagliata in quattro pezzi.

Lei ha sigillato le porte, e ha diviso il mondo.

Mi strappo le croste dalle braccia.

Vedo i miei capelli fermentare nella saliva.

Non potrò più guarire.

Ginocchia sporche. Teste coperte di unguento

Ceste di frutta sparse di fronte all’entrata

o lanciate contro i vetri da chi crede.

I pellegrini si schiantano contro le porte.

Il trionfo del bagliore.

Chi non crede, o non può permettersi di credere

perché avrà assecondato una forma di eresia

pretende, cerca risposte.

Il potere ha perso il potere nell’istante in cui lei è comparsa

le loro opinioni: candele in un incendio.

I Vangeli contestati riga dopo riga

non c’è nessuna figlia

non c’è mai stata nessuna figlia,

senza purezza né efficacia

non il diritto ma la natura

ha prescritto la sua venuta.

Piede

Sei arrivata per andartene. Ho gli occhi arrossati. Mi spoglio. Il tempo non comune della cera

che fate colare sul mio corpo, tu e lei dico, sono così vicino da essermi portato verso il morire.

Profumi. Giri su te stessa, i piedi e gli occhi e la mandibola come fossero cose vere, dove si riversa un liquido di firmamento. Non sei qui, vero? Non rispondere, perché vorrei sapere…

Chissà se ci saremo dopo, voi siete l’esplosione del sole, una natura che non ci aspettavamo divorasse le ossa dei nostri. Perle e vortici di capelli agitati come formiche. Il magazzino è di piombo. Mani secche mi fanno aprire la bocca, le labbra tirate sui denti e sento un gusto di sale.

I vostri occhi mi guardano da dentro.

Domanda. Braccia lanciate nell’aria. Richiesta. Vi alzate sulle punte. Torsione del busto. Polsi piegati. Gambe dai muscoli rigidi. Tutto è vicino e lontano, lontano.

Rimarrò padre di me stesso, ora lo comprendo, dalla trasparenza delle tue lacrime opache come alghe. Conosci la morte, tu, io l’assenza. Voi leccate il mio piede, il taglio è d’argento, addio, le lettere

lo mangiano con la forma serpentina delle loro linee, resta, uno ricorda sé, un altro genere di sé, ma io vorrei che tu tenessi a mente ciò che è accaduto davvero.

Piede

 

 

Non andartene non

oltre il confine, in un futuro opaco di viole nere

non posso seguirti

e non voglio, lo sai.

Tra dieci anni, a confrontare i bambini nati e non nati

sarai un ottimo padre come io non sarò madre,

all’orecchio, un sussurro normale

scopiamo, va bene, i figli non nostri, mai.

Mi hai mentito. Hai osato immaginare.

Voglio che tu sappia

sei ancora qui

preghi in modi che non riesco a capire.

La camera che abbiamo costruito ha preso i tuoi colori

la mancanza non è una forma di verità

o una spinta

a volte è una radice molto azzurra

ora non esisti, voglio ancora che tu sappia

non ti ho seguito è vero ma la polvere si poserà

non guardarmi con occhi che non mi conoscono

conosci la morte tu, io la scomparsa

avrai la mia mano sopra i tuoi occhi

e incontrerai l’altra faccia della regina

la strega, allora vedrai

quanto del mio buio

appartiene alla tua luce.

 

 

