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l’attesa

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di Chiara Valerio

L’attesa è quel che le cose non hanno: la facoltà di abbandonarsi. Le cose non si abbandonano. L’attesa non vuole niente, non si rappresenta niente, si riposa. Ci sono prose, in forma narrativa o saggistica, che contengono al loro interno la definizione di ciò che per l’autore esiste, di ciò che per l’autore compone e colora il mondo, dentro e contro le parole. L’attesa (et. al/ edizioni, 2011) di Ginevra Bompiani da questo punto di vista, è esemplare. In quattro sezioni e un’iniziale “nota tardiva” – dove l’autrice specifica che questa è una edizione parzialmente riveduta del testo originale pubblicato per i tipi di Feltrinelli nel 1988 –, Ginevra Bompiani fa la sua dichiarazione di ontologia e di poetica. Esiste solo quello che aspettiamo. L’inatteso, l’ospite, esiste solo in quanto non corrispondente all’atteso. La non corrispondenza di atteso e ospite è il tempo nel quale decidere che accoglienza riservare. Ogni estraneo è un’attesa tradita. Ogni ospite sorprende la nostra impreparazione, e misura la nostra umanità sul tempo che intercorre fra la rinuncia alle rappresentazioni che l’hanno preceduto e il benvenuto sulla porta.

hmmmm

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di Leslie Scalapino

traduzione di Andrea Raos

Considera certe emozioni, come ad esempio addormentarsi,		dissi,

(soprattutto quando uno sta ritto in piedi), come simili
alla paura, alla rabbia, o allo svenire. 	Io lo faccio. 		Sento che il sonno
in me è indotto dal sangue costretto dentro le venule 
del cervello.		Non riesco a concentrarmi.		Ho la lingua ottusa
e larga come quella di un vitello o
di una capra, o di una pecora.		Inoltre, belo.
Sì. Quando sono sola, a letto, di notte, la testa
di sbieco sul cuscino. Non a caso dico che amo dormire. 

…

Come posso trattenermi,		così mi disse una donna a proposito del voler
avere rapporti con sconosciuti,		dal pensare a un uomo
(uno che non conosco) come a una foca. Voglio dire che vedo un uomo
(nella folla, per esempio a teatro) come se avesse il corpo di una foca nel modo in cui
un uomo starebbe, per esempio, a letto con qualcuno, a baciare e latrare,
che è il modo in cui una foca latra e si slancia sugli arti posteriori quasi fusi al corpo.
Sì. Non dovrò dunque io, suppongo (lo dico a me stessa), guardarlo intenerita,
concentrarmi sul torace dell'uomo anziché sul suo volto, che in questo caso
è del tutto impassibile?		Davvero,		mi affascina come si muovono le foche.


Lasciatemi spiegare cosa intendo quando dico che penso a un uomo 
(anche solo ripetendo,		in realtà,		quanto è già stato detto
da un uomo: “Cosa può fare, uno, con la bellezza? Resta lì, fa male”)

Lasciatemi spiegare cosa intendo quando dico che penso a un uomo 
(anche solo ripetendo,		in realtà,		quanto è già stato detto
da un uomo: “Cosa può fare, uno, con la bellezza? Resta lì, fa male”)
come a un babbuino.			Tutto ciò che di solito diciamo
sul modo in cui pensiamo ai babbuini, cioè,		di per sé	;
spogliando un uomo		(così come succede a volte quando lo vedo
per la prima volta,	in pubblico,		per la strada		),
lo spoglio semplicemente pensando alla sua camminata
come alla camminata di un babbuino, lento sulle zampe posteriori
con la coda tenuta eretta dalle natiche		(come quelle
di un uomo) scoperte (un uomo che una si volta a guardare) e pelo
sul resto del corpo,		e con suoni come
i latrati di un cane.			A oggi, l'idea dei latrati di un cane non è al-
tro che il modo che ho trovato per descrivere i rumori di un uomo.

