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➨ AzioneAtzeni – Discanto Ventiquattresimo: Mauro Tetti

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Azione Atzeni – Discanto XXIV: Mauro Tetti

  mi piace guizzare sotto il pelo dell’acqua e uscire ogni tanto a respirare e guardare il sole che scintilla sulle ondine di maestrale o abbaglia sulle onde di levante che ti succhiano in basso
mi piace giocare con le onde allungarmi perché mi portino in alto e mi buttino in un gorgo
scivolargli sotto combattendo il risucchio
passargli in mezzo spaccandole a volte sono dure come schiaffi
e quando il mare è come ieri piatto (il maestrale è andato via il levante arriverà più tardi) mi piace ascoltare nell’acqua il rumore del mio respiro che esce e entra ogni tre bracciate
mi piace sentire i piedi che si allargano come mani per spingermi e il movimento a rana delle gambe

da Bellas Mariposas, di Sergio Atzeni

Stella di mare
di
Mauro Tetti





Buongiorno pesciolini – buongiorno pesciolini,
buongiorno pesci rossi, pesci verdi e dorati,
ditemi una cosa: in quella vostra stanza di cristallo
gelida come le pupille dei morti, sigillata e solitaria
come il fondo delle notti in città,
udite forse il suono di un flauto che
dalla terra delle fate di terrore e solitudine
avanza verso la fiducia murata dei dormitori
e la nenia degli orologi a pendolo,
verso i grani di vetro della luce?

Forugh Farrokhzad, Io parlo dai confini della notte.





Cosa c’è dietro la superficie?

Dovevo nascere donna. Per correre sulla spiaggia di notte come queste signore che le vedo tutta l’estate e hanno gambe lunghissime abbronzate e reggono gli aperitivi ubriache e si avvicinano alla riva per guardare la luna argentata sulle ondine e piangono per la nostalgia di qualcosa, o per la bellezza o per la distanza.

O chissà perché piangono.
Io non piango, io non chiudo gli occhi, perché anche se dovevo nascere donna alla fine sono nata pesce e i pesci non hanno le lacrime e le palpebre e tutto l’apparato per piangere. Anche se non posso saltare correre volare comunque sono contenta così, vivo con mamma e i miei quarantatré fratellini. Lei è una manta e i miei fratelli sono i gamberetti che nuotano sotto le sue ali, fuori golfo dove l’acqua è più fredda. Viviamo al quarantasette C, in un buco di roccia della scogliera condominiale lungo i moli di levante, e anche se non ci stiamo tutti lì dentro ci piace lo stesso, a turno.
Babbo era uno scorfano sempre arrabbiato non faceva niente non ha mai lavorato, se ne stava sul fondo a fare il poeta diceva mamma, lui è il poeta di casa. Ma non si fa vedere da settimane o mesi o anni, non lo so da quanto, perché sott’acqua il tempo è tutto diverso, ci sono giorni che durano un battito di pinna e altri giorni che non sono ancora finiti.
E quindi babbo è sparito da un po’. Ma meglio, dice mamma, se lo sarà mangiato signora la murena vicina di scoglio che ogni tanto si porta via qualcheduno. Se tocchi i bambini ti pungo, lo vedi, lo vedi, le ha detto mamma una volta, e noi tutti a ridere e ridere perché la murena è sempre stata zurpa limpia che in lingua subacquea vuol dire che non ci vede un accidente di niente.

E cosa c’è dietro la superficie?
C’è il cielo, dico a Luna l’amica mia.

Lei ha due baffi attorcigliati da triglia e anche se la sua stirpe non è nota per brillare, lei invece ogni cosa che dice mi sembra intelligentissima e mi fa stare bene. Secondo lei basta dire “tana libera tutti” per avere pace e la liberazione e io ogni volta, anche se è una cosa stupida, quando mi sento soffocare dico “tana libera tutti” e rido e sto meglio. Non fermerà le fiocine dei pescatori ma chissà, meglio dirlo che non dirlo.
Io lo so cosa c’è oltre la superficie perché sono campionessa di apnea e ho fatto il corso di bagnina di terra e quando posso salto fuori dall’acqua e mi sdraio sulla roccia per guardare le architetture degli uomini, e mi fanno paura ma anche nostalgia allo stesso tempo, della vita che non ho: di bambina che sale e scende tutte quelle scale che corre su quei ponti levatoi che cade e si sbuccia le ginocchia e si rialza per correre dietro a un babbo meno scorfano del mio.
Cate

Cate
Oh!
Ti va? Mi chiede Luna quando passa nella nostra tana al quarantasette C, e lo vedo nelle sue pupille sbrilluccicanti da triglia che vuole fare cose pazze. C’è una lenza qui vicino, dice unendo i baffi a mo’ di preghiera.
Scordatelo.
Dice ci appendiamo per salire verso il cielo e cambiare vita e allora penso che non è così intelligente come sembrava. Ami palamiti e lame di coltello, lenze colorate e reti e polvere da sparo, sono tutte invenzioni degli uomini e solo gli uomini hanno inventato arnesi così spaventosi. Ci dicevano un tempo di allontanarci dalle cose umane, che a noi creature è dato il soffio puzzolente dei delfini, il movimento sinuoso delle pinne, le vibrazioni del carapace, il pianto delle balene.

Eppure col tempo ch’è passato, fatto di maree e tifoni e bonacce che non si possono credere, tutto si è trasformato – non per me che sono sempre la stessa, sono un pesce sognato dal mare – ma non c’è più una goccia di saggezza lungo la nostra scogliera. Il decadimento che dico è cominciato con l’arrivo dei polpi sempre eleganti in giacca e cravatta – anche se io lo vedevo che sotto le maniche spuntavano i tentacoli – ed erano tutto un: «Dottore, buongiorno! Salve architetto! Buongiorno a lei direttore. Ingegnere…», nuotavano avanti e indietro per tutto il golfo reggendo valigette ventiquattrore e continuando: «Professore, dottore! Architetto caro, a casa tutto bene? Ah, ingegnere, come la trovo bene». Io e Luna ci guardavamo sempre più alluate che è una parola inventata da noi in lingua subacquea e si dice quando perdi l’uso della lingua, ci guardavamo come per dire qualcosa: “e questi cosa vogliono?” Ma non dicevamo niente.
«Dottore ci fa entrare?» Chiedevano i polpi. E quello scorfano di babbo «certo prego», ogni volta così, che nessuno l’aveva mai chiamato dottore e chissà cosa si pensava. Una volta dentro, i polpi aprivano le valigette e tiravano fuori inchiostro e contratti da firmare, «una firmetta qui» dicevano, e vi facciamo arrivare la merce, «avrete le plastiche migliori del Mediterraneo, tappi di bottiglia dal raffinato design portuale, stanghette di ferro per le antenne più lunghe, cocci di vetro come parabole satellitari, lussuosi divani in gomma da masticare». E tutti i pesci della scogliera sorridevano incantati, incominciavano a parlare come loro e a indossare abiti di marca. Tutti tranne mio fratello maggiore gamberone, che non è certo uno studioso, nuota in retro marcia tutto il giorno coi suoi amici gamberoni e si è tatuato la scritta MARINA PICCOLA gigante sulla schiena carapace, per dire. Però l’aveva capito persino lui che a dare retta a questi prima o poi finiva male.

Cosa c’è dietro la superficie?
Cate andiamo a vedere, dice Luna.
Ci basta sapere cosa c’è prima della superficie, che abbiamo visto la scogliera trasformarsi piano piano silenziosamente in una discarica, le nostre tane rocciose sono piene di antenne e parabole e barattoli e cordini che sembra di vivere alla Nasa. E all’inizio tra vicini pesciolini anche noi cercavamo di parlare erudito «Dottore tutto bene?» Dicevamo. «Sì ingegnere, sì direttore». Invece adesso ci odiamo tutti. Ci facciamo tenerezza da soli, piangiamo di nascosto, anche se ci mancano gli strumenti primari per farlo.

Ma cosa importa quando sei campionessa di apnea. Luna mi spinge via da questi moli e ce ne andiamo a ponente lontano, nuotiamo e nuotiamo fino a perdere le forze: piroette guizzi capriole Luna tu sei una campionessa di atletica subacquea, dico, e lei ride e ride, prima o poi si esibirà negli acquari più lussuosi del mondo. Andiamo a nasconderci dentro la posidonia e aspettiamo che il sole scende per lasciare il Mediterraneo e andare verso l’oceano, e tutto è buio, sentiamo una musica latino americana che viene dalla playa e andiamo verso quelle rive. Se mi affaccio oltre la superficie dell’acqua vedo luci di ogni colore e lenze fosforescenti e lì giù, sulla sabbia, un’ondata di signore e signori col bicchiere in mano che ballano e ballano scalzi tutta la notte e hanno gli occhi felici.
Luna, dico, mi sembra che sono così sola quando guardo fuori.
Non sei sola ci sono io. Cosa vedi? Chiede lei guardandomi dal basso.
Niente Luna.
Come niente, dimmi cosa vedi.
Non c’è niente.

In quei momenti mi sento un contrasto di emozioni e vorrei non avere le branchie e uscire tranquilla dall’acqua e fuggire in un posto tutto mio per sentire il solletico che fa l’aria quando entra nei polmoni. E se mi sento sola penso che un giorno qualcheduno racconterà di questo mare verde e della nostra scogliera e di tutte le cianfrusaglie che ci hanno venduto e di una grande manta nera e di quarantatré gamberetti e di me e Luna campionesse di apnea e atletica subacquea; ma quello che racconteranno l’avrò già detto io. Così tutti, a quel punto, si accorgeranno della nostra poesia invisibile.

Cate, me lo dici cosa vedi?
Mi viene da dire una bugia.
Cosa c’è dietro la superficie?
Una stella.

 

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

Si può seguire il PODCAST su:

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Quando gli alberi parlano

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Marino Magliani intervista Donatella Alfonso

Marino Magliani La prima cosa che vorrei chiederti a proposito del tuo romanzo Quando gli alberi parlano (Castelvecchi Editore), è su Borgo: nome di un luogo per cui se non essendo specificata l’ubicazione vale il marchio del borgo che non esiste. È una scelta della quale ci puoi parlare? Sono più di uno gli scrittori del ponente che decidono di confondere le idee sull’ambientazione; uno è Biamonti, pensa al suo Luvaira, allo stesso Avrigue che potrebbe essere, ma anche no, Apricale, oppure Pietrabruna, ma la Pietrabruna del suo Attesa sul mare è situata ben più a ponente e a ridosso della frontiera di quanto non lo sia la vera Pietrabruna, comune della Valle San Lorenzo non distante dal Faudo. Il motivo per cui anch’io mi ritrovo a usare toponimi inventati, Sorba su tutti, è che posso collocarvi storie e descrivere personaggi senza dare riferimenti geografici e senza dovermi giustificare se qualche conoscente mi accusa di averlo fatto vivere nelle mie pagine. Borgo tuttavia ha qualcosa di speciale, il libro stesso ha qualcosa di speciale, con la fotografia in copertina di un luogo esistente, peraltro molto significativo e vivo nell’epopea partigiana: la battaglia del Monte Grande, durante la quale un gruppetto di partigiani è riuscito a stanare il nemico nazista e a portare a casa, in montagna, una vittoria importante. C’è poi il luogo della Spianata, e trattandosi di un’autrice che ha frequentato molto Imperia vien subito da pensare che si riferisca alla Spianata di Borgo Peri. Ma qui è tutt’altro che spiaggia. E a chi ti sta intervistando viene da chiedersi: hai utilizzato prima Spianata (nel romanzo è la radura pietrosa e erbosa ai margini di un bosco di cui la flora di medio e alto fusto raccoglie e conserva le voci e le memorie della fauna umana), o è l’utilizzo di Borgo che ti ha suggerito poi l’utilizzo di Spianata? O forse Spianata è da riferirsi a un altro luogo?

Donatella Alfonso In realtà, la Spianata esiste ed è quella dell’immagine di copertina: è a San Bernardo di Conio, ai piedi del Monte Grande, il luogo dove ogni prima domenica di settembre si ricorda quella importante battaglia vinta dai partigiani. L’ho “incontrata” casualmente in uno dei tanti giri per l’imperiese e, anche per la lapidi che vi sono state erette, ho pensato che fosse uno dei luoghi fondamentali dove volevo situare il romanzo. Ma Borgo non è un semplice centro di una delle vallate dell’estremo ponente: è l’essenza del vivere un paese, con i suoi protagonisti – non a caso ho scelto di dare alle voci della gente il ruolo del “coro” – perchè è il paese stesso che è protagonista, che critica, valuta, definisce, tanto più se dall’altra parte ci sono le scelte di una donna libera come Antonia. Quindi Borgo è molti paesi, un luogo di molti luoghi visti – da Aurigo a Costa d’Oneglia, per restare nell’imperiese, ma vale anche per alcuni piccoli centri delle vallate cuneesi, o molto più in là, fino alle Cevennes – ma soprattutto è un essenza di paese e della gente che lo vive. Una realtà che chi ha vissuto i piccoli centri conosce bene.

M.M. Ci puoi parlare un po’ di Antonia, ribelle, giovane, le sta stretto il borgo, anche se in realtà in paese non le manca molto, almeno dal punto di vista di un minimo di benessere. Minimo, poiché il benessere negli anni della guerra significava non fare la fame, e Antonia non dovrebbe conoscerla, sostanzialmente per una buona ragione: i suoi genitori gesticono la bitega, l’alimentari del paese. Ma Antonia vuole andare via. Antonia “parla” o parlerebbe a un giovane del paese, Nini, partigiano, amico del fratello, che ha un certo fascino, ma in apparenza un sentimento tiepido, senza troppo entusiasmo. Il verbo “parlare” si usava anche subito dopo la guerra e non significa fidanzamento, ma piuttosto le prime prove, l’approccio, ora casto ora meno, e comunque pur sempre una scelta. Ma Antonia l’amore, o quello che lei crede esserlo, lo trova, forse, nella persona giusta che sta dalla parte sbagliata: un giovane tedesco della Wehrmacht.

D.A. Credo che non fossero poche le ragazze come Antonia, in un tempo in cui non solo le costrizioni della mistica fascista sul ruolo femminile, ma proprio le convenzioni, le abitudini, lasciavano alle donne poca scelta sul loro futuro. Infatti l’unica via che lei pensa di trovare per affermare la sua autonomia è, attendendo la fine della guerra, tornare sulla costa – volutamente non ho indicato le città, potrebbero essere Imperia, Sanremo, Bordighera – e trovare un impiego da maestra, visto che il diploma l’ha conseguito, o magari lavorare in un albergo, o chissà, incontrare un amore. Si sente ed è diversa dalle coetanee: ha comunque studiato e, nella piccola società di Borgo avere, come dici tu, la bitega, le garantisce una “posizione”, come si soleva dire. Paradossalmente, il paese ha deciso che può accasarsi con Nini, perchè viene da una famiglia benestante, e lei stessa forse accetta di “parlarsi” con lui, in attesa che la fine della guerra le riapra le porte del mondo. “Si parlavano” è un termine che mi faceva sorridere molto, quando lo dicevano mia nonna o mia madre, ma che tu definisci bene: non più solo un corteggiamento, una amitié d’amour, piuttosto, e poi sarebbe stato il tempo o il caso a decidere se sarebbe sfociata in un fidanzamento vero e proprio o si sarebbe persa per strada, di fronte a un sentimento più concreto. Antonia trova in Nini quella momentanea conferma del suo ruolo, e si affida a lui, ma soprattutto alle scelte del fratello Enzo, anche per decidere di affiancare la Resistenza. Antonia esprime il dubbio: quello stesso dubbio che, dall’altra parte, incrocia in Martin, l’ufficialetto tedesco che studia la letteratura italiana e alla guerra non crede. Il loro – spinto proprio dal fatto che lei sia maestra, quindi titolata a fare conversazione con il militare – è l’incontro di due dubbi, in quella zona grigia che ha riguardato tanti. Perchè siamo abituati a leggere, con quella retorica che purtroppo per molti anni ha accompagnato una certa narrazione della Resistenza, di scelte convinte e assolute. Ci sono state e sono fondamentali per la costruzione de ”l’esercito scalzo” come fu definito, che portò alla Liberazione, ma ci furono anche quelli che si trovarono coinvolti per ragioni familiari, affettive, casuali.

M.M. Non si può non tornare su questa parola che chiude la tua risposta. Non può essere casuale che Antonia sposti le sue attenzioni sul tedesco. Il cuore poteva battere per quello di un saloino (non un fascistone convinto, ma uno di quei repubblichini mezzi costretti, il cervelletto lavato dalla crescita in mezzo alle idee sbagliate), e invece è un tedesco. E questo perché, forse, a te tornava bene di introdurre un ragionamento sulla nazificazione della Wermacht.

D.A. E’ vero. Non a caso – qui la mia storia di giornalista e di saggista prende il sopravvento – ho riportato il testo del decalogo di comportamento che veniva consegnato ai militari della Wehrmacht nelle zone occupate. E come si vede, riecheggia il rispetto, anche in zona di guerra, che doveva essere eredità dell’antico esercito del Kaiser, legato a canoni ottocenteschi. Nonostante la nazificazione della Germania, la Wehrmacht, soprattutto tra i richiamati, accoglieva molti uomini che ritenevano assurda se non intollerabile la scelta dei più fanatici, i rastrellamenti, le uccisioni di civili, l’odio per l’odio. Pochi, in realtà, si sono ribellati scegliendo di disertare, ma ci sono stati, prendendo anche parte attiva alla Resistenza, non solo in Italia. Solo negli ultimi anni, però, e a parte vicende famose come quella di Rudolf Jacobs, ben raccontato da Carlo Greppi ne “Il buon tedesco”, stanno emergendo queste vicende. Anche perchè in Germania, come ho potuto appurare, fino alla metà degli anni Settanta la diserzione o anche la collaborazione con il “nemico”, compresi i partigiani, veniva ancora considerato un atto di tradimento, con ricadute giudiziarie. Da qui una delle ragioni di tanto silenzio. Perchè se è vero che lo stato tedesco ha provato a fare i conti con il suo passato nazista, non lo ha fatto , se non in alcuni casi, con quanto i suoi soldati e ufficiali hanno fatto nei territori occupati. Va preso ad esempio positivo il discorso del presidente Steinmeier a Marzabotto nel 2024, quando chiese scusa ufficialmente per quella strage. Ma appunto, sono passati ottant’anni. E una presa d’atto e di coscienza non cancella migliaia di morti.

M.M. L’ultima domanda è sul nostos dei reduci tedeschi dopo tanti anni, tanti o relativamente tanti, ma che sono comunque tornati. È un argomento che affascina anche me. In un mio romanzo di quasi vent’anni fa, un veterano torna – da anziano – in una vallata ligure dove la sua compagnia ha commesso una crudeltà per capire e, forse, per espiare la sua colpa privata. È povero, vive di fronte al paese, nei rovi, poiché le fasce ulivate che un tempo venivano pulite e coltivate ora sono inghiottite completamente dai rovi, quasi che anche la terra si vergognasse e sentisse la sua colpa, si nascondesse. In realtà non è così, il nostos dei reduci è documentato, in genere si tratta di gente benestante, tornano per rivedere la bellezza della luce del mare che freme su scogliere, palme e uliveti. Altri, pare tornino – ma nelle vallate circolano a proposito alcune leggende – perché da qualche parte hanno nascosto segreti e tesori. Altri ancora tornano per comprare un rudere e restaurarlo, e per allungare così la decadenza di una terra e fingere che la loro stessa decadenza fisica assieme a quella crollante della Liguria assomigli a una dichiarazione poetica. Insomma, in genere questi reduci che tornano sono più o meno benestanti, ma cosa tornano a fare i tuoi reduci, e chi sono?

D.A. Non so se ci siano stati tesori segreti da recuperare, nelle ragioni per cui tanti tedeschi, a partire dagli anni Cinquanta, ma soprattutto nei Sessanta, hanno iniziato a cercare ruderi da recuperare o case coloniche da acquistare anche in luoghi – diciamolo francamente – non proprio turistici dell’entroterra ligure. E’ accaduto, peraltro, anche in Toscana, specialmente nelle zone dove si attestò a lungo la linea del fronte, nel Senese soprattutto. Credo che per i più l’Italia rappresentasse esclusivamente un bel posto dove avevano vissuto un periodo che ritenevano però superato, come quello della guerra, e quindi, dove garantirsi uno spazio per le vacanze. Di certo ci sono quelli che cercano o hanno cercato di capire: non casualmente, al Museo della Resistenza di Carpasio – salendo lungo la Valle Argentina – un luogo da conoscere e da visitare, ogni anno arrivano gruppi di persone dalla Germania e da altri Paesi che, dicono, vogliono capire, spesso anche perché vengono da famiglie che furono coinvolte nel nazismo. Martin torna, ma non sa cosa sia successo dopo la sua partenza: quando si renderà conto che c’è astio verso di lui, cerca di riprendere i fili di quelle scelte che non ha saputo fare fino in fondo, e anche le ragioni della distanza, dell’impossibilità, così gli sembra, di riprendere un filo di dialogo con Antonia. Capire, prendersi le proprie responsabilità: al di là della vicenda personale, credo che la storia che ho voluto raccontare sia tutta in questo contesto. E poi ci sono gli alberi, quelli che ascoltano le parole degli umani, quelli che la Storia e le storie le vedono passare. E che, a differenza delle persone, non giudicano mai. Ed è la ragione, in fondo, per cui Antonia quando va sulla Spianata, si sente libera. Anche se è rimasta a Borgo.

M.M. Grazie.

D.A. E grazie a te!

Vogliamo tutto. Vivere a Bagnoli prima della coppa

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di Marco Viscardi

Mentre scrivo queste righe, Frida posa la testa sulla mia gamba. Con un po’ di generosa approssimazione, si potrebbe dire che Frida è imparentata coi tremendi e furiosi beagle inglesi. Ma ci vuole proprio fantasia. Frida è arrivata da noi poco più di un anno fa, ha perso i padroni e spesso, quando la guardo, penso ad Alberto, con cui l’ho conosciuta. Già allora le eravamo simpatici io e Ulisse, il mio primo cane.
Alberto era un signore: aveva qualcosa di spericolato che faceva capolino fra i modi posatissimi. La voce era gentile e una volta, con una modulazione malinconica che ricordo benissimo, mi disse: «Ci avevamo creduto al cambiamento di Bagnoli». Pensava agli anni novanta, alla dismissione della fabbrica.
A quello che sembrava dovesse cambiare.

Credo che l’unico titolo che ho per scrivere questo pezzo, di cui sento tutta la responsabilità, sia il mio abitare qui da una decina d’anni. Bagnoli non è un quartiere antico: le ville che scandiscono parte del quartiere risalgono all’epoca del liberty. Il palazzo dove vivo fa parte dell’universo Ina Casa, risale ai primi anni cinquanta, dovrebbe essere un progetto di Stefania Filo Speziale. Si vede in questa cartolina d’epoca.

 

È il rettangolo grigio che chiude l’immagine in basso, alla destra di chi osserva. Mentre veniva scattata quella foto, al quarto piano abitavano mia nonna e mio padre. Venivano dalla periferia opposta della città: Barra, che ai tempi era ancora agricola. Qui si sono trovati insieme la modernità e il selvaggio.
Qui papà ha vissuto la sua avventurosa infanzia: nei suoi racconti non c’era la fabbrica, che fosse rimozione o indifferenza non lo saprò mai: era un mondo di mare, di estati interminabili, di cinema popolari. Un mondo atletico di corse in canottiera e pantaloncini cortissimi, la magrezza e la fame sana del dopoguerra. Arrampicarsi come i gatti, giocare con i compagni in un mondo che doveva essergli parso assai più grande di tutti quelli che ha conosciuto poi.
Sotto i suoi piedi, come sotto i nostri, persisteva e persiste il magma. Questo territorio non sta fermo, nei secoli si alza e si abbassa. Per capire un luogo non basta lo sguardo orizzontale, il volo dell’uccello, ma bisogna vederlo in verticale, considerarne le stratificazioni, individuarne anche i fantasmi.
Bagnoli prende il nome dall’acqua (balneolis), ma sorge sui Campi Flegrei, i campi del fuoco. E già questo è un bel paradosso. All’origine di tutto ci sono le gigantesche esplosioni dell’Ignimbrite Campana (circa 39.000 anni fa) e quella del Tufo Giallo Napoletano (circa 15.000 anni fa). Con quel tufo, che si è depositato nel sottosuolo, si sono per secoli costruiti gli edifici di Napoli.
Nella distruzione è il nostro principio.
La più bella immagine dei Campi Flegrei è questa di Francisco e Pietro a Vega. Realistica e perturbata, testimonia gli anni in cui alla bellezza si chiedeva l’emozione terrorizzante del sublime.

Ai tempi di Ferdinando II, qui c’era il campo di Marte: le grandi manovre di quell’esercito di soldatini, ben vestito, splendidamente equipaggiato, che di lì a poco anni sarebbe però collassato.
Lo vediamo in un dipinto di Nicola Palizzi degli anni cinquanta dell’Ottocento, quando nessuno di questi militari, nessuna di queste dame, avrebbe ammesso di non essere immortale.

La fabbrica arriva solo nel 1905. L’anno dopo la Legge Speciale per Napoli. Quello che all’epoca era l’ILVA copriva un’estensione di 120 ettari; nel momento di massima espansione sarebbe arrivata a 2 chilometri quadrati. Fra le storie dimenticate del quartiere c’è il bombardamento subito da un dirigibile tedesco, uno Zeppelin, nella notte fra il 10 e l’11 marzo del 1918.
Nel 1992 l’ILVA, diventata oramai Italsider, viene dismessa.

