Cono d’onda
di Lorenzo Esposito
Direi che, come si presenta attualmente, esso è un lampo fissato nel suo bagliore, un’onda pietrificata mentre si frange sulla riva.
(J. W. Goethe, Sul Laocoonte, 1798)
Ecco qualcosa di ineliminabile: il divario fra l’immagine e la sua comunicazione, fra la comunicazione e la sua immagine. “Quale comunicazione, scriveva Guy Debord, si è desiderata, o conosciuta, o soltanto simulata?”, concludendo poco più avanti: “L’infanzia? Ma è qui; non ne siamo mai usciti”. L’uscir fuori dalla forma, da tutte le formalità della visione, proprio a partire da una forma mai vista prima, è il sogno già realizzato e mai abbastanza compreso di Walt Disney. Eppure: cosa viene prima, il sogno della metamorfosi o il lapsus del fotogramma che la procura, l’adulto o il bambino? Méliès, che se lo è chiesto per tutta la vita, alla fine cercò una risposta sulla Luna… L’animazione costituisce il velo che continuamente si posa e si solleva fra i due regni, ne è il profilo tragicamente irrin-tracciabile, il documento della torsione continua del suo impossibile, il sintomo stesso della creazione che nasce dalla e nella crisi delle forme.
L’indecenza
di Mariasole Ariot
Gli alberi sono degli alfabeti, dicevano i Greci.
(Roland Barthes)
La prima volta, dopo molti anni, l’ho vista arrivare dall’alto. Un cavalcavia e il suo corpo ombra che in lontananza sembrava un arbusto senza foglie, due rami che si allargano al cielo aggrappati tenacemente al manubrio di una bicicletta troppo alta. E quel gesto tipico della vittoria aveva in lei l’ansia della resa, dell’abbandono disperato della vittima che attende il sacrificio: la testa rivolta al cielo, identica ai tempi del liceo, chinava da un lato appoggiata alla nuca, come se pesasse troppo o chiedesse una tregua all’Inferno o a qualche Santo dimenticato.
Arrivava dall’altro lato della salita mantenendo la posizione di fatica anche in discesa, patita, con l’acqua alla gola e senza gola, le gambe rapide, secche, indecenti – come le ha definite la sorella – tremendamente magre, asessuate. Indecenti. Questa parola si ripete, le trapana il cervello fino al punto di non ritorno che chiede una ripetizione per essere digerito, triturato come il cibo frantumato che si nega: Olga é indecente, un corpo indecente, la lingua di una casa indecente, la mia annata indecente.
Una stanza a Gerusalemme
di Tiziano Fratus
Tutti aspettano, con impazienza,
che le madri partoriscano
una generazione felice.
Walid Al-Shaykh
[responsabilità]
oggi sei più silenzioso del solito
non mi riesce nemmeno di offenderti
al telegiornale si vedono i militanti di hamas entrare nel quartier generale di al fatah
le teste nere con il fazzoletto verde occupano gaza
so che sei in allarme
sei un buon soldato e farai tutto quello che occorre
al governo questo lo sanno e da anni ci fanno affidamento
oggi dunque astinenza? ti chiedo scocciata
spengo la televisione ma a fatica ti fai slacciare i pantaloni
*
Il Leone Zodiacale [Eracle #1]

di Ginevra Bompiani
Quando Eracle affrontò la sua prima fatica era già stanco. E molte circostanze legate al Leone erano fonte di perplessità. Il Leone era un leone per tutto tranne che per la nascita e le abitudini. La sua nascita veniva dalla congiuntura di una madre e di un figlio di razze opposte: una serpe e un cane; abitualmente viveva in fondo a una caverna con una doppia uscita. Eracle bloccò una delle due uscite, chiudendosi così la tentazione alla rinuncia; poi impiegò parecchi giorni a percorrere il cunicolo profondo dove il Leone, che non poteva essere ucciso da altri che da lui, lo aspettava senza muovergli incontro. Come lo affrontò è un mistero che quell’oscurità e quella profondità coprirono. Ma fu una faccenda secondaria perché la vittoria era già scritta.
