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Quel “mito genuino” cantato da Bruno Di Pietro

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Ἐλέα. Quando verrà il passato

di

Paolo Lago

In una delle sequenze iniziali di Medea (1970) di Pier Paolo Pasolini, il Centauro, una presenza mitica e contemporaneamente sacra, si rivolge a Giasone bambino con queste parole: “Tutto è santo, tutto è santo. Non c’è niente di naturale nella natura, ragazzo mio, tienitelo bene in mente. Quando la natura ti sembrerà naturale, tutto sarà finito e comincerà qualcos’altro”. Questa concezione della natura sacra e magica deriva a Pasolini dalle teorie di Eliade e Frazer, importanti fonti per la tessitura ‘antropologica’ del suo film, ma si potrebbero azzardare anche dei punti di contatto con la concezione del “mito genuino” che Furio Jesi deriva da un altro importante antropologo e studioso, Károly Kerény.

Se il “mito tecnicizzato” è il frutto della deformazione mostruosa del passato operata dagli apparati di potere, quello “genuino” può essere bene rappresentato anche dall’opera di artisti e poeti come, ad esempio, secondo Jesi, dalle DuineserElegiendi Rilke .

Bruno Di Pietro, nella sua recente raccolta poetica dal titolo Ἐλέα. Quando verrà il passato (LesFlaneurs Edizioni, 2024) rappresenta uno spazio naturale ‘non naturale’, un universo mitico scaturito appunto da un “mito genuino”. Il luogo dove sorgeva l’antica Elea si trasforma così in una spazialità mitica e assoluta, solcata da un Parmenide (filosofo noto per le sue teorie sull’Essere statico e immutabile) convertitosi alla teoria del divenire.
In un componimento dal sapore proemiale, riportato in caratteri corsivi, Di Pietro scrive infatti: “Parmenide convertito al divenire / è in buona salute. / Zenone si è offeso. / La bouganville è in rigoglio / il melograno è in fiore / ponente pettina il grano. / Nella piana di Elea / tutto è e sarà / come è sempre stato. (Io invecchio)” (p. 11).

Quella frase “tutto è e sarà come è sempre stato” si riferisce indubbiamente alla teoria parmenidea ma è come se racchiudesse in sé il segreto del “mito genuino”: quel passato non è passato, è ancora lì; la piana di Elea è ancora quella solcata da Parmenide e da Zenone.
Le parole poetiche dell’autore riescono, in una sorta di evocazione sacrale, a ricreare una spazialità mitica che non è cambiata, che è rimasta immutata nel tempo, luogo deputato all’“antica festa” come immaginata da Jesi. Quest’ultimo, infatti, individua nelle pagine di alcuni romanzi di Cesare Pavese un altro spazio mitico genuino, quello della campagna delle Langhe, un vero e proprio “luogo sacro” .

La piana di Elea è come la campagna pavesiana o il Friuli materno di Pasolini: uno spazio intatto, mitico, ove possono ripetersi in una sorta di estatica continuità i rituali di un passato che non si è mai spento.

Nella prima sezione della raccolta, intitolata Ἔως, cioè “aurora”, viene descritto un luogo ancora avvolto dalle ombre della notte, in cui ancora splende la lunae sono accese delle torce, in cui “danzano l’uno e i molti / intorno alla rotonda luna”, una danza scaturita dal pensiero filosofico parmenideo ma anche – pare – profondamente legata allo spirito arcano del luogo, a una dimensione di “antica festa” che mai si è offuscata (e, nel momento dell’aurora, sarà una ragazza a “improvvisare” “sulla spiaggia / una danza del senso”, p. 28).

Il pensiero filosofico, nei versi di Di Pietro, erompe potentemente come entità corporea e fisica che si manifesta negli elementi naturali-non naturali: la luna, i boschi, gli ulivi, il mare (che compare ad esempio in un efficace distico allitterante: “Solo il mare / rumoreggia”, p. 21) assieme a figure sacrali come le ninfe. L’“antica festa” si materializza così in un teatro mitico in cui protagonisti sono elementi naturali anch’essi mitici come quei “suoni di alberi / scossi dai vènti” (p. 22).

È un luogo ove giungono anche le antiche vestigia del passato, vestigia che ancora continuano a parlare riferendo i loro arcani messaggi, le loro antiche e quasi inenarrabili storie, come quei “cocci di argilla” che il poeta ci dipinge come recanti “tracce di una lingua arcana” che “dicono di un’isola / dalle spiagge rosa” (p. 24): immagini frammentarie di un mitico mondo antico che ci può far pensare ai frammenti narrativi messi in scena da Federico Fellini nel suo Satyricon (1969), storie interrotte, spazi esotici e magici, anch’essi inesorabilmente appartenenti ad un “mito genuino” che non smette di sopravvivere nelle parole dei poeti.

Ma quella parola foriera di storie, nella dimensione della festa, può perdersi e frammentarsi ulteriormente in pura ed arcana sonorità: “Suoni e riti e miti / riportano i vènti / meridionali. Dall’orizzonte / è scomparsa la parola” (p. 26). Quel vento che elimina la parola, il vento mitico del ricordo e del passato, felliniano ma anche montaliano, è una voce che sembra erompere, ancora una volta, da una dimensione mitica pura. Perché, come ricorda il poeta, “c’è più mistero nel creato / che nel creatore”, p. 30).

Nella seconda parte della raccolta, intitolata Κρόνος, cioè “tempo”, lo spazio del mito è inquadrato dallo sguardo di Parmenide, ormai anziano, ormai preda dello scorrere del tempo (“Ho incontrato da vecchio / il tempo. / E mi umilia”, p. 38).

Se lo spazio appare incastonato in un’assolutezza dai contorni sacrali, fermo nella sua appartenenza all’“antica festa”, la figura di Parmenide è caratterizzata da un corpo mortale, un corpo preda della malattia che contempla quella stessa assolutezza (“Quanta eternità mi circonda! / E non mi appartiene”, p. 42): forse anche il mito, allora, può appartenere al tempo e al suo movimento, alla trasformazione incessante che investe la realtà. Ma, nonostante questa trasformazione, esso rimane costantemente “genuino”, nell’accezione data da Jesi: ed è grazie allo sguardo del personaggio Parmenide ma, soprattutto, grazie allo sguardo del poeta che si conserva questa caratteristica, se così si può dire, di ‘genuinità’.

Lo sguardo di Parmenide è ‘mitizzante’ perché appartiene ad un sapiente, a un filosofo che in nessun modo può osservare ciò che lo circonda in modo banale e scontato: “Di bellezza vera mi appare / lo sguardo paziente / dei muli al frantoio, / la sapienza della chiocciola / che nel guscio sverna. / Di bellezza vera / forse eterna” (componimento n. 8, parte seconda, p. 44). Parmenide è il sapiente che veglia la notte per aumentare la sua sapienza, vorrebbe capire più a fondo ciò che è scritto nel mondo e negli astri, ma ormai il tempo e la malattia lo aggrediscono: “Vegliato notti intere. / Interrogati gli astri / per carpirne le leggi, / so che Vespero e Lucifero / sono la stessa stella” (p. 47).

La figura del filosofo ci potrebbe far venire in mente – l’inconsueto paragone non mi sembra azzardato – il Filemazio, “protomedico, matematico, astronomo, forse saggio”, protagonista della canzone Bisanzio, dall’album Metropolis (1981) di Francesco Guccini, che, ormai vecchio e malato, si trova di fronte a un mondo che non riesce più a comprendere: “Anche questa sera / la luna è sorta affogata in un colore / troppo rosso e vago. / Vespero non si vede, / si è offuscata / la punta dello stilo / si è spezzata. / Che oroscopo puoi trarre questa sera, mago?” .

Se, come è stato notato, la figura di Filemazio può essere stata ispirata a Guccini dal personaggio di Tiresia presente ne La Terra desolata di Thomas Stearns Eliot , è doveroso ricordare che Eliot è anche uno dei poeti preferiti di Bruno Di Pietro, considerato un vero e proprio “testo sacro”, secondo quanto egli stesso afferma in un’intervista rilasciata a Michele Paoletti e uscita su “Laboratori Poesia” l’8 febbraio 2019. Ma se il Filemazio di Guccini appare immerso nella storia in quanto non riesce più a comprendere i cambiamenti storici e sociali che stanno avvenendo a Bisanzio, il Parmenide di Di Pietro riesce pur sempre a decifrare lo spazio che lo circonda e a carpirne la bellezza, una bellezza che appartiene indubitabilmente ad un ambiente sacro, abitato dagli dei: “Il sale impregna la gola / la parola non ha suono. Respiro la bellezza del mondo” (p. 51).

La terza e ultima parte, intitolata φύσις, cioè “natura”, si configura come un canto alla natura in tutta la sua sacralità, una natura scaturita dall’immaginario di un uomo antico appartenente al mondo antico, sulla quale si posa una “luce greca” e ove soffiano “venti orientali”, mentre ancora presente appaiono la luna e le stelle, in notti attraversate dalle lucciole, albe e ore meridiane (rinfrescate da ombrosi faggi) che si aprono su baie solcate da placide imbarcazioni, leggere sul mare come lo scorrere del tempo.

La raccolta di Di Pietro, impreziosita da sapienti tonalità ritmiche e musicali frante in assonanze, allitterazioni e rime al mezzo, si conclude con un componimento intitolato Incipit in modo ossimorico, ma qui lo sguardo pare affidato al ricordo di un tempo dell’infanzia capace, forse, di stendere un nuovo orizzonte mitico: “Allora noi bambini / si andava per canneti / a fare capanne improvvisate / e cerbottane / mangiavamo la sorba spontanea / e una radice dal sapore di liquirizia”(p. 77).

Lo spazio circostante torna ad essere inquadrato in una dimensione mitica da uno sguardo che si volge all’infanzia come lo sguardo “fanciullino” pascoliano o il ricordo del passato messo in atto da Pavese. Anche uno spazio connotato dal continuo divenire e da una continua trasformazione, grazie soprattutto allo sguardo del poeta, rimane incastonato in una dimensione mitica “genuina”. Infatti, dopo aver letto l’intera raccolta ci rendiamo conto che la sapiente parola poetica di Ἐλέα riesce meravigliosamente a rendere mitico e sacro uno spazio naturale consegnandolo all’eternità.

[Paolo Lago è dottore di ricerca in Letterature e Scienze della Letteratura e in Scienze linguistiche, filologiche e letterarie. Si occupa soprattutto di ricezione dell’antico, estetica del romanzo, critica tematica nella letteratura e nel cinema. È redattore della rivista “Carmilla online” e collabora con altre riviste. Fra le sue monografie: L’ombra corsara di Menippo. La linea culturale menippea, fra letteratura e cinema, da Pasolini a Arbasino e Fellini (Le Monnier, 2007); La nave, lo spazio e l’Altro. L’eterotopia della nave nella letteratura e nel cinema (Mimesis, 2016); Lo spazio e il deserto nel cinema di Pasolini. “Edipo re”, “Teorema”, “Porcile”, “Medea”(Mimesis, 2020); La natura ostile. Visioni e prospettive nella narrativa contemporanea (Terracqua, 2023).]

➨ AzioneAtzeni – Discanto Ventitreesimo: Alessandro De Roma

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Azione Atzeni – Discanto XXIII: Alessandro De Roma

  Sul ponte il pastore dice: «Bella notte, ma il mare non mi piace, lo capisco ma non mi piace, si agita troppo per nulla, mi bagna la giacca e me la sala, in fondo stiamo soltanto passandoci sopra, la terra è più sicura. Se non fosse ch’è acqua, lo maledirei». «Non potete maledire l’acqua?». «Non si maledice una madre. L’acqua è madre … l’uomo ha molte madri, acqua, terra, sole, aria… Preferirei stare sotto un olivo, con un bicchiere di vino in mano, ascoltando e raccontando storie con gli amici …».

da Il quinto passo è l’addio di Sergio Atzeni

 

Il primo passo non c’è

di

Alessandro De Roma

Attorno a me si solleva tutto il marcio di un uomo che tenta la fuga da almeno cinque decenni, ovvero da quando ha cominciato a sospettare che non sarebbe rimasto per sempre bambino. Lei ha una proposta di lavoro…altrove… ben pagata. Sue parole. Ma no, io non so nulla, non so dove andrò. Parole mie. Colpa, delirio, agonia. E infine addio. Sono i cinque passi della danza. Il primo non c’è. Nel primo ci si nasce dentro, ci si affonda, in cerca di assestamento e, peggio, molto peggio, alla ricerca di una rivelazione. Il tizio mi guardava stupefatto. Davvero con quel mio tono compito gli avevo messo in mano un curriculum vitae che conteneva lingue straniere a profusione e una laurea con la dignità di stampa su un argomento piuttosto astruso di filosofia. Eppure, mi dicevo pronto ad accettare qualsiasi mansione in quel suo bugigattolo d’albergo di via Sassari. Non avevo nemmeno cambiato quartiere: ero solo passato da una strada derelitta di Stampace alto, in cui abitavo, a una assai più dignitosa di Stampace basso. All’epoca a Cagliari non c’era un ristorante ad ogni angolo e i crocieristi non erano il sangue che scorreva nelle vene della città; non si mangiava il sushi a colazione, non si pagavano maritozzi alla panna cinque euro, o anche sei, in pasticcerie sciccosissime, neppure si sapeva cosa fosse un maritozzo, neppure si sapeva cosa fosse un euro. Si mangiavano papassinos e candelaus, che costavano quel che dovevano costare.Ero un giovane dalla crescita lenta, a metà del mio terzo decennio, e non solo perché la statura non si era mai alzata di molto dall’età infantile, ma anche perché maturavo con una lentezza della quale, pur rendendomi conto, non mi vergognavo. Pensavo fosse un mio diritto. Un risarcimento per il luogo periferico in cui ero cresciuto. Pensavo: la vita mi ha dato questo. Me lo tengo. Pensavo: queste sono le mie possibilità. A ognuno la sua strada, a me questa. C’è tempo, molto tempo, tutto il tempo che voglio. Quante cose farò!

Avevo amato ogni attimo del risveglio che la vita universitaria a Cagliari mi aveva donato. L’uscita dal bozzolo. Ed ora, davanti al tizio che mi chiedeva se per caso non sarebbe stato meglio per me un lavoro più degno da qualche altra parte, più sicuro e appropriato per il mio curriculum – cercava un po’ affranto di far passare un messaggio –, io, con gli occhi, rispondevo: ma certo che sì, certo che mi voglio un po’ di bene. Come avrei potuto gridare – guaire forse soltanto – che non mi voleva comunque nessuno, senza sembrare irrimediabilmente patetico?

Ero arrivato fino a lì già pronto a tutto. Deciso ad abbassare la cresta. Speravo che mi dicesse anche soltanto: va bene, allora vieni qui ogni sera, un’ora o due a grattare via il sudiciume dai bagni, e noi in cambio ti daremo almeno un pasto caldo.

Io non avevo nemmeno l’aria senza scampo e cialtrona di certi personaggi di Atzeni. Non avevo la simpatia, né certamente la fama da sradicaquerce; non avevo all’epoca mai nemmeno fumato una canna e, una volta sola, una sigaretta, figurarsi se avrei mai potuto ritrovarmi sperduto da qualche parte sulla strada per Santa Lucia con una partita di droga e uno che si chiama Elvis e che ha una pistola. No, io ero quello cresciuto nella cameretta di una casa in un paese di collina, leggendo Mann e Anna Maria Ortese. Chi ero, neanche lo sapevo. Intuivo e speravo che il mondo potesse essere più vario di come lo avevo potuto conoscere fino a quel momento, ma non intravedevo in alcun modo una fessura per ficcarmici dentro.

E così mi sono ritrovato a lasciare quell’ennesima opportunità. A gridare – dentro, solo dentro, sì, niente guaiti –  vedrete: troverò chi saprà umiliarmi. Chi saprà almeno umiliarmi. Chi mi vorrà, quanto meno per umiliarmi.

A Londra ne ho pulito di sudiciume! E ne ho pelato di patate! In and out in Paris and London, mi consolavo – e mi esaltavo – leggendo Orwell. Come nella tradizione del più anonimo mozzo. E sì, ho scopato, quanto e come volevo, finalmente, e sputato, e bevuto e ballato. Ma sempre e comunque con misura, perché, in quella cameretta, in qualche modo ci stavo ancora bene e volevo essere più che sicuro di poterci tornare.

Scoprivo di essere rimasuglio di una generazione che ha tentato di cambiare il mondo perché sapeva che fa schifo, ma non sapeva che lo schifo ha costruito in millenni strutture solidissime di resistenza. Ero attrezzato per riconoscere quella struttura, oramai, ma non per sopportarla.

E così, inquieto, non ho fatto che partire e tornare da allora e per sempre, in un’eterna nave che puzza pure di calamari scongelati oltre data di scadenza, fritti in olio di suino rifritto molte volte avanti e indietro sulle mitiche rotte della Anonima Marinara. Sempre quella, sempre la stessa, anche quando cambia nome e colore, anche quando al posto della sala giochi e del cinemino di centonovantesima visione, c’è il cocktail bar. Anche quando, finalmente liberato e compiuto, adulto, salvo, perfino a volte stimato, perfino riconosciuto, su quei traghetti mi ci sarei imbarcato per motivi del tutto soddisfacenti e luminosi, come il turismo nudo e crudo, o meglio, bell’e buono, ché nudo e crudo il turismo non è mai, ma bell’e buono si spera invece lo sia sempre. La mia libera scelta di scoprire il mondo, la si può vedere come la fessura che avevo tanto cercato. Ma appena sali su una di quelle navi inizi comunque il naufragio: dapprima nel delirio, nella colpa, e poi soprattutto – soprattutto – nell’agonia. Il primo passo non c’è mai. E l’addio, non dipende da te.

Quanta superbia invece, e arrogoganza! Credere che solo noi – solo io – che siamo nati su un’isola abbiamo il diritto di scappare e di rimpiangere la vita con tanta disperazione! Mentre la disperazione non si nega a nessuno,  nemmeno a uno di Pescara e perfino a uno di Berlino. Uno di Collegno, non è meno disperato. Di Vimercate, di Monza. Anche se a ciascuno la disperazione parla una lingua diversa. E, a ciascuno, la sua propria lingua: del resto, infatti, nessuno sarebbe davvero disperato, se invece anche altri quella lingua la capissero. Ebbene, non so se ci sarà mai un addio così spettacolare.

Io Atzeni l’avrei potuto incrociare per le strade di Cagliari mentre ero ancora un giovane studente da cameretta, che non si era e mai si sarebbe fatto delle canne, mentre lui già passava sulla terra leggero. Forse davvero l’ho incrociato, qualche volta, in un vicolo del centro o nella mia via Santa Restituta nei primi anni Novanta, chissà. Gli avrei potuto sussurrare all’orecchio: non uscire in mare quel tale giorno. Non andartene così presto. E lui naturalmente non avrebbe potuto fare altro che prendermi per quel che ero: un debosciato che non sapeva nulla della vita.

No, non avrò mai né una strada così luccicante né una fine così spettacolare. E lo so. L’ho accettato. Lo sto ancora accettando. E nemmeno ho imparato mai davvero a nuotare. Nella cameretta non c’è il mare. Io non ho altro che sogni, quando penso al mare, niente onde, niente burrasca, nulla di sensuale, nulla di vero. E mai comunque mi spingerei così al largo.Solo che il mare io, non lo posso maledire. Il rischio mi pare troppo grande.Invece, quel che faccio, a volte, è anelare allo spazio più profondo.

Dalla nuova specifica cameretta nella quale ora mi rinchiudo per scrivere. Tra l’armadio e il comodino. I ricercatori hanno da poco individuato un pianeta, GJ 251 C, simile alla terra, scovato attorno a una stella nana rossa nella costellazione dei gemelli a circa 18,2 anni luce da noi. Lo ha scoperto uno che si chiama Suvrath Mahadevan e che lavora alla Penn University. Lui lo definisce «la nostra migliore opportunità per trovare vita oltre la terra».

Ha una massa quattro volte superiore a quella del nostro pianeta, e si trova nella zona abitabile, la cosiddetta zona goldilocks, cioè a quella distanza dalla sua stella che permette di mantenere acqua allo stato liquido e quindi di permettere la vita; sarebbe a dire che la radiazione della stella madre a quella distanza non è né troppo intensa né troppo debole. Il nome viene dalla fiaba di Riccioli d’oro, la bambina che si intrufola nella tana dei tre orsi ma che riesce poi a venirne fuori perché sceglie sempre l’opzione giusta. Goldilocks, il giusto mezzo, ideale perché ci possa essere vita senza troppo sforzo. Che sarebbe poi come a dire «la cameretta» ideale dell’universo, che sarebbe come a dire che poi, per me, fare un viaggio spropositato, inutilmente avventuroso, fino a quel pianeta remotissimo, significherebbe comunque programmare di rinchiudermi nuovamente fra le quattro mura a cercare la pace.

A ognuno il suo. E, a quanto pare, io morirò di consunzione.

