Home Blog Pagina 309

Tour del commiato

2

di Valerio Cuccaroni

In occasione dell’uscita del numero monografico intitolato VIXI e dedicato al tema della Morte, la rivista Argo (ed. Nie Wiem/Cattedrale, con il Patrocinio dell’Università di Bologna – FLF), in collaborazione con Uaar, intende promuovere la conoscenza delle Sale del Commiato per i funerali laici.

Il papa e la storia italiana

14

di Elio Rindone

Chi detiene il potere ha la possibilità di riscrivere la storia secondo i propri interessi, e a tal fine non è necessario mentire: basta evidenziare una parte della verità e nascondere accuratamente l’altra. Potrebbe sembrare questa la via scelta da Benedetto XVI nel Messaggio indirizzato il 17 marzo 2011 al Presidente Napolitano in occasione del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia: ben pochi studiosi, infatti, si riconoscerebbero nella ricostruzione della storia italiana operata dal pontefice.


Persefone (poesie inedite 2010-2012)

4

di Federico Italiano

PULENDO LE SARDINE CON MATHILDA

Le avevamo adagiate
nell’acqua della tazza

per farle scongelare, per scioglierle
dalla gelata corazza

della loro ultima acrobazia acquatica.
Scivola sulle vertebre

il pollice, spalando
con l’unghia le interiora.

Love Out

2

di Pierfrancesco Pacoda

C’è una doppia, possibile interpretazione del titolo della raccolta che Mauro Baldrati ha curato per Transeuropa, Love out. Potrebbe essere, la frase, un riferimento alla ‘banalità’ del bene, alla sua assordante normalità, quasi che potessimo ragionare di sentimenti adattando a essi la forza ‘fredda’ delle emoticons. Potrebbe però essere, Love out, un invito a fare outing, a rompere l’isolamento della passione, a riappropriarsi, togliendone il predominio alle boutique del centro, della sconcertante carica in movimento del cuore.
Mi viene in mente, leggendo i bei racconti che sfilano nelle pagine eleganti di Love Out il più retorico e sofisticato ‘esercizio di stile’ che la cultura pop ha espresso sull’amore negli ultimi decenni, la canzone dei Frankie Goes to Hollywood, The Power of Love, una struggente ballata dai toni epici talmente incisiva ed evocativa da mettere insieme l’amore di Betlemme, quello sacro, e quello ‘maledetto’ dei bassifondi così amati dalla gay oriented band della new wave inglese.
Così fa Baldrati nelle pagine di Love Out, mette insieme racconti e poesie, rime e storie perché
scalfito dall’idea che lo slogan (come proprio la ‘popular music’ ci ha insegnato) passa indenne attraverso i tempi instabili che viviamo e ci racconta molto di più di un corposo saggio di filosofia.
Soprattutto, ci racconta chi siamo quando viviamo. E quando amiamo. Proponendoci un bel catalogo di ambientazioni che noi lettori possiamo, nella grande diversità delle nostre esperienze, trovare utili per ricostruire la nostra personale trama amorosa.
Voglio dire che Love Out è utile. Aiuta. Risponde a una funzione didattica della letteratura. Troveremo sicuramente la pagina (o la rima) che sembra scritta su misura per noi. Come se l’autore sapesse perfettamente chi siamo. E ha scritto il suo racconto osservandoci, analizzandoci, per offrirci tante possibili soluzioni ai nostri dilemmi amorosi. Che è un po’ la funzione che avevano i fotoromanzi. O le più riuscite canzoni pop. Le ballate come The Power fo Love. Il Potere dell’Amore.
Difficile (e forse nemmeno giusto) raccontare in poco spazio tutti i temi affrontati dal gruppo variegato e nobile di scrittori e poeti che Mauro Baldrati, uomo che ama le trame nervose ai confini della fiction di crime stories, quelle che incredibilmente quando tutto sembra perduto indicano invece una via d’uscita, ha messo insieme e ha diretto.
Hanno risposto all’appello celebrità come Tiziano Scarpa, Raul Montanari, Alan Altieri, Gianluca Morozzi e giovani promesse che, stimolate dal fascino ammaliatore di un argomento così terribilmente ‘fuori moda’, hanno giocato le loro carte più ambiziose, consapevoli di essere ai confini di quel baratro chiamato luogo comune. E, ognuno con il proprio fluire linguistico, ha riportato l’amore a casa.
Perché, come dice Nanni Moretti, ‘Le parole sono importanti’, ed è di questo che deve parlare la letteratura oggi, di un senso che va esaltato e divulgato, di una semplicità gioiosa, che è propria di una parola come ‘amore’. Una parola che ripetuta all’infinito, descritta e resa protagonista della vita, come fanno gli autori di Love Out, impareremo a pronunciare, dopo aver letto questo libro, con frequenza maggiore di quanto facevamo prima.
Il merito è di tutti quelli che hanno accettato di essere parte di Love Out (molto efficace la copertina con il cuore in rilievo) anche un po’ del curatore al quale gli ‘happy end’ piacciono molto.
I fondi ricavati dalla vendita di questo libro vengono devoluti all’Associazione Volontaria di Assistenza Socio-Sanitaria e per i Diritti di Cittadini Stranieri, Rom e Sinti.