…

	Vedendo il fondale

Soddisfatta stamattina perché mi sono vista
(per la prima volta) allo specchio come se fossi una montagna. Voglio dire con questo
che ho “visto il fondale” in me. Nella misura in cui avevo pori
e vene e  cervello, ero una montagna nello stesso modo in cui 
uno ha rocce o alberi. Questo come può spiegare, mi chiedevo,
le emozioni – affetto, crudeltà, indifferenza – che provo?
E sapevo che per quanto si faccia attenzione,
ciottoli e semi saranno diversi una volta assunta forma umana.

…

Come diceva Rimbaud,		pensavo oggi seduta in biblioteca
la mente assente, sfogliando un libro sul comportamento degli uccelli,

Come diceva Rimbaud,		pensavo oggi seduta in biblioteca
la mente assente, sfogliando un libro sul comportamento degli uccelli,
non è forse proprio perdendo i sensi che troviamo la felicità
(semplificando molto, certo. Stavo		sul leggero). Eppure
posso imitare un richiamo d'uccello come quello dell'anatroccolo
o del cigno (qui mi basavo sul libro) costringendomi
a svenire. E, 		giusto per concludere il pensiero, io,
rispettosa delle apparenze, dato che c'erano persone sedute
intorno a me, mi sporsi in avanti sulla sedia e
soffiai come se stessi dormendo. Ssss, uscì, come un sibilo,
come il verso di un'oca. Così, senza che me ne accorgessi,
a questo feci seguire un colpo di tosse basso e gutturale
e mi chinai in avanti solo per espellere un po' di flegma. Poi rapida
occhieggiai intorno prima di sciacquarmi la bocca. Mi sentivo spossata.

…

(continua qui)

tratto da The Woman Who Could Read the Minds of Dogs, 1976

«il manifesto» dell’editoria italiana

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Per una critica dell’industria editoriale

 

di Valerio Cuccaroni

 

La serie di testimonianze di lavoratori e lavoratrici del mondo dell’editoria italiana, pubblicate dal 19 al 30 agosto scorsi da «il manifesto» con il titolo “Protagonisti dell’editoria” e riproposta per gentile concessione del quotidiano su www.generazionetq.org, potrebbe contribuire ad avviare, assieme ad altre analisi e azioni in atto e in programma, una nuova fase della produzione letteraria italiana? In che modo?

 

Propongo, a caldo, alcuni piccoli spunti di riflessione, consapevole che ben altre sono e saranno le menti capaci di sviluppare il dibattito.

 

Qualche passo indietro: la dimensione artigianale del lavoro editoriale

Nel XX secolo l’elaborazione di complesse e articolate poetiche ha aperto la strada all’elaborazione di più complesse e articolate opere, capaci di confrontarsi con un mondo non più chiuso, ma aperto, non più determinato, ma indeterminato, caotico. Eppure le poetiche degli autori e delle autrici del XX secolo si inserivano in una dimensione ancora sostanzialmente artigianale della produzione letteraria.

La società incivile e il diritto come campo di neutralizzazione

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di Daniele Ventre

Racconta Erodoto (Storie, I, 96-98) che i Medi, da poco liberatisi dagli Assiri, erano devastati dalla più totale anomia. Fra di essi si sarebbe distinto però un certo Deioce (il futuro fondatore mitico di Ecbatana, Hangmatana, il “Punto di incontro”), il quale, a differenza degli altri notabili e capitribù vicini, spiccava per equanimità e giustizia, virtù che indussero i Medi a eleggerlo re, così da non essere più soggetti all’aleatorietà destabilizzante di un mondo senza leggi.

Come tutti i miti, la leggenda di Deioce (nessun dato induce a identificarlo con il Daiukku che certe iscrizioni di VIII sec. a.C. dichiarano essere stato vassallo degli Assiri e amministratore della Media per loro conto) contiene in sé una verità metastorica che trascende l’aspetto evenemenziale del racconto preso di per sé stesso: in una situazione di anomia che mette in pericolo la comunità, l’argine che immediatamente la comunità stessa trova è il riconoscimento di un’autorità giudiziaria.