 

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

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Dopo il primo libro

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di Simone Ruggieri

«Ho ricevuto e accolto l’invito di Lorenzo – che ringrazio – certo che avrei partecipato, e con grande piacere, a questa giornata (1), e altrettanto sicuro di non sapere che cosa dire, anzi, che proprio da questa incertezza su cosa dire, e dall’opposta necessità di dover dire qualcosa, sarebbero nati dei pensieri almeno per me stimolanti, forse persino una prima messa a fuoco di un problema, un problema di poetica e della possibile messa in versi di un sentire, o di un non sentire. Non potevo, non volevo non aderire a questa lettura, eppure avvertivo con assoluta chiarezza di non voler leggere nessuna mia poesia oggi pomeriggio, poesiole ormai risalenti a parecchi anni fa e che sono molto felice di aver raccolto in un libro (2), ma che sono lontane, forse non così lontane come penso, ma che comunque attestano una situazione del mio io lirico e, ancora prima, esperienziale e biografico, che sento non mi appartenga, non mi rifletta. Un posizionamento, una prima individuazione (il titolo alternativo della raccolta sarebbe stato Fermo al principio dell’individuazione) allora necessaria, per dialettizzare sé stesso, me stesso, situando un’immagine di durata nello spazio fittizio che è dato dal complesso rapporto, di natura quasi metabolica, fra la vita e la scrittura, intesa, quest’ultima, come sua registrazione, più o meno trasfigurata e a posteriori. Come avrebbe chiosato qualcuno, una giovinezza inventata che diventa verità nella vecchiaia, o comunque in una età successiva rispetto a quella in cui la si è inventata, questa giovinezza; e a questo punto qualcun altro, altrettanto saggio, avrebbe potuto rispondere che non sempre giovinezza è verità e che un’altra giovinezza giunge con gli anni e che i fogli bianchi che si tengono in mano è bene, spesso, strapparli. La vita, dicevo, che si vive in avanti e si capisce all’indietro, ma che ha bisogno di un suo cogito, di un suo nucleo di durata, da cui possano partire dei vettori temporali reversibili; un principio d’individuazione, appunto, nel mio caso, per così dire, sub specie amoris o sub specie disamoris, che si è configurato in questi anni quasi alla stregua dello spazio d’ombra lasciato nella coscienza da un ineludibile e cruento rito di passaggio. Un rito di passaggio del quale ora, a rileggerne, specie in pubblico, le tappe, avvertirei quasi un sentimento di noia e fastidio, in parte, persino, di vergogna. E non, mi illudo di credere, per riesumare in me, in maniera più o meno compiaciuta, il vecchio, novecentesco cliché della vergogna della poesia, ma per la vergogna dell’ingenuità psicologica che era a monte e alla scaturigine di essa. Della mia poesia, intendo. Per aver creduto, mi spiego meglio, come peraltro più volte ho confessato innanzitutto a Lorenzo, e non solo a lui, che le parole della poesia, di una certa poesia, mettiamo, per metonimia, le parole di Petrarca (che di sé medesimo appunto, con sé stesso, si vergognava), servissero realmente, a-storicisticamente (avrei appreso più tardi l’adagio del critico Jameson: ‹‹storicizzare sempre››, anche noi stessi – aggiungo io), non tanto per mettere in forma – sin qui, tutto sommato, sarebbe andato anche bene – quanto per spiegare, innanzitutto a me stesso, questioni come l’abbandono, il desiderio, l’innamoramento, l’amore, lo sradicamento, la frustrazione. La costruzione di un’identità. Se esiste, come credo esista, una libido vocativa e una sapienza che proviene eminentemente dalla forma, vorrei che da qui in avanti questa libido vocativa e questa sapienza formale cominciassero a transitare per altre vie, a servirsi di altre parole, a passare per altri temi e per altre immagini. Del resto, in una delle epigrafi che avevo posto ad esergo a Gli occhi di mattina compariva un distico da un sonetto di Vittorio Alfieri che suona: ‹‹io d’altro tema in ver vorria far versi, | che non di pianto e d’amorosi lai››. La scelta della citazione era un poco ironica, ma non del tutto. Io davvero avrei voluto, vorrei scrivere d’altro, anche se forse non si scrive di quello che si vuole, ma solo di quello che si può. Di quello che ci tocca in sorte. Le radici profonde della letteratura non finzionale, ci si potrebbe chiedere? E poi la questione, la situazione cui già accennavo prima, del posizionamento di chi dice ‹‹io›› nei testi, in quei testi. Per mancanza di letture, forse, magari anche per ragioni più profonde, io credevo che l’unica poesia possibile da me praticabile fosse la lirica, con un ‹‹io››, come dire, ammaccato ma comunque ancora unito, ancora funzionante quale principio ordinatore, gerarchizzante dei, nei testi, presi singolarmente, e poi anche sul loro piano macro-strutturale. Un ‹‹io›› che, fra l’estate e l’autunno del 2020, dopo l’arrivo della pandemia in Europa, il primo lockdown e la fine, annunciata eppure prematura, di una relazione in cui credeva, aveva sentito la necessità di dare una forma, appunto retrospettiva, ellittica, alla propria vita fino a quel momento vissuta, perseguendo, non del tutto inconsapevolmente, la più generosa e, mi si passi l’ossimoro, la più fallimentare della illusioni umanistiche, quella cioè di tentare una costruzione morale del proprio sé attraverso le tappe di un’educazione sentimentale e, insieme, inscindibilmente insieme, intellettuale. Che si potrebbe anche riformulare così: scrivere per diventare ciò che si era. Ognuno, del resto, incomincia a profetizzare – e a questo punto, se non fossi così recalcitrante agli iconismi, dovrei mimare le virgolette – dal proprio piccolo, irrisorio libro personale: quella è la fessura, la sola ferita di possibilità attraverso cui è possibile entrare in contatto con noi stessi. Ma il mondo? Il mondo esiste. Ed oggi, tanto più che ieri, quest’esistenza, spesso orribile ed orrorifica del mondo, si pone, mi si pone di fronte come una presenza, un interrogativo ineludibile, improcrastinabile e che dovrebbe trovare accoglimento anche sulla pagina scritta. Ma io, al momento, non lo so come farcelo entrare il mondo nei miei testi. Però sento che dovrebbe assolutamente entrarci, anche e contrario, per viam negationis, anche cioè a costo di ridurmi al silenzio. Fra il 2012, l’anno a cui risalgono i primi testi del libro, e il 2020, l’anno degli ultimi, non mi ero posto se non marginalmente questo problema. Piuttosto, proprio la sostanziale, radicale e in parte inconsapevole esclusione del mondo da quei testi credo mi abbia consentito di mettere insieme un libro, ma, ancora prima, cosa ben più importante, di iniziare a trovare una voce, la mia voce. Mi sta tornando in mente, mentre prendo questi appunti, il fin troppo noto verso di Fortini secondo cui nulla è sicuro ma è doveroso comunque scrivere. Ecco, io non sono affatto certo di questo, mi sembra anzi un assunto che sa troppo di Novecento – e non poteva che essere così, del resto. Dopo il primo libro, fino ad oggi, ho scritto soltanto sei poesie, due per le mie due nonne venute a mancare, la terza per un maestro che avrei desiderato avere e che invece ho appena conosciuto, e le ultime tre per un geco che si era intrufolato nel bagno della mia vecchia casa universitaria. Sei testi d’occasione, in sostanza (anche se forse, ma la questione sarebbe lunga, ogni poesia è d’occasione). Ecco, se dovessi pensare a un tipo di poesia da praticare negli anni a venire, penserei a una poesia di questo tipo, ma resterebbe aperto il problema del mondo (quello che, volgarmente, si definirebbe con la ”M” maiuscola). Forse non aveva del tutto torto Hofmannsthal nel far dire a un personaggio del suo Uomo difficile che tutto quello che si esprime è indecente. Io aggiungerei soltanto che quello che, ora, sento indecente, forse, è più che altro il ricorso alle illecebre della forma, all’espressione di un contenuto, di una serie di contenuti tramite gli istituti, gli strumenti e i livelli della retorica. A tratti penso cioè che a essere indecente sia solo la poesia, la mia poesia, è bene precisare, perché la poesia degli altri non mi sortisce in genere questo effetto, questa stanca repulsione. La mia, ora, un poco sì, e in parte credo sia abbastanza normale, canonico, forse addirittura salutare –  spero che Danilo (3) dimentichi quanto finora detto, nel caso in cui, fra un po’ di anni, mi presentassi da lui, mettiamo con un poemetto sui gechi o un inno eziologico, alla maniera degli illuministi, sulla birra. No, battute a parte, in questo imbarazzo, ma anche in questa assoluta libertà dal dover scrivere, dal dover cercare di scrivere (libertà che forse maschera una pigrizia: quella di dovermi dotare di nuovi strumenti formali, mettiamo di dover allungare, cominciare a scrivere ”male” – nel senso prosodico – i miei versi, allungarli, accidentarli, slabbrarli, badare meno al ritmo, emanciparmi da una certa memoria, che ora sento un po’ come una tara, endecasillabica), risiede forse il mio scacco – anche questo abbastanza di prassi, anche questo quasi un cliché – dopo il primo libro. Ma forse, ben diversamente anzi quasi all’opposto rispetto al Lord Chandos alter ego dell’Hofmannsthal appena richiamato, in questo mio sentire, o non sentire, magari si annida solamente una debolezza del ragionare, una pigrizia, appunto, un certo gusto, quando non un vero e proprio compiacimento per la rinuncia, o ancora, se si vuole, il polo negativo di tensione di una volontà ingrigita. Perché forse, smascherando le proprie finzioni o illusioni che siano state, non si finisce che per rinunciare alle proprie energie e quasi a sé stesso. È solo che, lungi dal concepire l’idea di una pratica di scrittura, anche in versi, come dire, feriale, dopo-lavoratoriale – ed arrivato per me il tempo weberianamente detto del lavoro – non riesco a convincermi che la scrittura, anche quella in versi, sia – parola ormai desueta – il mio destino, non riesco cioè a credere che in essa, e nel suo esercizio, io possa realmente incontrare una forma più compiuta del mio rapporto con il mondo. Ma, e mi contraddico subito (il solo modo in cui ho imparato un poco a pensare è quello dialettico), probabilmente, non è niente più che una vecchia idea, quella secondo la quale il proprio destino possa essere trovato solamente sulle rovine di tutto ciò che è stata la nostra prima ragion d’essere. E mettiamo pure il caso che queste considerazioni non siano che il frutto di un esercizio della coscienza, si presentino cioè come un sintomo di sradicamento, la snervatura di un’immaginazione atrofizzata e proiettata, in maniera più o meno compensativa, sul testo che ho appena finito di leggere, è comunque questa la mia situazione, come dire, spirituale, dopo il primo libro. Il grado zero di una poetica ancora a venire e che forse mai verrà. Ed è esattamente di questo che oggi volevo parlare.»

 

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1. Ho letto questo testo nel corso di una lettura a più voci curata da Lorenzo Fava il 17 novembre del 2025 a Macerata. Esso conserva quindi i tratti della sua destinazione originaria: un testo scritto per essere detto ad alta voce.

2. Il mio primo libro: Gli occhi di mattina, Arcipelago Itaca Edizioni 2022.

3. Danilo Mandolini di Arcipelago Itaca, anche lui era presente alla lettura del 17 novembre.

 

 

 

Abitare il conflitto

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di Nicolò Vinetti, Lorenzo Tombesi, Erica Nava (poEM)

Le riflessioni qui raccolte sono state in parte ospitate nel numero 230 della rivista Engramma, Γάζα διηρπασμένη. Storia naturale della distruzione, dedicato alle immagini in conflitto ai tempi di Gaza. Pubblicate come appendice del reportage di Gabriele Vacis, Amleto a Gerusalemme. Gli angeli sopra la città, sono qui riportate integralmente.

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Nonviolenza e privilegio di Nicolò Vinetti

All’inizio di Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni, un gruppo di studenti prende parte a un acceso dibattito sulle strategie da adottare per rispondere all’oppressione della polizia e alla violenza delle istituzioni. La scena stabilisce da subito il clima di contestazione giovanile tipico della fine degli anni Sessanta e introduce temi come la ribellione, l’alienazione e lo scontro generazionale. «C’è un solo modo di parlare con loro ed è nella loro stessa lingua. Se parlano con le armi, rispondi con le armi» dice uno degli studenti, manifestando senza filtri la rabbia e l’urgenza che animano l’assemblea.

Dinamiche di conflitto e di mobilitazione come quelle descritte da Antonioni si sono ripresentate in diversi momenti della storia e, ogni volta, a emergere è l’idea espressa dal giovane studente: rispondere alla violenza con altra violenza. All’interno di questa cornice, il termine “violenza” è intrinsecamente controverso e la sua definizione necessita di una riflessione attenta, poiché non è affatto scontato sapere con precisione cosa intendiamo quando lo utilizziamo. Per chiarire questo punto, riporto un estratto da un testo di Judith Butler che ritengo particolarmente emblematico:

Talvolta […] gli stati e le istituzioni pubbliche definiscono “violente” molte espressioni di dissenso politico, o di opposizione a questa o quella autorità statale o istituzionale. Dimostrazioni pubbliche, occupazioni, assembramenti, boicottaggi, scioperi: sono tutte forme di dissenso suscettibili di essere definite “violente”, anche quando non ricorrono affatto allo scontro fisico […]. Quando gli stati o le istituzioni compiono questa operazione, tentano di rinominare pratiche nonviolente come violente, conducendo una battaglia politica a livello di semantica pubblica. Se una manifestazione a sostegno della libertà di espressione – che esercita dunque quella stessa libertà per cui si batte – viene definita “violenta”, ciò può accadere solo perché questo abuso del linguaggio da parte del potere mira ad assicurare il proprio monopolio sulla violenza, screditando chi si oppone a esso, o giustificando il ricorso alle forze di polizia, all’esercito o alla sicurezza pubblica contro coloro che invece cercano di esercitare e di difendere in tal modo quella libertà.[1]

Nel momento in cui si cerca di comprendere che cosa sia la violenza, è evidente che non ci si muove unicamente sul piano teoretico, ma si sconfina per forza in quello politico. Un discorso sulla violenza articolato con il dovuto rigore richiede metodi e strumenti in grado di sottrarsi alla logica binaria di chi si schiera semplicemente “pro” o “contro” la questione. Tuttavia, ciò che qui mi interessa non è tanto il dibattito sulla violenza in sé, quanto la retorica che si sviluppa attorno al tema della nonviolenza. Beninteso, quest’ultima si è rivelata efficace in molte occasioni, come nella lotta per i diritti civili negli Stati Uniti guidata da Martin Luther King, nel movimento indipendentista indiano con Gandhi o nelle rivoluzioni pacifiche dell’Europa centrale negli anni Ottanta. Se tali esperienze contribuiscono a spiegare la legittimazione storica della nonviolenza e la sua valutazione tutto sommato positiva, la violenza è invece spesso letta come il segno di un fallimento dei processi di mediazione e di trasformazione sociale e, pertanto, viene interpretata quasi esclusivamente in chiave negativa. Indagando un aspetto problematico e poco esplorato della nonviolenza, intendo ampliare questo quadro. Va da sé che non ne consegue automaticamente una piena adesione alla violenza – pur essendo presente, il nesso tra le due dimensioni non è immediato.

Che la violenza sia indice di un fallimento lo mostra con chiarezza Hannah Arendt in On violence.[2] Nella sua riflessione, potere e violenza non si sovrappongono, anzi, di solito si collocano agli antipodi, dato che il potere dipende dal consenso e si manifesta laddove le persone parlano e agiscono insieme nello spazio pubblico. La violenza – all’opposto – compare quando il potere si deteriora, quando le istituzioni sono deboli, quando il consenso si è sfaldato e la partecipazione alla vita collettiva è venuta meno. In tal senso, la violenza determina non già un rafforzamento della politica, bensì una crisi delle strutture che la sorreggono.

Nel testo citato, Judith Butler integra la prospettiva di Arendt ribadendo che, sì, la violenza denota la fine della politica, ma proprio per questo si presenta come una risposta obbligata. La nonviolenza sarebbe allora un privilegio esercitabile solamente a patto che le strutture fondamentali della politica reggano. Butler parte dall’assunto secondo cui tutte le persone sono vulnerabili, sebbene in misura differente. Ora, la nonviolenza non è una norma rigida né un principio astratto, ma un modo di relazionarsi alla vulnerabilità altrui. Affinché questa interdipendenza acquisisca valore politico, occorre un contesto che la riconosca; chi vive in condizioni di invisibilità o di disumanizzazione ne è privo e può risultare impossibilitato a praticare la nonviolenza in maniera efficace.

Muovendo dalle considerazioni di Butler, è possibile tracciare una fenomenologia della nonviolenza che metta in luce ciò che di essa normalmente non viene visto. Anzitutto, l’esercizio della nonviolenza presuppone risorse che non sono equamente distribuite, come una stabilità di base, il tempo e una rete di supporto. Chi è esposto a violenza sistemica, infatti, potrebbe non avere lo spazio materiale o psicologico necessario per impiegare tattiche nonviolente. Inoltre, la nonviolenza è per lo più lenta, perché prevede negoziazioni, pressione graduale e costruzione di consenso. Gli individui che vivono in situazioni di oppressione immediata non sempre possono permettersi il “lusso della lentezza”. A ciò si aggiunge che le azioni nonviolente funzionano meglio quando sono accompagnate da visibilità e sostegno. Per produrre effetti tangibili, la nonviolenza deve essere interpretata e presa sul serio da istituzioni, media e sfera pubblica. Nei regimi autoritari o in ambienti strutturalmente discriminatori – proprio quelli in cui la violenza è più diffusa e la resistenza più indispensabile – le pratiche nonviolente tendono a essere ignorate e represse. I gruppi già ritenuti legittimi oppure degni di ascolto possono farvi ricorso con maggiore presa, mentre chi è marginalizzato o socialmente stigmatizzato difficilmente ottiene lo stesso riconoscimento.

La nonviolenza richiede poi una controparte suscettibile di persuasione e sensibile alla propria reputazione, in quanto diventa operativa solo laddove esistano una qualche forma di opinione pubblica e uno spazio, anche minimo, di contrattazione. In alcune circostanze – dalla dominazione coloniale alle dittature, fino alle diverse forme di violenza sistemica – questi requisiti sono assenti. Proclamare la nonviolenza come unico metodo può risultare inadeguato rispetto alle strutture effettive del potere. Lo si constata pure in contesti democratici, quando figure politiche o istituzionali si sentono autorizzate a delegittimare pubblicamente gruppi sociali, movimenti o studenti, ricorrendo a un linguaggio apertamente denigratorio senza subire conseguenze rilevanti. In simili scenari, non sorprende che l’appello alla nonviolenza perda gran parte della propria capacità di incidere, lasciando il campo a strategie più dirette.

In genere, la nonviolenza è considerata eticamente “pura”. Questa apparente purezza può però trasformarsi in un moralismo di classe o di posizione, costringendo chi subisce violenza a rimanere “virtuoso”. In altre parole, la nonviolenza funziona efficacemente se le condizioni materiali e sociali consentono di attuarla, altrimenti rischia di ridursi a un ideale etico imposto dall’alto, incapace di proteggere coloro che sono realmente esposti alla violenza.

La tesi di Arendt è che la violenza, invece di liberare o generare cittadinanza, rovescia e niente più. Eppure, autori come Frantz Fanon – nonché alcuni movimenti contemporanei legati alla critica postcoloniale – sottolineano che la celebrazione della nonviolenza nelle società colonizzatrici è stata possibile soltanto dopo lunghi periodi di violenza strutturale.[3] In situazioni in cui il potere è impermeabile alla pressione sociale, la retorica del “cambiamento pacifico” può prestarsi a strumentalizzazioni, legittimando lo status quo anziché scardinarlo. La nonviolenza rappresenta pertanto un vero e proprio privilegio storico tipico delle società che hanno costruito il loro potere istituzionale mediante la forza. Sostenere che la nonviolenza costituisce una forma di privilegio non significa però ammetterne l’inutilità o l’inadeguatezza; significa piuttosto constatare che non tutte le persone possono adottarla nelle stesse condizioni. Assemblee e proteste pacifiche producono indubbiamente nuovi modi di essere-corpo e nuove forme di potere. Tuttavia, occupare lo spazio pubblico senza essere annientati è un privilegio non accessibile a chiunque. Pretendere la nonviolenza da chi è costantemente attaccato o da chi è privo di visibilità sociale equivale a imporre una specie di normatività dispotica, perpetrando una violenza simbolica mascherata da etica universale.

Dal riconoscimento della nonviolenza in quanto privilegio non discende alcuna giustificazione della violenza. Ne discende, semmai, la possibilità di interpretare l’intera questione superando la logica dicotomica del “pro” e del “contro”. Sia chiaro, anche riflettere su questi problemi è già di per sé un privilegio: chi non può permetterselo reagisce e basta. Continuare a interrogare il proprio posizionamento, evitando di sostituirsi a chi il privilegio non ce l’ha, resta probabilmente l’approccio più critico, l’unico se si vuole davvero fare qualcosa. Un esempio ce lo offre di nuovo Antonioni. Alla fine del film, Daria – la protagonista – immagina così intensamente una serie di esplosioni da renderle quasi reali. Si tratta di una proiezione mentale che condensa in sé sia il rifiuto sia il desiderio di distruzione di un sistema oppressivo. A essere colpiti, infatti, non sono corpi, ma luoghi vuoti, segni della struttura stessa che si intende ribaltare. Per chi ha ancora il lusso dell’immaginazione, queste esplosioni aprono uno spazio sospeso tra riflessione ed esperienza concreta, uno spazio di possibilità che – per quanto scomodo – varrebbe forse la pena di abitare. Boom!

 

 Gli eroi son tutti giovani e belli di Erica Nava

I miei amici sono avanti. Manifestano per i diritti civili, contro la violenza di genere, il genocidio, e poi scrivono, fanno spettacoli che parlano di lotte politiche, organizzano incontri e attività perché si parli del mondo che i ventenni vorrebbero. Ero a pranzo con loro e si è sollevata la questione della parità di genere. Non appena abbiamo iniziato a parlarne: «non è vero, non succede così», «io non faccio queste cose». Lo so, amico mio, lo so che tu non sei di quelli che fanno queste cose. So anche che a volte le fai, e non te ne accorgi. So che le vedi fare ai tuoi amici, e magari te ne accorgi, ma poi non dici niente. Non posso rinunciare al chiedermi: perché ti arrabbi così tanto, tu che sei così sensibile?

Ci sono questioni su cui dovremmo essere tutti d’accordo! Altrimenti a manifestare ci andiamo solo per noi stessi. Perché gli eroi son tutti giovani e belli, e vogliamo far vedere al mondo come siamo bravi a stare dalla parte giusta della storia, appesi sulle statue oppure sotto i manganelli. È facile lottare per una causa che non ci mette in discussione. Non a noi in primo piano.

Intersezionalità. Un concetto coniato dalla giurista statunitense Kimberlé Crenshaw. Se scrivo “intersezionalità” il computer non riconosce la parola e la sottolinea in rosso, come se fosse un errore. Mi propone di sostituirla con “internazionalità”. Eppure il termine è stato coniato nel 1989, trentasei anni fa. È un concetto che dovrebbe essere di dominio comune, che si dovrebbe imparare a scuola, ma a quella dell’obbligo, non all’università, in qualche corso di sociologia che poche persone scelgono di frequentare e spesso per caso. L’intersezionalità descrive come le varie identità sociali (genere, classe, orientamento sessuale ecc.) si sovrappongono e si intersecano creando esperienze uniche di privilegio, discriminazione e oppressione. Cioè: essere donna è diverso da essere uomo; essere donna povera è diverso da essere donna ricca; ma anche essere donna ricca eterosessuale è diverso da essere donna ricca lesbica, e così via, intrecciando tutte le possibilità correlate alle rispettive varianti di privilegio e discriminazione che ne conseguono. Internazionalità significa che se lotto per i miei diritti lotto anche per i tuoi: è impossibile disgiungere gli anelli delle lotte se vogliamo che le cose cambino. E questo per noi nati (e quasi nati) nel XXI secolo è una buona notizia. Quante cause abbiamo per cui lottare… Il vantaggio è non dover scegliere.

Oggi scendiamo in piazza per Gaza, contro il genocidio. Nel 2023 invece per Giulia Cecchettin urlavamo bruciamo tutto, contro la violenza di genere. Nel 2018 There is no Planet B, le lotte per l’ambiente con Fridays for Future. Il canto di queste necessità – legittime – è però un fenomeno temporaneo. Cantiamo, ci troviamo nelle piazze, e poi ci dimentichiamo, in attesa della prossima causa per cui sentirci difensori della giustizia. E allora mi chiedo: della causa quanto ci importa?