Informazione e censura sul web cinese

0

Internet in Cina è una grande forza di cambiamento dell’intera società fin dalla sua nascita nel 1994. Nonostante sia nota all’estero soprattutto per la censura operata dallo stato (il Great Firewall of China), la rete cinese rispecchia la frammentazione e la ricchezza della società cinese e non è interpretabile fruttuosamente con categorie rigide come democrazia/dittatura o libertà/oppressione.

China Files, agenzia italiana operante da anni in Cina, ha raccolto e tradotto le voci di intellettuali, scrittori, artirsi e semplici cittadini blogger su grandi e piccoli temi sociali, politici e culturali cinesi.

L’analisi del web è il capitolo di inquadramento del web cinese, dove viene descritta la strategia tecnologica e sociale della censura e come l’attivismo online sia non solo nato e cresciuto potentemente, ma addirittura incoraggiato in alcune circostanze. Dalle campagne anticorruzione alla selezione oculata dell’informazione, si delinea una situazione informativa estremamente sofisticata, vivace e partecipata.

Le voci del web traduce direttamente numerosi brani di alcuni dei blogger più rappresentativi dell’attivismo cinese e cerca di inquadrare le spinte di rinnovamento sociale all’interno del più ampio movimento internazionale di rivolta nel 2011.

Identità e conflitti affronta infine il tema centrale di cosa costituisca l’identità cinese, negli aspetti nazionali e culturali (essere cinese è qualcosa di definibile?), etnici (Han e minoranze nazionali, tibetani in primis) e sessuali (sessualità, genere e orientamento in una società con forti tensioni demografiche).

Una lettura veloce, stimolante e ricca di riferimenti e collegamenti in rete.Il sito degli autori è continuamente aggiornato e traduce regolarmente le voci di artisti, intellettuali e scrittori cinesi.

www.china-files.com

carattericinesi.china-files.com/

La danza del drago digitale. Informazione e censura: voci del web cinese
China Files, 2011 quintadicopertina – Fabrizio Venerandi Editore
28.208 parole,  183.842 battute
ISBN: 9788896922545 Collana Ping The World
ebook con licenza CC BY-NC-SA 3.0
http://www.pingtheworld.it/?page_id=192

Acquistabile su Quintadicopertina o scaricabile direttamente qui su Nazione Indiana in formato epub. Se dopo averlo letto vi è piaciuto, sostenete il progetto Ping The World ed acquistate l’intera collana di ebook a soli 10 euro.

 

pop muzik (everybody talk about) #14

2

plyPhon / Autechre. 2008

i vecchi invisibili

15


[Oggi sono venti anni dalla morte di Valentino Bompiani (Ascoli Piceno, 27 settembre 1898 – Milano, 23 febbraio 1992), editore, drammaturgo e scrittore italiano che nel 1929 ha fondato la casa editrice che porta il suo nome. Le righe che seguono sono state pubblicate sul quotidiano La stampa il 5 Marzo 1982]

di Valentino Bompiani

Oh, se tu sapessi, se tu sapessi, la terra eccessiva- mente vecchia e cosí giovane,
il gusto amaro e dolce, il gusto delizioso che ha la vita cosí breve dell’uomo.