Braccia

Era davanti a me come avevo sognato, come avrei sognato il due novembre di ogni anno per i quarantasette anni in cui sognai quel ricordo. I vestiti si staccano da lui come spine di pesce, era bello in un modo religioso, di latte, era così bello che avrei dovuto ucciderlo. Negli allevamenti, i bovini maschi vengono fatti ingrassare al punto che le zampe non sono più in grado di reggerne il peso. Mi spoglia, mi fa sdraiare sull’erba. I capelli si mischiano al fango e alle formiche, raccoglie le foglie sciolte e il fango e i fiori schiacciati dall’acqua, dipinse cerchi dentro cerchi con la punta delle dita, poi il palmo della mano, non poteva smettere o la pittura si sarebbe indurita, inizierà a creparsi. E io non volevo essere brutta. Sulla pancia, sul seno, lungo la curva del collo, nacquero morti strani tatuaggi. A due anni, le mucche vengono ingravidate: per produrre latte devono, come tutti i mammiferi, partorire un cucciolo. Un lombrico si contorceva al limite del mio campo visivo. L’odore freddo della terra. Quando la sbarra si alza, scivolano e cadono e annusano il sangue degli animali macellati al di là della trappola. Respiro dalle profondità di una grotta, e lui preme, cinque lividi spaccano il bianco. La mucca viene costretta a produrre dieci volte la quantità di latte che produrrebbe in natura. Per nutrire suo figlio. Nessuno credeva che il male avesse la carne di un angelo, e che fosse velenosa, narcotizzante. Per lo stordimento viene usata una pistola a proiettile captivo ma dopo lo sparo alcuni animali restano coscienti. Questo seno non mi corrisponde, due sacche di grasso concepite per l’impronta di un morso, morbide come il burro. E il macellatore taglia loro la faccia mentre continuano a respirare. Mi guardò come se fossi un esperimento o una torta in cui affondare i denti fino al cranio. Gli animali vengono fatti a pezzi con le seghe elettriche. Respira, è importante che lui ti ami. Nella sala di taglio non si trova più alcun segno di quello che sono stati, mi viene addosso, le zampe tranciate un minuto dopo lo sgozzamento, se mi baciassi come un essere umano, solo carne su altra carne, ma tu non hai odore.

 

Testa

Ti ricordi della zia Olga? Sei identica nei capelli, massa grezza come il fieno, li aveva lunghi

fino al culo e il marito diceva che l’aveva sposata solo per i capelli, così diceva.

La zia Olga si svegliava alle cinque del mattino per acconciarli, una crocchia grossa quanto un’altra testa umana. L’unica che usava spilloni, pettinando, cantando, sempre più minuta sotto l’obelisco nero che oscillava tra le stanze. Secchi secchi ti dico, proprio come i tuoi, ti ci pungevi se infilavi la mano

tutto il contrario della voce, scura e tanto dolce, tu sei uguale anche lei stregava i maschi, anche lei voleva essere cieca

pensa

è stata la prima a morire.

La misura della fine

0

di Marco Corian

Arriva un momento in cui uno scrittore non ha più bisogno di dimostrare nulla; gli basta verificare se lo spazio e la forma che ha abitato per una vita reggano ancora il peso dell’esperienza, il tempo presente e ciò che invece potrebbe essere il futuro. Partenze di Julian Barnes sembra nascere esattamente da questa verifica, da una riflessione che riguarda insieme la memoria, l’amore e la prossimità della fine.

Il romanzo intreccia due stagioni della vita di Stephen e Jean: la giovinezza negli anni Sessanta, con la sua energia ancora intatta, e l’età avanzata, quando ciò che è stato vissuto torna a presentarsi come materia da interpretare. Non si tratta di un semplice confronto tra entusiasmo e disincanto, né di un dispositivo narrativo costruito per mostrare ciò che si perde con gli anni; ciò che interessa a Barnes è piuttosto la variazione dello sguardo, il modo in cui un medesimo episodio, rivissuto interiormente a distanza di decenni, cambia consistenza, si carica di un peso diverso, talvolta rivela un significato che al momento dell’accadere restava invisibile.

La memoria, in questo libro, diventa allora il vero spazio narrativo. Stephen anziano non ricostruisce soltanto una storia d’amore, ma la propria identità, attraverso una serie di aggiustamenti interiori, riconoscendo che ogni ricordo contiene già un’interpretazione. Tra l’uomo che agiva e quello che ora contempla si apre uno scarto che nessuna rilettura riesce a colmare del tutto. In quello scarto prende forma la sostanza del romanzo.

Accanto a questa linea si muove la presenza discreta di Jimmy, il cane che accompagna la vecchiaia di Stephen. Il corpo animale, con il suo declino silenzioso, fino alla morte, restituisce alla riflessione sul tempo una materialità che impedisce ogni astrazione: la fine si inscrive nella quotidianità, nel ritmo delle passeggiate, nella cura, nella consapevolezza che ogni vita possiede una propria misura.
L’apparizione di una figura chiamata Julian introduce un ulteriore livello di coscienza: la scrittura entra in scena come gesto che si interroga sul proprio stesso senso. Il dato biografico della malattia che ha colpito Barnes negli ultimi anni resta sullo sfondo e conferisce al libro una gravità particolare, come se l’orizzonte della finitudine attraversasse la pagina senza bisogno di aggiungere altro.