Le manifestazioni hanno salvato tante vite. Tante, ma le nostre. Siamo solo noi ad esserci salvati, andando a manifestare. I nostri corpi ad aver trovato un senso, la nostra solitudine ad essere stata spezzata. La ragione principale ad aver mosso i nostri corpi morti dai divani siamo noi, noi stessi. Questo spiega bene perché una pace falsa sia bastata per fermarci: quello di cui avevamo bisogno lo abbiamo avuto. Qualcuno che ci vedesse, che ci riconoscesse, che dicesse «ma che bravi che sono», e poi avere dei nemici diversi da quelli che abbiamo nella testa occidentale e ben nutrita. Abbiamo avuto la sensazione di poter dire la nostra.

Forse, e scrivo forse, nei manganelli ci speriamo. Per sentirci vivi. Per sentirci salvi. Per sentirci eroi giovani e belli che possono tutto. Così quando la causa ci chiederà di metterci in discussione, come per esempio quel sabato a pranzo, allora avremo la risposta pronta: non lo vedi cosa faccio, io? Sto dalla parte giusta della storia.

Come si fa a non ripartire da capo ogni volta? Dove si raccoglie l’entusiasmo, l’energia vitale che avere qualcosa per cui lottare accende nei cittadini, nei tanto nominati giovani? Ed è una domanda già valida per le manifestazioni contro il genocidio. Come salviamo questa necessità di dire la nostra e di cantare insieme prima che ce ne dimentichiamo, prima che diventi una nuova ondata per la prossima causa? Quali sono gli spazi, i luoghi, le istituzioni preposte a dare struttura a questa spinta?

Nel V secolo a.C., quando Eschilo scriveva Prometeo incatenato, la Grecia stava vivendo un periodo di straordinario sviluppo democratico, la Democrazia di Pericle, ma anche di crescenti tensioni e conflitti che culmineranno nelle Guerre Persiane e del Peloponneso. A Teatro si discuteva di quanto accadeva alla città, costruendo un connubio tra cultura e politica che vedeva le risposte alle domande dell’una nell’altra. Alleanza che oggi, nella maggior parte dei casi – fenomeno delle manifestazioni incluso – manca. Se non è la politica a garantire lo spazio e il tempo per le risposte, allora deve farlo la cultura.

È necessario trovare una risposta ed è necessario trovarla ora, insieme. È necessario scendere a compromessi per dare alle piazze una voce che non venga cancellata dal tempo. È necessario che chi non conosce studi, che chi ha studiato racconti, e che chi parla sempre ascolti, così da interessarci alla causa almeno tanto quanto ci interessa di noi stessi.

The grapes of wrath di Lorenzo Tombesi

I nomi sono l’unica cosa che abbiamo. I miei denti strappati e consegnati nelle mani di mia madre non sono niente, sassi – ma mi identificano, e se sarà abbastanza fortunata, un medico gentile le darà la notizia, le dirà: «sì, è lui» e poi il mio nome, che ha scelto lei. Le tornerà in mente la prima notte, trascorsa nelle grida e nel dolore, la nostra prima notte insieme di quando sono nato. E poi i primi passi, il primo compleanno e il grembiule a scacchettini bianchi e azzurri, Marta, la fidanzatina dell’asilo, la bicicletta rossa e nera con le rotelle e mio padre che mi spingeva e poi via le rotelle, quella volta che dalla bicicletta sono caduto e mi sono lussato una spalla, il primo quattro in matematica e la paura scema sul mio volto che non ce l’avrei fatta, e tutto quello che non hai visto con gli occhi ma di cui sei stata testimone nascosto come la prima sigaretta, la prima sega, il primo amore e il primo pianto per la morte di qualcuno… Tutto questo sta nel nome e nei milioni di nomi di tutti. Prima di finire negli elenchi, sulle lapidi celebrative, prima che un prete li nomini uno per uno. Sono vite intere, tempo raccolto tra le righe delle mani, dentro ai nei, nelle immagini specchiate negli occhi di chi ci è caro. È vita persa, moltiplicata per centinaia di migliaia di volte… Questa terra è piena di vita buttata, e non seminata… Io mi chiamo Gabriele Valchera, ho ventitré anni, sono del ’99, la maggior parte di noi è del ’99, come la generazione persa nel primo conflitto mondiale. Nel cimitero della mia città ci sono le lapidi dei caduti. Non c’è la data di nascita, ma solo la data di morte, come se non fossero mai nati, mai vissuti. Come se fossero soltanto morti. Io mi chiamo Gabriele, ho ventitré anni e sono vivo.

La Russia ha invaso l’Ucraina il 24 febbraio 2022. Il nostro Sette a Tebe, un terribile amore per la guerra – con la regia di Gabriele Vacis – ha debuttato ad ottobre 2023 al Teatro Olimpico di Vicenza. Erano passati un anno e sette mesi. Quando lo spettacolo è andato in scena non aveva il finale che ha adesso. Gabriele Valchera, uno degli attori di PoEM, diceva il testo che avevo scritto e che avete letto sopra, lo spettacolo finiva così. Poi ha cominciato a fare altre repliche in giro per l’Italia. È arrivato il 7 ottobre 2023 e tutto quello che ne è seguito. Nel dicembre di quell’anno, mentre andavamo in scena al Teatro Stabile di Torino, abbiamo scoperto una cosa. Il pubblico ha realizzato qualcosa che noi avevamo solo intuito: la chiamata alle armi o, meglio, una dichiarazione di appartenenza. Una presa di posizione. Dopo il testo di Gabriele, tra il pubblico, qualcuno si alza e: mi chiamo Manuela, ho trentacinque anni e sono viva. Mi chiamo Roberto, ho cinquantasei anni e sono vivo. Mi chiamo Federico, ho sette anni e sono vivo. Abbiamo capito che quello che accadeva sulla scena per un’ora e un quarto serviva ad arrivare lì. Lo spettacolo riesce davvero quando il pubblico si alza, prende parte, senza che glielo si chieda. Non mi era mai capitato di osservare o di partecipare a qualcosa di simile. In chiesa, da bambino, mi alzavo e mi sedevo perché con la coda dell’occhio seguivo i movimenti di mia nonna. Stavolta c’era nell’aria qualcosa, qualcosa come il concretizzarsi di un sentimento. L’indignazione, la rabbia, la paura e pure l’entusiasmo si sintetizzavano nei corpi. Poi, attraverso lo spettacolo, in qualche maniera mi sono abituato, quel sentimento si è sublimato nella scena, ma a un certo punto è successo di nuovo: settembre 2025, in Piazza Castello a Torino. Si è ripetuto più di una volta in quel mese, anche ad ottobre, per strada e nelle scuole. Allora, adesso, all’inizio dello spettacolo dico questo:

Ho appena visto La voce di Hind Rajab. Il film con la voce vera della bambina che aspetta i soccorsi nella striscia di Gaza e i soccorsi non possono arrivare. Sono uscito dal cinema con gli organi spostati. La sera successiva abbiamo manifestato. Stasera lo stesso. Passa il tempo, ma l’ordine interno dei miei organi non si ristabilisce. Perché? «Era la vergogna che ci sommergeva ogni volta che ci toccava assistere o sottostare ad un oltraggio. Quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altri, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono». Alle manifestazioni ho incontrato amici che non vedevo da tempo perché “il lavoro”, “l’università”. Ho visto ragazzi piangere perché voltandosi si sono resi conto di non essere soli. Ci avete tenuti a bada con la vostra televisione, con le vostre merendine, con il mito della sicurezza, ma non è più possibile. La solitudine a cui sembravamo condannati non è reale: la campana di vetro si è incrinata. Noi, la mia generazione e quella che segue, abbiamo una grande occasione: smantellare un sistema economico e politico che non è più sostenibile. Grandi! fate largo: siamo gli ingenui, i facinorosi. Siamo i bambini che gridano «il re è nudo». Che è finito il tempo di “re” e “regine”. Non c’è ruolo che regga. Non c’è istituzione che regga: scuole, parlamenti, tribunali, caserme, sono parole che non significano più niente. I tempi che abitiamo sono straordinari, bisogna penetrare lo squarcio. Accelerare il fallimento. Forzare il collasso. Occupare. Bloccare tutto. Come? Abbiamo detto «no» alla violenza dei potenti, perché noi non ne siamo capaci. Ma non possiamo più stare ad aspettare un qualche “piano di pace” o il martirio. Che cosa ce ne facciamo di un posto in paradiso?

Non me ne intendo di geopolitica, sono un attore. Ho partecipato e partecipo alle manifestazioni come cittadino, come essere umano. Stando in mezzo ai giovanissimi (più giovani di me che ho ventisei anni) che popolano le piazze, organizzano i presidi e occupano le scuole, ho ritrovato qualcosa anch’io. Qualcosa come la scarica che certi inseguono artificialmente e violentemente con una dose o che altri percepiscono tagliandosi l’avambraccio con una lametta. È qualcosa che crea dipendenza. Qualcosa che crescendo ho dimenticato, ma assomiglia molto al pianto e alla gioia dopo una caduta pazzesca dalla bicicletta che, sì, ti sbucciava le ginocchia o ti lussava una spalla, ma che godimento! Qualcosa che poi si può raccontare. Forse è solamente endorfina, adrenalina. O forse no.

Parlando con un amico scrittore che ha abitato a Bologna negli anni ’70, dice che non è così male che questa forza – per quanto genuina – scemi, perché se cresce «va a finire che poi qualcuno spara». Allora come si fa? Si può impedire il sangue e mantenere in vita il dissenso? Questa cosa che per un brevissimo momento ci ha aperto gli occhi va alimentata in qualche modo, indirizzata, ma come?

Torniamo alla tragedia. Il coro delle donne in Sette a Tebe fa da specchio a quello che accade fuori dalle mura. Sentiamo l’esercito nemico che batte alle porte quando e perché una donna sussulta. Non vediamo i cavalli, le armi, il sangue: è tutto riflesso negli occhi, nel corpo, nelle parole del coro. E mentre i maschi giocano a fare la guerra, le donne nei bunker propongono un’alternativa: raccontano, cantano, pregano. Si affidano alla poesia:

Sono un animale ferito. Ero nato per la caverna e per la fionda, per il cielo intenso e il piacere definitivo del lampo: e mi fu data una culla morbida ed una stanza calda. […] Ero nato per vivere: e m’avete maturato nella morte autorizzata dalla legge, nell’orgoglio delle macchine, nell’orrore del tempo imprigionato. Ma resterò. Resterò a rincorrere la vostra perfezione di selvaggi organizzati nelle palestre, educati nelle caserme, ammaestrati nelle scuole: per la morte veloce delle bombe, per la morte lenta degli orologi delle seggiole dei telefoni. Ma sappiate che io non so nuotare: e il coltello dell’odio e dell’amore l’ho sepolto nel mare.[4]

Si affidano al mito e all’immaginazione:

Immagino come sarebbe se i miei amici organizzassero una protesta pubblica ogni volta che un partner, un amico o uno sconosciuto morisse di Aids. Mi immagino come sarebbe se ogni volta che un amico, un partner o uno sconosciuto morisse di questa malattia i suoi amici, partner o vicini caricassero il cadavere in auto e lo portassero a tutta velocità a washington d.c. e sfondassero i cancelli della casa bianca e sgommando davanti all’ingresso scaricassero questi corpi senza vita sui gradini. Sarebbe un sollievo vedere questi amici, partner, vicini e sconosciuti lasciare un segno così pubblicamente netto nel tempo e nello spazio e nella storia.[5]

Ho osservato un’evoluzione nelle manifestazioni di piazza. È cambiata la musica, all’inizio si alternavano due o tre canzoni, sempre le stesse, adesso la lista si è infoltita. I manifesti si sono sviluppati, ce ne sono sempre di più e di più originali. Si balla, si canta di più. Le forme d’arte della protesta e nella protesta si sviluppano. Ma questo non basta a tranquillizzare l’amico scrittore, l’arte è una possibilità che non cancella l’eventualità che ricompaiano le P38. E l’arte, in questo caso, è un privilegio se si pensa a chi – a Gaza, in Sudan o in Ucraina – muore sotto le bombe. Allora bisogna imparare a stare in equilibrio e percorrere il crinale, la faglia che Israele, Trump e gli imperatori del mondo hanno aperto permettendoci di guardare in faccia e più che mai da vicino, se si pensa a come si usufruiva dei reportage di guerra anche soltanto fino a vent’anni fa senza Instagram e TikTok, «l’orrore, l’orrore» e le sue immagini.

Emily Dickinson ha scritto che «la pace si impara dai racconti di battaglia», perché è dentro la guerra che troviamo il vaccino alla guerra. Perché il dissenso di Rosa Parks è stato potente, generativo e violento. Perché Stonewall non è cominciato con un mazzo di fiori, ma con Sylvia Rivera e una bottiglia di vetro lanciata contro un poliziotto. Allora c’è bisogno di distinguere violenza da violenza, perché quattro fogli buttati per terra e due tavoli rovesciati all’interno della sede di un giornale non è «violenza squadrista», è qualcos’altro. Francesca Albanese che condanna l’azione – condannando allo stesso tempo pure chi, invece di fare giornalismo, fa propaganda – va difesa, non lasciata sola perché sta dicendo «c’è violenza e violenza». Perché c’è un tempo per gli schiaffi e un tempo per le carezze. Perché il cliente non ha sempre ragione, non ce l’hanno gli assistenti sociali, eppure devono poter svolgere il loro lavoro. Perché non si può e non si deve dire tutto quello che si vuole, perché c’è il vero e c’è il falso ed è il momento di dirlo. Perché no, un terrapiattista non può dire quello che vuole. Perché non può e non ci deve essere sempre una controparte, un contraddittorio: quelle di Charlie Kirk non erano opinioni, erano stronzate. Perché la violenza partigiana non era violenza squadrista, era qualcos’altro. Perché nel mondo organizzato in tutele, spazi sicuri, leggi per la prevenzione, privacy e bilanci trasparenti, per scoprire di essere vivi bisogna che il rischio ci passi un po’ più da vicino. Perché io non voglio uccidere un uomo, ma se mai sarò Tom Joad, voi dovrete essere mia madre:

– Senti, mamma, io non sapevo quello che facevo; davvero, sai, non avevo la minima intenzione di fare quello che ho fatto.

– Capisco, capisco. Sarebbe meglio che non l’avessi fatto. Sarebbe stato meglio se non ti fossi trovato lì. Ma, una volta lì, hai fatto quello che dovevi. Non hai nessuna colpa.[6]

[1] J. Butler, La forza della nonviolenza. Un vincolo etico-politico, nottetempo, Milano 2020, pp. 13-14.

[2] H. Arendt, Sulla violenza, Guanda, Milano 2024.

[3] F. Fanon, I dannati della terra, Einaudi, Torino 2007.

[4] M. Ferretti, Polemica per un’epopea tascabile, in Id., Allergia, Giacometti&Antonello, Macerata 2019, p. 32.

[5] D. Wojnarowicz, Sul filo della lama. Memorie della disintegrazione, Miraggi, Torino 2023, p. 151.

[6] J. Steinbeck, Furore, Bompiani, Milano 1963, p. 422.

La vita infinita di frate Giordano

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Immagine mnemotecnica dal Cantus Circaeus
Claudio Monteverdi [1567-1643]
Tra mille fiamme e mille catene SV 33
[Primo Libro dei Madrigali]


di Giuliano Tosi

«Filippo! Filippo!» chiamava la voce. Ma l’uomo piccolo e scuro sembrava non sentire.

Aveva trascorso l’intera notte, l’ultima notte concessagli per la conversione, abbandonato sul pavimento umido della segreta, con le braccia e le gambe larghe a disegnare una stella. Nel corpo perfettamente immobile, l’anima era in viaggio: l’uomo andava ripercorrendo all’indietro il cammino che l’avevo condotto fin lì, alla fine della strada.

Con la consueta rapidità e precisione, la sua memoria attraversava decine di paesi, percorreva migliaia di strade, passava accanto a centinaia di volti: i re che lo avevano ricevuto, i gentiluomini di cui era stato amico, le donne che aveva amato, gli allievi che lo avevano seguito con affetto e dedizione, gli stampatori che avevano corso il rischio di pubblicare le sue opere qua e là per l’Europa. Lo sguardo volava sopra quel labirinto senza filo che era stata la sua vita, e scrutava come un’aquila in caccia dettagli che parevano senza significato. Rintracciava nella memoria le orme del suo destino; quel destino che, dopo un lungo estenuante inseguimento, lo aveva raggiunto.

«Filippo! Filippo!» chiamò ancora la voce. Una voce femminile, lontana, così fioca che sembrava provenire da un altro degli innumerabili mondi.

L’uomo sul pavimento questa volta l’aveva sentita, ma non aveva aperto gli occhi. Da molto, molto tempo, nessuno lo chiamava più col nome che aveva ricevuto nel battesimo; quel nome che aveva abbandonato vestendo lo scapolare bianco e il cappuccio nero dei cani di Dio. Anche quella voce sembrava un ricordo, forse quella di sua madre Fraulissa che lo chiamava. Nel suo lungo sogno, infatti, la memoria era giunta a sorvolare veloce le vene nere del Monte Cicala, dolcissimo tra i lacci verdi dell’edera e i rami grigi degli ulivi, a contare le bacche rosse del corniolo e quelle nere del mirto, immersa nei vapori d’alloro e rosmarino.

Castel Cicala [Nola, NA]

«Filippo! Filippo! Non mi riconoscete?»

La voce si era spazientita. E questa volta l’uomo spalancò gli occhi: non era la voce di sua madre. Era la voce della donna che, in quei giorni lontani sotto il cielo benigno di Napoli, l’aveva partorito per la seconda volta.

«Morgana! Mia signora Morgana, coltivatrice del campo dell’animo mio! Dove siete?»

«Dove sono?» rise la voce. «Ovunque. Sono ovunque, mio amato Filippo. Sono questo ragnetto che scende verso il vostro volto, e sono il filo d’argento al quale è appeso, e sono la pietra che regge il filo e sono l’acqua che divora queste pietre…»

«Siete ovunque e in nessun luogo allora, mia signora. Ancora una volta, tra voi e me, intermezza un gran caos, invidioso del mio bene».

L’uomo si era messo a sedere e parlava al minuscolo ragno che pendeva sopra la sua testa.

«Dov’è la vostra luminosa carne, mia dolce Morgana? C’è ancora speranza di rivedervi nella forma che ho amato?»

«No, non c’è. Lo sapete bene. Le nostre anime sono fatte di fango e niente può mai ritornare uguale nella ruota del tempo».

L’uomo scattò in piedi, il volto si era fatto buio e gli occhi di fuoco. Come sempre faceva quando si sentiva tradito da Dio e dagli uomini, prese a camminare furiosamente avanti e indietro, tra grida e bestemmie, tirando calci ai muri della cella.

Com’era possibile tanta ingiustizia? Com’era possibile che un uomo come lui, che aveva saputo penetrare il cielo, discorrere le stelle, cavalcare le comete, che era stato in grado di trapassare i margini del mondo, di far svanire le fantastiche muraglie dell’universo, com’era possibile fosse ora rinchiuso tra le mura ottuse di una cella, nelle carceri di Tor di Nona, la prigione del lupo romano? E come poteva essere che le sue ultime ore scivolassero via mute e senza senso? Se davvero era un Mercurio, poteva mai la corsa dei suoi atomi finire in quel modo?

Carcere di Tor di Nona

Si arrestò d’improvviso in mezzo alla cella, accolse il piccolo ragno in una mano, e le parole gli uscirono di bocca come se a parlare fosse un altro.

«Esiste un modo, mia signora, di uscire di qui?»

Una risata riempì la cella.

«Frate Giordano, frate Giordano, cosa devo sentir dire dalle vostre labbra! Sembrate tornato iroso e bizzarro come quando vi incontrai sotto il Vesuvio».

Ricordava molto bene quel ragazzo dalla fisionomia smarrita, che non si contentava di nulla, che pareva sempre in contemplazione delle pene dell’inferno, ritroso com’un cane ch’ha ricevuto mille spellicciate, pasciuto di cipolla e puro come un primitivo, come un vero Sileno, uscito di selve e caverne.

«La tua rabbia ti fa cieco, mio caro Filippo».

Credeva di essere un piccolo uomo rinchiuso in una cella buia, e credeva questa cella buia prigioniera nella tana del lupo romano, e la tana incastonata nella Terra, e la Terra obbligata nel suo cammino da ferrei orbi stelliferi. Ma gli bastava scrutare nell’infinitamente piccolo di un atomo qualunque per vedere ben altro. Avrebbe visto l’atomo brillare di piccolissima ma chiara luce, come una bianca larva. E dentro quella luce avrebbe scorto questo ragno e il suo filo argenteo, e dentro il ragno se stesso, e dentro se stesso questa cella, e dentro questa cella Roma immensa, e dentro Roma la Terra e infiniti mondi e ogni cosa. Perché tutto era in tutto. Sempre. Tutti gli esseri di tutti i possibili mondi accadevano in ogni singolo istante nella sua piccola anima, perché ogni anima era tutta l’anima, e l’intera figura si componeva continuamente in ogni minimo frammento dello specchio.

«Mi chiedi se c’è modo di uscire da qui. Uscire? Me l’hai insegnato tu, mio caro piccolo Mercurio: non di uscire si tratta, ma di entrare».

«Entrare! Ma davvero si può entrare in queste dure pietre?» l’uomo sferrò un pugno violento sul muro della cella.

Guardò per alcuni momenti il sangue gocciolare dalle nocche e poi si lasciò cadere a terra.

«Avete ragione, saggia Morgana. Avete ragione su tutto…»

La sua voce era così fioca che sembrava provenire da un altro degli innumerabili mondi.

 «Su tutto, tranne un nonnulla… Non sono stato io ad insegnarvi tutto questo, mia dolce signora. Me l’avete fatto scoprire proprio voi, insegnandomi l’amore, il vincolo dei vincoli, la passione da cui germogliano tutte le passioni, il sigillo che sa conciliare tutti i nostri sublimi contrari…»

Non poteva vederla, ma sentiva il sorriso di Morgana attraversare la cella con i primi raggi dell’alba.

«Lo so» riprese. «Lo so: la morte è solo una pazzia. Qualunque sia il punto di questa notte in cui sono, io so che mi aspetta il giorno, ma di che giorno si tratti neppure io riesco a immaginarlo».

§

Il giorno giovedì 17 febbraio dell’anno del Signore 1600, nelle primissime ore dell’alba, forse per evitare la folla dell’anno giubilare, lo scellerato frate domenichino da Nola, eretico ostinatissimo, andò incontro a solennissima giustizia.

Nonostante fosse esortato con ogni carità dai fratelli dell’Arciconfraternita di San Giovanni Decollato, da due Padri di san Domenico, da due del Gesù, da due della Chiesa Nuova e da uno di san Girolamo, i quali con ogni affetto e con molta dottrina gli mostrarono l’error suo, nonostante questo, finalmente stette sempre nella sua maledetta ostinazione.