La fabbrica ha modificato il quartiere, lo ha riplasmato secondo le proprie esigenze. A vederla oggi è splendida: dinosauri industriali in decomposizione. Figure gigantesche, allegoriche, misteriose che un anno fa Franz Cerami ha trasformato in una visione notturna con i suoi Lighting Flowers.
Per decenni la fabbrica ha fatto da sfondo a tutto, come mostrano queste foto scattate a vent’anni di distanza:

Fra la prima e la seconda trapassano ere geologiche della società italiana. Nella prima c’è ancora la sobrietà del dopoguerra, l’eleganza operaia di un’Italia povera ritratta al Circolo ILVA; nell’altra il caos vitale e disperante degli sfacciati anni ottanta. Entrambe le immagini però oggi ci sembrano distanti, direi disturbanti. Non sono le estati italiane del Cornetto Algida, ma quelle delle periferie che preferivano non pensare, o che forse accettavano, o che semplicemente non vedevano perché era normale così. C’è un’angoscia forte a guardare questo scatto, che toglie ogni dolcezza agli anni che per molti di noi sono stati l’infanzia. La fabbrica dava lavoro e chiedeva adesione incondizionata.
Ma soprattutto, la fabbrica ha aggredito il mare. Nel 1963 è stata realizzata la colmata: un’estensione artificiale di 195mila metri quadrati di cemento e scorie. Come ha scritto Fabrizio Geremicca sul manifesto, la colmata incarnava il sogno di espansione senza limiti del capitale: un delirio del profitto industriale che ignorava i confini geografici e i limiti dell’ecosistema. Il borgo di Coroglio, uno degli insediamenti abitativi più antichi di questa zona, è stato così spintonato lontano dall’acqua, separato dal suo elemento vitale da una distesa di rifiuti siderurgici.
Il resto è la storia di un’illusione tradita. Già la legge 582 del 1996 aveva imposto la rimozione della colmata per ripristinare l’originaria linea di costa, ma col commissariamento iniziato nel 2014 e l’arrivo dell’America’s Cup sono cambiate le carte in tavola. Così dal 2024, la bonifica è diventata tombamento: per risparmiare tempo e costi in vista delle regate, l’80% dei veleni resterà lì, sigillato sotto uno strato di asfalto pulito su cui è previsto che sorga il villaggio degli atleti. Siamo al paradosso: il principio del «chi inquina paga», che la giunta de Magistris aveva concretizzato nelle sue delibere, si è capovolto. L’area della ex Cementir, di proprietà Caltagirone, che dovrà essere bonificata dopo il termine della Coppa, è stata ceduta a Invitalia, il soggetto attuatore della bonifica, ma nel frattempo proprio il gruppo Caltagirone è parte della cordata che ha vinto la gara d’appalto per la gestione delle operazioni. Nel frattempo il futuro degli abitanti di Coroglio è ancora incerto dopo sei anni dalla notifica di esproprio.
Così il quartiere si prepara a una futura mercificazione.
Non è gentrificazione, è un sopruso estetico e sociale. Mentre le agenzie immobiliari speculano sui prezzi, temiamo che Bagnoli diventi l’ennesima “zona morta” per turisti, seguendo il destino di un centro storico ormai svuotato di anima e artigianato. Napoli ha accettato un presunto grande evento che Barcellona e Valencia avevano rifiutato, barattando la salute e il suolo con una vetrina di lusso, tra le polveri sottili che i camion sollevano senza sosta. Un grande evento del quale ricercatori come Lucia Tozzi mettono in discussione l’impatto complessivo e l’arricchimento economico della collettività urbana. Fra i tanti interventi per approfondire la questione, segnalo la recente puntata di Report su Bagnoli e gli articoli sempre accurati di Riccardo Rosa apparsi su Internazionale e Napoli Monitor. Quest’ultimo si distingue da decenni per la riflessione e l’approfondimento su Bagnoli. Aggiungo che Riccardo, oltre ad essere una delle voci più autorevoli sull’argomento, mi ha aiutato moltissimo nella stesura di questo testo.
Nel frattempo il quartiere sta cambiando. L’aumento degli affitti nel centro cittadino ha portato una nuova comunità a vivere qui, nel fascino discreto di questa periferia che sta fra il mare e i binari della ferrovia. Accanto ai vecchi abitanti sono arrivate nuove famiglie, si sono stabiliti intellettuali e artisti, si è creata una piccola rete solidale che sembra dare vita a una nuova identità di quartiere. Il tutto senza troppi clamori.
Sabato scorso migliaia di persone sono scese in strada. Non erano solo attivisti, erano abitanti stanchi di respirare le polveri sottili sollevate dai cantieri. Sui muri sono apparse scritte come: “Bagnoli libera”; “Vogliamo Tutto: Bonifica Spiaggia Bosco”; “+ Cumane – Tav”. C’è anche una enorme scritta “No America’s Pacco”, che vediamo ritratta da Mattia Crocetti:

Sono slogan, frasi ironiche, più o meno intelligenti. Fra queste anche quella diventata tristemente famosa, che vediamo in uno scatto di Renato Cavallo:

Le cose e le scritte vanno contestualizzate e lette alla luce di un principio di realtà e nei contesti in cui sono state prodotte. L’iperbole grottesca di un Manfredi nella colata è stata usata strumentalmente per ridurre ancora una volta un corteo di migliaia di persone alla sfilata di facinorosi e violenti. Le dichiarazioni di solidarietà al sindaco Manfredi, venute anche da parti politiche come i Cinquestelle che pure erano nate come espressione degli umori popolari, sono complici in questo già consolidato meccanismo di rimozione delle voci della piazza.
Davanti a questa retorica, penso alle lezioni di letteratura inglese di Tomasi di Lampedusa, dove il principe cita una magnifica definizione dei critici: «persone che sanno leggere e che aiutano gli altri a leggere». A volte aiutare a leggere è un obbligo civile. Nessuna minaccia e nessuna incitazione alla violenza, se non in una lettura strumentale e riduttiva di una giornata di libertà democratica gestita con responsabilità da parte di tutti.
Ad essere minacciati in questo momento sono gli abitanti di Coroglio che rischiano di vedere abbattute le case. Per loro è previsto un indennizzo di 50.000 euro, che col mercato immobiliare napoletano non servono a nulla, e un’opzione per poter ricomprare gli appartamenti a un costo che potrebbe essere fino a sette volte superiore. Famiglie che per decenni hanno respirato i fumi della fabbrica, ora vengono trattate come cose da niente. Non credo si possa dire in un altro modo.
Immediatamente dopo la manifestazione, sui giornali ha imperversato la melassa. Le dichiarazioni di solidarietà da parte di un arco costituzionale che oramai dà come presupposto del proprio operato la delegittimazione dell’azione popolare; questo mi pare l’ennesimo caso. Ed è l’ennesimo caso in cui noto la distanza abissale fra quanto vedono i miei occhi e quanto raccontano i giornali. Temo che i giornali non distorcano solo i contesti che conosco direttamente, ma anche molti altri. La colmata è già stata riempita di rifiuti siderurgici, scarti industriali che questi lavori per la Coppa America rischiano di liberare nell’aria, e il vento li porta ben oltre i limiti del quartiere e della città.
Ieri, 10 febbraio, l’assessore all’istruzione e alle famiglie del comune di Napoli, Maura Striano, ha invitato dirigenti scolastici e studenti dell’area flegrea – sì, mancano i docenti – ad un incontro col vicecommissario Diomede Falconio per «definire un cronoprogramma di attività» in vista dell’attivazione di incontri formativi «utili […] a costruire modalità di partecipazione e coinvolgimento diretto ai giovani studenti».
La risposta di una parte dei docenti del napoletano è proprio la denuncia dello svuotamento semantico della parola “partecipazione”, ridotta a propaganda dai vertici commissariali in vista dell’America’s Cup. Ancora una volta, si contesta il tradimento dei piani originari che, ricordiamo, prevedevano la rimozione totale della colmata, a favore di scelte verticistiche che escludono la cittadinanza e mettono a rischio la salute pubblica. Gli educatori esprimono forte preoccupazione per il coinvolgimento delle scuole in incontri informativi che mimano la democrazia solo a decisioni già prese. E dicono una cosa bellissima quando chiedono il rispetto dell’ecologia del linguaggio e di una pedagogia che si basi sulla “cruda verità”.
Il vice commissario Falconio ha ribadito ieri che i lavori non si possono fermare ed ha aggiunto che l’aumento delle polveri sottili registrato dall’ARPAC in questi giorni è stato «colpa di una perturbazione sub-sahariana: sono dati parziali non validati sul periodo su cui bisogna testare questo inquinamento».
Leggendo le considerazioni dei docenti flegrei – di cui faccio parte – mi viene in mente quella lettera di Manzoni a Fauriel del 1821 in cui, presentandosi come romanziere storico, lo scrittore usa una parola tedesca per rafforzare il suo ragionamento: «le Festboden de la verité», il terreno duro delle cose, battuto dai venti, senza ripari, senza rassicurazioni, senza schermi. Ma, soprattutto, dalla manifestazione di sabato penso al capitolo del Gattopardo in cui Fabrizio Corbera si rende conto che il voto di Donnafugata è stato alterato e che l’adesione al nuovo stato unitario non era stata così plebiscitaria, ma con un colpo di penna erano stati cancellati malumori, perplessità, fedeltà antiche. In quella notte d’estate, il sindaco Sedara, quasi trasfigurato in «fata cattiva», aveva «strangolato […] una neonata, la buonafede; proprio quella creaturina che più si sarebbe dovuta curare». Ci penso da quando ho visto circolare questa foto, col conseguente corteo di dichiarazioni solidali per un attacco mai subito e per una minaccia inesistente.
Ci sarebbe da essere solidali solo verso la fiducia e la buonafede che di nuovo sono state accoppate.

Adesso Frida si è spostata sulla poltrona mentre Ulisse dorme sul divano. Alzo la testa dello schermo e vedo dalla finestra le gru in movimento sulla colmata. Sotto i nostri piedi c’è il magma sempre attivo che ci ricorda l’eterno divenire delle cose. La natura e la rivolta ribaltano il rapporto fra centri e periferie e in questi mesi tremendi per l’umanità sembra che anche la piccola Bagnoli stia diventando allegoria di qualcosa di più grande.

Geopolitica di facebook e opacità del presente: un intervento a due voci

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di Andrea Inglese e Pasquale Palmieri

 

Disagio da social e dissesto sociale

Per più di un anno, tra la fine del 2023 e i primi mesi del 2025, siamo stati confrontati a qualcosa d’impensabile: non solo come cittadini mediamente informati assistevamo a un massacro ignobile di una popolazione civile e alla distruzione del suo territorio da parte di un esercito super armato, ma questa vicenda era tenuta in una sorta di sordina mediatica, anche da quei paesi occidentali che più rivendicano autonomia e libertà dell’informazione. Nonostante contestazioni di strada, occupazioni di scuole e atenei, iniziative pubbliche, dichiarazioni di ONG e istituzioni internazionali, mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale, l’informazione “ufficiale”, sostenuta da opinionisti, esperti e politici, riusciva in vari modi ad attestarsi nel migliore dei casi su di una mezza verità, ossia l’equivalente, vista la gravità e l’urgenza del caso, di una vergognosa menzogna. Questo ha costretto ognuno di noi a sintonizzarci più assiduamente su tutti quei canali alternativi d’informazione (siti, newsletter, social). Sappiamo che il tappo è saltato durante la primavera dell’anno scorso, ma lo sgretolamento della propaganda israeliana e filoisraeliana ha avuto nelle piazze il suo terreno privilegiato, e in questa fase è stata rilevante anche la reazione di una parte di cittadini italiani. Durante tali mesi di risveglio, l’azione diretta nelle piazze, sui luoghi di lavoro e nelle scuole, è stata accompagnata da un’intensa attività sui social, di discussione, controinformazione, riflessione. Per un lungo periodo i miei algoritmi mi hanno portato continuamente al centro della crisi che più mi ossessionava. Non so se parlare di circolo vizioso o virtuoso, ma leggere del “genocidio” palestinese – dal momento che alla fine se ne parlava in termini aperti, chiari e tendenzialmente completi – ebbene leggerne in continuazione era più tollerabile, paradossalmente, che non leggerne affatto, o solo attraverso i circuiti esili, saltuari, della controinformazione militante. Anche perché ora qualcosa anche sembrava accadere, toccando frange più ampie della popolazione occidentale.

A un tratto, però, in una fase successiva e più recente, ho preso coscienza di una situazione diversa. Le grandi azioni collettive erano venute meno. L’eccidio della popolazione palestinese si era ridotto d’intensità, ma non era cessato e anzi si prospettava un rapido peggioramento della situazione in Cisgiordania e a Gerusalemme. Nel frattempo, su tutti gli altri fronti, dentro o fuori l’Occidente, il caos sistemico s’intensificava. E i social avevano ormai assunto la caratteristica di un’ininterrotta discussione geopolitica. Ed è la constatazione da cui voglio partire. A fronte di un’evoluzione politica che è vieppiù intricata, instabile e imprevedibile, sulle piattaforme digitali (Facebook e Instagram in particolare) si ha una sorta di rincorsa all’analisi politica a tutto campo, ovviamente in forma frammentata, aforistica, sull’evento del giorno, quasi sempre di rimbalzo a una fonte “ufficiale”, ossia a qualche informazione che venga da media televisivi o dalla stampa. In un’epoca di caos sistemico è in qualche modo comprensibile: si diventa sensibili alla geopolitica a forza, per ripetuti calci sui denti. Anche volendo postare i gattini – e quanto li rimpiango ora! –, si finisce alla fine per parlare della Groenlandia o dell’Iran. Però questa coralità in cui io stesso, consapevole o meno, mi trovo, mi ha provocato a un certo punto una sorta di disagio, persino di nausea. Mi sono chiesto se stessi facendo la cosa giusta. Se spendessi il mio tempo e le mie energie nel modo migliore. Se, insomma, per dirla in un altro modo, l’assiduità di “analista geopolitico in proprio” sui social fosse la risposta migliore al fascismo montante. Perché, quale che siano le dinamiche di potere tra le grandi potenze regionali e le loro strategie di approvvigionamento energetico o di controllo territoriale, un’internazionale neofascista esiste, e questo si avverte sia nelle politiche precise di alcuni governi, sia nelle costituenti ideologiche che ormai condizionano dibattiti pubblici e punti di vista privati.

Mentre ero assalito dal crescente disagio da “scorrimento social” sono finito su un breve intervento di Pasquale Palmieri, un amico virtuale di Facebook, di cui ho apprezzato spesso gli interventi per una certa loro obliquità rispetto al tema del giorno. (Facebook più di altri social vive del “tema del giorno”). E stavolta Palmieri sollevava i punti che ha poi svolto nell’intervento che leggete qui di seguito. Sono due quelli che mi hanno più colpito. Il richiamo al concetto di opacità, di illeggibilità relativa della storia, del presente storico, che di certo taglia un po’ l’erba sotto i piedi alle legioni di geopolitologi più o meno improvvisati, di cui ormai facciamo parte – ma, lo ripeto, quasi per necessità e controvoglia. E il secondo punto, riguarda uno strano fenomeno ottico, per cui perde di rilevanza tutto è quanto sotto il naso, tutto quanto ci condiziona più direttamente, ma su cui è anche, volendo, più plausibile intervenire. C’è Minneapolis, senza dubbio, ma c’è anche il sotto e dietro casa. Non si tratta di opporre un “particolare” o un “locale” più autentico a un “generale” o “globale” lontano e astratto. Il punto è che il dissesto sociale, sui cui campano populismi e ormai nuovi fascismi, già ci tocca quotidianamente. Minaccia in vario modo le nostre vite, solo che questa prossimità costituisce, o potrebbe almeno costituire, un’occasione d’intervento. A patto, però, che questo intervento non si limiti a una lucida analisi, a un brillante ragionamento e implichi di conseguenza una qualche forma d’azione con altre persone per costruire qualcosa sul territorio.

(Un po’ di tempo fa avevo notato che, per quel che riguarda il difficile, frustrante, a volte miserabile mondo del lavoro, i loquacissimi social mantengono una caratteristica “reticenza” (Di lavoro, non ne parliamo per favore | NAZIONE INDIANA). Il lavoro assorbe una fetta importante della nostra vita adulta, ma sulle condizioni in cui ciò avviene, in pubblico, si preferisce soprassedere. Quando qualcuno, invece di celebrare qualche magnifico successo, esibisce il retro della vetrina, e lascia trasparire un po’ di desolato e grigio quotidiano, vi è una sorta di soprassalto generale. Per qualche tempo si mette a fuoco collettivamente la situazione salariale. Ma i margini di manovra per mutare i rapporti di forza nella realtà sono minimi, anche se l’analisi è impeccabile, quindi si passa velocemente ad altro.)

Il monito relativo all’illeggibilità parziale del presente storico non funziona come alibi per rinunciare a ogni forma di pur germinale discussione pubblica e virtuale. Ma nemmeno come benedizione per restare appollaiati sopra i nostri mini-osservatori geopolitici, dedicandoci al nostro dispaccio quotidiano. L’oscurità parziale delle circostanze è ciò che per certi versi definisce il carattere della ragion pratica, ossia quel tipo di razionalità che ci accompagna nella deliberazione, nell’intervento diretto sul reale, e non semplicemente sulla dimensione conoscitiva o discorsiva. Questo sta a significare che bisognerebbe lanciarsi un po’ a testa bassa, accettando una certa inevitabile ignoranza e idiozia, piuttosto che ridurre tutto a una tenzone su chi possiede le chiavi dell’anticapitalismo più limate e perfette.

Inoltre, un atteggiamento volto a costruire con gli altri delle linee d’azione sollecita inevitabilmente la ricerca di un terreno comune d’intesa, più facile da trovare su obiettivi concreti e visibili, rispetto a obiettivi massimi e ultimi, sui cui è certo più difficile intendersi. Sono queste osservazioni in fondo banali, ma la pratica della geopolitica diffusa e digitale rischia di renderle esotiche e oscure.

In conclusione, vorrei citare anche un’osservazione di Paolo Pecere, che in uno scambio mail esprimeva un disagio molto simile a quello di cui parliamo io e Palmieri. E metteva in evidenza come sui social “ci si esprim[a] soprattutto per etichettarsi, per liberarsi la coscienza, o, nel migliore dei casi, per auspicare scenari e esercitare il ragionamento, piuttosto che per organizzare azioni”. E sia ben chiaro, che il problema non è l’uso dei social. Il problema siamo noi. Il nostro ripiegare sui tanti monologhi corali, per tenere fermi nella violenza e nel disordine che ci sta sommergendo almeno il nostro profilo, la nostra identità, le nostre aspirazioni a un mondo migliore.

                                                            Andrea Inglese

 

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Gli algoritmi e la geopolitica dell’io

Negli ultimi mesi ho provato a comunicare all’algoritmo di Facebook e di Instagram le mie preferenze. Con risultati disastrosi. È stato infatti del tutto inutile inviare segnalazioni sui lunghi post dedicati a temi di politica internazionale, usando l’opzione “non mi interessa”, “non desidero più vederli nella mia sezione notizie” (ho seguito la stessa strategia per gli aggiornamenti su Corona, Signorini, Toffanin e delitto di Garlasco, solo per dire quanto ormai mi erano venuti a noia). Avrei il desiderio di ascoltare di tanto in tanto – anche solo per mettere in pausa i lambiccamenti della geopolitica o le amenità del pettegolezzo corrente – qualche voce che racconti lo stato pietoso dei trasporti, i ritardi insostenibili dei treni, i prezzi dei biglietti e dei pedaggi autostradali, la sanità a pezzi, i milioni di malati che rinunciano alle cure per mancanza di mezzi economici, il dramma delle abitazioni nelle grandi città, la scuola ridotta a una vuota macchina burocratica, le università pubbliche diventate gabbie di privilegio, i giovani del sud che continuano a emigrare, lo sfruttamento del lavoro, i salari da fame. Quasi niente, purtroppo. Temo che questi argomenti non siano di tendenza.

La situazione è dunque rimasta invariata. Penso di avere tante opzioni, ma sono sintonizzato sempre sullo stesso canale, come se non ci fossero altri palinsesti possibili. Rileggo sempre le stesse persone – una quarantina in totale, a conti fatti – che ripropongono in buona sostanza le stesse linee di pensiero, autoproclamandosi competenti su ogni affare umano emerso dal magma degli ultimi 3000 anni di storia, denunciando con solerzia alcuni crimini di guerra e ignorandone altri, alimentando feroci doppiopesismi, sottoponendo le idee altrui a logiche riduzioniste, pronunciando giudizi inappellabili su quello che accade in 48 angoli diversi del pianeta.

C’è un po’ di tutto in questa “fauna” (una parola che Pier Vittorio Tondelli amava usare): opinionisti radiofonici, critici letterari, editorialisti di quotidiani, blogger, saggisti, influencer più o meno improvvisati, insieme a professori universitari di diverse discipline, dalla filologia romanza alle scienze agrarie, dalla storia greca alla fisica nucleare. Molti di loro sono assenti dai miei contatti, ma comunque appaiono come “suggeriti per me”. Spesso puntano il dito contro una massa indistinta, opaca, accusandola di essere ignorante, insensibile, distratta, soggetta a immaginarie opinioni egemoniche. L’obiettivo è chiaro: fare in modo che la comunità dei followers si senta inclusa in una minoranza illuminata che mira a redimere un popolo stolto e manipolabile.

Ci troviamo, con tutta evidenza, di fronte a un meccanismo consolidato, che si ripresenta con forza di fronte ai nostri occhi. La politica internazionale è un grande specchio deformante, sul quale proiettiamo i temi del nostro dibattito interno. Siamo ormai abituati a riascoltare con insistenza chi si dichiara preoccupato per il destino della popolazione di Gaza, ma si rammarica per la mancanza di una sensibilità adeguata verso l’Ucraina, verso i dissidenti iraniani, verso i paesi del sudamerica governati da dittatori, verso le comunità del continente africano sottoposte a massacri. È fin troppo palese che questo gioco retorico non favorisca nessuna di queste cause e non abbia alcun effetto mobilitante. Serve invece ad alimentare un processo di autoaffermazione e di ricerca di visibilità nel grande magma degli universi virtuali, anche per regolare i conti con le voci concorrenziali e coagulare piccole bolle di consenso.

Non serve far riferimento ai tanti studi dedicati a questo tema, per il semplice fatto che lo possiamo verificare anche nella nostra esperienza quotidiana. I calcolatori della macchina social premiano l’uso della prima persona singolare. In altre parole, raccogliamo un numero maggiore di like quando scriviamo o diciamo “io”, “io”, “io”. Questo meccanismo produce delle conseguenze del tutto prevedibili quando ci confrontiamo con contesti distanti. Per quanto sia surreale, il problema smette di essere la sofferenza di un popolo, ma diventa quello che gli altri intorno a me pensano – o si presume che pensino – della sofferenza di quel popolo, in una grottesca competizione alla ricerca di un primato sul piano conoscitivo, argomentativo o morale: ne so più di te, sono più coerente di te, sono più onesto di te. Anche quando diamo l’idea di avere a cuore i destini del pianeta, quindi, stiamo in realtà parliamo soltanto solo di noi stessi, delle nostre ansie, delle nostre ambizioni, delle nostre idiosincrasie, delle nostre paure, dei nostri vicoli ciechi, del nostro rapporto col potere.

Ecco, il rapporto con il potere. Risulta forse utile tornare su un concetto che potrebbe apparire scontato: le grandi ondate di dissenso si sviluppano contro un decisore politico visibile, prossimo, concreto, o quanto meno percepito come tale. L’indignazione per Gaza deriva soprattutto dal fatto che i nostri governi sono vicini a Nethanyahu e al suo esecutivo. Pur trovandosi di fronte a crimini mastodontici (di certo non catalogabili come legittime reazioni ai crimini di Hamas), non hanno prodotto alcuna sanzione verso l’alleato. Abbiamo quindi la sensazione – o forse solo l’illusione – di poter fare qualcosa per salvare le vite di persone innocenti. Quel massacro è anche roba nostra, lo sentiamo nostro. La Flotilla ha avuto questo ruolo: smuovere i nostri rappresentanti politici, metterli di fronte alle loro contraddizioni, sperare di rompere la spirale di violenza.

Sul fronte ucraino, invece, accade qualcosa di completamente diverso. Siamo coinvolti direttamente, certo. Ma non siamo schierati – in quanto cittadini (ed elettori) italiani, europei o “occidentali” – dalla parte del carnefice. Possiamo muovere qualsiasi obiezione a Meloni, Macron, Von Der Leyen, Merz, ma di certo non possiamo accusarli di aver protetto Putin, di non averlo sanzionato o combattuto. Questo significa che non esistono in Italia sostenitori di Putin? Esistono, e hanno voce. Come i sostenitori di Trump o di Nethanyahu, che sono parecchi, agiscono in maniera più o meno subdola, talvolta rivendicando con orgoglio le loro posizioni.

In questa situazione, resta comunque decisiva la posizione assunta dalle rappresentanze politiche, che ci piaccia o meno. E dovremmo guardare in primo luogo a questo problema, alla coerenza e alla linearità di chi ci governa, senza cedere alla tentazione di sciogliere i nodi in modo sbrigativo, puntando il dito contro le incoerenze – il più delle volte immaginarie, e quanto meno non paragonabili a quelle dei governi – delle opinioni pubbliche, dei popoli, dei cittadini. Si ritorna sempre, in un verso o nell’altro, alla tenuta del sistema democratico. I dibattiti sulla politica internazionale ci dicono ben poco, purtroppo, sulle tragedie del pianeta, ma ci dicono molto sul nostro rapporto con il potere, con le istituzioni italiane ed europee. Ci parlano di noi stessi, in sostanza, ed è per questa ragione che sono accarezzati o ingigantiti dagli algoritmi.

Abbiamo quindi l’impressione di trovarci di fronte a un effetto di asimmetria generato dalle scatole virtuali in cui siamo immersi, interessate in primo luogo a farci rimanere dentro il flusso (e sarebbe difficile raggiungere questo scopo se, tanto per dire, ci inducessero davvero a studiare le dinamiche politico-economiche della Groenlandia, dell’Argentina, della Corea o della provincia di Catanzaro). In parte è così, poiché l’irradiazione dei contenuti agisce sul nostro stato intellettuale ed emotivo. Ma dobbiamo pur sempre ricordare che i problemi “mediatici” non nascono dentro un astratto universo tecnologico o dentro una macchina industriale avulsa dalla realtà sociale: sono legati al nostro modo di interagire con le persone, al vivere comunitario, alle regole della convivenza civile. Vogliamo davvero capire perché alcune cause mobilitano e altre meno? Beh, guardiamo prima alla cabina di regia e poi agli umori della platea. Conta la capacità dei nostri rappresentanti di intervenire sulla realtà e di cambiarla. Credere nella politica significa sentirsi coinvolti, poter partecipare, poter decidere sul futuro. Quando mancano questi presupposti, ogni conseguenza diventa plausibile, anche la più nefasta.

                                                            Pasquale Palmieri

 

 

Libro delle coniche e delle angolature

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di Danilo Paris

Dimmi ora in compagnia o a fianco di chi vivi,
ti dirò chi sei; descrivi il tuo doppio, il tuo angelo
custode o parassita, vedrò la tua identità.
Michel Serres, Atlas

I.

Adesso è l’ora di /nessuna voce
ha messo i sigilli sulle matrici in fila sul limite
le coppe del versatore/
ci riempie fino all’orlo quei loro nostri incontri
una splendida pellicola, spiluccata
qui sui nasi / le sue immagini sdoppiate
nella buccia/ essiccata riproduce il primo verso,
de-estinzione al dito sulla traccia
precede l’era dei ghiacci, mi linka il salmo sul palato
in nuova genesi, lo fa direttamente sulla cellula,
sul fossile che non c’è ancora. Forse una maniera
di trasformare ancora-vivi in già-fossili, un modo di guardare
a questi corpi come fibra-copia per la prosa vegetale.