A. Gide, I nutrimenti terrestri

Passati gli ottant’anni, ti dicono: “Come li porti bene, sembri un giovanotto”. Parole dolci per chi le dice ma a chi le ascolta aprono la voragine del tempo in cui si affonda come nelle sabbie mobili. La vecchiaia avanza al buio col passo felpato dei sintomi, squadre di guastatori addestrati che aprono l’inattesa, inaccettabile e crescente somiglianza con gli estranei. Su una fitta ai reni o per l’udito ridotto, anche il nemico diventa parente. Lo spazio e le cose si riducono: la vecchiaia è zingaresca, vive di elemosine.

carta st[r]ampa[la]ta n.46

1

di Fabrizio Tonello

Carissimi amici italiani, vi mando il più affettuoso saluto dalla Nuova Caledonia, dove sto sorseggiando un long drink al latte di cocco mentre aspetto di tuffarmi tra i coralli e i pesci tropicali. Mi dispiace che voi siate bloccati sotto la neve in compagnia di Alemanno: io ho appena concluso un accordo miliardario con FaceGooglAmazon per un nuovo software e penso di starmene qui per qualche annetto. L’idea del mio rivoluzionario software, Plural, è venuta leggendo “Nòva”, il supplemento tecnologie del “Sole 24 Ore” del 5 febbraio, tutto dedicato al ruolo che avrà la Rete nel rivoluzionare l’insegnamento. Basta con le aule! Abbasso le spiegazioni! Stop ai metodi autoritari e cattedratici!  D’ora in poi, La didattica va a lezione di tablet  (p. 51). L’articolo spiegava che all’università di Padova hanno creato Wecampus, “uno spazio dove sono gli allievi delle università a segnalare i documenti che trovano interessanti e possono aggiungere commenti”.

Il libro dei sussurri

12

di Gianni Biondillo

Varujan Vosganian, Il libro dei sussurri, Keller editore, 470 pagine, traduzione di Anita Natascia Bernacchia

Impresa titanica quella di Varujan Vosganian: raccontare la diaspora armena – dopo i genocidi ottomani – vista da una piccola città della Romania, Focşani. Storia che noi, colpevolmente, non conosciamo affatto e che eppure si intreccia a doppio filo con quella del Novecento europeo.

La peculiarità dell’opera di Vosganian sta nell’aver deciso di non ci restituirci il racconto di quegli avvenimenti attraverso una cronologia: non fa Storia, ma narrazione. Non racconta per grandi eventi, ma per piccoli episodi, per storie minime e allo stesso tempo straordinarie. I protagonisti de Il libro dei sussurri sono contadini, artigiani, soldati, patrioti, sacerdoti, vecchi, bambini. Non ostante sia profondamente autobiografico, non è la voce della memoria infantile di Varujan a parlare in questo libro. È la memoria dell’intero popolo di rifugiati che parla attraverso di lui. Varujan è l’aedo, il cantore di questa resistenza alle avversità della Storia politica europea che ha frantumato e disperso un popolo senza riuscire in ogni caso ad estirpargli l’identità.

Il popolo della diaspora – errante come quello ebraico – sussurra per evitare la repressione del regime di Ceauşescu. Sussurra per non perdere le tradizioni, per tenerle salde. Sussurra per riuscire a parlare liberamente, quando si nasconde nelle cripte dei cimiteri, sognando una nuova fuga. Tutti questi sussurri, sono storie di uomini e di donne, racconti di sofferenze, gioie, nascite, morti. Tutti questi sussurri sono la memoria orale di un’umanità dolente e vitale, sono una voce sola, potente, restituita a noi da uno scrittore straordinario.

Il libro dei sussurri è un’epopea scritta con una lingua densa, intensa, nobile, pervasa di un realismo magico che me la fa affiancare ad altre, alte, esperienze narrative internazionali. Le storie di migliaia di vivi e di morti risuonano nelle pagine di questo libro unico, che non ho vergogna di dire sia, per me, uno dei grandi romanzi della letteratura europea contemporanea.