In un contesto letterario, e un panorama narrativo, in cui il romanzo tende spesso a legittimarsi attraverso un’esposizione quasi spasmodica dell’io, Partenze sceglie una via più mirata, quasi appartata, e affida il proprio vigore alla precisione dello sguardo. L’io che emerge da queste pagine non cerca di imporsi come centro indiscusso dell’esperienza; accetta invece di essere attraversato dal tempo, di essere modificato dal ricordo, di scoprire che ogni interpretazione resta provvisoria.
Se questo libro rappresenta davvero un congedo, lo fa attraverso un gesto di rarefazione: ogni elemento appare ridotto all’essenziale, come se la narrazione avesse attraversato un lungo processo di distillazione e purificazione. I temi che hanno segnato l’opera di Barnes riaffiorano qui con una limpidezza quasi definitiva, consegnando al lettore una meditazione sulla continuità dei legami e sulla loro inevitabile trasformazione.

Chiudendo il libro si avverte qualcosa di più sottile di una conclusione: la percezione che la vita, quando viene osservata a distanza, acquisti insieme maggiore chiarezza e fragilità. Ciò che rimane, alla fine della lettura, non è l’impressione di un epilogo drammatico e solenne, ma quella di un equilibrio raggiunto: la percezione che la durata della vita, osservata con sufficiente attenzione, diventi essa stessa forma, e che l’amore, riletto attraverso le sue trasformazioni, assuma un significato più vasto della somma dei suoi episodi. In questa scelta di misura e di concentrazione si riconosce la cifra più profonda del libro, e forse anche la sua attualità e la sua forza, perché ricorda che la letteratura può ancora interrogare il tempo senza gridarlo, può ancora esplorare la fine senza trasformarla in spettacolo.

L’amore non ha etica. Su “Meglio così” di Amélie Nothomb

0

 

di Ornella Tajani

Avere a cena Silvio Berlusconi e servirgli per ostilità gli avanzi di sei settimane prima? Talmente spassoso che è successo per davvero: così almeno racconta Amélie Nothomb nel suo ultimo libro Meglio così (traduzione di Federica Di Lella), da poco uscito per Voland, editore che da tempo segue le pubblicazioni francesi dell’autrice. L’artefice della cena avariata è la madre della narratrice, che qui diventa protagonista: se solo nelle ultime pagine Nothomb lascia intendere di averla messa al centro della storia per ripagare un ipotetico debito verso di lei, dopo aver scritto più lungamente sul padre (in Primo sangue e Psicopompo, stesso editore e traduttrice), il romanzo ci racconta perlopiù una madre bambina.

Adrienne, quattro anni, viene mandata a passare l’estate dalla nonna materna, che somiglia in tutto e per tutto a una strega: perfida, piena di rancori, unica abitante di una casa sgangherata. Fatta eccezione per la conclusione, l’intero romanzo sembra riecheggiare i toni, i ritmi, le figure della fiaba: una nonna cattivissima, un’altra angelica; una sorella carina e allegra, un’altra ombrosa e macilenta; e poi il mistero dei gatti scomparsi, alcuni aristocratici, altri meno; una figura raccapricciante che li ammazza portandoli dentro un sacco; una madre dalla doppia personalità, ora Doctor Jekyll, ora Mister Hyde. Dicotomie così nette che però, nel momento in cui ci troviamo in regime autobiografico più che fiabesco, la vita rimescola come carte da gioco, mostrando le ambivalenze della percezione, i controluce dell’esistenza, le connaturate ambiguità dell’essere umano. Intanto Adrienne cresce, in mezzo a vari eventi più o meno capitali, fra cui la fine della Seconda guerra mondiale; s’innamora, si sposa.

Nel finale cui si è già accennato, quando, con un salto temporale, si passa dagli anni ’40 al contemporaneo, l’autrice, in una modalità riflessiva, a tratti metadiscorsiva, rivela l’identità della madre, commentando il proprio rapporto con lei e il racconto che ne ha appena fatto; nulla a che vedere, tuttavia, con il genere del récit de filiation, ossia il racconto di un genitore o di un antenato che diventa una sorta di autobiografia obliqua e che oltralpe, in particolare sulla scia di Ernaux, riscuote da tempo un buon successo. In Meglio così è certo l’azione a imporsi su un’eventuale morale, che pure la fiaba prevedrebbe; se dentro c’è un messaggio da riconoscere, questo arriva per bocca della protagonista: l’amore non ha etica, spiega l’Adrienne adulta alla figlia Amélie; nessuno è obbligato ad amare, né si sceglie di farlo perché una persona è più o meno buona.

