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La separazione delle carriere: giudici e no (Letteratura e diritto #6)

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di Pasquale Vitagliano

La prima separazione delle carriere l’ha realizzata Atena nell’Areopago. Nella trilogia di Eschilo, infatti, assistiamo alla nascita del processo e alla trasfigurazione della vendetta arcaica nella più moderna amministrazione della giustizia. Questa svolta di civiltà produce anche un mutamento antropologico. Le terribili Erinni, che sono le accusatrici di Oreste, colpevole di aver ucciso la madre Clitennestra per vendicare il padre Agamennone, si trasformano in Eumenidi, le benevole. Chissà che l’inconscio collettivo della politica non riveli questo desiderio: rendere i pubblici ministeri, che rappresentano, appunto, l’accusa, più benevoli. Ammansire le procure è l’inconfessato obiettivo che una parte politica persegue dai tempi di Tangentopoli. Con il referendum del prossimo marzo siamo arrivati all’Armageddon.
Sul piano giuridico il discorso si fa più lineare. La nostra civiltà, almeno sulla carta, ha già introiettato la riforma di Atena. Tanto che il pubblico ministero ha l’obbligo di cercare anche le prove a favore dell’imputato. Nella pratica, si dirà, questo non avviene. Il tema, dunque, è un altro. Si dovrebbe avere il coraggio di non parlare più di carriere ma di funzione. Sarà mica che la funzione inquirente non è una funzione giurisdizionale ma poliziesca? La discussione assumerebbe tutt’altra piega e si sgancerebbe dall’attualità del referendum. Vi immaginate lo zelante ispettore Javert essere benevolo nel perseguire Jean Valjean? E chi può pensare al Grande Inquisitore dei Fratelli Karamzov o al giudice istruttore Petrovic di fronte al delitto compiuto da Raskol’nikov, come a un giudice terzo? Ne Il buio oltre la siepe (To Kill a Mockingbird), ci ricordiamo, anche grazie al film, l’avvocato Atticus Finch, ma non Horace Gilmer, il procuratore pieno di pregiudizi razziali niente affatto benevoli.
Per trovare un giudice-eumenide bisogna andare a Porte aperte e al giudice descritto da Leonardo Sciascia (tirato per il bavero nella polemica referendaria). Impariamo da questo romanzo che il mestiere del giudice, qualunque sia la carriera, consiste, come la lingua italiana, nel “ragionare”. E mi pare evidente che stiamo vivendo un’epoca di scarsi ragionamenti. Il giudice di Mani Pulite Antonio Di Pietro voterà SI al referendum sulla separazione delle carriere. Appunto, lo avevano criticato per essere stato, in realtà, un poliziotto. Almeno, lui è rimasto coerente. Noi invece ci sentiamo più garantiti se giudici e procuratori condividono la stessa cultura della giurisdizione e dunque lo stesso ordinamento.
Il sistema giudiziario italiano è, per fortuna, tra i più garantisti. Lo dimostra, se si guardano le statistiche, il fatto che, con tre gradi di giudizio, le assoluzioni prevalgono sulle condanne. Se c’è stato e persiste un abuso della carcerazione preventiva, va detto che in Italia, appena fuoriuscito dalla stagione del terrorismo (ed allora la legislazione di emergenza restrittiva delle garanzie costituzionali fu contestata da pochi), il sistema giudiziario è stato continuamente “stressato”, prima con la corruzione di Tangentopoli, poi con l’offensiva della criminalità organizzata.
C’è da chiedersi perché le forze politiche che invocano la separazione delle carriere in nome del garantismo e dello stato di diritto, sono le stesse che invocano misure securitarie e repressive in materia di ordine pubblico. Questa contraddizione rivela una cattiva coscienza. “Li arrestano, poi i giudici li mettono fuori”. Quante volte abbiamo sentito questa frase da bar? Ecco, i giudici sono alla bisogna, secondo la convenienza, quelli che non rispettano i diritti della difesa, e allo stesso tempo quelli che lasciano liberi i delinquenti.  Siamo arrivati al punto. La separazione è solo un velo. Dietro questa riforma, soprattutto con lo sdoppiamento del CSM, l’organo di autogoverno della magistratura, c’è l’obiettivo non dichiarato di rompere l’unità della giurisdizione, che in Italia ha col tempo anche formato una cultura della giurisdizione garantista e soprattutto indipendente dal condizionamento del potere politico.
Non è stato sempre così, attenzione. Fino agli anni ’70 gli uffici giudiziari di Roma venivano chiamati il “porto delle nebbie”. La stagione è cambiata con la generazione dei “pretori d’assalto”. Con le loro prime inchieste contro la corruzione ruppero la storica alleanza tra Potere e Magistratura. La volontà di una parte politica è di ritornare al passato. Le procure vanno normalizzate. Erinni con i pesci piccoli. Benevole con i potenti. Altro che garantismo. Addio indipendenza.

 

 

 

Pagatə per scrivere

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[Visto che le scrittrici e gli scrittori non parlano volentieri di lavoro, di quello che fanno accanto, sopra o sotto, quello di scrivere, e parlano vagamente di come sia trattato il loro lavoro “letterario”, e visto che scrittori o no, nessuno ha una gran voglia di parlare del lavoro che fa, ci siamo detti a Nazione Indiana che potremmo parlarne un po’ di più, un po’ programmaticamente. Cioè al di fuori dei periodici soprassalti. E ho quindi invitato Gaia Benzi a rompere il ghiaccio, ben sapendo sia io che lei che non si salta fuori angelicamente dalla contraddizione, e che, diabolicamente, come accade su questo sito, si finisce per scrivere di ciò che più ci preme gratuitamente, dal momento che quando siamo pagati, invece, siamo al servizio, meno liberi nei tempi, nei modi, nei temi. a. i.]

 

di Gaia Benzi

Apollo, tua mercé, tua mercé, santo
collegio de le Muse, io non possiedo
tanto per voi, ch’io possa farmi un manto.

«Oh! il signor t’ha dato…» io ve ‘l conciedo,
tanto che fatto m’ho più d’un mantello;
ma che m’abbia per voi dato non credo.

[…]

Fa a mio senno, Maron: tuoi versi getta
con la lira in un cesso, e una arte impara,
se beneficii vuoi, che sia più accetta.

Ludovico Ariosto, Satira I, vv. 88-93; 115-117

 

È il 1517 e Ludovico Ariosto si lamenta con il fratello Alessandro e il collega Andrea Marone delle ristrettezze del lavoro culturale, e in particolare dell’ingratitudine del loro comune datore di lavoro, il Cardinale Ippolito d’Este, che apprezza la sua penna più per la burocrazia che gli risparmia in qualità di Segretario che per i versi che lo renderanno celebre.

Saper scrivere, d’altra parte, non significa per forza fare gli scrittori. Anzi, non lo significa praticamente mai, se per fare gli scrittori, o le scrittrici, intendiamo qui trarre un reddito completo e soddisfacente dalle attività afferenti al “collegio de le Muse”, per dirla con Ariosto, e non a quelle, forse meno auliche ma sicuramente meglio pagate, relative al fare cose con le parole, come dare vita a copy, bandelle, brochure, pitch, abstract, report, unità didattiche, e chi più ne ha più ne metta.

Per essere gente che si guadagna da vivere scrivendo, comunque, non sembriamo aver letto molto, perché quando si tratta di parlare del nostro lavoro diciamo sempre le stesse cose. Sull’industria culturale ha già detto tutto quello che c’era da dire un suo campione indiscusso, Honoré de Balzac, che al tema ha dedicato la gemma della sua Comédie. In Illusioni perdute la parabola devastante di Lucien de Rubempré ci racconta della mercificazione del lavoro culturale, delle illusioni che suscita e delle altrettanto cocenti delusioni a cui conduce i giovani ingenui, con la testa piena di libri e le tasche vuote di soldi.

Nella trasposizione cinematografica di qualche anno fa l’editore a cui Lucien si rivolge appena arrivato a Parigi è interpretato da un particolarmente disgustoso Gerard Depardieu che, dopo avergli rifiutato la raccolta di poesie giovanili perché la poesia, a detta sua, non vende (non vendeva già all’epoca, pare, e ci si chiede a questo punto se abbia mai venduto) alla domanda se ritenesse il suo ultimo successo commerciale un libro che valeva veramente la pena leggere risponde: “Ah, ma che ne so io, sono analfabeta!” Una forzatura, certo, rispetto a un Dauriat già abbastanza arrogante e insopportabile sulla carta, ma una forzatura che rende bene il disprezzo balzachiano per gli editori e i direttori di giornali. Balzac, che giornalista lo era stato davvero, dipinge il ritratto di un Lucien prontamente adottato dalla panacea delle riviste dopo il rifiuto delle belles lettres, che utilizza due nomi diversi per firmare un giorno una recensione entusiasta e il giorno dopo una stroncatura dello stesso libro, per aumentare le vendite di un prodotto mediocre. Alla fine deciderà di cambiare totalmente casacca, buttare al vento gli ideali politici di gioventù e saltare sul carro dei conservatori in cambio di un po’ di successo: un errore che gli sarà fatale in un ambito, oggi come ieri, dove la reputazione è valuta corrente.

Conformismo, page basse, mercificazione e mobbing: ma il lavoro culturale ha anche dei difetti. Uno di questi è la tendenza a essere investito di un valore emotivo, aspirazionale, fino al punto di diventare l’elemento centrale dell’identità di chi lo pratica con non tutti gli annessi e connessi.

Perché infatti Ariosto si lamenta delle mansioni da Segretario che svolge per il Cardinal Ippolito? Non era forse quello già un lavoro importante, che ne riconosceva l’abilità e le capacità intellettuali? Chiaramente sì, almeno sulla carta, eppure no, non lo era, perché quando parliamo di lavoro culturale, e soprattutto quando ci lamentiamo del lavoro culturale, stiamo parlando di qualcosa che non è lavoro, e non è nemmeno cultura: stiamo parlando, principalmente, di noi stessi.

Se dovessi definire cos’è il lavoro culturale sulla base delle rimostranze di noi lavoratori culturali direi che si tratta di tutto ciò che abbiamo profondamente amato nella nostra vita artistica e intellettuale, tradotto in una visione di mestiere disancorata dalla realtà, dai contorni vaghi e spregiudicati, assurta a principale fonte di reddito delle nostre vite. Ma la dimensione capitalista in cui siamo costretti a vendere la forza lavoro per sopravvivere non sarà mai completamente sovrapponibile alle nostre passioni, e soprattutto non dovrebbe esserlo.

L’amore, infatti, non basta per lavorare, e anzi è bene che resti il più lontano possibile dallo stipendio se uno stipendio si vuole continuare ad averlo. Lo sfruttamento intensivo dei lavoratori e delle lavoratrici culturali sulla leva della passione è infatti l’altro grande tratto caratteristico dell’industria culturale. Nel mondo editoriale si fa spesso riferimento alla “bolla” sociologica, cioè all’eco chamber prodotta dal feed di Facebook; meno spesso, invece, si affronta il tema della “bolla” economica, cioè di un livello di (sovra)produzione reso possibile soltanto dal lavoro sottopagato o totalmente gratuito della stragrande maggioranza della filiera, dalle scrittrici agli uffici stampa, dai grafici ai correttori di bozze.

Se l’editoria iniziasse veramente a pagare salari dignitosi a tutte le persone che lavorano nel settore il Salone di Torino sarebbe ridotto a un padiglione solo. E questo vale per le grandi come per le piccole case editrici, per le medie, blasonate e storiche, e per le micro, battagliere e politicamente schierate: nessunə è immune a uno sfruttamento spietato della forza lavoro, fosse anche semplicemente la propria.

È una costante uguale per tutti, nel bene come nel male: c’è tanta editoria militante, di frontiera, d’avanguardia, che senza quell’ingenuo ottimismo della volontà, senza l’illusione di una convergenza possibile fra professione e passione, semplicemente non esisterebbe; ma non esisterebbe nemmeno tanta carta straccia, tanto rumore di fondo e tanta broda riscaldata spacciata per necessaria.

In fondo, perché stupirsi? L’industria culturale è un’industria come un’altra, anche lei espressione di un mercato capitalistico, per quanto lastricato di buone intenzioni. È un mondo comodo solo per chi non ha bisogno di lavorare e può permettersi il lusso di perdere.

Ma anche per chi perde abbastanza a lungo da riuscire a vincere, il successo è quasi sempre venato di compromessi, sottoposto a una pressione e a una competizione sfiancanti. Non è un caso che molte delle persone che sembrano averlo ottenuto – perché mai come in questo lavoro vale il dettofake it until you make it” – a un certo punto crollano, si sfaldano, si sfogano, lasciando trapelare tour deliranti e performance continue e malpagate. Paradossalmente, chi vince è quasi sempre incastrato in un personaggio già scritto, referente perpetuo di un solo argomento, condannato a occupare una nicchia di mercato fino a saturarla, se necessario, costretto a un personal branding incessante e impossibilitato a perdere nuovamente qualcosa – che si tratti di tempo o contatto col mondo. L’errore, l’erranza, quella dimensione così feconda e importante per la creatività e lo studio, diventano in poco tempo chimere passate, e prendono vita lamentele nuove: forse con la cultura si mangerà anche, alla fine, ma non si ha più tempo di leggere, scrivere e andare al cinema. Che senso ha avuto allora affannarsi tanto, se si finisce per smettere di fare le cose che più amiamo in questo lavoro? Che più amiamo, forse, nella vita?

Se c’è una cosa che può in parte disinnescare i meccanismi di sfruttamento è la scelta collettiva, radicale, di smettere di lavorare male. Quindi ben venga la sindacalizzazione, anche nella precarietà, e se non ci sono soldi ci pagassero in garanzie, pezzi di carta, quote di proprietà: qualunque cosa tranne la retorica della passione.

Ma a fianco delle giuste rivendicazioni di categoria sarebbe importante iniziare a sdoganare anche altre vie, strade terze, in cui l’espressione di sé viene praticata liberamente e alle proprie condizioni in virtù di un lavoro altro che non è sconfitta, ma guadagno, senza che la credibilità o la reputazione di chi sceglie questa via (o è costretto a) ne riporti danno.

Nel mondo per cui non smetterò mai di lottare non solo le scrittrici e gli scrittori verrebbero adeguatamente pagati per scrivere, ma anche per non scrivere, che è poi la loro attività principale. Nel mio mondo ideale, verrebbe retribuito l’ozio, ciascuno sarebbe libero di coltivare l’arte che preferisce e vivremmo tutti a spese del Pritaneo.

Ma il mondo in cui viviamo non è affatto così.

 

Ludovico Ariosto pagherà caro il rifiuto a piegarsi ai dettami del suo mecenate. Licenziato dal Cardinale, sarà costretto ad accettare incarichi d’ufficio che lo porteranno per anni lontano dallo studio e dagli affetti. Finalmente, dopo tante peripezie, riuscirà a ottenere la direzione del teatro stabile di Ferrara, il primo d’Europa, che gli permetterà di dedicarsi a tempo pieno alle lettere e dare alle stampe il suo capolavoro.

L’Orlando Furioso esce nel 1532, e ha subito un grande successo.

Ariosto morirà l’anno dopo, all’apice della carriera.

*

 

Immagine: “Un cliente istruisce il copywriter sugli obiettivi della comunicazione”.

Gaia Benzi su Nazione Indiana: Costruire antifascismo oltre l’emergenza | NAZIONE INDIANA

 

Ancora del lavoro letterario, culturale, su Nazione Indiana (ben 18 anni fa):

Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi | NAZIONE INDIANA

 

Oppure questo (solo 9 anni fa):

L’era dell’autopromozione permanente | NAZIONE INDIANA

 

➨ AzioneAtzeni – Discanto Ventiseiesimo: Luciano Marrocu

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Lettura di Stefania Marongiu

AzioneAtzeni – Discanto Ventiseiesimo: Luciano Marrocu






Discanto ventiseiesimo*




“Crediamo d’essere principi … Principi senza titolo, senza terra, senza denari. L’orgoglio della mia famiglia è ridicolo e penoso, un’allucinazione, un’oscura mania di grandezza, non siamo nulla e nessuno.”
da Il quinto passo è l’addio, di Sergio Atzeni





L’arte della fuga
di
Luciano Marrocu



La nave scivolava sul mare scortata dal verso rauco dei gabbiani. Mentre Civitavecchia si avvicinava, gli tornava in mente il suo primo viaggio per mare, quando, dopo che suo padre in vista della costa gli aveva annunciato che entro pochi minuti avrebbe messo “piede a terra”, lui aveva pensato di aver vissuto sino ad allora su una sorta di tavola di sughero galleggiante tra Mar di Sardegna e Tirreno.
Da sempre aveva pensato di andarsene. Pensato, agognato, fantasticato, tramato, annunciato. Non erano mancate le false partenze, la più grottesca quando, sbarcato da un volo Ryanair a Beauvais, dopo aver preso atto che Beauvais non era Parigi e anzi ne distava un centinaio di chilometri, si era accampato in aeroporto sino a trovare un volo diretto per Cagliari. Sentendosi ormai a fine corsa, il tema assumeva un’urgenza particolare, anche perché il versamento di contributi al fondo speciale INPS cominciava da qualche mese a fruttargli una pensione non del tutto disprezzabile. Quel che doveva fare l’aveva fatto, almeno come scrittore. Non si sentiva però abbastanza lucido da immaginare se il suo lavoro, in un futuro non meno insondabile del presente, sarebbe stato celebrato o dimenticato. Visto che quel tanto di fama e autorità che godeva era circoscritto alla sua città, la sua fortuna dipendeva dal grado di barbarie in cui sarebbe precipitata Cagliari nei decenni futuri.

Comunque fosse, il capitolo scrittura era definitivamente chiuso. Adesso negli ultimi tempi preferiva imbrattare costose tele con costosi colori a olio. A parte i discutibili risultati, i suoi dipinti avevano intenzioni artistiche non inferiori per ambizione a quelle che aveva nutrito come scrittore. Con la differenza che, nella stesura dei suoi scritti, la difficoltà o forse l’impossibilità di tradurre le sue lodevoli intenzioni in realizzazioni l’aveva amareggiato, ora tutto filava senza problemi e a volte si meravigliava che quei suoi pastrocchi – non si nascondeva che di pastrocchi si trattasse – avessero in qualche modo acquistato una loro modesta ma pur sempre riconoscibile aura.

Anche il capitolo Maria Adelaide era chiuso. La possibilità che lei lo seguisse nel suo trasferimento in una qualche città straniera e lontana non era neppure stata presa in considerazione. Questo, però, almeno a sentir lui, non significava che tra loro fosse finita. Si sarebbero scritti, si sarebbero sentiti per telefono, si sarebbero pensati: questo ogni giorno. Mentre diceva queste cose, gli tornavano alla mente i lampi di sfrontatezza nello sguardo di lei quando l’aveva conosciuta, e come quello sguardo fosse ora solo indifferenza e rassegnazione. All’inizio della loro relazione, lei gli era parsa come un ovvio complemento, capace di soccorrerlo nelle sue cadute depressive, anche grazie a una riserva di calibrate insulsaggini e sentimentalismi. Solo che lei, a un certo punto, era sembrata convincersi che le insulsaggini non fossero insulsaggini e che i sentimentalismi rappresentassero – parole di lei – “il linguaggio stesso dell’amore”. Quando la depressione si faceva più acuta, lei lo portava per due o tre giorni in qualche paese del circondario: Uta, Decimomannu, Assemini, località assurde dalle quali lui voleva solo fuggire.

Maria Adelaide leggeva le prime stesure dei suoi romanzi man mano che lui li scriveva. Quando si trattava di romanzi storici, l’innervosiva l’inaccuratezza con cui lui disegnava gli sfondi, ignorando gli appunti che lei forniva dopo essersi puntigliosamente documentata. Si accendeva allora una discussione nella quale lui rivendicava la libertà di reinventare il passato, mentre lei sosteneva che il dovere di un romanziere era attenersi alla verità storica. A questa affermazione invariabilmente faceva seguito da parte di lui un’alzata di spalle, che metteva fine alla discussione. S’era poi ritagliata un ruolo pubblico come sua addetta stampa. Quando sul quotidiano locale era apparsa una recensione di un suo romanzo non del tutto favorevole, lei era intervenuta con una lettera al direttore, a precisare e in parte a ribattere. Non era chiaro quanto lui avesse gradito l’iniziativa. Sul merito della lettera non si era pronunciato. Non c’erano dubbi che considerasse Maria Adelaide la più vicina di ogni altro essere umano alle intenzioni profonde della sua scrittura, ma questo non significava che le riconoscesse una reale comprensione della sua opera. Maria Adelaide gli aveva letto la lettera – a cui il giornale aveva dedicato un’intera pagina – e lui l’aveva ascoltata in un mummiesco silenzio, screziato appena, il silenzio, da qualche sorriso sghembo in corrispondenza ai passaggi più accesi. Aveva commentato l’episodio, dicendo che costituiva per lei un’anticipazione del ruolo a cui sarebbe stata chiamata – “in un futuro ormai prossimo”, aggiungeva funereo – di interprete unica della sua eredità letteraria. A un certo punto la Facoltà di Lettere della locale università gli aveva assegnato l’insegnamento di Letteratura comparata, riconoscimento e istituzionalizzazione insieme della sua posizione di massimo scrittore cittadino, oltre che gradito supporto a un reddito soggetto agli alti e bassi dei diritti d’autore sui suoi libri.

La sua vocazione di scrittore aveva assunto agli esordi toni disperati, dovendosi confrontare con la totale mancanza di modelli a portata di mano a cui fare riferimento. Quelli che il sentire comune gli indicava come i massimi scrittori cittadini, gli apparivano sin dall’aspetto, ometti ridicoli. Uno di loro, in particolare, baffetti curatissimi e un eloquio irrefrenabile, lo si vedeva spesso passeggiare impettito sotto i portici di via Roma. Nei suoi confronti aveva sviluppato un’ostilità del tutto sproporzionata all’irrilevanza letteraria dello scrittore in questione e anche, se si può dire, immeritata, visto che si trattava di un buon uomo colpevole solo del fatto di aver inondato quotidiani e riviste locali di un numero imprecisato di corsivi, elzeviri, novelle, racconti di viaggio improntati al più smaccato bellettrismo. Rifiutando l’idea di pubblicare con un’editrice della sua città e non avendo ancora trovato spazio nell’editoria nazionale, il nostro giovane scrittore aveva tentato la via del teatro, pensando che questo mezzo espressivo potesse garantire tutta l’autonomia che la radicalità delle sue intenzioni richiedeva. Aveva scritto e poi personalmente diretto un pezzo che arieggiava al Marat/Sade di Peter Weiss. Alla prima (e unica) rappresentazione, avevano assistito otto persone, tra le quali un gruppo di femministe che avevano ferocemente contestato l’impianto maschilista del pezzo teatrale. Di questo esordio, però, non era stato insoddisfatto, visto che “almeno aveva agitato le acque”. Poi le cose avevano preso un’altra piega. C’era stata la pubblicazione del primo romanzo presso un’autorevole casa editrice nazionale, a cui erano seguiti altri romanzi, accolti con crescente favore dal pubblico cagliaritano. Sotto il profilo del gusto almeno, un osservatore esterno non avrebbe trovato differenze tra il pubblico che aveva fatto del baffetto il letterato cagliaritano per antonomasia e quello che stava sanzionando il successo del nostro ora non più giovane scrittore. Quanto a lui era combattuto. A chi non piace essere fermato per strada da lettori e lettrici riconoscenti, o essere celebrato da una città intera come il proprio massimo scrittore? Allo stesso tempo lo attanagliava il sospetto che ci fosse del marcio nel favore che gli tributava quella che in altri tempi era stata la “piccola città, bastardo posto” della canzone di Guccini. Era stato l’ingigantirsi di questo sospetto che finalmente l’aveva spinto ad andarsene.

Sul ponte, appoggiato alla balaustra, aveva visto avvicinarsi un giovane. Quella faccia non gli era nuova, ma non se ne era curato più di tanto sino a quando il giovane non gli aveva rivolto la parola.
“Professore, lei sicuramente non mi riconosce; anni fa ho frequentato un suo corso su Nabokov”.
“Nabokov chi, il collezionista di farfalle?”
“Non scherzi, professore, lo devo a lei se ho letto Lolita cinque volte.”
“Com’è che hai sviluppato questa fissazione ?”
“Sto provando a scrivere un romanzo, professore, e Lolita mi sembra un modello, certo inarrivabile …”
“Cosa vuoi che ti dica … buona fortuna. E ora dove stai andando?”
“A Roma. Scrivo per un quotidiano di Roma.”
“Giornalista, quindi:”
“Quasi, non ho ancora un contratto.”
“Giornalista senza contratto, ma giornalista. Meglio che scrittore, comunque.”
“Le due cose non sono in contraddizione.”
“Se lo dici tu …”
“E lei, professore? Dopo Civitavecchia che città l’attende?”
Se avesse saputo cosa dire, forse gli avrebbe risposto. Non lo sapeva, per cui lo salutò e si allontanò lungo il ponte.