[pubblicato su Cooperazione, n.51 del 19 dicembre 2011]

Matrimonio greco

43

I miei amici, Lakis e Doris, Lakis Proguidis è il direttore dell’Atelier du Roman, una delle più belle riviste letterarie europee, mi hanno scritto la seguente mail: Chers amis, à notre humble avis, la vérité concernant la situation en Grèce, ce qui se passe là, est dans cet appel de Mikis Théodorakis et pas dans la presse officielle. Amicales salutations. Lakis+Doris Io sposo la loro causa, così. effeffe

Un appello di Mikis Théodorakis (traduzione dal francese di Francesco Forlani)
Un complotto internazionale è in corso e mira a portare a termine la distruzione del mio paese. Gli assalitori hanno incominciato nel 1975 con, come bersaglio, la cultura greca moderna, poi hanno perseguito la decomposizione della storia recente e della nostra identità nazionale e oggi tentano di sterminarci fisicamente con la disoccupazione, la fame e la miseria.

Crescita del mercato ebook italiano 2012

8

il mercato sta (più o meno) quadruplicando, e Kindle si sta avvicinando al 50% del mercato totale. Detto in altre parole ancora: quello che l’anno scorso (ebook a.K.) era 100 diventa 200, a cui si aggiungono altri 200 rappresentati da Kindle, sicché il mercato totale che l’anno scorso (a.K.) era 100 quest’anno (d.K.) è 400.

Antonio Tombolini sul suo blog: Gli ebook in Italia avanti-Kindle e dopo-Kindle

Cioé da 500.000 ebook venduti nel 2011 a 2.000.000 nel 2012, basandosi sui dati in proiezione della sua piattaforma di distribuzione, Stealth. E’ l’effetto dell’arrivo di Amazon Kindle.

Ma io, veramente, dov’ero, dove mi trovavo? / Sono semplicissimo a segnalarmi

4

di Daniele Poletti

L’ultimo numero (7) della rivista indipendente di arti e letteratura dia•foria è dedicato al poeta torinese Augusto Blotto.

Su Milan Kundera

4

di Massimo Rizzante

Qualche tempo fa una studentessa mi pose qualche domanda su Milan Kundera. Pubblico le mie risposte e allo stesso tempo colgo l’occasione per onorare la memoria di due grandi amici e compatrioti di Kundera, Josef Škvorecký (1924-2012) e Květoslav Chvatík (1930-2012), entrambi scomparsi nel mese di gennaio.

Non fate come me

1

di Enrico Donaggio

Incrocio sotto casa corpi e volti appena scorti di là dal mare, al telegiornale. Pugni al cielo, sventagliate di mitra, grida di vittoria o paura tra bandiere che bruciano e piedi in fuga. Sono proprio loro: giacche di pelle come guappi anni Sessanta, tute da ginnastica degne di arresti domiciliari, qualcosa di sgualcito per sempre nel viso e nelle mani. Parlano e fumano attorno a un carrello della spesa zeppo di volantini pubblicitari, gli stessi che maledicono ogni giorno la buca delle lettere.

Kobiety Rubensa ― Le donne di Rubens «il Seicento non ha nulla per chi è piatto»

0

di Wisława Szymborska

(non resisto al fascino, pieno e debordante, pur in traduzione, di questa poesia della poetessa polacca di recente scomparsa, e ve la offro insieme con qualche immagine, molto in tema. Qui, per chi può fruirne, il testo originale a.s.)

Ercolesse, fauna femminile,
nude come il fragore di botti.
Fanno il nido in letti calpestati,
nel sonno la bocca si apre al chicchirichì.
Le pupille rovesciate all’indietro
Penetrano dentro le ghiandole da cui i lieviti stillano nel sangue.

Un pallido inverno, omaggio a Wallace

1

L’Archivio DFW Italia, lancia l’iniziativa ‘Pale Winter’: lettura collettiva de “Il Re Pallido” di David Foster Wallace.

Il 21 Febbrario del 1962 nasceva lo scrittore americano David Foster Wallace e in occasione del suo 50simo compleanno un gruppo di affezionati lettori darà il via ad una lettura ragionata del suo romanzo postumo, “Il Re Pallido”, pubblicato lo scorso anno, tradotto in Italia dalla casa editrice Einaudi.