Misha Glenny: McMafia – viaggio attraverso il nuovo crimine organizzato
di Federico Varese – Professore di Criminologia all’Università di Oxford e direttore dello Extra-Legal Governance Institute. È autore di The Russian Mafia. Private Protection in a New Market Economy (Oxford University Press, 2001) e di Mob and Mobility, di prossima pubblicazione in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.
MISHA GLENNY, McMafia. Droga, armi, esseri umani: viaggio attraverso il nuovo crimine organizzato globale, trad. di Anna Zapparoli, Milano, Mondadori, pp. VIII-448, € 18,00
Negli anni Novanta ho viaggiato spesso nella Russia Centrale e soprattutto nella città di Perm’, ai confini con la Siberia, per raccogliere materiale destinato a un libro sul crimine organizzato, e a ogni visita mi trovavo ad aprire un conto corrente in una banca che al viaggio successivo non esisteva più. Una volta parlai del fallimento delle banche con uno dei miei intervistati, il leader di un gruppo mafioso locale – un tipo corpulento, la cui corte si riuniva in un ristorante alla periferia della città. Indossava un completo bianco e parlava nel gergo dei criminali russi, che aveva imparato nel carcere dove era stato incoronato “boss”.
L’ormai attestata egemonia degli autori sperimentali in Italia
[Il testo è stato pubblicato su Culturalia.]
Qua e là in siti web e riviste di letteratura si legge che la scrittura sperimentale, e specialmente la poesia di ricerca, sarebbe “egemone” nel nostro paese.
Trovo sia assolutamente fondato. A fatica la mattina mi faccio strada, in tram, fra gente che tiene ostentatamente aperto davanti a sé “il verri”; alcuni per tutto un viaggio in bus godono a infastidirti urlando al cellulare i propri progetti di traduzione di testi di Robert Smithson, di Kaprow, di Morris. Altri cianciano di Gysin. Viene la nausea. Cosa vogliono? Si ha la sensazione di essere circondati. Si ha questa sensazione, ogni giorno.
Ci salveranno i piedi, non le radici – Intervista a Marco Aime
di Marco Rovelli
Marco Aime, docente di Antropologia culturale all’università di Genova e scrittore, ha pubblicato di recente due libri: La macchia della razza (Ponte alle Grazie), Il primo libro di antropologia e Una bella differenza (entrambi per Einaudi). Ma è soprattutto un appassionato antropologo che guarda al nostro presente, e ci è parso importante riflettere con lui, mettendo in gioco il suo acuto «sguardo da lontano», su quella che è la vera emergenza italiana di questi tempi: l’emergenza razzismo.
Nel suo «La macchia della razza» riflette a lungo sul linguaggio, sulle parole usate per «dire» l’immigrazione: una grandissima operazione di mascheramento, di costruzione di una realtà fittizia.
«La retorica comunicativa relativa al problema immigrazione, come a quello della sicurezza è significativa di una precisa volontà di stravolgere i fatti. Pensiamo al grande spazio dato agli sbarchi e ai respingimenti. La percentuale di stranieri che arriva dal mare è irrisoria, ma adeguatamente mediatizzato questo diventa il problema principale. Innanzitutto, quando avviene un reato si enfatizza l’origine se a commetterlo è uno straniero, ma non si fa la stessa cosa se a delinquere è un italiano. Così si mettono le basi all’equazione “straniero uguale criminale”, tacendo sulla stragrande maggioranza di immigrati che lavorano onestamente nel nostro paese. Poi si passa all’etnicizzazione del crimine. Basti pensare alle aberranti parole di Calderoli: “Ci sono etnie che hanno propensione a delinquere”. Ecco come ci si avvicina pericolosamente alle teorie razziali. Nel Manifesto della razza del 1938 c’era scritto: “È ora che gli italiani si proclamino francamente razzisti”. Il tono non è molto diverso da quel «Finalmente cattivi» della Padania, il giorno dopo i primi respingimenti».