II.

Su ognuno dei voti. Piccoli e depositati nelle nicchie.
Con le mani del vasaio ora prende
posto un dentro vuoto sortilegio- corteccia o specchio-
scollatura che si attacca fino al lembo delle cose, come il fiore
a mazzi, salvato a spaccatura e il teschio del re reietto o il capo
a stracci sfatti a schiodo per il piombo, è un punto stirato a curva
l’inflessione della piega/ senza tocco l’ambiente in cui corregge
il tiro a una colonna/ la distanzia per l’ingresso ai tramutati
gli scolonnati ||||
la serie alternata delle coniche al suo visore- tabulato
<immagine>
<immagine> / le arcate più in dettaglio in resa al suo tributo sullo spazio/
<immagine>
<immagine> / le firme fatte in dieci sussurrando sulle pietre, accovacciati
saltare, arrampicarsi e poi di nuovo intorno a un buco/ per le parti
rovesciate al suo rigetto, è solo un’altra inflessione che si fa per il calcolo
su un arco di cerchio in caduta sulla linea ___dei punti razionali-
<immagine> /definire le arcate circolari e
aggiungere un’altra cunetta/ per un totale di cinque spazi- per le serie convergenti/
distaccare la cosa dal gruppo in cerca di descrizione per far carte
senza spolpare/ dall’osso la sua icona
dove il resto del reale stona col simbionte/ un pezzo di scavo o del liceo
che ti cavi nell’unghia/ bagna il suo vacante, l’oggettile esteso in un calco continuo
la presa dei detriti in clausura all’inerente [il meta da soma inviluppato nella serie].

III.

E nella groppa dei suoi innesti ora scola/ filo a filo/ il suo vortice sdoppiato
e senza buche, senza tasche per chi bussa/
tutti gli ordini e le masse dei passanti per la Porta scontornata/
del tutto identica a una porta più piccola da cui non passa Fuori/
il somigliante non è entrato. È già dentro, per la cosa stessa//////

ad ogni perimetro senza timbro sulla sostanza termale/
e per ogni Cetera dei suoi specchi in rivoli di latte tracciato di gesso e carbone
e i sovrappiù nel libro delle transumanze, per eccedere filatori e carristi
e non corrispondergli in qualcuno che andava cercando/
il versatore tumula il credito di spugna in algoritmo di Anticitera.
È un codice binario per il genio accompagnatore che non molla la sua presa.
Nessuno prova orrore stando fuori nel vederci in assenza di ombelico.
Noi però ci vediamo. Dallo stesso pungolo mi prende le sue dita
dalle mie stesse dita/
lo vedo scrosciare sui gruppi in corsa e i tessuti rammendati quando io ci corro dietro con i sacchi dei sonagli e i più piccoli vicini/
lo vedo premere un bottone e spegnere il mondo.

Testo: Danilo Paris- Immagine: Archivio Lucido

Il mondo dipende da chi lo racconta

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di Paolo Morelli

Grazie a dio forse, e quindi raramente, abbiamo l’impressione che non tutto sia perduto. Per esempio che quella del narrare non sia un’arte ormai delusa o esausta, solo preda di calcoli residuali, ma una predestinazione insegnata più che altro dal vento, come era nei toni svitati del cantore prescelto quella sera attorno al fuoco.

Sicuro che esagero, ma mi sono venuti i toni elegiaci nel leggere Ardesia, della georgiana (ma da tempo vive a Palermo) Ruska Jorjoliani, da lei scritto in italiano e stampato da Italo Svevo (16 euro). Un piccolo libro in cui la protagonista, assai contigua alla narratrice, torna dall’Italia al paesino natale dove si trova per caso ad assistere alla riesumazione, la ricerca in un campo incolto delle ossa perdute del bisnonno, un irrequieto, un ribelle, un delinquente, forse un tagliagole. Assieme ai resti riaffiorano man mano i ricordi di quello che per lei era invece “un angelo custode e un compagno di giochi” e, siccome diceva Balzac il caso non visita mai gli stupidi, quello scavo, la traslazione si trova ad assumere il modello quasi solenne di un coro funebre, uno zari, che nella tradizione locale è per i maschi mentre qui è lei da sola a intonarlo, appassionato e rivoltoso assai più che mesto o struggente.

In Georgia, nella sua vasta terra del confine, tra coloro che sono ancora vivi e il Gran Paese dei più persiste un doveroso, dignitoso e per lo più laico scambio continuo, non solo nella settimana invernale in cui vengono invitati e accuditi nelle case; e l’ardesia è nei muri delle abitazioni ma pure nelle pietre che ricoprono i morti, “segna il varco, il passaggio da un mondo all’altro, la trasformazione, e persino il nome con cui la si designa, ka, ha la brevità e il fascino di certe parole fondative”.

Per quanto riguarda la trama potremmo fermarci qui. Basta e avanza perché si proceda alla lettura. Ma, ci si potrebbe chiedere, come mai le categorie scadenti del veromile realistico, del servile, vero sine qua non delle odierne scritture italiche, qui non hanno presa? Per come la vedo io la caratteristica fondamentale di una storia è il narrare e non il suo contenuto, vale a dire che il necessario contenuto è il veicolo del racconto, non il racconto il veicolo del contenuto. Questo libro è perfettamente attuale, cammina tra i b&b della moderna economia turistica locale e le truffe promesse dai bitcoin, i bistrot e i cocktail (“il tutto un po’ mischiato, sconnesso”), eppure sembra provenire dall’epoca in cui raccontare storie si occupava di una cosa evidente: che esiste il tempo e la nostra vita è vissuta in quanto tempo. Quando raccontare storie significava occuparsi del tempo e esperire che la nostra vita ha un termine, e così quella di coloro che amiamo e che si portano via per sempre il loro mondo. Significava accettare la tristezza di questa finitudine, in questo caso poi indissolubilmente intrecciata al particolare sense of humor di quella parte di mondo: “Quasi che il riso e il pianto siano stati distribuiti nel mondo in quantità precise, un tot a testa; il riso molto meno rispetto al pianto, e se c’è un’eccedenza del primo bisogna subito far quadrare i conti. Il georgiano in questi casi cerca di negoziare: «Perdonami, Dio, se rido. Non mi chiedere gli interessi per questo piccolo credito. Ripianerò il bilancio con il prossimo pianto». Ma non è mai un buon debitore.”

Neppure questo libro lo è. In questa sorta di instabile “taumatropio che ruotando crea l’illusione del movimento delle immagini”, l’indagine delle reminiscenze si svolge tutta all’aperto, a ribadire l’assunto cruciale che lo scrivere non procede dall’interno, ossia dall’alto della presunzione dei pensieri, del dominio della scena, bensì dall’esterno verso l’interno, e solo nel finale infatti, in un tempo sospeso nel “penultimo atto del giorno”, la protagonista verrà riaccompagnata a casa. E perché ancora quel tempo non è determinato dal contenuto ma dal narrare, e la storia è una storia perché ce ne ricorda altre, e se lo fa non è solo attraverso i fatti ma per i toni, la sua voce, cioè a dire quel congegno infallibile che ogni volta ci riporta al remoto, al condiviso. In questo modo la narrazione torna ad avere la sua funzione primaria come luogo di convergenza, un dispositivo che è parte di una ricerca fantastica che ci lega affettivamente agli altri, del bisogno di storie che l’umanità ha sempre avuto.

Questo è il modo per avvicinarci bravamente a ciò che abbiamo perso, quelle figure da leggenda caucasica, burbanti, stravaganti e piene d’umori, il bisnonno come classico eroe-bandito (“Quelli come lui non hanno una tomba, ne ero convinta. Non muoiono. Al massimo, in certi periodi di grande siccità, evaporano”: i georgiani tutti ancora figli del leggendario capo pagano Kartlos); alla vitalità che emana dalla totalità del carattere dell’individuo e a noi giunge come esasperata, e così la sofferenza di chi si mette in gioco senza limiti eppure, a brandelli, instilla ancora fiducia. Ed ecco che tornando ad essere quello che è sempre stato il narrare può ancora offrirci un’opportunità, è l’occasione incolta degli universi che convivono, e tanto basta a tutt’oggi per rappresentare qualcosa di sovversivo.

Sembra che il Mondo Nuovo che ci si impone creda di esistere soltanto nella cancellazione, nell’annullamento del passato, pare che solo così trovi le sue folli ragioni. Pure con il suo svelto montaggio finale (sola concessione forse alle scuole creative), assieme alle figure sbiadite questo piccolo libro ci ricorda che la letteratura ha il compito e il senso di continuare la tradizione del narrare, perché, checché ne dicano gli ignavi, noi possiamo sostenere la prova della nostra vita solo raccontando. E la domanda poi se ciò sia naturale o acquisito è, specie in questi tempi, solo irrilevante.

 

La realtà del desiderio. “Dreams” di Dag Johan Haugerud

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di Ornella Tajani

«Quando si fantastica di qualcosa mentre si è a letto, si dimentica che la realtà è spesso molto diversa, le luci sono diverse, ci sono altre persone, e le parole che volevi usare sono impossibili da pronunciare nel pomeriggio di una normale scuola di Oslo». È quel che si dice fra sé e sé Johanne mentre si allontana dalla sala professori dove era corsa con l’intenzione di dichiararsi all’insegnante di cui si è innamorata – dichiarazione resa impossibile dalle contingenze, la prof che sta parlando con i colleghi, il viavai, i brusii, il normale scorrimento della vita quotidiana. La scena che il soggetto innamorato si era accuratamente preparato nella mente, una sorta di palcoscenico perfetto, la platea vuota, il teatro silenzioso, la sola destinataria del discorso pronta ad ascoltare, si scontra con la realtà: le luci non sono adatte.

Siamo nei primi venti minuti di Dreams, secondo volet della trilogia di Dag Johan Haugerud, film vincitore dell’Orso d’oro a Berlino l’anno scorso e al momento disponibile su Mubi. I sogni, i desideri d’amore della protagonista diciassettenne colonizzano di colpo ogni frangente del vissuto: l’insegnante Johanna diventa il pensiero fisso dell’allieva Johanne (le due protagoniste hanno quasi lo stesso nome, un dettaglio che sarebbe piaciuto a Jean Cocteau e che strizza l’occhio a una tradizione della passione omosessuale come attrazione per il proprio doppio); andare a scuola ogni giorno assume un senso rinnovato già soltanto per la possibilità di incrociarla pochi secondi in corridoio. Johanna è un’artista del lavoro a maglia, così Johanne si rimprovera di non esservisi mai dedicata abbastanza (qualcosa di molto simile si ritrovava nel romanzo lesbico È la storia di Sarah di Pauline Delabroy-Allard, di cui avevo scritto qui) e coglie l’occasione per cominciare a far visita all’insegnante un pomeriggio alla settimana. Tutto diventa per la ragazza un’esperienza esaltante, anche solo attraversare Oslo per andare a casa della donna, perché tutto ora è filtrato dai sensi: «è strano come la città cambi da un quartiere all’altro», riflette mentre cammina, come se a quell’esplorazione topografica facesse eco una scoperta del sé.

Sebbene Johanne riconosca il primo amore e sia consapevole del suo carattere indimenticabile, decide nondimeno di scriverne, perché col passare del tempo, si sa, «i ricordi cambiano»: la scrittura permette di conservare lo stato delle cose (o quasi). E tuttavia sempre si scrive per essere letti, a maggior ragione perché esprimere, raccontare il desiderio diventa qui una forma di consolazione: così la ragazza consegna il suo testo alla nonna poeta, la quale coinvolgerà poi la madre. «I sogni possono essere una cosa bellissima, finché non ci fai entrare qualcun altro dentro», commenta Johanne in fuori campo: finché non parli con nessuno, il desiderio è libero di vagare nel delirio più completo, nell’irrealtà che in fondo è la sua dimensione congeniale.

L’intervento delle due donne adulte nella vicenda è al contempo classico, imprevisto e semi-comico: divise fra la preoccupazione per lo stato emotivo della ragazza, l’entusiasmo per l’ardore che sta provando e quello per il suo talento narrativo, si ritrovano a riconsiderare anche le proprie vite. Verso il finale c’è una scena inedita rispetto al tradizionale racconto d’amore adolescenziale: il confronto con l’insegnante, davanti a due tazze di tè, non è sostenuto dalla ragazza, bensì dalla madre, il che scatena una conversazione surreale in cui Johanna passa dalla paura d’essere denunciata al ventilare l’ipotesi d’aver subito un abuso, mentre alla madre tocca il ruolo ingrato di chi imbraccia le armi per stanare un germe di passione inconfessata e forse inconfessabile. La verità, diceva Dürrenmatt, resiste soltanto se non la si tormenta.

Dreams è un piccolo trattato sul desiderio, girato con grazia e pensato con una forma di raffinata leggerezza, che tuttavia non toglie consistenza e serietà al tema. In un film continuamente, ostentatamente pieno di scale, dove il riferimento esplicito è alla biblica scala di Giacobbe che porta verso il cielo (cioè verso Dio, o verso quegli astri che generano etimologicamente il desiderio), sembra infine che sia proprio Johanne ad aver colto l’essenza delle cose: allo psicologo che le chiede «come pensa che sia l’amore», risponde «So come si sente l’amore, non come appare. Come appare non mi interessa molto».

 

Radio Days: Mirco Salvadori

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disegno di Andrea Pazienza

disegno di Andrea Pazienza

Il rischio di essere frainteso, ovvero: se oggi cantassi contro il potere senza usare nessuna parola del passato, saprei ancora farlo?

di

Mirco Salvadori

 

Esiste una scena, in un’Italia tutt’ora ancorata al termine indie o alternativo, che continua a presentarsi come avanguardia (?): “in prima fila”, con l’aria di chi porta in tasca l’arma decisiva. Ma l’oggetto offensivo, spesso, è un fischietto da arbitro. E lo stadio non è più lo stesso. La domanda, allora, non è provocatoria: è opportuna: Musica alternativa di sinistra in che senso? In senso storico, rituale, identitario? In senso estetico? In senso etico? O in quel senso più ambiguo, da manifesto appeso in camerino, che suona bene finché non lo si mette alla prova del presente? Perché il presente, e qui sta lo scarto, non è soltanto “un altro governo”, “un’altra fase”, “un’altra crisi”. È un’altra forma di mondo: piattaforme, algoritmi, logiche di visibilità, economie dell’attenzione, lavoro frantumato e senza fabbrica, comunità che si radunano e si dissolvono come stormi. Il sistema non è più un palazzo da assaltare: è una nebbia che si respira. E quando il conflitto cambia forma, anche le vecchie parole cambiano peso: certe parole diventano memorabilia.

 

In Italia la canzone “impegnata” ha avuto una funzione enorme: non solo per commentare la realtà, ma per insegnare a nominarla. A volte perfino a sostituirla: “noi” contro “loro”, il padrone, la divisa, il compagno, la piazza, la lotta. Una grammatica che ha avuto senso, e spesso coraggio, quando il conflitto era tangibile, quando si toccava: fabbriche, atenei, strade. E quando una canzone poteva davvero diventare una miccia comune, una cosa che si canta insieme per non sentirsi soli. (Non è un caso che la storiografia del “canto sociale” sottolinei proprio la funzione collettiva, identitaria, non riducibile al solo testo). Il problema non è il passato. Il problema è il passato usato come sostituto del presente. Oggi molta “musica alternativa di sinistra”, non tutta, ma molta, somiglia ad un rito: si ripetono gesti, simboli, parole d’ordine. Si evocano genealogie come santi nel calendario. “Resistenza”, “memoria”, “antifascismo” diventano talismani sonori, più che strumenti di lettura. Ci si aggrappa alla certezza emotiva del già detto: perché il già detto consola. Il nuovo, invece, chiede responsabilità. E così, mentre il mondo si sposta, una parte della scena resta ferma a presidiare un luogo che non è più il fronte: è la rievocazione storica del fronte.

C’è un’immagine che non smette di tornare: la canzone militante come folklore militante, “ruota movimentista di riserva”. Non perché sia falsa, ma perché è comoda. Il sistema che stupido non è, ha imparato ad usare anche l’opposizione come funzione decorativa: una valvola, un colore, un segmento di pubblico. Il caso più evidente, per dimensione e simbolo, è il grande rito televisivo e istituzionale del Primo Maggio: nato nel 1990 e legato ai sindacati confederali, è insieme celebrazione del lavoro e spettacolo, piazza e palinsesto, conflitto e format, un terribile ed inguardabile mix. Non è una condanna morale: è una diagnosi. Quando l’“antagonismo” entra in regia, diventa coreografia. Quando l’urlo ha i tempi televisivi, diventa ritornello. Qualcosa di simile è successo, da un’altra parte, nelle grandi feste politiche popolari: le Feste de l’Unità, con dibattiti, cucina, spettacoli e concerti dove per decenni la musica è stata collante comunitario, sì, ma anche infrastruttura di consenso, socialità organizzata. Anche qui: non si tratta di nostalgia o disprezzo. Si tratta di capire quando la musica smette di essere rischio e diventa arredo. E l’arredo non offende nessuno, non sposta nulla: conferma. Raduna chi è già d’accordo. Trasforma la “lotta” in un album di famiglia.

Un altro meccanismo è più sottile: la memoria come moneta emotiva. In Italia la costellazione resistenziale è diventata un repertorio infinito: canti, storie, anniversari, luoghi, nomi. È un patrimonio reale, spesso prezioso. Ma il patrimonio, quando entra nell’industria culturale o meglio: di intrattenimento (ringrazio il sempre presente Arlo Bigazzi per il suggerimento), tende a diventare format: ripetibile, esportabile, vendibile, spendibile come identità. “Bella ciao” è l’esempio perfetto di questa ambivalenza: canto simbolo della Liberazione e della Resistenza, con origini e stratificazioni complesse, è ormai anche un oggetto pop globale, ripreso, riusato, reimmaginato. Non è “colpa” della canzone: è la logica del tempo. Ma quando un simbolo diventa ubiquo, rischia di perdere attrito, di diventare etichetta. Una maglietta. Un coro automatico.

E qui nasce il paradosso: ci si sente “contro” mentre si sta dentro un ingranaggio che metabolizza ogni gesto e lo rimette sul mercato, in forma più innocua. La canzone come “arma” resta, ma spesso è un’arma scarica, buona per il museo.

C’è poi il terreno materiale, che di rado viene nominato con la stessa passione delle parole d’ordine: la filiera. Management, booking, bandi, fondazioni, sponsor, festival, rassegne comunali, circuiti “virtuosi”. Una parte della musica “impegnata” vive stabilmente in questa rete: non clandestina, non marginale, non “fuori dal sistema”, ma co-gestita dal sistema culturale.

 

Non è necessariamente un male: l’autonomia totale è un mito romantico (anche se esiste). Ma è un problema quando ci si racconta l’opposto, quando l’immaginario resta quello dell’assalto mentre la realtà è quella del capitolato. In certi testi e analisi sul rapporto tra musica e contratti discografici, torna proprio l’idea dell’autore ridotto a funzione amministrativa: “per brevità chiamato ‘artista’”. Se l’artista diventa una casella, anche la ribellione rischia di diventare una casella: una “linea editoriale”. E allora: contro chi si sta combattendo, esattamente, quando la macchina che ti ospita è la stessa macchina che ti distribuisce, ti promuove, ti monetizza? Molti repertori “rossi” italiani contemporanei, soprattutto nell’area folk-rock, nel cantautorato civile, nella canzone di memoria, hanno costruito lavori coerenti e spesso intensi: progetti sulla Resistenza, sulle stragi, sulle lotte operaie, sulle ferite del Novecento. Esistono gruppi che hanno fatto della memoria un percorso, non un accessorio, con dischi e iniziative radicate nei territori e nelle storie locali. Eppure, anche qui, scatta la trappola: quando la memoria diventa cartolina del conflitto, quando il passato viene “messo in scena” per evitare la domanda più crudele: che forma ha oggi l’oppressione? chi è oggi il padrone? dov’è oggi la fabbrica? Se la risposta resta quella del 1972, la canzone diventa un grammofono: bella, calda, ma fuori tempo. Una riga di De André corta e tagliente, sembra scritta per questi casi: “dai diamanti non nasce niente”. È un verso che invita a guardare la terra, non il luccichio. E oggi il luccichio non è solo il denaro: è la visibilità, la reputazione, la postura giusta. Il “posizionamento”.

 

      

C’è un equivoco che si trascina: pensare il potere come un volto, una divisa, un palazzo. Ma il potere contemporaneo spesso non si presenta: si integra. Non proibisce, suggerisce. Non censura, deprioritizza. Non ti arresta, ti rende irrilevante. Non spegne il microfono, ti lascia parlare in una stanza senza eco. Per questo gli schemi politicamente obsoleti, l’eroismo automatico, l’idea che basti nominare “il sistema” per essere contro, oggi producono un effetto quasi comico. Un tempo certe frasi erano pietre. Oggi, ripetute fuori contesto, diventano slogan vintage. E l’industria culturale li ama, questi slogan vintage: sono innocui, riconoscibili, vendibili. Funzionano come segnali di appartenenza: non cambiano il mondo, ma ordinano il pubblico. Il punto più delicato è questo: la sinistra, nella musica, spesso sopravvive come gesto morale più che come immaginazione politica. È una sinistra di buone intenzioni, di parole giuste, di indignazione “corretta”. Ma non sempre è capace di leggere i nuovi conflitti: il lavoro che non si vede, la solitudine di massa, la crisi climatica non come slogan ma come struttura, le migrazioni non come simbolo ma come destino, la guerra come economia, la tecnologia come governo. Il passato, invece, è leggibile: ha già un copione. E allora si recita.

 

Qui entra la tentazione più seducente: confondere la commozione con l’azione. Cantare insieme “una canzone giusta” dà un senso di comunità e quel senso è reale, quasi sacro. Ma può diventare anche un surrogato: ti fa sentire in marcia quando sei fermo. La musica, allora, non è più un’arma d’offesa: è un calmante sociale. Un modo elegante per non impazzire e anche questo è umano ma non necessariamente un modo per cambiare le cose.

Non si deve “abbandonare” la memoria, non usarla come scudo. Forse l’unica forma credibile di “musica alternativa di sinistra” oggi dovrebbe essere: meno scenografica e più artigiana, meno bandiera e più inchiesta emotivameno slogan e più linguaggio nuovo, meno liturgia e più rischio di essere fraintesi, meno comfort identitario e più attenzione a chi non è già dei tuoi. E soprattutto: smettere di immaginarsi “fuori dal mondo” per posa romantica. Perché “fuori dal mondo” non è un merito: è un fallimento di ascolto. Il mondo cambia anche senza di noi e spesso contro di noi e la musica, se vuole davvero essere politica, deve prima di tutto fare una cosa antica, umile, quasi contadina: stare all’orecchio del tempo, proprio come nel passato.

 

In fondo, la tradizione migliore, quella che vale davvero la pena salvare, non è la ripetizione dei simboli. È il coraggio di quando i simboli non esistevano ancora e qualcuno li inventò perché non bastavano le vecchie parole.

 

Ed ecco la domanda finale, più onesta della posa: se oggi cantassi contro il potere senza usare nessuna parola del passato, saprei ancora farlo?

 

 

PS: questa immagine è indicativa di quanto asserito: la copertina di un disco indimenticabile dato 1976; per dire. Non sono riuscito a trovare nulla di altrettanto significativo recentemente se non forse, il canto nel dialetto di frontiera degli esuli istriani, insediati nella periferia rurale slovena di Trieste, una lingua dura, tagliente e al tempo stesso avvolgente, che appartiene a chi ha conosciuto la fabbrica e il cantiere, le mani sporche e la schiena piegata, il turno che comanda la vita, le case basse e i cortili, il pane contato e la dignità ostinata, la fatica di arrivare a fine mese, la solidarietà tra vicini, il freddo delle periferie e il calore delle osterie, la strada prima delle parole.

 

                                                       Una bela casa.