Fu dunque condotto, con le mani incatenate e i piedi nudi, dai ministri di giustizia in Campo di Fiori, di fronte al teatro di Pompeo. Quivi fu spogliato nudo, legato a un palo, la lingua gli fu messa in giova per impedirgli di parlare, e fu bruciato vivo. I confortatori lo accompagnarono fino all’ultimo cantando le litanie e implorandolo di lasciare la sua ostinazione, ma sino all’ultimo punto frate Giordano da Nola distolse con disprezzo lo sguardo dal crocifisso che gli veniva offerto. Così finì la sua misera e infelice vita.

§

«Che cosa vi turba, caro amico?»

La voce del pontefice rivelava un rapporto che andava al di là degli abiti che i due uomini indossavano e dei ruoli che ricoprivano. Ippolito Beccaria, maestro generale dei domenicani, aveva chiesto urgentemente udienza e ora guardava pensieroso fuori dalla finestra le ombre dei pellegrini svanire una ad una nella sera invernale. Il suo volto era ancora più scavato del solito.

«Questa mattina frate Giordano è salito sul rogo».

Il Santo Padre si lasciò sfuggire un profondo sospiro.

«Capisco. Voi sapete bene che abbiamo fatto tutto il possibile per far sì che la vicenda avesse altro esito, io impedendo la tortura e voi, più sottilmente, chiedendo che fosse torturato due volte e che le sue dichiarazioni sostituissero l’intera istruttoria. Ma, alla fine, il Nolano ha deciso di morire».

Zoppicando vistosamente per via della gotta che da tempo lo affliggeva, il pontefice si era avvicinato al generale domenicano e ora gli stava accanto. Guardava anche lui pensoso fuori dalla finestra. San Pietro pareva più piccola del solito.

«Non è questo, Santità… È che io ho assistito al rogo».

«Lo so, lo so». Dall’alto della sua notevole statura, il Santo Padre aveva poggiato una mano sulla spalla del domenicano in segno di conforto. «Ho letto le vostre bozze per l’Avviso pubblico e per il Giornale dell’Arciconfraternita. E ho pregato per l’anima di frate Giordano… e anche per le nostre».

«Ma lì non c’è tutto!» sbottò il Beccaria. «Manca l’essenziale».

«L’essenziale?»

«Mentre lo conducevano ad essere arso vivo, frate Giordano… sorrideva».

«Sorrideva? In fondo non mi stupisce. In tristitia hilaris, scriveva in quella sua commediola giovanile…»

«Certo, certo, ma io ho visto…»

Il padre domenicano si girò a guardare in volto il pontefice.

«Santo Padre, ho visto con i miei occhi frate Giordano scomparire. Appena la fiamma l’ha lambito, quell’uomo non è bruciato, è… svanito!»

Tornò a guardare fuori dalla finestra.

«Direi che si è fatto fuoco… o che il fuoco si è fatto frate Giordano… ma la verità è che io stesso non so spiegarmi quello che ho visto. Eppure anche l’odore…»

Al domenicano era sfuggita una smorfia di disgusto.

«L’odore?» il pontefice quasi balbettava.

«Me l’ha confermato anche il boia: l’odore era odore di legna. Solo di legna».

Papa Clemente VIII perse per la prima volta la calma.

«Non vorrà mica sostenere che frate Giordano se n’è asceso in paradiso con il fumo del suo rogo, come aveva avuto l’arroganza di promettere!»

«No, Santità, no. Non saprei spiegarmi meglio di come ho fatto e non saprei dire come ha fatto, ma la verità è che…»

Si voltò di nuovo verso il pontefice e lo fissò negli occhi.

«Santo Padre, perdonatemi, ma mi è rimasta la certezza che… alla fine… ci sia sfuggito tra le mani».

[Questo racconto è nato dalla lettura de Il sapiente furore di Michele Ciliberto, un libro che sa far volare tra gli innumerabili mondi e le infinite vite, al punto da poter immaginare, per qualche istante, di ospitare l’anima grande di frate Giordano]

In una notte buia e tempestosa

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Image by Felix Mittermeier from Pixabay

Immagine di Felix Mittermeier da Pixabay

di Caterina Picchi

La prima volta che Tea aveva scoperto cosa fosse di preciso un segreto era stato quando, in una fredda e burrascosa serata di fine novembre, dettaglio peraltro non banale questo della sera, dato che Tea era assolutamente certa non si trattasse di un caso, considerato quanto la sera era in effetti per lei il frangente in cui si sentiva più sentimentale, intensa e poetica, ma anche quello in cui i suoi “terribili” pensieri la tenevano maggiormente in scacco, sì, le sembrava quasi di sentire la loro sardonica risata mentre la colpivano alle spalle, le parevano reali, quei pensieri che la colpivano da dietro e la stritolavano da capo a piedi… Uhm, Tea aveva scoperto che cosa fosse un segreto quando, una tempestosa serata di fine novembre dei suoi primi cinque anni e mezzo, aveva deciso di mettere in sordina la paura ed era rimasta sveglia con la bocca, il cuore e gli occhi color ambra serrati fino al fatidico momento in cui suo fratello maggiore Paolo, come ogni notte da un bel pezzo a questa parte, era sgusciato fuori dal letto matrimoniale che loro due condividevano per andarsene a compiere chissà quale irripetibile misfatto.

Tea, che aveva una fervida immaginazione, in quel periodo leggeva soltanto storie di paura ed era sempre stata, fin da piccolissima, meteopatica, già al primo fulmine che l’aveva fatta tremare sotto le sue coperte rosa, aveva d’altronde incolpato suo fratello di un numero incalcolabile di delitti.

Purtroppo però, nonostante i propri ammirevoli sforzi – Tea aveva seguito Paolo camminando sui talloni e, soprattutto, camminando sui talloni a piedi scalzi, combinazione che odiava per vari e seri motivi e che, in una sua eventuale classifica dell’odio, si sarebbe piazzata senza dubbio nella top ten –, Tea era stata alla fine pure scovata dal suo nascondiglio dietro la colonna di marmo in fondo al salotto, perché, osservando suo fratello, seduto insieme ai suoi genitori, ai fiori nel centrotavola e alla Rebecca che gli ansimava accanto, addentare felice un trancio di pizza margherita con la mozzarella filante e scaglie di salamino piccante, lei non aveva potuto trattenere le lacrime.

Del resto, il pianto di Tea era da sempre stato fastidiosamente rumoroso…

Inoltre, lei letteralmente adorava il salamino piccante – non disperate, ve l’avevo promesso che si sarebbe trattato di un racconto thriller.

Ma, comunque, ecco, quello che importava di più di tutta quella faccenda era che Tea aveva allora compreso quale fosse l’intima essenza di un segreto.

E che, da quell’istante, Tea divenne una vera esperta di segreti.

Nel senso che lei realizzò che tutti ce ne avevano parecchi: se capisci cos’è un segreto, vedi segreti ovunque.

Il mondo è un posto oscuro e misterioso.

Caro diario – 1 dicembre 2025

10 segreti in ordine sparso, ossia 10 segreti che non riguardano me stessa, né in generale le cose, ma ciò che la gente chiama in molti diversi e che io, per me, chiamo: “segreto”:

n. 1 andare avanti, n.2 il “non me ne importa niente”, 3 nuotare o toccarci, n. 4 la rinuncia,
n. 5 i figli, n. 6 il “non avrei potuto nulla di più”, n.7 il “non è stata colpa mia”, n.8 la paura, n.9 dormire, n. 10 la paura della morte.

Caro diario – 9 dicembre

3 segreti in ordine sparso che riguardano me stessa e che io chiamo: “quello che ci è successo”:

n. 1 Le Paure (di arrivare in ritardo; di perdere tutto quello che di bello c’è intorno e dentro di me; di rovinare ogni cosa, di essere cattiva e non essermene accorta e di far del male alle persone).
n. 2 La Paura (di non aver paura di morire).
n. 3 Dimenticare La Paura.

Caro diario – 13 dicembre

UnSegretoèUnSegretoDopoCheTeLoSeiOLoHaiSvelato?

No, non sarò io l’assassina, la ladra, non sarò io a uccidere il Segreto.

Insomma.

Era un segreto quello che la Maestra Gina nascondeva nel primo cassetto a destra della sua cattedra in legno non appena – affannata, stanca e ansimante, perché la burbera Maestra Gina, che non era proprio in ottima forma, aveva sempre caldo, se ne lamentava altrettanto di frequente e per di più capitava anche assai spesso che l’ascensore di scuola fosse rotto – non appena entrava in classe e che però tirava anche fuori con nonchalance ogni giorno a ricreazione (e dunque non era poi più tanto segreto).

Era un segreto ciò che Sofia, la bambina con il caschetto nero, la bocca rossa e gli occhietti piccoli e a mandorla, sussurrava all’orecchio di Aurora, ridacchiando piano piano, ma non smettendo comunque di guardarla inequivocabilmente in faccia, tutte le volte che che Tea, nello spogliatoio delle femmine, prima della lezione di ginnastica, si toglieva la maglietta per cambiarsi.

Quello nello specifico era un segreto soprattutto perché Tea con Aurora il mercoledì andava pure a catechismo, l’aveva invitata a giocare con la casa di barbie a casa sua e pensava sul serio che loro fossero amiche.

Infine, erano un segreto anche le parole che sua mamma non disse a suo padre, cioè le parole che sua madre intimò a suo padre di non dire, ma che in realtà lei medesima neppure pronunciò mai: sua madre si limitò ad allontanare le suddette parole con uno sguardo determinato da vera leonessa o ProtagonistaCheSiSalva di un romanzo giallo e Tea, che sua madre la capiva al volo, intuì solo vagamente avessero a che fare con un affare del tipo: “Tea sta bene, lei è qui e noi abbiamo il dovere di proteggerla” (ma, nonostante la loro tenacia e la sua stessa voglia di ricambiare il dono che le era stato fatto, Tea continuava a sentirsi almeno un po’ una sopravvissuta inadeguata e, per certi versi, anche ingrata).

Tuttavia, il segreto in verità più importante Tea lo scoprì comprensibilmente molto tempo dopo, una sera di inizio maggio in cui le rose del suo giardino da adulta non erano ancora sbocciate, i giorni della scuola erano passati da molto ed erano stati ormai in parte dimenticati e fuori, sulle foglie verdi degli alberi, tirava un insopportabile, appiccicoso vento del nord – quel vento ricordava qualcosa, perché questo è e deve pur sempre essere un thriller.

Di nuovo, non c’è nemmeno bisogno di scriverlo, si trattò senz’altro principalmente di una notte buia e tempestosa.

Caro diario – 23 novembre

Ora che l’ho finalmente scoperto, nessuno deve conoscere il mio segreto.

Sì, quella era davvero una notte buia e tempestosa.

Una di quelle notti in cui si guarda fuori dalla finestra di camera e si è contenti di vedere, anche a tarda ora, le luci delle finestre intorno ancora accese, perché il cielo è troppo scuro per affidarsi alla luna o alle stelle e sapersi orientare, avere un punto di riferimento, per noi esseri umani è un bisogno abbastanza essenziale.

Una di quelle sere in cui si ha timore di spegnerla la luce…

Perché la sera è anche quando tutti i pensieri, i sentimenti – belli e brutti – sono più forti e la pioggia, che ci ha bagnato i capelli nonostante l’ombrello e ci ha costretti a cambiare rapidamente i calzini una volta arrivati finalmente a casa, ci rammenta che non è vero solo ciò che esce fuori, ma pure ciò che ci entra dentro.

Della serie: il nostro mostro è in agguato.

Per quanto concerne in ogni caso Tea, lei quella sera si trovava a essere onesti già da un po’ sotto la sua coperta rosa di lana, teneva la sua bocca, il cuore e gli occhioni color ambra ben aperti e stringeva a sé il peluche preferito di suo fratello Paolo, quello di Stitch con l’orecchio sinistro mezzo mangiato dalla Rebecca, peluche in tutti quegli anni che ne aveva passate tante, ma che profumava tuttora orgogliosamente di mare, di vacanze e di sorrisi.

Proprio quella sera procellosa di fine maggio, però, Tea, nel secondo esatto in cui stava per addormentarsi e chiudere i suoi bellissimi occhi, aveva all’improvviso udito esplodere con violenza nel cielo un fragoroso tuono rimbombante – accade in tutti i romanzi gialli, inizialmente è sempre una questione di luci, sensazioni subliminali e di rumori, solamente poi si scopre l’omicidio.

Oh, vi ho detto che Tea aveva paura dei temporali?

La cosa tuttavia più strana era che quel massiccio e ingombrante tonfo nascondeva evidentemente dietro di sé un altro suono, sottile sottile fino a risultare quasi impercettibile – delicato come un fiore nel vento, rispettoso e discreto come un amore impossibile, un amore impossibile perché ritenuto impossibile e immeritato –, ma anche troppo generoso e nobile per essere una mera allucinazione della mente di Tea.

Già, quella musica era un indizio.

E Tea, che era costantemente alla ricerca di qualcosa, non aveva altre alternative se non seguirla – la sua luce nel buio.

Così, lei quella sera, ogni sera, ogni notte buia e tempestosa, scendeva le scale della sua casa da bambina e arrivava alla colonna in marmo del loro salotto.

Stavolta, però, guardando la famiglia felice, Tea non piangeva.

Lei apriva le braccia e iniziava a muoverle in su e in giù, all’impazzata, come per nuotare, per combattere le onde e risalire in superficie, o…

O come per volare.

Solo progressivamente, infatti, gli accordi del pianoforte si trasformavano e la melodia si faceva via via più triste, recriminatoria e definitiva.

A quel punto, ogni sera, Tea si fermava di scatto e si ritrovava di nuovo a scegliere se salvarsi.

A differenza che nella realtà, adesso da quell’incubo lei riusciva comunque a svegliarsi.

Sul tavolo del soggiorno, restava allora un piccolo pezzo di pizza margherita mezzo mangiato, da cui qualcuno aveva rubato il salamino piccante.

Be’: chi era stato?

Che schifo, la verità è che in fondo i segreti sono tutti uguali.

The Bird Day: Charlie Parker

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Impro 

La conversazione con l’autore

di

Francesco Forlani

il mio amico poeta Petr Kral (autore dello splendido volume Miraggi, Nozioni di base) amante del jazz, mi raccontava come secondo lui esistessero due stili di scrittura. Uno alla Charlie Parker in cui l’attacco è immediatamente polifonico e selvaggio e un altro alla Coltrane che a differenza del primo procede per minime tappe, in un crescendo che trattiene l’energia prima di farla esplodere.  Il tuo attacco del libro è stato del primo o del secondo tipo?

Domanda spiazzante e bellissima. Il mio attacco è sicuramente coltraniano. Come Coltrane sono un insicuro nei fatti e un irrequieto nei pensieri e prima di lanciarmi accumulo materiale su materiale di ricerca. La voglia di far bene porta a un superlavoro fatto anche di accumulazione e stratificazione. Detto questo, rispetto a Coltrane, all’anima che metteva nelle cose che suonava, alla spiritualità che ne derivava, mi sento come un nano appollaiato sulla spalla del gigante di Rodi.

 Si possono amare profondamente entrambi? In musica, come del resto in letteratura, ci sono queste strane dicotomie a definire tifoserie, schieramenti. Beatles vs Rolling Stones, Bob Marley Peter Tosh, Camus vs Sartre, Pavese vs Calvino. Mi è capitato spesso d’incontrare amici musicisti, schierati con l’uno o con l’altro, Parker o Coltrane. Allora, per te?

Nel libro si trova una parziale risposta. Intanto Coltrane divenne Coltrane anche perché venne folgorato da Parker nella sua fase formativa. Una parte del libro riporta alcuni ricordi di altri musicisti e uno riguarda proprio questo incontro allievo-maestro. Parker influenzò virtualmente tutti i musicisti jazz intorno a lui e quelli dopo di lui; ovviamente i sassofonisti erano i più esposti. Parlando dell’influenza di Parker sul nostro Massimo Urbani (nel recente documentario Easy To Love), il clarinettista Tony Scott afferma una cosa poetica e storicamente vera per molti: lui che era stato vicino sia a Parker che a Urbani diceva che il primo era un sole. Il sole ha una grande forza di attrazione ed è benefico, finché non ti avvicini troppo, in quel caso ti brucia. Il soprannome di Parker è Bird, uccello. Nel suo mito c’è il volo, come spiega lo studioso Gianfranco Salvatore. Adesso con Tony Scott aggiungiamo una sorta di mito di Icaro rovesciato.

A proposito di miti e giganti, quel che accade con tutta la lost generation del jazz, e penso in primis alla figura forse più struggente, ovvero Billie Holiday, vita e creazione sono indissolubili, come del resto lo dimostra l’immensa produzione cinematografica ad essi dedicati. Quando hai deciso questa tua nuova immersione  qual è stato il tuo patto con il lettore?

Il patto che ho fatto, prima di tutto con me stesso, era di cercare di essere originale e di trovare qualcosa di nuovo da dire su Parker. Ho adottato dei punti di vista nuovi, trovato materiali d’archivio mai utilizzati. Solo quando sono arrivato a questo punto ho pensato che potevo davvero avere la hỳbris (la tracontanza, l’insolenza verso gli dei, come dicevano i greci) di scrivere su un personaggio come Parker. Lo hanno analizzato i migliori studiosi americani ed europei. In tutti gli ambiti chi si è occupato di lui è stato eccezionale. Ne hanno scritto romanzieri come Julio Cortázar, poeti come Kerouac e Gregory Corso. Ci sono graphic novel, balletti, piéce teatrali. Comunque, confrontarsi con le eccellenze fa tremare i polsi ma sfida a cercare di ottenere il meglio. Alla fine, ho mollato gli ormeggi e ho chiuso il saggio addirittura con un racconto breve. Gli dèi della letteratura mi fulmineranno!

(fuori intervista o dentro come vuoi) All’epoca del mio Cesare Pavese mi sono trovato a un festival con Vttorio Giacopini che aveva pubblicato il suo Parker. Hai avuto modo di leggerlo? che ne pensi?

Certo, ho letto Il ladro di suoni, dedicato a Dean Benedetti, l’uomo che ossessionato da Parker lo ha registrato ovunque e ci ha tramandato il “Santo Graal dell’assolo jazz” con ore e ore del suo sassofono che altrimenti sarebbero andate perdute. Nel mio libro mi occupo di Parker e anche di chi ne ha scritto. Uno potrebbe pensare ai soliti nomi: Kerouac, i beat… e invece tra letture accumulate negli anni e ulteriori ricerche sono uscite fuori delle sorprese. Anche sul versante della poesia. Il libro di Giacopini comunque c’è ed è in buona compagnia.

Se dovessi scegliere il pezzo più bello di Charlie Parker, diciamo quello che corrisponde di più alla  tua narrazione?

Con Lover man non si sbaglia mai!!! Il brano che ha ispirato anche tanta letteratura.

 

In conclusione, prima di porti un’ultima domanda, vorrei ricordare ai lettori che è un libro che riesce davvero a comunicarti la complessità dei paesaggi in cui la rivoluzione del be-bop ha creato nuove visioni, percezioni della musica riuscendo a offrire un ritratto singolare del gigante Charlie Parker senza farsi divorare dall’ immensa ombra riflessa sul mondo.

Qual è stato il momento preciso in cui hai capito che la prospettiva scelta per la tua narrazione fosse quella giusta? 

Il libro ha origini vecchiotte…nasce da una parte della mia tesi di laurea in storia del jazz di quasi trent’anni fa, dove era presente un embrionale capitolo sulla “figura” di Parker alla quale poi sono tornato ciclicamente. L’ultima volta è diventato un saggio per una rivista dal titolo La maschera di Parker. L’editore ha visto quel lavoro e mi ha proposto di riprenderlo. Delizia e tormento: sì, perché a quel punto non volevo limitarmi a scrivere una storia della vita di Parker ma desideravo affrontare questo monumento del jazz cercando strade originali, lavorare su materiali inediti. Più facile da teorizzare che da fare e in effetti ci ho messo alcuni anni, tra approfondimenti e, non lo nascondo, un po’ d’angoscia. Più di una volta mi sono sentito inadeguato. Ho pensato che non avrei mai finito il lavoro. Quello che volevo era realizzare una storia culturale di Parker, ma poi l’ansia da prestazione mi ha portato a cercare altri approcci ancora, in una sorta di bulimia. Alla fine ne è venuto fuori un personaggio sfaccettato, diverso dall’icona del tossico di genio che va per la maggiore. Credo di restituire ai lettori un Parker inedito che occupa il posto che merita: non nella storia del jazz ma in quella del Novecento.

È di dominio comune l’idea che Parker sia stato il musicista più imitato per un certo numero di anni. Facciamo un passo in più e pensiamo a quanto ha indirizzato il futuro anche in altri modi: oltre ad aver influenzato tutti i sassofonisti possibili e immaginabili e i contemporanei ha scoperto decine di talenti. Prendiamo le trombe: a parte l’aver formato con Dizzy Gillespie la coppia di fiati più potente del jazz ha lanciato Kenny Dorham, scoperto Red Rodney e Chet Baker, portato sul palco un esordiente Clifford Brown ma soprattutto fatto da talent scout a Miles Davis. Quest’ultimo ha fatto suonare nei suoi gruppi tutti i musicisti jazz più significativi degli ultimi venti trent’anni del secolo scorso e alcuni di quelli più noti in attività oggi. E’ come se ci fosse un filo diretto, da un talent scout a un altro; una coppia di personalità che copre metà del secolo scorso e influenza ancora il jazz contemporaneo.

Del pisciare contro vento

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di Nicola Fanizza

A pisciare contro vento prima o poi ci si bagna! Lo sanno bene i marinai che stanno sulle barche e tutti quelli che vivono sulla costa. Da qui l’attenzione super-sorvegliata degli abitanti del mio Paese ai mutamenti del vento e, per estensione, anche al vento in politica.

Lì hanno davvero fiuto, arrivano sempre prima degli altri. Appena si accorgono che il vento sta cambiando direzione, diventano amplificatori di quel vento.

Tuttavia, per noi bambini negli anni Cinquanta andare sulla Rotonda a fare la pipì contro vento – sfidando le onde –, era comunque un piacere. Da qui – forse – la mia tendenza a collocarmi sempre contro il discorso canonizzato della polis, contro lo spirito del tempo.

Certo tutto ciò ha comportato parecchi raffreddori, tanto è vero che per sopravvivere mi sono trasferito a Milano, una città quasi senza vento. Ecco ciò che, a volte, mi manca del mio Paese è proprio il vento.

Da sempre il fantasma del vento, come mediatore del tempo, è apparso avvolto da un’aura di mistero. Solo i Maestri del vento sapevano individuare il fuoco da cui essi si originavano, possedevano le chiavi d’accesso al cielo, ne conoscevano la mappatura, e soprattutto conoscevano le diverse sfumature della Rosa dei Venti. Possedevano altresì la straordinaria capacità di fiutare e annusare i cambiamenti dal vento: ossia quando il vento stava per terminare il suo giro; o quando, sulla scorta delle prime avvisaglie, era possibile prefigurare a breve l’arrivo della pioggia, di una burrasca, di una forte mareggiata. In questi due ultimi casi si recavano presso le case dei pescatori invitandoli a non salpare l’ancora.