Natale con bambino

di Helena Janeczek
Sta per arrivare il Natale, il Santo Natale, e Gilda è nervosa più del solito: ferma in macchina allo svincolo dell’autostrada mentre cerca di uscire da Milano, ferma con davanti un cartello che sovrasta i cavalcavia, un rettangolo gigantesco che dice “Aiutare chi è rimasto indietro”. Gilda, oltre ad essere rimasta indietro nell’ingorgo prenatalizio, lo era anche rispetto a quei cartelli che nei mesi dei suoi piccoli spostamenti con carrozzina per il centro di Gallarate non ha visto sorgere e ora vede spuntare dappertutto. Certo, li conosceva. Però ne conosceva soprattutto le parodie, quelle tipo “Meno tasse per Totti” che Bruno trova e stampa in ufficio e poi si porta a casa per farsi perdonare i suoi rientri a sera tardi.
Lettura Fresca
Eugenio Tescione legge, Racconti di qui, di Davide Vargas
Parlerò del titolo, proponendo una possibilità di interpretare il testo – né per storicismo né per estetismo – preferendo al versante psicologico e antropologico quello semiologico e logico. Dirò quello che ho pensato durante la lettura, partendo dal luogo, dalla terra scritta in queste pagine; proverò a dire della necessità della letteratura, della scrittura realistica e onirica, della visione del reale e della cecità, e dunque della necessità dell’espressione lirica e della costruzione letteraria.
Il titolo mi ha fatto subito pensare ad un romanzo molto famoso, incompiuto, scritto negli anni venti (1922). Un’opera molto distante dalla scrittura di Davide, per stile e contenuto, ma, per qualche ragione a me sconosciuta, è rimasta, durante tutta la lettura, come sfondo di pensiero. La ragione per cui si è così imposto sta forse nella peculiarità delle vie associative, che mi sembrano abbiano funzionato per contrasto, per l’opposto che mediante la dissomiglianza diventa punto degli antipodi che spinge ad immaginare un arco entro il quale può essere racchiusa tutta la diversità del mondo.
Sembra ci sia qualcuno . . .
[molto volentieri pubblico la traduzione, l’originale è in figura, di una poesia cinese classica particolarmente bella, gentilmente affidatami da una cara amica che molto ne sa. Sua è anche, naturalmente, l’introduzione al testo. a.s.]

“Lo Spirito del Monte” (Shan gui) fa parte dei “Nove Canti” (Jiu ge), una raccolta di poesie cerimoniali sciamaniche cinesi, che secondo la tradizione furono raccolte e rielaborate dal poeta Qu Yuan.
Le poesie sono databili al IV secolo a.C. e appartengono a luoghi e civiltà precedenti all’avvento degli Han, che segnò l’inizio della cultura cinese nei suoi aspetti a noi più familiari (unico potere centrale, confucianesimo, sofisticata struttura burocratica…).
Sembra ci sia qualcuno – hsi…nella piega del monte,
tralci d’edera l’avvolgono – hsi…il convolvolo gli cinge i fianchi.
Ecco, egli mi contempla – hsi…e sorride con approvazione.
“Signore, tu mi osservi con desiderio – hsi…la mia grazia ti ha ammaliato”.
Alla guida di rossi leopardi – hsi…linci screziate al mio seguito,
monto un carro di magnolia – hsi…e di cassia ho intrecciato una bandiera.
Orchidee mi rivestono – hsi…la mia cintura è di zenzero in fiore.
Colgo fiori soavi – hsi… per donarli a colui che domina i miei pensieri.
Tre Apocrifi
di Marco Ercolani
Visione
Inedito di Samuel Beckett, 1 gennaio 1970.
Attraversa il sentiero correndo; si impenna, appare, scompare; è di un bianco lucente, investito dal sole, non ne avevo mai visto uno simile, sebbene avessi sentito parlare di cavalli fin dall’infanzia…
Dovremmo potere. Ma con prudenza, passo dopo passo, rammentando il fango che blocca i muscoli, ricordando la stretta delle corde e il gelo delle sbarre. Un movimento dopo l’altro. Il piede destro sopra un punto, il piede sinistro sopra l’altro punto, curvi, la bocca aperta, gli occhi serrati.