Co te vedi una bela casa
Te vedi solo che una bela casa
E no te vedi altro che una bela casa

No te vedi i serbi
Che butava malta
A sei euro in nero
Chi che se fa un impero
Chi che riva più in alto
Ga sempre i pie pozai
Sule spale de un altro

E la xe l’ impirada
Dele robe bele
Che le par sempre bele
Co te le vedi lá
Cos’ che se scondi dentro
Se se scondi qualcosa
No te saverá mai

Toni Bruna – tratto da ‘Formigole’ album 2011

 

 

 

 

 

Primo capitolo del romanzo Chianafera (NN Edizioni, 2026)

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di Orazio Labbate

La fuga necessaria

Non conosco il moto. I miei muscoli sviluppano, da ormai decenni, la forza paziente della lenta pioggia. Non posso ancora incamminarmi, infuocato, sull’unico sentiero di arenaria, giallo sciatto e lordo, fuori di qui. È annerito dalla pioggia, compatto come spaghetti incollati da più sputazzate di bambini. Collosi e nodosi, piccolini, gli scaracchi.
Vedo, dassùtta, alcuni lampi, pochi altri subito dopo, gemelli insicuri, dentro le nuvole sconvolte, senza la madre a sistemarli. Nessuno può sapere della natura scombussolata di Dio.
I lampi sono cuori di polvere e di agavi abbrustolite, dentro la materia screpolata delle nuvole. Esse sono disposte come tumultuosi cancelli rossi nei campi del cielo, al di là della linea barcollante del mare fasullo che è l’atmosfera. Poi i lampi, nella mia stanza, penetrano e diventano ceneri sottratte al rogo dell’aria. Finiscono per aggirarsi nei miei occhi. Mi fanno vedere l’inflessibile paranoia della mia penombra. Oltre l’unica finestrella c’è l’immenso patrimonio del buio della campagna attorno a Riesi. Intravedo l’impassibilità paralitica degli uccelli notturni che rimangono mucciàti e impigliati, con la propria lingua, nei rami di carrubi scheggiati dalla rottura temporale di altri fulmini. Dio affretta i tempi e li affretterà, Signore dei tempi e delle occasioni, Messia per il quale il tempo preme e aggiunge una dimensione di urgenza anche agli uccelli e alla notte. L’ordine del tempo ne è rovesciato e mi interrogo per mezzo di presagi, i critici e i vastàsi dell’anima: ora che uscirò da qui, come entrerò nel disordine dell’oscurità degli uccelli? Finirò innanzi a un’antropomorfa bestia siciliana, ripiena di enigmi e di lingue accartocciate, pronta a interrompere il camminamento?
Qui, nella stanza, di ora, di prima?, ho trascorso un presente detemporalizzato, una catastrofe che si è ripetuta col male supèrchiu. Oltremisura è accaduto tutto nello stesso
tempo, come se tutte le cose fossero sigillate nell’ossario antico del mio santo.
Ho accettato lo strano sacramento della dimenticanza, catalogato il mio inconscio come fosse l’animale imbalsamato di un museo a cui è ancora, sempre, negato di accedere all’esistenza. Ho acquistato, infine, un’intelligenza tacita nei ragionamenti. La capacità silenziosa di apprezzare le metamorfosi perverse e sdìsuneste di volontà estranee alla mia. Sono parole impiccate o appese di sogni. Le ho viste e sentite pronunciare nel cuore fitùsu dei muri. Le udirò ancora nella bocca mortificata di bellezza, impastata di tranelli, quella di chi forse è solito affogarsi di rebus per mestiere? Perché chi fa parte di altri mondi più complessi– una nevrotica sfinge, una disarticolata bestia seduta di paese? – ci confonde attraverso le sue irresolutezze, sempre a partire dalle nostre. E noi gliele risolviamo, per poi scivolare, sicuru, negli altri livelli della nostra psiche, fino a uccidere il prodigio finale affinché ci liberi dagli annebbiamenti della nostra ragione mortificata.
Un giorno, una faccia di merlo, congestionata d’ira, faceva la conta simbolica sulle pareti. Con le vene lilla, simili a quelle sotto la lingua, componeva poi un màgnu pannello provvisto di una cassetta composta di cifre mobili e io giocavo, prudente, col suo meccanismo rotan­te. Sono penetrato nella malinconia dell’uccello quando sbagliavo la combinazione e non vedevo nessuna fenditura nel muro appena spariva nell’indescrivibile solitudine del capannone tenebroso che è il corridoio notturno del nosocomio.
È stata una vera indecenza la sfacciata fulmineità della scomparsa delle figure le quali, rettilesche, scivolose come sporgenze labiali, sono sprofondate nella sozzura delirante
della mia ragione.
Sono ancora affaticato dai discorsi di tutti quei reperimenti prodigiosi, dal loro silenzio mai assoluto, dall’inguaribile delirio mondano accaduto tra le pance reiette della mia psiche. Eppure, c’è lo stesso tenace lavorio mentale nelle costellazioni – impìstate da Dio per i più –, che solo dopo eoni vomitano, cerebrali e faticose, appena un loro elemento incongruo è rigettato sulla terra per farsi reale.
Che sia una stella, che sia una piccola peripezia notturna cancellata dall’improvviso illuminismo di Dio lungo il firmamento, non si mostra alcuna contenuta tenerezza nei
confronti della deflagrazione di una tristezza stomachevole nell’invisibile.
Capto proprio adesso degli smottamenti interiori, ma non per ulteriori metafisiche disumane da osservare, bensì a causa del mero benevolo statuto dell’ansia. Il mio spirito
non è più la rappresentazione geometrica di un enigma. È imbevuto dell’ordine fatidico di una mappa sconosciuta che mostra, però, il paese presso cui recarmi e quello da cui sto scappando irrisolto.
Getto una guardata.
La pioggia disorienta gli uomini con le sue forzose tempeste di robustezza eretica. Riesi, distante, sembra accudita dagli alberi circolari, a mo’ di una morta fresca di assassinio nel cofano splendente di un’auto. La pianura dentro cui è incassata, composta di spighe ritirate
e di rocce sbiadite (quelle sottoposte a vecchi incendi), ora riluce – di picca –, di grappoli di lampioni ingobbiti attorno alla robusta chiesa della Madonna della Catena.
È svuotata di reliquie, non si intravedono i fedeli. Ispessendo gli occhi, frettolose e fumose stelle ornano i tetti di una colonna di case incomplete, in cemento, come fossero sbilenche antenne. Ci vivono, sicuru, dentro, giacché le luminarie della festa patronale mariana non sono ancora state espulse, mentre fumi di zolfo fuoriescono dalle stesse fratturate dalla pioggia. Le miniere Trubia, unna sono, mi chiedo. Non ricordo. Non le vedo in piazza Garibaldi, in centro. Non le ho mai viste? Nessuna cattedrale metallica di zolfatara serpeggia nella notte a confondere il firmamento con chissà quale cometa stràmma prima
che essa capitomboli nella sua scomparsa per disgrazia atmosferica. Che siano state masticate a bocca aperta, le torri, vastase, delle miniere, dall’arsura di questa terra saturnina anche se fradicia? I paesani sono stati immersi nei sotterranei e i loro scheletri, in qualche misura integri, hanno fondato, venuti fuori precari di mente, il nosocomio, il loro?
L’aria è vuota e gelatinosa. L’orrore e le paure incontrollabili della vita sono onnipresenti nei posti in cui risultano ubique. La redenzione che aspetto con avidità, al di là della strada, è prossima. Pirchì?
Siamo mostri psichici che bramano con avidità la fuga, altresì, nella pericolosità eccentrica degli incubi. Le nostre conversazioni segrete, ogni profonda irritazione dolorosa, le malinconie incoscienti vengono fuori nelle ore notturne con un’agitazione confusa di parole. Ci sfondiamo l’anima e io conosco, da molto tempo, l’inframondo di questo divoramento.
Scavo preghiere nel costato svuotato di Dio e ho ascoltato i canti del tintinnio delle costole fra di esse e non c’è stata carne santa che ha potuto frenare la melodia a me piacevole. L’ho gustata dal burrone di vertigine della mia stanza, quella d’ora o quella dopo?, mentre pervertito dall’anima rompevo per poco i sigilli scandalosi della tensione psicologica. Ho bevuto acqua con pillole sotto i deboli lumi della luna della camera, d’ora o dopo, ho sentito l’oscillazione catastrofica dello scirocco, la tragica interruzione del sole prima di stutàrsi dentro di me, l’accorciamento dei tempi di Dio per lasciare spazio al sole della malattia invece. Il tempo è stato ricolmo di queste sacche illuminanti, di una sconvolgente letteratura delle macerie.
Quale sarà la tessitura del tempo nuovo, della sua sacca? So che questa fuga qualificherà la serietà del mio tempo successivo. L’ho ripetuto più volte nauseandomi, come se stessi andando in giostra dentro un ristretto loculo ospedaliero. Si è adagiato, il mio pensiero, nella paralisi fatale delle mie interiora animiche, è stato illuminato da una sorta di penosa luce d’emergenza come quella che usiamo allo stremo, rannicchiati, l’unica disponibile, per leggere i libri astrusi dai doppi sensi.
Ho tentato di raffigurarmi i posti di coloro che mi hanno abbandonato, ho allontanato in me i problemi della messa in immagine del divino. Sono rimasto defraudato del mio nome, da non conoscerlo.
Una bara, la mia Butera, l’unica, ritratta in una geometria imprevista che non vedo ancora bene, nel mio cuore doppio, che sto lasciando? Scacciato, da chi?
È un corpo in miniatura, un corpuscolo, il paesino dove sono nato. Sarà il doppio del mio corpo vivente, d’ora in avanti? Il rivestimento definitivo del mio vuoto, la cui proprietà essenziale è stata l’assenza.
Rinascono così gli uomini assurdi, indossando una bara, che è la città o meno, come se si vestisse, attorno all’involucro osseo del nostro corpo, un qualcosa di simile a una bandiera conquistata.


Orazio Labbate (1985) è nato e cresciuto a Butera, in Sicilia. Autore di romanzi e saggi, nel 2018 ha vinto il Premio Rocco Federico per la narrativa. Dal suo romanzo Lo Scuru è stato tratto il film omonimo. Dirige la collana “Interzona” di Polidoro e scrive come critico letterario per La Lettura.

Quel “mito genuino” cantato da Bruno Di Pietro

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Ἐλέα. Quando verrà il passato

di

Paolo Lago

In una delle sequenze iniziali di Medea (1970) di Pier Paolo Pasolini, il Centauro, una presenza mitica e contemporaneamente sacra, si rivolge a Giasone bambino con queste parole: “Tutto è santo, tutto è santo. Non c’è niente di naturale nella natura, ragazzo mio, tienitelo bene in mente. Quando la natura ti sembrerà naturale, tutto sarà finito e comincerà qualcos’altro”. Questa concezione della natura sacra e magica deriva a Pasolini dalle teorie di Eliade e Frazer, importanti fonti per la tessitura ‘antropologica’ del suo film, ma si potrebbero azzardare anche dei punti di contatto con la concezione del “mito genuino” che Furio Jesi deriva da un altro importante antropologo e studioso, Károly Kerény.

Se il “mito tecnicizzato” è il frutto della deformazione mostruosa del passato operata dagli apparati di potere, quello “genuino” può essere bene rappresentato anche dall’opera di artisti e poeti come, ad esempio, secondo Jesi, dalle DuineserElegiendi Rilke .

Bruno Di Pietro, nella sua recente raccolta poetica dal titolo Ἐλέα. Quando verrà il passato (LesFlaneurs Edizioni, 2024) rappresenta uno spazio naturale ‘non naturale’, un universo mitico scaturito appunto da un “mito genuino”. Il luogo dove sorgeva l’antica Elea si trasforma così in una spazialità mitica e assoluta, solcata da un Parmenide (filosofo noto per le sue teorie sull’Essere statico e immutabile) convertitosi alla teoria del divenire.
In un componimento dal sapore proemiale, riportato in caratteri corsivi, Di Pietro scrive infatti: “Parmenide convertito al divenire / è in buona salute. / Zenone si è offeso. / La bouganville è in rigoglio / il melograno è in fiore / ponente pettina il grano. / Nella piana di Elea / tutto è e sarà / come è sempre stato. (Io invecchio)” (p. 11).

Quella frase “tutto è e sarà come è sempre stato” si riferisce indubbiamente alla teoria parmenidea ma è come se racchiudesse in sé il segreto del “mito genuino”: quel passato non è passato, è ancora lì; la piana di Elea è ancora quella solcata da Parmenide e da Zenone.
Le parole poetiche dell’autore riescono, in una sorta di evocazione sacrale, a ricreare una spazialità mitica che non è cambiata, che è rimasta immutata nel tempo, luogo deputato all’“antica festa” come immaginata da Jesi. Quest’ultimo, infatti, individua nelle pagine di alcuni romanzi di Cesare Pavese un altro spazio mitico genuino, quello della campagna delle Langhe, un vero e proprio “luogo sacro” .

La piana di Elea è come la campagna pavesiana o il Friuli materno di Pasolini: uno spazio intatto, mitico, ove possono ripetersi in una sorta di estatica continuità i rituali di un passato che non si è mai spento.

Nella prima sezione della raccolta, intitolata Ἔως, cioè “aurora”, viene descritto un luogo ancora avvolto dalle ombre della notte, in cui ancora splende la lunae sono accese delle torce, in cui “danzano l’uno e i molti / intorno alla rotonda luna”, una danza scaturita dal pensiero filosofico parmenideo ma anche – pare – profondamente legata allo spirito arcano del luogo, a una dimensione di “antica festa” che mai si è offuscata (e, nel momento dell’aurora, sarà una ragazza a “improvvisare” “sulla spiaggia / una danza del senso”, p. 28).

Il pensiero filosofico, nei versi di Di Pietro, erompe potentemente come entità corporea e fisica che si manifesta negli elementi naturali-non naturali: la luna, i boschi, gli ulivi, il mare (che compare ad esempio in un efficace distico allitterante: “Solo il mare / rumoreggia”, p. 21) assieme a figure sacrali come le ninfe. L’“antica festa” si materializza così in un teatro mitico in cui protagonisti sono elementi naturali anch’essi mitici come quei “suoni di alberi / scossi dai vènti” (p. 22).

È un luogo ove giungono anche le antiche vestigia del passato, vestigia che ancora continuano a parlare riferendo i loro arcani messaggi, le loro antiche e quasi inenarrabili storie, come quei “cocci di argilla” che il poeta ci dipinge come recanti “tracce di una lingua arcana” che “dicono di un’isola / dalle spiagge rosa” (p. 24): immagini frammentarie di un mitico mondo antico che ci può far pensare ai frammenti narrativi messi in scena da Federico Fellini nel suo Satyricon (1969), storie interrotte, spazi esotici e magici, anch’essi inesorabilmente appartenenti ad un “mito genuino” che non smette di sopravvivere nelle parole dei poeti.

Ma quella parola foriera di storie, nella dimensione della festa, può perdersi e frammentarsi ulteriormente in pura ed arcana sonorità: “Suoni e riti e miti / riportano i vènti / meridionali. Dall’orizzonte / è scomparsa la parola” (p. 26). Quel vento che elimina la parola, il vento mitico del ricordo e del passato, felliniano ma anche montaliano, è una voce che sembra erompere, ancora una volta, da una dimensione mitica pura. Perché, come ricorda il poeta, “c’è più mistero nel creato / che nel creatore”, p. 30).

Nella seconda parte della raccolta, intitolata Κρόνος, cioè “tempo”, lo spazio del mito è inquadrato dallo sguardo di Parmenide, ormai anziano, ormai preda dello scorrere del tempo (“Ho incontrato da vecchio / il tempo. / E mi umilia”, p. 38).

Se lo spazio appare incastonato in un’assolutezza dai contorni sacrali, fermo nella sua appartenenza all’“antica festa”, la figura di Parmenide è caratterizzata da un corpo mortale, un corpo preda della malattia che contempla quella stessa assolutezza (“Quanta eternità mi circonda! / E non mi appartiene”, p. 42): forse anche il mito, allora, può appartenere al tempo e al suo movimento, alla trasformazione incessante che investe la realtà. Ma, nonostante questa trasformazione, esso rimane costantemente “genuino”, nell’accezione data da Jesi: ed è grazie allo sguardo del personaggio Parmenide ma, soprattutto, grazie allo sguardo del poeta che si conserva questa caratteristica, se così si può dire, di ‘genuinità’.

Lo sguardo di Parmenide è ‘mitizzante’ perché appartiene ad un sapiente, a un filosofo che in nessun modo può osservare ciò che lo circonda in modo banale e scontato: “Di bellezza vera mi appare / lo sguardo paziente / dei muli al frantoio, / la sapienza della chiocciola / che nel guscio sverna. / Di bellezza vera / forse eterna” (componimento n. 8, parte seconda, p. 44). Parmenide è il sapiente che veglia la notte per aumentare la sua sapienza, vorrebbe capire più a fondo ciò che è scritto nel mondo e negli astri, ma ormai il tempo e la malattia lo aggrediscono: “Vegliato notti intere. / Interrogati gli astri / per carpirne le leggi, / so che Vespero e Lucifero / sono la stessa stella” (p. 47).

La figura del filosofo ci potrebbe far venire in mente – l’inconsueto paragone non mi sembra azzardato – il Filemazio, “protomedico, matematico, astronomo, forse saggio”, protagonista della canzone Bisanzio, dall’album Metropolis (1981) di Francesco Guccini, che, ormai vecchio e malato, si trova di fronte a un mondo che non riesce più a comprendere: “Anche questa sera / la luna è sorta affogata in un colore / troppo rosso e vago. / Vespero non si vede, / si è offuscata / la punta dello stilo / si è spezzata. / Che oroscopo puoi trarre questa sera, mago?” .

Se, come è stato notato, la figura di Filemazio può essere stata ispirata a Guccini dal personaggio di Tiresia presente ne La Terra desolata di Thomas Stearns Eliot , è doveroso ricordare che Eliot è anche uno dei poeti preferiti di Bruno Di Pietro, considerato un vero e proprio “testo sacro”, secondo quanto egli stesso afferma in un’intervista rilasciata a Michele Paoletti e uscita su “Laboratori Poesia” l’8 febbraio 2019. Ma se il Filemazio di Guccini appare immerso nella storia in quanto non riesce più a comprendere i cambiamenti storici e sociali che stanno avvenendo a Bisanzio, il Parmenide di Di Pietro riesce pur sempre a decifrare lo spazio che lo circonda e a carpirne la bellezza, una bellezza che appartiene indubitabilmente ad un ambiente sacro, abitato dagli dei: “Il sale impregna la gola / la parola non ha suono. Respiro la bellezza del mondo” (p. 51).

La terza e ultima parte, intitolata φύσις, cioè “natura”, si configura come un canto alla natura in tutta la sua sacralità, una natura scaturita dall’immaginario di un uomo antico appartenente al mondo antico, sulla quale si posa una “luce greca” e ove soffiano “venti orientali”, mentre ancora presente appaiono la luna e le stelle, in notti attraversate dalle lucciole, albe e ore meridiane (rinfrescate da ombrosi faggi) che si aprono su baie solcate da placide imbarcazioni, leggere sul mare come lo scorrere del tempo.

La raccolta di Di Pietro, impreziosita da sapienti tonalità ritmiche e musicali frante in assonanze, allitterazioni e rime al mezzo, si conclude con un componimento intitolato Incipit in modo ossimorico, ma qui lo sguardo pare affidato al ricordo di un tempo dell’infanzia capace, forse, di stendere un nuovo orizzonte mitico: “Allora noi bambini / si andava per canneti / a fare capanne improvvisate / e cerbottane / mangiavamo la sorba spontanea / e una radice dal sapore di liquirizia”(p. 77).

Lo spazio circostante torna ad essere inquadrato in una dimensione mitica da uno sguardo che si volge all’infanzia come lo sguardo “fanciullino” pascoliano o il ricordo del passato messo in atto da Pavese. Anche uno spazio connotato dal continuo divenire e da una continua trasformazione, grazie soprattutto allo sguardo del poeta, rimane incastonato in una dimensione mitica “genuina”. Infatti, dopo aver letto l’intera raccolta ci rendiamo conto che la sapiente parola poetica di Ἐλέα riesce meravigliosamente a rendere mitico e sacro uno spazio naturale consegnandolo all’eternità.

[Paolo Lago è dottore di ricerca in Letterature e Scienze della Letteratura e in Scienze linguistiche, filologiche e letterarie. Si occupa soprattutto di ricezione dell’antico, estetica del romanzo, critica tematica nella letteratura e nel cinema. È redattore della rivista “Carmilla online” e collabora con altre riviste. Fra le sue monografie: L’ombra corsara di Menippo. La linea culturale menippea, fra letteratura e cinema, da Pasolini a Arbasino e Fellini (Le Monnier, 2007); La nave, lo spazio e l’Altro. L’eterotopia della nave nella letteratura e nel cinema (Mimesis, 2016); Lo spazio e il deserto nel cinema di Pasolini. “Edipo re”, “Teorema”, “Porcile”, “Medea”(Mimesis, 2020); La natura ostile. Visioni e prospettive nella narrativa contemporanea (Terracqua, 2023).]

➨ AzioneAtzeni – Discanto Ventitreesimo: Alessandro De Roma

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Azione Atzeni – Discanto XXIII: Alessandro De Roma

  Sul ponte il pastore dice: «Bella notte, ma il mare non mi piace, lo capisco ma non mi piace, si agita troppo per nulla, mi bagna la giacca e me la sala, in fondo stiamo soltanto passandoci sopra, la terra è più sicura. Se non fosse ch’è acqua, lo maledirei». «Non potete maledire l’acqua?». «Non si maledice una madre. L’acqua è madre … l’uomo ha molte madri, acqua, terra, sole, aria… Preferirei stare sotto un olivo, con un bicchiere di vino in mano, ascoltando e raccontando storie con gli amici …».

da Il quinto passo è l’addio di Sergio Atzeni

 

Il primo passo non c’è

di

Alessandro De Roma

Attorno a me si solleva tutto il marcio di un uomo che tenta la fuga da almeno cinque decenni, ovvero da quando ha cominciato a sospettare che non sarebbe rimasto per sempre bambino. Lei ha una proposta di lavoro…altrove… ben pagata. Sue parole. Ma no, io non so nulla, non so dove andrò. Parole mie. Colpa, delirio, agonia. E infine addio. Sono i cinque passi della danza. Il primo non c’è. Nel primo ci si nasce dentro, ci si affonda, in cerca di assestamento e, peggio, molto peggio, alla ricerca di una rivelazione. Il tizio mi guardava stupefatto. Davvero con quel mio tono compito gli avevo messo in mano un curriculum vitae che conteneva lingue straniere a profusione e una laurea con la dignità di stampa su un argomento piuttosto astruso di filosofia. Eppure, mi dicevo pronto ad accettare qualsiasi mansione in quel suo bugigattolo d’albergo di via Sassari. Non avevo nemmeno cambiato quartiere: ero solo passato da una strada derelitta di Stampace alto, in cui abitavo, a una assai più dignitosa di Stampace basso. All’epoca a Cagliari non c’era un ristorante ad ogni angolo e i crocieristi non erano il sangue che scorreva nelle vene della città; non si mangiava il sushi a colazione, non si pagavano maritozzi alla panna cinque euro, o anche sei, in pasticcerie sciccosissime, neppure si sapeva cosa fosse un maritozzo, neppure si sapeva cosa fosse un euro. Si mangiavano papassinos e candelaus, che costavano quel che dovevano costare.Ero un giovane dalla crescita lenta, a metà del mio terzo decennio, e non solo perché la statura non si era mai alzata di molto dall’età infantile, ma anche perché maturavo con una lentezza della quale, pur rendendomi conto, non mi vergognavo. Pensavo fosse un mio diritto. Un risarcimento per il luogo periferico in cui ero cresciuto. Pensavo: la vita mi ha dato questo. Me lo tengo. Pensavo: queste sono le mie possibilità. A ognuno la sua strada, a me questa. C’è tempo, molto tempo, tutto il tempo che voglio. Quante cose farò!

Avevo amato ogni attimo del risveglio che la vita universitaria a Cagliari mi aveva donato. L’uscita dal bozzolo. Ed ora, davanti al tizio che mi chiedeva se per caso non sarebbe stato meglio per me un lavoro più degno da qualche altra parte, più sicuro e appropriato per il mio curriculum – cercava un po’ affranto di far passare un messaggio –, io, con gli occhi, rispondevo: ma certo che sì, certo che mi voglio un po’ di bene. Come avrei potuto gridare – guaire forse soltanto – che non mi voleva comunque nessuno, senza sembrare irrimediabilmente patetico?

Ero arrivato fino a lì già pronto a tutto. Deciso ad abbassare la cresta. Speravo che mi dicesse anche soltanto: va bene, allora vieni qui ogni sera, un’ora o due a grattare via il sudiciume dai bagni, e noi in cambio ti daremo almeno un pasto caldo.

Io non avevo nemmeno l’aria senza scampo e cialtrona di certi personaggi di Atzeni. Non avevo la simpatia, né certamente la fama da sradicaquerce; non avevo all’epoca mai nemmeno fumato una canna e, una volta sola, una sigaretta, figurarsi se avrei mai potuto ritrovarmi sperduto da qualche parte sulla strada per Santa Lucia con una partita di droga e uno che si chiama Elvis e che ha una pistola. No, io ero quello cresciuto nella cameretta di una casa in un paese di collina, leggendo Mann e Anna Maria Ortese. Chi ero, neanche lo sapevo. Intuivo e speravo che il mondo potesse essere più vario di come lo avevo potuto conoscere fino a quel momento, ma non intravedevo in alcun modo una fessura per ficcarmici dentro.

E così mi sono ritrovato a lasciare quell’ennesima opportunità. A gridare – dentro, solo dentro, sì, niente guaiti –  vedrete: troverò chi saprà umiliarmi. Chi saprà almeno umiliarmi. Chi mi vorrà, quanto meno per umiliarmi.

A Londra ne ho pulito di sudiciume! E ne ho pelato di patate! In and out in Paris and London, mi consolavo – e mi esaltavo – leggendo Orwell. Come nella tradizione del più anonimo mozzo. E sì, ho scopato, quanto e come volevo, finalmente, e sputato, e bevuto e ballato. Ma sempre e comunque con misura, perché, in quella cameretta, in qualche modo ci stavo ancora bene e volevo essere più che sicuro di poterci tornare.

Scoprivo di essere rimasuglio di una generazione che ha tentato di cambiare il mondo perché sapeva che fa schifo, ma non sapeva che lo schifo ha costruito in millenni strutture solidissime di resistenza. Ero attrezzato per riconoscere quella struttura, oramai, ma non per sopportarla.

E così, inquieto, non ho fatto che partire e tornare da allora e per sempre, in un’eterna nave che puzza pure di calamari scongelati oltre data di scadenza, fritti in olio di suino rifritto molte volte avanti e indietro sulle mitiche rotte della Anonima Marinara. Sempre quella, sempre la stessa, anche quando cambia nome e colore, anche quando al posto della sala giochi e del cinemino di centonovantesima visione, c’è il cocktail bar. Anche quando, finalmente liberato e compiuto, adulto, salvo, perfino a volte stimato, perfino riconosciuto, su quei traghetti mi ci sarei imbarcato per motivi del tutto soddisfacenti e luminosi, come il turismo nudo e crudo, o meglio, bell’e buono, ché nudo e crudo il turismo non è mai, ma bell’e buono si spera invece lo sia sempre. La mia libera scelta di scoprire il mondo, la si può vedere come la fessura che avevo tanto cercato. Ma appena sali su una di quelle navi inizi comunque il naufragio: dapprima nel delirio, nella colpa, e poi soprattutto – soprattutto – nell’agonia. Il primo passo non c’è mai. E l’addio, non dipende da te.

Quanta superbia invece, e arrogoganza! Credere che solo noi – solo io – che siamo nati su un’isola abbiamo il diritto di scappare e di rimpiangere la vita con tanta disperazione! Mentre la disperazione non si nega a nessuno,  nemmeno a uno di Pescara e perfino a uno di Berlino. Uno di Collegno, non è meno disperato. Di Vimercate, di Monza. Anche se a ciascuno la disperazione parla una lingua diversa. E, a ciascuno, la sua propria lingua: del resto, infatti, nessuno sarebbe davvero disperato, se invece anche altri quella lingua la capissero. Ebbene, non so se ci sarà mai un addio così spettacolare.

Io Atzeni l’avrei potuto incrociare per le strade di Cagliari mentre ero ancora un giovane studente da cameretta, che non si era e mai si sarebbe fatto delle canne, mentre lui già passava sulla terra leggero. Forse davvero l’ho incrociato, qualche volta, in un vicolo del centro o nella mia via Santa Restituta nei primi anni Novanta, chissà. Gli avrei potuto sussurrare all’orecchio: non uscire in mare quel tale giorno. Non andartene così presto. E lui naturalmente non avrebbe potuto fare altro che prendermi per quel che ero: un debosciato che non sapeva nulla della vita.