La lettura comincerà a partire da oggi, 21 febbraio, e dal 3 Marzo, ogni sabato, per 12 settimane, ognuno dei partecipanti pubblichera’ un intervento sul sito dell’Archivio DFW Italia. Naturalmente commenti e interventi saranno aperti a tutti i lettori italiani di Wallace che sono invitati ad unirsi all’iniziativa: una pagina Facebook e un Google Group verranno aperti per l’occasione, dando altre possibilità di interagire a chiunque lo volesse.

GLI HIPSTER E LA MORTE

6

di Giacomo Bottà

No ai cappellani militari

6

di Cipax, Cdb San Paolo Pax Christi

Nel momento in cui l’Italia attraversa un’aspra crisi economica e sociale e chiama tutti a fare sacrifici e a rinunciare a diritti pur legittimamente acquisiti anche la Chiesa cattolica romana deve fare la sua parte.
Riteniamo perciò doveroso che le autorità cattoliche dimostrino la disponibilità a ridiscutere alcuni dei privilegi ottenuti con il nuovo Concordato, stipulato il 18 febbraio 1984, e con successivi accordi economici e normativi direttamente o indirettamente derivanti da quel patto. Sarebbe infatti scandaloso se la gerarchia cattolica non rinunciasse ora ai privilegi concordatari, così come auspicava il Concilio Vaticano II.

Author (not) here

4

ovvero “Una cosa noiosa che non ho mai fatto”

di Stefano Durì

[dopo la pubblicazione di questa recensione su The Pale King, nella casella postale di NI è nata una discussione fra l’autrice e un nostro lettore, il quale ha condensato in questo pezzo le sue considerazioni, che qui volentieri pubblico. G.B.]

Ho letto “Il re pallido” e alcune recensioni. In almeno tre di quelle italiane si afferma che ad un certo punto DFW parla della propria esperienza all’Agenzia delle Entrate, dando al romanzo anche “un valore testimoniale e autobiografico” (cit. dall’articolo di Sandro Veronesi, Repubblica, 31/10/2011). In quelle straniere (v. ad esempio qui o qui ) e anche in Wikipedia si dà invece per scontato che il DFW presente nel romanzo (e che si presenta come “il vero autore”) sia un personaggio di finzione (lo chiameremo “DFW”).

In effetti, nel periodo del presunto apprendistato all’IRS il vero DFW si laureava ad Amherst. Wikipedia a parte, troviamo una descrizione degli anni di Amherst in questo articolo (peraltro segnalato da Wikipedia): . Per documentarsi sulle questioni fiscali DFW ha invece seguito corsi di contabilità, stabilendo anche contatti con veri esperti della materia. Cito da qui:
In 1997 [..] Wallace enrolled in accounting classes at Illinois State University and began plowing through shelves of technical literature, transcribing notes on tax scams, criteria for audit and the problem of “agent terrorism” into a series of notebooks.
He also carried on lively correspondence with tax lawyers and C.P.A.’s [..] Their replies, now held in the Wallace archive at the Harry Ransom Center at the University of Texas, evoke some of the big themes of the novel, and suggest that the philosophical Jesuit accounting professor who “converts” a character to a career in “the Service” may not be a wild invention.

Un recensore della LA Review of Books afferma anche, sulla base della propria esperienza all’IRS, che la stessa Iniziativa Spackman è pura finzione (dal retrogusto curiosamente pynchoniano, tra l’altro) e così pure il cambiamento del Social Security Number, che si rivela piuttosto un utile espediente narrativo.

Se il tutto si riducesse all’invenzione di un qualche particolare autobiografico non ci sarebbe granché da dire. Ma la storia mi pare più interessante: dal 1997 DFW si è costruito una competenza specifica e l’ha proiettata all’indietro nel tempo nell’esperienza di un proprio alter ego fittizio (“DFW”), creando la memoria di un “universo fiscale anni ’80” tecnicamente plausibile ma non aderente alla realtà storica. Parliamo cioé della nascita “in vitro” di un interesse per le questioni fiscali le cui radici non affondano nelle vicende personali: la materia della narrazione è stata scelta in base ad un’elaborazione autonoma e poi è stata modellata nel corso della narrazione stessa. Siamo di fronte ad un progetto il cui senso e le cui motivazioni sono da cercare nella storia precedente di DFW in quanto autore, nella sua autobiografia intellettuale. Questa affermazione sarebbe valida anche se ci trovassimo di fronte ad un’opera portata davvero a termine da DFW in persona, con la differenza che in quel caso ci confronteremmo con un oggetto a tutto tondo, finito. Ci muoveremmo sulla terraferma (per quanto accidentata) e non in una palude.