Il primo a parlarci del vento fu il mio nuovo maestro, quando – avevo otto nove anni – frequentavo la terza elementare. Ci raccontò una breve storia che vedeva il vento e il sole come protagonisti di una contesa, il cui oggetto era rappresentato dai vestiti di un contadino: la vittoria sarebbe andata a chi fra i due fosse riuscito a far sì che il contadino si spogliasse. Nel suo racconto il contadino, ricorrendo ai lacci e ai bottoni, era riuscito a resistere al vento, ma nulla poté fare quando fu chiamato a difendersi dai raggi del sole. Il corollario di questa storia era evidente: possiamo difenderci dal vento ma non dal sole.

Quello stesso anno appresi che col vento non si può scherzare, e soprattutto non lo si può sfidare. Ciò avvenne in occasione di un evento tragico che colpì la famiglia di un mio compagno di classe. Il papà di quest’ultimo e due suoi fratelli erano morti in seguito al naufragio della loro barca. La mia classe partecipò al funerale e dopo alcuni giorni venni a conoscenza, attraverso il racconto di mio padre, delle dinamiche che avevano portato alla loro morte. Insieme ad altri marinai, erano andati a pescare nello stesso braccio di mare. Avevano calato da poco le reti quando si accorsero che si stava alzando un vento fortissimo. Mentre gli altri pescatori, paventando il peggio, si erano rifugiati subito in un porticciolo lì vicino, il padre del mio compagno decise di sfidare il vento: perse, infatti, del tempo prezioso per recuperare le reti e così fu travolto insieme ai suoi due figli dalla violenza delle onde del mare.

Così col tempo imparai a temere e, insieme, ad amare il vento. Amavo soprattutto il maestrale. Quest’ultimo rendeva l’aria più fresca e respirabile, e per di più mi consentiva di pensare all’aria aperta. Ritenevo allora che non avrei mai potuto vivere senza sentire la sua carezza sulla pelle. Percepivo quel vento come se fosse un compagno d’avventura; come fosse un antico conoscente, familiare e, insieme, affascinante, che mi prendeva per mano, faceva volare le foglie e la polvere e per pochi istanti mi faceva dimenticare della gravità che mi teneva attaccato alla terra.

Che il vento possa diventare il viatico per entrare in trance estatica lo appresi da mio fratello. Asseriva che nel corso di una notte del mese di settembre era entrato in estasi e che in quell’occasione aveva avuto una visione straordinaria e per molti versi ineffabile. Allo stesso modo di Miranda, la protagonista del film di Peter Weir Picnic ad Hanging Rock, mio fratello si svegliò. Spinto dalla forza del vento che circolava nella nostra casa – le porte-finestre erano aperte –, usci dalla camera che condivideva con me per dirigersi in uno stato di trance verso il salotto. Si trattava di una stanza che conoscevamo appena, anche perché io e mio fratello non avevamo il permesso di entrarvi se non in rare occasioni, nei giorni di festa o quando si avevano degli ospiti. La porta era del resto quasi sempre chiusa, ma quella notte la trovò aperta. Sempre in quella «condizione alterata» di coscienza entrò nel salotto. Qui un attimo dopo l’emozione lo inchiodò sul posto. Gli sembrò di essere entrato in una stanza incantata. Gli scuri erano chiusi e le tende pesanti, di lino verde, tirate. La stanza era inondata da una strana luce color verde-oro, iridescente, irreale. Ebbe l’impressione di trovarsi in un altro mondo. Restò lì, sul tappeto, immobile, respirando a fatica, fino a quando sentì un brivido caldo nelle sue ossa: cadde a terra e si addormentò. Non ricordava quanto tempo dopo – un’ora o forse più –, il fresco del pavimento lo svegliò e ritornò a letto.

Mi disse che questo accadde una sola volta. La notte del giorno successivo tentò di nuovo di aprire quella porta; era chiusa. Asseriva, inoltre, che non aveva avuto alcun timore. Non aveva neppure il sentimento di commettere un delizioso peccato. Ciò che di quella notte lo aveva attirato era, il calore, la calma e la bellezza; era il salotto, con il divano e le poltrone di velluto verde, era il verde. Il tutto immerso in una luce verde oro. Tranne che a me non aveva mai raccontato a nessuno ciò che aveva percepito in quella stanza. D’altra parte, non avrebbe saputo cosa dire. Si trattava di un evento misterioso!

Alcuni anni dopo aggiunse che, nei momenti di sconforto o quando si era trovato a lottare con lunghe crisi di malinconia, aveva spesso cercato, inutilmente, il viatico che gli avrebbe consentito di entrare di nuovo in quello stato di grazia.

Per quanto mi riguarda, ho proseguito a pisciare contro vento, spesso in silenzio e a volte solo col pensiero. Cosa quest’ultima che avvenne quando avevo appena otto anni. All’inizio del nuovo anno scolastico conobbi il mio nuovo maestro. Proveniva da Matera, di statura regolare, tarchiato, aveva la testa molto grande e i capelli cortissimi. Quando, in occasione del primo appello, apprese che fra gli alunni della mia classe c’era il figlio del sindaco – quest’ultimo era stato inserito solo quell’anno nella classe! –, decise all’istante di designarlo come nuovo capoclasse.

Si trattava di un atto che non mi piacque, poiché tradiva il suo desiderio di ingraziarsi i potenti. Ciò nondimeno la sua si rivelò una scelta azzeccata. Il figlio dell’allora sindaco dimostrò per davvero di essere il più bravo della classe. Ma il mio maestro non poteva di certo saperlo.

Ciò che contribuì a turbare in quello stesso anno il mio animo non fu l’ombra del nuovo maestro, bensì la pusillanimità dell’arciprete. Il Concilio Vaticano II era di là da venire. Anche se mancavano pochi anni, il vento che avrebbe portato la Chiesa a prendere le distanze dal Medioevo nel mio Paese non si avvertiva affatto. Me ne accorsi a mie spese nel settembre del 1959. Poco prima che iniziasse il nuovo anno scolastico, cominciai a frequentare il catechismo presso la Chiesa matrice. Qui vennero creati due gruppi: i ragazzi appartenenti alle famiglie dei professionisti furono inseriti nel gruppo che fu affidato a un’anziana insegnante, che era sempre vestita di nero; i rimanenti – me compreso – furono affidati, invece, alle cure di una giovane catechista. Tuttavia, nel corso delle lezioni, scoprii con triste meraviglia che mentre al primo gruppo venivano dati in dono dei giornaletti colorati, viceversa il mio gruppo era costretto a imparare a memoria e in pillole i fondamenti della dottrina cristiana senza l’ausilio dell’apparato iconografico. Mi rivolsi pertanto alla mia maestra per poterli ottenere. Ma quest’ultima mi disse che i fascicoli erano riservati solo ai ragazzi dell’altro gruppo.

Quella disparità di trattamento mi apparve come un vero e proprio sopruso, come un’ingiustizia. E per di più avveniva col tacito assenso dell’arciprete. Che, benché fosse presente, probabilmente era distratto. La stessa Chiesa mi apparve ingiusta e decisi pertanto di non frequentare ulteriormente le lezioni di catechismo.

La mia indole ribelle, tuttavia, si manifestò tre anni dopo. Nel 1962, col mio ingresso nell’età dell’adolescenza, sperimentai dolorosamente l’ostilità di alcuni venti che non avevo mai conosciuto. Si trattava dei venti di guerra e del vento della modernizzazione. Il fuoco da cui essi si originavano non era reperibile nella natura, bensì in una cultura che legittimava la guerra e di una cultura che dissolveva i vincoli sociali e le relazioni degne. Una cultura che, tuttavia, non era mai appartenuta alla civiltà contadina.

In Italia spirava allora il vento della modernizzazione. Un vento che mirava proprio alla dissoluzione della civiltà contadina. Il dileggio del mondo rurale diventò una scheggia che si conficcò nelle mie carni. I miei compagni di classe, provenienti da famiglie facoltose, stigmatizzavano il lavoro manuale in generale e, in particolare, il lavoro del contadino. Da qui il patèma che investiva il mio animo ogni qualvolta – la domenica o durante le vacanze – mio padre mi portava in campagna a lavorare. Il ritorno a casa per me era un dramma: quando, al crepuscolo, il nostro carro trainato dalla mula entrava nelle strade del Paese, mi coprivo con un sacco per evitare che i miei compagni di classe scoprissero che ero figlio di contadini.

Di fatto, negli anni Sessanta, il mestiere del contadino era poco apprezzato e, insieme, poco remunerato. I lavoratori della terra si accorsero ben presto che la loro strada non passava per il Paese in cui erano nati e si trasferirono in massa nelle città del Nord.

Le ragazze a loro volta non volevano sporcarsi le mani. Preferivano gli impiegati, gli italo-americani, i marittimi, gli operai e giammai i figli dei contadini.

Come tutti i figli dei contadini, non ero capace di difendere il mio mondo, la sua cultura. La scuola di allora e, per molti versi, anche di oggi, era espressione della cultura esclusivamente – nel senso etimologico: che esclude – borghese.

La cultura borghese non è di per sé negativa, ma lo diventa quando esclude le altre. E quella scuola non era in alcun modo disposta a misurarsi con le culture altre: ossia non era capace di accogliere e di confrontarsi con la cultura dei contadini. Era una scuola incapace di riconoscere e valorizzare la capacità dei figli dei contadini di indicare gli alberi con i loro nomi, le loro conoscenze in merito all’irrigazione dei campi, alle diverse erbe, agli uccelli, e alle diverse colture, ecc.

Ciò spiega la loro disaffezione nei confronti di una scuola che li costringeva a vergognarsi delle loro origini, di una scuola che chiedeva loro di integrarsi: ossia di tradire la loro cultura contadina. In quella temperie totalitaria, mi sentivo svuotato dentro, perdevo, giorno dopo giorno, la mia linfa e il mio sangue, diventavo guscio. Io, come altri figli di contadini, rifiutai di integrarmi, e tuttavia non rinunciai agli studi.

Il 1962, con la Crisi dei missili a Cuba, fu anche l’anno in cui si evitò per poco una guerra nucleare e fu anche l’anno in cui ebbe inizio la guerra del Vietnam. Proprio quell’anno, per scongiurare la guerra, Bob Dylan compose Blowin’ in the Wind, una canzone pacifista che terminava così:

 

«E quanti morti ci dovranno essere affinché lui sappia

che troppa gente è morta?
la risposta, amico mio, sta nel vento,
la risposta sta nel vento».

 

Sono passati più di sessant’anni da quell’anno e quella speranza continua ad abitare nel vento. Intanto qui a Milano mi è capitato più volte di ripensare alla Rotonda sul mare del mio Paese. E in ognuna di quelle occasioni ho chiesto aiuto al vento per difendermi dalla malinconia!

(n.d.r.: foto di Daniele Muriano)

Cherchez l’Iran

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conversazione di Francesco Forlani con Sou Abadi

Conosco Sou dagli anni 90, quando a Parigi fondammo la rivista Paso Doble. All’epoca lavorava per il cinema, soprattutto nel montaggio, per film e documentari. Il suo film del 2017 Cherchez la femme, tradotto in italiano con  Due sotto il burka, ha ottenuto un grande successo di pubblico e di critica e vari riconoscimenti  tra cui quello del Biografilm Festival. Una commedia coraggiosa girata l’indomani della stagione degli attentati in Francia. Iraniana d’origine e parigina d’adozione condivide con noi alcune sue riflessioni sulla situazione attuale del suo paese.

 

Vorrei cominciare questa conversazione con la scambio di messaggi che abbiamo avuto quest’estate, il 23 giugno, il giorno dopo l’operazione militare americana “Midnight Hammer”, con il bombardamento di diversi siti nucleari ida parte dell’aviazione americana. Ricordo che a un certo punto mi hai dettoi: “Penso che nessun iraniano avrebbe potuto immaginare che un giorno si sarebbe trovato a sostenere gli Stati Uniti d’America”. Secondo te, la reazione tiepida della sinistra alle attuali rivolte in Iran è dovuta a questo: all’imbarazzo di trovarsi partigiani di Trump? Un errore grossolano, non credi?

Il problema è che la sinistra iraniana è distante dalla società iraniana. In mezzo a tutto questo caos, i sostenitori di Reza Pahlavi continuano a prendersela con la sinistra; sono terribilmente privi di classe. Mentirei se ti dicessi che andare alle manifestazioni e sfilare sotto le bandiere americana e israeliana, è stato imbarazzante per me. Ci sono stata domenica scorsa e ti confesserò che mi sono sentita molto a disagio durante questa manifestazione  organizzata dai monarchici, ma posso dirti che un certo disagio l’ho provato anche all’altra manifestazione, quella del Pantheon quando a un certo punto si sono sentiti slogan anti-monarchici completamente staccati dalla realtà iraniana.
So che Trump è un bastardo, ma abbiamo veramente scelta? Il popolo iraniano ha bisogno di armi per liberarsi dai Mullah. Non riusciranno a rovesciare questo regime sanguinario con le pietre. Ci vorrebbero o un intervento straniero o la possibilità di armare il popolo iraniano affinché possa liberarsi da solo.

Qual è la tua opinione sulla reazione europea a quanto sta accadendo nel tuo paese? In Francia, e soprattutto in Italia, la copertura mediatica è stata a mio avviso cauta, prudente. Dalle conversazioni avute con i tuoi amici,  artisti o meno, qual è l’idea che te ne sei fatta?

Tanto per cominciare, vorrei segnalarti questo breve resoconto di quanto è accaduto nella mia città natale.

 

Caro Francesco, a che pro dichiarare che l’assenza di reazione da parte della comunità internazionale di fronte a questo massacro è a dir poco insopportabile?
L’unico a parlarne è quel pazzo di Trump e dentro di me spero con tutto il cuore che il suo ego smisurato e i suoi interessi economici lo spingano a reagire. L’Europa non fa nulla, preferisce non prendere posizione per non compromettere i contratti con il regime iraniano.
È semplicemente disgustoso. La Francia avrebbe potuto almeno espellere l’ambasciatore iraniano e ritirare la propria rappresentanza diplomatica in Iran. Per dirla tutta,  l’ambasciatore iraniano non l’ha nemmeno convocato al Quai d’Orsay. Forse non sai l’ultima. Il regime iraniano ha dichiarato che i beni degli artisti e degli sportivi che hanno rilasciato dichiarazioni contro il regime e sostenuto i manifestanti saranno confiscati. La conclusione di ciò che è accaduto nelle ultime settimane è semplice: il popolo iraniano non può rovesciare questo regime con dei sassi. Le forze dell’ordine li hanno massacrati con armi da guerra, carri armati, mitragliatrici, lanciarazzi. Sono entrati negli ospedali per dare il colpo di grazia ai feriti. La gente aveva paura di portare i manifestanti in cattive condizioni in ospedale perché tutti sapevano che c’erano veri e propri rastrellamentii. Ci sono ancora feriti nascosti nelle case, altri che sono morti senza ricevere cure e che la gente ha sepolto nei propri giardini, in cortile. Insomma, l’orrore. Inimmaginabile nel 2026.
Cosa aggiungere d’altro?

 

Overbooking: Alberto Bertoni

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Nota 

di

Pasquale Vitagliano

Di cosa parliamo quando parliamo di poesia? Principalmente d’amore, ma senza postura, con sincerità. È questa la vocazione della parola poetica. Lo è almeno nell’ultima raccolta di Alberto Bertoni, Semplici abbandoni (Einaudi, 2025). Il verso è il tentativo (apparentemente) più ingenuo, eppure più lucido e preciso di trattenere ciò che resta della vita quando tutto è passato. Quante cose scompaiono/ giorno dopo giorno/ se ne vanno per conto loro. D’altra parte, dobbiamo lasciare che le cose passino perché diventino importanti, sacre direi. Così la memoria, non solo custodisce, ma svolge anche la sua funzione levatrice. Gli abbandoni si rivelano semplici, indolori direi, perché accettati, anzi desiderati.

Quante volte siamo stati felici nella vita? Il mondo vero ha il fiato corto. Cambia la domanda. Quando e dove siamo stati felici? Si sente corporea una gioia domestica e una malinconia geografica. Il cibo modenese, la calma di Parma, la nebbia di Ferrara, i bisnonni bevitori, la collana di turchesi della madre, la cugina Luisa e il ciclamino, e poi la gatta con i suoi croccantini, lo sport e la moglie Adriana. La dolcezza dei ricordi è fulminea. La memoria è sempre obliqua. Ai modenesi le madeleines possono far male. I fiori qualcuno li raccoglie, te li dona/ e dopo esplodono. Il poeta è un osservatore errante, capace di cogliere le insidie della nostalgia. Questa consapevolezza si acutizza progressivamente allungando il passo, raggiungendo altri luoghi, Varsavia, le Americhe, il Mondo intero, gettando sulla realtà uno sguardo storico, sulle tragedie, le epidemie, che rende il verso civile e acuminato. Non è un sogno, ti giuro,/ ma un ricordo/ condensato in quell’urlo/ (…) perché il mondo è tanto più confuso/ (…) dove oggi fai fatica a dire fede,/ pronostico, impatto della vita/ contro un muro. Ciascun elemento di questa poesia, dalle scelte metrico-prosodiche all’ispirazione socio-culturale, cuce un tessuto complessivo della cui trama di significati si coglie plasticamente l’espansione.

Bertoni non è andato a dormire presto la sera: poeta che  a caccia di qualunque senso/ anche infinitesimo/ ho imparato da solo a bere forte,/ a giocarmi tutti i soldi sulle corse,/ su tutte le corse. Ogni verso di questa raccolta è impastato con cose reali e concrete: luoghi, oggetti, abitudini, situazioni precise, esseri viventi in carne e ossa. Questo realismo, però, non è un esangue repertorio. Anche Bertoni mette in versi la vita. Ma senza fenomenologia. Ogni elemento rifrange altrove, verso altri mondi. L’esito finale è quello di un’odissea allegra. I naufraghi si sono rimessi in mare, senza rimpianto per ciò che hanno lasciato e con la speranza che il ritorno alla vera dimora non sia troppo lontano. Ma quale sia il momento/ di tornare ogni giorno dal suo viaggio,/per l’intero tempo di lavoro/ al trattorista ignoto non lo dicono/ le rivincite del gelo tutt’attorno// Finché non condivide col mio sogno/ l’ansia dell’ippodromo vuoto. Gli abbandoni poetici di Bertoni ci permettono di inspirare immaginazione e visione di un’altra realtà, e di espirare via l’acquiescenza passiva e l’autismo sociale del già-detto, del già-sentito.

La raccolta si conclude con quattro Requiem per quattro voci amiche che non ci sono più. Chiudono senza lutto questo poetico diario di bordo. Con un finale omaggio a Paul Celan. E noi, in ordine sparso,/ a seguirlo di un passo// Di qua dal confine del senso/ del lutto.

Più che un’elegia, un vero e proprio canto generale dei sopravvissuti.

➨ AzioneAtzeni – Discanto Ventiduesimo: Riccardo De Gennaro

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Lettura di Serena Rispoli


Azione Atzeni – Discanto ventiduesimo: Riccardo De Gennaro*

 

Un’esplosione di piccoli coccodrilli

di

Riccardo De Gennaro

Qualcuno propose la formazione di gruppi di controstudio. L’idea divertì.
dal racconto ‘Campane e cani bagnati’ di Sergio Atzeni, in Sì…otto!    

Gli mostrai per correttezza il tesserino bordeaux. “Noi, qui, non vogliamo giornalisti”, mi disse questo studente esile e con un velo di barba, che con estremo zelo pretendeva di piantonare l’ingresso della scuola. Mi guardai intorno per cercare appoggio. Ero indeciso se appellarmi pomposamente al diritto di cronaca o se esortarlo a farmi fare, punto e basta, il mio lavoro. Gli dissi che ero lì per sostenere e dare voce alla loro causa. “Lo sai che cosa vuol dire che i giornalisti, qui, non li vogliamo? Te lo spiego meglio: vuol dire che non ci fidiamo di voi. Siete buoni soltanto a falsificare le cose e ad attribuirci parole che non abbiamo detto. Venite qui con la vostra bella idea preconfezionata, il titolo già pronto in pagina, l’ansia della firmetta. Ora, non farmi perdere altro tempo, non sei il primo a presentarti qui, puoi tornartene anche tu dove sei venuto”. Anche se avevo già dato l’esame per l’iscrizione all’albo non ero molto più grande di lui. Cinque o sei anni, forse. Che cosa potevo dirgli? Che sapevo perfettamente che cos’è l’occupazione di un liceo perché ci ero passato anch’io? Avrei potuto scrivere il pezzo senza nemmeno entrare. Il fatto è che non avevo nessuna intenzione di darmi per vinto e fare dietrofront. Mi andai a sedere sul muretto di fronte per studiare una strategia e tirai fuori la penna e il taccuino degli appunti. Il mare odorava di zolfo e di pesci putrefatti.

Vidi che un gruppo di ragazzi e ragazze si stavano avvicinando alla scuola. Ascoltarli non era vietato, sicuramente la piccola guardia rossa, che continuava a tenermi d’occhio, non avrebbe potuto impedirmelo. Soltanto quando furono vicini mi resi conto che erano ragazzini delle medie inferiori: “Abbiamo saputo dell’occupazione dalla radio e siamo venuti a portare loro la nostra solidarietà. Stanno dando un grande esempio. Quando si vede una cosa del genere a Cagliari? Nessun altro lo ha fatto in Sardegna”. Non vedevano l’ora di frequentare il liceo per poterli imitare, ma credo che non sapessero nemmeno la ragione della protesta. In verità non la conoscevo neanch’io, quando avevo parlato di sostegno alla causa l’avevo detto perché pensavo potesse fare effetto. Insomma, saranno state le solite cose, le aule fatiscenti, l’autoritarismo del preside, la mancanza di spazi democratici, la noia dei metodi didattici, i programmi antiquati. Non era assurdo che mi tenessero fuori quando ero giovane anch’io e mi sentivo dalla loro parte? Secondo loro fare il giornalista per un giornale borghese (il ragazzotto dal petto in fuori non mi aveva nemmeno chiesto se l’Unione sarda o la Nuova Sardegna) era un segno indiscutibile di malafede. Mi alzai di scatto e tornai all’assalto. Volevo dire a quello che i giornalisti non sono tutti uguali e che Gunale non solo non aveva mai preso una smentita, ma aveva il massimo rispetto della deontologia professionale. La guardia rossa non si fece impressionare, mi disse che, se la cosa poteva consolarmi, l’occupazione riguardava soltanto gli studenti del Siotto e non avevano accesso alla scuola neppure i fidanzati e le fidanzate: “È una cosa nostra, lo capisci o non lo capisci? Ora ti ripeto di andartene, non mi costringere a chiamare un paio di compagni del servizio d’ordine molto più muscolosi e incazzati di me”.