Note per un diario parigino

5

da Chiunque cerca chiunque
di
Francesco Forlani

Dodicesimo capitolo
Atmosphère, atmosphère

Succede ogni volta che salgo le scalette del Ponte che si apre un varco fra una sponda e l’altra del canale, e mica un ponte qualsiasi, ennò, proprio quello da cui si vede in controluce l’insegna dell’Hôtel du Nord, e tra il fogliame degli alberi che ne oscurano la vista, senti la voce, o così ti pare, dell’attrice francese per eccellenza, così potente, la voce, di lei che è minuta nel corpo com’è tradizione delle donne che alla vita hanno strappato a morsi pochi attimi di felicità, affamate di consapevolezza del modo di fare poesia che ha la vita, con il tempo che passa, che scorre, scorre, perfino quando l’acqua ti sembra ferma, immobile come quella del canale in cui ti specchi salendo le scale della passerella. Edith Piaf, penserete voi – je ne pense jamais, ripeteva Maigret- ma in realtà è Arletty la voce che vedi tra quelle stesse ringhiere di ferro battuto. Sì, è lei che urla al mondo intero, all’homme che gli sta di fronte: –Atmosphère, atmosphère ! Est-ce que j’ai une gueule d’atmosphère ?

Etiopi in transumanza

6

foto e testo di Danilo De Marco

Gibuti: quanti sanno dov’è? Talmente piccola che spunta a malapena dalla carta, nascosta dal nome. Un «confettino», dicono… di una manciata di chilometri quadrati di pace, circondato da giganti fratricidi: Etiopia, Eritrea, Somalia. Storie di guerre lunghe e sanguinose, mai risolte. Nate domabili…, diventate un groviglio di interessi internazionali e presenze militari. E tanta fame.

Gibuti si toglie parzialmente dalla mischia, non per particolare merito ma per una situazione politico-economica tenuta in piedi dalla presenza straniera e dalle alleanze negoziate. Punta estrema del

Estraneità

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di Antonio Sparzani

Non leggo i giornali sistematicamente, li guardo spesso on-line e ascolto vari telegiornali, locali e nazionali. Mi prende sempre più un senso di estraneità. Quale contatto esiste tra me e la vita pubblica del paese cui per nascita appartengo? E non solo per nascita, per vita vissuta, adolescenza, vita da adulto, da insegnante, da persona che si relaziona con i propri simili. Le notizie di questo periodo, mi sembra più ancora che in altri momenti della storia che ricordo, fanno sempre più emergere l’esistenza di un sistema: parola magica di questi tempi, la mafia, la camorra, ecc. si chiamano, ce l’ha insegnato Gomorra, sistema, forse perché più si apprezzi la loro struttura forte e articolata. E poi qualche volta si parla di “sistema paese” per indicare, a quanto capisco, l’insieme delle forze produttive nostre, quelle che tutte insieme fanno il sacro pil, che sono come l’ossatura, s’intende in una società schiettamente capitalista come la nostra, di tutto quanto il nostro stare assieme.