No, non avrò mai né una strada così luccicante né una fine così spettacolare. E lo so. L’ho accettato. Lo sto ancora accettando. E nemmeno ho imparato mai davvero a nuotare. Nella cameretta non c’è il mare. Io non ho altro che sogni, quando penso al mare, niente onde, niente burrasca, nulla di sensuale, nulla di vero. E mai comunque mi spingerei così al largo.Solo che il mare io, non lo posso maledire. Il rischio mi pare troppo grande.Invece, quel che faccio, a volte, è anelare allo spazio più profondo.

Dalla nuova specifica cameretta nella quale ora mi rinchiudo per scrivere. Tra l’armadio e il comodino. I ricercatori hanno da poco individuato un pianeta, GJ 251 C, simile alla terra, scovato attorno a una stella nana rossa nella costellazione dei gemelli a circa 18,2 anni luce da noi. Lo ha scoperto uno che si chiama Suvrath Mahadevan e che lavora alla Penn University. Lui lo definisce «la nostra migliore opportunità per trovare vita oltre la terra».

Ha una massa quattro volte superiore a quella del nostro pianeta, e si trova nella zona abitabile, la cosiddetta zona goldilocks, cioè a quella distanza dalla sua stella che permette di mantenere acqua allo stato liquido e quindi di permettere la vita; sarebbe a dire che la radiazione della stella madre a quella distanza non è né troppo intensa né troppo debole. Il nome viene dalla fiaba di Riccioli d’oro, la bambina che si intrufola nella tana dei tre orsi ma che riesce poi a venirne fuori perché sceglie sempre l’opzione giusta. Goldilocks, il giusto mezzo, ideale perché ci possa essere vita senza troppo sforzo. Che sarebbe poi come a dire «la cameretta» ideale dell’universo, che sarebbe come a dire che poi, per me, fare un viaggio spropositato, inutilmente avventuroso, fino a quel pianeta remotissimo, significherebbe comunque programmare di rinchiudermi nuovamente fra le quattro mura a cercare la pace.

A ognuno il suo. E, a quanto pare, io morirò di consunzione.

 

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

Si può seguire il PODCAST su:

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Dopo il primo libro

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di Simone Ruggieri

«Ho ricevuto e accolto l’invito di Lorenzo – che ringrazio – certo che avrei partecipato, e con grande piacere, a questa giornata (1), e altrettanto sicuro di non sapere che cosa dire, anzi, che proprio da questa incertezza su cosa dire, e dall’opposta necessità di dover dire qualcosa, sarebbero nati dei pensieri almeno per me stimolanti, forse persino una prima messa a fuoco di un problema, un problema di poetica e della possibile messa in versi di un sentire, o di un non sentire. Non potevo, non volevo non aderire a questa lettura, eppure avvertivo con assoluta chiarezza di non voler leggere nessuna mia poesia oggi pomeriggio, poesiole ormai risalenti a parecchi anni fa e che sono molto felice di aver raccolto in un libro (2), ma che sono lontane, forse non così lontane come penso, ma che comunque attestano una situazione del mio io lirico e, ancora prima, esperienziale e biografico, che sento non mi appartenga, non mi rifletta. Un posizionamento, una prima individuazione (il titolo alternativo della raccolta sarebbe stato Fermo al principio dell’individuazione) allora necessaria, per dialettizzare sé stesso, me stesso, situando un’immagine di durata nello spazio fittizio che è dato dal complesso rapporto, di natura quasi metabolica, fra la vita e la scrittura, intesa, quest’ultima, come sua registrazione, più o meno trasfigurata e a posteriori. Come avrebbe chiosato qualcuno, una giovinezza inventata che diventa verità nella vecchiaia, o comunque in una età successiva rispetto a quella in cui la si è inventata, questa giovinezza; e a questo punto qualcun altro, altrettanto saggio, avrebbe potuto rispondere che non sempre giovinezza è verità e che un’altra giovinezza giunge con gli anni e che i fogli bianchi che si tengono in mano è bene, spesso, strapparli. La vita, dicevo, che si vive in avanti e si capisce all’indietro, ma che ha bisogno di un suo cogito, di un suo nucleo di durata, da cui possano partire dei vettori temporali reversibili; un principio d’individuazione, appunto, nel mio caso, per così dire, sub specie amoris o sub specie disamoris, che si è configurato in questi anni quasi alla stregua dello spazio d’ombra lasciato nella coscienza da un ineludibile e cruento rito di passaggio. Un rito di passaggio del quale ora, a rileggerne, specie in pubblico, le tappe, avvertirei quasi un sentimento di noia e fastidio, in parte, persino, di vergogna. E non, mi illudo di credere, per riesumare in me, in maniera più o meno compiaciuta, il vecchio, novecentesco cliché della vergogna della poesia, ma per la vergogna dell’ingenuità psicologica che era a monte e alla scaturigine di essa. Della mia poesia, intendo. Per aver creduto, mi spiego meglio, come peraltro più volte ho confessato innanzitutto a Lorenzo, e non solo a lui, che le parole della poesia, di una certa poesia, mettiamo, per metonimia, le parole di Petrarca (che di sé medesimo appunto, con sé stesso, si vergognava), servissero realmente, a-storicisticamente (avrei appreso più tardi l’adagio del critico Jameson: ‹‹storicizzare sempre››, anche noi stessi – aggiungo io), non tanto per mettere in forma – sin qui, tutto sommato, sarebbe andato anche bene – quanto per spiegare, innanzitutto a me stesso, questioni come l’abbandono, il desiderio, l’innamoramento, l’amore, lo sradicamento, la frustrazione. La costruzione di un’identità. Se esiste, come credo esista, una libido vocativa e una sapienza che proviene eminentemente dalla forma, vorrei che da qui in avanti questa libido vocativa e questa sapienza formale cominciassero a transitare per altre vie, a servirsi di altre parole, a passare per altri temi e per altre immagini. Del resto, in una delle epigrafi che avevo posto ad esergo a Gli occhi di mattina compariva un distico da un sonetto di Vittorio Alfieri che suona: ‹‹io d’altro tema in ver vorria far versi, | che non di pianto e d’amorosi lai››. La scelta della citazione era un poco ironica, ma non del tutto. Io davvero avrei voluto, vorrei scrivere d’altro, anche se forse non si scrive di quello che si vuole, ma solo di quello che si può. Di quello che ci tocca in sorte. Le radici profonde della letteratura non finzionale, ci si potrebbe chiedere? E poi la questione, la situazione cui già accennavo prima, del posizionamento di chi dice ‹‹io›› nei testi, in quei testi. Per mancanza di letture, forse, magari anche per ragioni più profonde, io credevo che l’unica poesia possibile da me praticabile fosse la lirica, con un ‹‹io››, come dire, ammaccato ma comunque ancora unito, ancora funzionante quale principio ordinatore, gerarchizzante dei, nei testi, presi singolarmente, e poi anche sul loro piano macro-strutturale. Un ‹‹io›› che, fra l’estate e l’autunno del 2020, dopo l’arrivo della pandemia in Europa, il primo lockdown e la fine, annunciata eppure prematura, di una relazione in cui credeva, aveva sentito la necessità di dare una forma, appunto retrospettiva, ellittica, alla propria vita fino a quel momento vissuta, perseguendo, non del tutto inconsapevolmente, la più generosa e, mi si passi l’ossimoro, la più fallimentare della illusioni umanistiche, quella cioè di tentare una costruzione morale del proprio sé attraverso le tappe di un’educazione sentimentale e, insieme, inscindibilmente insieme, intellettuale. Che si potrebbe anche riformulare così: scrivere per diventare ciò che si era. Ognuno, del resto, incomincia a profetizzare – e a questo punto, se non fossi così recalcitrante agli iconismi, dovrei mimare le virgolette – dal proprio piccolo, irrisorio libro personale: quella è la fessura, la sola ferita di possibilità attraverso cui è possibile entrare in contatto con noi stessi. Ma il mondo? Il mondo esiste. Ed oggi, tanto più che ieri, quest’esistenza, spesso orribile ed orrorifica del mondo, si pone, mi si pone di fronte come una presenza, un interrogativo ineludibile, improcrastinabile e che dovrebbe trovare accoglimento anche sulla pagina scritta. Ma io, al momento, non lo so come farcelo entrare il mondo nei miei testi. Però sento che dovrebbe assolutamente entrarci, anche e contrario, per viam negationis, anche cioè a costo di ridurmi al silenzio. Fra il 2012, l’anno a cui risalgono i primi testi del libro, e il 2020, l’anno degli ultimi, non mi ero posto se non marginalmente questo problema. Piuttosto, proprio la sostanziale, radicale e in parte inconsapevole esclusione del mondo da quei testi credo mi abbia consentito di mettere insieme un libro, ma, ancora prima, cosa ben più importante, di iniziare a trovare una voce, la mia voce. Mi sta tornando in mente, mentre prendo questi appunti, il fin troppo noto verso di Fortini secondo cui nulla è sicuro ma è doveroso comunque scrivere. Ecco, io non sono affatto certo di questo, mi sembra anzi un assunto che sa troppo di Novecento – e non poteva che essere così, del resto. Dopo il primo libro, fino ad oggi, ho scritto soltanto sei poesie, due per le mie due nonne venute a mancare, la terza per un maestro che avrei desiderato avere e che invece ho appena conosciuto, e le ultime tre per un geco che si era intrufolato nel bagno della mia vecchia casa universitaria. Sei testi d’occasione, in sostanza (anche se forse, ma la questione sarebbe lunga, ogni poesia è d’occasione). Ecco, se dovessi pensare a un tipo di poesia da praticare negli anni a venire, penserei a una poesia di questo tipo, ma resterebbe aperto il problema del mondo (quello che, volgarmente, si definirebbe con la ”M” maiuscola). Forse non aveva del tutto torto Hofmannsthal nel far dire a un personaggio del suo Uomo difficile che tutto quello che si esprime è indecente. Io aggiungerei soltanto che quello che, ora, sento indecente, forse, è più che altro il ricorso alle illecebre della forma, all’espressione di un contenuto, di una serie di contenuti tramite gli istituti, gli strumenti e i livelli della retorica. A tratti penso cioè che a essere indecente sia solo la poesia, la mia poesia, è bene precisare, perché la poesia degli altri non mi sortisce in genere questo effetto, questa stanca repulsione. La mia, ora, un poco sì, e in parte credo sia abbastanza normale, canonico, forse addirittura salutare –  spero che Danilo (3) dimentichi quanto finora detto, nel caso in cui, fra un po’ di anni, mi presentassi da lui, mettiamo con un poemetto sui gechi o un inno eziologico, alla maniera degli illuministi, sulla birra. No, battute a parte, in questo imbarazzo, ma anche in questa assoluta libertà dal dover scrivere, dal dover cercare di scrivere (libertà che forse maschera una pigrizia: quella di dovermi dotare di nuovi strumenti formali, mettiamo di dover allungare, cominciare a scrivere ”male” – nel senso prosodico – i miei versi, allungarli, accidentarli, slabbrarli, badare meno al ritmo, emanciparmi da una certa memoria, che ora sento un po’ come una tara, endecasillabica), risiede forse il mio scacco – anche questo abbastanza di prassi, anche questo quasi un cliché – dopo il primo libro. Ma forse, ben diversamente anzi quasi all’opposto rispetto al Lord Chandos alter ego dell’Hofmannsthal appena richiamato, in questo mio sentire, o non sentire, magari si annida solamente una debolezza del ragionare, una pigrizia, appunto, un certo gusto, quando non un vero e proprio compiacimento per la rinuncia, o ancora, se si vuole, il polo negativo di tensione di una volontà ingrigita. Perché forse, smascherando le proprie finzioni o illusioni che siano state, non si finisce che per rinunciare alle proprie energie e quasi a sé stesso. È solo che, lungi dal concepire l’idea di una pratica di scrittura, anche in versi, come dire, feriale, dopo-lavoratoriale – ed arrivato per me il tempo weberianamente detto del lavoro – non riesco a convincermi che la scrittura, anche quella in versi, sia – parola ormai desueta – il mio destino, non riesco cioè a credere che in essa, e nel suo esercizio, io possa realmente incontrare una forma più compiuta del mio rapporto con il mondo. Ma, e mi contraddico subito (il solo modo in cui ho imparato un poco a pensare è quello dialettico), probabilmente, non è niente più che una vecchia idea, quella secondo la quale il proprio destino possa essere trovato solamente sulle rovine di tutto ciò che è stata la nostra prima ragion d’essere. E mettiamo pure il caso che queste considerazioni non siano che il frutto di un esercizio della coscienza, si presentino cioè come un sintomo di sradicamento, la snervatura di un’immaginazione atrofizzata e proiettata, in maniera più o meno compensativa, sul testo che ho appena finito di leggere, è comunque questa la mia situazione, come dire, spirituale, dopo il primo libro. Il grado zero di una poetica ancora a venire e che forse mai verrà. Ed è esattamente di questo che oggi volevo parlare.»

 

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1. Ho letto questo testo nel corso di una lettura a più voci curata da Lorenzo Fava il 17 novembre del 2025 a Macerata. Esso conserva quindi i tratti della sua destinazione originaria: un testo scritto per essere detto ad alta voce.

2. Il mio primo libro: Gli occhi di mattina, Arcipelago Itaca Edizioni 2022.

3. Danilo Mandolini di Arcipelago Itaca, anche lui era presente alla lettura del 17 novembre.

 

 

 

Abitare il conflitto

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di Nicolò Vinetti, Lorenzo Tombesi, Erica Nava (poEM)

Le riflessioni qui raccolte sono state in parte ospitate nel numero 230 della rivista Engramma, Γάζα διηρπασμένη. Storia naturale della distruzione, dedicato alle immagini in conflitto ai tempi di Gaza. Pubblicate come appendice del reportage di Gabriele Vacis, Amleto a Gerusalemme. Gli angeli sopra la città, sono qui riportate integralmente.

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Nonviolenza e privilegio di Nicolò Vinetti

All’inizio di Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni, un gruppo di studenti prende parte a un acceso dibattito sulle strategie da adottare per rispondere all’oppressione della polizia e alla violenza delle istituzioni. La scena stabilisce da subito il clima di contestazione giovanile tipico della fine degli anni Sessanta e introduce temi come la ribellione, l’alienazione e lo scontro generazionale. «C’è un solo modo di parlare con loro ed è nella loro stessa lingua. Se parlano con le armi, rispondi con le armi» dice uno degli studenti, manifestando senza filtri la rabbia e l’urgenza che animano l’assemblea.

Dinamiche di conflitto e di mobilitazione come quelle descritte da Antonioni si sono ripresentate in diversi momenti della storia e, ogni volta, a emergere è l’idea espressa dal giovane studente: rispondere alla violenza con altra violenza. All’interno di questa cornice, il termine “violenza” è intrinsecamente controverso e la sua definizione necessita di una riflessione attenta, poiché non è affatto scontato sapere con precisione cosa intendiamo quando lo utilizziamo. Per chiarire questo punto, riporto un estratto da un testo di Judith Butler che ritengo particolarmente emblematico:

Talvolta […] gli stati e le istituzioni pubbliche definiscono “violente” molte espressioni di dissenso politico, o di opposizione a questa o quella autorità statale o istituzionale. Dimostrazioni pubbliche, occupazioni, assembramenti, boicottaggi, scioperi: sono tutte forme di dissenso suscettibili di essere definite “violente”, anche quando non ricorrono affatto allo scontro fisico […]. Quando gli stati o le istituzioni compiono questa operazione, tentano di rinominare pratiche nonviolente come violente, conducendo una battaglia politica a livello di semantica pubblica. Se una manifestazione a sostegno della libertà di espressione – che esercita dunque quella stessa libertà per cui si batte – viene definita “violenta”, ciò può accadere solo perché questo abuso del linguaggio da parte del potere mira ad assicurare il proprio monopolio sulla violenza, screditando chi si oppone a esso, o giustificando il ricorso alle forze di polizia, all’esercito o alla sicurezza pubblica contro coloro che invece cercano di esercitare e di difendere in tal modo quella libertà.[1]

Nel momento in cui si cerca di comprendere che cosa sia la violenza, è evidente che non ci si muove unicamente sul piano teoretico, ma si sconfina per forza in quello politico. Un discorso sulla violenza articolato con il dovuto rigore richiede metodi e strumenti in grado di sottrarsi alla logica binaria di chi si schiera semplicemente “pro” o “contro” la questione. Tuttavia, ciò che qui mi interessa non è tanto il dibattito sulla violenza in sé, quanto la retorica che si sviluppa attorno al tema della nonviolenza. Beninteso, quest’ultima si è rivelata efficace in molte occasioni, come nella lotta per i diritti civili negli Stati Uniti guidata da Martin Luther King, nel movimento indipendentista indiano con Gandhi o nelle rivoluzioni pacifiche dell’Europa centrale negli anni Ottanta. Se tali esperienze contribuiscono a spiegare la legittimazione storica della nonviolenza e la sua valutazione tutto sommato positiva, la violenza è invece spesso letta come il segno di un fallimento dei processi di mediazione e di trasformazione sociale e, pertanto, viene interpretata quasi esclusivamente in chiave negativa. Indagando un aspetto problematico e poco esplorato della nonviolenza, intendo ampliare questo quadro. Va da sé che non ne consegue automaticamente una piena adesione alla violenza – pur essendo presente, il nesso tra le due dimensioni non è immediato.

Che la violenza sia indice di un fallimento lo mostra con chiarezza Hannah Arendt in On violence.[2] Nella sua riflessione, potere e violenza non si sovrappongono, anzi, di solito si collocano agli antipodi, dato che il potere dipende dal consenso e si manifesta laddove le persone parlano e agiscono insieme nello spazio pubblico. La violenza – all’opposto – compare quando il potere si deteriora, quando le istituzioni sono deboli, quando il consenso si è sfaldato e la partecipazione alla vita collettiva è venuta meno. In tal senso, la violenza determina non già un rafforzamento della politica, bensì una crisi delle strutture che la sorreggono.

Nel testo citato, Judith Butler integra la prospettiva di Arendt ribadendo che, sì, la violenza denota la fine della politica, ma proprio per questo si presenta come una risposta obbligata. La nonviolenza sarebbe allora un privilegio esercitabile solamente a patto che le strutture fondamentali della politica reggano. Butler parte dall’assunto secondo cui tutte le persone sono vulnerabili, sebbene in misura differente. Ora, la nonviolenza non è una norma rigida né un principio astratto, ma un modo di relazionarsi alla vulnerabilità altrui. Affinché questa interdipendenza acquisisca valore politico, occorre un contesto che la riconosca; chi vive in condizioni di invisibilità o di disumanizzazione ne è privo e può risultare impossibilitato a praticare la nonviolenza in maniera efficace.

Muovendo dalle considerazioni di Butler, è possibile tracciare una fenomenologia della nonviolenza che metta in luce ciò che di essa normalmente non viene visto. Anzitutto, l’esercizio della nonviolenza presuppone risorse che non sono equamente distribuite, come una stabilità di base, il tempo e una rete di supporto. Chi è esposto a violenza sistemica, infatti, potrebbe non avere lo spazio materiale o psicologico necessario per impiegare tattiche nonviolente. Inoltre, la nonviolenza è per lo più lenta, perché prevede negoziazioni, pressione graduale e costruzione di consenso. Gli individui che vivono in situazioni di oppressione immediata non sempre possono permettersi il “lusso della lentezza”. A ciò si aggiunge che le azioni nonviolente funzionano meglio quando sono accompagnate da visibilità e sostegno. Per produrre effetti tangibili, la nonviolenza deve essere interpretata e presa sul serio da istituzioni, media e sfera pubblica. Nei regimi autoritari o in ambienti strutturalmente discriminatori – proprio quelli in cui la violenza è più diffusa e la resistenza più indispensabile – le pratiche nonviolente tendono a essere ignorate e represse. I gruppi già ritenuti legittimi oppure degni di ascolto possono farvi ricorso con maggiore presa, mentre chi è marginalizzato o socialmente stigmatizzato difficilmente ottiene lo stesso riconoscimento.

La nonviolenza richiede poi una controparte suscettibile di persuasione e sensibile alla propria reputazione, in quanto diventa operativa solo laddove esistano una qualche forma di opinione pubblica e uno spazio, anche minimo, di contrattazione. In alcune circostanze – dalla dominazione coloniale alle dittature, fino alle diverse forme di violenza sistemica – questi requisiti sono assenti. Proclamare la nonviolenza come unico metodo può risultare inadeguato rispetto alle strutture effettive del potere. Lo si constata pure in contesti democratici, quando figure politiche o istituzionali si sentono autorizzate a delegittimare pubblicamente gruppi sociali, movimenti o studenti, ricorrendo a un linguaggio apertamente denigratorio senza subire conseguenze rilevanti. In simili scenari, non sorprende che l’appello alla nonviolenza perda gran parte della propria capacità di incidere, lasciando il campo a strategie più dirette.

In genere, la nonviolenza è considerata eticamente “pura”. Questa apparente purezza può però trasformarsi in un moralismo di classe o di posizione, costringendo chi subisce violenza a rimanere “virtuoso”. In altre parole, la nonviolenza funziona efficacemente se le condizioni materiali e sociali consentono di attuarla, altrimenti rischia di ridursi a un ideale etico imposto dall’alto, incapace di proteggere coloro che sono realmente esposti alla violenza.

La tesi di Arendt è che la violenza, invece di liberare o generare cittadinanza, rovescia e niente più. Eppure, autori come Frantz Fanon – nonché alcuni movimenti contemporanei legati alla critica postcoloniale – sottolineano che la celebrazione della nonviolenza nelle società colonizzatrici è stata possibile soltanto dopo lunghi periodi di violenza strutturale.[3] In situazioni in cui il potere è impermeabile alla pressione sociale, la retorica del “cambiamento pacifico” può prestarsi a strumentalizzazioni, legittimando lo status quo anziché scardinarlo. La nonviolenza rappresenta pertanto un vero e proprio privilegio storico tipico delle società che hanno costruito il loro potere istituzionale mediante la forza. Sostenere che la nonviolenza costituisce una forma di privilegio non significa però ammetterne l’inutilità o l’inadeguatezza; significa piuttosto constatare che non tutte le persone possono adottarla nelle stesse condizioni. Assemblee e proteste pacifiche producono indubbiamente nuovi modi di essere-corpo e nuove forme di potere. Tuttavia, occupare lo spazio pubblico senza essere annientati è un privilegio non accessibile a chiunque. Pretendere la nonviolenza da chi è costantemente attaccato o da chi è privo di visibilità sociale equivale a imporre una specie di normatività dispotica, perpetrando una violenza simbolica mascherata da etica universale.

Dal riconoscimento della nonviolenza in quanto privilegio non discende alcuna giustificazione della violenza. Ne discende, semmai, la possibilità di interpretare l’intera questione superando la logica dicotomica del “pro” e del “contro”. Sia chiaro, anche riflettere su questi problemi è già di per sé un privilegio: chi non può permetterselo reagisce e basta. Continuare a interrogare il proprio posizionamento, evitando di sostituirsi a chi il privilegio non ce l’ha, resta probabilmente l’approccio più critico, l’unico se si vuole davvero fare qualcosa. Un esempio ce lo offre di nuovo Antonioni. Alla fine del film, Daria – la protagonista – immagina così intensamente una serie di esplosioni da renderle quasi reali. Si tratta di una proiezione mentale che condensa in sé sia il rifiuto sia il desiderio di distruzione di un sistema oppressivo. A essere colpiti, infatti, non sono corpi, ma luoghi vuoti, segni della struttura stessa che si intende ribaltare. Per chi ha ancora il lusso dell’immaginazione, queste esplosioni aprono uno spazio sospeso tra riflessione ed esperienza concreta, uno spazio di possibilità che – per quanto scomodo – varrebbe forse la pena di abitare. Boom!

 

 Gli eroi son tutti giovani e belli di Erica Nava

I miei amici sono avanti. Manifestano per i diritti civili, contro la violenza di genere, il genocidio, e poi scrivono, fanno spettacoli che parlano di lotte politiche, organizzano incontri e attività perché si parli del mondo che i ventenni vorrebbero. Ero a pranzo con loro e si è sollevata la questione della parità di genere. Non appena abbiamo iniziato a parlarne: «non è vero, non succede così», «io non faccio queste cose». Lo so, amico mio, lo so che tu non sei di quelli che fanno queste cose. So anche che a volte le fai, e non te ne accorgi. So che le vedi fare ai tuoi amici, e magari te ne accorgi, ma poi non dici niente. Non posso rinunciare al chiedermi: perché ti arrabbi così tanto, tu che sei così sensibile?

Ci sono questioni su cui dovremmo essere tutti d’accordo! Altrimenti a manifestare ci andiamo solo per noi stessi. Perché gli eroi son tutti giovani e belli, e vogliamo far vedere al mondo come siamo bravi a stare dalla parte giusta della storia, appesi sulle statue oppure sotto i manganelli. È facile lottare per una causa che non ci mette in discussione. Non a noi in primo piano.

Intersezionalità. Un concetto coniato dalla giurista statunitense Kimberlé Crenshaw. Se scrivo “intersezionalità” il computer non riconosce la parola e la sottolinea in rosso, come se fosse un errore. Mi propone di sostituirla con “internazionalità”. Eppure il termine è stato coniato nel 1989, trentasei anni fa. È un concetto che dovrebbe essere di dominio comune, che si dovrebbe imparare a scuola, ma a quella dell’obbligo, non all’università, in qualche corso di sociologia che poche persone scelgono di frequentare e spesso per caso. L’intersezionalità descrive come le varie identità sociali (genere, classe, orientamento sessuale ecc.) si sovrappongono e si intersecano creando esperienze uniche di privilegio, discriminazione e oppressione. Cioè: essere donna è diverso da essere uomo; essere donna povera è diverso da essere donna ricca; ma anche essere donna ricca eterosessuale è diverso da essere donna ricca lesbica, e così via, intrecciando tutte le possibilità correlate alle rispettive varianti di privilegio e discriminazione che ne conseguono. Internazionalità significa che se lotto per i miei diritti lotto anche per i tuoi: è impossibile disgiungere gli anelli delle lotte se vogliamo che le cose cambino. E questo per noi nati (e quasi nati) nel XXI secolo è una buona notizia. Quante cause abbiamo per cui lottare… Il vantaggio è non dover scegliere.

Oggi scendiamo in piazza per Gaza, contro il genocidio. Nel 2023 invece per Giulia Cecchettin urlavamo bruciamo tutto, contro la violenza di genere. Nel 2018 There is no Planet B, le lotte per l’ambiente con Fridays for Future. Il canto di queste necessità – legittime – è però un fenomeno temporaneo. Cantiamo, ci troviamo nelle piazze, e poi ci dimentichiamo, in attesa della prossima causa per cui sentirci difensori della giustizia. E allora mi chiedo: della causa quanto ci importa?