Mi sono chiesto se, come lettore, posso sorvolare su tutto questo in nome della famosa “sospensione dell’incredulità” e lasciarmi prendere dal testo, indifferente alla realtà fattuale. La domanda può anche essere posta in questo modo: in che cosa il me-stesso-lettore che conosce i fatti differisce dal me-stesso-lettore che si beve tutte le affermazioni di “DFW”?

Tempo fa, al cinema, mi vedevo un film di James Bond. Se non ricordo male JB si stava lanciando da un aereo su una pista innevata a bordo di una specie di gommone. A quel punto un tale nella fila dietro se ne uscì con un commento del tipo “Questa è proprio incredibile!”. Fu un errore non sequestrarlo e torturarlo fino a scoprire perché avesse avuto un sussulto di “realismo” proprio di fronte a quella particolare scena di un film così strutturalmente e prevedibilmente basato su eventi iperbolici. La quantità si era trasformata in qualità: qualcosa, per quel tizio, aveva superato di colpo il limite accettabile della famosa “sospensione dell’incredulità”. Nei film di 007 questa sospensione è in realtà il motivo per cui paghiamo il biglietto, quindi sussultare in sala è pateticamente autolesionista. In “Il re pallido” il discorso è un po’ più complicato.

Nel capitolo 9 (“Author Here”) “DFW”, oltre a parlare della propria esperienza all’IRS (non di DFW-in-carne-ed-ossa, ora sappiamo), fa alcune affermazioni relative ad altre parti del testo. In particolare ci esorta a credere che contenga stralci di interviste, annotazioni e citazioni più o meno rimaneggiate, anche per motivi legali. Se cominciamo a “sospendere l’incredulità” nel capitolo 9 dovremo ritenere che i brani di cui “DFW” parla siano in qualche modo “documenti”, dovremo riconsiderare il ruolo dell’autore stesso e ridimensionarne il contributo creativo. Il tutto sforzandoci di ignorare le nostre impressioni più immediate che invece ci sussurrano “Simula!”, come il terribile dottore tedesco che subodora la truffa di Lemmon e Matthau in “Non per soldi ma per denaro”.

Il fatto è che nel cap.9 entra in gioco un dispositivo paradossale: se si crede alla voce narrante sparisce la finzione (e il romanziere), se non ci si crede, rinunciando alla famosa “sospensione”, sparisce anche il lettore, o almeno il fiducioso lettore ideale di romanzi. Ex post, il paradosso è ulteriormente e tetramente complicato per il fatto che la voce narrante parla all’interno di un’inesistente versione definitiva e pubblicata del romanzo e ad essa si riferisce.

Ma oltre a questa impasse logica c’è un motivo più di fondo per interrogarsi sul ruolo di questa parte del testo, ed è appunto la dimensione “progettuale” di cui parlavo prima. E’ in questa dimensione, penso, che va collocata l’opera e anche il modo della sua ricezione. Per quanto lo conosco, DFW non si diletta di giochetti metaletterari a buon mercato: lo afferma (uberparadossalmente) lo stesso “DFW”, che si dichiara pienamente cosciente della natura paradossale delle proprie affermazioni.
Insomma, se DFW mi mette di fronte questo dispositivo narrativo, sospetto che lo faccia con una motivazione strategica rilevante per me-stesso-lettore, non per mandare in estasi l’accademia. Quindi non mi sembra una buona contromossa aggirare il problema per non compromettere un presunto “gusto del racconto”. Forse il me-stesso-lettore che “sospende l’incredulità” si sta allontanando in un universo tanto parallelo quanto insipido: una lettura che dipende in modo cruciale dalla piatta accettazione delle affermazioni di “DFW” cade fuori dal regno delle letture e delle interpretazioni lecite e sensate (per collocarsi non so dove).