Ma il sistema che invece sta emergendo

Note per un diario parigino

15

da Chiunque cerca chiunque
di
Francesco Forlani

Undicesimo capitolo
De Particulier à Particulier

Paris 11e.Métro Oberkampf.Sur boulevard Voltaire.Immeuble pierre de taille.Au 6e, ascenseur.Chambre meublée, pour 1 personne, 9 m² environ : douche/toilettes, coin-cuisine (plaque électrique, petit réfrigérateur, micro-ondes), chauffage électrique. Libre. 2000 FF/mois charges comprises.
Leggo l’annuncio che sono seduto al café de la Mairie, di fronte a St.Sulpice ed è uno spettacolo in questa giornata di sole. La copia aperta di Particulier  occupa per intero il tavolino rotondo su cui resta appena lo spazio per la tazzina del caffè. Che non c’è un cazzo da fare non riusciranno mai a fare come si deve.
 Ah café café ca me fai fumar pure l’urtema cigarette, et si adduvini ‘obbar, co l’aqua de fonte de Napule, napulità, se sent à difference cull’ate, daa meza taza franzos o ‘mmericane, que nu palazio intero se pode abbeverarse ca sbobbe,  artro que! sta pisciazza maròn, ohi marò marò, que to bbivi calann la capa all’andrè, que te pare que dice no, non, à la matinè! et oui, st’aria d’humiditate te sciala er grano granello et te fa ascì n’aqua scura scura que nun sape d’artro que d’aqua. Que poi tante, que poi assaje, e tante ma io tante c’aggia girà, tante c’aggio vutà, che ‘o ddoce dint’a tazza fino ‘n mocca ma ha da arrivà.  Quello poi lo zucchero deve rimanere a galla per qualche secondo prima di inabissarsi sul fondo e invece no.

Note per un diario parigino

2

da Chiunque cerca chiunque

Le 14 Juillet
Decimo capitolo 
di
Francesco Forlani

Quando il mio amico Andrea, originario di Berlino Est, si ubriaca, la prima cosa che ti dice è che i tedeschi sapranno pure creare opere monumentali, comporre musiche capolavoro, perfino giocare un calcio tale da vincere i mondiali e nondimeno commettere le peggio mostruosità della storia, tutto ciò con estrema naturalezza, però quando si tratta di festeggiare ne sono assolutamente incapaci. La goffaggine e la colpevolezza Luterana – ben altro dall’uterino cattolico senso di colpa- ostacoleranno ogni dimensione collettiva ma soprattutto individuale, tutte le possibilità di condivisione dell’allegria così messa a dura prova da una pesantezza tanto più atavica quanto necessaria. Ecco perché per Andrea i tedeschi avevano mancato la caduta del muro, di cui non rimaneva in mente nulla nell’immaginario collettivo che non facesse pensare a cape bionde, i famosi picchi del muro, intente a distruggere a colpi di martello la pazziella, il giocattolo che la Storia aveva piazzato nel mezzo della stanza sospesa tra oriente e occidente. E nella capa della gente rimanevano le parate militari naziste nelle città occupate, la marcitudine di una volontà di potenza che scaricava i suoi liquidi puteolenti tra le folle inebetite degli invasi. Di quella gloriosa fine del comunismo, del commiato dagli anni ottanta memorabile restava soltanto la suonata al violoncello di Rostropovič che con le sue note cavalcò i 155 km di muro riuscendone a domare la benché minima scheggia. Solo che il musicista era russo.

Lavorare un libro

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di Giovanni Carletti

[E’ terminata oggi sul manifesto la pubblicazione del reportage “protagonisti dell’editoria”, con le testimonianze dirette di chi “sta dietro” ai libri. Pubblico quella di Giovanni Carletti, editor di Laterza. Il resto del reportage lo si può trovare sul sito di TQ, qui.]

È un giovedì di fine marzo. Il libro è in programma per luglio, ancora non esiste una versione definitiva in mano alla redazione ma l’autore ha ormai completato 7 capitoli su 10. Una gran parte di questi li abbiamo rivisti assieme, eliminando interi periodi, spostando paragrafi, cancellando e aggiungendo. Oggi, però, ci sarà la riunione redazionale per decidere il titolo definitivo e la copertina. All’incontro, che riguarda tutti i libri in uscita a giugno e luglio, sono presenti l’editore, il direttore commerciale, la direttrice della comunicazione, la responsabile del programma, tutti gli editor, la capo-redattrice, il capo ufficio stampa e la responsabile dei diritti esteri.
Su una mensola vengono sistemate 5 o 6 prove di copertina. Tutti abbiamo in mano la scheda che riguarda il libro e che sarà poi utilizzata nella brochure che i promotori porteranno ai librai per raccogliere le prenotazioni. Gli editor prendono la parola a turno per raccontare e spiegare le caratteristiche del libro che hanno seguito, i punti di forza e quelli di debolezza, le qualità dell’autore e la sua capacità in radio, in tv o sui giornali. L’attenzione si sposta sulle copertine, alcune vengono scartate immediatamente e finiamo per concentrarci sempre su due alternative su cui i pareri divergono in modo piuttosto radicale. La discussione rischia di farsi infinita. Votiamo.