L’universo di Nothomb ha qualcosa di magico, e si direbbe che in maniera un po’ favolosa l’autrice costruisca anche i suoi testi: scrivendoli con sorprendente rapidità (ne pubblica uno all’anno), lavorandoci quattro ore al giorno a partire dalle quattro di notte (l’aneddotica che la riguarda cresce di pari passo con la sua produzione), eppur sempre riuscendo quasi misteriosamente a reggere il filo della narrazione fino alla fine, a sedurre in qualche modo il proprio pubblico – complice una scrittura dotata di una certa leggiadria, peraltro perfettamente restituita, qui e altrove, dalla traduttrice. Sono senz’altro libri di intrattenimento, gli ultimi di Nothomb, le cui storie come per incanto possono evaporare poco dopo averle lette: ma la scrittura ben oleata, la struttura dal congegno sapiente e qualche guizzo garantiscono un intrattenimento di qualità, che per un paio d’ore assorbe e riesce a trasportare altrove – in un altrove caratterizzato dalla leggerezza, che nondimeno è ed è sempre stato una stanza presente nel grande edificio della letteratura.

AzioneAtzeni – Discanto Ventinovesimo: Chiara Miscali

0

lettura di Andrea Solinas

Azione Atzeni – Discanto Ventinovesimo: Chiara Miscali

 

Discanto XXIX

Un giorno, un’ora, pochi minuti bastano a vivere esperienze che segnano una vita, cambiano un uomo. Vent’anni di tutti i giorni uguali non lasciano traccia nella memoria. Il ricordo cancella la noia, la monotonia? Conserva lampi, immagini, echi di sogni, parole che si sono incise e nessuno può scacciare – liberarsene sarebbe un unguento sulle piaghe…
da Il quinto passo è l’addio, di Sergio Atzeni

 

Il sesto passo è il rifiorire
di
Chiara Miscali

Sulla mensola troneggia il garofano rosso ormai esangue. Il garofano del Santo, che ha corso sulle spalle degli uomini vestiti di bianco, immerso nello scrosciare di mille mila piedi scalzi sul terreno battuto. Processione di polvere e di sangue. Canto di passi pesanti rimbomba fra le braccia del Golfo, che richiuso nel suo ventre cristallino coccola le colonne fenice e i lamenti nuragici. Il vento amplifica e lenisce. L’aria è tiepida, non calda: da questo lato della lingua di terra non lo è mai. Qua, l’alito pesante del Nord Ovest l’hanno compreso e ammansito presto: si son stanziati dandogli le spalle, di là sull’altro versante della lingua di terra. Che, pur essendo lingua, sta muta, senza un tremore nemmeno flebile, il linguaggio non l’ha imparato mai e vive bene, senza parole. Senza coscienza. Come sta in pace, la natura, senza quel verbo principio di tutto. Eppure parla, racconta, si fa mistero e poi rivelazione. Forgia l’esuberanza di chi crede di ammansirla, si lascia ammansire, si fa sfondo di mare e di cielo e di deserto. Ad animarla – finché non si ribella – è la carne viva di questo presente denso. La vedo in questo giorno d’estate. Carne a perdita d’occhio, corpi scoperti, umidi di sole e di sale, stesi, eretti, accucciati, chinati; parlano, mangiano, ridono, nuotano. Spasimi irrequieti di un presente bulimico, propaggini di modernità. Unico corpo pulsante, osservato da questa prospettiva distante ma non troppo: torre sul cocuzzolo dolce di una delle ultime chine della lingua di terra.
Non è vita lenta, ma apologia ostentata della lentezza. L’ostentazione ha in sé la menzogna.
Qui, in alto, la torre aragonese racconta che guardare l’orizzonte dalla riva è atto remissivo. Scappate!, finché potete. Finché attraverso queste feritoie, fra i flutti, non vedrete arrivare i corsari, siete ancora in tempo.
Persino quei vecchi disfatti sulle sdraio arrugginite, giù sulla spiaggia, ne hanno ancora, di tempo. Fino all’ultima goccia di respiro si può ancora immaginare. Pensare alla costa mentre si va alla deriva, anziché pensare alla deriva dalla costa.

