[Si pubblicano due estratti dal romanzo Giardini di loto, Gaffi, 2010.]
di Andrea Melone
Eravamo seduti a tavola. Mi pareva di sentire nel mio ventre le cellule schiantarsi e moltiplicarsi. Era come ali che battono appena, e non so bene se stavo piangendo o godendo.
Entrò in sala Piergiulio, mi salutò tastandomi le spalle, baciò mia madre. La sua bocca era piena di insoddisfazione. Si sedette con precisione di collegiale: scansò la sedia con le mani, se l’avvicinò. Dopo un tempo considerevole sollevò il capo. Mia madre gli accarezzò il dorso di una mano e gli domandò: «Tutto a posto all’università?», voleva ascoltare un effetto nuovo del genio di suo figlio. «Ma sì, in fondo», informò con un tono alterato e un rossore che aveva portato da fuori.
Papà li ascoltò parlare come l’arbitro di un agone bucolico. Agnese annunciò che avrebbe servito a tavola. Cercai di condurre altrove il mio pensiero, ma non avevo un luogo dove andare, nessuno da visitare se non il mio ventre che non era più io, era sedizione.
