Mentre mi allontanavo vidi arrivare una ragazza di una bellezza impressionante, questa è la ragazza più bella che esiste, pensai. Avanzava lentamente con una canna accesa tra le dita, attraverso la canotta bianca spuntavano due capezzoli duri come chiodi e aveva i peli sotto le ascelle. I capelli erano neri, tagliati a caschetto, con una frangetta-killer. Non riuscivo a capire se doveva entrare nella scuola o se fosse diretta altrove. Dimenticai il servizio per il quale ero uscito dalla redazione e le andai incontro come per impedirle di procedere. Al diavolo l’occupazione! Lei non mi evitò. Si fermò e, con una voce maliziosa, mi disse: “Scommetto che cercavi me”. Pensai a un mio collega della nera che per il sorriso di una ragazza, soltanto per un sorriso, avrebbe venduto la casa mettendo in strada la madre vedova e paralitica. Chi non si è innamorato durante un’occupazione? Quanti si sono ritrovati in un sacco a pelo con una sconosciuta? Non potevo dirle che era la ragazza più bella che esiste, a noi sembrano cose che suscitano entusiasmo nell’altro sesso e invece vengono lette come assolute banalità. Cercai qualcosa di più originale. Lo so che non si devono scoprire subito le carte, ma il suo fascino era talmente irresistibile che le carte erano scoperte prima ancora di aprire bocca. Dissi la cosa più stupida che mi venne in mente, la verità: “Mi vietano di entrare”. Sembravo un bambino piagnucoloso, lei un po’ fatta. Abbassai gli occhi e mi persi lungo le strisce di cuoio dei suoi sandali intrecciati fino sotto al ginocchio. “Perché mai?”, disse. “Perché sono un giornalista”, risposi. “Quindi hai bisogno di farti un tiro”, esclamò, offrendomi lo spinello. Uno, due, tre, quattro… otto tiri! Poi mi prese per mano e disse: “Vieni”. E mi condusse a un’entrata laterale, che portava alla palestra. Nessuno di guardia qui. Mi misi a ridere per la facilità del blitz.

L’odore dolciastro del linoleum non si sposava benissimo con quello della canna. Dalle aule del piano superiore venivano grida e fischi, ma non riuscivo a distinguere le parole. Anna era il suo nome, ma tu chiamami Gaia, disse. Si avvicinò a una pertica e vi si arrampicò come un gatto. Sotto la gonnellina da tennis non indossava gli slip. È rimasta in cima per qualche minuto e io non riuscivo a staccare gli occhi dal suo sedere. Quando è scesa mi ha dato un bacio sulla guancia. No, la bocca no! Le ho chiesto se studiava anche lei al Siotto. Ha risposto: “Sarebbe più esatto dire che non studio al Siotto”. Ci siamo seduti sulla cavallina. “Ho deciso di vivere nell’agio, non come questi quattro balossi. Non sono forse sufficientemente carina e a modo, io?”. Le ho chiesto se apparteneva a una ricca famiglia cagliaritana. La sua risposta mi lasciò a bocca aperta: “No, mi voglio mantenere prostituendomi. Ma non pensare alle battone dei vicoletti, io farò l’amante di chi potrà permetterselo. Chiederò cifre pazzesche, milioni di lire, e mi farò rimborsare le spese della parrucchiera, dell’estetista, del massaggiatore. Mi farò comprare un attico dall’amante più ricco e avrò uno schiavo che sarà felice di venire a prendere la biancheria da lavare e riportarmela, pulire il bagno, la cucina, i pavimenti, senza che io gli rivolga la parola. Voglio anche un autista sempre a disposizione con una Bentley tirata a lucido”. Nel frattempo qualcuno aveva concluso il suo intervento e l’assemblea aveva risposto con un “viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse-Tung!”. Gaia mi parve una dea, non avevo più voglia di scrivere l’articolo sull’occupazione. Ciò nonostante le chiesi chi fosse il leader della rivolta. “È quello che sbava di più quando passo tra i banchi per andare alla lavagna”. Poi, svogliatamente, mi spiegò che grosso modo c’erano due gruppi, i “cinesi” e gli anarchici, oltre ad altri gruppettini più o meno simili tra loro che non sapeva etichettare.

“Ma davvero mi ci vedi con questi poveracci? Io sto dalla parte di chi fa i soldi, quelli del Lido. Dove credi che vada a pescare i miei clienti?”. Ebbi uno scatto: “Si portano a letto una minorenne?”. Non era minorenne: “Sembro giovanissima, ma ho vent’anni, quegli stronzi sono riusciti a bocciarmi una volta. O forse due. Anche se non studio sono più intelligente di loro, mi hanno voluto punire per questo”. Pensai che, al contrario, io finora ho passato un’enorme quantità di tempo a studiare, leggere libri, aggiornarmi, ma non sono intelligente, anzi sono proprio tonto, come mi ha detto un’amica. Vedendomi soprappensiero, si è alzata e si è messa a ballare a piedi nudi una musica che era soltanto nella sua testa e sovrastava gli slogan che giungevano dal soffitto. Ballava e rollava, ballava e rollava e mi passava la canna. Non ho mai fumato tanto, al punto che all’improvviso ho veduto come un’esplosione di piccoli coccodrilli. Ero fatto anch’io. Di lei. Mi sono disteso sulla pedana per i salti, mentre i “cinesi”, gli anarchici, i marxisti-leninisti, i trotzkisti eccetera scioglievano l’assemblea. Adesso le “guardie rosse” ci avrebbero scoperti e saremmo stati scacciati, al collo due grandi cartelli con la scritta “traditori del popolo”. Insieme, il giornalista e la puttana. Il pensiero che il mio destino fosse legato a quello di Gaia dipinse sul mio volto un’espressione di beatitudine.





* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

 

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Dialogo (?) fra una femminista e un misogino

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Jean-Léon Gérôme Vendita di una schiava romana (1884)

di Martina Panzavolta

Lea Melandri ne scrive un dialogo, ma come può esservi Dialogo tra una femminista e un misogino? Chi dei due si muove verso l’altra o verso l’altro? Un misogino di certo no: per principio egli non può concedere alcuna ragione a una donna – preferirebbe dirsi sedotto. Da parte sua, una femminista non vuol recedere da una posizione appena conquistata: non può fare l’ennesimo passo per compiacere a un uomo. Allora, il titolo dell’ultimo libro di Melandri (Bollati Boringhieri, settembre 2025) è a tutti gli effetti un paradosso, una menzogna aggravata dal fatto che uno dei duellanti, Otto Weineger, è morto da più di cento anni. Forse che Melandri, presidentessa della Libreria delle Donne di Milano, fra le più attive voci degli anni ’70, abbia, per una volta, voluto mettere il femminile in vantaggio e battere l’avversario in partenza?
Con la frequenza con cui avvengono in Italia – e non solo – uccisioni di donne, una penna allenata alla coscientizzazione come quella di Melandri non può aver dato per scontato che il suo alter-ego femminista abbia la vittoria in mano. Di più, a ben rifletterci, l’autrice potrebbe aver pensato il suo dialogo in un senso meno conciliante di quanto si creda. Del resto, fin dai tempi di Platone, una conversazione può rimanere dall’inizio alla fine aporetica – persino Socrate, talvolta, congedava i suoi interlocutori dall’altra parte della strada. E infine, perché no, anche se la femminista e il misogino restano fermi, forse è vero che qualcos’altro, nel testo che scorre sotto l’indice di lettrice e lettore, si muove.
Per etimo, il dia-logos è ciò che si trova attraverso (dia) la parola (logos) e pertanto è il residuo di ciò che essa porta a galla. In effetti, fra le parole con cui la femminista ripercorre Sesso e carattere (1903), il testo cardine del pensiero misogino di Weiniger, emerge qualcosa di piuttosto insidioso, un’eredità di pensiero plurimillenaria. Di fatto, proprio perché il testo una tesi di laurea, come ogni elaborato universitario che si rispetti è sostenuto da un ragguardevole apparato di note; da parte sua, Melandri non può che osservare i rimandi del suo interlocutore, e non impiega molto a capire che essi vengono da molto lontano, addirittura da Platone e Aristotele – nello scritto in analisi, il femminile è la stessa carne debole che era nell’antica Grecia, sintomo della sua sensibilità e pulsionalità, di contro a un archetipo maschile simbolo di forza, razionalità, penetranza.
Invero, quel ritratto di donna che esiste da quando la filosofia si è fatta scrittura, è arrivato fino a noi e non ha affatto perso in sensatezza. Questo perché, come spiega Melandri, ha goduto di una inconsapevole e sottile complicità femminile. Ciò non era sfuggito a Sibilla Aleramo, la stella polare di Melandri, la quale pochi decenni dopo Weiniger scriveva che la donna ha sentito di guadagnare in parità di dibattito con l’uomo, ma non ha capito che per guadagnare veramente tale posizione avrebbe dovuto prima interrogare sé stessa – così, nella fretta, troppo avventatamente «è entrata nell’azione come un misero e inutile duplicato dell’uomo» . In effetti, da questa prospettiva, Weineger non ha tutti i torti ad associare l’emancipazione delle donne alla loro parte maschile, alla stregua del Platone che ammetteva la presenza della donna-filosofa qualora quest’ultima fosse, per inclinazione, della stessa razionalità dell’uomo. Del resto, anche oggi molte donne “di successo” finiscono per descriversi come androgini – corpo di donna, ma testa da uomo.
Quale è il problema? La donna è nata dalla costola di Adamo, oggetto rispetto al soggetto, complemento sentimentale di un’anima. Anche se sul piano giuridico gode degli stessi diritti dell’uomo – questo, d’altronde, è riconosciuto persino da Weiniger – non si è accorta che la sua cittadinanza della polis è interdetta – il suo corpo è, di fatto, asservito al maschile. Di nuovo con Aleramo, la femminista Melandri sottoscrive: «Finora l’uomo ha creato, la donna no. La donna s’è contentata di questa rappresentazione del mondo fornita dall’intelligenza maschile» . Ma finché non dice nulla o quasi nulla a se stessa, ancora nulla può dire di sé all’uomo.
La femminista in dialogo, che pure sembrava poter vincere in maturità e dialettica sull’avversario – il quale è appena diciannovenne e di certo non al passo con i tempi – alla fine si accorge che non ha ancora la vittoria in pugno. Ma ammetterlo è importante, e non è sinonimo di sconfitta: di contro alla debolezza che le è stata cucita addosso come un bel vestito, nondimeno sa di poter costruire ciottolo dopo ciottolo la propria strada.
Innanzitutto, deve comprendere che le forme di resistenza che ciascuna donna può portare avanti ogni giorno sono tutt’altro che teoriche. La sua bussola deve tenere insieme il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà. Per reinventarsi da capo le occorre seguire un sentiero impervio e scegliere da sé i propri modelli, da Sibilla Aleramo a Gino Cecchettin. Non occorre che rinneghi una maternità, non è detto che la lotta inizi da una richiesta di aiuto o da una protesta privata. L’importante è che tenga gli occhi aperti sugli “imprevisti” favorevoli che dischiudono orizzonti e smontano il potere dove meno lo si aspetta.
Non bisogna demordere: è questo, forse, il monito che lettrice e lettore traggono in tralice dal dialogo impossibile tra la femminista e il misogino. Per scendere dal piedistallo, occorre sempre e per sempre avere in canna la propria parola.

La storia di F.

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di Laura Mancini

Perversione in fin di vita dice la mia amica quando le racconto la storia di F., gli alberi assentono frusciando compatti intorno alla panchina che ci costringe l’una accanto all’altra e tutto, ogni suono del parco, sembra convenire sul verdetto. Non sapendo come risolvere l’amarezza in cui lei si contorce per non potermi dire il suo sprezzo sghignazzo, frugo nella borsa, ribatto può essere, scalcio una pigna e rido stavolta più forte come per essermi convinta, la conversazione assume un tono sfrontato da tenzone un po’ sciocca. L’amica sorride interdetta e tentenna, da quando ho smesso di parlare si alza e risiede, tocca il naso e i capelli, accende una sigaretta dopo l’altra, le basta così poco per animarsi. Sediamo a due passi dal bar del parco, in un giorno feriale di metà settimana. Non ci sono che coppie di pensionati, amanti dei cani e un personal trainer che stantuffa il cornetto nel caffellatte fissandolo serio con aria omicida. L’ho visto arringare una squadra su e giù per la collina, sopra e sotto l’arco, più veloce ancora più veloce, cash o paypal e ci vediamo venerdì. L’amica accenna un verso di scontento ma dovrà contenersi, lasciare all’implicito l’errore morale di cui mi fa carico. Il vento, banalmente, fischia “sarà”.

La villa è curvilinea, multiforme, intima e piena di anfratti bizzarri che ne fanno il carattere isolato, l’intenzione boschiva, l’accenno labirintico. Quando la perimetro a razzo oppressa dai podcast bofonchio insolenze contro l’utenza – liberi professionisti di zona, borghesia commerciale, ciclisti della domenica. Gente tanto inabile a godere dell’ozio da ridursi a pagare qualcuno da cui farsi urlare pronti partenza via, ginocchia alte, correre correre, e stop, recupero, recupero. Nei boschetti periferici che non mi stanco di fotografare ma di rado percorro intendo un’atmosfera, un’idea: di natura in città, di altro mondo a portata.

La storia di F. è figlia di questo luogo, gli è legata in modo scabroso. Io che ne sono l’unica testimone l’ho appena ripetuta con la nonchalance dei fatti; belli o brutti, essi sono accaduti. All’amica ho riportato i dettagli affinché la vicenda deflagri e significhi qualcosa, movimenti una situazione altrimenti dimenticabile. È iniziata così ed è finita colà. Confido in un dignitoso risvolto: prima o poi giungeranno i chiarimenti, le esegesi, le teleologie, il caso sarà sbrogliato e archiviato. Per questa ragione non mi imbarazzano gli sguardi sarcastici, le scosse di dissenso, i commenti a rinculo come perversione in fin di vita. Ma la vita di chi?

Dal giorno in cui mi è stato asportato un sospetto sarcoma per la biopsia di cui mi diranno, ogni istante è droga più di quando pensavo: farò come voglio, lo farò fino in fondo, ma poi correvo in ufficio, rispondevo alle e-mail ed ero una pavida ingloriosa pedina, schiava sociale al soldo dei mostri. Ora non più, il terrore di finire mi ha conferito coraggio, rancore, molto entusiasmo. Del binomio edonismo e malanno sarà banale l’idea ma è benefico l’effetto: in questo tempo sospeso, mentre gli alberi frusciano uguali a sé stessi e gli animali si infrattano ignari di tutto, agisco con più ritmo che cura e, nella certezza della morte, vivo convinta senza perdermi in chiacchiere. Dunque eccola qui, la storia di F.

Vidi F. per la prima volta senza sapere chi fosse. Passeggiavo rapida e senza meta con l’unico fine di battere un record, ma non è semplice avanzare a nastro tra buche e tombini, bar e boutique, vicoli mozzi ingolfati dalle orde turistiche del giubileo permanente in cui questa città lentamente muore. Dunque procedevo a strappi e nervi e spallate scontente sperando di non schiantarmi sul gruppo di colleghe perbene che aveva ricevuto in risposta all’invito a pranzo la mia consueta gelata su un incontro, un caffè, il ritiro di un pacco, qualunque cosa purché suonasse bugiarda e loro capissero, una volta per sempre, di non dovermi scocciare. Bloccata in coda dietro una comitiva di donne dell’est con la pettorina gialla intercettai un soggetto eccentrico – blazer sartoriale camicia in seta lavata mocassini calzini occhiali in titanio orecchino astuccio da pipa e la nota pazza dei bermuda avvitati, da cadetto o giovane di montagna. Rideva sicuro di sé tenendo una mano in tasca e l’altra a mezz’aria, con le dita un po’ aperte nel numero tre, si stringeva il naso d’aquila tra l’indice e il pollice soffiandovi dentro per ridersela ancora e si assestava schiaffetti affettuosi come a dire che tipo che sono, spacciato ma in gamba, poi passava a scompigliarsi il mullet nello stesso impeto di auto-tenerezza e insomma tutto il suo corpo esprimeva col ballo il grande spasso della conversazione. Registrai la presenza invidiando quello stare a proprio agio nel mondo senza gruppi da schivare né gruppi dietro a cui accodarsi, quell’inconsapevole tip tap tra una cosa e l’altra per riaversi dalla mediocrità settimanale. Detestabile e desiderabile, pensai riprendendo la foga della marcia, diametralmente opposto all’intrico di rabbie in cui mi contorcevo enumerandone le fonti: l’orrore per il carisma del mio ex marito, il fallimento del dialogo emotivo col mio bambino, il sadismo del capo che mi tratteneva in ufficio con improvvise consegne del tramonto da smontare al cospetto della mia schiera per congedarmi con un riparliamone domani, quando ci avrai pensato meglio.

Ti presento mio marito F., disse V., la madre del nuovo compagno di classe di mio figlio. I bambini erano alle prese con una prova di atletica non proprio brillante, sempre lì al parco, all’ora in cui i ginnasti della mattina erano ormai in sauna da un pezzo e al bar, tra i tavoli delle signore, circolavano teiere gonfie di bustine industriali. Gli alberi tacevano attoniti per la modestia del parterre. Era un autunno caldo e straniato che mortificava ogni sogno e a questo imputavo l’impasse in cui il mio bambino stanziava senza sapersi risolvere a giocare, fare i compiti, scherzare e scarabocchiare come gli altri. La prova di atletica doveva essere lo slancio perché spiccasse il volo. V. era la mamma di un alunno altrettanto esiliato, fresco di trasloco, bilingue e spiantato, delicato, introverso, alla prova di atletica eravamo andate insieme come a una terapia familiare. Dopo l’automatico piacere F. mi disse ma io ti conosco! ti vedo sempre camminare davanti al mio studio. Sorrisi senza confermare, allora chiese: sei tu? Credo di sì soffiai bisbigliando l’indirizzo esatto, ma questo e poi basta, cambiammo argomento.

V. era bella e rigogliosa come una pianta da frutta. Nata a Capo Verde, aveva vissuto in tutto il mondo, ora comprava e rivendeva ceramiche, cuciva oggetti a uncinetto, aveva appena iniziato a meditare, la pratica stava cambiando la sua percezione della realtà, il suo attaccamento al terreno. Ai miei occhi conservava i pregi dell’infanzia e l’esperienza dell’età adulta, trasformava in oro tutto ciò che toccava, era una musa, una lupa, una specie di incanto. Andammo altre due o tre volte ad atletica senza troppe speranze per quei poveri fessi, poi prendemmo a vederci da sole, al mattino, quando io disertavo l’ufficio per difendermi dall’infamia del capo e lei si concedeva una pausa dalle mille piacevoli attività di cui era fatto il suo giorno. Desiderava respirare l’aria della natura che aveva nutrito la sua salubre infanzia e ora che cos’era questo traffico!, esclamava indicando la strada intasata a valle del parco.

Il mio ex marito durante gli ultimi anni in cui avevamo provato a tenere insieme il tutto si era trasformato in uno strano fantoccio. Vestiva con eleganza, giocava a padel e a poker, partecipava ai convegni, girava video dei propri discorsi che poi caricava per monitorare come performassero. Ogni tanto mi portava la colazione a letto, invitava a pranzo fuori, regalava un massaggio, dei fiori un po’ andati, una friggitrice ad aria, ma con gli occhi vitrei e il corpo nervoso di un serpente. Quando si infervorava indirizzava i suoi messaggi motivazionali proprio a me che lo osservavo esterrefatta, a me che non comprendevo la sua lingua e sentivo montare una vertigine, il senso ormai nitido di un abisso. Credo si allenasse. A suo dire avrebbe dato tutto sé stesso perché godessi della nostra fortuna, mi prendessi i miei spazi, abitassi il mio corpo. Si era ormai trasformato in un mental coach e non era uno scherzo ma il modo in cui si presentava ai genitori della classe del nostro innocente ragazzo gettandomi in un imbarazzo ricco di sfumature: il rancore, il rimpianto, lo stupore, l’angoscia. Ogni famiglia camuffa una vergogna e quella era la mia. La mia personale sconfitta di essere umano.

Alla lunga i bambini divennero amici. Quando incontravo F. ci teneva a esaltare il sodalizio facendola più grande del dovuto. Restava allegro come in quello sketch del telefono che non avevo mai confessato di aver spiato, sempre su di giri e gasato per fatti semplici come guardare due ragazzini che giocano al parco. Una volta, mentre aspettavamo che V. tornasse dal bar con l’acqua mi disse sai a chi fa bene più che a chiunque altro l’amicizia dei bacarozzi? (chiamava i bambini bacarozzi), a mia moglie, perché frequentandoti resta nel mondo, vede come vivono le altre donne, lavorando e passando per tutti gli umori, intendendo anche quelli tetri e disperati che tu incarni. Mi mise una mano sulla spalla, una sola mano ma grande e forte, ben salda, che mi chiuse la gola.

Due giorni di meditazione trascendentale, disse V., in Toscana e F. oberato per la consegna di una gara, senso di colpa, che faccio non vado? Ci sono io, promisi, nessun problema: mentre lavoro la baby sitter, quando torno le pizze, un film, lascio scegliere a loro, affare fatto. Ma avevo sbagliato, sbagliavo sempre per via del capo che mi aveva convinta di essere una persona orientata al collasso progettuale – la mia visione era bidimensionale, la mia fantasia limitata. Quel fine settimana spettava al padre, sarebbe stato lui a guardia dei bacarozzi, lui a comprare le pizze e proiettare la pellicola. Certo, confermò lui con slancio, era felice di potersene occupare, io avrei avuto tempo per raccogliere le energie – da tempo mi spiegava che nell’eventualità della malattia il mio atteggiamento sarebbe stato fondamentale, da questo sarebbe dipeso molto, forse tutto.

Non avevo grandi possibilità di svago sociale, la mia amica era a Capri per l’addio al nubilato della sorella minore, mi inviava messaggi biliosi criticando ogni gesto e ogni suono col cuore pietrificato dall’eccesso di famiglia. Dunque mentre il tramonto saltava brutalmente in una notte lastricata di nero senza stelle né nuvole né fascinose nebbioline, mi dedicai a un libro che mi rattristava e colmava di ammirazione in pari misura. Se fosse stato un paesaggio l’avrei detto scosceso, a picco, puntuto, ghiacciato e poi infuocato, ma non era un paesaggio, era una storia terribile di cui intuivo la prossimità. Dunque poco dopo l’alba, così presto e ancora così scossa dalle pagine notturne, mi convinsi a una camminata convulsa che non raccogliesse ma azzerasse le energie per poter ricominciare dal niente.

Nel folto del parco, tra alberi ormai apertamente ostili, in uno dei boschetti proibiti dove si inoltravano solo i padroni di cani ribelli al circuito d’asfalto e inclini, per loro canina pazzia, a un deragliamento fuori pista, scorsi una figura nel vapore emanato dalle piante. Una figura fatta di due, a ben vedere, una specie di ariete, con una gran testa scatenata, come in preda a un tremore, e un corpo doppiato sul fondo, che rivelava un secondo soggetto. Colta da una curiosità che era forse intuito di orrore, mi avvicinai coi passi di un cacciatore di quaglie, decisa a scontornare la cosa per bene e così riconobbi il mullet, l’orecchino, il naso d’aquila puntato al cielo. F. emanava una sorta di rantolo, virando la solita iperbole espressiva all’estasi che non gli si addiceva affatto. Alla sagoma nota del corpo di sopra seguiva una seconda che non seppi definire sul momento ma una foto avrebbe chiarito. Clic, fece il cellulare, ma né F. né l’altra persona ne furono distratti.