La lunga estate dell’indignazione – Pierre Menard a Madrid

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di Bachisio Bachis

Era di maggio, a Madrid, tre mesi fa. L’origine è nota. Lo scenario principale anche: la Puerta del Sol, il km 0 del movimento 15M. L’accampamento improvvisato quella notte, che doveva mantenersi fino alle elezioni di una settimana dopo, ha messo in moto un rivolta gentile che né l’estate torrida e bianca, né le periodiche ondate repressive sono riuscite ad arrestare.

La manifestazione da cui è partito il movimento, convocata il 15 maggio in 50 città spagnole dalla piattaforma Democracia Real Ya e strutturatasi intorno alle reti sociali, aveva avuto una inaspettata partecipazione. Il corteo della capitale si apriva con uno striscione che chiariva le cause della protesta: “Non siamo merci nelle mani di politici e banchieri”. “Non votarli”, uno degli slogan più diffusi, riassumeva la forte critica alla legge elettorale vigente, che condanna il paese al bipartitismo, e gran parte della popolazione a non sentirsi rappresentata dagli “eletti”.

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Masaniello e la camorra: un’associazione arbitraria

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di Silvana D’Alessio

Spiace vedere come un approccio superficiale all’indagine storiografica trovi spesso facile eco nella divulgazione televisiva, sia pur di qualità.

Un esempio in tal senso è stata la trasmissione del blasonatissimo Superquark di Piero Angela, dell’11 di agosto scorso, trasmissione che  ha suscitato molte perplessità in particolare per quel che attiene all’intervento del prof. Alessandro Barbero su Masaniello e i napoletani rinchiusi nel carcere di Fenestrelle *. Come studiosa che si è occupata per anni in prima persona dell’argomento, non ho potuto ignorarla, benché mi trovassi all’estero. Tornata in Italia, ho avuto modo di seguire più da vicino, fra l’altro sul sito dell’Istituto di ricerca storica delle Due Sicilie, la polemica scoppiata  a causa dell’intervista di Angela a Barbero; il professore ha affermato che nella rivolta si possono vedere le origini della camorra; che Masaniello sfruttava la prostituzione, che metteva pace nel mercato e che era invitato da molti tavernari proprio perché si trattava di un “piccolo boss”; ha sostenuto inoltre che la rivolta è scoppiata contro una gabella – quella della frutta – che colpiva chi vi lucrava, chiedendone il pizzo, e che l’incendio alla dogana dove si esigeva è stato compiuto in “perfetto stile mafioso”, precisando che affermava ciò sulla base di nuove fonti, “rapporti di polizia” e altre testimonianze, emerse di recente.

Una poesia

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di Andrea Inglese

Non cedo nulla, anzi quasi niente,
non bisogna cominciare mai, da nessun punto,
cedo al massimo l’acido cianidrico
e qualche altra bruttura, la rotaia guasta,
se cedessi anche un solo sapore, gli spinaci freddi,
senza olio, o una noce secca, con il gheriglio
sui bordi atrofizzato, qualcosa comunque
cedo ancora, la tapparella che s’inceppa,
e anche – ora che ci penso – quella luce grigia
che filtra di mattina, e il mattino, quello buio,
invernale, con il cielo senza zone, interrato,
cedo il cielo, l’aria che non circola, la mia gamba
che magra non s’appaia con il torso,
e non trova la giusta curva nell’immagine allo specchio
e l’albero nervoso, il registratore di cassa
delle forme: cedo anche la matassa morbida nel cranio,
e il contratto stesso di cessione, totale,
non rimanga neppure quello
ad ingombrare nel vuoto
del cedimento perfetto