Le manifestazioni hanno salvato tante vite. Tante, ma le nostre. Siamo solo noi ad esserci salvati, andando a manifestare. I nostri corpi ad aver trovato un senso, la nostra solitudine ad essere stata spezzata. La ragione principale ad aver mosso i nostri corpi morti dai divani siamo noi, noi stessi. Questo spiega bene perché una pace falsa sia bastata per fermarci: quello di cui avevamo bisogno lo abbiamo avuto. Qualcuno che ci vedesse, che ci riconoscesse, che dicesse «ma che bravi che sono», e poi avere dei nemici diversi da quelli che abbiamo nella testa occidentale e ben nutrita. Abbiamo avuto la sensazione di poter dire la nostra.

Forse, e scrivo forse, nei manganelli ci speriamo. Per sentirci vivi. Per sentirci salvi. Per sentirci eroi giovani e belli che possono tutto. Così quando la causa ci chiederà di metterci in discussione, come per esempio quel sabato a pranzo, allora avremo la risposta pronta: non lo vedi cosa faccio, io? Sto dalla parte giusta della storia.

Come si fa a non ripartire da capo ogni volta? Dove si raccoglie l’entusiasmo, l’energia vitale che avere qualcosa per cui lottare accende nei cittadini, nei tanto nominati giovani? Ed è una domanda già valida per le manifestazioni contro il genocidio. Come salviamo questa necessità di dire la nostra e di cantare insieme prima che ce ne dimentichiamo, prima che diventi una nuova ondata per la prossima causa? Quali sono gli spazi, i luoghi, le istituzioni preposte a dare struttura a questa spinta?

Nel V secolo a.C., quando Eschilo scriveva Prometeo incatenato, la Grecia stava vivendo un periodo di straordinario sviluppo democratico, la Democrazia di Pericle, ma anche di crescenti tensioni e conflitti che culmineranno nelle Guerre Persiane e del Peloponneso. A Teatro si discuteva di quanto accadeva alla città, costruendo un connubio tra cultura e politica che vedeva le risposte alle domande dell’una nell’altra. Alleanza che oggi, nella maggior parte dei casi – fenomeno delle manifestazioni incluso – manca. Se non è la politica a garantire lo spazio e il tempo per le risposte, allora deve farlo la cultura.

È necessario trovare una risposta ed è necessario trovarla ora, insieme. È necessario scendere a compromessi per dare alle piazze una voce che non venga cancellata dal tempo. È necessario che chi non conosce studi, che chi ha studiato racconti, e che chi parla sempre ascolti, così da interessarci alla causa almeno tanto quanto ci interessa di noi stessi.

The grapes of wrath di Lorenzo Tombesi

I nomi sono l’unica cosa che abbiamo. I miei denti strappati e consegnati nelle mani di mia madre non sono niente, sassi – ma mi identificano, e se sarà abbastanza fortunata, un medico gentile le darà la notizia, le dirà: «sì, è lui» e poi il mio nome, che ha scelto lei. Le tornerà in mente la prima notte, trascorsa nelle grida e nel dolore, la nostra prima notte insieme di quando sono nato. E poi i primi passi, il primo compleanno e il grembiule a scacchettini bianchi e azzurri, Marta, la fidanzatina dell’asilo, la bicicletta rossa e nera con le rotelle e mio padre che mi spingeva e poi via le rotelle, quella volta che dalla bicicletta sono caduto e mi sono lussato una spalla, il primo quattro in matematica e la paura scema sul mio volto che non ce l’avrei fatta, e tutto quello che non hai visto con gli occhi ma di cui sei stata testimone nascosto come la prima sigaretta, la prima sega, il primo amore e il primo pianto per la morte di qualcuno… Tutto questo sta nel nome e nei milioni di nomi di tutti. Prima di finire negli elenchi, sulle lapidi celebrative, prima che un prete li nomini uno per uno. Sono vite intere, tempo raccolto tra le righe delle mani, dentro ai nei, nelle immagini specchiate negli occhi di chi ci è caro. È vita persa, moltiplicata per centinaia di migliaia di volte… Questa terra è piena di vita buttata, e non seminata… Io mi chiamo Gabriele Valchera, ho ventitré anni, sono del ’99, la maggior parte di noi è del ’99, come la generazione persa nel primo conflitto mondiale. Nel cimitero della mia città ci sono le lapidi dei caduti. Non c’è la data di nascita, ma solo la data di morte, come se non fossero mai nati, mai vissuti. Come se fossero soltanto morti. Io mi chiamo Gabriele, ho ventitré anni e sono vivo.

La Russia ha invaso l’Ucraina il 24 febbraio 2022. Il nostro Sette a Tebe, un terribile amore per la guerra – con la regia di Gabriele Vacis – ha debuttato ad ottobre 2023 al Teatro Olimpico di Vicenza. Erano passati un anno e sette mesi. Quando lo spettacolo è andato in scena non aveva il finale che ha adesso. Gabriele Valchera, uno degli attori di PoEM, diceva il testo che avevo scritto e che avete letto sopra, lo spettacolo finiva così. Poi ha cominciato a fare altre repliche in giro per l’Italia. È arrivato il 7 ottobre 2023 e tutto quello che ne è seguito. Nel dicembre di quell’anno, mentre andavamo in scena al Teatro Stabile di Torino, abbiamo scoperto una cosa. Il pubblico ha realizzato qualcosa che noi avevamo solo intuito: la chiamata alle armi o, meglio, una dichiarazione di appartenenza. Una presa di posizione. Dopo il testo di Gabriele, tra il pubblico, qualcuno si alza e: mi chiamo Manuela, ho trentacinque anni e sono viva. Mi chiamo Roberto, ho cinquantasei anni e sono vivo. Mi chiamo Federico, ho sette anni e sono vivo. Abbiamo capito che quello che accadeva sulla scena per un’ora e un quarto serviva ad arrivare lì. Lo spettacolo riesce davvero quando il pubblico si alza, prende parte, senza che glielo si chieda. Non mi era mai capitato di osservare o di partecipare a qualcosa di simile. In chiesa, da bambino, mi alzavo e mi sedevo perché con la coda dell’occhio seguivo i movimenti di mia nonna. Stavolta c’era nell’aria qualcosa, qualcosa come il concretizzarsi di un sentimento. L’indignazione, la rabbia, la paura e pure l’entusiasmo si sintetizzavano nei corpi. Poi, attraverso lo spettacolo, in qualche maniera mi sono abituato, quel sentimento si è sublimato nella scena, ma a un certo punto è successo di nuovo: settembre 2025, in Piazza Castello a Torino. Si è ripetuto più di una volta in quel mese, anche ad ottobre, per strada e nelle scuole. Allora, adesso, all’inizio dello spettacolo dico questo:

Ho appena visto La voce di Hind Rajab. Il film con la voce vera della bambina che aspetta i soccorsi nella striscia di Gaza e i soccorsi non possono arrivare. Sono uscito dal cinema con gli organi spostati. La sera successiva abbiamo manifestato. Stasera lo stesso. Passa il tempo, ma l’ordine interno dei miei organi non si ristabilisce. Perché? «Era la vergogna che ci sommergeva ogni volta che ci toccava assistere o sottostare ad un oltraggio. Quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altri, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono». Alle manifestazioni ho incontrato amici che non vedevo da tempo perché “il lavoro”, “l’università”. Ho visto ragazzi piangere perché voltandosi si sono resi conto di non essere soli. Ci avete tenuti a bada con la vostra televisione, con le vostre merendine, con il mito della sicurezza, ma non è più possibile. La solitudine a cui sembravamo condannati non è reale: la campana di vetro si è incrinata. Noi, la mia generazione e quella che segue, abbiamo una grande occasione: smantellare un sistema economico e politico che non è più sostenibile. Grandi! fate largo: siamo gli ingenui, i facinorosi. Siamo i bambini che gridano «il re è nudo». Che è finito il tempo di “re” e “regine”. Non c’è ruolo che regga. Non c’è istituzione che regga: scuole, parlamenti, tribunali, caserme, sono parole che non significano più niente. I tempi che abitiamo sono straordinari, bisogna penetrare lo squarcio. Accelerare il fallimento. Forzare il collasso. Occupare. Bloccare tutto. Come? Abbiamo detto «no» alla violenza dei potenti, perché noi non ne siamo capaci. Ma non possiamo più stare ad aspettare un qualche “piano di pace” o il martirio. Che cosa ce ne facciamo di un posto in paradiso?

Non me ne intendo di geopolitica, sono un attore. Ho partecipato e partecipo alle manifestazioni come cittadino, come essere umano. Stando in mezzo ai giovanissimi (più giovani di me che ho ventisei anni) che popolano le piazze, organizzano i presidi e occupano le scuole, ho ritrovato qualcosa anch’io. Qualcosa come la scarica che certi inseguono artificialmente e violentemente con una dose o che altri percepiscono tagliandosi l’avambraccio con una lametta. È qualcosa che crea dipendenza. Qualcosa che crescendo ho dimenticato, ma assomiglia molto al pianto e alla gioia dopo una caduta pazzesca dalla bicicletta che, sì, ti sbucciava le ginocchia o ti lussava una spalla, ma che godimento! Qualcosa che poi si può raccontare. Forse è solamente endorfina, adrenalina. O forse no.

Parlando con un amico scrittore che ha abitato a Bologna negli anni ’70, dice che non è così male che questa forza – per quanto genuina – scemi, perché se cresce «va a finire che poi qualcuno spara». Allora come si fa? Si può impedire il sangue e mantenere in vita il dissenso? Questa cosa che per un brevissimo momento ci ha aperto gli occhi va alimentata in qualche modo, indirizzata, ma come?

Torniamo alla tragedia. Il coro delle donne in Sette a Tebe fa da specchio a quello che accade fuori dalle mura. Sentiamo l’esercito nemico che batte alle porte quando e perché una donna sussulta. Non vediamo i cavalli, le armi, il sangue: è tutto riflesso negli occhi, nel corpo, nelle parole del coro. E mentre i maschi giocano a fare la guerra, le donne nei bunker propongono un’alternativa: raccontano, cantano, pregano. Si affidano alla poesia:

Sono un animale ferito. Ero nato per la caverna e per la fionda, per il cielo intenso e il piacere definitivo del lampo: e mi fu data una culla morbida ed una stanza calda. […] Ero nato per vivere: e m’avete maturato nella morte autorizzata dalla legge, nell’orgoglio delle macchine, nell’orrore del tempo imprigionato. Ma resterò. Resterò a rincorrere la vostra perfezione di selvaggi organizzati nelle palestre, educati nelle caserme, ammaestrati nelle scuole: per la morte veloce delle bombe, per la morte lenta degli orologi delle seggiole dei telefoni. Ma sappiate che io non so nuotare: e il coltello dell’odio e dell’amore l’ho sepolto nel mare.[4]

Si affidano al mito e all’immaginazione:

Immagino come sarebbe se i miei amici organizzassero una protesta pubblica ogni volta che un partner, un amico o uno sconosciuto morisse di Aids. Mi immagino come sarebbe se ogni volta che un amico, un partner o uno sconosciuto morisse di questa malattia i suoi amici, partner o vicini caricassero il cadavere in auto e lo portassero a tutta velocità a washington d.c. e sfondassero i cancelli della casa bianca e sgommando davanti all’ingresso scaricassero questi corpi senza vita sui gradini. Sarebbe un sollievo vedere questi amici, partner, vicini e sconosciuti lasciare un segno così pubblicamente netto nel tempo e nello spazio e nella storia.[5]

Ho osservato un’evoluzione nelle manifestazioni di piazza. È cambiata la musica, all’inizio si alternavano due o tre canzoni, sempre le stesse, adesso la lista si è infoltita. I manifesti si sono sviluppati, ce ne sono sempre di più e di più originali. Si balla, si canta di più. Le forme d’arte della protesta e nella protesta si sviluppano. Ma questo non basta a tranquillizzare l’amico scrittore, l’arte è una possibilità che non cancella l’eventualità che ricompaiano le P38. E l’arte, in questo caso, è un privilegio se si pensa a chi – a Gaza, in Sudan o in Ucraina – muore sotto le bombe. Allora bisogna imparare a stare in equilibrio e percorrere il crinale, la faglia che Israele, Trump e gli imperatori del mondo hanno aperto permettendoci di guardare in faccia e più che mai da vicino, se si pensa a come si usufruiva dei reportage di guerra anche soltanto fino a vent’anni fa senza Instagram e TikTok, «l’orrore, l’orrore» e le sue immagini.

Emily Dickinson ha scritto che «la pace si impara dai racconti di battaglia», perché è dentro la guerra che troviamo il vaccino alla guerra. Perché il dissenso di Rosa Parks è stato potente, generativo e violento. Perché Stonewall non è cominciato con un mazzo di fiori, ma con Sylvia Rivera e una bottiglia di vetro lanciata contro un poliziotto. Allora c’è bisogno di distinguere violenza da violenza, perché quattro fogli buttati per terra e due tavoli rovesciati all’interno della sede di un giornale non è «violenza squadrista», è qualcos’altro. Francesca Albanese che condanna l’azione – condannando allo stesso tempo pure chi, invece di fare giornalismo, fa propaganda – va difesa, non lasciata sola perché sta dicendo «c’è violenza e violenza». Perché c’è un tempo per gli schiaffi e un tempo per le carezze. Perché il cliente non ha sempre ragione, non ce l’hanno gli assistenti sociali, eppure devono poter svolgere il loro lavoro. Perché non si può e non si deve dire tutto quello che si vuole, perché c’è il vero e c’è il falso ed è il momento di dirlo. Perché no, un terrapiattista non può dire quello che vuole. Perché non può e non ci deve essere sempre una controparte, un contraddittorio: quelle di Charlie Kirk non erano opinioni, erano stronzate. Perché la violenza partigiana non era violenza squadrista, era qualcos’altro. Perché nel mondo organizzato in tutele, spazi sicuri, leggi per la prevenzione, privacy e bilanci trasparenti, per scoprire di essere vivi bisogna che il rischio ci passi un po’ più da vicino. Perché io non voglio uccidere un uomo, ma se mai sarò Tom Joad, voi dovrete essere mia madre:

– Senti, mamma, io non sapevo quello che facevo; davvero, sai, non avevo la minima intenzione di fare quello che ho fatto.

– Capisco, capisco. Sarebbe meglio che non l’avessi fatto. Sarebbe stato meglio se non ti fossi trovato lì. Ma, una volta lì, hai fatto quello che dovevi. Non hai nessuna colpa.[6]

[1] J. Butler, La forza della nonviolenza. Un vincolo etico-politico, nottetempo, Milano 2020, pp. 13-14.

[2] H. Arendt, Sulla violenza, Guanda, Milano 2024.

[3] F. Fanon, I dannati della terra, Einaudi, Torino 2007.

[4] M. Ferretti, Polemica per un’epopea tascabile, in Id., Allergia, Giacometti&Antonello, Macerata 2019, p. 32.

[5] D. Wojnarowicz, Sul filo della lama. Memorie della disintegrazione, Miraggi, Torino 2023, p. 151.

[6] J. Steinbeck, Furore, Bompiani, Milano 1963, p. 422.

La vita infinita di frate Giordano

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Immagine mnemotecnica dal Cantus Circaeus
Claudio Monteverdi [1567-1643]
Tra mille fiamme e mille catene SV 33
[Primo Libro dei Madrigali]


di Giuliano Tosi

«Filippo! Filippo!» chiamava la voce. Ma l’uomo piccolo e scuro sembrava non sentire.

Aveva trascorso l’intera notte, l’ultima notte concessagli per la conversione, abbandonato sul pavimento umido della segreta, con le braccia e le gambe larghe a disegnare una stella. Nel corpo perfettamente immobile, l’anima era in viaggio: l’uomo andava ripercorrendo all’indietro il cammino che l’avevo condotto fin lì, alla fine della strada.

Con la consueta rapidità e precisione, la sua memoria attraversava decine di paesi, percorreva migliaia di strade, passava accanto a centinaia di volti: i re che lo avevano ricevuto, i gentiluomini di cui era stato amico, le donne che aveva amato, gli allievi che lo avevano seguito con affetto e dedizione, gli stampatori che avevano corso il rischio di pubblicare le sue opere qua e là per l’Europa. Lo sguardo volava sopra quel labirinto senza filo che era stata la sua vita, e scrutava come un’aquila in caccia dettagli che parevano senza significato. Rintracciava nella memoria le orme del suo destino; quel destino che, dopo un lungo estenuante inseguimento, lo aveva raggiunto.

«Filippo! Filippo!» chiamò ancora la voce. Una voce femminile, lontana, così fioca che sembrava provenire da un altro degli innumerabili mondi.

L’uomo sul pavimento questa volta l’aveva sentita, ma non aveva aperto gli occhi. Da molto, molto tempo, nessuno lo chiamava più col nome che aveva ricevuto nel battesimo; quel nome che aveva abbandonato vestendo lo scapolare bianco e il cappuccio nero dei cani di Dio. Anche quella voce sembrava un ricordo, forse quella di sua madre Fraulissa che lo chiamava. Nel suo lungo sogno, infatti, la memoria era giunta a sorvolare veloce le vene nere del Monte Cicala, dolcissimo tra i lacci verdi dell’edera e i rami grigi degli ulivi, a contare le bacche rosse del corniolo e quelle nere del mirto, immersa nei vapori d’alloro e rosmarino.

Castel Cicala [Nola, NA]

«Filippo! Filippo! Non mi riconoscete?»

La voce si era spazientita. E questa volta l’uomo spalancò gli occhi: non era la voce di sua madre. Era la voce della donna che, in quei giorni lontani sotto il cielo benigno di Napoli, l’aveva partorito per la seconda volta.

«Morgana! Mia signora Morgana, coltivatrice del campo dell’animo mio! Dove siete?»

«Dove sono?» rise la voce. «Ovunque. Sono ovunque, mio amato Filippo. Sono questo ragnetto che scende verso il vostro volto, e sono il filo d’argento al quale è appeso, e sono la pietra che regge il filo e sono l’acqua che divora queste pietre…»

«Siete ovunque e in nessun luogo allora, mia signora. Ancora una volta, tra voi e me, intermezza un gran caos, invidioso del mio bene».

L’uomo si era messo a sedere e parlava al minuscolo ragno che pendeva sopra la sua testa.

«Dov’è la vostra luminosa carne, mia dolce Morgana? C’è ancora speranza di rivedervi nella forma che ho amato?»

«No, non c’è. Lo sapete bene. Le nostre anime sono fatte di fango e niente può mai ritornare uguale nella ruota del tempo».

L’uomo scattò in piedi, il volto si era fatto buio e gli occhi di fuoco. Come sempre faceva quando si sentiva tradito da Dio e dagli uomini, prese a camminare furiosamente avanti e indietro, tra grida e bestemmie, tirando calci ai muri della cella.

Com’era possibile tanta ingiustizia? Com’era possibile che un uomo come lui, che aveva saputo penetrare il cielo, discorrere le stelle, cavalcare le comete, che era stato in grado di trapassare i margini del mondo, di far svanire le fantastiche muraglie dell’universo, com’era possibile fosse ora rinchiuso tra le mura ottuse di una cella, nelle carceri di Tor di Nona, la prigione del lupo romano? E come poteva essere che le sue ultime ore scivolassero via mute e senza senso? Se davvero era un Mercurio, poteva mai la corsa dei suoi atomi finire in quel modo?

Carcere di Tor di Nona

Si arrestò d’improvviso in mezzo alla cella, accolse il piccolo ragno in una mano, e le parole gli uscirono di bocca come se a parlare fosse un altro.

«Esiste un modo, mia signora, di uscire di qui?»

Una risata riempì la cella.

«Frate Giordano, frate Giordano, cosa devo sentir dire dalle vostre labbra! Sembrate tornato iroso e bizzarro come quando vi incontrai sotto il Vesuvio».

Ricordava molto bene quel ragazzo dalla fisionomia smarrita, che non si contentava di nulla, che pareva sempre in contemplazione delle pene dell’inferno, ritroso com’un cane ch’ha ricevuto mille spellicciate, pasciuto di cipolla e puro come un primitivo, come un vero Sileno, uscito di selve e caverne.

«La tua rabbia ti fa cieco, mio caro Filippo».

Credeva di essere un piccolo uomo rinchiuso in una cella buia, e credeva questa cella buia prigioniera nella tana del lupo romano, e la tana incastonata nella Terra, e la Terra obbligata nel suo cammino da ferrei orbi stelliferi. Ma gli bastava scrutare nell’infinitamente piccolo di un atomo qualunque per vedere ben altro. Avrebbe visto l’atomo brillare di piccolissima ma chiara luce, come una bianca larva. E dentro quella luce avrebbe scorto questo ragno e il suo filo argenteo, e dentro il ragno se stesso, e dentro se stesso questa cella, e dentro questa cella Roma immensa, e dentro Roma la Terra e infiniti mondi e ogni cosa. Perché tutto era in tutto. Sempre. Tutti gli esseri di tutti i possibili mondi accadevano in ogni singolo istante nella sua piccola anima, perché ogni anima era tutta l’anima, e l’intera figura si componeva continuamente in ogni minimo frammento dello specchio.

«Mi chiedi se c’è modo di uscire da qui. Uscire? Me l’hai insegnato tu, mio caro piccolo Mercurio: non di uscire si tratta, ma di entrare».

«Entrare! Ma davvero si può entrare in queste dure pietre?» l’uomo sferrò un pugno violento sul muro della cella.

Guardò per alcuni momenti il sangue gocciolare dalle nocche e poi si lasciò cadere a terra.

«Avete ragione, saggia Morgana. Avete ragione su tutto…»

La sua voce era così fioca che sembrava provenire da un altro degli innumerabili mondi.

 «Su tutto, tranne un nonnulla… Non sono stato io ad insegnarvi tutto questo, mia dolce signora. Me l’avete fatto scoprire proprio voi, insegnandomi l’amore, il vincolo dei vincoli, la passione da cui germogliano tutte le passioni, il sigillo che sa conciliare tutti i nostri sublimi contrari…»

Non poteva vederla, ma sentiva il sorriso di Morgana attraversare la cella con i primi raggi dell’alba.

«Lo so» riprese. «Lo so: la morte è solo una pazzia. Qualunque sia il punto di questa notte in cui sono, io so che mi aspetta il giorno, ma di che giorno si tratti neppure io riesco a immaginarlo».

§

Il giorno giovedì 17 febbraio dell’anno del Signore 1600, nelle primissime ore dell’alba, forse per evitare la folla dell’anno giubilare, lo scellerato frate domenichino da Nola, eretico ostinatissimo, andò incontro a solennissima giustizia.

Nonostante fosse esortato con ogni carità dai fratelli dell’Arciconfraternita di San Giovanni Decollato, da due Padri di san Domenico, da due del Gesù, da due della Chiesa Nuova e da uno di san Girolamo, i quali con ogni affetto e con molta dottrina gli mostrarono l’error suo, nonostante questo, finalmente stette sempre nella sua maledetta ostinazione.

Fu dunque condotto, con le mani incatenate e i piedi nudi, dai ministri di giustizia in Campo di Fiori, di fronte al teatro di Pompeo. Quivi fu spogliato nudo, legato a un palo, la lingua gli fu messa in giova per impedirgli di parlare, e fu bruciato vivo. I confortatori lo accompagnarono fino all’ultimo cantando le litanie e implorandolo di lasciare la sua ostinazione, ma sino all’ultimo punto frate Giordano da Nola distolse con disprezzo lo sguardo dal crocifisso che gli veniva offerto. Così finì la sua misera e infelice vita.

§

«Che cosa vi turba, caro amico?»

La voce del pontefice rivelava un rapporto che andava al di là degli abiti che i due uomini indossavano e dei ruoli che ricoprivano. Ippolito Beccaria, maestro generale dei domenicani, aveva chiesto urgentemente udienza e ora guardava pensieroso fuori dalla finestra le ombre dei pellegrini svanire una ad una nella sera invernale. Il suo volto era ancora più scavato del solito.

«Questa mattina frate Giordano è salito sul rogo».

Il Santo Padre si lasciò sfuggire un profondo sospiro.

«Capisco. Voi sapete bene che abbiamo fatto tutto il possibile per far sì che la vicenda avesse altro esito, io impedendo la tortura e voi, più sottilmente, chiedendo che fosse torturato due volte e che le sue dichiarazioni sostituissero l’intera istruttoria. Ma, alla fine, il Nolano ha deciso di morire».

Zoppicando vistosamente per via della gotta che da tempo lo affliggeva, il pontefice si era avvicinato al generale domenicano e ora gli stava accanto. Guardava anche lui pensoso fuori dalla finestra. San Pietro pareva più piccola del solito.

«Non è questo, Santità… È che io ho assistito al rogo».

«Lo so, lo so». Dall’alto della sua notevole statura, il Santo Padre aveva poggiato una mano sulla spalla del domenicano in segno di conforto. «Ho letto le vostre bozze per l’Avviso pubblico e per il Giornale dell’Arciconfraternita. E ho pregato per l’anima di frate Giordano… e anche per le nostre».

«Ma lì non c’è tutto!» sbottò il Beccaria. «Manca l’essenziale».

«L’essenziale?»

«Mentre lo conducevano ad essere arso vivo, frate Giordano… sorrideva».

«Sorrideva? In fondo non mi stupisce. In tristitia hilaris, scriveva in quella sua commediola giovanile…»

«Certo, certo, ma io ho visto…»

Il padre domenicano si girò a guardare in volto il pontefice.

«Santo Padre, ho visto con i miei occhi frate Giordano scomparire. Appena la fiamma l’ha lambito, quell’uomo non è bruciato, è… svanito!»

Tornò a guardare fuori dalla finestra.

«Direi che si è fatto fuoco… o che il fuoco si è fatto frate Giordano… ma la verità è che io stesso non so spiegarmi quello che ho visto. Eppure anche l’odore…»

Al domenicano era sfuggita una smorfia di disgusto.

«L’odore?» il pontefice quasi balbettava.

«Me l’ha confermato anche il boia: l’odore era odore di legna. Solo di legna».

Papa Clemente VIII perse per la prima volta la calma.

«Non vorrà mica sostenere che frate Giordano se n’è asceso in paradiso con il fumo del suo rogo, come aveva avuto l’arroganza di promettere!»

«No, Santità, no. Non saprei spiegarmi meglio di come ho fatto e non saprei dire come ha fatto, ma la verità è che…»

Si voltò di nuovo verso il pontefice e lo fissò negli occhi.

«Santo Padre, perdonatemi, ma mi è rimasta la certezza che… alla fine… ci sia sfuggito tra le mani».