Andai a prendere i bambini anticipando di poco l’orario concordato dai padri. Sul vialone le macchine impazzivano isteriche verso il sabato sera in un tripudio di luci che sembravano pretendere qualcosa. V. mi ha chiesto di tenerli ancora un po’ e volevo liberarti, dissi con occhi innocenti al mio ex marito che da quando allenava menti sapeva però leggerle. Fece cadere senza neanche un sermone, con l’eleganza che doveva provenire da un vantaggio privato e lasciò che portassi via i piccoli aiutandomi a rifare gli zaini e infilare le giacche. Legati i due al sedile posteriore dell’auto davanti a un cabaret di pasticcini mi misi di vedetta appoggiandomi alla fiancata come un poliziotto in borghese. Cantai cambia todo cambia pensandolo davvero e i rami per confermarlo mi persero tutte le foglie addosso frusciando piano, un’ultima volta.

F. era raggiante, indossava una felpa, sneaker ricamate per non essere mai da meno, un cappellino di fustagno senza visiera. Mi diede due baci come a una cugina e poi aprì la tiritera sulla riconoscenza, lo stress, il fare rete che mi chiarì come dal suo atteggiamento dipendesse molto, forse tutto. Davanti alla foto il sorriso gli si compresse in una stinta secchezza. Disse una cifra a bruciapelo con la prontezza di chi si era già trovato in quella posizione. Il dettaglio non sembrò impressionare la mia amica ed era invece centrale: è stato F. a disporsi al sommo degrado, F. ad andare per le spicce, e dunque non mi pento di aver giocato al rialzo perché a ciò che gli suggerivo, un chiarimento, la sua idea di pagare ha contrapposto la promessa di liberazione, un premio per me che ne merito eccome. La fine dei tempi in cui un uomo si sia fatto forte del dirmi riparliamone domani, quando ci avrai pensato meglio si schiarì tra le ultime foglie, fulgida come lunghi futuri senza sarcomi. Penserò a tutt’altro, dissi allora agli alberi nudi, e presi ciò che volevo senza tanti problemi.

Umanitarismo omicida

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Il Groupe Surréaliste en Clandestinité pubblica per la prima volta in Italia la traduzione di Murderous Humanitarianism, testo C. Firmato dal Gruppo Surrealista e tradotto per l’antologia da Samuel Beckett, la versione originale francese è andata in seguito perduta. Il Groupe Volodia ha recentemente realizzato una nuova traduzione di questo testo collettivo, un vero e proprio manifesto anticoloniale.

Composto mentre l’Europa si preparava a bruciare nell’incendio da lei stessa appiccato, il testo si colloca al centro della frattura che allora attraversava il movimento surrealista: preservare l’autonomia del campo poetico o, al contrario, sporcarsi le mani mettendo il surrealismo al servizio della rivoluzione e delle lotte anticoloniali? Murderous Humanitarianism prende posizione senza esitazioni. Il gruppo di André Breton attacca frontalmente le origini e l’ossatura razziale del capitalismo occidentale con una lucidità rara (soprattutto se confrontata con la cecità della sinistra francese dell’epoca di fronte al dominio coloniale).

Questa presa di posizione non sfuggì a Walter Benjamin, osservatore attentissimo delle evoluzioni del Gruppo Surrealista. In un testo sul fascismo tedesco, egli riprende quasi parola per parola la formula del passaggio dalla guerra imperialista alla guerra civile: «Costoro, da parte loro — concludeva rivolgendosi all’intellighenzia tedesca — daranno prova della loro saggezza nell’istante in cui rifiuteranno di vedere nella prossima guerra un’apparizione magica, e vi riconosceranno invece l’immagine della realtà quotidiana, trasformandola così in guerra civile, compiendo il trucco di prestigio marxista che solo può controbattere questo oscuro sortilegio runico»[1]].

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Da secoli soldati, preti e funzionari dell’imperialismo, tra saccheggi, stupri e massacri di massa, si arricchiscono impunemente sulle spalle dei popoli colonizzati. Oggi tocca ai demagoghi, con il loro liberalismo di facciata, raccoglierne l’eredità.

Ma il proletariato contemporaneo — che viva nella Metropoli o nelle colonie — non è più disposto a lasciarsi incantare da una retorica che ha un solo fine: lo sfruttamento di una maggioranza da parte di una ristretta cerchia di padroni. Costoro, consapevoli che i loro giorni sono contati e leggendo nell’attuale crisi mondiale il crollo del proprio sistema, fingono di offrirci un nuovo vangelo della miseria, mentre continuano a ricorrere ai soliti metodi assassini pur di conservare il potere. Basta un minimo di lucidità per leggere tra le righe dell’attualità — sulla carta o sugli schermi —: i Neri linciati in America, il flagello bianco che devasta città e campagne nelle nostre repubbliche borghesi e nei nostri regni parlamentari.

La guerra, questa peste coloniale endemica, riceve oggi un nuovo impulso indossando la maschera della “pacificazione”. La Francia si vanta di aver inventato questo eufemismo provvidenziale, mentre, proclamandosi pacifista, spediva i suoi devoti e sperimentati mercenari a saccheggiare popoli lontani e indifesi, distratti per qualche tempo dalla carneficina prodotta dalla concorrenza tra le nazioni capitaliste. La più vergognosa di queste guerre fu quella contro i Rif, nel 1925: un conflitto che portò molti intellettuali, che avevano investito nell’industria militare, a schierarsi apertamente con i cani da guardia della Nazione e del Capitale.

Accogliendo l’appello del Partito comunista, ci siamo opposti alla guerra in Marocco e abbiamo scelto la Rivoluzione — ora e per sempre[2].

In una Francia mostruosamente compiaciuta per aver smembrato l’Europa, ridotto l’Africa a una poltiglia, inquinato l’Oceania e devastato intere regioni dell’Asia, noi surrealisti ci dichiariamo a favore della trasformazione della guerra imperialista — nella sua forma cronica e coloniale — in guerra civile. Mettendo le nostre forze al servizio della rivoluzione, del proletariato e delle sue lotte, vogliamo così definire la nostra posizione di fronte alla questione coloniale, e dunque razziale.

È finita l’epoca in cui i rappresentanti di questo capitalismo piagnucoloso potevano nascondersi dietro grandi astrazioni, religiose o secolari, tutte ugualmente ispirate dall’ignominia cristiana e pensate per inculcare un masochismo collettivo ai popoli ancora non contaminati dalla sua morale sordida e dai suoi codici religiosi, coi quali gli uomini pretendono di giustificare lo sfruttamento dei propri simili.

Quando intere popolazioni furono sterminate col fuoco e con la spada, si rese necessario radunare i superstiti e addomesticarli con un culto del lavoro modellato sulle nozioni di peccato originale ed espiazione.

Il clero e i filantropi di professione hanno sempre collaborato con l’esercito in questa sanguinosa forma di sfruttamento. La macchina coloniale — che estrae ed esaurisce le risorse naturali — si muove con la regolarità spietata di una scure. L’uomo bianco predica, prescrive, vaccina, uccide e poi si assolve da solo. Con salmi, discorsi, promesse di libertà, eguaglianza e fratellanza, tenta di coprire il rumore delle mitragliatrici. Smettetela di obiettare che questi saccheggi sarebbero solo una fase necessaria, destinata ad aprire la strada — secondo la classica formula — a «un’era di prosperità fondata su una collaborazione stretta e ragionevole fra la Metropoli e gli indigeni». Smettetela di attenuare umiliazioni e massacri invitandoci a contemplare la presunta pace e prosperità delle vecchie colonie. Smettetela mettere in avanti il le Antille e la loro «felice evoluzione» che le avrebbe rese assimilate — o quasi — alla Francia.

Nelle Antille, come in America, l’ubriacatura cominciò con lo sterminio totale degli indigeni, nonostante la cordialissima accoglienza riservata alle truppe di Cristoforo Colombo. E cosa avrebbero dovuto fare queste truppe — trionfanti, venendo da così lontano? Tornare a mani vuote? Impossibile. Navigarono allora verso l’Africa e rapirono uomini. I nostri umanisti li promossero gradualmente al rango di schiavi — risparmiati, almeno in parte, dal sadismo dei padroni solo perché rappresentavano un capitale da conservare come ogni altro capitale. I loro discendenti, da secoli ridotti alla miseria — alle Antille francesi vivono di verdure e baccalà salato, si vestono con vecchi sacchi di guano, quando hanno la fortuna di poterne rubare — costituiscono un proletariato nero ancora più sfruttato del proletariato europeo, dominato da una borghesia nera feroce quanto tutte le altre. Una borghesia nobilitata dagli strumenti della Cultura che elegge rappresentanti quanto mai allineati, tali il «Hard Labour» Diagne e il «Twister» Delmont.

Quanto agli intellettuali della nuova borghesia bianca, anche quando non praticano direttamente imbrogli e abusi parlamentari, non sono migliori dei politici professionisti quando giurano devozione allo Spirito. Il loro idealismo si manifesta attraverso manovre dottrinarie che, nel loro paradiso di comoda iniquità, hanno organizzato un sistema di vigliaccheria generalizzata, impermeabile alle necessità della vita come alle urgenze del sogno. Questi signori, ebbri di cadaveri e di teosofie di ogni genere, si seppelliscono nel passato e poi spariscono nei meandri di qualche monastero himalayano. E anche tra coloro che un residuo di vergogna e d’intelligenza tiene lontani da queste nuove religioni — il cui Dio è in maniera evidente un Dio-denaro — non manca il richiamo a un qualche «Oriente mistico». I nostri valorosi marinai, poliziotti e agenti dell’ideologia imperialista, a colpi di oppio e letteratura, ci hanno inondati del loro esotismo beota; funzione evidente di tutte queste idilliche allucinazioni è di distogliere il pensiero dal presente e dalle sue abominazioni.

Un’internazionale di facce sante e ipocrite disapprova l’introduzione del progresso materiale presso i Neri; protesta — educatamente — non solo contro l’importazione di alcool, sifilide e artiglieria da campo, ma anche contro quella di ferrovie e tipografie. A ispirarla è il mito secondo cui i «valori spirituali» della società capitalista — in primis il rispetto per la vita umana e per la proprietà — deriverebbero naturalmente da una familiarità forzata con bevande fermentate, armi da fuoco e malattie. È superfluo aggiungere che il colono pretende questo rispetto della proprietà senza offrire la minima reciprocità. I Neri — costretti a tradurre sotto forma di una musica alla moda l’espressione naturale della loro gioia di appartenere a un cosmo da cui l’Occidente ha scelto di ritirarsi — possono considerarsi fortunati di essere stati soltanto degradati. Il Settecento non ricavò dalla Cina che un repertorio di frivolezze ornamentali. Allo stesso modo, il nostro esotismo romantico e la moderna sete di viaggio servono unicamente a intrattenere una classe di clienti annoiata e abbastanza scaltra da tentare di recuperare a proprio vantaggio l’ondata di energie che presto — prima di quanto creda — si abbatterà sul suo capo.

Per il Gruppo Surrealista di Parigi : André Breton, Roger Caillois, René Char, René Crevel, Paul Éluard, J.-M. Monnerot, Benjamin Péret, Yves Tanguy, André Thirion, Pierre Unik, Pierre Yoyotte.

(Traduzione del Groupe Surréaliste en Clandestinité condotta sulla ri-traduzione in francese da parte del Groupe Volodia di «Murderous Humanitarianism», traduzione di Samuel Beckett, in Negro: An Anthology, a cura di Nancy Cunard, Wishart & Co., 1934.)

Groupe Surréaliste en Clandestinité (@g.s.c.fr)

[1] Walter Benjamin, «Teoria del fascismo tedesco» (1930). Citazione tradotta dall’edizione francese di Pierre Rusch, in Œuvres, II, Gallimard, Folio, 2000, p. 215.

[2] La Révolution d’abord et toujours!, dichiarazione datata 26 juillet 1925, écrit et signé conjointement par les surréalistes et les membres de Clarté, en 1925, reproduit dans le cinquième numéro de La Révolution Surréaliste.

27 gennaio 2026

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a cura di Andrea Inglese

“Ci viene chiesto dai giovani, tanto più spesso e tanto più insistentemente quanto più quel tempo si allontana, chi erano, di che stoffa erano fatti, i nostri «aguzzini». Il termine allude ai nostri ex custodi, alle SS, e a mio parere è improprio: fa pensare a individui distorti, nati male, sadici, affetti da un vizio d’origine. Invece erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male. Erano, in massima parte, gregari e funzionari rozzi e diligenti: alcuni fanaticamente convinti del verbo nazista, molti indifferenti, o paurosi di punizioni, o desiderosi di far carriera, o troppo ubbidienti. Tutti avevano subito la terrificante diseducazione fornita ed imposta dalla scuola quale era stata voluta da Hitler e dai suoi collaboratori, e completata poi dal Drill delle SS. A questa milizia parecchi avevano aderito per il prestigio che conferiva, per la sua onnipotenza, o anche solo per sfuggire a difficoltà famigliari. Alcuni, pochissimi per verità, ebbero ripensamenti, chiesero il trasferimento al fronte, diedero cauti aiuti ai prigionieri, o scelsero il suicidio.”*

 

“Tokyo.

Chi è, oggi, senza coscienza? Quelli che dal fatto di non provare alcun rimorso, dalla propria analgia morale, credono di poter inferire di non aver fatto nulla di male. «No, non sento i minimi ‘pangs of conscience’», ha risposto in un’intervista un ex capo di Stato che può vantarsi di aver dato il via a due massacri collettivi. Bastava questo, per lui, a liquidare la questione. E purtroppo non solo per lui: poiché questo provava, agli occhi di tutti, che i suoi due delitti non erano affatto delitti. La formula è: mancanza di cattiva coscienza = buona coscienza=prova d’innocenza. I coscienziosi, oggi, sono coloro che dubitano, per non dire i nichilisti della coscienza: che non solo rinunciano a credere che l’analgia morale sia una prova d’irreprensibilità, ma si rifiutano di credere, a occhi chiusi, che la voce della coscienza (di cui non negano la presenza e il rigore) garantisca senz’altro la validità di ciò che propone. Questa diffidenza estrema, questo record del dubbio, sono toccati solo di rado. (…) Formula: coscienza=diffidare della propria coscienza.”**

 

La morte

Non c’è più data per la morte a Gaza, può invitarsi a suo piacimento nel calendario familiare, portare via i più giovani prima dei più vecchi, colpire in pieno giorno come nel cuore della notte, dopo un ultimatum o senza avvertimento, su di una strada sgomberata, nel bel mezzo di un mercato, tra due tende, all’entrata di un “corrdidor”, perché si è imboccata quella svolta, perché non la si è imboccata, perché si è usciti, perché si è restati. La morta è d’ora in poi a casa sua dappertutto, nei ‘blocchi’ da evacuare, nella ‘zona umanitaria’, nei focolari ai quali ci si aggrappa al di là del ragionevole, nei rifugi dove si è creduto alla protezione internazionale. Ma questa morte non è più quella delle tragedie di una volta e delle guerre precedenti, questa morte insaziabile non è più la stessa, essa è cambiata, mostruosa e mutante.” ***

 

“Le vittime non hanno completato nessuna delle loro azioni: né le loro cene, né le loro preghiere, né i loro incubi.”****

 

“28.04.2024

Ci incontravamo

e ridevamo, ci scambiavamo sussurri

e tazze da tè.

Non stavamo gioendo

Preparavamo solo il dolore nei ricordi.”*****

* Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, 1986.

** Günther Anders, L’uomo sul ponte. Diario di Hiroshima e Nagasaki [1959], Mimesis, 2024.

*** Jean-Pierre Filiu, Un historien à Gaza, Les Arènes, 2025.

**** Mahmoud Darwish, In presenza d’assenza [2006], Feltrinelli, 2014.

***** Haidar al-Ghazali, in Il loro grido è la mia voce, Fazi, 2025.

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Immagine: Pierre Ardouvin, Amnesie, 2006.

Cosa strana a riferirsi

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Larry Racioppo, “Twenty-first Street Devil” , The Miriam and Ira D. Wallach Division of Art, Prints and Photographs: Photography Collection, The New York Public Library Digital Collections. 1974 – 1978

Larry Racioppo, “Twenty-first Street Devil” , The Miriam and Ira D. Wallach Division of Art, Prints and Photographs: Photography Collection, The New York Public Library Digital Collections. 1974 – 1978

di Laura Ramieri

Quella scatolina stupenda. Un carillon che suonava dolce le prime note, strideva per qualche battito, ricominciava: meraviglia, inquietudine. Custodito nel suo soffice interno qualcosa di orrendo bramava respiro.

Nella città di M., e più precisamente nella Contrada Della Segreta, e più precisamente ancora via Nerina Oscura, il banchetto di Corinna Love, la cartomante più celebre del quartiere, sfavillava nel buio invernale. Oscura come il suo nome e considerata maledetta, la via era famosa per le chiacchierate magie che attraevano i turisti nella bella stagione. Ovviamente, c’era chi ci abitava. Chi ne conosceva l’anima più sincera. Ma tutto, nella Contrada Della Segreta, era di proprietà della nebbia, del buio.

Mi è piaciuto, il ruolo cattivo.

Corinna Love, bocca scarlatta e seta dorata ad adornarle la testa, si concentrava sulle sue carte. La notte sembrava più cupa, e una strana angoscia aveva assalito Corinna quando la sua cliente più pretenziosa le era apparsa esigendo la suapremonizione di destino. Ines Argenti indossava pantaloni neri aderenti e stivali rosso scuro, sempre, come una divisa. I suoi stivali ritmavano le strade della Segreta riconosciuti ancora prima di lei. Ines Argenti credeva nella magia.

Corinna e Ines sedevano una di fronte all’altra, precise nei movimenti, opposte: Corinna un sogno abbagliante, Ines un incubo lugubre.

E così, accadde: il carillon suonò, lontano, e poi più intenso. Ines e Corinna tacquero, osservarono la via deserta. La musica, eccola, più vicina. Le due donne si alzarono, seguirono le note, poi il fastidio, poi il continuo ricominciare. Arrivarono fino ai gradini della chiesa del Santo Perpetuo Addio, e la videro.

Abbandonata brillante nel buio, e nessuno, nessuno da nessuna parte, non un rumore, non un passo. Corinna si accorse di avere ancora in mano una carta, la guardò. Ines si chinò sulla scatolina.

-Come sei graziosa. Chi ti ha messa qui?

Nell’istante in cui la aprì entrambe le donne urlarono.

Corinna guardò la carta che aveva in mano, poi il contenuto della scatola.

-Il Diavolo!

Miei amati lettori, mi chiederete forse il contenuto del carillon? Eccovi la risposta: un rossissimo cuore. Un cuore umano.

Lo avrei rimirato all’infinito.

Mi chiamo Ines Argenti ma tutti, in questa dannata città, mi conoscono come Signora Disgrazia. Un soprannome che non mi fa ridere: ovunque vada succede una tragedia.

Al pic-nic del giorno della Rimembranza il mio accompagnatore sparì misteriosamente. Fu trovato annegato nella fontana del parco nel tardo pomeriggio: omicidio.

Alla festa della Prima Estate, evento in cui si proiettava un film di animazione nella piazza Santa Addolorata, due uomini seduti dietro me scatenarono una rissa. Un morto: omicidio.

La vigilia dello scorso Giorno dei Morti, notte in cui si celebrava una funzione nel cimitero della Contrada, un uomo venne pugnalato: omicidio.

Oltre alla malasorte possiedo una acutissima percezione dell’istante, come vivere al rallentatore; momenti in cui il tempo si immobilizza regalandomi ogni frammento, particolare, parola. Non dimentico mai nulla.

Forse romantico, un po’.

La carta del Diavolo, pensava Ines Argenti mentre aspettava la polizia sulle scale della chiesa del Santo Perpetuo Addio, e un carillon con dentro un cuore. Le luci della polizia dissolsero la nebbia per un momento.

-Ines Argenti nella Segreta, dobbiamo spaventarci?

L’ispettore Rubicondi sorrideva gentile. Lui e Ines si conoscevano da tempo. La Contrada Della Segreta aveva la fama peggiore della città, nemmeno la polizia ci andava volentieri. L’ispettore Rubicondi vantava un’intelligenza nella norma e un’arroganza altissima, e reputava Ines di un auspicio peggiore di tutta la Contrada.

-Luogo perfetto per un omicidio, Ines!

-Mi fa piacere rivederla, ispettore.

La polizia non trovò nessuno a cui fare domande, Corinna Love era scappata, i locali erano chiusi, e comunque nella Segreta nessuno vedeva mai nulla.

La chiesa del Santo Perpetuo Addio nella Contrada Della Segreta era un chiesa che apriva solo in giorni specifici. L’ispettore Rubicondi ne scrutò la facciata, poi spinse il portone: era aperto. Un agente fu mandato a controllare, e il coraggioso uscì a riferire con un’espressione prossima al vomito. L’ispettore Rubicondi e Ines Argenti, seguiti da tre agenti, entrarono nella chiesa in una fila silenziosa.

Plasticamente posizionato seduto su una panca, illuminato da bianchissime candele ordinate a contorno come un coro, il corpo dell’uomo non respirava più già da tempo. La notizia si sparse velocissima, fotografi e giornalisti popolarono la Contrada come una notte di estate. Lo avevano identificato immediatamente, quel viso dai lineamenti perfetti apparteneva a lui, il più bello dei belli della città di M.: Arcangelo Finezza, detto Il Profondo per la sua voce magnificamente roca. Arcangelo Finezza era un cantante che si esibiva nei locali e nelle vie della Contrada. Oltre che per la bellezza magnetica e la voce ipnotica era famoso per il sorriso, da togliere il fiato. Di lui non si sapeva nulla. Alle domande rispondeva cambiando argomento, e qualcuno particolarmente determinato tentò, invano, di seguirlo: Il Profondo spariva nella Contrada, e il malcapitato si perdeva puntualmente. Arcangelo Finezza si incontrava per caso, si ammirava senza distrazione, e si ricordava per sempre. Tutti, tutti i poliziotti, gli agenti, gli addetti, i tecnici e i medici, l’ispettore Rubicondi, i fotografi, i giornalisti, gli assistenti, i passanti, ogni topo e ogni insetto della Contrada, si addoloravano a labbra serrate e lacrime trattenute per quell’orrendo delitto commesso contro la perfezione. Il corpo, trasportato solenne come una statua, intatto e bellissimo, mancava di un dettaglio: il cuore.

Nessuno, lo conosceva davvero.