Chat Noir

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Ninna nanna
di
Mirfet Piccolo
Era sabato pomeriggio dopo la scuola. C’era la pasta in bianco che la mamma mi avevo lasciato sul tavolo nudo della cucina facendo attenzione ad andarsene in fretta; nei suoi movimenti assenti lei mi diceva, io già conosco la fine della storia. C’era una michetta secca e una mela gialla, e c’era il suono di una sirena.
Ho impugnato la forchetta. Quel sabato pomeriggio dopo la scuola ho mangiato solo due bocconi inquieti. Nello zaino gettato a terra c’era il compito in classe di matematica, e la voce del professore che diceva, la tua di non riuscire è solo ostinazione. C’ero io che ho pensato che i conti di una vita non tornano mai, e ti ho aspettato.
La domenica che mi hai portata in cima al Duomo di Milano io avevo nove anni, perdevo il mio primo sangue dalle gambe e tu non lo sapevi. Sono scesa al capolinea del tram e tu eri lì, con il tuo passo deciso camminavi a testa alta e con gli occhi che guardavano lontano. Io non ti ho detto che ero felice e che mi facevi paura; ti ho detto, ciao, e con la mia mano ho levato il tuo bacio dalla mia guancia.

Il Marco Polo sdoppiato di Giorgio Manganelli

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di Filippo Milani, via Cineresie

Da sempre la figura di Marco Polo è stata oggetto di innumerevoli interpretazioni, non solo da parte di geografi, storici e antropologi, che hanno cercato di verificare le notizie fornite dal mercante veneziano durante i suoi viaggi alle soglie del ’300, ma anche da parte di critici letterari e scrittori, che hanno indagato la complessità del Milione, testo stravagante, ambiguo e multiforme.

Tra tutte le riletture della figura di Polo all’interno del panorama letterario italiano risulta particolarmente intrigante quella proposta da Giorgio Manganelli, uno scrittore e giornalista che ha fatto parte del Gruppo 63; Manganelli infatti ha interpretato le divergenze e i punti inconciliabili dell’esperienza di Polo come l’effetto dello sdoppiamento, umano e letterario, subito dal mercante. A partire da questo spunto egli ha proposto nel 1965 un nuovo tipo di letteratura di viaggio, la geocritica:

Le invenzioni di Andrea Sparaco

3

Hommage
di
Enzo Battarra

“Figure dialoganti: i pizzini dell’anima”. Quasi un presagio, la raffinata ricerca di una sublimazione eterea. Andrea Sparaco aveva dato questo titolo alla mostra inaugurata domenica scorsa nella Chiesa dell’Annunziata a Teano e tuttora in corso.
Ora Andrea Sparaco non c’è più. Era nato a Marcianise nel 1936. I suoi “pizzini dell’anima” li ha lasciati come eredità terrena, portando con sé la storia di un uomo ricco di sentimenti e di genialità. Anche se le sue opere continuano e continueranno a vivere, un senso di vuoto, uno smarrimento totale invade il mondo artistico di Terra di Lavoro.
Il suo studio in via Mazzocchi 26 a Caserta, nel quartiere storico della Santella, in quello che è stato definito un tempo il quadrilatero dell’arte, ebbene il suo studio è stata la palestra formativa di generazioni di artisti, di operatori culturali e di intellettuali (due definizioni di altri tempi), di giovani intraprendenti desiderosi di frequentare il “salotto buono” della città. Qualcuno ha tenuto la sua prima esposizione proprio nel magmatico e pullulante studio di Andrea Sparaco.

carta st[r]ampa[la]ta n.41

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di Fabrizio Tonello

Torna Ferragosto e tornano i pirati. Bandiere al vento, abbordaggi con la sciabola tra i denti: Pietro Citati è rientrato dalle ferie e scodella ai lettori del Corriere una doppia pagina in cui le storie di mare che lo appassionano si mescolano con la vita del grande Cervantes. L’anno scorso aveva intrattenuto i lettori di Repubblica (20 agosto 2010) con una recensione di L’Odissea di Elizabeth Marsh, un libro di Linda Colley che palesemente non aveva letto, quest’anno il nostro critico si esercita sul tema “Cervantes alla guerra d’Inghilterra”, che poi sarebbe la spedizione della flotta di Filippo II, l’Invencible Armada. Il titolista del Corriere aggiunge che “Il «Don Chisciotte» nacque dopo il disastro dell’ Invencible Armada” (15 agosto, p. 28).