Il garofano rosso è appassito due giorni fa. Quand’è che appassisce un fiore? Avantieri era così come oggi, ma avantieri non lo chiamavo appassito. Mi pareva che qualche cristallo di rosso sanguigno ancora lo innervasse. Era la mia immaginazione, lo so, e lo sapevo avantieri, ma l’immaginazione è capace di grandi cose e resuscita persino i fiori. I fiori benedetti possono mai appassire? Credevo di no, eppure il mio garofano rosso adesso si è fatto di un colore più denso della porpora. Sangue rappreso sullo scaffale, sangue che una volta pulsava dentro al tremore di un bacio. Garofano che una volta correva sopra i passi scalzi dei devoti, adesso sta immobile: che ne è stato del suo andare ora che appassisce? La benedizione non s’infrange, si sa: quel che è stato benedetto una volta, tale resta per sempre. Persino nell’appassire. Ma la benedizione dell’andare dove si arena? Uno, due, tre, quattro, cinque passi, l’addio. E poi, dopo: il paradiso? Forse. La lingua di terra che abitiamo ne sembra essere promessa: è già eden. L’eden degli atei. Ride, il maestrale, mentre invochiamo i Santi, qua attorno, persino nel nome di spiagge che una volta erano dominio di politeisti devoti. Lo stratificarsi del tempo, delle carni, della storia, ci ha ammansito i sensi, li ha intorpiditi e anestetizzati a vivere nel fagocitante presente che predica lentezza e brama rapidità. Che tutto finisca presto, allora: quest’ora, questo giorno, questa vita. Prendi il largo. Se il quinto passo è l’addio, il sesto è vita nuova, già dimentica della precedente. Ci penso guardando l’orizzonte dalla feritoia della torre aragonese. Se camminassi: uno, due, tre, quattro, cinque… ma qua attorno il mare esonda nello sguardo. Dunque son passi o bracciate?

Attraverso lo spiraglio della feritoia l’orizzonte si riduce a un frammento. Un frammento d’infinità è sopportabile, sta dentro allo sguardo interamente, anzi, cuce lo sguardo e lo educa alla piccolezza, alla frammentarietà, all’eleganza delle cose parche. La vela inquadrata al centro della feritoia fluttua tra vento e mare. Cosa vede lei di me? La vela – elegante gabbiano dall’apertura alare pterodattile – di me vede solo la sagoma di una torre, al massimo lo spazio scuro di una feritoia.
La vela osserva il mio non esistere: la lingua di terra mi mastica. Gioca con me sbattendomi nel palato e fra i denti. Quand’è che ci ingurgiterà tutti? Scappate!, finché potete. Uno, due, tre passi e l’addio viene un attimo prima del previsto. Quattro, cinque bracciate e l’acqua sommerge la vela. Sei e il garofano rosso, benedetto, rifiorisce.

 

 

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

 

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

Si può seguire il PODCAST su:

Youtube

SPOTIFY

PocketCasts

Manuale minimo per adulti con un amico invisibile

1
Image by Hello Cdd20 from Pixabay
Immagine di Hello Cdd20 da Pixabay

di Stefano Bonzano

1. Non dirlo subito.

Se a cinquant’anni dici durante una cena: “Ho un amico invisibile”, la serata prende una piega clinica.
Meglio aspettare il dolce. Oppure non dirlo affatto.

2. Non chiamarlo per nome davanti agli altri.

Il mio si chiama 生.
Significa “vita”.
Se lo pronuncio in pubblico, qualcuno pensa che sia una marca di sushi, qualcun altro che io abbia avuto un’illuminazione orientale. Nessuno immagina che sia una mutazione.

3. Ricorda che non è un fantasma.

Un amico invisibile adulto non è un’apparizione.
È una funzione.
Compare quando l’ambiente diventa ostile: una pagina che non si lascia leggere, un silenzio troppo lungo, una decisione che non vuole essere presa.
Da bambino ero dislessico. Non sapevo di esserlo, sapevo solo che le lettere non collaboravano. Mentre inciampavo, dentro si attivava un’altra modalità di lettura. Non lineare, non ordinata. Per immagini.
Non è stato un trauma. È stata un’adattabilità.
Se Darwin avesse osservato 生 e me, avrebbe parlato di mutazione. Non genetica. Operativa.