Non mi azzardo a proporre un’interpretazione originale. Non ne ho le capacità e, in questo caso più che mai, sarebbe incerta, difficilmente verificabile. Mi limito a segnalare uno spunto di riflessione offerto da Franzen in un testo bello e toccante apparso sul New Yorker, un racconto che si snoda su tre piani: varie riflessioni su “Robinson Crusoe”, la descrizione di un periodo trascorso in solitudine sull’isola in cui visse il “vero” Robinson e (centrale) una meditazione lucida, commossa e anche molto amara sulla morte dell’amico DFW. Franzen cita un paradosso messo in luce da un critico: nel XVIII secolo gli scrittori di narrativa rinunciano a sostenere che non stanno utilizzando materiale di finzione, ma allo stesso tempo si sforzano di rendere questo materiale il più possibile “not fictional”, cioé verosimile. Questo crea sia un genere letterario sia un modello di relazione tra lettore e testo. Forse è proprio di un nuovo “atteggiamento del lettore” che ci parla “DFW”/DFW.

Overbooking: Fabio Sebastiani

2

Aforismi: solo forme, only for me
di
Gigi Spina

Bello poter scrivere la recensione di un autore che non si conosce personalmente. Primo vantaggio. E poi, il volume ha già una sorta di pre-recensione (di Raul Mordenti, “Il sacrificio della parola banale. A mo’ di introduzione” pp. 7-12). Secondo vantaggio. Terzo: anche l’autore, Fabio Sebastiani – stiamo parlando e parleremo di “Concerto per aforisma (quasi) solo”, Zonacontemporanea 2011 – premette una ‘”Nota” (pp. 13-16), in cui fornisce a lettori e lettrici utili istruzioni per l’uso, accanto a una personale poetica dell’aforisma. La nota contiene, già all’inizio, un bell’aforisma: “L’epoca della ‘riproducibilità tecnica’ si è di fatto trasformata nel suo opposto, ovvero nella ‘tecnica della riproducibilità’”. Lo so, un po’ troppo ‘spiegato’ per essere un vero aforisma, ma tale da prepararci alle pagine che leggeremo con grande curiosità e, alla fine, con gran piacere della mente.

Fabio Sebastiani entra, col suo volumetto, in una tradizione nobile. Secondo Gino Ruozzi, uno dei massimi studiosi delle forme brevi, “in Italia l’attenzione per il genere dell’aforisma è notevolmente cresciuta nell’ultimo decennio, così da avere almeno in parte colmato un vuoto che ci separava dagli altri paesi europei, in particolare Francia e Germania” (introduzione a AA.VV., “Teoria e storia dell’aforisma”, Bruno Mondadori, Milano 2004, p. IX). Per capirne di più, un altro bel volume è “La brevità felice. Contributi alla teoria e alla storia dell’aforisma”, a cura di Mario Andrea Rigoni, Marsilio, Padova 2006. Ma soprattutto, per leggerne di più (di aforismi), fondamentali sono i due volumi dei Meridiani (Milano 1994,1996), curati da Gino Ruozzi, “Scrittori italiani di aforismi”.

Ora, pensare e scrivere aforismi è un’arte raffinata e particolare. Frutto di una ‘contrainte’, di un’autocostrizione. Voler ascoltare le sirene, ma farsi legare all’albero della nave per impedirsi di raggiungerle. Voler comunque usare le parole, ma legarsi alla forma breve per evitare il compiacimento dell’argomentazione. Cosicché la ciurma dei marinai, insomma lettori e lettrici, ti vedano contorcerti nel tormento della concisione e ne traggano spettacolo edificante.

Seneca, che di aforismi ne capiva, tant’è che ne regalava spesso, in forma di sententia, all’amico Lucilio, a suggello di molte lettere, faceva riferimento a un’esperienza musicale (epistola 108). La musica, del resto, come dirò meglio fra poco, organizza e modula gli aforismi di Sebastiani, fin dal titolo del volumetto.
Seneca parlava della costrizione del verso rispetto alla prosa e della sua efficacia quando un filosofo inframmezza versi a precetti salutari, per farli penetrare più a fondo nelle menti degli ignoranti. E citava una riflessione di Cleante di Asso, filosofo stoico: quando soffiamo dentro una tromba, il nostro soffio, incanalato dentro quel tubo lungo e stretto, attraverso l’apertura più ampia produce un suono più squillante. Così, la rigida costrizione del verso rende i nostri sentimenti più limpidi.
Il concerto di Sebastiani per aforisma (quasi) solo si organizza, come ogni concerto che si rispetti, per movimenti musicali (tecnicamente ‘indicazioni agogiche’), che istruiscono gli strumenti (la voce, il pensiero, l’occhio del lettore/lettrice?) ad eseguire alla perfezione. 18 movimenti, dall’Adagio misterioso all’A piacere. Raul Mordenti fa già il punto nell’Introduzione; starà poi a ogni lettore/lettrice, come a un direttore d’orchestra, adattare alla sua sensibilità quelle istruzioni di esecuzione.