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

Si può seguire il PODCAST su:

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In difesa della rivoluzione del Rojava

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di Xanim Serencelik Gianolla

Alle organizzazioni femminili, ai movimenti delle donne, alle rappresentanze democratiche di tutte le donne e all’opinione pubblica!

Non è mai casuale quali siano i diritti sospesi durante le guerre, i conflitti e i periodi di crisi. Da sempre, i primi diritti a essere presi di mira sono quelli legati al corpo, all’identità e alla differenza. Le donne ne sono le vittime più visibili e più gravemente colpite.

Ciò che sta accadendo in Rojava rende questa realtà ancora una volta chiaramente evidente. Il corpo senza vita di una combattente donna gettato dal tetto di un edificio davanti alle telecamere; i capelli tagliati di un’altra donna esposti come “bottino di guerra”; le conversazioni su a chi “donare” due donne curde fatte prigioniere: tutto questo è avvenuto sotto gli occhi del mondo, in una simultanea testimonianza globale.

Questi atti costituiscono crimini di guerra secondo il diritto internazionale. Questi atti sono, allo stesso tempo, una forma esplicita di violenza contro le donne. Le donne curde sono il bersaglio diretto di questa violenza. I responsabili sono miliziani jihadisti appartenenti all’Esercito nazionale siriano.

A questo punto è inevitabile porsi una domanda fondamentale: che cosa rivela il silenzio di fronte a questa violenza evidente, documentata e pubblicamente esibita contro il corpo delle donne?

Le reazioni — o le mancate reazioni — alla brutalità perpetrata nel Rojava funzionano come una cartina di tornasole per comprendere l’atteggiamento dei poteri politici nei confronti dei diritti delle donne e delle loro conquiste storiche. L’indifferenza mostrata di fronte alla violenza di genere è essa stessa una presa di posizione politica.

Il fatto che le strutture jihadiste prendano di mira le donne curde non è casuale. È il risultato di un’ostilità ideologica verso un modello di vita in cui le donne sono soggetti attivi, fondato sull’uguaglianza e sulla libertà. Gli attacchi contro la resistenza delle donne curde non sono limitati a una specifica area geografica: queste pratiche preannunciano la violenza che domani potrebbe colpire le donne in altri contesti.

In Medio oriente sono in corso da tempo conflitti, rivolte e lotte contro regimi oppressivi. Tuttavia, oggi non domina solo una retorica di guerra regionale, ma una narrativa bellica su scala globale. In un’epoca in cui l’autoritarismo viene legittimato attraverso i discorsi sulla sicurezza, la sopravvivenza dello stato e la necessità militare, sappiamo quanto rapidamente i diritti conquistati dalle donne possano essere messi in discussione e cancellati. È proprio per questo che oggi è necessario riflettere due volte, essere più vigili e prendere sul serio i segnali precoci.

La documentazione e la diffusione mediatica della violenza contro il corpo delle donne sono atti politici. Attraverso questi meccanismi, la violenza maschile militarista viene resa visibile, normalizzata e riprodotta all’interno di un sistema di impunità. Eppure, colpisce l’assenza di una posizione chiara e netta da parte dei governi e delle élite dirigenti che si definiscono difensori della democrazia e dei diritti umani di fronte a questa barbarie. Ancora una volta, assistiamo a come la violenza contro le donne venga ignorata quando entrano in gioco interessi imperiali.

Questo quadro rappresenta una soglia politica per le organizzazioni femminili, i movimenti delle donne e le donne con rappresentanza democratica.

Perché sappiamo che i diritti non esistono solo nel momento in cui vengono conquistati, ma esistono nella misura in cui vengono praticati e difesi. Il silenzio, il più delle volte, non è neutralità: apre spazio all’espansione della violazione.

La normalizzazione odierna della violenza antifemminile in un territorio, la vita di quali donne dovrà colpire un domani affinché venga finalmente compreso che si arriva ad agire tardivamente?

Dove non mi hai portata

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Gianni Biondillo intervista Maria Grazia Calandrone

Maria Grazia Calandrone, Dove non mi hai portata, Einaudi, 2023

Dove non mi hai portata non è un romanzo, non è un memoir, non è una autofiction. Come potremmo definirlo?

Un libro biografico, storico, sociologico e dunque politico. Una ricerca dettagliata nella vita di mia madre Lucia e di mio padre Giuseppe e, dunque, un viaggio amoroso nella storia sociale e anche legislativa dell’Italia rurale degli anni Quaranta, poi del boom economico e del successivo “sboom” della seconda metà degli anni Sessanta.

Un mese e mezzo per scriverlo, in realtà tutta la vita per iniziare a scriverlo.

Proprio così! Come uso fare in poesia, ho raccolto e immesso i dati di realtà nella mia persona, finché sono emerse le parole per raccontare questa storia in maniera fertile, affettiva, intuitiva. Si guarda l’oggetto finché è l’oggetto stesso a prendere la parola. Allora a chi scrive tocca soltanto il compito di “trascrivere”.

Possiamo dire che la letteratura ha il dovere della memoria per salvare i “sommersi”?

La letteratura è molte cose diverse, è soprattutto libera e non sono certa abbia dei doveri. Può però capitare che possa farsi portatrice di un’idea forte e possa dunque addirittura incidere sulla realtà. Come lei suggerisce, in alcuni casi può dare voce a chi non ne ha o non ne ha avuta. Ma, se vogliamo che la voce arrivi a destinazione, dobbiamo avere cura della lingua, del modo in cui esprimiamo quell’idea.

Ci sono dei paragrafi dove la prosa “prende fiato”, si sospende. Perché questa scelta?

La prosa, come la poesia, contiene la sua musica, il suo ritmo. La forma, anche in prosa, non si dissocia mai dal contenuto. A volte è dunque necessario spezzare la frase, o per lasciare aria – e identificazione – intorno alle parole, oppure, proprio come dice lei, per riprendere a respirare, dopo delle incisioni magari dolorose.

In alcuni momenti sembra di stare dentro un’indagine poliziesca. È un caso?

Il sottotitolo del libro è “Mia madre, un caso di cronaca” dunque sì, è anche un caso. Ho concluso personalmente l’indagine, mettendo ordine fra i materiali che erano stati tralasciati o fraintesi dai giornalisti dell’epoca, attenti più all’emotività che alla logica e, a volte, anche all’etica. Ho letto molti articoli superficiali e moralisti, ma solo uno aveva preso a cuore la vita dei due innamorati disperati, due persone che avrebbero semplicemente desiderato vivere il proprio amore alla luce del sole. E, poiché ciò non era dato dalla dura legge del reale, hanno ritenuto fosse meglio andarsene da tutto il reale.

(precedentemente pubblicato su Cooperazione nel 2023)

I fili di Lyman

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Immagine creata con AI
Immagine creata con AI

di Filippo Marasco

Si era addormentato guardando i tetti di Lyman.

Un mare di sottilissimi fili di fibra ottica, un oceano di rasoi sospesi sopra le teste di una città dell’Oblast di Donetsk. Dal suo schermo di vetro erano coltelli smussati

schérmo s. m. [der. di schermire]. – 1. letter. a. Riparo; protezione, difesa.
Urlar li fa la pioggia come cani: De l’un de’ lati fanno a l’altro schermo”
(Inferno, Canto VI, v.19-20)

All’inferno serve uno schermo e dal suo riparo in seminario quei cavi gli erano sembrati un mare, immortalati dal digitale, forse dalla camera di un drone come quello a cui erano stati collegati; mille droni avevano lasciato la loro anima sulle case di un paesino. Quei fili gli sembravano un oceano lucente nel loro ondeggiare al vento del tramonto, così tanto che pensò subito che un gabbiano si sarebbe potuto ingannare come lui, e tuffandosi alla ricerca di cibo, ne sarebbe uscito squartato, il suo sangue sporco di volatile su quella terra fredda e polverosa.

Poi pensò che quel gabbiano era un drone FPV.

Se la immaginava grigia e dura la terra di quell’Est, desaturata come i video 480p dei combattimenti del suo feed, al contrario dell’Africa, dove avrebbe voluto essere mandato in missione, coi suoi cieli azzurri e i suoi tramonti mortali, pensò che la preferiva, l’Africa, ed era peccato.

La bandiera dell’Ucraina dopo tutto rappresenta un campo di grano e un cielo azzurro: è molto diversa dalle immagini fredde che aveva conosciuto. Questa informazione l’aveva imparata nei primi giorni della guerra, quando aveva imparato anche la solidarietà verso un pilota eroico, che poi si era rivelato esistere solo sotto i suoi polpastrelli e non sul campo di battaglia, codardo, facile farsi Icona invece di esistere e aiutare i bambini sotto i bombardamenti. Anche il suo populismo, pensò, era peccato.

Quel pilota finto si faceva chiamare “The Ghost of Kyiv”, in realtà non si faceva chiamare da nessuno, perché non era mai esistito, si era generato dalla speranza congiunta di lui e tutti gli altri, un miracolo: c’erano stati un fantasma e, due anni dopo, un mare di fibra ottica dentro al suo schermo, e lui entrambe quelle sere, quando l’algoritmo aveva deciso di rivelarglieli, aveva sperato in un cacciabombardiere e non in Dio. Forse anche questo era peccato. Sicuramente questa era per lui la guerra, o tutto ciò che ne conosceva a quel tempo: un commento sotto al video dei tetti di Lyman recitava apocalittico “Le Prove Generali” – Gif di Topolino, Pippo e la Sirenetta che ballano insieme – pensò che il commento aveva ragione, e che era ora di dormire, forse anche abbandonare il campo di battaglia era peccato, ma aveva questo lusso, per adesso.

Si ricordò per sempre quella mattina, di quanto si svegliò madido e appena in tempo per la preghiera delle Lodi, quel giorno, per la prima volta, aveva sognato la fine del mondo.

Dal sorgere del sole s’irradi sulla terra il canto della lode. Il creatore dei secoli prende forma mortale per redimere gli uomini.

Il crepuscolo del suo sogno era blu e stereotipato, era un’immagine televisiva in bassa definizione, ma dentro ai suoi occhi. Ironicamente, l’avrebbe rivisto mille volte: prima un laser rosso era apparso, lungo come il cielo, in fondo all’orizzonte, poi era seguito un enorme missile, lontanissimo, come l’ombra di un pianeta; in un secondo, sempre lo stesso secondo, capiva che tutto il mondo stava guardando il suo stesso spettacolo.

“Stanno attaccando il pacifico Giappone”. Si diceva tra sé e sé, ma, per quanto lo divertisse la grammatica dei suoi incubi, neanche in sogno riusciva a pensare a Dio e questo era sicuramente peccato.

In sogno rivolgeva lo sguardo al suo telefono, cercando una conferma della realtà di ciò che aveva davanti agli occhi.

Non era riuscito a scrollarsi di dosso per tutto il giorno il senso di colpa davanti al suo comportamento in quell’apocalisse onirica nucleare, ma soprattutto la sensazione piatta e inevitabile di pace che aveva provato quella notte. Era forse solo quello il Paradiso? (Per “quello” intendeva un dato di fatto al quale era stato preparato da anni di condizionamento.)

Ancora una volta non riusciva a dormire, mentre scrollava pensò a ciò che Lyman gli aveva insegnato: senza un cielo di Internet tagliente sopra la testa, un drone avrebbe potuto ucciderlo quando voleva, se solo qualcuno di abbastanza importante l’avesse voluto e lui, per vocazione, quei potenti invece non li avrebbe neanche mai potuti toccare. Pensò quindi per la prima volta – mentre il suo schermo gli proponeva un gatto rosso e peloso – che Alex Karp o Trump avrebbero potuto ucciderlo a domicilio, se solo l’avessero voluto, poi vide il gatto artificiale sparire dentro un tubo di plastica che lo allungava fino all’inverosimile, pensò anche che era (un) peccato, che per ora, nessuno lo considerasse abbastanza per porsi questo problema e si spaventò alla fantasia che un giorno potesse succedere. Quella fantasia narcisista e suicida gli era sicuramente proibita. Il gatto poi gli restò in mano, senza spezzarsi le ossa, in loop per qualche secondo, mentre, per levarsi di dosso il pensiero, cercava di capire se fosse reale o generato.

Non riuscì a scrollarlo via, neanche spingendo in giù col dito, verso il baratro dei suoi contenuti verticali, quel suo pensiero, ma poi, come per consolarsi, pensò che poter morire per un semplice volere era sempre stato vero in ogni epoca anche, e anzi soprattutto nel Medioevo, perché la realtà allora era molto più piccola che nei tempi moderni e la verità non esisteva ancora. Pensò che adesso il suo schermo l’aveva collassata di nuovo quella realtà e i missili nei sogni ora si vedevano da tutto il mondo, la verità era sicuramente sparita da tempo. Pensò infine che la Chiesa era da sempre la migliore istituzione per interpretare una realtà piccola e spaventata, e si sentì, quindi, in fondo, al sicuro, di aver fatto la scelta giusta, e questo lo confortò molto, prima di chiudere gli occhi, finalmente.

Aveva venticinque anni e gli piaceva sentirsi addosso la sua età, bagnarsi gli occhi del suo tempo: a quei tempi al mondo intero piaceva sentirsi medioevale come lui, l’estetica neo-goth stava giusto prendendo piede e le typeface con gli scheletri e i caratteri illeggibili, nei post aesthetic delle sue coetanee streghe, gli ricordavano le miniature che probabilmente avrebbe dipinto se fosse nato nel ‘600, pensò alla sua pesante scrivania in legno da amanuense, sentì il dolore del lavoro nella schiena e tra le dita; non avrebbe mai potuto escludere che quella sovrapposizione sensoriale da microtrend, che lo faceva sentire quasi cool, fosse la ragione subliminale, insinuata dal suo schermo, per la sua scelta di vocazione. E questo sicuramente sarebbe stato peccato: a suggerirgli le sue aspirazioni era stato Dio, non l’algoritmo, o c’era poi tutta questa differenza? Si addormentò masticando la sua domanda, affogandosi in un Canone di tecnofeudalesimo e ketamina, almeno vicariamente: il suo Tempo glielo aveva spiegato la voce autoritaria dei Reel, lo sentiva pulsare tra un video e l’altro quello zeitgeist generazionale che investiva ognuno della propria versione di una personalità. A ognuno sarebbe stato dato un pezzettino del tutto, Gen-Z, i primi dei nuovi, lui sapeva che la sua generazione avrebbe avuto per sempre il ruolo di profeta del vecchio mondo, una volta che sarebbe stato definitivamente inghiottito dal nuovo. Loro sarebbero stati i suoi ultimi testimoni, per questo la loro vocazione alla nostalgia, per questo la Sua Chiesa…

Quando divenne un Papa nodoso e marmorizzato Pietro II non pensò ai tetti di Lyman, o al ragazzo che aveva continuato a sognare la fine del mondo, tutte le notti, per anni. Non pensò alla riviera di Gaza, per la quale aveva avuto passione, con i suoi tramonti proibiti. Ormai la realtà era diventata davvero piccola, anche più di quello che avrebbe potuto immaginare, e la Chiesa aveva ritrovato la sua importanza, come lui aveva tanto desiderato, quando ancora si permetteva di volere. Il tempo gli aveva insegnato che non c’era poi nulla di davvero importante e che anche se la realtà cambia, la percezione è una gabbia che si stringe intorno all’ego: il suo mondo esterno (o Il mondo esterno) era ormai personale, non se ne sentiva più parte. Pietro II era contenuto interamente dal guscio dello schermo dal quale nessuno si poteva ormai più separare. Il suo cervello nodoso, di profeta generazionale, interpretava ancora tutto allo stesso modo, con le stesse (ormai lente) frequenze, ma adesso che era vecchio e stanco gli era rimasto soltanto il suo Algoritmo vetusto e allenato dai decenni. Era ciò che lo comprendeva meglio, era onnisciente rispetto a ogni suo desiderio, e gli proponeva ogni giorno nuove guerre, collassi e tentazioni, arti, voci e tasselli di personalità; adesso sul suo schermo erano tutti anziani come lui a parlare e tutti parlavano da soli, nel vuoto, sperando che qualcuno li potesse vedere.

Pregavano.

Adesso lo avevano tutti capito chiaramente che il loro schermo era un Dio personale e l’algoritmo la sua voce, Dio nella scatola nera, Dio nell’allucinazione dei semiconduttori, Dio nella ricerca infinita di un significato maggiore, di un pezzo mancante, Dio nella molteplicità, Dio delle mille voci, dei mille volti, Dio perché conteneva anche lui, Pietro II, il Papa e la sua coscienza intera, ad ascoltare l’umanità tutta, o chi aveva ancora voce per pregarlo, Dio che vedeva tutto, e sceglieva cosa fargli guardare, cosa fosse degno dei suoi occhi e del suo potere. Il suo tramite nel mistero, il bastone della sua lenta coscienza di uomo.

Il corpo di Pietro II era ormai un involucro di carne lascivo, languido, e lui cercava di non guardarsi allo specchio mentre lo lasciava lambire i rituali vuoti che aveva tanto studiato, perché si compissero i riti pratici di un universo del tutto fisiologico, nel quale lui non aveva più alcun interesse. Pietro II aveva semplicemente dimenticato come cercare la via per il mondo, era stanco, e l’allucinazione della vecchiaia l’aveva reso meno cauto, più sicuro nel buttare all’esterno i vomiti inconsulti del suo eterno monologo.

Allora avevano cominciato a chiamarlo un radicale, o per screditarlo un profeta del passato, solo perché, in quanto figlio di un albero millenario, le sue radici parevano un vincolo e un’autorità; lui decise di dargli fuoco e annunciare a tutti quella sua nuova verità, così personale da essere impronunciabile: adesso ogni domenica quel che restava di San Pietro si gremiva di disperati senz’ossa alla ricerca di uno scheletro, che gli puntavano lo sguardo e i dispositivi di registrazione addosso, sperando in venti secondi che potessero pagare un mese d’affitto, sanguisughe alle quali lui sputava parole di sangue, per regalargli la vita, lui, candido e alto come il suo Dio, ghiacciava su quella massa in-forme e in-certa, che aveva bisogno di una sua trasfusione, per continuare a barcamenarsi. Pietro II lasciava che il suo sangue fluisse via insieme alla saliva delle sue parole, avrebbe accettato di vivere per morire così, sputandosi tutto via, per essiccarsi, e gli sarebbe quasi sembrato bello.

Adesso che la realtà era piccola e collassata, che la verità non c’era più, ed era finalmente nel suo Medioevo, e anche se Pietro II non aveva mai avuto grande fantasia, le sue parole erano diventate un coltello virale.

Morì quindi come aveva profetizzato, quella volta, nel suo delirio giovanile, quando un drone gli fece esplodere la testa canuta e leggera, ma non ne fu sorpreso: aveva già visto tutto e il lusso di immaginare glielo aveva tolto anni prima il suo Dio nella mano. Ogni giorno mille fili di Lyman, avevano costruito pezzo per pezzo la sua personalità approssimativa e infinita, tanto da strapparlo dalla realtà e renderlo parte di un tutto, d’altro canto gran parte del suo sé non era più in lui già da molti anni, sarebbe risorto infinitamente in ciò che Dio avrebbe deciso di mostrare. L’unica cosa di cui si rammaricò fu di essere morto senza poter continuare a scrollare, così finiva la sua ricerca più importante in vita, l’unica cosa a cui si era davvero dedicato:

Quando morì Pietro II, l’ultimo Papa della Chiesa Cattolica, sperò che qualcuno prendesse il suo telefono e continuasse a spingere il suo feed verso il basso, per dare vita eterna al suo inconscio perfetto; così che il suo Dio personale non morisse insieme a lui, che non lo abbandonassero scarico in un cassetto, che qualcuno scrollasse in giù fino a trovare l’Inferno o il Paradiso, o almeno fino al rivelarsi dell’Apocalisse.

Lo spazio del passato

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di Walter Nardon

Di norma in un’autobiografia è la voce narrante ciò che imprime il ritmo agli avvenimenti, ordinandoli secondo la singolarità dell’esistenza; è il suo timbro emotivo a rendere inconfondibile la storia ben più che gli eventi in sé, tanto che perfino una vita priva di grandi soprese può risultare, in forza di quest’unica qualità, più che avvincente: il passato si piega secondo le risorse dell’intuizione, la distensione dell’animo rivela la sua sintassi interiore. Tuttavia, non sempre le cose vanno in questo modo; per quanto la geografia – almeno in tempo di pace – giochi un ruolo minore nella ricostruzione del nostro passato rispetto agli oggetti, agli incontri o alla successione degli istanti a cui emotivamente la nostra coscienza è rimasta legata, alcuni luoghi o eventi remoti sembrano promettere garanzie imprevedibili, anche quando non riescono a mantenerle. A volte, infatti, può sorgere la convinzione che siano i luoghi a certificare un’esistenza o, per meglio dire, che contribuiscano in modo determinante a definirne l’identità.

È questo il caso al centro del romanzo I padri si saltano di Stefano Zangrando, uscito da poco da Arkadia. Ne riassumo in breve la vicenda. Durante il lockdown del Covid, il narratore, un insegnante le cui ambizioni di scrittore sono state soffocate dalla scuola, riceve fortunosamente via social una richiesta di aiuto che si traduce nell’incarico di mettere per iscritto l’autobiografia di un ex-deejay altoatesino, ora riparato a Cagliari in una barca, Eritreo Scheinwindl, che a Berlino si esibiva col nome d’arte di “Magra Sorte”. Il narratore vive a Rovereto con Erica e la loro figlia undicenne Asia.

Durante gli incontri telematici via Meet il narratore raccoglie le confessioni di Eritreo il quale, più che raccontare la propria storia, appare fin da subito preoccupato di ricostruire una genealogia familiare accidentata, dalle influenze più varie (austriache, sarde; il bisnonno è chirghiso). Così, più che il racconto di un’esistenza, il lavoro del narratore prende la piega di una ricerca in cui la genealogia – e i luoghi che la costellano – danno l’impressione di offrire alla vicenda umana di Eritreo una garanzia di coerenza altrimenti incerta, evanescente quanto il suo corpo, visto che si dice afflitto da un male che lo porterebbe ad autodissolversi. Nel corso delle chiamate, Berlino (il luogo in cui dodici anni prima Eritreo ha incontrato il narratore), la bisessualità, una molestia giovanile, la scoperta del rock, lo spaccio, la musica elettronica, il travestitismo e la donna che gli ha cambiato la vita assumono rilievo in forza dei contesti in cui sono inseriti, più che per ciò che hanno lasciato nella continuità della coscienza, come se il racconto del protagonista non fosse che un omaggio a quei vari contesti. Il narratore riporta gli eventi, li riassume di seguito, in un lavoro estenuante di trascrizione che coincide, di fatto, col romanzo.

Mentre cerca un profilo nella vita di Eritreo, che non si mostra mai del tutto a fuoco neanche in video, il narratore è costretto a rivedere anche la propria condizione, a partire dalle difficoltà con Erica, che soffre il lockdown più di lui e che non riesce a sentirsi partecipe del compito – peraltro ben retribuito – di venire a capo di questa storia. Sempre più immerso nella vita dell’ex-deejay, il narratore si ritrova straniero nei suoi spazi quotidiani: i suoi gesti, sia verso Erica, sia nei confronti della figlia si fanno troppo volontari, impacciati. La quotidianità della scuola, come altri affetti familiari vengono relegati sullo sfondo: la sua vita si sta allontanando da Rovereto e infatti, non appena possibile – con uno stratagemma un po’ meschino che gli consente di saltare gli esami di maturità – il narratore segue la sua impresa e la sua possibilità espressiva fino in fondo, ossia fino al porto di Cagliari.