Il cavallo bianco mi impressiona, ma anche le altre cose bianche, le lenzuola, le pareti, i fogli, i fiori, e soprattutto l’idea del bianco, agghiacciante in mezzo alle tenebre, quando io, sveglio, la fronte sudata, come un sudario alzato fra il letto e la porta…
Milk and Mara [cinema sho(r)t #2]

di Nicola Ingenito
Elementi di critica omosessuale: lettera aperta al Ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna.
Ministro Carfagna, le scrivo,come spettatore cinematografico e come cittadino, per consigliarle la visione di un film: Milk di Gus Van Sant. A me il film, dal punto di vista cinematografico, non ha convinto nemmeno un po’, ma, allo stesso tempo, credo che sia pensato e girato più per lei che per me.
La volpe (15 luglio 1997-15 luglio 2009)

di Francesca Matteoni
a S.
Tulse Hill, dicembre 2007
I
Ti scrivo da quest’ultimo mese, in cui ci si raccoglie. Si richiama il freddo dall’esterno, a palme schiuse, si strizzano gli occhi nel sole di ghiaccio: il vento taglia le bocche, indurito contro il pensiero. Ormai vivo di partenza, tra l’Italia e Londra. Abbandono le montagne tutte attorno alla provincia toscana, il senso di un mondo protetto, per la metropoli di tempi fagocitanti, vertiginosi, che scendono dalla City ai villaggi delle periferie. Nel suo cuore è un raccordo di antico e moderno – s’infuocano i palazzi di specchi, l’acciaio architettonico proprio accanto alla cattedrale di St. Paul, all’Old Bailey dalla giustizia bendata, dove le folle si accalcavano per vedere gli assassini, i ladri, la miseria ignorante delle streghe tutti esposti nei ceppi tre secoli fa. La domenica gli uffici sono chiusi: mi piace camminare in questo deserto gigante di pietre, colonne, vicoli tra le banche serrate. Non come a Leicester Square con l’irritazione crescente per i turisti che non sanno mai dove attraversare; sulle scale mobili non stanno sulla destra, discutono allegramente tra di loro, collezionando sfilze di accidenti mentali da chi si affretta nel sottosuolo, per i treni. Poi a volte mi lascio trasportare negli snodi riprodotti, moltiplicati delle strade e della metropolitana – non c’è un altro mondo di paesi e natura, Londra lo divora, ci si inventa sopra. Un treno si blocca per l’uragano, i cavi elettrici sbattuti sui binari, e devo camminare fino alla stazione di Totteridge, all’estremo nord. Ci sono colline brune e foreste, che svettano sulle case a schiera. Mi fermo in un bar minuscolo, ad ordinare una delle terribili cioccolate inglesi, con troppo poco cacao in una tazza enorme. Penso che comunque la solitudine è anche bella, non devo rendere conto a qualcuno, posso restare lì, semplicemente a osservare le cose, lasciare che la loro storia ignota sia la mia. Le mie giornate sono questo scoprire e chiedere del passato. Uno strascico vago, persistente di informazioni, di fili che si raggiungono nella rete del paesaggio, quasi che niente avesse mai significato di per sé, isolato nell’attimo in cui accade. Incontro di nuovo gli eventi trascorsi, brillano in frammenti estranei, come la neve di Joyce sui vivi e sui morti, smantellano l’inganno degli anni, del loro spostamento.
Like a Rolling Stone
di
Gian Paolo Ragnoli detto Giambo
Francia del sud, anni ‘70
Lo so, lo so, qualsiasi idiota potrebbe dire c’ero anch’io, le backing vocals sono basse nel mix e non si distinguono chiaramente. Non ho mai capito se fosse stata una scelta stilistica di Keith e di Jimmy Miller o fosse capitato per caso, registrando nelle cantine di casa di Keith invece che in uno di quegli studi pazzeschi che gli Stones si sarebbero potuti permettere.
