Somos el viento
Intermezzo silenzioso dalla Repubblica democratica di Plaça Catalunya
di
Alessio Arena
Gli unici sgomberati fino a pochi giorni fa erano i colombi della piazza. Sporchi, affamati come sempre, zoppicanti, più o meno consci di star perdendo il centro, gradualmente, spintonati verso gli alberi mozzi che costeggiano la Rambla, dove i turisti sono troppo impegnati per dare loro da mangiare, o verso il Passeig de Gràcia, con la sua minacciosa sarabanda di semafori.
La piazza, a partire dalla calorosa mattinata del 15 maggio scorso, s’è vista riempita di tende da campeggio, striscioni, sacchi a pelo, da una variopinta accampata di persone, coordinatesi per mesi attraverso le reti sociali, giovani e meno giovani, unite da una educatissima vocazione al cambiamento.
Non ci sono partiti che rappresentino il popolo degli accampati di Barcellona, Valencia, Madrid, Zaragoza, e delle altre principali città spagnole. Si tratta di gente unita da un precariato sempre più denigrante, da una insofferenza profonda verso il sistema politico attuale dal quale non si sentono rappresentati nemmeno in minima parte.





Miglior trucco. Dico apparentemente perché, a parer mio, l’arma vincente dell’opera è stata proprio il maquillage ovvero l’arte dello svelare e insieme rivelare (nascondere, velare due volte) verità altrimenti disturbanti nella presa diretta. Per spiegare come e perché questo film non mi sia affatto piaciuto e soprattutto perché lo considero come l’ennesimo esempio di esperienza mancata mi sono necessari alcuni passaggi che spero non tedieranno il lettore.