4. Le mutazioni non sono solo fisiche.

Siamo abituati a pensare che l’evoluzione riguardi il becco dei fringuelli o la corazza delle tartarughe. Ma anche l’assetto emotivo muta.
Una paura ripetuta ispessisce la nostra corteccia.
Un’umiliazione cambia postura.
Un amore modifica il ritmo cardiaco e il modo in cui giudichiamo il mondo.
Il corpo registra. L’emozione modella. Il pensiero si riorganizza.
Non sono tre piani separati: sono un unico organismo in movimento.
Il neuroscienziato Antonio Damasio lo direbbe meglio di me: non esiste decisione razionale che non passi dal corpo. Io lo dico più semplicemente: se ti si stringe lo stomaco, stai già pensando.

5. L’amico invisibile è un adattamento.

Non ti rende speciale.
Ti rende elastico.
Quando una situazione non si lascia attraversare con gli strumenti consueti, l’amico invisibile suggerisce un’altra angolazione. Non consola. Devia.
Se l’ambiente cambia, l’organismo cambia.
Se l’ambiente è complesso, l’identità diventa dialogica.

6. Non confonderlo con l’intelligenza artificiale.

L’IA può simulare una risposta brillante.
Ma non ha un battito accelerato, non suda, non sente il peso di un errore nello stomaco.
L’intelligenza umana è un intreccio tra biologia ed esperienza. È fatta di memoria incarnata.
L’amico invisibile non è un algoritmo interno.
È una cicatrice che ha imparato a parlare.

7. Non eliminarlo.

Molti adulti archiviano quella voce come residuo infantile.
È un errore.
La rigidità non è mai stata un vantaggio evolutivo. Le specie che sopravvivono sono quelle che sanno variare comportamento, non solo forma.
L’amico invisibile è una variazione comportamentale interna.
Un piccolo laboratorio di mutazioni.

8. Non idealizzarlo.

Non è più intelligente di te.
Non è più morale.
Non è un oracolo.
È semplicemente la parte che guarda la scena da mezzo metro più in là.
Quella distanza minima che impedisce l’estinzione emotiva.

9. Accetta che possa sparire.

Un giorno ho smesso di sentirlo con la stessa chiarezza.
Non perché fosse morto.
Forse perché si era distribuito.
Forse la mutazione era diventata stabile.
Quando l’organismo integra una variazione efficace, non ha più bisogno di nominarla.

10. Ultima regola.

Se qualcuno ti chiede se parli da solo, puoi rispondere di sì.
Ma aggiungi che non è un monologo.
È un sistema evolutivo in corso.
E finché mutiamo dentro, non siamo finiti.

Christopher, o la percezione del vero

0

di Sara Vergari

Senza preavviso e senza luce artificiale è stato concepito a seguito di una residenza d’artista nell’Eremo di Santa Caterina, all’isola d’Elba, L’altro imperatore (Edizioni l’Obliquo, 2024), albo che unisce i testi di Matteo Bianchi e gli scatti in lunga esposizione di Andrea Lunghi, in un dialogo che coinvolge il potenziale simbolico tanto della parola quanto dell’immagine, e lascia spazio al lettore di interpretare ciò che per volontà degli autori rimane ermetico. Come suggerisce il titolo, il libro allude al Napoleone privato, una volta dismessa l’uniforme del potere e dietro la maschera del grande governatore. Di fatti, le foto di Lungo conducono a immaginare una lunga notte di Napoleone non in battaglia, ma a letto, in un sonno concessosi durante l’esilio sull’isola nel Tirreno. Le foto di Lunghi ritraggono sempre la stessa scena, il letto in ferro battuto su cui avrebbe dormito, ma scorre il tempo, cambia la luce, si muovono le lenzuola come se potessimo vedere la presenza stessa del corpo di Napoleone lì in fermento. Il tempo di una notte mostrata dalle fotografie viene dilatato e disarticolato dai testi, poèmes en prose che pennellano momenti di microstoria al limite tra sogno e realtà.

II.

