di Martin Walser
traduzione di Marina Cantoni
(Estratto)
Si è in grado di valutare in un secondo tempo le immagini dell’infanzia o addirittura si è obbligati a farlo, oppure ci si può abbandonare semplicemente per sempre a questo flusso ricco di ricordi? Ho la sensazione di non potere trattare i ricordi a mio piacimento. Ad esempio non mi è possibile modificarli tramite le conoscenze che ho acquisito nel frattempo. Il ricordo torna a un periodo che fu terribile, come ora so. Ogni volto del partito, ogni figura militare, ogni insegnante e ogni volto visto da vicino esprime l’appartenenza a quel periodo, eppure da solo non mostra l’atrocità. È il caso di una persona che tra i sei e i diciott’anni non si è accorta di Auschwitz. L’infanzia e la giovinezza sviluppano la loro infinita fame e sete e quando vengono messe di fronte a uniformi, volti di comandanti e cose simili divorano tutto. Il dirigente locale del partito mi appare ciò che era allora per me: un goffo uomo bavarese-francone che gracchiava in un’uniforme di un giallo bruno stridente, che era fuori posto ovunque, sia per la zona che per il periodo. Sembrava che gli ci fosse voluto tutto il suo coraggio per uscire con quell’uniforme grottesca dalla sua casa di funzionario e sulla strada principale del paese. Per ogni altro passo doveva esserci voluto ancora più coraggio. Quando poi arrivava al luogo dell’adunata emetteva solo quel suono gracchiante e avvilito.