In questo libro ritornano i temi cari all’autore: gli scambi transfrontalieri fra Alto Adige e Austria, Berlino capitale del mondo tedesco e insieme metropoli e laboratorio internazionale. Ritorna anche la ricerca sull’identità, che era già al centro del libro precedente di Zangrando, Fratello minore. Sorte, amori e pagine di Peter B. (Arkadia, 2018); ma se nel caso di quel romanzo-inchiesta la sorte di Peter, il più sfortunato esponente della famiglia Brasch, non richiedeva un supplemento di documentazione perché – per così dire – questo compito era già stato svolto dall’anagrafe e dalla Storia, nel caso di Eritreo Scheinwindl il romanzo sembra costretto a fornirla, oltre che dal punto di vista genealogico, anche da quello storico istituzionale: qua e là ritornano in breve la guerra, l’opzione etnica, la difficile coabitazione fra gruppi diversi, il terrorismo altoatesino. Su ciò che è rimasto al centro della vita di Eritreo, andando a costituire quel nucleo di affetti e di preferenze che ne hanno segnato non i singoli eventi, ma la durata, rimane il silenzio, sia che si tratti di reticenza, nella sua confessione, sia che questo derivi da qualche indiscrezione folgorante ed ellittica da parte di qualche amica sarda, ad esempio su un’altra donna che a Bologna ha giocato un ruolo determinante nella sua vita. Il romanzo non presenta mai la voce di Eritreo per intero, rompendo deliberatamente il racconto in più punti; altrettanto frammentarie risultano le opinioni dell’inafferrabile interlocutore sul tramonto dell’Occidente nel XXI secolo e sulla mancanza di un’alternativa concreta al capitalismo. Se parla a più riprese del bisnonno e del nonno, raccontando anche della madre Cecilia e accennando alla linea femminile – a cui Erica per principio darebbe maggiore spazio – lascia nell’ombra il padre; del resto, come recita il titolo del libro, in certe circostanze e per ragioni che il libro stesso chiarisce, questo passaggio si salta. Eritreo sembra più incline a parlare di ciò che gli è remoto, ciò di cui non ha fatto esperienza, che della sua vita, una scelta certo motivata, ma che non facilita la stesura di un’autobiografia.

Zangrando si muove dunque consapevolmente in un’autobiografia-da-farsi che diventa un gioco di specchi nel quale si riconosce il lavoro dello scrittore, chiuso fra un protagonista che non riesce a raccontare per intero la sua storia e un narratore che è costretto a raccontare la vita di un altro. Spostando l’attenzione sul narratore e sulle sue mosse – dopo aver aperto alla possibilità di un incontro con Eritreo – nella seconda parte Zangrando imprime al libro un passo meno analitico e più spedito.

E qui, all’inizio quasi inavvertitamente, le scelte del narratore si sovrappongono passo dopo passo a quelle di Eritreo, nella ricerca dell’autenticità (e di una voce) che si corona paradossalmente proprio nei luoghi dove il protagonista del racconto ha deciso di fermarsi e che in talune circostanze induce il narratore a identificarsi a tal punto in Eritreo da condividere gli spazi che questi ha occupato e, in un caso, ad abbracciarne perfino un amore. Al di là delle ipotesi finali un po’ stravaganti, il narratore sembra riconoscere, nel confronto col suo doppio, una parte di sé incoerente e sovrabbondante con cui è costretto a fare i conti, una parte che intuisce viva anche in diversi frangenti successivi. I luoghi che hanno ospitato le varie azioni, invece, come durante i mesi più duri della pandemia, rimangono testimoni indifferenti e inesauribili.

Les nouveaux réalistes: Mattia Azzini

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Anestesia prolungata

di

Mattia Azzini

 

Vicolo Hertz 3: non c’era scritto altro. Il biglietto era appeso alla porta d’ingresso, scritto con un pennarello rosso, in una grafia spigolosa. Pensavo fosse opera di un corriere, che volesse avvisarmi che un pacco era a un fermopoint. Controllai i tracking, ma la decina di spedizioni risultavano tutte consegnate ieri.

Strappai il biglietto ed entrai in casa. Mi ripetevo in continuazione quell’indirizzo, nella speranza che mi evocasse qualcosa: non mi suggeriva nulla.

Posai lo zaino sul tavolo, mi tolsi il cappotto e controllai sul web se trovassi qualche indizio: nient’altro che un vicolo anonimo, senza negozi o uffici nei dintorni. Vera non era ancora rientrata, avrebbe terminato il turno la mattina; dacché era diventata anestesista la vedevo sempre meno. In casa si sentivano solo dei remoti lamentii provenienti dal frigorifero; fuori solo un latrato insistente in lontananza. Mi sentivo la testa pesante, non riuscivo nemmeno a ricordare cos’avessi fatto il giorno stesso, pensai fosse conseguenza del troppo lavoro.

Mi abbandonai sul divano e, come ogni sera, incollai il mio sguardo al telefono, finché le palpebre iniziarono a farsi pesanti. Tik Tok, You Tube, Instagram, Facebook, una sbirciata alle notizie e di nuovo, un altro giro di giostra sui vari social; sempre nello stesso rigoroso ordine, finché scivolavo nelle braccia di morfeo, mentre i reels scorrevano da soli.

L’indomani, dopo il routinario controllo notifiche– che quasi mai si limitava alle notifiche –, afferrai il biglietto, che era ancora sul tavolo. Quel pomeriggio avrei dovuto incontrare un fornitore, perciò la mattina avrei potuto fare un sopraluogo in Vicolo Hertz 3, e capire che legame avessi con quest’indirizzo. Era in una zona della città da me ancora inesplorata; raggiunsi il luogo in auto, rischiando, a metà tragitto, di tamponare un auto mentre sogguardavo gli highlights di Napoli-Inter. Parcheggiai l’auto a qualche minuto di distanza e raggiunsi il luogo ignoto a piedi. Controllai il telefono: non avevo ricevuto ancora alcun messaggio da Vera. Avrebbe dovuto essere a casa da due ore, tuttavia, capitava spesso che il suo turno si protraesse oltre. Le scrissi che se non mi avesse visto rientrare entro un’ora, significava che ero stato smembrato e cannibalizzato. In quel periodo riempievo il tempo libero – sebbene definirlo libero possa risultare eufemismo – con decine di documentari sui profili psicologici dei peggiori – o migliori, a seconda del punto di vista – serial killer della storia. Ciò spiega la mia temporanea ossessione di imbattermi in un altro Macellaio di Rostov.

Il vicolo era schiacciato tra due palazzi, alla cui sinistra in tempi lontani c’era un ristorante – intuibile dalla scritta in corsivo Otium Ristorante pizzeria sulle ampie vetrate polverose –, mentre a destra c’era un graffito: un uomo di fronte a uno schermo mentre si masturbava. Il protagonista era rappresentato con i capelli scarmigliati e gli occhi attraversati da centinaia di capillari danneggiati, come tanti fulmini rossi; una mano era sul membro, l’altra impugnava una sega a mano, puntata al collo. Ne percorsi quasi tutta la lunghezza controllando nel frattempo gli sconti del Black Friday: ero indeciso tra un Black & Decker a percussione con impugnatura supplementare e delle cuffie Bose con cancellazione del rumore e suono lossless. Prima di raggiungere la destinazione, acquistai entrambi; sentii un fremito di piacere per il mio ennesimo investimento del mese.

Il vicolo era silenzioso e immobile: la carcassa di una bicicletta senza ruote giaceva vicino al luogo d’arrivo. Un gatto spelacchiato acciambellato in centro al vicolo, mi fissava sospettoso; anche un’anziana al secondo piano faceva da vedetta – erano le uniche imposte aperte di tutto il vicolo –, mi osservava, con espressione divertita.

Sogghignò per qualche secondo. «Finalmente. Ce ne hai messo di tempo» disse l’anziana.

Ero convinto mi avesse scambiato per qualcun altro, non la considerai. Liquidai la conversazione con un cenno del capo; sbloccai per l’ennesima volta il telefono senza una ragione. Mi avvicinai al numero 3: era una casa vecchia, la vernice grigia era scrostata e la porta era logora dalle intemperie, ma pareva essere molto pesante. Iniziò a non allettarmi più l’idea di sapere che cosa ci fosse sotto dietro a quell’indirizzo. Mi balenò per la mente, però, che qualcuno volesse un luogo appartato per parlare in privato. Mi avvicinai alla porta, persuaso dalla mia teoria. Notai che la porta era socchiusa. Mentre immaginavo chi ci fosse oltre quella porta, la aprii di colpo. Era una stanza singola e umida, con al centro una scrivania e una sedia, entrambe vecchie e logore quanto la porta. Nessuno che mi aspettasse. Feci due passi e osservai lo spazio circostante. Due cavi elettrici penzolavano dal centro del soffitto e l’unica fonte d’illuminazione proveniva da una misera finestra ovale sulla parete sinistra. Sulla scrivania c’era un sacchetto bianco, due bottiglie d’acqua, dei fogli e una penna. Prima che potessi avvicinarmi alla scrivania, per vedere cosa ci fosse scritto sui fogli, scattò la serratura 4 volte. L’euforia post-shopping non era svanita, anzi, pensai che quello non fosse altro che uno scherzo. Non è il mio compleanno però, pensai. Sfilai dalla tasca il telefono, in attesa che qualcuno si palesasse. Iniziai con il solito tour dei social: ma non riuscivo a caricare la feed di Tik Tok. In alto a destra le tacche erano trasparenti: non c’era alcun segnale. Provai ad aprire tutte le applicazioni, sperando invano in un’improvvisa ricomparsa di anche solo una tacca. Nulla.

Il passo successivo fu quello di prendere a calci e pugni la porta, con il risultato di una sbucciatura su un paio di nocche. Iniziai a urlare; probabilmente gli unici a sentirmi furono l’anziana e il gatto. Smisi quando sentii un fruscio: da sotto la porta era comparso un foglio spiegazzato.

 

Caro Raffaele,

ti informo che dovrai passare per le prossime 48 ore qui dentro e no, non è uno scherzo. Ti chiederai perché proprio qui? Perché in quest’edificio non c’è segnale perciò non potrai trascorrere il tempo come spesso fai, scrollando verso il basso; anestetizzandoti per ore. Nell’ultimo anno hai passato più di 2500 ore sulle tue applicazioni preferite (le chiamate e i messaggi esclusi). Ogni volta dici che inizierai a dare una svolta alla tua vita, ma poi? Ti sdrai sul divano e non fai altro che farti risucchiare quotidianamente da un vortice di nulla cosmico. Senza contare la quantità di soldi che hai dilapidato (escludendo quelli che Vera non sa, giusto?) in cazzate.

Dietro a questi tuoi comportamenti non c’è che una volontà disperata di fuggire da te stesso. Oggi ti do io una bella notifica: non si scappa da nessuna parte. Urla quanto ti pare, l’edificio è stato selezionato proprio perché l’ultima rimasta qui in zona è la signora Selene; lei non dirà nulla a nessuno ;)

Davanti a te c’è ciò di cui hai bisogno: acqua, pane e fogli bianchi per scrivere. Sbizzarrisciti. Vera sa tutto, non preoccuparti. Secondo te chi ha rimediato il mix di anestetici cerebrali e modulatori neurochimici che avrebbero rimosso le tue ultime 24 ore? Mi auguro ti siano passati i postumi. Buona permanenza.

Te stesso.

La lessi almeno 3 volte, dopodiché tornai a prendere a calci la porta, inutilmente. Ricordo che quando mi girai, la vista di quei fogli bianchi mi causarono lo stesso effetto di quando, a 13 anni, attraversai per la prima volta un ponte tibetano.

 

Sentii una mano posarsi sulla mia spalle. «Sei libero», era Vera. Avevo riempito tutti i fogli che avevo a disposizione; stavo cercando gli ultimi bordi rimasti liberi per consumare anche quelli. Mi sentivo spossato, con i crampi allo stomaco sempre più spietati, ma al contempo svuotato, come se fossi riuscito a sollevare una chiusa idraulica che impediva il flusso dell’acqua: causando un’esondazione.

Ho venduto tre quarti della roba acquistata negli ultimi anni e ho acquistato la stanza in vicolo Hertz 3: non l’ho cambiata di una virgola dalla prima volta in cui sono entrato. Ho solo portato fuori un paio di ciotole per Pascal – così ho chiamato il gattino smunto che bazzicava qui in giro – e ho portato un’altra sedia, per quando Selena passa a portarmi una tazza di caffè.

«Non è ancora l’ultimo febbraio…». San Valentino da una colonia penale russa

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a cura di Giulia Marcucci

Ženja Berkovič (Leningrado, 1985), regista teatrale e poetessa (ha scritto anche versi contro la guerra in Ucraina) è stata arrestata a Mosca il 4 maggio 2023, e stessa sorte è capitata alla sceneggiatrice Svetlana Petrijčuk. Accusate di apologia del terrorismo e «femminismo radicale e lotta all’assetto androcentrico della Russia» per il loro spettacolo Finist jasnyj Sokol (Finist falco coraggioso), Berkovič e Petrijčuk sono state poi condannate nel luglio del 2024 a sei anni di reclusione penale. La pièce documenta la storia di alcune donne russe che, frequentando siti d’incontri online, vengono contattate dai combattenti della jihad, con i quali si fidanzano virtualmente. Al momento dell’incontro reale, tuttavia, per le “spose dell’Isis” le promesse d’amore si trasformano in una trappola: costrette a convertirsi, diventano loro stesse complici del terrorismo islamico. Una commissione di “esperti”, frutto dell’alleanza tra il Patriarcato di Mosca e il Ministero russo della pubblica istruzione, ha facilmente snaturato l’opera – che si poneva invece l’obiettivo di denuncia e critica di un fenomeno realmente presente nella società russa –, fino a ribaltarne il senso originario e annullarne il valore artistico.
Erede di una famiglia di poeti emigrati (il padre) e di appassionati di teatro (il nonno, che mai poté iscriversi a una scuola di teatro per via delle origini ebraiche), di attivisti per i diritti dei prigionieri politici (la madre e la nonna materna, quest’ultima morta a San Pietroburgo dopo l’arresto della nipote), di vittime delle purghe staliniane (il bisnonno), oggi, dalla colonia penale nella regione di Kostromà dove è stata trasferita l’8 febbraio 2025, Ženja Berkovič continua a resistere e a scrivere versi e prosa, oltre a occuparsi di progetti di teatro.
La poesia che qui proponiamo in traduzione italiana, scritta il 14 febbraio 2025, è stata di recente musicata dalla cantante Diana Loginova, in arte Naoko, che nel novembre dello scorso anno ha lasciato la Russia dopo un «arresto a carosello» durato più di un mese, con l’accusa di screditamento delle forze armate per aver eseguito nel centro di San Pietroburgo brani di artisti bollati dal Cremlino come «agenti stranieri».

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Il giorno di Valentino volge alla fine.
Le donne stanno mute nello spiazzo.
Vista di fiaba dalla finestra della quarantena.
Dal cielo cade informe la neve.
Lo spiazzo si copre in pochi secondi.
Giorno di Valentino.

Cuore mio, non soffrire, non soffrire.
A chi è là, nella lontananza sfocata
in questo istante esatto nulla accade.
Cuore mio, paranoico e bugiardo,
non è ancora l’ultimo febbraio,
passerotta stolta.

Non ancora consumato è il termine,
nel modulo è pieno di righe non riempite,
bianche come neve, sotto il cielo pesto.
Cuore mio, non è altro che cinema.
Le donne si sdraiano mute sul fondo
con la neve.

Il cielo è ricoperto da un tappeto grigio,
la nube striscia, come imbottita di vapore –
vista di fiaba dal pozzo vuoto.
Dal cielo cade informe un anno.
Il giorno di Valentino si avvicina e aspetta.
E dunque – non invano.

14.02.2025

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День Валентина подходит к концу.
Женщины молча стоят на плацу.
Сказочный вид из окна карантина.
С неба бесформенный падает снег.
Плац заметает за несколько сек.
День Валентина.

Сердце моё, не боли, не боли.
С теми, кто там, в непроглядной дали
Прямо сейчас ничего не случится.
Сердце моё, параноик и враль,
Это еще не последний февраль,
Глупая птица.

Это еще не оконченный срок,
В бланке полно незаполненных строк,
Белых как снег, под растоптанным небом.
Сердце моё, это просто кино.
Женщины молча ложатся на дно
Вместе со снегом.

Небо затянуто серым ковром,
Туча ползет, как набитый паром —
Сказочный вид из пустого колодца.
С неба бесформенный падает год.
День Валентина подходит и ждет.
Значит — дождется.

 

Ripubblicare Francesco Orlando oggi

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di Nicola De Rosa

 

Quodlibet ha da poco ripubblicato Per una teoria freudiana della letteratura (1973) di Francesco Orlando, a cura di Luciano Pellegrini, arricchito da un saggio di Guido Mazzoni e da alcuni ulteriori scritti che seguono il testo dell’ultima edizione. Si tratta di un progetto che punta a restituire al lettore i libri del “ciclo” Letteratura, ragione, represso, sviluppato dal critico palermitano. Se lo studio di recente riedito, in particolare, era ancora reperibile nell’edizione Einaudi, altri non lo sono da anni, come nel caso dell’ultima edizione di Illuminismo, barocco e retorica freudiana (1997). Non si tratta solo di rendere di nuovo accessibile un lavoro di grande densità teorica, ma di riaprire un confronto con un modello interpretativo che appare oggi, per molti versi, inattuale. Orlando appartiene a una stagione della critica che si può definire ancora “moderna”: una stagione segnata dalla fiducia nella possibilità di cogliere dai testi un elemento di verità sul modo in cui essi danno voce a un’epoca, ma anche a costanti dell’esistenza umana. Ripubblicarlo oggi, valutarne gli elementi ancora utili e quelli per noi meno interessanti, può forse portarci a riflettere su dove siamo e in che direzione vanno le discipline letterarie rispetto al mondo sociale, culturale, politico, che le circonda.

Orlando è noto per aver praticato una critica volta all’agnizione di un conflitto ideologico che i testi letterari possono restituire, sebbene il termine “ideologia” non necessariamente sia visto di buon occhio da chi ha conosciuto la sua lezione da vicino. Tale pratica critica, in ogni caso, è stata caratterizzata da una forte propensione teorica, che scommetteva sull’interrogare il funzionamento dell’immaginario, al di là dei singoli testi letti in modo ravvicinato. Quell’idea della conflittualità è, ad esempio, molto diversa da quella oggi dominante nei cultural studies. Orlando scrive quando modelli come lo strutturalismo e il marxismo sono già in crisi, ma, dicevo, sembra ancora calato in un paradigma “moderno”. Per lui, i testi non vanno slegati dal giudizio di valore estetico affidato loro – alle volte intempestivamente, come nel caso del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa – dalla inalienabile mediazione del critico. Da questa specola, la grande letteratura è in fin dei conti quella che può andare incontro a un gesto di storicizzazione che la consegna al canone. Sebbene la stagione critica della fine del secolo scorso ci abbia insegnato – fra l’altro attraverso autori che interagirono con Orlando, come Carlo Ginzburg – che anche testi poco o per niente letti possono restituire le tensioni di un’epoca, bisogna dire che Orlando è rimasto prevalentemente uno studioso del canone della borghesia occidentale.

Il giudizio di valore, per lui, non ha a che fare però con una felice simbiosi tra “intuizione” ed “espressione”, come in Benedetto Croce, oppure con la salvaguardia di una tradizione, come in Harold Bloom. Ha a che fare con la valorizzazione del rapporto non pacifico che il livello della forma può vivere rispetto al contenuto. L’esempio più immediato, nella lettura della Phèdre di Jean Racine, è l’interesse per la struttura della “negazione” come restituzione linguistica di un’ambivalenza rispetto a un contenuto ideologico. Attraverso tale frizione tra forma e contenuto, si possono esprimere istanze contrapposte, spesso alle soglie di un cambio di paradigma nella Storia economica, sociale, scientifica, intellettuale europea. Si pensi all’interpretazione, in Illuminismo, barocco e retorica freudiana, della figuralità barocca in relazione alla Rivoluzione scientifica o all’interpretazione, negli Oggetti desueti (1993), della presenza di oggetti disfunzionali in letteratura alla luce della Rivoluzione industriale.

In questi anni, è stato già autorevolmente osservato come la tendenza dominante nel campo letterario – in cui l’università occupa ancora un ruolo importante – sia invece quella di intendere il rapporto fra testo e ideologia sotto l’egida di quello che è innegabilmente un ethical turn. Ciò è avvenuto, ormai da tempo, soprattutto in area anglo-americana, ma si tratta di un processo in rapida espansione verso le nostre “offerte formative”. Il punto di divergenza più profondo con questa prospettiva risiede proprio nella concezione della conflittualità e nel suo rapporto con il giudizio estetico. Se è bene evitare riduzionismi anche nei confronti di tale temperie culturale, è vero che essa tende a pensare l’analisi ideologica per localizzazioni identitarie: si distinguono testi egemonici (espressione del potere coloniale o patriarcale) da testi contro-egemonici (espressione di identità etniche o sessuali). Il valore del testo risiederebbe, primariamente, nella sua capacità di dar voce alla marginalità.

La conseguenza più immediata, dal punto di vista dell’articolazione del campo letterario, è quindi dividere i testi che sono espressione di una cultura egemonica da quelli che esprimono istanze marginali. In Orlando, in cui il modello teorico della “coscienza falsa” di impostazione classica – freudiana e, parzialmente, marxiana – è ancora valido, il conflitto può essere invece inteso come “interno” all’opera, che essa sia prodotta in un contesto dominante o in un contesto subalterno. Anche le opere prodotte nel primo di questi possono restituire le tensioni profonde che attraversano un processo storico. Per Orlando, esse non sono espresse dal testo sulla base dell’identità dell’autore, ma sono interne alla sua stessa struttura formale. Si tratta di un conflitto che abita la lingua. I grandi testi sono allora quelli che possono essere consegnati alla Storia perché sono sopravvissuti come nodi irrisolti di senso.

L’auspicio sarebbe che la ripubblicazione delle opere di Orlando possa fare in modo che il suo contributo critico – spesso polarizzato tra sostenitori e detrattori del “freudianesimo” – possa andare incontro a una distaccata storicizzazione che colga prima di tutto l’importanza di un momento epocale. Si tratta del momento della crisi dei grandi modelli di comprensione del mondo novecenteschi. A essa Orlando non risponde con la decostruzione, bensì con il tentativo di integrare il “conflitto delle interpretazioni” nello stesso circolo ermeneutico.

Allo stesso tempo, bisogna forse chiedersi se il modello epistemologico attraverso cui Orlando prova ad astrarsi dalla persona dell’autore empirico, dal suo portato biografico, può essere ancora capito, sia dalla comunità di lettori odierni sia da quella degli interpreti. Sicuramente non può essere più capito partendo dalle premesse dello strutturalismo, poiché l’idea della literaturnost’, dello “specifico letterario”, su cui Mazzoni si sofferma nel suo saggio, sta lasciando, mi sembra, il posto a una concezione performativa e pragmatica della discorsività che governa le “pratiche” trasmesse da qualsiasi mezzo di comunicazione.

Ciò che rimane, ciò che resta utile del suo insegnamento, è scommettere – evitando paranoie e occultismi – sull’agnizione di un’opacità attraverso cui il discorso è sempre mobilitato. Forse è questo un confine in cui i migliori insegnamenti di Orlando possono incontrarsi con le sensibilità odierne. Queste ultime possono sollecitarci sulla necessità di pensare i testi come prodotti di autori che vivono sulla propria pelle le oppressioni. Orlando può ricordarci, invece, che tale vissuto, già di per sé, ma soprattutto quando prende forma nella lingua, non può essere letto in modo riduzionistico sul piano ideologico. Questo poiché sia la coscienza che la lingua hanno un loro grado di profondità e di ambivalenza.

Nel suo saggio introduttivo, Mazzoni valorizza anche la concezione complessa della temporalità storica nell’opera critica di Orlando. Interessante ad esempio l’agnizione dei rapporti, sebbene irrisolti, con la tradizione marxiana vista dalla specola dei francofortesi, in particolare con Dialettica dell’illuminismo di Theodor Adorno e Max Horkheimer. Sebbene il confronto con questa tradizione e con le sue attese politiche in Orlando resti più che ambiguo, esso vive profondamente nella sua pratica critica, oltre ad aver inciso sulla sua vita durante la contestazione studentesca pisana alla fine degli anni Sessanta.