Ma era un periodo strano, questo esilio francese, e il fatto che fossero quasi sempre quasi tutti strafatti contribuiva a dare alle cose un tocco surreale, a farti pensare che c’era un’accorta regia mentre invece le cose succedevano come al solito, come pare a loro, e noi stavamo lì a ricamarci sopra qualche disegno superiore, il tuo karma è negativo, amico, no , guarda, è solo che tu sei troppo fuori anche solo per capire l’espressione karma negativo, insomma dialoghi così, come un Corman girato a doppia velocità.
Comunque c’ero anch’io, secondo voi il testo su Angela Davis chi l’ha scritto?
Me ne stavo a Villefranche, guardavo il sole tramontare, bevevo Côtes du Rhône, aspettavo l’estate come se questo significasse che stavo facendo qualcosa di sensato.
D’altra parte non mi capita quasi mai…
Note per uno Story Border

Narcisse Revisited, Caravaggio ?
« Fece alcuni quadretti da lui nello specchio ritratti. Et il primo fu un Bacco con alcuni grappoli d’uve diverse »
Giovanni Baglione su Caravaggio , nelle Le Vite de’ Pittori, Scultori, Architetti, ed Intagliatori del 1642
“Mentre attraversava la strada, diretto verso la farmacia all’angolo, girò involontariamente la testa ( un bagliore gli aveva colpito di rimbalzo la tempia ) e vide – col rapido sorriso con cui salutiamo un arcobaleno o una rosa- che dal furgone stavano scaricando un parallelepipedo di cielo di un bianco accecante, un armadio a specchi su cui, come su uno schermo cinematografico scorreva il riflesso impeccabilmente nitido dei rami, scivolando e oscillando in modo tutt’altro che ligneo: era un vacillare umano, condizionato dalla natura di chi portava quel cielo, quei rami, quella sdrucciolante facciata.”
Vladimir Nabokov, Il dono
Un pittore, Caravaggio e uno scrittore Nabokov, dunque, alle prese con un’esperienza che è ben oltre la semplice visione di un fenomeno. Diciamo pure che quella apparizione di seconda mano, l’immagine riflessa, permetteva l’accesso alle cose nella loro più intima essenza. Come se la cornice, dello specchio, del quadro, rendesse possibile una visione più autenticamente “umana” del mondo. Storicamente fu quando le pareti delle case si sostituirono agli altari delle chiese, che le opere, affreschi, si staccarono dall’immaginario sacro per diventare quadri trasportabili nel quotidiano delle stanze.
Il sonno della ruggine
di Marina Pizzi
1.
la giacca della rupe l’ho messa
accanto alla culla. così si capirà
che non è nascita essere bambini
i ragazzini con le caviglie esangui
le lunghe nuche senza fidanza.
in palio non c’è niente se non vedetta
di vendetta guardarci dritti negli occhi.
un compagno di asilo è stato ammesso
a fischiettare con le rondini. questo il
buono che si staglia tutto fecondo e dotto.
una minaccia di pioggia fa da tara
all’abaco che non conta che sfila
il pallottoliere dentro il pozzo.
2.
in merito alla girandola furbetta
resta la nube imbrattata di sangue.
qui le sanguisughe sono condominiali
i panni stesi non nascondono amori.
i dondolii di cuori reciproci
gemellano i cipressi ben futuri
al prossimo adesso, adesso.
qui sfinito il mosto senza nettare
condanna la fuga fradicia di muschio.
devo restare per un diverbio netto
con le ciliegie spinose sotto la rena
e fingono languori le formiche
operaie. tu in gola al nome
mi chiami febbre tanto per
innamorarmi. ma è tardissimo
il movimento di ancorare i gabbiani.
AntiLars [cinema sho(r)t #1]

di Carlo Mazza Galanti
Ossigenato il cervello e sciacquati gli occhi in un bagno di sana luce estiva, le vibrazioni apocalittiche dei titoli di coda che ancora filtrano dalla vicina sala di proiezione suscitano un sorrisetto pietoso.