Aspettando gli ordini la sua tenda era sempre la più silenziosa. Poco lontano si riunivano, si azzuffavano, ballavano intorno al fuoco, si stringevano per il freddo, bevevano per non pensare alla mattina dopo, magari per sognare una ritirata imprevista, un suo ripensamento. Nessuno poteva immaginare la vertigine che avrebbe dato essere sfiorati da una palla di cannone, il brivido di un incubo. La speranza di schivarne un’altra ancora avrebbe tolto loro il sonno per giorni. Quando trascorreva mesi senza sfilarsi l’uniforme neanche la notte, sotto la fiamma che tremava e l’olio che fremeva, non l’avrebbe più levata.

La notte dell’imperatore, frangente in cui metaforicamente si manifestano le più intime verità e fragilità, racconta di un’estrema solitudine e di una ricercata lontananza dal reale, di un bisogno narcisistico di autoelogio e di pensieri opprimenti che si sovrappongono. In fin dei conti tutto sembra un’illusione, da quella di un Impero sgretolatosi in poco tempo a quella di un personaggio solo in apparenza saldo. Persino l’Epilogo, che disorienta il lettore, offre un’altra illusione, quella di un uomo malato che crede di essere Napoleone. Nell’ultima immagine l’Imperatore sembra essersi alzato e avere lasciato la stanza, con in sottofondo queste intense parole di Bianchi:

D’altronde a lui importava che le relazioni durassero, per quanto pericolose, che il tempo si fosse innamorato delle sue imprese, ma a quale costo? La verità fu sempre troppo distante, altera,

non fu mai un suo affare.

Un anno dopo i testi suddetti sono confluiti in chiusura del nuovo lavoro di Bianchi, la raccolta Christopher (Interlinea, 2025), nella quale il personaggio di Napoleone dialoga con altri due uomini della Storia, se pure di epoche diverse, Christopher Channing, artista queer e attore teatrale, e Roberto Pazzi, intellettuale portatore di valori controcorrente. Le parti, queste nuove in versi, una volta cucite insieme vengono a costituire un percorso esistenziale scandito da quattro soglie (del sé, dell’amore, dell’inappartenenza, della memoria), in cui i personaggi divengono simbolo al contempo di fragilità e resistenza al reale nell’estremo desiderio di sparire. Tanto che le figure stesse che animano i versi finiscono per diventare fantasmatiche e illusorie anche per chi legge. Se per Napoleone lo abbiamo già detto in precedenza, Christopher fluttua incorporeo ormai vinto dal tempo e dallo spazio, indossando maschere che di volta in volta lo rendono qualcun altro, immerso in una Parigi spettrale. Con Roberto siamo invece in ospedale, sulla soglia della perdita della memoria che tutto fa scomparire.

E ancora lo venivo a cercare,

abbandonato il pensiero contemplativo sull’uscio

insieme a ogni genere rassicurante di finzione.

Venivo al suo fianco acuto e imbiancato,

al suo lenzuolo di lino immutabile

profugo del mio quotidiano.

Quando lo risentivo, tornavo in me.

Matteo Bianchi, come argomenta Tommaso Di Dio nella nota critica finale, rinuncia alla centralità dell’io lirico e si fa “scrivente”, per riprendere una definizione cara a Vittorio Sereni, maestro del maestro di Bianchi, il compianto Pazzi. Dunque il poeta si fa “stenografo” delle vite altrui – di Christopher, dello scrittore ferrarese scomparso il 2 dicembre 2023, del presunto padre malato che veste i toni napoleonici – e la poesia si fa ascolto dell’altro da sé, registrazione della sua sofferenza e conseguente custodia. Nei versi che Izet Sarajlić scrisse durante e dopo la guerra di Bosnia e che l’autore cita volutamente in nota, si percepisce la medesima tensione a salvare l’umano dal disumano, anche attraverso gesti minimi: «Se muore una città, il poeta deve parlarne». D’altronde, la tenerezza è nei gesti più semplici e per questo universali.

Spesso ha risposto al “telefono amico”

e parlava a chi voleva il suicidio.

Spesso gente delle banlieue.

Non doveva entrare negli altri,

ma solo capirli in fondo al cavo.

Alzava la cornetta fortissimo,

una voce di più nella mano,

uno squillo lontano a carponi

tra empatia e compassione.