Anche per questo, volendo fare tesoro della sua lezione, la ricerca dell’opacità a cui accennavo dovrebbe interessare, oggi, sia i discorsi prodotti dal basso, dagli autori, che quelli prodotti da chi ci governa, in un’epoca in cui il paradigma della “trasparenza” è dominante. La retorica, da Orlando avvicinata soprattutto tramite le trattazioni del Gruppo μ di Liegi, rimane da questo punto di vista sempre un punto di partenza. Si pensi allo sfoggio della “trasparenza di fini” attraverso cui la nuova élite nazionalista americana espone le ragioni economiche del rovesciamento di un governo in America latina o quelle dell’annessione di un’isola dell’Artico affacciata sull’Atlantico. Dichiarando sfacciatamente i suoi fini economici e anteponendoli a qualsiasi dignità morale o giuridica, tale élite dà così apparentemente l’impressione di archiviare la stagione del segreto politico. In realtà, attiva meccanismi di opacizzazione del discorso diversi rispetto a quelli che avevamo finora conosciuto: mentre si pretende di esplicitare tutto in superficie, si sfrutta la capacità occultante mobilitata da una nuova velocità di trasmissione delle informazioni (dovuta all’evoluzione degli attuali media) e dagli stessi cambi repentini dell’oggetto del discorso. La lingua del potere non nega, esibisce di giorno in giorno una nuova affermazione. In quell’esibizione eterodiretta trova la sua nuova forma di mistificazione.

Orlando è distante dalle griglie interpretative oggi più diffuse. Egli ci invita a leggere il conflitto dove non si dichiara e a riconoscere nella forma un luogo in cui l’ideologia si struttura in modo non apodittico. Ripubblicarlo significa, in definitiva, offrire uno strumento per pensare ancora la complessità e riconoscere l’ambivalenza del linguaggio in un’epoca che millanta la trasparenza come suo principale paradigma.

 

Abécédaire comique: Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini #lettera A

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Ritratto dei comici angelici, di Laura Gelati

Nota
di
effeffe

Svegliatomi da sogni agitati, mai e poi mai avrei immaginato di trovare accanto al caffé una lettera, chiusa in una busta poco elegante, non affrancata e perfino macchiata di caffé. Quando l’ho aperta non mi sarei nemmeno sognato di leggere le cose che anche tu onorevole lettore di nazione Indiana stai per leggere. Ho deciso di assecondare quel loro desiderio di compilare un’enciclopedia alfabetica del mondo per la sola ragione che se fai incazzare un comico quello diventa molto cattivo, e non c’è nulla di più terribile di un cattivo comico. E se sono due, i comici, allora sono cazzi.

Abécédaire comique
Due comici entrano in una rivista culturale. Non è l’inizio di una barzelletta, ma di una rubrica: Abécédaire comique. Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini: un esperimento di scrittura, due penne, ventisei lettere dell’alfabeto. Ogni puntata una lettera, usata come innesco per il titolo. Per il resto, carta bianca o quasi: l’unico vincolo è che, da qualcheparte, si rida. Attenzione, non “facce ride!”, né travestire la letteratura da monologo: piuttosto, esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera. Come un abbecedario, appunto: elementare solo in apparenza.

Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini

AAA collaboratore cercasi
di
Alessandro Ciacci

Erano i tempi in cui sbarcavo il lunario collaborando con la rivista Girarrosti per souvlaki dal mondo, per il mensile era il momento di massimo splendore e la tiratura al suo zenith. Contrariamente a quanto uno potrebbe pensare, la rivista non era greca, né greco era il suo ideatore: a meno che per greco non si intenda un ex tramviere del basso lodigiano, sig. Bencini Graziano.
Magari uno non ci pensa, ma là fuori pullula di gente per cui il souvlaki, e di conseguenza il suo girarrosto, non dico rappresenti l’unica ragione di vita, ma di certo lo inserirebbe tra i primi dieci, azzardo sette, motivi per cui la vita è degna di essere vissuta.

La grande intuizione del signor Bencini, il suo parto cranico vincente, è stata quella di pensare ad una casa letteraria per questi orfanelli souvlacofili, sì da diventare tutti una sola Grande Famiglia. E la Storia gli ha dato ragione. Certo, il prezzo da pagare è stato alto, non è uscito immune (che dico, non ne è proprio uscito!) da ombre e controversie (mi sto riferendo all’affaire Giovenzana? CERTO CHE SÌ), ma il mondo era un posto migliore quando dall’edicolante di fiducia potevi comprare l’ultimo numero di Girarrosti.

Ah, abbiamo tutti presente cos’è il souvlaki, giusto? Lo spiedino, quello tipico greco. Se ficcato nella carne o pesce o nella giugulare di qualcuno durante un raptus omicida, questa è cosa che compete i gusti e la sanità mentale di ognuno. Lo spedietto, lo spetìno, lo sbèdulo. E tanto il Bencini l’amava che un bel giorno, mentre era al timone del 15barrato (capolinea “Vrain L.” ore 15:48), ebbe la Prima Folgorazione: lasciare tutto e investire i risparmi di una vita per la creazione di una rivista dedicata unicamente ad esso, con i suoi bei reportage fotografici, articoli di approfondimento e di inchiesta (“carbone di legna o gas?”).

«Sarò il Pierre Bayle dello spiedo, il Gramsci del girarrosto, di più, l’Hugh Hafner della carbonella in legno di faggio!»

E quando dico lasciare tutto intendo proprio lì e in quel momento. Inchioda, apre la porta anteriore del tram e scende con la paciosità del bonzo: figurarsi se si preoccupava delle bestemmie e/o anatemi dei passeggeri a bordo, preso com’era a sgranare mentalmente i papabili titoli appioppandi: Tempo e tempi del souvlaki, Mondo souvlaki. Pratiche giratorie.

Vi starete chiedendo quando entro in scena io. Circa sette mesi dopo quel 15barrato: Bencini era nel pieno delle cause pendenti che l’ammutinamento gli aveva provocato, denunciato come fu dalla stessa Azienda di trasporti e da una madre di famiglia, sig.ra Raccimolatti, che era arrivata tardi di ore a ritirare il figlio a scuola (figlio che aveva avuto un attacco di panico, necessario il ricovero). Come se non bastasse il ginepraio leguleico, Bencini in quei giorni scopre l’amara verità: l’amata madre non legge Girarrosti. Mai letto neanche un trafiletto, forse proprio mai sfogliato!

«O mamma, perché? Questa rivista è come se ti fosse nipote, che ha fatto per meritarsi tanto triste menefreghismo?»

«Manca di romanticismo, Graziano. È fredda qual diagnosi, non scalda i cuori.»

Da cui la Seconda Folgorazione Benciniana: un inserto letterario atto a celebrare, con la dose q.b. di emozioni, lo schidione peloponnesiaco in ogni modo possibile, dal serventese caudato all’haiku. Passando pel racconto in prosa. Ed eccomi.

(Nota: i cuentistas transfughi di Churrascos al carbón 2000 li accoglieremo in redazione solo un semestre dopo, mentre per i poeti dell’ala tardo-esistenzialista di Gratelle poetiche (e dintorni) bisognerà aspettare un annetto buono).

Una sera me ne sto sul divano ad ascoltare il podcast su quella storiaccia degli spettatori scomparsi a teatro, quando mi arriva uno screenshot, mica lo sapevo che mio fratello era abbonato alla rivista. Aveva letto l’annuncio, me lo inoltrava con tanto di commento telegrafico: cercano uno scrittore, magari ti interessa. Mi interessava, eccome se mi interessava!
Erano i tempi in cui sbarcavo il lunario scrivendo dépliant per alberghi. Un settore in cui, se uno convive disinvolto con gli spazi ridottissimi a disposizione, può portarsi a casa una discreta sommetta, oltre a strappare convenzioni con le strutture che incensa.
So cosa potreste pensare, che quando uno decide di fare lo scrittore non si augura di finire a scrivere depliant, ma è pur sempre un modo per farsi conoscere.

«È pur sempre un modo per farsi conoscere”, mi aveva infatti detto M., un mesetto prima di lasciarmi.

Vado molto orgoglioso dei racconti che ho scritto nei 6 anni di collaborazione (continuo a credere che il non aver voluto pubblicare la mia ricostruzione della storia vera della Setta di Chalkida, sia stato un gesto di grande vigliaccheria da parte del Direttore), siccome però, dopo l’estinzione di Girarrosti, sono rimasto senza lavoro, è arrivato per me il momento di tentare la fortuna altrove. Mi permetto quindi di allegare un racconto (AAA collaboratore cercasi) per dare un’idea del contributo che potrei apportare. Metti che una rivista se lo senta affine.

 

Animali moribondi e dove trovarli
di
Lorenzo Catalini

 

La mia ragazza ha adottato un criceto.

Cedutole da una collega d’ufficio, giustamente nubile, che ha fama di avere in casa un numero di criceti (dati ISTAT) stimato fra i 30 e i 55 esemplari[1]. Dispongo, non chiedetemi perché, di un video in cui la dama in questione ammette, con inquietante leggerezza, di usare il Citrosil per tenere puliti i suoi animaletti domestici[2]. Membri della giuria, alla luce di questa prova, credo si possa asserire, senza alcun ragionevole dubbio, che la mia ragazza abbia non solo adottato, ma addirittura salvato, quel criceto. Giusto?

Sbagliato.

Ho sempre pensato che Flora avesse “il pollice verde” in fatto di animali. Se per strada incrocia un cagnolino gli fa un sacco di feste: si alza sulle zampe, cerca di leccarlo e abbaia festosamente, talvolta causando imbarazzo nel cane di turno. Ho capito che mi sbagliavo quando mi ha annunciato come lo avrebbe chiamato: Costantino. Non in omaggio al grande imperatore romano, bensì a Costantino Vitagliano, storico tronista di “Uomini e Donne”.

L’idillio è durato due giorni. All’alba del terzo mi sveglia un messaggio di Flora: Costantino quella mattina si era beccato la sua prima sgridata[3], poiché arrampicandosi sulla cima della gabbietta[4] era rimasto con la zampa posteriore impigliata, sospeso a testa in giù.

Flora è preoccupata. Le suggerisco di recarsi da un veterinario, più per tranquillizzarla che non per il criceto, ma lei, mi dice, non ha il tempo di andarci.

Dopo un paio di giorni altri messaggi. Sono foto di Costantino con una zampa gonfia e rossa. Cerco su internet[5], confronto con le immagini che mi ha mandato, e mi viene il dubbio che il criceto possa avere la zampa fratturata. Inizia una “situazione kafkiana”. Il criceto peggiora di giorno in giorno, ma lei nega che stia male. Invio le foto ad un mio amico veterinario[6]. Diagnosi e prognosi: il topino ha una frattura chiusa che, se non presa per tempo, lo condurrà ad una morte lenta e dolorosa; da medico, consiglia l’eutanasia. Inoltro tutto a Flora che, di risposta, mi manda un video dove il criceto, in una mini-versione del Mito di Sisifo, trascina faticosamente questa Big Babol che è diventata la sua zampa. In sottofondo, agghiacciante, la voce di lei: “Stellina! Che fai oggi?”. Sta morendo. Sta agonizzando da tre giorni, ecco che fa. Insisto sul fatto che Costantino ha (letteralmente) un piede nella tomba. Lei chiede un secondo parere. La sua coinquilina, Belfagor[7]. Per lei “Costi” non ha nulla, opinione a cui fanno eco i genitori di Flora, in quei giorni ospiti da lei. Secondo questa équipe Costantino, semplicemente, “inciampa”. Inizio a pensare che sia tutta una burla ai miei danni, e quando andrò a trovarla l’animale si esibirà in un orfeiano numero da acrobata. Da essere l’unica persona interessata a salvare la vita al roditore, inizio subdolamente a sperare che muoia, soltanto per avere ragione. E siccome quel piccolo bastardo continua a vivere nonostante la zampa sia ora talmente più grossa di lui da averne ormai eclissato il resto della figura, inizio ad assaporare l’idea di assassinarlo io stesso. Ho passato notti seduto sotto le coperte, illuminato dalla sola luce del PC, a fare ricerche online tipo: “Uccidere un criceto senza farsi scoprire”, “omicidio criceto Codice penale”, fino a quesiti più teologici come “uccisione criceto punizione divina”. Mi consola la speranza che, da qualche parte in California, in un triste e anonimo ufficio Google, un impiegato addetto a spiare le mie ricerche abbia detto al suo superiore una frase tipo: “Ehi capo, ne ho trovato uno strano”, ricevendo la promozione che sognava da una vita.

[1] Con un rapporto umani/criceti così sbilanciato a favore dei roditori, sono i criceti a tenere la signora nella loro tana, non il contrario.

[2] Che non sia l’unico farmaco che codesta scienziata pazza somministra ai pelosetti per testarne gli effetti? Non mi stupirei di sapere che ad uno di loro abbia dato lo Xanax. “Da quando ha divorziato non è più lui”, si giustificherebbe.

[3] A tali parole la mia mente viene rapita dall’immagine di questo esserino che vede parata davanti a sé una gigantesca creatura sconosciuta puntargli furiosamente il dito contro, inveendo in una lingua incomprensibile, con il suo cervellino che cerca di elaborare l’informazione.

[4] Eufemismo che quel loculo non merita. Trattasi dell’abitazione più piccola mai progettata da mente umana, al pari solo con certi monolocali affittati per cifre astronomiche a studenti fuori sede a Milano. Come questi, contiene al suo interno solo una boccetta per l’acqua, semi di girasole e una ruota, dove criceti e fuorisede, animali dal cuore debole, corrono all’impazzata per sfogare l’ansia.

[5] Non è facile talvolta rendersi utili in una relaziona a distanza, capitemi.

[6] Appaio sempre più fastidioso, me ne rendo conto.

[7] I lettori più perspicaci avranno capito che è un nome di fantasia, ma per me è il suo nome di battesimo. Nessun’altro essere umano sa incutermi timore come ci riesce lei.

➨ AzioneAtzeni – Discanto Venticinquesimo: Emanuele Pittoni

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Testo e voce: Emanuele Pittoni
Sonorizzazione: Marco Caredda

Azione Atzeni – Discanto XXV: Emanuele Pittoni

Discanto venticinquesimo*

La scarpa di quell’uomo è alta, fino al collo del piede. La suola, schiaccia una formica. Poi, un’altra formica. Le formiche escono da una crepa fra due pietroni squadrati – e si sistemano sotto il piede. Le schiaccia, una dopo l’altra, con regolarità da metronomo. L’uomo, in piedi, dietro la grata del porto, guarda il mare. E conta: il tempo, alle formiche: uno, due, tre, quattro, fino a venti: altra formica, schiacciata. Uno. Venti. Schiacciata.
dal ‘Primo racconto con colonna sonora’, di Sergio Atzeni,  in Racconti con colonna sonora



Frumigas
di
Emanuele Pittoni

 



La scarpa di quell’uomo è alta, fino al collo del piede. La suola schiaccia una formica. Poi un’altra formica. Le formiche escono da una crepa fra due pietroni squadrati e si sistemano sotto il piede. Le schiaccia una dopo l’altra, con regolarità da metronomo. L’uomo in piedi dietro la grata del porto, guarda il mare. E conta il tempo alle formiche: uno, due, tre, quattro, fino a venti e altra formica schiacciata. Uno. Venti formica schiacciata. Massacra le formiche e guarda il mare.
Uno. Venti. Crack.
Zimbra (chiameremo così una delle tante formiche che si aggirano sotto la scarpa dell’uomo che riprende a contare a venti osservando una nave che va via) ha percepito come la testa e l’addome della compagna accanto si spiaccicava e poi più nulla. D’istinto sfrega le antenne su quell’ammasso informe…nessun segnale…solo morte…tutto finito.
Intorno un brulichio di compagne dalla testa rossa atterrite, confuse, si muovono disordinatamente emettendo feromoni con messaggi chiari: PANICO! PERICOLO! SCAPPA!
Zimbra afferra il messaggio e parte. Le sue zampe si muovono frenetiche sull’asfalto malandato del porto che puzza di catrame, gasolio bruciato e salsedine rancida. Si allontana sempre di più dalla colonia e poco dopo perde la scia del suo formicaio, non c’è più contatto, smarrisce la pista. Annusa e riannusa muovendosi a scatti ma nulla, si è persa.
Zigzagando a tratti rallenta e poi riprende veloce. Zimbra percepisce una luce, un enorme lampione, deve essere il sole, si orienta e procede spedita.
Intorno il porto come sempre lo stesso. Il mare è calmo. Il rumore dello sciabordio dell’acqua sugli scafi dei pescherecci colorati si mischia al suono confuso della città di fronte che si prepara a festeggiare Sant’Efisio Màrtiri Gloriosu de Casteddu Protetori Poderosu.
Una panchina sotto il lampione che attira la piccola formica è la casa di un uomo africano. Si chiama Gunal. È alto, robusto, con un ammasso di capelli informe che ricade in ciocche aggrovigliate e nodose intorno alla testa. Gunal ripete una cantilena nella sua lingua e continua a piegare e ripiegare una coperta. Tutto intorno bottiglie in frantumi, brick di vino scadente, resti di ossa di pollo, tranci di pizza, patatine fritte e pane indurito. Accanto alla panchina una pila enorme di decine e decine di cartoni di pizza e due trolley aperti traboccanti di scarpe, giornali, lenzuola e vecchi capotti. I vestiti scoloriti, logori, sono sparsi e appesi su una siepe rinsecchita.
L’uomo impreca, getta a terra la coperta e va a pisciare sul tronco della palma più vicina.
Sopra l’albero una nidiata di parrocchetti osserva la scena gracchiando senza ritegno.
Gli uccelli lo guardano mentre beve fino a stordirsi, poi perdono interesse perché quell’uomo lo conoscono bene.
Gunal barcollando riprende la coperta, la strattona con violenza, l’abbraccia, la stringe forte ed infine l’adagia delicatamente sulla panchina di ferro e si siede.
Poi canta e uno dopo l’altro prende i cartoni di pizza e inizia a tagliarli a strisce.
Cadono quei pezzi di carta accanto alla palma e quasi travolgono Zimbra che li evita senza farsi schiacciare. La formica si muove veloce, adesso scala una scarpa. Sale l’insetto, sale sempre più su, lungo i pantaloni unti e incrostati di Gunal fino a sparire dentro una tasca.
L’uomo ha finito di tagliare i cartoni, batte le mani contento, prende la coperta e l’adagia su tutta quella carta ammucchiata.
Fruga nelle tasche, quasi schiaccia la formica che perde una zampa, tira fuori il coltello e taglia di netto una ciocca di capelli e dopo averla accesa con un fiammifero la lancia sulla pira. Prima il fumo e poi subito le lingue di fuoco.
Si alza un pochino di vento, soffia e aiuta le fiamme, che crescono prima a poco a poco e poi sempre di più avvolgendo in un attimo il cespuglio secco con tutti i vestiti. Il tessuto acrilico prende subito, rallegrando le fiamme che alte il giusto si impadroniscono dei rami secchi afflosciati della palma.
I pappagalli senza perdere tempo volano via e vanno ad appollaiarsi sull’albero di una barca ormeggiata poco più in là per godersi lo spettacolo.
Gunal è soddisfatto, osserva il fuoco, allunga le mani per scaldarsi e poi come se nulla fosse si mette un cappotto, si sdraia sulla panchina e prende subito sonno.
Una macchina che passa di lì accende i lampeggianti, si ferma con una brusca frenata. Scendono due carabinieri che corrono verso l’uomo che ormai russa di brutto, lo scuotono per svegliarlo, ma nulla. L’incendio ha preso forza e inizia a lavorarsi il tronco della palma.
I due militari sollevano con forza Gunal, che finalmente si sveglia e inizia a gridare.
“Lasciatemi stare! Voglio dormire, sono stanco!”
Un’altra pattuglia e un’altra ancora intervengono subito! Una palma infuocata, aiutata dal vento, cade sul parabrezza dell’auto dei militari, e diversi tizzoni ardenti entrano nell’abitacolo, attraverso l’apertura lasciata da un finestrino aperto. In un attimo il fumo si trasforma nel fuoco che inizia a squagliare sedile, volante e tutto il posto di guida.
I carabinieri circondano Gunal che inizia a piangere e a urlare. Corre intorno agli agenti, non si fa afferrare facilmente, è veloce. Due carabinieri visibilmente sorpresi, non appena vedono la loro macchina in fiamme corrono verso il mezzo. Da una pantera appena arrivata, un poliziotto rapidamente tira fuori dal cofano un estintore e va verso la gazzella. Spacca il vetro e rivolge l’estintore verso l’abitacolo, schiaccia la valvola, ma nulla! Nulla di nulla! Non c’è pressione, non esce la schiuma, l’estintore è guasto, non funziona.
Gunal urla e si arrabbia “Le fiamme lasciatele andare, lasciatemi in pace, lasciatemi stare!”
L’incendio ormai in strada ha creato un ingorgo, un tappo di clacson che non permette l’arrivo dell’autobotte dei pompieri che più in fondo prova a farsi largo a sirene spiegate.
L’auto dei militari è avvolta dal fuoco, scoppiano le gomme con tonfi sordi e inquietanti e molti automobilisti in coda, spaventati, scappano a piedi.
Si alza il vento che adesso soffia più forte, si è propagato sulle altre palme che decorano quella parte del porto.
Nel mentre un’altra autobotte, passando dal porto in contromano, dopo aver urtato decine di suv parcheggiati a cazzo, riesce a raggiungere il punto più vicino all’incendio. I pompieri srotolano le manichette e rivolgono i getti a tutta pressione verso il rogo.
In mezzo a tutto quel fumo acre, tossico e pesante Gunal prova a scappare, circondato da una decina di poliziotti e carabinieri incazzati. Ma lui è una palla impazzita che non si fa mica prendere.
Il cerchio si stringe sempre di più intorno all’uomo che morde e abbaia.
Un poliziotto tira fuori il taser e lo punta verso Gunal.
“Adesso fermati o sparo!”
Ma lui non si ferma, vuole andarsene, vuole tornare a casa, non gli piace questo posto, non ci voleva neppure venire, non vuole più stare da solo, deve bruciare tutto, perché così lui si addormenta e rincomincia tutto da capo.
“Adesso conto fino a tre! Se non ti fermi, ti sparo”.
Però non conta l’agente scelto, preme subito il grilletto, tanto che gliene fotte. Ma nulla, non parte nulla! Non spara! Ritenta, una due tre volte. Niente!
Il poliziotto rivolge l’arma verso di sé per capire come mai non funziona. La porta troppo vicino, gli da due colpetti e inavvertitamente preme il grilletto. Questa volta eccome se funziona!
I dardi elettrificati sfrecciano! Dritti schizzano via! Si conficcano sul collo dell’appuntato dei carabinieri che il poliziotto ha proprio accanto a lui. Il militare viene sbalzato a terra, trema tutto, gli occhi quasi schizzano fuori dalle orbite. Tutti gli uomini in divisa percepiscono lo stesso segnale. PANICO. PERICOLO! CHEMINCHIASTASUCCEDENDO.
Corrono verso il carabiniere che si dibatte in preda a vere e proprie convulsioni.
Solo più tardi, a bocce ferme, in commissariato, si capì che il taser era difettoso e tra l’altro aveva mandato una scarica elettrica tarata per abbattere un orso bruno del Parco degli Abruzzi.
Il vento ora è il Maestrale che soffia forte. Le fiamme sono indiavolate e sfidano i pompieri.
La coltre di fumo nero denso investe gli uomini in divisa che mentre soccorrono il militare tossiscono, lacrimano e si sentono male.
Gunal è libero! Ne approfitta, inizia a correre, correre più veloce che può verso il mare. E sono flash di una vita che scorre al contrario. Via le scarpe, il cappotto, lascia cadere a terra la maglietta e i pantaloni e arrivato al limite della banchina un salto.
In quel volo Gunal torna a casa perché sa chi è, da dove viene. Quel corpo nudo, non appena sfiora il pelo dell’acqua non produce schizzi, spruzzi o schiuma. Quell’anima leggera, sguiscia sottile, si fonde con l’acqua e scivola via.
Di lì più in fondo, nel molo, un pescatore troppo vecchio per salire su una barca e andare in giro a pescare osserva Gunal che gli passa davanti nuotando veloce.
“Dove stai andando, torni a casa?” domanda il vecchio.
“Sì, me ne vado, è troppo, non ce la faccio più, ridivento pesce!”
Dopo poche bracciate, Gunal si fermò e salutò con una mano che sembrava una squama poi si immerse per sparire per sempre.