Ma c’è un’altra struttura che organizza gli aforismi e li divide in blocchi – caratteristica, del resto, che è d’obbligo per ogni libro di aforismi: di una ripartizione c’è bisogno, che sia tematica, cronologica, stilistica o di altro tipo. Ogni blocco, corrispondente a un movimento, si apre con un paio di righe in corsivo: aforisma esso stesso, il corsivo tematizza in qualche modo la sezione. A me sembra anche di individuare quasi sempre un legame fra l’ultimo aforisma della sezione e l’aforisma-corsivo della sezione successiva, quasi un riprendere il pensiero da un’angolazione diversa o, per meglio dire, con un diverso movimento. Anche in questo caso, sarà il lettore/lettrice ad aguzzare l’ingegno.
Non conoscendo Sebastiani, ed essendo l’aforisma un punto di vista assolutamente e costitutivamente autobiografico, diciamo ‘il proprio modo di guardare il mondo’, lo immagino (certo, ho letto la sua ‘nota’ introduttiva) come uno scrittore intransigente, che al consumo usa-e-getta preferisce senza alcun dubbio il dono generoso della condivisione profonda, la sfida dell’interpretazione che genera altre interpretazioni, rinnovando continuamente un testo.

Ho deciso, mentre scrivevo questa recensione, di non citare nessuno degli aforismi di Sebastiani, per evitare quella sorta di ‘quale ti è piaciuto di più?’ o ‘cos’hai provato?’ che costringe – costrizione, questa sì, fastidiosa – i nostri sentimenti e i nostri pensieri in caselle strette di questionari d’incomunicabilità.
Dico solo che ‘eseguire’ le sue pagine è stata un’esperienza importante, un passare in rassegna, attraverso lo sguardo di un altro, fasi e momenti della propria vita, allegri e tristi, spensierati e profondi, (ri)conquistare idee e perderne altre, consentire e dissentire, sbilanciarsi fra pessimismo e ottimismo (che poi, intelligenza e volontà non hanno accoppiamento fisso!); e, soprattutto, desiderare di saper pensare per aforismi, che sono il contrario delle verità assolute, dogmatiche e definitive. Proprio no: sono l’istantanea fedele della complessità, contro la semplicità della superficie.

Gli studiosi dell’aforisma fanno riferimento, tradizionalmente, all’etimologia greca della parola: definire, segnare un confine, distinguere (il verbo ‘horízo’), a partire da (la preposizione ‘apó’). Da grecista, mi piacerebbe invece – anche se so che non è possibile – che nel composto si sentisse il verbo ‘horáo’, il verbo dello sguardo, del vedere, quello stesso dell’ ‘idea’. Perché, cos’altro è un aforisma se non esercitare gli occhi della mente a guardare le sirene e descriverle al meglio, con poche e essenziali parole, senza farsene vittima?

Stato e Chiesa: qualcosa si muove

17

di Paolo Bonetti

Le pressioni esercitante sul governo Monti da tanta parte dell’opinione pubblica, a proposito delle esenzioni fiscali di cui, in base all’attuale normativa, gode la Chiesa cattolica in Italia, pare non siano state inutili. Il nostro presidente del Consiglio ha comunicato ufficialmente al vicepresidente della Commissione europea, Joaquin Almunia, la volontà del governo italiano di presentare in Parlamento un emendamento alla legge attualmente in vigore che consente alla Chiesa di non pagare l’Ici (diventata Imu) sulle sue proprietà adibite a usi “non esclusivamente commerciali”.