[Questo racconto è nato dalla lettura de Il sapiente furore di Michele Ciliberto, un libro che sa far volare tra gli innumerabili mondi e le infinite vite, al punto da poter immaginare, per qualche istante, di ospitare l’anima grande di frate Giordano]

In una notte buia e tempestosa

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Image by Felix Mittermeier from Pixabay

Immagine di Felix Mittermeier da Pixabay

di Caterina Picchi

La prima volta che Tea aveva scoperto cosa fosse di preciso un segreto era stato quando, in una fredda e burrascosa serata di fine novembre, dettaglio peraltro non banale questo della sera, dato che Tea era assolutamente certa non si trattasse di un caso, considerato quanto la sera era in effetti per lei il frangente in cui si sentiva più sentimentale, intensa e poetica, ma anche quello in cui i suoi “terribili” pensieri la tenevano maggiormente in scacco, sì, le sembrava quasi di sentire la loro sardonica risata mentre la colpivano alle spalle, le parevano reali, quei pensieri che la colpivano da dietro e la stritolavano da capo a piedi… Uhm, Tea aveva scoperto che cosa fosse un segreto quando, una tempestosa serata di fine novembre dei suoi primi cinque anni e mezzo, aveva deciso di mettere in sordina la paura ed era rimasta sveglia con la bocca, il cuore e gli occhi color ambra serrati fino al fatidico momento in cui suo fratello maggiore Paolo, come ogni notte da un bel pezzo a questa parte, era sgusciato fuori dal letto matrimoniale che loro due condividevano per andarsene a compiere chissà quale irripetibile misfatto.

Tea, che aveva una fervida immaginazione, in quel periodo leggeva soltanto storie di paura ed era sempre stata, fin da piccolissima, meteopatica, già al primo fulmine che l’aveva fatta tremare sotto le sue coperte rosa, aveva d’altronde incolpato suo fratello di un numero incalcolabile di delitti.

Purtroppo però, nonostante i propri ammirevoli sforzi – Tea aveva seguito Paolo camminando sui talloni e, soprattutto, camminando sui talloni a piedi scalzi, combinazione che odiava per vari e seri motivi e che, in una sua eventuale classifica dell’odio, si sarebbe piazzata senza dubbio nella top ten –, Tea era stata alla fine pure scovata dal suo nascondiglio dietro la colonna di marmo in fondo al salotto, perché, osservando suo fratello, seduto insieme ai suoi genitori, ai fiori nel centrotavola e alla Rebecca che gli ansimava accanto, addentare felice un trancio di pizza margherita con la mozzarella filante e scaglie di salamino piccante, lei non aveva potuto trattenere le lacrime.

Del resto, il pianto di Tea era da sempre stato fastidiosamente rumoroso…

Inoltre, lei letteralmente adorava il salamino piccante – non disperate, ve l’avevo promesso che si sarebbe trattato di un racconto thriller.

Ma, comunque, ecco, quello che importava di più di tutta quella faccenda era che Tea aveva allora compreso quale fosse l’intima essenza di un segreto.

E che, da quell’istante, Tea divenne una vera esperta di segreti.

Nel senso che lei realizzò che tutti ce ne avevano parecchi: se capisci cos’è un segreto, vedi segreti ovunque.

Il mondo è un posto oscuro e misterioso.

Caro diario – 1 dicembre 2025

10 segreti in ordine sparso, ossia 10 segreti che non riguardano me stessa, né in generale le cose, ma ciò che la gente chiama in molti diversi e che io, per me, chiamo: “segreto”:

n. 1 andare avanti, n.2 il “non me ne importa niente”, 3 nuotare o toccarci, n. 4 la rinuncia,
n. 5 i figli, n. 6 il “non avrei potuto nulla di più”, n.7 il “non è stata colpa mia”, n.8 la paura, n.9 dormire, n. 10 la paura della morte.

Caro diario – 9 dicembre

3 segreti in ordine sparso che riguardano me stessa e che io chiamo: “quello che ci è successo”:

n. 1 Le Paure (di arrivare in ritardo; di perdere tutto quello che di bello c’è intorno e dentro di me; di rovinare ogni cosa, di essere cattiva e non essermene accorta e di far del male alle persone).
n. 2 La Paura (di non aver paura di morire).
n. 3 Dimenticare La Paura.

Caro diario – 13 dicembre

UnSegretoèUnSegretoDopoCheTeLoSeiOLoHaiSvelato?

No, non sarò io l’assassina, la ladra, non sarò io a uccidere il Segreto.

Insomma.

Era un segreto quello che la Maestra Gina nascondeva nel primo cassetto a destra della sua cattedra in legno non appena – affannata, stanca e ansimante, perché la burbera Maestra Gina, che non era proprio in ottima forma, aveva sempre caldo, se ne lamentava altrettanto di frequente e per di più capitava anche assai spesso che l’ascensore di scuola fosse rotto – non appena entrava in classe e che però tirava anche fuori con nonchalance ogni giorno a ricreazione (e dunque non era poi più tanto segreto).

Era un segreto ciò che Sofia, la bambina con il caschetto nero, la bocca rossa e gli occhietti piccoli e a mandorla, sussurrava all’orecchio di Aurora, ridacchiando piano piano, ma non smettendo comunque di guardarla inequivocabilmente in faccia, tutte le volte che che Tea, nello spogliatoio delle femmine, prima della lezione di ginnastica, si toglieva la maglietta per cambiarsi.

Quello nello specifico era un segreto soprattutto perché Tea con Aurora il mercoledì andava pure a catechismo, l’aveva invitata a giocare con la casa di barbie a casa sua e pensava sul serio che loro fossero amiche.

Infine, erano un segreto anche le parole che sua mamma non disse a suo padre, cioè le parole che sua madre intimò a suo padre di non dire, ma che in realtà lei medesima neppure pronunciò mai: sua madre si limitò ad allontanare le suddette parole con uno sguardo determinato da vera leonessa o ProtagonistaCheSiSalva di un romanzo giallo e Tea, che sua madre la capiva al volo, intuì solo vagamente avessero a che fare con un affare del tipo: “Tea sta bene, lei è qui e noi abbiamo il dovere di proteggerla” (ma, nonostante la loro tenacia e la sua stessa voglia di ricambiare il dono che le era stato fatto, Tea continuava a sentirsi almeno un po’ una sopravvissuta inadeguata e, per certi versi, anche ingrata).

Tuttavia, il segreto in verità più importante Tea lo scoprì comprensibilmente molto tempo dopo, una sera di inizio maggio in cui le rose del suo giardino da adulta non erano ancora sbocciate, i giorni della scuola erano passati da molto ed erano stati ormai in parte dimenticati e fuori, sulle foglie verdi degli alberi, tirava un insopportabile, appiccicoso vento del nord – quel vento ricordava qualcosa, perché questo è e deve pur sempre essere un thriller.

Di nuovo, non c’è nemmeno bisogno di scriverlo, si trattò senz’altro principalmente di una notte buia e tempestosa.

Caro diario – 23 novembre

Ora che l’ho finalmente scoperto, nessuno deve conoscere il mio segreto.

Sì, quella era davvero una notte buia e tempestosa.

Una di quelle notti in cui si guarda fuori dalla finestra di camera e si è contenti di vedere, anche a tarda ora, le luci delle finestre intorno ancora accese, perché il cielo è troppo scuro per affidarsi alla luna o alle stelle e sapersi orientare, avere un punto di riferimento, per noi esseri umani è un bisogno abbastanza essenziale.

Una di quelle sere in cui si ha timore di spegnerla la luce…

Perché la sera è anche quando tutti i pensieri, i sentimenti – belli e brutti – sono più forti e la pioggia, che ci ha bagnato i capelli nonostante l’ombrello e ci ha costretti a cambiare rapidamente i calzini una volta arrivati finalmente a casa, ci rammenta che non è vero solo ciò che esce fuori, ma pure ciò che ci entra dentro.

Della serie: il nostro mostro è in agguato.

Per quanto concerne in ogni caso Tea, lei quella sera si trovava a essere onesti già da un po’ sotto la sua coperta rosa di lana, teneva la sua bocca, il cuore e gli occhioni color ambra ben aperti e stringeva a sé il peluche preferito di suo fratello Paolo, quello di Stitch con l’orecchio sinistro mezzo mangiato dalla Rebecca, peluche in tutti quegli anni che ne aveva passate tante, ma che profumava tuttora orgogliosamente di mare, di vacanze e di sorrisi.

Proprio quella sera procellosa di fine maggio, però, Tea, nel secondo esatto in cui stava per addormentarsi e chiudere i suoi bellissimi occhi, aveva all’improvviso udito esplodere con violenza nel cielo un fragoroso tuono rimbombante – accade in tutti i romanzi gialli, inizialmente è sempre una questione di luci, sensazioni subliminali e di rumori, solamente poi si scopre l’omicidio.

Oh, vi ho detto che Tea aveva paura dei temporali?

La cosa tuttavia più strana era che quel massiccio e ingombrante tonfo nascondeva evidentemente dietro di sé un altro suono, sottile sottile fino a risultare quasi impercettibile – delicato come un fiore nel vento, rispettoso e discreto come un amore impossibile, un amore impossibile perché ritenuto impossibile e immeritato –, ma anche troppo generoso e nobile per essere una mera allucinazione della mente di Tea.

Già, quella musica era un indizio.

E Tea, che era costantemente alla ricerca di qualcosa, non aveva altre alternative se non seguirla – la sua luce nel buio.

Così, lei quella sera, ogni sera, ogni notte buia e tempestosa, scendeva le scale della sua casa da bambina e arrivava alla colonna in marmo del loro salotto.

Stavolta, però, guardando la famiglia felice, Tea non piangeva.

Lei apriva le braccia e iniziava a muoverle in su e in giù, all’impazzata, come per nuotare, per combattere le onde e risalire in superficie, o…

O come per volare.

Solo progressivamente, infatti, gli accordi del pianoforte si trasformavano e la melodia si faceva via via più triste, recriminatoria e definitiva.

A quel punto, ogni sera, Tea si fermava di scatto e si ritrovava di nuovo a scegliere se salvarsi.

A differenza che nella realtà, adesso da quell’incubo lei riusciva comunque a svegliarsi.

Sul tavolo del soggiorno, restava allora un piccolo pezzo di pizza margherita mezzo mangiato, da cui qualcuno aveva rubato il salamino piccante.

Be’: chi era stato?

Che schifo, la verità è che in fondo i segreti sono tutti uguali.

The Bird Day: Charlie Parker

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Impro 

La conversazione con l’autore

di

Francesco Forlani

il mio amico poeta Petr Kral (autore dello splendido volume Miraggi, Nozioni di base) amante del jazz, mi raccontava come secondo lui esistessero due stili di scrittura. Uno alla Charlie Parker in cui l’attacco è immediatamente polifonico e selvaggio e un altro alla Coltrane che a differenza del primo procede per minime tappe, in un crescendo che trattiene l’energia prima di farla esplodere.  Il tuo attacco del libro è stato del primo o del secondo tipo?

Domanda spiazzante e bellissima. Il mio attacco è sicuramente coltraniano. Come Coltrane sono un insicuro nei fatti e un irrequieto nei pensieri e prima di lanciarmi accumulo materiale su materiale di ricerca. La voglia di far bene porta a un superlavoro fatto anche di accumulazione e stratificazione. Detto questo, rispetto a Coltrane, all’anima che metteva nelle cose che suonava, alla spiritualità che ne derivava, mi sento come un nano appollaiato sulla spalla del gigante di Rodi.

 Si possono amare profondamente entrambi? In musica, come del resto in letteratura, ci sono queste strane dicotomie a definire tifoserie, schieramenti. Beatles vs Rolling Stones, Bob Marley Peter Tosh, Camus vs Sartre, Pavese vs Calvino. Mi è capitato spesso d’incontrare amici musicisti, schierati con l’uno o con l’altro, Parker o Coltrane. Allora, per te?

Nel libro si trova una parziale risposta. Intanto Coltrane divenne Coltrane anche perché venne folgorato da Parker nella sua fase formativa. Una parte del libro riporta alcuni ricordi di altri musicisti e uno riguarda proprio questo incontro allievo-maestro. Parker influenzò virtualmente tutti i musicisti jazz intorno a lui e quelli dopo di lui; ovviamente i sassofonisti erano i più esposti. Parlando dell’influenza di Parker sul nostro Massimo Urbani (nel recente documentario Easy To Love), il clarinettista Tony Scott afferma una cosa poetica e storicamente vera per molti: lui che era stato vicino sia a Parker che a Urbani diceva che il primo era un sole. Il sole ha una grande forza di attrazione ed è benefico, finché non ti avvicini troppo, in quel caso ti brucia. Il soprannome di Parker è Bird, uccello. Nel suo mito c’è il volo, come spiega lo studioso Gianfranco Salvatore. Adesso con Tony Scott aggiungiamo una sorta di mito di Icaro rovesciato.

A proposito di miti e giganti, quel che accade con tutta la lost generation del jazz, e penso in primis alla figura forse più struggente, ovvero Billie Holiday, vita e creazione sono indissolubili, come del resto lo dimostra l’immensa produzione cinematografica ad essi dedicati. Quando hai deciso questa tua nuova immersione  qual è stato il tuo patto con il lettore?

Il patto che ho fatto, prima di tutto con me stesso, era di cercare di essere originale e di trovare qualcosa di nuovo da dire su Parker. Ho adottato dei punti di vista nuovi, trovato materiali d’archivio mai utilizzati. Solo quando sono arrivato a questo punto ho pensato che potevo davvero avere la hỳbris (la tracontanza, l’insolenza verso gli dei, come dicevano i greci) di scrivere su un personaggio come Parker. Lo hanno analizzato i migliori studiosi americani ed europei. In tutti gli ambiti chi si è occupato di lui è stato eccezionale. Ne hanno scritto romanzieri come Julio Cortázar, poeti come Kerouac e Gregory Corso. Ci sono graphic novel, balletti, piéce teatrali. Comunque, confrontarsi con le eccellenze fa tremare i polsi ma sfida a cercare di ottenere il meglio. Alla fine, ho mollato gli ormeggi e ho chiuso il saggio addirittura con un racconto breve. Gli dèi della letteratura mi fulmineranno!

(fuori intervista o dentro come vuoi) All’epoca del mio Cesare Pavese mi sono trovato a un festival con Vttorio Giacopini che aveva pubblicato il suo Parker. Hai avuto modo di leggerlo? che ne pensi?

Certo, ho letto Il ladro di suoni, dedicato a Dean Benedetti, l’uomo che ossessionato da Parker lo ha registrato ovunque e ci ha tramandato il “Santo Graal dell’assolo jazz” con ore e ore del suo sassofono che altrimenti sarebbero andate perdute. Nel mio libro mi occupo di Parker e anche di chi ne ha scritto. Uno potrebbe pensare ai soliti nomi: Kerouac, i beat… e invece tra letture accumulate negli anni e ulteriori ricerche sono uscite fuori delle sorprese. Anche sul versante della poesia. Il libro di Giacopini comunque c’è ed è in buona compagnia.

Se dovessi scegliere il pezzo più bello di Charlie Parker, diciamo quello che corrisponde di più alla  tua narrazione?

Con Lover man non si sbaglia mai!!! Il brano che ha ispirato anche tanta letteratura.

 

In conclusione, prima di porti un’ultima domanda, vorrei ricordare ai lettori che è un libro che riesce davvero a comunicarti la complessità dei paesaggi in cui la rivoluzione del be-bop ha creato nuove visioni, percezioni della musica riuscendo a offrire un ritratto singolare del gigante Charlie Parker senza farsi divorare dall’ immensa ombra riflessa sul mondo.

Qual è stato il momento preciso in cui hai capito che la prospettiva scelta per la tua narrazione fosse quella giusta? 

Il libro ha origini vecchiotte…nasce da una parte della mia tesi di laurea in storia del jazz di quasi trent’anni fa, dove era presente un embrionale capitolo sulla “figura” di Parker alla quale poi sono tornato ciclicamente. L’ultima volta è diventato un saggio per una rivista dal titolo La maschera di Parker. L’editore ha visto quel lavoro e mi ha proposto di riprenderlo. Delizia e tormento: sì, perché a quel punto non volevo limitarmi a scrivere una storia della vita di Parker ma desideravo affrontare questo monumento del jazz cercando strade originali, lavorare su materiali inediti. Più facile da teorizzare che da fare e in effetti ci ho messo alcuni anni, tra approfondimenti e, non lo nascondo, un po’ d’angoscia. Più di una volta mi sono sentito inadeguato. Ho pensato che non avrei mai finito il lavoro. Quello che volevo era realizzare una storia culturale di Parker, ma poi l’ansia da prestazione mi ha portato a cercare altri approcci ancora, in una sorta di bulimia. Alla fine ne è venuto fuori un personaggio sfaccettato, diverso dall’icona del tossico di genio che va per la maggiore. Credo di restituire ai lettori un Parker inedito che occupa il posto che merita: non nella storia del jazz ma in quella del Novecento.

È di dominio comune l’idea che Parker sia stato il musicista più imitato per un certo numero di anni. Facciamo un passo in più e pensiamo a quanto ha indirizzato il futuro anche in altri modi: oltre ad aver influenzato tutti i sassofonisti possibili e immaginabili e i contemporanei ha scoperto decine di talenti. Prendiamo le trombe: a parte l’aver formato con Dizzy Gillespie la coppia di fiati più potente del jazz ha lanciato Kenny Dorham, scoperto Red Rodney e Chet Baker, portato sul palco un esordiente Clifford Brown ma soprattutto fatto da talent scout a Miles Davis. Quest’ultimo ha fatto suonare nei suoi gruppi tutti i musicisti jazz più significativi degli ultimi venti trent’anni del secolo scorso e alcuni di quelli più noti in attività oggi. E’ come se ci fosse un filo diretto, da un talent scout a un altro; una coppia di personalità che copre metà del secolo scorso e influenza ancora il jazz contemporaneo.

Del pisciare contro vento

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di Nicola Fanizza

A pisciare contro vento prima o poi ci si bagna! Lo sanno bene i marinai che stanno sulle barche e tutti quelli che vivono sulla costa. Da qui l’attenzione super-sorvegliata degli abitanti del mio Paese ai mutamenti del vento e, per estensione, anche al vento in politica.

Lì hanno davvero fiuto, arrivano sempre prima degli altri. Appena si accorgono che il vento sta cambiando direzione, diventano amplificatori di quel vento.

Tuttavia, per noi bambini negli anni Cinquanta andare sulla Rotonda a fare la pipì contro vento – sfidando le onde –, era comunque un piacere. Da qui – forse – la mia tendenza a collocarmi sempre contro il discorso canonizzato della polis, contro lo spirito del tempo.

Certo tutto ciò ha comportato parecchi raffreddori, tanto è vero che per sopravvivere mi sono trasferito a Milano, una città quasi senza vento. Ecco ciò che, a volte, mi manca del mio Paese è proprio il vento.

Da sempre il fantasma del vento, come mediatore del tempo, è apparso avvolto da un’aura di mistero. Solo i Maestri del vento sapevano individuare il fuoco da cui essi si originavano, possedevano le chiavi d’accesso al cielo, ne conoscevano la mappatura, e soprattutto conoscevano le diverse sfumature della Rosa dei Venti. Possedevano altresì la straordinaria capacità di fiutare e annusare i cambiamenti dal vento: ossia quando il vento stava per terminare il suo giro; o quando, sulla scorta delle prime avvisaglie, era possibile prefigurare a breve l’arrivo della pioggia, di una burrasca, di una forte mareggiata. In questi due ultimi casi si recavano presso le case dei pescatori invitandoli a non salpare l’ancora.

Il primo a parlarci del vento fu il mio nuovo maestro, quando – avevo otto nove anni – frequentavo la terza elementare. Ci raccontò una breve storia che vedeva il vento e il sole come protagonisti di una contesa, il cui oggetto era rappresentato dai vestiti di un contadino: la vittoria sarebbe andata a chi fra i due fosse riuscito a far sì che il contadino si spogliasse. Nel suo racconto il contadino, ricorrendo ai lacci e ai bottoni, era riuscito a resistere al vento, ma nulla poté fare quando fu chiamato a difendersi dai raggi del sole. Il corollario di questa storia era evidente: possiamo difenderci dal vento ma non dal sole.

Quello stesso anno appresi che col vento non si può scherzare, e soprattutto non lo si può sfidare. Ciò avvenne in occasione di un evento tragico che colpì la famiglia di un mio compagno di classe. Il papà di quest’ultimo e due suoi fratelli erano morti in seguito al naufragio della loro barca. La mia classe partecipò al funerale e dopo alcuni giorni venni a conoscenza, attraverso il racconto di mio padre, delle dinamiche che avevano portato alla loro morte. Insieme ad altri marinai, erano andati a pescare nello stesso braccio di mare. Avevano calato da poco le reti quando si accorsero che si stava alzando un vento fortissimo. Mentre gli altri pescatori, paventando il peggio, si erano rifugiati subito in un porticciolo lì vicino, il padre del mio compagno decise di sfidare il vento: perse, infatti, del tempo prezioso per recuperare le reti e così fu travolto insieme ai suoi due figli dalla violenza delle onde del mare.

Così col tempo imparai a temere e, insieme, ad amare il vento. Amavo soprattutto il maestrale. Quest’ultimo rendeva l’aria più fresca e respirabile, e per di più mi consentiva di pensare all’aria aperta. Ritenevo allora che non avrei mai potuto vivere senza sentire la sua carezza sulla pelle. Percepivo quel vento come se fosse un compagno d’avventura; come fosse un antico conoscente, familiare e, insieme, affascinante, che mi prendeva per mano, faceva volare le foglie e la polvere e per pochi istanti mi faceva dimenticare della gravità che mi teneva attaccato alla terra.

Che il vento possa diventare il viatico per entrare in trance estatica lo appresi da mio fratello. Asseriva che nel corso di una notte del mese di settembre era entrato in estasi e che in quell’occasione aveva avuto una visione straordinaria e per molti versi ineffabile. Allo stesso modo di Miranda, la protagonista del film di Peter Weir Picnic ad Hanging Rock, mio fratello si svegliò. Spinto dalla forza del vento che circolava nella nostra casa – le porte-finestre erano aperte –, usci dalla camera che condivideva con me per dirigersi in uno stato di trance verso il salotto. Si trattava di una stanza che conoscevamo appena, anche perché io e mio fratello non avevamo il permesso di entrarvi se non in rare occasioni, nei giorni di festa o quando si avevano degli ospiti. La porta era del resto quasi sempre chiusa, ma quella notte la trovò aperta. Sempre in quella «condizione alterata» di coscienza entrò nel salotto. Qui un attimo dopo l’emozione lo inchiodò sul posto. Gli sembrò di essere entrato in una stanza incantata. Gli scuri erano chiusi e le tende pesanti, di lino verde, tirate. La stanza era inondata da una strana luce color verde-oro, iridescente, irreale. Ebbe l’impressione di trovarsi in un altro mondo. Restò lì, sul tappeto, immobile, respirando a fatica, fino a quando sentì un brivido caldo nelle sue ossa: cadde a terra e si addormentò. Non ricordava quanto tempo dopo – un’ora o forse più –, il fresco del pavimento lo svegliò e ritornò a letto.

Mi disse che questo accadde una sola volta. La notte del giorno successivo tentò di nuovo di aprire quella porta; era chiusa. Asseriva, inoltre, che non aveva avuto alcun timore. Non aveva neppure il sentimento di commettere un delizioso peccato. Ciò che di quella notte lo aveva attirato era, il calore, la calma e la bellezza; era il salotto, con il divano e le poltrone di velluto verde, era il verde. Il tutto immerso in una luce verde oro. Tranne che a me non aveva mai raccontato a nessuno ciò che aveva percepito in quella stanza. D’altra parte, non avrebbe saputo cosa dire. Si trattava di un evento misterioso!

Alcuni anni dopo aggiunse che, nei momenti di sconforto o quando si era trovato a lottare con lunghe crisi di malinconia, aveva spesso cercato, inutilmente, il viatico che gli avrebbe consentito di entrare di nuovo in quello stato di grazia.

Per quanto mi riguarda, ho proseguito a pisciare contro vento, spesso in silenzio e a volte solo col pensiero. Cosa quest’ultima che avvenne quando avevo appena otto anni. All’inizio del nuovo anno scolastico conobbi il mio nuovo maestro. Proveniva da Matera, di statura regolare, tarchiato, aveva la testa molto grande e i capelli cortissimi. Quando, in occasione del primo appello, apprese che fra gli alunni della mia classe c’era il figlio del sindaco – quest’ultimo era stato inserito solo quell’anno nella classe! –, decise all’istante di designarlo come nuovo capoclasse.

Si trattava di un atto che non mi piacque, poiché tradiva il suo desiderio di ingraziarsi i potenti. Ciò nondimeno la sua si rivelò una scelta azzeccata. Il figlio dell’allora sindaco dimostrò per davvero di essere il più bravo della classe. Ma il mio maestro non poteva di certo saperlo.

Ciò che contribuì a turbare in quello stesso anno il mio animo non fu l’ombra del nuovo maestro, bensì la pusillanimità dell’arciprete. Il Concilio Vaticano II era di là da venire. Anche se mancavano pochi anni, il vento che avrebbe portato la Chiesa a prendere le distanze dal Medioevo nel mio Paese non si avvertiva affatto. Me ne accorsi a mie spese nel settembre del 1959. Poco prima che iniziasse il nuovo anno scolastico, cominciai a frequentare il catechismo presso la Chiesa matrice. Qui vennero creati due gruppi: i ragazzi appartenenti alle famiglie dei professionisti furono inseriti nel gruppo che fu affidato a un’anziana insegnante, che era sempre vestita di nero; i rimanenti – me compreso – furono affidati, invece, alle cure di una giovane catechista. Tuttavia, nel corso delle lezioni, scoprii con triste meraviglia che mentre al primo gruppo venivano dati in dono dei giornaletti colorati, viceversa il mio gruppo era costretto a imparare a memoria e in pillole i fondamenti della dottrina cristiana senza l’ausilio dell’apparato iconografico. Mi rivolsi pertanto alla mia maestra per poterli ottenere. Ma quest’ultima mi disse che i fascicoli erano riservati solo ai ragazzi dell’altro gruppo.

Quella disparità di trattamento mi apparve come un vero e proprio sopruso, come un’ingiustizia. E per di più avveniva col tacito assenso dell’arciprete. Che, benché fosse presente, probabilmente era distratto. La stessa Chiesa mi apparve ingiusta e decisi pertanto di non frequentare ulteriormente le lezioni di catechismo.

La mia indole ribelle, tuttavia, si manifestò tre anni dopo. Nel 1962, col mio ingresso nell’età dell’adolescenza, sperimentai dolorosamente l’ostilità di alcuni venti che non avevo mai conosciuto. Si trattava dei venti di guerra e del vento della modernizzazione. Il fuoco da cui essi si originavano non era reperibile nella natura, bensì in una cultura che legittimava la guerra e di una cultura che dissolveva i vincoli sociali e le relazioni degne. Una cultura che, tuttavia, non era mai appartenuta alla civiltà contadina.