Zimbra percepisce che può uscire, ma non è facile tra le pieghe di quella tasca del pantalone. Tenta tutte le vie ma nulla, finché con le antenne trova un passaggio: la tasca in quel punto è bucata.
Si avvia verso l’apertura e finalmente sbuca fuori. È libera!
Si muove qua e là a scatti assaggiando il terreno accidentato … poi avverte qualcosa … ma! … vuoi vedere! … sì … l’inconfondibile odore di piscio di cane che … forse il suo formicaio è vicino!
Corre la formica in avanti e dopo mezzo metro tutta a dritta, riacchiappa la pista, la sua pista, quella di casa! Senza manco guardare la imbocca veloce e poco dopo è davanti alla crepa fra due pietroni squadrati.
Uno. Venti. Crack

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

Si può seguire il PODCAST su:

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Da “Quadranti”

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di Daniele Poletti

[Nel 2024, per le edizioni Anterem, è uscito I Taglienti. Trusioni e sfalci dall’Ordet di Daniele Poletti, con un saggio introduttivo di Luigi Severi. Ne presentiamo qui uno stralcio dalla sezione Quadranti. More geometrico potenziale. Non guardano nessuno non si aprono su nulla. Il libro di Poletti è un’opera mondo, o un’opera anamnesi del mondo, dove quel che è stato dimenticato risiede innanzitutto nella ricchezza stratificata di una lingua, che le istituzioni e i poteri hanno nel corso del tempo ogni volta semplificato, amputato, ridotto. Non è quindi un libro che si presta a “entrate” rapide, come quelle che un prelievo in rete consente. Ma è un libro che esiste, e di cui se non altro mostriamo qui qualche sporgenza, nella speranza che il lettore, ancora in cerca dell’opera, sia messo su questa pista importante. a. i.]

*
Non guardano nessuno non si aprono su nulla cartigliature
biglietto da visita (lucido o semimat superiore) della classe
o del gruppo dominato. Aperto muto come quaderno
potenza liscia e senza difetti intonata in scale sorde di pariola
l’azione della ragione di credere a capriccio del restare
un filato speciale per pelletteria sintetico che resista
alle trazioni e al tarmario. I sintomi sono una mossa
ritardata offesa dell’acciaio sulla seta masse di ife
filamenti ramificazioni di strutture rimosse grattate
via un antimicotico l’antimuffa steso bene sana e perverte
la proprieta della pietra che gemma per contusione.



*
Imbottita di sale e pregiudizio qualsiasi parte di essa o l’intero
puo' servire allo stesso modo come funzione dell’assoggettato
medesima disciplina che di necessita s’accoppia a sufficienza.
Piu liscio possibile senza pecche introiezioni follicolari
turacciolate da stoppiature una carta vetra fina polvere
di levigo in olocausto all’onnipresenza del discorso in questo senso
quasi nudo ma senza esserlo alimentando il plusvalore
imperativo dell’anonimo: potrete mangiare questo e questo
il resto in abominio; per questo e questo diventerete immondi
per ogni unghia tagliata, ma non divisa da fessura, procede
il blablio in rumine.



*
Gli amputarono i pollici e gli alluci facevano cio che e male
agli occhi una brancata di polvere nasconde l’equilibrio
perseguito per anni anche la polvere e sacra quella sotto
la piu vecchia nel giorno di tonsura degli arti si perdono
un po’ di diottrie. Coscia su femore femore contro tibia
la buona incudine non teme martello e fatto buon nome
diranno che e sudore la piscia fatta a letto troppa umilta
e assai comune siede in groppa la mano di Django Reinhart
il vero punge la bugia s’azzoppa ma solo per la porta stretta
non a misura d’uomo; sotto consiglio non richiesto
mi inducono a cambiare posto alle cose i due muri vecchio
e nuovo sono mal comune mentre le mosche ci divorano.



*
Corretto e participio di clavo confidente del potere deprivativo
in direzione illusoria della stabilita. Confidato per reggenza
e cio che emenda e diviene emendato usando il medesimo
metodo per cavarlo fuori quello che comunemente chiamiamo
setaccio. C’e possibilita di spiegare questi fatti pronunciando
alcune parole, sembra non ne rimanga nessuna. Piantare
un chiodo o piantarne molti cambia la tecnica l’attrezzo il progetto.
Nella disamina dello spazio il colpo sospende il giudizio a ciascuno
secondo il merito, il cane scodinzola ai padroni e si avventa
sugli estranei su chi gli vuol male per giustizia, nel rimescolo
delle minestre il mestolo si consuma nel legno ficcato dal chiodo
la fibra rimane ritrae per accogliere la chiave verbigiativa.



*
Salire alberi significa onore vederne secchi inganno
bere aceto significa infermita fuoco ardente mutamento
discredito che nel sonno fa buon tempo lavarsi la testa
per essere libero dai pericoli s’accresce l’inequita
mangiare il formaggio significa danno feccia di vino
fetore e fonte chiara tutto e ripartito secondo osservazione
necessita di distinguere il solido dal vero il liquido
dal falso l’ossigeno dal prossimo, conservazione
delle tangenze per un’ipotesi sugli incidenti.



*
Angustia di scale soverchie sottoscala premono sopra
discesa in ciechi indietro il percorso e arcuato l’architettura
minoica ordini di ringhiere parapetti in passicoli non d’uso
comune verso imbotte senza uscita appercezione
dell’inganno per retrogrado ripetuto. Il punto di partenza
e sempre l’ampia sala d’aspetto bianca dove gli occhi
diventano appiccicosi e la cura protezione. Frequenza guasta
camminare all’indietro altri corridoi altre pendici
cubiculari svuotatoi potenziali evocati attese a tempo
regolato ordini di ciechi indicazioni di uscita entrata nella bianca.



*
A serramanico sempre vicino con la fertilita della terra
Tello il primo principio da cui procedono tutte l’annuncio
il discorso l’augurio, ricerca per il terzo cielo con non meno
di ventidue dita. In sorsi tagli di cordame tagli
trecciature tagli enunciati in converso colloquialmente
produciamo incertezza e sopraffazione di verita.
La neve e bianca chi non entra passando la porta
avere diritto all’albero eppure il solco apre un fondale
quattro pendici due cime sbriciolature canali frastagli.



*
Diventato insufficiente il foraggio l’acqua prolifera
disciolti smotta terra in muta a base tempo
paesaggistica margini assottigliati dubiti previsionali
assoggettati al frammento, gli incrementi di senso
non transitano statuiscono il limite. Nel definitivo
il forame e impervio tentativo di rappresentazione
approssimata, mezzo di rappresentazione ridotto
a soggiacenza se pervio il confine diventa contiguo
il frammento passa nell’elemento l’elemento
nella forma la deriva del suolo che accoglie
sposta le figure nell’emorragia della pietra.



*
Come suo inesausto presupposto nel suo riferimento
innanzi tutto al problema ancor prima riguarda
ancor prima non si fa esperienza tale e in realta
cio che puo sembrare in quanto accusato di non essere stato
infatti la quotidiana esperienza della notte
del giorno dall’infanzia della sofferenza del gaudente
innanzi tutto nel suo neutro di anonima gocciatura
quando poi ogni cosa nebbiata inghiottita dal passo
riferisce di qualcosa in sanie d’anemone che spira.



*
Non piu di tre mesi perso l’uso della mano non riconosco
trasferire camminavano nell’eco del corridoio o il significato
dei passi che calcano la superficie. Il puro dimostrativo
la pura descrizione identificano uno stato di fiato
un peso sull’orma. Esattamente che corrisponde al vero
che cosa, questo, rispondere a questa domanda, qui,
dove il segno produce e deruba un po’ la storia
del fiore che non va in frutto. La descrizione suppone
che uno e uno soltanto mi abbia derubato, ma potrei
non essere in grado di identificarne, i passi erano
molteplici sovradimensionali artifici del luogo
proiezioni di un ritorno, quale, il benedicente esige
dal parlante una risposta non ambigua, un’espressione
necessaria costituita pienamente definita dall’artrosi.



*
Ha parti taglienti per un utilizzo futuro conserva
questo rischio, e pur sempre un lamento si lamenta
di qualcosa che c’e o non c’e anche con fare distaccato
in forma di racconto parabola nella storia o fuori
da essa oscuramente con parole infantili conserva
l’indirizzo ossi di seppia quattro uno macchiato
alla cuspide, ho cucinato carne malata i cibi
ci entrano dentro attraverso fenditure monofore
finestre lucernari portali androni vie la filtrazione
non dipende dalla terra che gira sulla posizione
del costrutto nella buona creanza del giorno.




*

Ferrari, Moresco: «Chi la fa l’aspetti / la posterità».

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Una conversazione con Antonio Moresco

di Giorgiomaria Cornelio

Fin da La franca sostanza del degrado, la poesia di Ivano Ferrari (1948 – 2022) è stata una meraviglia acuminata come un uncino da macello. A quattro anni dalla morte, e a più di venti da Macello -opera a sua modo capitale-, esce ora, per Crocetti Editore, Transitori e risorti, raccolta che vuole riportare al centro del dibattito italiano un’opera radicale, estranea a ogni funzione meramente consolatoria della poesia. Il volume, curato da Antonio Moresco (amico fraterno di Ferrari), nasce da un lascito imponente: centinaia di cartelle che attraversano decenni di scrittura, tra poesia, appunti e materiali visivi. All’uscita di Macello, Moresco scriveva alcune righe che rilette oggi sono ancora più impressionanti nella loro puntualità: «Qui siamo posti di fronte alla vita e alla morte, alla morte degli altri ma anche alla nostra morte di specie; […] con un occhio fermo e una perentorietà alla quale non si può sfuggire facendo finta di non vedere, di non sapere, al termine del Novecento, secolo attraversato da stragi, guerre, olocausto, e all’inizio del nuovo secolo e del nuovo millennio e di fronte ai nuovi massacri che già ci sono e di quelli ancora più grandi che verranno all’interno delle stesse logiche ideologiche, biologiche, economiche, tecnologiche e militari bloccate.»

Proprio con Moresco parlo del perché di questa nuova ripubblicazione, tra congedo impossibile e gesto di resurrezione.

***

Cornelio:
Inizierei chiedendoti questo. Nella prefazione al libro metti insieme una serie di tue annotazioni critiche  che avevano già percorso, negli anni delle pubblicazioni Einaudi, l’opera di Ivano Ferrari. Poi, alla fine, dai questa immagine di un titolo pescato dalla moltitudine dei frammenti e delle frattaglie dell’opera di Ferrari: Transitori e risorti.

Ecco: per questo libro si transita, si passa come attraverso un fenomeno che resterà imprendibile, oppure ti auguri che la ripubblicazione funzioni come una resurrezione della poesia di Ferrari, ad oggi relegata a un silenzio a mio parere ingiusto?

Moresco:
Diciamo che questo libro partecipa di entrambe le nature. È Transitori perché Ivano è morto, quindi è nel passato, nel passaggio dalla vita alla morte. Ed è Risorti perché mi piacerebbe che fosse un gesto resurrettivo nei confronti della sua poesia, andando a pescare in questo giacimento che lui, con questo scherzo da prete, mi ha lasciato.

Un giacimento pieno di roba turbolenta, sporca, lirica, sconcertante, inusuale nella tonalità poetica di questi anni. Vorrei che significasse questo. E il fatto che il titolo sia stato pescato quasi per caso -è stato Crocetti a trovarlo in un secondo, tra Rosso epistassi– spero sia di buon auspicio.

A lavoro finito, ora che ho il libro tra le mani, ho pensato che ci sarebbe stato al suo interno anche un altro titolo possibile: Erezioni votive.

Cornelio:
C’è una poetessa che amo molto, Ida Travi, che ripete spesso che «il libro non basta». Soprattutto in poesia, il libro è una traccia di un passaggio che però, come nell’opera di Ferrari, trabocca di appunti, rimasugli, collage, montaggi.

Tutta questa opera che tu hai avuto in consegna -e che tu stesso definisci uno scherzo da prete– è anche il sintomo di un’amicizia stellare che ripercorri nell’introduzione. Come hai vissuto la responsabilità di un lascito così strabordante, che fatica a entrare in un libro di 200 pagine?

Moresco:
Per molti mesi, quasi un anno, sono rimasto annichilito. Ho accumulato queste 103 enormi cartelle: hanno occupato diverse librerie del mio corridoio, ma non le ho toccate quasi per un anno. In quell’anno sono stato anche male, ho avuto diversi ricoveri ospedalieri e interventi. Guardavo tutte queste cartelle senza osare avvicinarmi.

Poi, dopo un anno e mezzo, le ho prese in mano e ho cominciato a leggere. È stato un lavoro lungo. Sono rimasto sconcertato: c’era anche molto materiale che non conoscevo, strano, dato che lui mi faceva leggere tutto. Infinite versioni delle stesse poesie, poesie torride, perturbanti.

Mi ha colpito anche l’enorme quantità di cose che riguardavano me: testi miei che avevo dimenticato, cose mie che aveva conservato, ma anche suoi scritti su di me. Ne ho inseriti nel libro solo una piccolissima parte. Mi ha rimandato l’idea di un’amicizia artistica molto profonda, ma anche strana: quando ci eravamo conosciuti eravamo due ragazzotti di provincia che si sono montati la testa a vicenda, due invasati, due innamorati della poesia e della letteratura.

Il caso ci ha fatto incontrare alla stessa età, nella stessa città, per ragioni diversissime, tra follie politiche e letterarie.

Cornelio:
A un certo punto del libro, nei Prolegomeni per un commiato, Ferrari scrive che i fantasmi non amano che si dia loro un corpo, è un lusso che riservano a se stessi.

Fare questo libro è dare un corpo a un fantasma? Oppure è un modo per prendere commiato da questi testi “ereditati”?

Moresco:
Un po’ tutte e due le cose. È un congedo, nel senso che è il distillato di un enorme lavoro poetico, quasi un diario poetico che attraversa tutta la vita di una persona. Io però non riesco a sentire Ivano come una presenza morta, catalogata. È un poeta vivo, drammatico, perturbante. Un poeta perennemente in stato di risurrezione.

Il lavoro che ho fatto è stato istintivo. Se fossi stato un filologo che agiva con criteri specialistici, sarebbe venuto fuori un libro completamente diverso. Io ho voluto lasciare dentro lo sporco e il sublime, perché Ivano è una compresenza continua di queste due dimensioni.

Non volevo fare un santino postumo dell’amico. Volevo un libro ancora bruciante, sconcertante, vivente.

Cornelio:
C’è un verso che mi viene in mente a tal proposito: «Chi la fa l’aspetti / la posterità».

Moresco:
È un tipico guizzo suo. La poesia di Ivano è piena di questi cortocircuiti mentali. E ho voluto che venissero comprese jn questa raccolta anche altri aspetti della sua officina: poesie visive, fotomontaggi. Ho insistito perché nel libro ci fossero anche alcuni dei suoi numerosi fotomontaggi, anche se scuri, sporchi. Lui li aveva fatti a colori, ma quelli non li ho più trovati.

Ce n’erano di incredibili: lui mano nella mano con un matto del manicomio di Mantova, su una panchina; lui con un vestito da ballo che danza indiavolato; una ragazzona a cui aveva messo la sua faccia spiritata.

Erano segni di un’effervescenza mentale che poi si è tradotta negli accostamenti vertiginosi delle parole. Prima questo scatto ha attraversato altre forme; poi ha giocato tutto dentro la lingua, dentro le sue poche parole accostate in modo intenso e spiazzante.

Cornelio:
C’è in lui questo doppio aspetto terrestre e lunare, come in uno dei fotomontaggi: «Sono come la luna, condannato a stare in alto per colpa dei poeti». Tu invece dici che la sua poesia si abbassa radicalmente sulle cose. È un contro-movimento coraggioso: la poesia, dall’altezza dove è confinata nell’opinione comune, scende nello sporco delle cose – là dove non dovrebbe.

Moresco:
Proprio per questo Ferrari è difficile da incasellare. Possono venire in mente, ad esempio,  espressionisti tedeschi come Gottfried Benn, ma lui è diverso anche da questi. C’è in lui una commistione tra sublime e sporco, tra violenza e riso, tra sarcasmo e pietà, tra ironia e pietà, una miscela che è tutta sua.

Questa musica così dissonante non è stata compresa — nel senso etimologico del termine, cioè presa dentro — non è stata ancora accolta dal mondo della poesia italiana.

Cornelio:
Io appartengo a una generazione che non ha vissuto l’uscita di Macello, ma l’ha ricevuto dopo. È un libro fondamentale. In Italia c’è ancora un equivoco: la poesia dovrebbe essere consolatoria. Ferrari scriveva che la sua poesia stava nel cesso delle cose, nello spazio impuro. Questo la rende difficilmente digeribile, e insieme attualissima nel “macello planetario” in cui siamo raccolti.

Moresco:
È come se avesse visto in nuce il mattatoio di specie in atto nel mondo. Questa poesia è ineducata ma stratificata. Ivano non è un naif. Lui usava un’espressione buffa per certi poeti: «tutto pelo e senso». Ma lui non era così. Era viscerale e insieme raffinato. Ha raggiunto la concisione dopo un lungo percorso. Basta seguire il suo cammino interno testimoniato dalla Franca sostanza del degrado, dalla prime poesie piene, quasi naturalistiche, fino a quelle di Smaltitoio o Poesie laconiche.

C’è un’intransigenza profonda nel suo lavoro. Era un poeta che non era mai contento.

Cornelio:
Un’ultima domanda. Lui scriveva: «Lo spazio di un poeta è la prima volta di un prestito, dopo / la seconda». Abbiamo parlato dell’amore di Ferrari per la tua opera – ma tu cosa hai preso in prestito da lui?

Moresco:
Da ragazzo scrivevo poesie, ho cominciato come poeta. Poi ho distrutto tutto quello che avevo scritto fino ai vent’anni. Mi sono avviato verso altre avventure, anche artistiche. Non perché abbia cessato di essere un poeta, ma perché si vede che avevo bisogno di mettere la poesia dentro un altro alveo, che non fosse quello della forma-poesia  La frequentazione di Ivano, l’aver seguito passo dopo passo, da vicino, da amico, il suo percorso poetico mi ha pacificato. Ho pensato: non ho bisogno di scrivere poesie, le scrive Ivano.

È come se la parte di me che mi sono lasciato alle spalle si fosse realizzata attraverso di lui. Non mi ha fatto sentire un traditore della poesia. C’era lui sull’altro piatto della bilancia.

Cornelio:
Ti chiederei, a sigillo, una poesia di Ivano che porti con te.

Moresco:

Eccola qui:

Do quanto basta
per essere frainteso
il mezzo litro d’anima
che mi resta dentro
lo berrò con Dio.

Cassandra, ovvero La necessità della guerra

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di Beatrice Occhini

“Perché volli a tutti costi il dono della veggenza?” (Wolf 1984a: 6), se lo domanda Cassandra, protagonista del romanzo omonimo che Christa Wolf, la scrittrice più rilevante della Repubblica Democratica Tedesca, ha pubblicato nel 1983 con l’editore Luchterhand*. Ho iniziato questo libro su un autobus che mi stava portando da Catanzaro all’aeroporto di Lamezia Terme, stupita del fatto che questa linea extraurbana non solo esistesse davvero, ma avesse anche fatto appena cinque minuti di ritardo. Avevo trovato Cassandra sulla bancarella del signore marocchino che vive in città da sempre e che vende, per motivi a me opachi, pentolame da cucina e altre suppellettili, insieme a un ammasso disordinato di libri. È una ristampa del 2002, un po’ malandata e dalle pagine inscurite, della prima edizione che e/o ha pubblicato nel 1996 nella traduzione di Anita Raja. Un libro molto letto, conosciuto, ma di cui forse si sottovaluta l’attualità. Al centro del romanzo è la veggente e sacerdotessa di Apollo, figlia di re Priamo e della regina Ecuba di Troia, destinata, secondo il mito tramandato dall’Orestea di Eschilo e dai poemi omerici, a dar voce a premonizioni foriere di sventure e a non venir mai creduta. La più celebre delle sue visioni, che le costò l’imprigionamento in una torre per mano del suo amato padre: l’esito nefasto della guerra che la città era in procinto di combattere contro i principi achei.

In termini critici, il romanzo può essere considerato una riscrittura, ma questa definizione non è sufficiente per descrivere il modo in cui è la figura di Cassandra a permettere a Wolf di fronteggiare due temi congiunti l’uno all’altro. Il primo è la costruzione politica dell’inevitabilità della guerra: “È possibile sapere quando comincia la guerra, ma quando comincia la vigilia della guerra?” si chiede Cassandra, aggiungendo: “Se ci fossero delle regole, bisognerebbero trasmetterle. […] Conterrebbero, tra le altre frasi: non fatevi ingannare da quelli della vostra parte” (Wolf 1984a: 84). Il secondo: l’esclusione delle donne dall’amministrazione del potere e il loro assoggettamento istituzionale e culturale. Si tratta di temi fondamentali per la scrittrice e, mi pare, attualissimi anche per lettori e lettrici di oggi. Il primo passo per “liberare Cassandra da mito e letteratura” (Wolf 1984b: 20) – così si esprime Wolf nelle Premesse a Cassandra (1), le atipiche lezioni di poetica in cui traccia il suo avvicinamento a questa figura – è dare ampio spazio alla sua verità: “[p]arlare con la mia voce: il massimo. Di più, altro, non ho voluto” (Wolf 1984a: 6).

Il romanzo è un lungo ed evocativo monologo interiore, pronunciato in modo laconico, frammentario ed ellittico dalla protagonista ormai prigioniera di Agamennone. Alle spalle della protagonista, al di là del mare: la distruzione di Troia, del suo mondo, l’assassinio della sua famiglia, di tutte le compagne, degli altri troiani e delle troiane, gli orrori della guerra, il tramonto di una civiltà. Davanti a sé: i leoni che troneggiano sulla porta di Micene che, come già Troia, verrà un giorno ridotta alle macerie che conosciamo oggi. La sacerdotessa di Apollo rievoca la propria vita, intrecciando, tra le maglie larghe del mito la lettura politica e femminista dell’inevitabile connubio tra guerra e patriarcato. Cassandra descrive gli anni immobili della preparazione alla guerra con gli achei e la trasformazione della città di Troia in uno stato sempre più autoritario, lungo un inarrestabile degrado etico che soffoca ogni traccia di dissenso interno e, infine, annienta la città stessa prima ancora che arrivi Achille a trucidarne gli abitanti.

Ho iniziato a leggere questo romanzo per ingannare il tempo, prima un po’ svogliata mentre attendevo il bus – per l’ansia ero in un anticipo davvero eccessivo –, poi sul mezzo vuoto a parte me e il conducente, poi al gate affollato, soglia sull’ennesima grande città europea. Era lo stesso giorno in cui Yoav Gallant ha annunciato l’assedio completo di Gaza e il romanzo mi ha accompagnata mentre nelle settimane successive iniziava l’assedio di terra. Fin da subito ho riconosciuto in Cassandra la stessa rabbia di fronte all’apparente ineluttabilità degli avvenimenti, lo stesso sgomento di fronte alla forma narrativa che prendevano nel discorso pubblico, la stessa bruciante impotenza che provavo quando sentivo etichettare come antisemita la posizione secondo cui il 7 ottobre 2023 non era un inizio, bensì la continuazione di una storia antica. Trovare il coraggio della propria verità e costruire la voce per esprimerla è uno dei temi di Cassandra, le cui visioni altro non sono che squarci momentanei di razionalità e autonomia critica nella coltre della propaganda cittadina: “Per evitare di vedere dietro la splendida facciata la realtà inquietante, cambiavamo in un lampo i nostri giudizi sbagliati.” (Wolf 1984a: 47) Una cecità che Cassandra condivide con tutto i troiani (“il mio innocuo, ingenuo popolo”, Wolf 1984a: 45), nonostante il dono della veggenza.