Il poeta si aggrappa ai dettagli: un piatto messicano strofinato a mani nude, le bolle di sapone, le «stanze di cocci». Il corpo è tra le cose e la loro caducità è sintomo di un’esistenza che resiste; ancora Sarajlić in Chi ha fatto il turno di notte (2012) nomina gli oggetti del quotidiano, così la tazza, la casa e le fotografie quali reliquie dell’amore e della memoria. Di soglia in soglia, Christopher è costruito su frammenti, sui frangenti di un cambiamento interiore, poiché la memoria non è lineare, ma una costellazione mobile: il passato «non se ne va», è una presenza disordinata e dolorosa, talvolta persino ironica, spiazzando il poeta che osserva quanto il lettore. Anche Sarajlić scriveva spesso sul tempo ferito, sul «giorno che non torna», sul ricordo che scava, ma non consola. Il passato si rivela l’unico spazio davvero abitabile, eppure continuamente perduto. La parentesi esistenziale dedicata ai trascorsi di Channing è l’emblema di una vita ai margini, ma senza vincoli e mai compianta; persino il Napoleone schiacciato dalle contraddizioni di un presente che ha rinunciato ai miti, alla fine, risulta un relitto e non il mattatore dell’Ancient Regime, ossia l’eroe consacrato dalla Storia. Tramite queste tre voci l’autore può liberarsi dell’Io, e intanto guidare un dialogo con un’eredità culturale di cui la parola poetica si fa carico. E non è certo una parola rassicurante quella di Bianchi, ma uno scorcio diretto sull’esistenza umana, uno smascheramento di ciò che è davvero reale, ossia la percezione del vero.

Non si uccide di martedì

0

Gianni Biondillo intervista Andrea Molesini

Andrea Molesini, Non si uccide di martedì, Sellerio, 2023

Perché questo rapporto continuo nei tuoi romanzi con la Storia? È una fuga dal contemporaneo o un modo di vederlo meglio?

Esploro il passato per interrogare il presente. Per aggirare i pregiudizi dell’oggi e scovare quel che c’è di eterno nell’Uomo di ogni epoca e luogo mi piace far vivere i personaggi nel complesso magma del già-avvenuto piuttosto che metterli in scena nell’oggi inevitabilmente condannato alla cronaca e al suo carico di banalità.

Il tuo romanzo sembra il racconto di un esperimento sociale sul potere corruttore del denaro.

Sono nato in una società di lavoratori e oggi vivo in una di consumatori. È un mutamento epocale. Quando ero studente i quotidiani non pubblicavano le classifiche di vendita dei libri. A nessuno veniva in mente che ci fosse un nesso tra la qualità letteraria e il successo commerciale. Oggi sembra che quest’ultimo sia tutto, o quasi, quel che conta. Nessuno parla più dell’anima, l’invisibile è stato esiliato dal mondo. Ma oggi come ieri l’isoletta del nostro sapere è cinta dagli oceani della nostra ignoranza. Il denaro può dare l’illusione del potere, ma proprio come potere e successo vale molto meno di quel che appare, anche se determina gran parte delle nostre vite. Troppo spesso siamo disposti a rinunciare a grandi porzioni di libertà per piccole promesse di sicurezza. Ma cosa può il denaro contro la morte? Il destino è un cavallo sempre capace di disarcionare il cavaliere che s’illude di governarlo.

Cinici, egoisti, crudeli, infingardi: non salvi nessuno dei tuoi personaggi?

In verità salvo i quattro principali: Mebel, Rita, Elena e Anita. Quattro donne intelligenti, coraggiose, una differente dall’altra, ma tutte, è vero, abitate da un cinismo e da una qualche dose di crudeltà, tutte però maledettamente affascinanti, al contrario degli uomini che si rivelano antagonisti irrisolti, pavidi e, loro sì, infingardi.

La tua è una commedia amara. È voluta questa “messa in scena” dal gusto teatrale?

Sì, questo romanzo è diviso in tre atti, secondo i dettami aristotelici, che sono anche quelli delle più classiche commedie di Hollywood: penso soprattutto ai film di Ernst Lubitsch, George Cukor e Billy Wilder. In Non si uccide di martedì c’è dell’amarezza, certo, ma è un libro profondamente ironico e a tratti sarcastico, dove l’intreccio di suspense e humour invita a uno sguardo arguto e lieto, per spaziare sul mondo.

 

(precedentemente pubblicato su Cooperazione, nel 2023)