In Italia spirava allora il vento della modernizzazione. Un vento che mirava proprio alla dissoluzione della civiltà contadina. Il dileggio del mondo rurale diventò una scheggia che si conficcò nelle mie carni. I miei compagni di classe, provenienti da famiglie facoltose, stigmatizzavano il lavoro manuale in generale e, in particolare, il lavoro del contadino. Da qui il patèma che investiva il mio animo ogni qualvolta – la domenica o durante le vacanze – mio padre mi portava in campagna a lavorare. Il ritorno a casa per me era un dramma: quando, al crepuscolo, il nostro carro trainato dalla mula entrava nelle strade del Paese, mi coprivo con un sacco per evitare che i miei compagni di classe scoprissero che ero figlio di contadini.

Di fatto, negli anni Sessanta, il mestiere del contadino era poco apprezzato e, insieme, poco remunerato. I lavoratori della terra si accorsero ben presto che la loro strada non passava per il Paese in cui erano nati e si trasferirono in massa nelle città del Nord.

Le ragazze a loro volta non volevano sporcarsi le mani. Preferivano gli impiegati, gli italo-americani, i marittimi, gli operai e giammai i figli dei contadini.

Come tutti i figli dei contadini, non ero capace di difendere il mio mondo, la sua cultura. La scuola di allora e, per molti versi, anche di oggi, era espressione della cultura esclusivamente – nel senso etimologico: che esclude – borghese.

La cultura borghese non è di per sé negativa, ma lo diventa quando esclude le altre. E quella scuola non era in alcun modo disposta a misurarsi con le culture altre: ossia non era capace di accogliere e di confrontarsi con la cultura dei contadini. Era una scuola incapace di riconoscere e valorizzare la capacità dei figli dei contadini di indicare gli alberi con i loro nomi, le loro conoscenze in merito all’irrigazione dei campi, alle diverse erbe, agli uccelli, e alle diverse colture, ecc.

Ciò spiega la loro disaffezione nei confronti di una scuola che li costringeva a vergognarsi delle loro origini, di una scuola che chiedeva loro di integrarsi: ossia di tradire la loro cultura contadina. In quella temperie totalitaria, mi sentivo svuotato dentro, perdevo, giorno dopo giorno, la mia linfa e il mio sangue, diventavo guscio. Io, come altri figli di contadini, rifiutai di integrarmi, e tuttavia non rinunciai agli studi.

Il 1962, con la Crisi dei missili a Cuba, fu anche l’anno in cui si evitò per poco una guerra nucleare e fu anche l’anno in cui ebbe inizio la guerra del Vietnam. Proprio quell’anno, per scongiurare la guerra, Bob Dylan compose Blowin’ in the Wind, una canzone pacifista che terminava così:

 

«E quanti morti ci dovranno essere affinché lui sappia

che troppa gente è morta?
la risposta, amico mio, sta nel vento,
la risposta sta nel vento».

 

Sono passati più di sessant’anni da quell’anno e quella speranza continua ad abitare nel vento. Intanto qui a Milano mi è capitato più volte di ripensare alla Rotonda sul mare del mio Paese. E in ognuna di quelle occasioni ho chiesto aiuto al vento per difendermi dalla malinconia!

(n.d.r.: foto di Daniele Muriano)

Cherchez l’Iran

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conversazione di Francesco Forlani con Sou Abadi

Conosco Sou dagli anni 90, quando a Parigi fondammo la rivista Paso Doble. All’epoca lavorava per il cinema, soprattutto nel montaggio, per film e documentari. Il suo film del 2017 Cherchez la femme, tradotto in italiano con  Due sotto il burka, ha ottenuto un grande successo di pubblico e di critica e vari riconoscimenti  tra cui quello del Biografilm Festival. Una commedia coraggiosa girata l’indomani della stagione degli attentati in Francia. Iraniana d’origine e parigina d’adozione condivide con noi alcune sue riflessioni sulla situazione attuale del suo paese.

 

Vorrei cominciare questa conversazione con la scambio di messaggi che abbiamo avuto quest’estate, il 23 giugno, il giorno dopo l’operazione militare americana “Midnight Hammer”, con il bombardamento di diversi siti nucleari ida parte dell’aviazione americana. Ricordo che a un certo punto mi hai dettoi: “Penso che nessun iraniano avrebbe potuto immaginare che un giorno si sarebbe trovato a sostenere gli Stati Uniti d’America”. Secondo te, la reazione tiepida della sinistra alle attuali rivolte in Iran è dovuta a questo: all’imbarazzo di trovarsi partigiani di Trump? Un errore grossolano, non credi?

Il problema è che la sinistra iraniana è distante dalla società iraniana. In mezzo a tutto questo caos, i sostenitori di Reza Pahlavi continuano a prendersela con la sinistra; sono terribilmente privi di classe. Mentirei se ti dicessi che andare alle manifestazioni e sfilare sotto le bandiere americana e israeliana, è stato imbarazzante per me. Ci sono stata domenica scorsa e ti confesserò che mi sono sentita molto a disagio durante questa manifestazione  organizzata dai monarchici, ma posso dirti che un certo disagio l’ho provato anche all’altra manifestazione, quella del Pantheon quando a un certo punto si sono sentiti slogan anti-monarchici completamente staccati dalla realtà iraniana.
So che Trump è un bastardo, ma abbiamo veramente scelta? Il popolo iraniano ha bisogno di armi per liberarsi dai Mullah. Non riusciranno a rovesciare questo regime sanguinario con le pietre. Ci vorrebbero o un intervento straniero o la possibilità di armare il popolo iraniano affinché possa liberarsi da solo.

Qual è la tua opinione sulla reazione europea a quanto sta accadendo nel tuo paese? In Francia, e soprattutto in Italia, la copertura mediatica è stata a mio avviso cauta, prudente. Dalle conversazioni avute con i tuoi amici,  artisti o meno, qual è l’idea che te ne sei fatta?

Tanto per cominciare, vorrei segnalarti questo breve resoconto di quanto è accaduto nella mia città natale.

 

Caro Francesco, a che pro dichiarare che l’assenza di reazione da parte della comunità internazionale di fronte a questo massacro è a dir poco insopportabile?
L’unico a parlarne è quel pazzo di Trump e dentro di me spero con tutto il cuore che il suo ego smisurato e i suoi interessi economici lo spingano a reagire. L’Europa non fa nulla, preferisce non prendere posizione per non compromettere i contratti con il regime iraniano.
È semplicemente disgustoso. La Francia avrebbe potuto almeno espellere l’ambasciatore iraniano e ritirare la propria rappresentanza diplomatica in Iran. Per dirla tutta,  l’ambasciatore iraniano non l’ha nemmeno convocato al Quai d’Orsay. Forse non sai l’ultima. Il regime iraniano ha dichiarato che i beni degli artisti e degli sportivi che hanno rilasciato dichiarazioni contro il regime e sostenuto i manifestanti saranno confiscati. La conclusione di ciò che è accaduto nelle ultime settimane è semplice: il popolo iraniano non può rovesciare questo regime con dei sassi. Le forze dell’ordine li hanno massacrati con armi da guerra, carri armati, mitragliatrici, lanciarazzi. Sono entrati negli ospedali per dare il colpo di grazia ai feriti. La gente aveva paura di portare i manifestanti in cattive condizioni in ospedale perché tutti sapevano che c’erano veri e propri rastrellamentii. Ci sono ancora feriti nascosti nelle case, altri che sono morti senza ricevere cure e che la gente ha sepolto nei propri giardini, in cortile. Insomma, l’orrore. Inimmaginabile nel 2026.
Cosa aggiungere d’altro?

 

Overbooking: Alberto Bertoni

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Nota 

di

Pasquale Vitagliano

Di cosa parliamo quando parliamo di poesia? Principalmente d’amore, ma senza postura, con sincerità. È questa la vocazione della parola poetica. Lo è almeno nell’ultima raccolta di Alberto Bertoni, Semplici abbandoni (Einaudi, 2025). Il verso è il tentativo (apparentemente) più ingenuo, eppure più lucido e preciso di trattenere ciò che resta della vita quando tutto è passato. Quante cose scompaiono/ giorno dopo giorno/ se ne vanno per conto loro. D’altra parte, dobbiamo lasciare che le cose passino perché diventino importanti, sacre direi. Così la memoria, non solo custodisce, ma svolge anche la sua funzione levatrice. Gli abbandoni si rivelano semplici, indolori direi, perché accettati, anzi desiderati.

Quante volte siamo stati felici nella vita? Il mondo vero ha il fiato corto. Cambia la domanda. Quando e dove siamo stati felici? Si sente corporea una gioia domestica e una malinconia geografica. Il cibo modenese, la calma di Parma, la nebbia di Ferrara, i bisnonni bevitori, la collana di turchesi della madre, la cugina Luisa e il ciclamino, e poi la gatta con i suoi croccantini, lo sport e la moglie Adriana. La dolcezza dei ricordi è fulminea. La memoria è sempre obliqua. Ai modenesi le madeleines possono far male. I fiori qualcuno li raccoglie, te li dona/ e dopo esplodono. Il poeta è un osservatore errante, capace di cogliere le insidie della nostalgia. Questa consapevolezza si acutizza progressivamente allungando il passo, raggiungendo altri luoghi, Varsavia, le Americhe, il Mondo intero, gettando sulla realtà uno sguardo storico, sulle tragedie, le epidemie, che rende il verso civile e acuminato. Non è un sogno, ti giuro,/ ma un ricordo/ condensato in quell’urlo/ (…) perché il mondo è tanto più confuso/ (…) dove oggi fai fatica a dire fede,/ pronostico, impatto della vita/ contro un muro. Ciascun elemento di questa poesia, dalle scelte metrico-prosodiche all’ispirazione socio-culturale, cuce un tessuto complessivo della cui trama di significati si coglie plasticamente l’espansione.

Bertoni non è andato a dormire presto la sera: poeta che  a caccia di qualunque senso/ anche infinitesimo/ ho imparato da solo a bere forte,/ a giocarmi tutti i soldi sulle corse,/ su tutte le corse. Ogni verso di questa raccolta è impastato con cose reali e concrete: luoghi, oggetti, abitudini, situazioni precise, esseri viventi in carne e ossa. Questo realismo, però, non è un esangue repertorio. Anche Bertoni mette in versi la vita. Ma senza fenomenologia. Ogni elemento rifrange altrove, verso altri mondi. L’esito finale è quello di un’odissea allegra. I naufraghi si sono rimessi in mare, senza rimpianto per ciò che hanno lasciato e con la speranza che il ritorno alla vera dimora non sia troppo lontano. Ma quale sia il momento/ di tornare ogni giorno dal suo viaggio,/per l’intero tempo di lavoro/ al trattorista ignoto non lo dicono/ le rivincite del gelo tutt’attorno// Finché non condivide col mio sogno/ l’ansia dell’ippodromo vuoto. Gli abbandoni poetici di Bertoni ci permettono di inspirare immaginazione e visione di un’altra realtà, e di espirare via l’acquiescenza passiva e l’autismo sociale del già-detto, del già-sentito.

La raccolta si conclude con quattro Requiem per quattro voci amiche che non ci sono più. Chiudono senza lutto questo poetico diario di bordo. Con un finale omaggio a Paul Celan. E noi, in ordine sparso,/ a seguirlo di un passo// Di qua dal confine del senso/ del lutto.

Più che un’elegia, un vero e proprio canto generale dei sopravvissuti.

➨ AzioneAtzeni – Discanto Ventiduesimo: Riccardo De Gennaro

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Lettura di Serena Rispoli


Azione Atzeni – Discanto ventiduesimo: Riccardo De Gennaro*

 

Un’esplosione di piccoli coccodrilli

di

Riccardo De Gennaro

Qualcuno propose la formazione di gruppi di controstudio. L’idea divertì.
dal racconto ‘Campane e cani bagnati’ di Sergio Atzeni, in Sì…otto!    

Gli mostrai per correttezza il tesserino bordeaux. “Noi, qui, non vogliamo giornalisti”, mi disse questo studente esile e con un velo di barba, che con estremo zelo pretendeva di piantonare l’ingresso della scuola. Mi guardai intorno per cercare appoggio. Ero indeciso se appellarmi pomposamente al diritto di cronaca o se esortarlo a farmi fare, punto e basta, il mio lavoro. Gli dissi che ero lì per sostenere e dare voce alla loro causa. “Lo sai che cosa vuol dire che i giornalisti, qui, non li vogliamo? Te lo spiego meglio: vuol dire che non ci fidiamo di voi. Siete buoni soltanto a falsificare le cose e ad attribuirci parole che non abbiamo detto. Venite qui con la vostra bella idea preconfezionata, il titolo già pronto in pagina, l’ansia della firmetta. Ora, non farmi perdere altro tempo, non sei il primo a presentarti qui, puoi tornartene anche tu dove sei venuto”. Anche se avevo già dato l’esame per l’iscrizione all’albo non ero molto più grande di lui. Cinque o sei anni, forse. Che cosa potevo dirgli? Che sapevo perfettamente che cos’è l’occupazione di un liceo perché ci ero passato anch’io? Avrei potuto scrivere il pezzo senza nemmeno entrare. Il fatto è che non avevo nessuna intenzione di darmi per vinto e fare dietrofront. Mi andai a sedere sul muretto di fronte per studiare una strategia e tirai fuori la penna e il taccuino degli appunti. Il mare odorava di zolfo e di pesci putrefatti.

Vidi che un gruppo di ragazzi e ragazze si stavano avvicinando alla scuola. Ascoltarli non era vietato, sicuramente la piccola guardia rossa, che continuava a tenermi d’occhio, non avrebbe potuto impedirmelo. Soltanto quando furono vicini mi resi conto che erano ragazzini delle medie inferiori: “Abbiamo saputo dell’occupazione dalla radio e siamo venuti a portare loro la nostra solidarietà. Stanno dando un grande esempio. Quando si vede una cosa del genere a Cagliari? Nessun altro lo ha fatto in Sardegna”. Non vedevano l’ora di frequentare il liceo per poterli imitare, ma credo che non sapessero nemmeno la ragione della protesta. In verità non la conoscevo neanch’io, quando avevo parlato di sostegno alla causa l’avevo detto perché pensavo potesse fare effetto. Insomma, saranno state le solite cose, le aule fatiscenti, l’autoritarismo del preside, la mancanza di spazi democratici, la noia dei metodi didattici, i programmi antiquati. Non era assurdo che mi tenessero fuori quando ero giovane anch’io e mi sentivo dalla loro parte? Secondo loro fare il giornalista per un giornale borghese (il ragazzotto dal petto in fuori non mi aveva nemmeno chiesto se l’Unione sarda o la Nuova Sardegna) era un segno indiscutibile di malafede. Mi alzai di scatto e tornai all’assalto. Volevo dire a quello che i giornalisti non sono tutti uguali e che Gunale non solo non aveva mai preso una smentita, ma aveva il massimo rispetto della deontologia professionale. La guardia rossa non si fece impressionare, mi disse che, se la cosa poteva consolarmi, l’occupazione riguardava soltanto gli studenti del Siotto e non avevano accesso alla scuola neppure i fidanzati e le fidanzate: “È una cosa nostra, lo capisci o non lo capisci? Ora ti ripeto di andartene, non mi costringere a chiamare un paio di compagni del servizio d’ordine molto più muscolosi e incazzati di me”.

Mentre mi allontanavo vidi arrivare una ragazza di una bellezza impressionante, questa è la ragazza più bella che esiste, pensai. Avanzava lentamente con una canna accesa tra le dita, attraverso la canotta bianca spuntavano due capezzoli duri come chiodi e aveva i peli sotto le ascelle. I capelli erano neri, tagliati a caschetto, con una frangetta-killer. Non riuscivo a capire se doveva entrare nella scuola o se fosse diretta altrove. Dimenticai il servizio per il quale ero uscito dalla redazione e le andai incontro come per impedirle di procedere. Al diavolo l’occupazione! Lei non mi evitò. Si fermò e, con una voce maliziosa, mi disse: “Scommetto che cercavi me”. Pensai a un mio collega della nera che per il sorriso di una ragazza, soltanto per un sorriso, avrebbe venduto la casa mettendo in strada la madre vedova e paralitica. Chi non si è innamorato durante un’occupazione? Quanti si sono ritrovati in un sacco a pelo con una sconosciuta? Non potevo dirle che era la ragazza più bella che esiste, a noi sembrano cose che suscitano entusiasmo nell’altro sesso e invece vengono lette come assolute banalità. Cercai qualcosa di più originale. Lo so che non si devono scoprire subito le carte, ma il suo fascino era talmente irresistibile che le carte erano scoperte prima ancora di aprire bocca. Dissi la cosa più stupida che mi venne in mente, la verità: “Mi vietano di entrare”. Sembravo un bambino piagnucoloso, lei un po’ fatta. Abbassai gli occhi e mi persi lungo le strisce di cuoio dei suoi sandali intrecciati fino sotto al ginocchio. “Perché mai?”, disse. “Perché sono un giornalista”, risposi. “Quindi hai bisogno di farti un tiro”, esclamò, offrendomi lo spinello. Uno, due, tre, quattro… otto tiri! Poi mi prese per mano e disse: “Vieni”. E mi condusse a un’entrata laterale, che portava alla palestra. Nessuno di guardia qui. Mi misi a ridere per la facilità del blitz.

L’odore dolciastro del linoleum non si sposava benissimo con quello della canna. Dalle aule del piano superiore venivano grida e fischi, ma non riuscivo a distinguere le parole. Anna era il suo nome, ma tu chiamami Gaia, disse. Si avvicinò a una pertica e vi si arrampicò come un gatto. Sotto la gonnellina da tennis non indossava gli slip. È rimasta in cima per qualche minuto e io non riuscivo a staccare gli occhi dal suo sedere. Quando è scesa mi ha dato un bacio sulla guancia. No, la bocca no! Le ho chiesto se studiava anche lei al Siotto. Ha risposto: “Sarebbe più esatto dire che non studio al Siotto”. Ci siamo seduti sulla cavallina. “Ho deciso di vivere nell’agio, non come questi quattro balossi. Non sono forse sufficientemente carina e a modo, io?”. Le ho chiesto se apparteneva a una ricca famiglia cagliaritana. La sua risposta mi lasciò a bocca aperta: “No, mi voglio mantenere prostituendomi. Ma non pensare alle battone dei vicoletti, io farò l’amante di chi potrà permetterselo. Chiederò cifre pazzesche, milioni di lire, e mi farò rimborsare le spese della parrucchiera, dell’estetista, del massaggiatore. Mi farò comprare un attico dall’amante più ricco e avrò uno schiavo che sarà felice di venire a prendere la biancheria da lavare e riportarmela, pulire il bagno, la cucina, i pavimenti, senza che io gli rivolga la parola. Voglio anche un autista sempre a disposizione con una Bentley tirata a lucido”. Nel frattempo qualcuno aveva concluso il suo intervento e l’assemblea aveva risposto con un “viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse-Tung!”. Gaia mi parve una dea, non avevo più voglia di scrivere l’articolo sull’occupazione. Ciò nonostante le chiesi chi fosse il leader della rivolta. “È quello che sbava di più quando passo tra i banchi per andare alla lavagna”. Poi, svogliatamente, mi spiegò che grosso modo c’erano due gruppi, i “cinesi” e gli anarchici, oltre ad altri gruppettini più o meno simili tra loro che non sapeva etichettare.

“Ma davvero mi ci vedi con questi poveracci? Io sto dalla parte di chi fa i soldi, quelli del Lido. Dove credi che vada a pescare i miei clienti?”. Ebbi uno scatto: “Si portano a letto una minorenne?”. Non era minorenne: “Sembro giovanissima, ma ho vent’anni, quegli stronzi sono riusciti a bocciarmi una volta. O forse due. Anche se non studio sono più intelligente di loro, mi hanno voluto punire per questo”. Pensai che, al contrario, io finora ho passato un’enorme quantità di tempo a studiare, leggere libri, aggiornarmi, ma non sono intelligente, anzi sono proprio tonto, come mi ha detto un’amica. Vedendomi soprappensiero, si è alzata e si è messa a ballare a piedi nudi una musica che era soltanto nella sua testa e sovrastava gli slogan che giungevano dal soffitto. Ballava e rollava, ballava e rollava e mi passava la canna. Non ho mai fumato tanto, al punto che all’improvviso ho veduto come un’esplosione di piccoli coccodrilli. Ero fatto anch’io. Di lei. Mi sono disteso sulla pedana per i salti, mentre i “cinesi”, gli anarchici, i marxisti-leninisti, i trotzkisti eccetera scioglievano l’assemblea. Adesso le “guardie rosse” ci avrebbero scoperti e saremmo stati scacciati, al collo due grandi cartelli con la scritta “traditori del popolo”. Insieme, il giornalista e la puttana. Il pensiero che il mio destino fosse legato a quello di Gaia dipinse sul mio volto un’espressione di beatitudine.





* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

 

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Dialogo (?) fra una femminista e un misogino

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Jean-Léon Gérôme Vendita di una schiava romana (1884)

di Martina Panzavolta

Lea Melandri ne scrive un dialogo, ma come può esservi Dialogo tra una femminista e un misogino? Chi dei due si muove verso l’altra o verso l’altro? Un misogino di certo no: per principio egli non può concedere alcuna ragione a una donna – preferirebbe dirsi sedotto. Da parte sua, una femminista non vuol recedere da una posizione appena conquistata: non può fare l’ennesimo passo per compiacere a un uomo. Allora, il titolo dell’ultimo libro di Melandri (Bollati Boringhieri, settembre 2025) è a tutti gli effetti un paradosso, una menzogna aggravata dal fatto che uno dei duellanti, Otto Weineger, è morto da più di cento anni. Forse che Melandri, presidentessa della Libreria delle Donne di Milano, fra le più attive voci degli anni ’70, abbia, per una volta, voluto mettere il femminile in vantaggio e battere l’avversario in partenza?
Con la frequenza con cui avvengono in Italia – e non solo – uccisioni di donne, una penna allenata alla coscientizzazione come quella di Melandri non può aver dato per scontato che il suo alter-ego femminista abbia la vittoria in mano. Di più, a ben rifletterci, l’autrice potrebbe aver pensato il suo dialogo in un senso meno conciliante di quanto si creda. Del resto, fin dai tempi di Platone, una conversazione può rimanere dall’inizio alla fine aporetica – persino Socrate, talvolta, congedava i suoi interlocutori dall’altra parte della strada. E infine, perché no, anche se la femminista e il misogino restano fermi, forse è vero che qualcos’altro, nel testo che scorre sotto l’indice di lettrice e lettore, si muove.
Per etimo, il dia-logos è ciò che si trova attraverso (dia) la parola (logos) e pertanto è il residuo di ciò che essa porta a galla. In effetti, fra le parole con cui la femminista ripercorre Sesso e carattere (1903), il testo cardine del pensiero misogino di Weiniger, emerge qualcosa di piuttosto insidioso, un’eredità di pensiero plurimillenaria. Di fatto, proprio perché il testo una tesi di laurea, come ogni elaborato universitario che si rispetti è sostenuto da un ragguardevole apparato di note; da parte sua, Melandri non può che osservare i rimandi del suo interlocutore, e non impiega molto a capire che essi vengono da molto lontano, addirittura da Platone e Aristotele – nello scritto in analisi, il femminile è la stessa carne debole che era nell’antica Grecia, sintomo della sua sensibilità e pulsionalità, di contro a un archetipo maschile simbolo di forza, razionalità, penetranza.
Invero, quel ritratto di donna che esiste da quando la filosofia si è fatta scrittura, è arrivato fino a noi e non ha affatto perso in sensatezza. Questo perché, come spiega Melandri, ha goduto di una inconsapevole e sottile complicità femminile. Ciò non era sfuggito a Sibilla Aleramo, la stella polare di Melandri, la quale pochi decenni dopo Weiniger scriveva che la donna ha sentito di guadagnare in parità di dibattito con l’uomo, ma non ha capito che per guadagnare veramente tale posizione avrebbe dovuto prima interrogare sé stessa – così, nella fretta, troppo avventatamente «è entrata nell’azione come un misero e inutile duplicato dell’uomo» . In effetti, da questa prospettiva, Weineger non ha tutti i torti ad associare l’emancipazione delle donne alla loro parte maschile, alla stregua del Platone che ammetteva la presenza della donna-filosofa qualora quest’ultima fosse, per inclinazione, della stessa razionalità dell’uomo. Del resto, anche oggi molte donne “di successo” finiscono per descriversi come androgini – corpo di donna, ma testa da uomo.
Quale è il problema? La donna è nata dalla costola di Adamo, oggetto rispetto al soggetto, complemento sentimentale di un’anima. Anche se sul piano giuridico gode degli stessi diritti dell’uomo – questo, d’altronde, è riconosciuto persino da Weiniger – non si è accorta che la sua cittadinanza della polis è interdetta – il suo corpo è, di fatto, asservito al maschile. Di nuovo con Aleramo, la femminista Melandri sottoscrive: «Finora l’uomo ha creato, la donna no. La donna s’è contentata di questa rappresentazione del mondo fornita dall’intelligenza maschile» . Ma finché non dice nulla o quasi nulla a se stessa, ancora nulla può dire di sé all’uomo.
La femminista in dialogo, che pure sembrava poter vincere in maturità e dialettica sull’avversario – il quale è appena diciannovenne e di certo non al passo con i tempi – alla fine si accorge che non ha ancora la vittoria in pugno. Ma ammetterlo è importante, e non è sinonimo di sconfitta: di contro alla debolezza che le è stata cucita addosso come un bel vestito, nondimeno sa di poter costruire ciottolo dopo ciottolo la propria strada.
Innanzitutto, deve comprendere che le forme di resistenza che ciascuna donna può portare avanti ogni giorno sono tutt’altro che teoriche. La sua bussola deve tenere insieme il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà. Per reinventarsi da capo le occorre seguire un sentiero impervio e scegliere da sé i propri modelli, da Sibilla Aleramo a Gino Cecchettin. Non occorre che rinneghi una maternità, non è detto che la lotta inizi da una richiesta di aiuto o da una protesta privata. L’importante è che tenga gli occhi aperti sugli “imprevisti” favorevoli che dischiudono orizzonti e smontano il potere dove meno lo si aspetta.
Non bisogna demordere: è questo, forse, il monito che lettrice e lettore traggono in tralice dal dialogo impossibile tra la femminista e il misogino. Per scendere dal piedistallo, occorre sempre e per sempre avere in canna la propria parola.