In effetti, il modo in cui Wolf intende questo dono è una delle deviazioni principali dal mito, a cui l’autrice perviene ponendosi un interrogativo semplice: “Ma per quale ragione [Cassandra], lasciando che la educassero alla ‘veggenza’, ha scelto una professione maschile? Per quale ragione volle diventare come gli uomini?” (Wolf 1984b: 20). Da qui l’adagio del romanzo: “Volli diventare sacerdotessa. Volli il dono della veggenza, a tutti costi” (Wolf 1984a: 47). Cassandra bambina, pur essendo “prediletta dal padre [Priamo] e interessata alla politica come nessuno dei [suoi] numerosi fratelli” (Wolf 1984a: 18), desidera ritagliarsi uno spazio di partecipazione alla responsabilità politica, agli incarichi governativi – in altre parole: al potere –, pur essendo donna. “Fossi lui” pensa Cassandra fanciulla, misurando la propria posizione sociale con quella di suo fratello gemello Eleno, “Potessi cambiare il mio sesso con il suo. Potessi rinnegarlo, nasconderlo” (Wolf 1984a: 37-38). La veggenza è frutto dell’ambizione di Cassandra, come riconosce Pantoo il greco, sacerdote di Apollo, uno dei primi che subirà la violenza dei troiani in quanto nemico interno: “Senza dubbio, diceva, c’erano alcuni tratti della mia natura che si addicevano al sacerdozio. Quali? Ecco – il mio desiderio di esercitare un’influenza sugli esseri umani; e come, sennò, una donna potrebbe dominare?” (Wolf 1984a: 34). Per arrivare al potere vi è un’unica strada: diventare sacerdotessa, scegliere il dono della profezia. Cassandra quindi non diventa sacerdotessa per volere di Apollo, il dio dei veggenti, bensì per propria volontà; il dio “sapeva cosa desideravo ardentemente: il dono della veggenza, che mi conferì con un gesto tutto sommato casuale, non osai sentirlo: deludente” (Wolf 1984a: 21). E “deludenti” sono anche le descrizioni delle visioni di Cassandra, ingigantite dalle voci e dalla propaganda di corte, che hanno raggiunto anche noi tramite il mito che l’ha resa eterna.

Del resto, inizialmente la protagonista non sembra tanto agire da mediatrice per la divinità, bensì per la casata reale, una posizione che le diventa sempre più invisa, man mano che il potere in città finisce in mano alla fazione reazionaria rappresentata da Eumolo, che celebra la guerra e impone un cambiamento antropologico alla città: “Obbedienza! […] Lui ci voleva secondo le esigenze della guerra. Dovevamo diventare come il nemico, per batterlo. Questo non ci andava a genio. Volevamo essere come eravamo, incoerenti” (Wolf 1984a: 39). A Troia si sviluppa una liturgia del potere volta a costruire il nemico esterno e interno attraverso la propaganda statale e a trasformare ogni sconfitta in vittoria e lustro per il palazzo reale: “Gli uomini di Eumelo erano al lavoro. Avevano fatto proseliti tra gli scribi di palazzo e i servi del tempio. Avremmo dovuto armarci anche spiritualmente, se il greco ci attaccava. L’armamento spirituale consisteva nella diffamazione del nemico (già si parlava di ‘nemico’, prima ancora che un solo greco fosse montato su una nave) e nella diffidenza verso chi era sospettato di fare il gioco del nemico” (Wolf 1984a: 80). Nel frattempo i primi scontri con i greci avvengono, come in tutte le guerre, in altri territori remoti, si svolgono per il controllo commerciale ed economico del Bosforo, non certo per Elena, che forse a Troia non è mai arrivata, riflette Cassandra. La città con il suo piccolo impero viene pian piano circondata e perde l’occasione di disinnescare la valanga bellica, ulteriormente accelerata dalla propaganda statale: “Il popolo in festa corse per le strade. Vidi una notizia farsi verità. E Priamo ebbe un nuovo titolo: ‘Il nostro potente re’. In seguito, man mano che la guerra diventava sempre più priva di prospettive, lo si dovette chiamare ‘Il nostro potentissimo re’” (Wolf 1984a: 82).

Così i primi momenti di veggenza di Cassandra, scomposti, incontrollabili, ancora adolescenziali, si trasformano in analisi ponderate della deriva autoritaria della città, che viene spacciata come strategia per rafforzarsi contro il nemico: “Priamo preparava la guerra. Io mi tenevo in disparte. Giocavo a fare la sacerdotessa. Pensavo che essere adulti consistesse in questo gioco: perdere se stessi. […] Sostenuta dalla stima dei troiani, vivevo come non mai di apparenze. Ricordo ancora come la vita mi sfuggisse. […] Non vedevo nulla. Sovraccaricata dal dono della veggenza, ero cieca. Vedevo solo quel che c’era, praticamente niente. Vivevo di evento in evento, che, a quel che si dice, facevano la storia della casa reale. Eventi che asservono a sempre nuovi eventi, per ultimo alla guerra” (Wolf 1984a: 35-36). 

La scelta della cecità altro non è che indifferenza, “il prezzo per sopravvivere”, “[la] meno benvenuta, l’estranea, dentro cui ci si perde certissimamente, ancor più certamente che nell’impotenza e nella colpa” (Wolf 1984b: 24). La fuoriuscita da questo stato è il percorso che la figura traccia a ritroso e con sbalzi temporali nel suo monologo, la “lotta per l’autonomia” (Wolf 1984b: 127) che le richiede la rinuncia a tutto, ai legami, ai suoi privilegi, al potere, all’identità costruita fino a quel momento: “Diventare tutt’a un tratto capace di vedere – questo mi avrebbe distrutta” (Wolf 1984a: 51). Da voce di Apollo e, quindi, della casata reale, Cassandra cessa di essere mero tramite e vive quello che Wolf ha definito il “dolore di farsi soggetto” (Wolf 1984b: 95). Ciò significa rifiutare la condizione di oggetto che le appartiene istituzionalmente in quanto donna e che sperimenta ampiamente, non soltanto quando diviene parte del bottino di guerra argivo, non soltanto quando subisce gli stupri degli achei (“Ignoravo che, come sempre, le schiave della stirpe vinta devono accrescere la fertilità dei vincitori?”, Wolf 1984a: 16), ma anzitutto nella città ancora protetta dalle mura, quando suo padre la costringe a sposare il principe Euripilo per ottenere rinforzi militari. O quando, ancora bambina, è costretta a partecipare al rito di deflorazione delle ragazze troiane.

Da soggetto con una propria voce, Cassandra diviene per la corte e per i troiani una nemica interna, una delle tante: “Sempre la stessa musica: non il misfatto, ma il suo annuncio fa impallidire, anche infuriare, gli uomini, lo so dalla mia esperienza. E so anche che preferiamo punire colui che nomina il fatto, piuttosto che chi lo compie: in ciò siamo tutti uguali, come in tutto il resto. La differenza sta nel saperlo oppure no” (Wolf 1984a: 19). Ovunque echeggiano le parole del palazzo, dei detrattori di Cassandra, della propaganda: “Io, la tremenda. Io, che volli la rovina di Troia” (Wolf 1984a: 15), recidere i rapporti con la corte e divenire invisa, andare in esilio, perdere la patria, essere tacciata di pazzia – questo il prezzo della scelta: “In seguito non se la sono mai tanto presa con me quanto per il mio rifiuto ad abbandonarmi al fatale entusiasmo dei loro desideri. A causa di questo rifiuto, non a causa dei greci, persi padre, madre, fratelli, amici, il mio popolo” (Wolf 1984a: 48).

Alla protagonista non resta che uscire dal palazzo reale, abbandonando il suo status di principessa, rinunciare ai propri obiettivi. Famiglia di elezione diventa una comunità di donne – e qualche uomo come Anchise, il saggio padre di Enea – che vivono in sorellanza fuori dalle mura, sulle rive del fiume Scamandro e sul Monte Ida, dimentiche delle precedenti distinzioni di ceto. Le unisce la venerazione della Grande Dea, una divinità il cui culto risale a culture ancestrali, annientate da quella troiana che ne ha anche cancellato e vietato i culti. Per concepire questa società alternativa, Wolf si rifà presumibilmente alle teorie di Marija Gimbutas (2) e Robert Graves (3), secondo cui prima delle culture elleniche esistevano società con forti tratti ginecocratici o persino matriarcali: “Sì, una volta è esistita la terra dove le donne erano libere a pari agli uomini. Dove loro erano le dee […]; dove, in tutte le rappresentazioni pubbliche, occupavano posti privilegiati […]; dove prendevano parte alle pratiche rituali e costituivano anche la gran massa delle sacerdotesse” (Wolf 1984b: 66). Unendosi a questa minoranza, Cassandra vive un cambio di pantheon che segnala la rinuncia al modello antropologico rappresentato dagli achei ed oscenamente incarnato proprio da Achille, “Achille la bestia”. Secondo Anna Chiarloni – tra le maggiori studiose italiane di Wolf – la “techne ellenica”, cioè l’immagine di razionalità, coerenza, ed efficacia soprattutto bellica che il mito ci ha tramandato, è rappresentata nel libro “come espressione di una cinica volontà di dominio” (Chiarloni 1996: 191), una “opaca prassi razionale” (Chiarloni 1996: 191) che i troiani assorbono, ma che è in realtà contraria alla chiarezza. È oscuramento della ragione, generatrice di violenza. Forse è questa l’immagine di grecità cui si è rifatto Netanyahu, quando, incitando i cittadini israeliani ad affrontare l’eventuale isolamento internazionale, ha evocato Sparta (4). Un modello eroico, bellico, virile. “In quale altro modo”, si chiede Wolf, “un autore potrebbe combattere contro l’abitudine (che non corrisponde più alle esigenze del tempo) di ricordare la storia come storia di eroi?” (Wolf 1984b: 126). Cassandra è infatti il primo tassello di quello che Chiarloni ha chiamato “impulso alla verifica, anche linguistica, dei dati tramandati dalla tradizione”, caratterizzante la ricerca artistica di Wolf, che “tende a mettere in discussione la rappresentazione usuale del mondo, decostruendo la cosiddetta ‘cultura dell’uomo europeo’” (Chiarloni 2001). Un’altra tappa fondamentale di questo percorso si trova nell’ultimo romanzo di Wolf, Medea. Voci (1996) (5), dove la tradizionale rappresentazione della protagonista come infanticida viene decostruita, rivelandosi il risultato di una propaganda statale finalizzata a mascherare i crimini della corona.

Medea ha una forte motivazione autobiografica, giacché venne scritto all’indomani del cosiddetto Literaturstreit – traducibile come ‘contesa letteraria’–, cioè lo scandalo che travolse Wolf all’apertura degli archivi fino ad allora segretati dell’ormai dissolta Germania Est. Negli atti che vennero alla luce nel 1992, la scrittrice viene indicata come “inoffizielle Mitarbeiterin” (‘collaboratrice informale’) della Stasi, i temuti servizi segreti tedesco-orientali. Non fu solo il ruolo ricoperto da Wolf dal 1959 al 1962 a scandalizzare il pubblico della Germania riunificata, quanto il fatto che, per tre decenni, la scrittrice non ne avesse parlato. D’altro canto, i suoi resoconti erano inservibili, giacché includevano esclusivamente dettagli positivi sui compagni sorvegliati (Galli 2009). Si trattò secondo molti di un vero e proprio linciaggio mediatico, volto a screditare l’intellettuale tedesco-orientale, come si fece per altre voci provenienti da quella regione (tra cui Heiner Müller).

Tornando al romanzo: ormai posta di fronte all’ineluttabile assedio di Troia, Cassandra accetta la caduta della civiltà che aveva sperato di proteggere, riconoscendo che le conseguenze della sconfitta non sono diverse da quelle della vittoria. Nei primi capitoli del romanzo, che sono anche gli ultimi attimi della sua vita, la protagonista osserva il trionfo dei Micenei, consapevole che nulla può opporsi alla ciclicità della distruzione: “l’orrore della vittoria. Oh le sue conseguenze, che vedo già nei loro occhi ciechi. Sì, colpiti da cecità. Tutto ciò che devono conoscere si svolgerà davanti ai loro occhi, ed essi non vedranno nulla. È così” (Wolf 1984a: 11).

Con questo romanzo Wolf riesce a parlare del proprio tempo, della sua Repubblica Democratica Tedesca e del suo ruolo di intellettuale e donna in uno Stato che si era trasformata in un regime totalitario retto sulla sistematica distruzione del dissenso interno e sull’isolamento dai nemici esterni. Troia circondata da mura “che la proteggevano, ma anche la limitavano” (Wolf 1984a: 42) è un evidente riferimento alla Berlino Est in cui è cresciuta Wolf. Ma soprattutto, il romanzo è frutto dei primi anni Ottanta, quando, dopo un periodo di apparente distensione, il rischio di una guerra atomica in territorio europeo era tornato a essere discusso: “Sia il comando supremo della Nato che quello del Patto di Varsavia discutono della necessità di nuovi armamenti, ciascuno per essere in grado di contrapporre qualcosa di equivalente alla presunta superiorità tecnica dell’‘avversario’ sul piano militare” (Wolf 1984b: 90). Un’epoca in cui, ancora una volta e non per l’ultima, nel discorso politico internazionale si fece strada il “pensiero aberrante”, “l’assurdità dell’affermazione secondo cui il massimo degli armamenti atomici da parte di entrambe le potenze diminuisce il pericolo di guerre grazie all’‘equilibrio del terrore’” (Wolf 1984b: 94). Una corsa agli armamenti che si accompagnava a limitazioni della libertà di espressione e protesta, di distorsioni della realtà volte a giustificare scellerate alleanze politiche ed economiche. Una storia che si ripete. Del resto il tempo di cui ci parla Cassandra, come il nostro, è “inaudito”, ma accade “tutti i giorni”, come scrisse Ingeborg Bachmann in una sua poesia: “La guerra non viene più dichiarata, /ma proseguita. L’inaudito/ è divenuto quotidiano”.

Ho iniziato questo libro su un autobus che mi stava portando da Catanzaro all’aeroporto di Lamezia Terme, stupita del fatto che la linea esistesse e fosse in orario. Lo leggevo mentre, sgomenti, ascoltavamo la questione palestinese essere trattata come se fosse iniziata il 7 ottobre 2023, con l’uso sapientemente differenziato di due termini – “ostaggi” per gli israeliani, “prigionieri” per i palestinesi. A marzo 2025, quando Israele ha violato la tregua, l’avevo finito da tempo e non riuscivo a liberarmene, mentre parlare di genocidio sembrava ancora un crimine antisemita o, alla meno peggio, una insulsa quanto opinabile preferenza terminologica. Termino questo saggio dopo mesi di altre espressioni, di ReArm Europe, di deterrenza militare, di sanzioni e della loro assenza, di voci solipsistiche, arroganti, prepotenti e ciniche. “[L]a doppia morale degli antichi”, riflette Wolf, “forse non è così onnipresente, così dominante e pervasiva come la doppia morale della civiltà cristiano-occidentale, la quale deve compiere un enorme demagogico lavoro intellettuale, sempre più sottile e cavilloso, per riconoscere a fondamento etico della sua vita il comandamento NON UCCIDERE e nel contempo per annullarlo in relazione al suo agire pratico, senza avere un tracollo morale” (Wolf 1984b: 44). Un tracollo che riesce a rendere invisibili anche i processi che portano all’autoannientamento di quella stessa civiltà. Finisco questo saggio nel momento in cui Netanyahu ha il potere di dire “I’ll finish the job”, la Flotilla è in mare e le persone scendono finalmente in piazza a migliaia. Per salvarci, forse Cassandra ci chiederebbe questo: chi sono i nemici che state costruendo per trasformarvi rapidamente in ciò che vi distruggerà? Qual è il vostro capro espiatorio? Qual è il limite della sopportazione, della vostra indifferenza, del vostro silenzio?

“Ecco quello che so: ci sono buchi nel tempo. Questo ne è uno, qui e ora. Noi non possiamo lasciare che passi inutilizzato” (Wolf 1984a: 154).

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*Su Ad alta voce di Rai Radio 3 è in corso in questi giorni la pubblicazione a puntate dell’audiolibro: https://www.raiplaysound.it/audiolibri/cassandra

 

Note

  1. https://www.germanistica.net/2011/12/22/christa-wolf-premesse-a-cassandra-voraussetzungen-einer-erzahlung-kassandra-1983/
  2. https://www.preistoriainitalia.it/2019/01/10/intervista-a-marija-gimbutas-su-dea-madre-indo-europei-nascita-e-sviluppo-del-patriarcato/
  3. https://academic.oup.com/book/2905/chapter-abstract/143543713?redirectedFrom=fulltext
  4. https://www.timesofisrael.com/netanyahu-admits-israel-is-economically-isolated-will-need-to-become-self-reliant/
  5. https://www.edizionieo.it/book/9788876417283/medea.-voci

 

Bibliografia

Chiarloni, Anna (2011): “La Medea di Christa Wolf”, germanistica.net, https://www.germanistica.net/2001/05/26/la-medea-di-christa-wolf/.

Chiarloni, Anna (1996): “Postfazione”, in Christa Wolf, Medea. Voci, trad. dal tedesco di Anita Raja, Roma, e/o, 2023, pp. 191-197; or. Medea. Stimmen 1996.

Galli, Matteo (2009): Literaturstreit o della sovranità ermeneutica: le accuse a Christa Wolf e la liquidazione degli intellettuali, germanistica.net,https://www.germanistica.net/2011/12/15/literaturstreit-o-della-sovranita-ermeneutica-le-accuse-a-christa-wolf-e-la-liquidazione-degli-intellettuali/.

Wolf, Christa (1984a): Cassandra, trad. dal tedesco di Anita Raja, Roma, e/o, 2002; or. Kassandra 1983.

Wolf, Christa (1984b): Premesse a Cassandra. Quattro lezioni su come nasce un racconto, trad. dal tedesco di Anita Raja, Roma, e/o; or. Voraussetzungen einer Erzählung: Kassandra 1983.

Il guardiano dell’amore

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di Max Mauro

Ai primi di settembre del 2015 decisi di partire per incontrare una persona che non c’era più. Lo so, voi direte che è una follia, che non è possibile incontrare qualcuno che è scomparso, ma io so che non è così. Vi racconterò come è andata, ma prima lasciatemi spiegare le ragioni per cui il viaggio lo dovevo fare e quelle per cui, in teoria, non aveva alcun senso farlo. Dopo che vi avrò spiegato questo sono quasi certo che sarete d’accordo con me.

A quel tempo abitavo a Dublino, Repubblica di Irlanda. Lavoravo in un caffè gestito da un torinese di origine meridionale (come ci teneva a specificare lui stesso) chiamato 8 ½ Café. 8 ½ Café era il nome del posto, mentre il mio boss si chiamava Tony, Antonio all’anagrafe. Continuavo a pensare fosse un lavoro temporaneo, ma ormai questa temporaneità durava da due anni. La paga non era alta, soprattutto considerando i costi della città, ma Tony era un tipo tranquillo; non tirava cocaina, come era abitudine nel settore della ristorazione, in questa come in tutte le grandi città, e ciò era già una buona cosa. E poi 8 ½ Café era in centro, vicino al Trinity College, giravano molti giovani, studenti e turisti, anche se io non rivolgevo la parola a nessuno. Avevo 31 anni, non ero più anagraficamente giovane, ma stentavo ad entrare appieno nell’età adulta.

Andavo spesso al cinema.

Tramite Tony ero riuscito ad avere una tessera scontata dell’IFI, il cinema dell’Irish Film Institute. Andavo al cinema ogni settimana, vedevo uno, due, talvolta anche tre film. Preferivo le retrospettive, le visioni di film non recenti, perché mi piace il passato e poi i biglietti sono più economici, e le proiezioni meno affollate. Mi piacevano i film drammatici con storie d’amore impossibili. Li sentivo molto vicini, perché la mia vita sentimentale era un disastro (non è che le cose siano andato molto meglio dopo, ma questo è un altro discorso).

Fu all’IFI che, nell’estate del 2010, vidi un film che mi fece piangere.

In sala eravamo in pochi, circa una ventina sparsi in una sala da 98 posti. Credo che nessuno notò che stavo piangendo, forse piangevano anche loro e come me se ne vergognavano un po’. Come faccio a sapere quante persone c’erano in sala? Io di solito occupo il tempo della pubblicità prima del film contando quanta gente c’è in sala. Conto anche le poltrone, così posso fare dei calcoli accurati. Due blocchi di poltrone, sette file, ogni fila quattordici poltrone, totale 98 posti. Al momento della pubblicità c’erano 21 persone, circa il 21 per cento della capienza. C’è sempre qualcuno che arriva tardi, ma quelli non li conto.

Le mie non erano lacrime di dolore, o non solo di dolore. C’era anche gioia, perché i due protagonisti si innamoravano e si amavano, si amavano molto, nonostante le cose terribili che accadevano nelle loro vite.

Era un film tedesco, ma il regista e gli attori protagonisti erano turco-tedeschi e rappresentavano una Germania lontana dagli stereotipi. Era in lingua originale sottotitolato in inglese e i dialoghi alternavano tedesco a turco. Il film si chiamava Gegen die Wand, che in tedesco significa “contro il muro”; in inglese lo avevano intitolato Head on.

Racconta la storia di due giovani, lui meno giovane, ormai un uomo fatto, lei ventenne, che si incontrano in una clinica psichiatrica, dove sono stati ricoverati per aver entrambi tentato il suicidio. L’incontro cambierà le loro vite. E anche la mia.

Nel film succedono molte cose che non vi svelo, ma si innamorano e quell’amore così difficile e complicato è la cosa più umana che potessi immaginare. Avete presente la sensazione di trovarvi a una fermata del bus dove non siete mai stati prima e non sapete come ci siete finiti ma avete dimenticato il cappotto, e non sapete dove, forse sull’autobus, ma quale? Fa freddo, molto freddo, non avete soldi, sono rimasti nel cappotto, e nemmeno gli occhiali, dove sono finiti gli occhiali? La vostra miopia vi impedisce di leggere le indicazioni stradali e pure gli orari dei bus posti in un pannello troppo alto per essere letto dai vostri deboli occhi. In quel momento in cui sentite una disperazione senza appigli qualcuno vi porge la mano. E’ un’offerta d’aiuto che arriva da una ragazza bellissima, ai vostri occhi bellissima, e qui la miopia non c’entra perché tutti sanno che l’amore non ha bisogno di occhiali per manifestarsi. La ragazza è bella come nei sogni, perché non hai mai pensato che una ragazza così bella potesse interessarsi a te, ed eccola offrirti la mano, e la sua mano è calda e basta quella per scaldarti tutto, corpo e cuore inclusi. Avete presente quel tipo di sensazione? Ecco, Gegen die Wand mi fece stare così.

I due protagonisti, Cahit e Sibel, divennero miei compagni di vita. La mia vita si intrecciò alle loro, e non significa nulla il fatto che le loro vite erano quelle del film e la mia quella dell’8 ½ Café e una camera in affitto nel vecchio quartiere ebraico di Dublino. A loro pensavo ogni volta che volevo pensare a qualcosa di bello, di tragicamente bello come la vita, perché la vita è sempre una cosa tragica per chi vive i sentimenti senza filtri né infingimenti.

Sul lavoro, dietro al banco dell’8 ½ Café, potevo pensare liberamente perché il mio ruolo era essenzialmente quello di preparare caffè, cappuccini, latti macchiati, tè, infusi, e sandwich. Facevo il mio lavoro in silenzio, non c’era bisogno di comunicare. Gli ordini li prendevano Tony e una ragazza rumena che era brava a fare le torte, ma non i caffè. Tony aveva colto i miei punti di forza, lavoravo sodo e non mi lamentavo mai, e i miei punti deboli, ero timido e facevo confusione con le ordinazioni alla cassa. Lui mi chiamava “il sognatore” anche se i miei sogni non li conosceva, non li condividevo con lui.

Cahit e Sibel erano con me al lavoro, perché a lato della macchina del caffè avevo attaccato una fotocopia della locandina del film. Sibel e Cahit si guardano negli occhi, uno di fronte all’altra; lui indossa un collare ortopedico perché ha avuto un incidente, è andato a sbattere con l’auto contro un muro. Non è successo per caso, lo ha fatto apposta, da qui il titolo del film. Cahit è poco più alto di Sibel, più alto il giusto per un film e per la vita, perché la vita dovrebbe somigliare ai film, non l’incontrario. Ha la barba di vari giorni, i capelli castani che gli cadono sul viso e uno sguardo severo. Lei indossa un vestito rosso un po’ scollato, non molto, giusto un po’; è un vestito primaverile. Ha i capelli neri, lievemente ricci, che arrivano fino alle spalle. Ha un naso che si nota, un po’ lungo, lungo elegante con una leggera onda in mezzo. “Guarda il mio naso”, dice Sibel a Cahit in uno dei primi incontri nei corridoi della clinica. “Toccalo”. Lui la guarda spiazzato, un po’ infastidito, e non si muove. Lei gli prende la mano e l’avvicina al suo naso. “Me l’ha rotto mio fratello a forza di botte”.

Sibel gli vuole bene quasi subito, ma Cahit ci mette un po’ a capire che quella ragazza così giovane e spigliata è l’unica persona che può salvarlo.