E’ innegabile che il Don Chisciotte sia nato dopo il disastro dell’ Invencible Armada, così come dopo la battaglia di Lepanto (1571), la scoperta dell’America (1492) e la costruzione della Cappella Sistina (1481): il primo volume fu pubblicato nel 1605 e la spedizione spagnola era avvenuta nel 1588; che le due cose siano in relazione fra loro, come implica il titolo, è però alquanto azzardato. Il nesso dovrebbe essere il fatto che Cervantes lavorò per un breve periodo come commissario addetto alla requisizione di vettovaglie per la spedizione.

Tunnel of Love

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di
Azra Nuhefendić

È un clandestino vero e proprio. Esiste, lo sappiamo tutti, anche se negli elenchi telefonici, nei libri ufficiali, nei discorsi pubblici non si menziona. Le indicazioni stradali per trovarlo non ci sono. Eppure è conosciutissimo. Riceve tantissime visite, lo cercano, lo trovano, lo guardano, lo ammirano. È “il tunnel di Sarajevo”, esiste, ma ufficialmente è come se non ci fosse.
Per la gente di Sarajevo “il tunnel” è il simbolo del coraggio e della sopravvivenza. Per i serbi della Bosnia ed Erzegovina è un luogo dove i serbi venivano uccisi e torturati.
L’altro giorno un piccolo gruppo di ammiratori e di affezionati che non hanno dimenticato ciò che il tunnel di Sarajevo significava durante la guerra, si sono riuniti per celebrare i diciotto anni della nascita del tunnel. È stata una cerimonia piuttosto modesta, molto al di sotto della fama e dell’importanza storica che ha oggi il tunnel di Sarajevo.

Aforismi incompiuti

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[Dopo pressante richiesta da parte dei fan (?!?), proprio come la scorsa estate, eccovi un gradito (!?!) ritorno. G.B.]

di Luca Ricci

Era annichilito perché non ci può essere un eccesso di lucidità.

Il sogno di ogni apocalittico perbene: adombrarsi a tal punto da adombrare il creato.

– Io sono passato alla storia.
– Io sono passato attraverso la storia.

La metafisica era il chewing-gum dell’antichità.

Almeno così: ognuno aperto nel proprio dolore.

Voce e paesaggio. Su Giuliano Mesa

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[Questo testo, seguito da una breve antologia di poesie di Giuliano Mesa, è apparso sul n° 3 di “Atti impuri“. Su NI è stata pubblicato il 23/8/2011. Lo ripresento oggi, perché il 15 e il 16 giugno si terrà a Bologna il primo convegno universitario su di lui. È quindi un’occasione per ricordarlo, ma sopratutto è un invito a leggerlo, anche se la sua opera, nonostante le mie ottimistiche affermazioni in questo pezzo è difficilmente disponibile, se non in rete.]

di Andrea Inglese

Quali prove ho, che Giuliano Mesa sia uno dei maggiori poeti italiani viventi?

Dico questo perché, in poesia, la confusione dei valori è più evidente che altrove. Qualsiasi titolo e trofeo, vanno vagliati con cautela. Nella narrativa, almeno, il successo commerciale permette di squadernare evidenze, che possono poi essere confutate da evidenze d’altro genere, quali il giudizio del critico. In poesia tutto si decide tra pochi, endogamicamente, con grande rischio. A volte, persino, non si decide un bel niente: ognuno nutre semplicemente, nel cantuccio proprio, nella chiesuola d’appartenenza, le proprie chimere. L’opera di un poeta può esserci, straordinaria, ma risulta magari invisibile o dispersa dal punto di vista editoriale, mentre altri libri di nessun pregio, per ragioni estrinseche, girano per librerie, biblioteche e premi.