Ogni tanto, tra un caffè e un altro, guardo Sibel e Cahit e rivolgo loro alcune parole. Lo faccio sottovoce, per non farmi sentire, ma credo che Tony se ne accorga e non me lo faccia notare. Pensa che sono un tipo un po’ strano, ma lavoro bene e non faccio male a nessuno. Dico cose tipo: “Hey stronzo, smettila con l’alcol, lei merita tutto il tuo amore”. Parlo in confidenza con Cahit e Sibel (soprattutto con Cahit) perché sono un loro amico, sono la persona più vicina al loro amore che possa esistere. Io voglio bene a tutti e due, a Sibel e Cahit, ma voglio bene più di tutto al loro amore. Farei di tutto per quell’amore, perché non cessi e non cambi, non cambi mai. Io sono il guardiano del loro amore.

Mi rivolgo a loro in tedesco, anche se non lo parlo benissimo. E’ una lingua che ho appreso nella prima infanzia e poi l’ho un po’ dimenticata. Ma la capisco ancora bene. Il mio legame con Sibel e Cahit mi permette di praticare il tedesco, e questo rende la nostra relazione più intima. Fra di loro parlano in tedesco, ma con i famigliari di lei usano il turco. Sono entrambi cresciuti in Germania, Sibel ci è pure nata mentre Cahit ci è arrivato da bambino. Io il turco non lo capisco, ma come guardiano del loro amore potrei anche impararlo, se me lo chiedessero.

Un giorno, verso la fine dell’estate del 2015, lessi in una rivista di cinema distribuita gratuitamente all’IFI una notizia che mi sconvolse. Diceva che Cahit era rimasto senza casa, viveva in strada e aveva un problema con l’alcol. Nella rivista usavano il suo nome civile ma per me lui era Cahit, Cahit e basta.

Gegen die Wand gli aveva dato la fama, il film aveva vinto il Leone d’oro al Festival di Berlino e lui era stato premiato come miglior attore tedesco. Poi c’erano stati alcuni altri film, ma mai con ruoli da protagonista, e infine le proposte si erano diradate fino a sparire del tutto.

Online lessi vari articoli di giornali tedeschi che aggiungevano dettagli alla storia. Il dolore che Cahit viveva nel film, e che cercava di sedare con l’alcol, era lo stesso che viveva nella vita. Era un attore famoso, ma non si sentiva né si comportava da star. Coi soldi guadagnati non aveva comprato un appartamento per sé, tantomeno una casa. Viveva in condivisione, anzi secondo i giornali ormai da anni dormiva sui divani di amici, di chiunque gli desse ospitalità.

Al giornalista che lo incontrò a Kottbusser Tor, nel quartiere di Kreuzberg, in una piazza frequentata da tossici e sbandati, disse di aver perso le chiavi dell’appartamento e di essere stato poi allontanato da chi lo ospitava. Non aveva più il passaporto, lo aveva perso anni prima e mai rinnovato. Il contratto per il telefonino era scaduto e non aveva soldi per uno nuovo. Nell’articolo si diceva che avesse passato delle notti in prigione, per corse in taxi non pagate e offese a pubblico ufficiale. Le guardie gli avevano chiesto l’autografo. Al giornalista disse che aveva ridotto il consumo di birra a non più di quattro-cinque bottiglie al giorno e che era in contatto con una regista per un nuovo film. Sperava che l’articolo lo avrebbe aiutato a trovare un tetto sotto cui dormire. Il giornale lo pubblicò in prima pagina con una foto di Cahit disteso sul marciapiede e il titolo: Qui giace uno dei migliori di Berlino.

Erano passati appena dieci anni dal film e la vita di Cahit era sottosopra. Proprio come accadeva nel film, ma senza l’amore di Sibel. Io non sapevo nulla di questi eventi. Io ero il guardiano del loro amore. Questo era il mio ruolo, l’unica missione nella vita che mi sentissi in grado di assolvere. Ma ora tutto mi stava cadendo addosso. Cahit non era più. Di Sibel gli articoli non parlavano ma poi ne trovai uno che riferiva che era volata negli Usa, che lavorava a Hollywood, faceva un’altra vita, lontana da Cahit. Per Cahit, il film aveva rimpiazzato la vita che aveva rimpiazzato il film. E io, cosa potevo fare io?

Decisi di partire per Berlino.

C’erano delle ragioni per cui il mio viaggio non aveva senso, ma altre, quelle giuste, per cui era l’unica cosa sensata che potessi fare. Non aveva senso perché se anche avessi trovato Cahit, e lui avesse accettato il mio aiuto, che aiuto avrei potuto dargli? Non possedevo una casa dove ospitarlo, e non avevo soldi da prestargli. Però potevo stargli vicino, potevo aiutarlo in qualche modo, in qualunque modo. Forse lui non lo sapeva che mi era stato assegnato questo ruolo, che io ero il guardiano del suo amore per Sibel e di quello di Sibel per lui. Forse era colpa mia di quanto era accaduto nella sua vita. Forse non ero stato un buon guardiano, non avevo svolto bene il mio compito, altrimenti Sibel non sarebbe andata via e lui non sarebbe finito in strada.

I pensieri mi sbattevano in testa come biglie dentro una betoniera e mi facevano camminare a sbalzi; era come se il mio corpo avesse dei blackout e la mia testa non li potesse controllare. Dovevo fare qualcosa, agire. Non potevo lasciare Cahit in balia di una vita che non era la sua, che non era più la sua. La sua vita, quella vera, era rimasta nel film e per colpa mia ora era svanita.

Dissi a Tony che dovevo assentarmi per alcuni giorni per ragioni famigliari e comprai un volo Ryanair per Berlino. Tony sapeva che i nonni con cui ero cresciuto erano morti da tempo e che i miei unici parenti erano degli zii che vivevano in Svizzera e con cui avevo rari rapporti. Non mi chiese spiegazioni. Forse vide nel mio viso la preoccupazione e l’ansia che mi dominavano. Mi avvicinai alla macchina per il caffè e tolsi delicatamente il volantino del film. Lo piegai in quattro e lo infilai nella tasca della giacca.

Quella notte non dormii. Rientrai nella mia camera e preparai lo zaino. Nonostante l’incedere dei pensieri, sapevo quello che dovevo fare. Avvicinai la sedia all’armadio e ci salii sopra per raggiungere una scatola per scarpe infilata dietro alla valigia. La scatola per scarpe conteneva le uniche cose care che mi portavo dietro da anni, da quando avevo lasciato il mio paese. C’erano alcune foto di me bambino, al mare coi nonni, sulla prima bicicletta, nel cortile degli zii con mio cugino. Infine, c’era la scatola di metallo per sigari con dentro l’orologio da taschino del nonno; nonno Artemio. L’orologio di nonno Artemio era la cosa più preziosa.

Il volo era alle sei del mattino e decisi di passare le ore che mi allontanavano dalla partenza direttamente all’aeroporto.

A Berlino presi alloggio in un ostello della gioventù nel quartiere di Schöneberg, vicino a Kreuzberg. Presi un posto in camerata, era il più economico che potessi trovare. Conoscevo la zona di Kreuzberg dove il giornalista della Berliner Zeitung aveva incontrato Cahit. Prima di trasferirmi a Dublino avevo vissuto per tre mesi a Berlino, lavorando in nero in un ristorante italiano proprio in quel quartiere.

Disteso nel letto della camerata, presi in mano l’orologio di nonno Artemio. Me l’aveva donato in punto di morte raccomandandomi di tenerlo sempre con me, ché mi avrebbe protetto come aveva fatto con lui durante la prigionia in Germania, dopo l’8 settembre 1943, nelle miniere del Belgio dopo la guerra, nella fabbrica siderurgica sul lago Ontario, nel Canadà degli anni cinquanta, e infine nel suo lavoro di autista di camion per una fabbrica di esplosivi, nel Friuli degli anni sessanta e settanta. Volevo donare l’orologio a Cahit. Ero convinto che con l’orologio si sarebbe ripreso, sarebbe stato in grado di risalire la china. Aveva bisogno di un talismano e l’orologio colmo del mio affetto disinteressato era quello che serviva. Volevo fargli capire che il suo amore per Sibel e quello di Sibel per lui era la cosa più preziosa al mondo, almeno per me.

A Berlino conoscevo un’italiana che aveva lavorato con me al ristorante, si chiamava Rita, era originaria di Modena. Rita era arrivata a Berlino subito dopo la caduta del muro, aveva vissuto in case occupate dell’ex Berlino Est e frequentato la scena punk. Mi aveva raccontato che il suo primo amore tedesco era stato un cantante punk di origine turca. Facendo due calcoli, i miei soliti calcoli, il cantante punk doveva avere più o meno la stessa età di Cahit. Nel film, Cahit ascoltava musica punk, nel suo piccolo appartamento c’era un grande poster di Siouxsie. Telefonai a Rita. Era sorpresa di sentirmi, ma era impegnata, aveva due figli adesso. Non volevo farle perdere tempo e le chiesi se avesse conosciuto Cahit, se il suo ex lo conosceva. Mi disse di sì, in quegli anni ci si conosceva tutti. Mi disse che quello che era capitato a Cahit non l’aveva sorpresa, lo sapevano tutti che aveva dei problemi con l’alcol. Aggiunse che non sarebbe essere stato difficile incontrarlo, se era quello che volevo. Bastava andare all’Ankorklause o al Delphi Bistro, o in uno dei bar turchi sul Kottbusserdam. Verso sera era sicuramente in uno di questi locali, gli stessi nominati nell’articolo del giornale. Mi disse di passare a trovarla se fossi rimasto alcuni giorni a Berlino e ci congedammo.

L’Ankorklause è un bar-bistro addossato al ponte che collega la Kottbusserstrasse con il Kottbusserdam. Arrivai lì verso le cinque e vi rimasi fino alle otto, ma Cahit non apparve. Chiesi al barista se Cahit si vedeva spesso lì. Talvolta sì, talvolta no, dipende dalle settimane, mi rispose. Se ha soldi o qualcuno che gli offre da bere. In qualche bar non lo fanno più entrare perché ha accumulato debiti. Mi accorsi che la mia cronica timidezza era sfumata, quasi svanita. Il senso della mia missione, del mio viaggio, mi rendeva una persona diversa, un uomo con un destino. Passai anche al Delphi Bistro e all’AntalyaSpor Café, ma Cahit non c’era.

Il giorno dopo tornai all’Ankorklause. Arrivai verso le sei e finalmente lo vidi, nella sala per fumatori. Era seduto da solo, di fronte a sé aveva un tavoliere per giocare a Tavla. Nel film gioca a Tavla con la sua amante, quella che era la sua amante prima di capire che Sibel era il suo vero amore. Sono entrambi nudi, fumano, bevono birra e giocano a Tavla con l’accompagnamento dei Depeche Mode in sottofondo.

Mi sedetti al tavolo, al lato opposto al suo, con una familiarità imprevista. Alzò gli occhi, erano gonfi come di chi non ha dormito o è abituato a dormire male. I capelli erano grigi adesso, le spalle un po’ ricurve, appesantite dalla vita. Non aveva più la giacca di pelle. Non era più Cahit, era Cahit ma non era più lui. Dovevo arrivare fino a qui per scoprirlo; il senso del mio viaggio era questo.

Il suo sguardo su di me non era diffidente. Era sorpreso, ma in un modo che non mi intimoriva. Sentivo che aveva capito chi fossi.

Vuoi giocare? gli chiesi. Ho sete, rispose. Ordinai due birre. Le rughe che scendevano lungo il suo viso apparvero per un attimo distendersi. Non era un sorriso, ma la sua espressione era meno rigida. Mi chiesi cosa stesse pensando. Avevo dialogato così spesso, e così a lungo, con lui e con Sibel. Erano diventati parte essenziale della mia vita, i miei migliori amici. Di fronte a lui, a Cahit che non era più Cahit ma era veramente Cahit, mi sentii forte, improvvisamente maturo.

Ti ho cercato a lungo, dissi. Volevo incontrarti. Mi dispiace per quello che ti è successo. Rimase con lo sguardo sul tavoliere, come se stesse studiando una mossa, ma sentivo che le mie parole erano giunte a destinazione.

Ti ho portato una cosa, gli dissi. E’ una cosa importante, che ti proteggerà, sono sicuro che ti proteggerà e ti porterà fortuna.

Appoggiai l’orologio sul tavolo, accanto alla bottiglia di birra, che spostai di lato con la mano. L’orologio di nonno Artemio luccicava, era proprio un bell’orologio, la catena lo rendeva elegante, unico. Cahit lo prese in mano, lo appoggiò sul palmo e lo osservò. Cosa stava pensando? Poi alzò lo sguardo. Mi guardò dritto negli occhi e per un attimo sentii la stessa tensione che avevo provato nel fissare i suoi occhi dentro il film; gli stessi occhi che si incontravano con quelli di Sibel, li sentivo come fossero i miei. Una pausa, il silenzio creato dallo sguardo, poi una parola sola: Grazie. Questa volta la bocca si distese in un abbozzo di sorriso.

Portalo sempre con te, gli dissi. Prima di andarmene voglio però chiederti una cosa, una cosa sola. Ami ancora Sibel?

Il suo sguardo si accese nuovamente, per un attimo ancora sembrò lo stesso del film.

Io l’amo ancora, non l’ho mai detto a nessuno. Sei l’unico a saperlo. Anche lei mi ama, ma non possiamo vivere il nostro amore. E’ tutto come nel film. Proprio come nel film.

Dallo stile singolare all’ibridazione plurale

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Di Andrea Inglese

[Questo testo è apparso sul n° 28 della rivista “Smerilliana”, in un dossier curato da Eugenio Lucrezi sulla nozione di “stile”.]

Singolarità e imitazione: lo stile tra dimensione estetica e sociologica

Nel regime moderno della letteratura, quello che subentra al modello umanistico e classico, la nozione di “stile” si accompagna al mito dell’individualità, anzi della singolarità dell’espressione linguistica e letteraria. Non è più il genere dentro cui lo scrittore opera né la lingua letteraria ereditata, che garantiscono la sua rilevanza, ma la sua capacità a differenziarsi dai modelli passati e dalle norme vigenti, che uniformano il lavoro letterario dei suoi contemporanei. Solo imprimendo la sua singolarità empirica (biologica) nell’enunciato globale dell’opera, come complessivo scarto dalla lingua letteraria e comune, l’individuo autore conquista uno stile proprio, une voce inconfondibile. L’autorità (e l’autorevolezza) dell’autore non vengono dalla capacità di padroneggiare un codice letterario trasmesso dalla tradizione, ma d’introdurre in esso l’unicità di un’esperienza individuale e dell’espressione letteraria che le corrisponde.

Fin da subito, però, come Balzac e Baudelaire insegnano, l’assillo per la singolarità (estetica) dello stile nella scrittura letteraria si accompagna all’assillo per la distinzione (sociologica) dello stile nel comportamento sociale. Vi è un preciso parallelismo, che pensatori acuti della modernità come Georg Simmel hanno rilevato, tra ciò che accade nella privatezza della stanza del poeta e in mezzo alla folla degli spazi pubblici, in cui si trova l’individuo metropolitano. Per quest’ultimo è chiaro come “l’istinto di differenziazione” sia l’altra faccia dell’”istinto d’imitazione”, dal momento che ogni distinzione sul piano sociale crea, al tempo stesso, una separazione e un’appartenenza. Ma questa ambiguità tra “singolarità” di un comportamento e “generalità” di un modello comportamentale, è già riscontrabile nell’accezione puramente letteraria dello stile. Lo evidenzia la studiosa francese Marielle Macé, in un saggio del 2016 intitolato Styles: “Lo stile rimanda sempre a una forma singolare e in quanto tale è un marchio d’individualità. Ma questo marchio d’individualità è sempre in un processo di ‘generalizzazione’. (…) [È] l’individuale (il “tale”) che si apre alla condivisione, al comune, e quindi anche all’espropriazione”.

È importante ricordare gli elementi ideologici che in una circostanza storica determinata – l’emergenza della modernità letteraria – hanno caratterizzato la nozione di “stile”. Questi elementi sono stati, infatti, riconsiderati in modo critico dalle avanguardie nel primo Novecento e soprattutto dalla stagione strutturalista e post-strutturalista a partire dagli anni Sessanta. Basti ricordare due interventi di Roland Barthes, che segnano appunto il passaggio tra fase “strutturalista” e fase “post-strutturalista”. In Il grado zero della scrittura, del 1953, Barthes afferma: “Si tratta di superare qui la Letteratura, confidando in una sorta di lingua elementare, ugualmente lontana dalle lingue viventi e dal linguaggio letterario propriamente detto. Questa parola trasparente, inaugurata da Lo straniero di Camus, realizza uno stile dell’assenza, che è quasi un’assenza di stile”. In La morte dell’autore del 1968 è l’ideale espressivista in quanto tale a essere decostruito in favore della nozione di scrittura: “se [l’autore] volesse esprimersi, dovrebbe sapere che la ‘cosa’ interiore che ha la pretesa di ‘tradurre’, non è essa stessa che un dizionario interamente composto, le cui parole non possono spiegarsi che attraverso altre parole, e questo indefinitamente”.

Sappiamo come, in questo inizio di secolo, sia andata a finire. Per l’industria culturale e la sua provincia editoriale, l’autore in quanto individuo “distinto” è tornato ad essere decisivo, dal momento che deve svolgere il ruolo di testimonial del suo prodotto letterario. Ma, paradossalmente, interessa meno la sua singolarità “letteraria” che “sociologica”; egli deve insomma condursi pubblicamente come “un autore” – come un poeta, come un intellettuale, come un romanziere – e questo suo comportamento nei festival, nelle interviste televisive o negli interventi sulla stampa, permette al suo prodotto – al suo nuovo libro – di differenziarsi dagli altri libri nuovi sugli scaffali delle librerie, firmati da autori “anonimi”. D’altra parte, sul piano dei comportamenti sociali, ognuno, scrittore o meno, lavora spinto dal duplice istinto di differenziazione e di imitazione, per affermare la propria singolarità d’individuo con passioni e opinioni autonome sul mondo, grazie all’appartenenza a una “bolla”, ossia a una cerchia di simili, che apprezzano i suoi comportamenti digitali e si identificano a essi. Ancora oggi, quindi, non ci siamo liberati del tutto delle pretese “individualizzanti” dello stile né sul piano letterario né su quello sociologico, ma la singolarità di un testo conta comunque molto meno che la distinzione di un comportamento. È come se l’assillo per sfuggire all’anonimato percepito dall’individuo qualunque avesse finito per inghiottire gli ideali espressivisti dell’aspirante scrittore. Non che, come voleva Barthes nel 1968, questi ideali siano stati del tutto rinnegati: essi perdurano sullo sfondo, come presupposti che poco interessa verificare, dal momento che l’urgenza è posta sull’aspetto sociologico della faccenda: l’autore deve farsi riconoscere dai lettori innanzitutto grazie al suo “stile” pubblico, al suo comportamento in società, e questo funge da garanzia di una qualche singolarità (di un qualche stile personale, originale) sulla pagina.

Ricerca letteraria, écriture, ibridazione

Diamo per scontato che oggi, al di fuori delle dinamiche dominanti nel mercato editoriale, esistono ancora pretese d’innovazione, rottura, ricerca nell’ambito delle scritture letterarie, e che queste pretese si manifestino in modo vivace nei dintorni del genere letterario più irrilevante per quel mercato, ossia la poesia. È questo il mio caso, in quanto autore; vengo dalla “poesia”, e in tale campo letterario ho sperimentato la ricerca di forme nuove, rispetto innanzitutto a quelle ereditate dal paradigma lirico. Ciò significa anche riconsiderare, ma con spirito critico, alcune delle pratiche promosse dalle avanguardie novecentesche e dalle teorie che a esse si sono ispirate, come quelle di Barthes già citate. In particolar modo, penso che si possa ancora difendere l’opposizione tra écriture e stile, a patto di rettificare il tiro su un punto importante: l’obiettivo non è una fantomatica scrittura trasparente, neutra, elementare, senza stile, un grado zero della rappresentazione. L’obiettivo è, innanzitutto, l’ibridazione dei generi letterari e delle forme d’enunciazione, attraverso varie strategie di montaggio o, al contrario, di dissoluzione delle componenti figurative. Ma questo implica una funzione metalingustica, critica ed ironica, e non solo nei confronti della lingua ordinaria – permeata di ideologia – ma anche dei linguaggi settoriali, da quello letterario a quello scientifico, che similmente sono, seppure in modi meno evidenti, condizionati ideologicamente. Tutto questo mi porta a rovesciare la metafora centrale della tradizione lirica, che considera la poesia come una Voce Interiore. La poesia per me è (soprattutto) un Orecchio teso verso l’Esterno, anzi un sistema ricevente voci, suoni, rumori. Poco importa che si tratti di voci vive o morte, voci che veicolano stereotipi linguistici o frasi lungamente lavorate. Con questo materiale eterogeneo bisogna costruire qualcosa, una sorta di enunciato inglobante, di cui però non possiamo mai del tutto padroneggiare il senso.

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Immagine: Andrea Inglese, M. Salade, 2020

“È un attacco alla libertà di stampa e al grande movimento per la Palestina in Italia”

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di Giuseppe Acconcia

Abbiamo intervistato Angela Lano, direttrice dell’agenzia Infopal, indagata nell’ambito dell’inchiesta di Genova che lo scorso 27 dicembre ha portato all’arresto di Mohammed Hannoun dell’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese (Abspp), insieme ad altre nove persone, accusate di associazione con finalità di terrorismo. Il 16 gennaio si è svolta l’udienza davanti al tribunale del Riesame.

L’assunto che Hamas sia un gruppo terroristico in Italia è vero?

L’Italia si aggrega a Stati Uniti e Israele che hanno messo Hamas nella blacklist. Ma ci sono 180 stati, tra cui il Brasile e altri, per i quali Hamas è un movimento di resistenza islamica, a cui viene riconosciuto il diritto di esistere, di difendere, di decolonizzare il proprio territorio così come sancito dalle Nazioni Unite.

L’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese di Mohammed Hannoun dà anche fondi alle brigate al-Qassam, il braccio armato di Hamas?

Ci sono stati venti anni di indagini e di archiviazioni su questa accusa che Israele solleva. Se ci sono state archiviazioni, le accuse sono infondate. Quello che so è che l’Abspp da tanti anni manda aiuti umanitari in Palestina. L’accusa di inviare fondi alle brigate al-Qassam è uno specchietto per le allodole, perché tutti sanno che ci sono stati musulmani che finanziano Hamas, le brigate al-Qassam, Hezbollah ecc. Israele vuole demonizzare tutte le associazioni di solidarietà umanitarie. Giorni fa ha messo nella blacklist 37 ong tra cui la Caritas International, dimostrando in questo modo che le sue accuse mirano solo a non far entrare niente a Gaza, vuole che i gazawi muoiano perché persegue un progetto di colonialismo di insediamento che prevede il genocidio, la pulizia etnica, l’espulsione dei superstiti: quindi più nativi muoiono meglio è.

Leggendo i documenti dell’inchiesta, sembra che l’intero caso si basi su informazioni di intelligence israeliana, è così?

Le persone con un po’ di coscienza dovrebbero iniziare a domandarsi se siamo una colonia israeliana in tutto e per tutto oppure se siamo uno stato sovrano con istituzioni, magistratura, mondo politico e giornalisti indipendente da Israele. Sembra invece che recepiamo le direttive di un altro stato cosa che è pericolosissima per il nostro paese, sovversiva. Si recepiscono informative costruite non da un qualsiasi stato terzo ma uno stato che si è macchiato di genocidio, denunciato dall’Onu, da Amnesty, i cui capi sono ricercati dalla Corte penale internazionale. Si tratta di uno stato che non ha le basi etiche, umane, politiche per dire a un altro stato cosa fare. È il carnefice che dice come perseguire la vittima, siamo al paradosso assoluto.

L’attacco diretto a lei e Infopal è un attacco alla libertà di stampa?

Sì, io dirigo questa piccola agenzia specialistica, e chi ci sostiene sono i musulmani italiani, con la zakat (elemosina legale) delle moschee, è come se dirigessi un piccolo giornale cattolico, ma sempre di giornalismo si tratta. Mi hanno tolto telefoni, computer, tutto l’archivio di 40 anni di lavoro di storica, antropologa sul mondo arabo-islamico. Hanno bloccato i miei soldi, come se fossi una pericolosa terrorista. Mi hanno portato via ricordi, un foglio in arabo di una canzone di Fayrouz di quando studiavo la lingua al Cairo nel 1989. È una cosa senza senso. Sono sconvolta e basita.

È in corso una stigmatizzazione più ampia delle mobilitazioni per la Palestina, come è avvenuto con il caso dell’imam Shahin?

Questo è il terzo punto. Hanno archiviato tutte le indagini negli anni perché non c’era niente. Questo faldone, arrivato a Genova a fine ottobre 2023 direttamente dal Mossad, voleva segnalare che fino a quel momento le indagini erano state archiviate ma che d’ora in avanti non sarebbe più stato possibile farlo. C’è stato un ribaltamento delle prospettive e le indagini sono state riprese su input israeliano. Ma è una risposta politica italiana alle manifestazioni oceaniche di ottobre e novembre 2025 per la Palestina. Le immagini delle piazze italiane hanno fatto il giro del mondo. E quindi sono partite le vendette con il caso Shahin, ragazzi messi agli arresti domiciliari e ora con questi arresti. Viene chiamata Operazione Domino ma sarebbe più corretto chiamarla Operazione Israele.

La lingua come sola patria

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di Alice Pisu

“Non mi sono riscattato attraverso lo scrivere. Durante tutta la mia vita sono morto e ora morirò davvero. La mia vita era più dolce di quella degli altri, la mia morte sarà tanto più spaventosa. Lo scrittore in me naturalmente morirà subito, poiché una tale figura non ha terreno, non ha consistenza, non è nemmeno di polvere; è soltanto vagamente possibile nella più folle vita terrena, è solo una costruzione della brama di piaceri. Questo è lo scrittore. Io stesso però non posso continuare a vivere, poiché non ho vissuto, sono rimasto argilla, la scintilla non l’ho trasformata in fuoco, ma utilizzata solo per l’illuminazione del mio cadavere.”
Scrive così Franz Kafka nella lettera a Max Brod del 5 luglio 1922, a cui l’amico risponde quattro giorni dopo notando la loro distanza nell’esperire la scrittura. Secondo Walter Benjamin Kafka ha voluto porre con questa amicizia un punto di domanda accanto alla sua vita (rilevante il volume Un altro scrivere. Lettere 1904-1924, Neri Pozza, per comprendere il complesso legame tra i due, retto più sulle divergenze caratteriali e letterarie che sulle affinità).
Il mondo dei fatti che conta per Kafka – sostiene Brod – è invisibile: la scrittura è una cifra della vita, condensa l’esperienza e la rende possibile. Non c’è opposizione tra le due, come ricorda Ricardo Piglia nell’Ultimo lettore, Sur, “è solo che la vita deve sottomettersi a questa continuità, perché in definitiva questa è l’esperienza per Kafka”. E forse la vera libertà, come suggerisce Raoul Precht, può arrivare per uno scrittore solo quando nessuno lo leggerà più. Quel desiderio, espresso come volontà testamentaria, verrà tradito da Brod, che passerà la sua vita a occuparsi della redazione e della promozione delle opere di Kafka, diventando il suo principale biografo.
Il nuovo romanzo di Burhan Sönmez, Gli amanti di Franz K. (trad. Nicola Verderame, Nottetempo) esplora questo cortocircuito con un’acuta riflessione in forma narrativa sul diritto all’oblio in letteratura, sul significato di fedeltà e tradimento, sul valore della giustizia, sul ruolo del passato in relazione all’identità dell’individuo, aspetti centrali nella sua intera produzione letteraria.
Originario di Haymana, avvocato specializzato in diritti umani, Burhan Sönmez è stato rifugiato politico in Inghilterra per un decennio dopo una violenta aggressione subita dalla polizia turca nel 1996. Attualmente vive tra Istanbul e Cambridge, dove è Senior Member dello Hughes Hall College e del Trinity College. Ogni sua narrazione, pur differente nei motivi espressivi e nelle vicende affrontate, verte sugli effetti sociali dei pesanti abusi di potere (significativo in tal senso il saggio ‘Erdoğan. Un uomo normale’ nel volume Strongmen a cura di Vijay Prashad, Nottetempo).
Affine alla sua intera produzione il racconto del doloroso esilio dai luoghi dell’infanzia, l’analisi delle storture del regime, i soprusi delle forze dell’ordine, le ripercussioni sulla politica sulla diffusione della cultura, sulla religione e sulla società. La condizione comune studiata nelle sue opere palesa meditazioni sul significato di patria come infanzia, capace di crescere nel distacco.
Nel suo ultimo romanzo ambientato a Berlino Ovest nel 1968, Sönmez sperimenta l’impianto del dialogo definito dal ritmo incalzante di un interrogatorio tra Ferdy Kaplan (l’omicida di uno studente di Biologia) e il commissario Müller, intervallato da scorci su Parigi e Tel Aviv e ingrandimenti su vicende che illuminano la principale. La scelta formale permette all’autore di definire la tensione apparentemente irrisolvibile tra forze dell’ordine e mondo intellettuale che solleva istanze rivoluzionarie.
Kaplan incarna il conflitto tra influenze diverse. Di padre turco e madre tedesca, entrambi ferventi nazisti, rimane orfano durante i bombardamenti sovietici, viene estratto dalle macerie da suo nonno che prima di morire lo manda dai parenti a Istanbul. Il ritorno in Germania è segnato dalla crescita in un paese distrutto dalla guerra, dai disastri politici turchi, dai tumulti francesi, e trova espressione nella militanza radicale e conforto nella passione letteraria.
La personalità complessa e le diramazioni delle sue radici portano gli inquirenti a battere piste bizzarre, sulla base di accuse pregiudizievoli di xenofobia e antisemitismo.
Una persona non è solo la sua identità, sostiene Kaplan dal penitenziario di Tegel dove è rinchiuso. Nello scagliarsi contro un’istituzione che sembra piegare il diritto a suo piacimento, rievoca casi disparati di manifestazioni contro l’oppressione e le ineguaglianze represse col sangue dalla polizia.
“Si rende conto di dove si trova, commissario Müller? Questo è un carcere, e la storia di questo posto è piena di ingiustizie compiute dallo Stato contro le persone, e non solo sotto il nazismo. E lei, in quanto funzionario dello Stato, viene a parlarmi proprio qui della morte di gente innocente. Annusi queste pareti e sentirà l’odore delle vite marcite degli innocenti”.
Attraverso il caso di Kaplan, Sönmez riflette sugli esiti di discriminazioni continue tra palesi violazioni dei diritti che ledono la visione dell’esistenza e possono portare a maturare una concezione di giustizia riparatrice. La vicenda personale si fa portatrice di istanze collettive, con rimandi a eventi drammatici nei quali rimane coinvolto anche il protagonista, come il pogrom di Istanbul del 1955.
Prende forma una vicenda complessa che innesca domande sul valore della verità. Il crescendo appassionato che delinea il vero obiettivo mancato, Max Brod, porta un commissario a studiare Kafka, le sue opere, la sua vita e il suo periodo berlinese, e un omicida a dispiegare i reali intenti della sua vendetta: punire con la morte l’artefice del crimine letterario verso uno dei massimi scrittori del XX secolo.
Tra i risvolti, il rischio di strumentalizzare l’attentato sulla stampa come ostilità antiebraica verso uno scrittore i cui libri erano finiti al rogo a Berlino la notte del 10 Maggio 1933 con altri ventimila volumi nell’azione nazista intrapresa contro ‘lo spirito non tedesco’. Nell’intento di scovare un’ipotetica organizzazione sotterranea, si indaga anche su voci dissidenti votate alla vendetta: realtà clandestine francesi attive attraverso riviste durante la Resistenza e nei decenni successivi.
Sönmez usa l’espediente della documentata finzione per riprendere la polemica realmente innescata dalla domanda ‘Bisogna bruciare Kafka?’ sollevata nel 1946 dalla rivista comunista Action che quattro anni dopo vede la risposta di Georges Bataille nel saggio Kafka de­vant la critique communiste. Una vicenda complessa in cui si inseriscono numerosi interventi critici, tra cui il pregevole Kafka Pro e contro di Günther Anders (pseudonimo di Günther Stern) oggi ripubblicato da Quodlibet con in appendice la critica di Max Brod del 1951 ‘Assassinio di un fantoccio chiamato Franz Kafka’, la replica di Anders e la controreplica di Brod del 1952.
Anders esorta a interrogarsi sul valore del fallimento per comprendere Kafka. Sönmez riprende idealmente tali assunti nell’assegnare contorni nuovi alla polemica immaginando un senso di colpa talmente lancinante in Brod da spingerlo a boicottarsi. Quella voce pentita trova spazio tramite una lettera che motiva la sua assenza in tribunale: è il pretesto per definire i motivi della sua scelta e il conflitto interiore che dopo l’euforia iniziale lo ha condotto all’infelicità.
“Poiché non gli è stato possibile vivere la sua vita come avrebbe voluto, aveva paura della morte. E così io ho vissuto questa vita al posto suo. […] La sua volontà era simile a quella di un amante che dice ‘Dimenticami’ prima di andarsene, ma non vorrebbe essere dimenticato. Io lo sapevo.”
Si insinuano per voce del protagonista continue riflessioni sul ruolo della lingua, sul significato del nome, sull’identificazione di sé sulla base dell’eredità culturale e sulla possibilità di affrancarsi da essa. Tra due poli all’apparenza opposti il terreno si sposta su questioni letterarie e filosofiche, riflessioni sul destino, sul libero arbitrio che avvicina l’essere umano a Dio, sull’opportunità o meno di pubblicazioni postume che non godono dell’avvallo dell’autore, sulla disobbedienza come forma di protezione, con un parallelo tra il tradimento di Brod a scopo di difesa, e quello di Satana, contrario alla creazione di esseri umani a immagine e somiglianza divina per il rischio di intaccarne l’unicità.
La bellezza dell’opera risiede anche nella vicenda che scorre in parallelo. Un amore lontano irrompe nel presente e destabilizza il protagonista attraverso un disegno capace di sancire un legame imperituro culminato, dopo la lettura di Un artista del digiuno, nel tributo alla vita con l’invio di lettere ai morti. Tale scambio impossibile rimanda al rilievo rivestito dalla corrispondenza come genere in Kafka, in grado di palesare, tra ossessioni e interruzioni, l’esigenza vitale di rendere visibili le connessioni, e di favorire nell’altro la lettura della realtà come sperimentata da lui.
A marcare i tratti dei soggetti narrati sono le reti sociali che hanno contribuito a definirne lo spessore intellettuale, come un dottore che per avvallare la tesi della superiorità della verità sulla paura, sull’amore e sulla morte, cita Immanuel Kant e Louis Aragon.
Sönmez studia l’ineffabilità del vivere attraverso un complesso universo figurativo con ricorrenze dominanti, come l’idea di un impossibile rispecchiamento, la peculiare concezione dell’altrove, la riflessione sulla solitudine attraverso l’immobilità degli oggetti, l’annullamento del passato e del futuro. Come per Kafka, non si tratta di una scrittura simbolista, ma che si regge sulle metafore per potenziare le suggestioni visive e concepire l’immaginazione come una delle possibilità del reale.
Affine a quanto sostenuto da Simone de Beauvoir – “Nessuno scriverebbe se non avesse, in un modo o nell’altro, sofferto la separazione e non cercasse, in un modo o nell’altro, di distruggerla” – Sönmez celebra il potenziale insito nella distruzione per interrogarsi sulle frontiere della letteratura nel conciliare l’inconciliabile. Con Gli amanti di Franz K. struttura un intenso omaggio a Kafka con un’opera che scruta l’incubo della libertà in assenza di confini tra esistenza e scrittura, e scandaglia i recessi di colpa e pena, la coesistenza del negativo nella visione del vivere, l’abbaglio della coscienza, il valore dell’alterità e la condizione della lingua come sola patria per lo scrittore, dove immortalare uno smarrimento condiviso e attestare l’urgenza vitale di cesura.

Ciao Giancarlo, poeta urbano

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un ricordo di Gianni Biondillo

Vivo con dolore la notizia che mi è appena giunta che è venuto a mancare Giancarlo Consonni, e al contempo con delizia il ricordo, che so indelebile, che ho e avrò sempre di lui.

È stato architetto, urbanista, pittore, poeta, professore universitario, intellettuale – l’incarnazione di quello che una volta si sarebbe detto “un uomo del Rinascimento” – sempre con la schiena dritta e la voce pacata, il professore che ogni studente dovrebbe meritarsi, un’anima pura, alta, quella tipologia di milanese che mi fa ancora amare la mia città.

Il debito di riconoscenza nei suoi confronti è per me impossibile da saldare. Il suo lavoro che durava da circa mezzo secolo, assieme alla sua compagna di vita e di lotta intellettuale (Graziella Tonon, a cui vanno le mie sentitissime condoglianze), sulla conservazione, studio e divulgazione dell’Archivio Piero Bottoni è monumentale. I suoi saggi, fra gli altri, sull’architettura del razionalismo – che spesso mi girava ancora in bozze – sono stati per me determinati sia per i romanzi che per i saggi. I suoi studi su Gadda, Meneghello, Gatto, Loi, Sereni, mi rassicuravano sull’idea malsana che ho sempre avuto che non esistono barriere fra le discipline, ma solo sensibilità e studio (tanto, tanto studio).

Amava Milano, non ostante negli ultimi anni abbia combattuto con alcuni di noi “giovinastri” alcune battaglie pubbliche sulla deriva utilitaristica della città. Anzi, proprio per quell’amore combatteva. Perché sapeva, come dice il titolo di un suo saggio, che “Non si salva il pianeta se non si salvano le città” (Quodlibet).

Lo scorso anno per Einaudi aveva pubblicato la sua, ormai ultima, raccolta poetica, “Il confronto dell’ombra”, e aveva da poco licenziato un volume, “Il verso di Milano” (About Cities), curato assieme a Gino Cervi, che era una mappa sentimentale di Milano, con ottanta poesie, di poeti e cantautori, scritte dal 1927 al 2025 e ottanta fotografie di Lorenzo De Simone.

Era un monumento di straordinaria leggerezza, come si può intuire da questi suoi brevi versi:

Qual è il peso di un bombo?
di un’ape?
di una farfalla?

Ogni fiore lo sa.

Ciao Giancarlo, straordinario poeta urbano, ti abbiamo voluto bene, che la terra ti sia lieve.

Come fu che messer Francesco Petrarca maledì i medici nei secoli

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Ritratto di Laura
Luca Marenzio [1533-1559]
Chiaro segno Amor pose alle mie rime
da Mia benigna fortuna e ‘l viver lieto
di Francesco Petrarca
in Madrigali a 5 voci, Libro 9


di Greta Bienati

Quando messer Francesco Petrarca era ancora un ragazzo affamato di libri, il padre gli acquistò un Virgilio manoscritto, che divenne il fedele compagno a cui il poeta affidò lacrime e pensieri di una vita intera. Non riuscirono a separarli nemmeno i ladri, che rubarono il prezioso libro dalla sua casa in Avignone: ansioso di tornare dal suo padrone, il manoscritto si fece ritrovare dodici anni più tardi, per non lasciarlo mai più.

Simone Martini, frontespizio del manoscritto di Virgilio

Fu con lui a Bologna e in Valchiusa, a Roma e ad Avignone. Fu con lui anche a Parma, quando la peste arrivò a seppellire le sue speranze, rendendolo misero e solo. E fu a lui per primo che, il giorno diciannove del mese di maggio dell’anno mille trecento quarantotto, messer Francesco confidò la notizia che gli era appena arrivata con una lettera da Avignone: il sei d’aprile, nell’ora prima, la luce di Laura si era spenta. La sera stessa, il corpo era stato deposto al convento dei frati minori, mentre l’anima tornava al cielo da cui era discesa.

Lo stesso mese d’aprile, lo stesso giorno sei, quasi la stessa ora in cui, più di vent’anni prima, sul principio dell’adolescenza, l’aveva vista per la prima volta nella chiesa di santa Chiara, alla funzione del Venerdì Santo. Annotò la data sul primo foglio, per avere sempre davanti agli occhi un monito a quanto rapido fuggisse il tempo e a quanto fossero inutili le cure e vane le speranze che riempivano le sue giornate: mentre Laura se ne andava, lui era a Verona, portato lì dal caso, inconsapevole di quel che il destino gli stava togliendo. Di lei adesso gli restava solo il ritratto dipinto da mastro Simone, di mirabile somiglianza, ma senza il dono della parola né, tanto meno, della vita.

E pensare che, al suo capezzale, era accorso mastro Guido de Cauliaco in persona, archiatra del papa e dottore con tanto di toga foderata di scoiattolo. Ma la peste aveva spazzato via titoli e toghe, e i medici, con tutta la loro scienza e supponenza, avevano saputo solo ripetere l’antico consiglio di Galeno: fuge cite, vade longe, rede tarde. Fuggi in fretta, vai lontano, torna tardi.

Messer Francesco fissava il ritratto, gli occhi offuscati dalle lacrime e dalla rabbia. Signori della vita e della morte, si proclamavano i medici, e davvero solo a loro era permesso di uccidere impunemente, come non era concesso nemmeno a re e imperatori. Di più: dopo aver ucciso, chiedevano pure un prezzo per quel che avevano fatto. E, tra tutti, mastro Guido era il peggiore: il più supponente e il più schiavo della pecunia a un tempo. Un conciaossa venuto dalla campagna, che aveva imparato il mestiere da un praticone ambulante, e che aveva potuto addottorarsi a Montpelhièr solo perché aveva guarito un graffio a una castellana.

«Un vile meccanico…» digrignò messer Francesco. Meccanico e mercenario, che lavorava con le mani invece che con il cuore e con la testa, pieno di sé e della sua scienza inutile. Un arrogante, che si faceva forte del fatto che nessuno gli avrebbe mai chiesto conto dei suoi errori e dei suoi abusi. Un chiacchierone, che si prendeva il merito se risanavi, mentre, se morivi, ti dava la colpa in aggiunta.

Messer Francesco si passò la mano sugli occhi, sforzandosi di cercare in cuor suo il perdono: probabilmente mastro Guido era già a rendere conto del suo operato davanti a Nostro Signore, dal momento che la peste non aveva l’aria di impressionarsi nemmeno davanti ai dottori di Montpelhièr.

«Signore, abbi misericordia di noi» mormorò messer Francesco, richiudendo il Virgilio.

Molti mesi dovettero trascorrere prima che la marea nera del morbo si ritirasse, e permettesse a messer Francesco di tornare ad Avignone. Finalmente, in un giorno caldo di giugno, poté inginocchiarsi sulla tomba di madonna Laura, nel convento dei frati minori.

«È stata fortunata» disse l’amico che lo accompagnava. «Lei almeno ha avuto una lapide».

Il morbo aveva infuriato con tale rapidità, che erano state approntate in fretta e furia enormi fosse comuni, appena fuori dalle mura. E quando, nel giro di pochi giorni, anche quelle erano risultate colme, il papa aveva consacrato il Rodano, perché anche la sepoltura in acqua fosse cosa da cristiani.

«Ho veduto coi miei occhi il Giorno del Giudizio» pianse l’amico, al ricordo delle scene d’Apocalisse che avevano riempito le vie della città. Davanti al perdurare del flagello, il papa aveva persino ceduto alle suppliche di mastro Guido, che voleva aprire i cadaveri, per vedere come agisse la peste.

«Mastro Guido ha aperto i cadaveri?» balbettò messer Francesco, e, davanti agli occhi, gli apparve l’immagine di madonna Laura, con mastro Guido coperto di sangue che le frugava i visceri.

«Così si dice…» rispose l’amico. E aggiunse che si mormorava anche che mastro Guido fosse venuto a patti col demonio, visto che, di tutti coloro che avevano presa la peste, lui solo era riuscito a salvarsi, e a nessuno aveva voluto spiegare come avesse fatto.

Messer Francesco rimase come di sasso, gli occhi fissi sulla pietra che gli celava madonna Laura. Poi, l’antica fiamma che lei gli aveva acceso in cuore divampò più violenta che mai, col colore della rabbia e della vendetta.

«Dove andate?» gli gridò l’amico, vedendolo avviarsi con passo da battaglia.

«A chiedere conto al papa del suo negromante!» rispose messer Francesco senza voltarsi.

Accadeva giusto in quei giorni che il papa fosse infermo, e che mastro Guido si trovasse appunto al suo capezzale. Quando messer Francesco se lo vide davanti, il fuoco che sentiva in petto gli eruppe dagli occhi e, soprattutto, dalla bocca.

«Vi fidate ancora di quest’uomo, Santo Padre?»

Si fidava di un meccanico averroista, di un mercenario senza battesimo, di un uomo che non distingueva i corpi dei cristiani da quelli delle bestie senz’anima? Un sacrilego, che non conosceva nulla di sacro, o mai avrebbe avuto l’ardire di sezionare membra che avevano suscitato amore e affetti!

«Non vi accontentate più di infierire sui vivi?» continuò, piantando gli occhi in quelli di mastro Guido. «Che bisogno avevate di accanirvi sui morti? Potevate forse guarirli?»

Mastro Guido resse il suo sguardo senza scomporsi.

«Potevano mostrarmi le cause del male» rispose.

Messer Francesco inorridì: «Quindi avete fatto scempio di cristiani solo per la vanità del vostro intelletto?»

Mastro Guido alzò un sopracciglio: «Non prendo lezioni da un arrogante superbo e presuntuoso, che si è fatto strada con l’adulazione e che non conosce nemmeno le basi della logica. Tornate alla vostra inutile poesia, e lasciate il campo agli uomini di scienza».

Messer Francesco dimenticò di essere al cospetto del pontefice.

«Assassino! Siete solo un assassino e un macellaio! Lo vedrete quanto è inutile la poesia!»

E, davanti a Domineddio e al suo Vicario in terra, giurò che lo avrebbe consegnato alla memoria dei secoli per quel macellaio e quell’assassino che era.

«Messer Francesco, ora basta!» tuonò il papa.

Messer Francesco digrignò un saluto, e se ne andò maledendo quella Babilonia reincarnata in terra di Francia. Il giorno stesso, la penna intinta nel dolore e nella rabbia, stese di getto quattro libri di invettiva contro il vile meccanico di cui sprezzò persino di scrivere il nome.

Quando il fuoco della vendetta si fu placato, gli occhi tornarono a cercare il ritratto di madonna Laura, che vegliava sul suo scrittoio.

«Vi guarirò io» promise. «Vedrete se la poesia non può mille volte più della medicina!»

E si diede con infinita pazienza a ricucire le parole e i versi che le aveva dedicato per oltre vent’anni. Lettera dopo lettera, rima dopo rima, meticoloso come un antico mosaicista, ricompose il volto e le membra di madonna, così com’erano prima che il tempo, la peste e i medici ne spegnessero la fiamma.

Fino a quando, una notte di luglio, mentre messer Francesco lavorava nel suo studio di Arquà alla luce di una candela, dal buio uscì una voce, chiara come quella delle fonti di Valchiusa.

«Messer Francesco…»

Al riconoscere la voce di madonna Laura, messer Francesco lasciò cadere la penna.

«Che sia diventato anch’io un negromante?» si spaventò.

Accostò la candela al ritratto e gli parve di vedere, nello sguardo di madonna, la fiamma della vita.

«Messer Francesco, non siete felice di vedermi?» disse la voce.

«Ma voi… siete morta!» balbettò. E, per convincere se stesso e il fantasma, aprì il Virgilio sul primo foglio, e indicò col dito la nota di tanti anni prima.

«Messer Francesco» continuò la voce, «proprio voi dubitate della vostra arte?»

Lo studio si illuminò d’una luce d’aprile, le pareti lasciarono il posto alle rive della Sorga. Seduta sull’erba, il grembo colmo di fiori, madonna Laura gli sorrideva giovane e bella.

«Sono viva» disse, appoggiando la mano sulla sua. «E sono vostra per sempre».

Messer Francesco cercò le parole che aveva serbato con cura per tanti anni, per dirle a lei sola; ma la sua lingua sembrava essersi inaridita, lasciandolo muto come un infante.

«Laura…» riuscì solo a balbettare, mentre il cuore gli esplodeva in petto.

Quando sorse il mattino, la serva trovò la candela consumata, e il padrone col capo abbandonato sul primo foglio del manoscritto di Virgilio, con gli occhi aperti sul nome di madonna Laura e, sulle labbra, una sembianza di felicità.

Petrarca ritratto da Andrea del Castagno [1450] Villa Carducci di Soffiano[FI]