Alla violenza della città tutti si erano rassegnati, ai misteri della Segreta, anche. Ma chi mai poteva macchiarsi di uninutile e cruento assassinio contro un essere così bello?

-E come hanno fatto a prenderlo!

Ines sbuffò a voce alta, ma il pensiero era già passato nelle teste di tutti. Corinna Love era stata ritrovata e interrogata, e su tutti i giornali il suo volto in lacrime come una madre disperata si accompagnava a immagini di repertorio della Segreta. Un orrendo crimine in un orrendo quartiere contro una bellissima persona, titolavano gli articoli, e la città di M. restava col fiato sospeso, tra bisbigli e sussurri, speranzosa di punire quel mostruoso assassino e avidamente curiosa di conoscere i più macabri particolari.

Non mi troveranno mai.

Accadde al pic-nic della Rimembranza.

Arcangelo Finezza partecipava agli eventi solo se invitato da qualcuno che certificasse su carta la cosa, come se non esistesse, senza testimonianza. Quel giorno il suo nome non appariva in nessuna lista, e fu una sorpresa, trovarlo lì, seduto in disparte su una panchina del parco. Indossava un completo nero, guanti neri, cappello nero, e un bastone la cui testa mi sembrò, da lontano, un teschio argentato.

Accadde ancora. Alla festa della Prima Estate, nella piazza Santa Addolorata, avrebbero proiettato un film. Una volta seduti tutti, un improvviso guasto elettrico lasciò senza luce tutto il quartiere. Quelli dietro me cominciarono inspiegabilmente a litigare, ne risultò una rissa terrificante.

Arcangelo Finezza, completo nero e bastone con testa di teschio argento, nell’ultima fila, rimase seduto senza urlare o scappare. Composto, serio. Lui era lì.

Era lì il Giorno dei Morti, quando trovarono l’uomo pugnalato nel cimitero. In piedi dietro la lapide della Famiglia Affanni, una agghiacciante scultura famosa nella Contrada per il suo spaventare chiunque le passasse accanto.

Quando si sparse la notizia della mia sfortuna, e inventarono il mio soprannome Signora Disgrazia, lui già mi seguiva. Ovunque andassi, c’era anche lui. Eppure nessuno sembrava averlo notato. Come se riuscisse a diventare invisibile. Ma io, vedevo tutto. Ricordavo, tutto. Avevo capito. Decisi di mascherarmi dietro la mia sfortuna: Il Profondo seguiva me, ma non sapeva che io avrei seguito lui. Il suo fascino possedeva qualcosa di stregato, mi disorientava. Ma Arcangelo Finezza trascurava la cosa più importante: la Contrada Della Segreta era casa mia. La conoscevo a occhi chiusi, ne distinguevo gli odori, i fischi del vento tra gli edifici, qualsiasi sagoma. Lo avrei trovato.

Tutte quelle persone. Quel sangue.

Arcangelo Finezza detto il Profondo apparteneva a un mondo più oscuro anche della Contrada. Con questa assurda certezza tutto mi diventò naturale, sapevo cosa guardare: mosse impercettibili, respiri, silenzi. E un nome, mi nasceva nella mente dopo averlo osservato: Diavolo.

Senza accorgersi di me, mi condusse alla fine della via Rattoppata Nera, una via che dalla Contrada portava verso la periferia della città, una via disabitata di case in costruzione mai costruite. La vera parte fantasma della Contrada, dove nemmeno le auto si avventuravano: per la periferia si utilizzava la superstrada, illuminata, e per entrare nella Contrada, da quella stessa parte, si usava la via Opposta Nera, che era una versione identica, ma viva, della via Rattoppata Nera.

Cari lettori, vi ho lasciati soli nella nebbia, tra rovine e detriti. Eccomi, vi prendo la mano, seguitemi.

Una sola casa non era stata completamente demolita, una struttura traballante dalle cui finestre proveniva una luce giallastra. I vetri erano spaccati, e mi affacciai appena. In una stanza che somigliava a un soggiorno alcune persone erano sedute su poltrone logore e sedie sgangherate. Ma i corpi sembravano troppo rigidi, troppo immobili. Nella stanza accanto, vuota e macchiata di muffa, Arcangelo Finezza sussurrava qualcosa intonando la sua voce melodiosa. A fatica, riuscii a resistere. Le persone a cui si rivolgeva sedevano altrettanto rigide come quelle nella stanza accanto, ma fissavano Il Profondo completamente rapite. Mi parve una preghiera. Quando tutte le persone sedute annuirono nello stesso istante e allo stesso modo, Il Profondo andò nella stanza soggiorno e accese la luce.

Urlai, la mano sulla bocca, mi lasciai cadere nel buio della strada e mi misi a correre, senza voltarmi, imboccai l’ingresso in Contrada e corsi fino a via Nerina Oscura. I miei stivali risuonarono ovunque nel quartiere, un indimenticabile rimbombo nel mio cuore, impossibile da quietare. Mi rifugiai da Corinna, e le raccontai tutto.

Cari lettori, sapete come si fa a ingannare il Diavolo?

Io, Ines Argenti detta Signora Disgrazia, malvista dalla città per colpa di una sfortuna che non mi apparteneva, ero stata raggirata. Da forze più oscure persino del mio stesso quartiere, e della mia stessa sfortuna.

-Cosa ci fa con quelle persone?

Corinna voltò alcune carte e le mise vicine.

-Sono il suo cibo, tesoro.

Deglutii un senso di nausea.

-Pozione di erbasanta dalle aiuole del Convento dei Morenti, da somministrare prima della mezzanotte di mercoledì, luna piena.

-E cosa ci faccio, Corinna?

-Serve a indebolirlo. L’unico modo per uccidere un Diavolo è strappargli il cuore.

Quello che Ines, in preda all’emozione, si è dimenticata di dirvi, è che tra le persone che Arcangelo Finezza aveva rapito c’era anche l’ispettore Rubicondi. L’ispettore aveva telefonato in commissariato per comunicare una vacanza, ma poteva sembrare vero che una persona che non aveva mai preso un giorno di ferie sparisse così, all’improvviso?

Quando Corinna mi raccontò il suo piano non dubitai, ma non osai domandare ancora, e la mia fantasia inventava sanguinari scenari che mi torturavano. Una trappola, ammaliante e mortale.

-Non ho già abbastanza sfortuna?

Corinna insisteva per farmi indossare un abito da suora con un vistoso copricapo.

-A quanto sembra la tua non è mai stata sfortuna.

-Sto per affrontare un Diavolo, cosa ti sembra, una benedizione?

Corinna sorrise.

-Ti riconoscerà, altrimenti.

Il Diavolo avrebbe temuto una suora. Mercoledì di luna piena. Arcangelo Finezza giocava a carte in un losco locale accanto al Convento dei Morenti. Non avrei destato sospetto. Il potere del travestimento mi stupì: quando entrai nel bar tutti gli uomini presenti abbassarono la testa. Arcangelo Finezza litigava con un giocatore, nemmeno mi notò. In un attimo lentissimo senza sguardi riuscii a versare la pozione nel suo bicchiere. Durò un secondo, e tutto riprese a scorrere normale. Arcangelo Finezza picchiò il pungo sul tavolo, si alzò, uscì. Lo seguii. Il mio vestito mi divenne comodo, mi sentivo protetta, forte. Arrivammo così, il Diavolo avvelenato e la finta suora, nella via Rattoppata Nera. Arcangelo Finezza barcollava, e appena in casa lo vidi accasciarsi a terra davanti alle sue innocenti, prigioniere, prede.

E qui, a questo punto della narrazione, lasceremo a voi lettori il compito di immaginare cosa accadde. Vi rivelerò che, quando Ines Argenti si appropriò del cuore di Arcangelo Finezza, tutte le sue vittime si disincantarono. L’ispettoreRubicondi quasi non si accorse di nulla, e fu subito chiamato a indagare sull’ennesimo caso di Signora Disgrazia, un omicidio raccapricciante nella Contrada Della Segreta. Il caso di via Rattoppata Nera fu archiviato. Quel posto, quella via, turbavano l’ispettore più del solito, un disturbo che non si sapeva spiegare. Dopo infiniti giorni di titoli e notizie raccapriccianti nessuno voleva più saperne nulla. Non ricordo se la colpa fu data a un maniaco sconosciuto, o se avessero incastrato qualcuno. Fu come se non fosse mai successo niente. Nella città di M. tutti volevano dimenticare. Ma era come se tutti avessero intuito, che c’era qualcosa di magico, sotto. La Contrada della Segreta diventò solo più spettrale.

Quel tuo cuore feroce, era ancora capace di intenerirmi. Non potevo sprecare quella meraviglia, così lo nascosi, in un posto che mi sembrava adatto, un carillon dolcissimo ma inceppato, dal suono che finiva per diventare orrendo. Come te. E quella chiesa, ti donava. Tu odiavi, le chiese. Mai incanto fu più a giusta ragione, spezzato.

La violenza nel tempo di Trump

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Trump
Immagine di M. H.da Pixabay

di Davide Orecchio

Molti hanno paragonato gli ‘squadroni’ di Trump alla Gestapo nazista o alle squadracce fasciste. Uso simile della violenza, analoga impunità paramilitare. I drappelli di agenti Ice che terrorizzano le comunità degli Stati Uniti, che rastrellano e uccidono al di là di qualsiasi controllo e autocontrollo, hanno una natura fascista, a me sembra innegabile, come è fascista l’impugnatura del presidente che li ha sguinzagliati. Ma ogni violenza politica ha la sua tradizione di riferimento. Per questo trovo molto convincente un ragionamento di Igiaba Scego. L’ha scritto su Instagram e lo riporto qui:

“L’Ice deriva direttamente non dalla Gestapo, ma dai slave catchers ovvero individui o gruppi di individui che si mettevano a caccia delle persone schiavizzate in fuga dalle piantagioni e dalle catene. La letteratura afroamericana ci ha mostrato più di un slave catcher. (…) L’Ice è un prodotto autoctono, le squadracce fasciste e naziste hanno ai tempi molto imparato (prima o poi dovremmo parlare della fascinazione di Hitler per alcuni metodi statunitensi) da questa parte che non ci piace degli Stati Uniti (perché c’è un’altra parte che ci piace molto, quella democratica rappresentata dalla bellezza della gente scesa in piazza), una parte che può mangiarsi la democrazia. Anche i metodi, rapimenti, brutalità, violenza, nessun codice etico ricordano molto i fantasmi che gli Stati Uniti non hanno mai risolto. La riemersione dei slave catchers, del suprematismo nativista wasp, ora chiamato ICE è davvero il segno della grande crisi che sta attraversando il paese”.

A me sembra una lettura lucida, ma ogni sguardo ha la sua tradizione di riferimento ed è mosso da una personale e ancestrale paura rispetto a una violenza politica della quale teme il ritorno. Per questo molti di noi nel braccio dell’assassino Ice che spara sull’inerme infermiere Alex Jeffrey Pretti hanno rivisto il manganello dello squadrista fascista che, prima di dare fuoco alla Camera del Lavoro, frantuma il cranio del sindacalista socialista, o hanno ritrovato la pistola dell’ufficiale Gestapo nell’atto di sparare alla nuca di un prigioniero.

Europa e Stati Uniti condividono spettri. L’Occidente condivide spettri. Diciamola più chiaramente: ogni sistema democratico occidentale (mi limito a questo per non allargare troppo il discorso) nasconde ed eredita dai regimi precedenti un inconscio Mr. Hyde, una natura politica violenta, fascista, razzista, “istituzionale”, una violenza di Stato storica pronta a risorgere e incarnarsi nel militare o paramilitare che reprime e uccide, o nel giudice che condanna senza un giusto processo. La democrazia, per negazione, è anche una coscienza: consapevolezza che Hyde può sempre essere sprigionato, non è morto e non morirà mai. L’intera Costituzione italiana è costruita a partire da questa coscienza (ed è da sempre, infatti, nel mirino delle destre). E le democrazie occidentali, dal 1945 a oggi, non hanno seppure con molte ipocrisie provato a vivere in base a questo comandamento? La loro identità e sopravvivenza dipendevano dalla resistenza delle catene cui Hyde era legato. La democrazia sa di essere imperfetta perché sa di contenere il mostro. E qui “contenere” ha due significati.

Nell’America di Trump, Hyde è libero dalle catene. E non è verosimile che nella stessa epoca convivano un’America a guida fascista e un Occidente (o quel che ne resta) democratico. Francia e Germania, i più importanti Paesi europei, sono vicinissimi a consegnarsi a forze politiche di estrema destra o neofasciste. L’Italia l’ha già fatto. Fermiamoci qui, non deprimiamoci troppo. C’è però un elemento nuovo nell’uso della violenza dalle parti di Washington rispetto ai fascismi storici: quella del secolo scorso era gente che nella violenza ci sguazzava, gli squadristi venivano dalle trincee, la brutalità politica era per loro uno strumento domestico, ed era connaturata anche ai vertici, a duci e Führer. Un aspetto che rende “diversamente” disumano Trump è invece la sua indifferenza, la sua distanza dalla furia che sta scatenando, resa poco meno che astrazione e teoria dalla prospettiva dello Studio ovale o di un post su Truth. Trump è lontanissimo dall’infelicità e dalla sofferenza che sta procurando. Si comporta come un dio alieno o come un faraone digitalizzato, ma i bottoni che preme hanno effetti reali, dubito però che lui se ne accorga, il suo distacco sembra andare al di là dello stesso male che lo nutre.

Anni fa, in un lontano 2012, lo psicologo canadese Steven Pinker sostenne che l’umanità fosse prossima alla fine della crudeltà, che non ci fosse un’epoca storica meno violenta di quella attuale. Non ero del tutto convinto allora da quel ragionamento, e oggi lo rileggo con un’amarezza che non sa nemmeno sorridere: il tempo, i fatti, l’hanno sepolto. Tutto il contrario: il nostro è il tempo della violenza e, a causa della sua natura, è un tempo che non riusciamo a comprendere. Allarghiamo lo sguardo: qualcuno è capace di inserire in un quadro razionale il massacro di Gaza o l’eccidio in Iran? Qualcuno è in grado di individuare le motivazioni di questi mali sterminatori? Il potere ha riscoperto la disumanità. Ed è intollerabile che proprio il nostro tempo abbia scelto questa ferocia, che proprio nel nostro tempo il progresso sia tornato a essere una menzogna.

Che bello esistere su YouTube

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di Leonardo Canella

1. Su YouTube un’onda titilla la mia mente, bagliori toccano le mie dita. Io pulso su YouTube. Io esisto. Il sangue spinge, la dopamina sale (una puzzetta ci sta bene, penso). Il tipo tagliato a pezzi non pulsa, secondo me. Quando sono su YouTube io pulso. Bagliori toccano le mie pupille, le mie dita. Che pulsano. Io sono-io pulso quando sono su YouTube. Io esisto.

2. Su YouTube gli autori pulsano incapsulati in un video fluttuante nello spazio della rete. Ecco il Dirby poeta la poetessa Lalla il Dudy che dice Foucault. Loro pulsano. C’è anche il tipo tagliato a pezzi, su YouTube. Lui non pulsa. Gli autori pulsano di desideri iniettati e il sangue spinge nelle dita, un’onda titilla la loro mente. Interviste, presentazioni, sorrisi. Loro pulsano quando sono su Youtube. Loro ESISTONO.

3. Stasera c’è Canella su YouTube e tutti insieme guardiamo Canella su YouTube. Stasera (alla Finestra di Antonio Syxty). Polly tipo tagliato a pezzi puzzetta ed io, il PUBBLICO della poesia iniettato di desideri pulsanti. Stasera guardiamo Canella su YouTube. Il tipo tagliato a pezzi sorride (è stato lui!, dice), la Polly si gonfia le tette che mi vorrebbe conoscere. La puzzetta, non ho capito. E il sangue spinge, la dopamina sale. Stasera IO esisto, su Youtube.

4. Incapsulato dentro un video, un’onda titilla la mia mente, bagliori toccano le mie dita. Io pulso, il sangue spinge, la dopamina sale. E loro mi guardano, loro mi ascoltano alla Finestra di Antonio Sixty. Il Dirby poeta sperimentale mette un like (è il tipo tagliato a pezzi e dice qualcosa), la Polly si gonfia le tette che mi vorrebbe conoscere, Canella fa una puzzetta. Bagliori toccano le mie pupille, le mie dita. Che pulsano. Io sono-io pulso quando sono su YouTube. Io esisto.

5. Felice, fluttuo adesso nello spazio della rete. Incapsulato dentro un video dico parole nuove al Dirby poeta, alla poetessa Lalla, al Dudy che dice Foucault. Faccio puzzette. Ho conosciuto la Polly tettinegonfie e bagliori toccano le mie dita, un’onda titilla la mia mente. Io esisto, felice, dentro un video su Youtube.
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Parole per sopravvivere: Controdizionario del confine

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di Daniele Ruini

Solo la parola dà all’essere umano la sua autonomia,
essa gli permette di chiedere agli altri la strada
e di prenderne poi un’altra.
(Elfriede Jelinek, Voracità)

Il fatto che il potere abbia sempre esercitato anche un controllo sul linguaggio è circostanza talmente assodata da averci provocato una specie di assuefazione: se il Vaticano ha perseguito per secoli ogni tentativo di traduzione della Bibbia latina, se il Fascismo ha lottato contro forestierismi, dialetti e minoranze linguistiche, se gli eufemismi rivestivano di una fredda patina burocratica la persecuzione nazista antiebraica, allora forse non ci stupisce che lo stesso meccanismo continui a riprodursi anche oggigiorno. Insomma, che il governo israeliano definisca “contesi” i territori palestinesi occupati e “incidenti” le brutali aggressioni dei coloni in Cisgiordania, oppure che Putin si sia sempre riferito all’invasione dell’Ucraina parlando di “operazione speciale militare” non smuove più di tanto le nostre coscienze, indignate semmai dai massacri e dalle ingiustizie che guerre, colonialismo e politiche securitarie continuano a perpetrare.

Per risvegliare la nostra attenzione sugli esiti nefandi della manipolazione del linguaggio può quindi essere utile prestare ascolto a chi quegli effetti li subisce: dare loro parola può servire a gettare luce su una violenza che passa anche dall’imposizione del silenzio o di una retorica funzionale al carnefice di turno. Proprio questo è l’obiettivo di Controdizionario del confine, un libro prezioso pubblicato dalle edizioni Tamu/Tangerin e realizzato dall’Equipaggio della Tanimar, il nome collettivo scelto da Filippo Torre e altri studiosi dei processi migratori delle Università di Genova e Parma (già autori dell’inchiesta Crocevia mediterraneo uscita per Elèuthera nel 2023). Confrontandosi con i migranti che hanno provato a valicare il Mediterraneo tra Sicilia e Tunisia, ascoltando le loro parole e i loro racconti, questi ricercatori hanno compilato un glossario alternativo in cui sono raccolte e spiegate 42 voci usate dai protagonisti della rotta italo-tunisina (una rotta che, come conseguenza dei recenti finanziamenti accordati dall’Unione europea al governo autoritario di Kaïs Saïed, ha visto le partenze verso le coste italiane sempre più violentemente limitate).

Nel Controdizionario troviamo termini di origine araba, francese, italiana o parole ibride nate alla confluenza di lingue diverse: nell’insieme formano una lingua viva, in evoluzione continua e che –come scrivono gli autori– svela una «narrazione «controegemonica rispetto a quella delle istituzioni» (p. 15). Dare spazio al punto di vista di questi migranti (provenienti soprattutto dall’Africa subsahariana francofona) e al loro linguaggio consente infatti di rovesciare la retorica vittimistica e criminalizzante di cui sono abitualmente fatti oggetto insieme alle persone e alle organizzazioni che li supportano. L’obiettivo diventa quello di «mettere al centro il modo in cui l’attraversamento delle frontiere viene vissuto, raccontato e nominato da chi è ostacolato, imprigionato, violato, respinto» (p. 14).

Sfogliando le pagine del volume scopriamo per esempio che il modo più diffuso in cui si definiscono coloro che cercano di attraversare il Mediterraneo centrale è aventurier, un termine che porta su di sé sia l’idea di un’assunzione personale del rischio sia la dimensione di scoperta, anche gioiosa, a cui questi viaggiatori ­–quasi sempre molto giovani– vanno incontro. Dalla radice del verbo arabo che significa “bruciare” deriva invece harraga, ovvero “bruciatori (di confini)”, a indicare chi è costretto ad aggirare quelle norme e quei dispositivi che impediscono una mobilità legalizzata: un concetto che «ha assunto una dimensione centrale nel linguaggio e nell’immaginario comune […] di intere generazioni segnate dalla frustrazione delle speranze di cambiamento» (p. 127).

I passeggeri di una barca in transito verso l’Europa si autodefiniscono bouteille, parola che sembra stabilire un «legame fra il destino di una bottiglia in mare e quello di chi prova la traversata» (p. 41), un destino fatto di caso, rischio estremo e speranza.

Tra le parole ibride segnaliamo infine kidnappeur, in riferimento al sequestro e alla vendita dei migranti a scopo di riscatto da parte di tunisini o di altri migranti subsahariani; e taximafia, a designare tutte quelle occasioni di trasporto illegale a cui i viaggiatori clandestini sono costretti ad affidarsi, con costi molto più alti rispetto ai trasporti standard e dovendo viaggiare di notte «per eludere la sorveglianza di milizie e forze di polizia» (p. 187).

In conclusione, la compilazione di questo controdizionario ha il grande pregio di far emergere la voce –e, di conseguenza, il pensiero– di chi tenta di attraversare le frontiere sempre più militarizzate e respingenti che separano l’Europa dal sud del mondo. Come spiega l’attivista di origine camerunense Georges Kouagang nella sua prefazione, non si tratta semplicemente dell’esito di una ricerca di antropologia linguistica quanto di un «atto politico»: aver raccolto questo lessico «significa riconoscere che anche in condizioni estreme le persone continuano a nominare il mondo, a reinventare il linguaggio per raccontarsi e orientarsi» (p. 11).

 

Esclusa la fine. (Per Jean Le Gac.)

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di Pasquale Polidori

 

Il 26 dicembre è scomparso Jean Le Gac (Alès 1936 – Parigi 2025). Pittore e artista concettuale, tra i protagonisti della Narrative Art, è stato attivo in più occasioni anche in Italia, dove la sua ricerca si è confrontata con momenti decisivi delle neo-avanguardie artistiche e letterarie.

A cominciare dal numero 23-25 della rivista Uomini e idee, uscito nel settembre 1970 e dedicato alla realtà francese contemporanea, curato da Jochen Gerz, e con Adriano Spatola nel comitato di redazione. Per un linguaggio del fare-documenti dell’avanguardia francese, questo il titolo, riunisce trenta nomi della poesia visiva e dell’arte visiva, accomunati proprio dal visivo come margine di confluenza tra i due ambiti. È un aggettivo (visivo) che va a modificare la definizione stessa di «arte» e di «poesia», mettendo in discussione metodi e materiali e aprendo soprattutto una questione più radicale: quella di comprendere come il vedere in sé possa diventare una pratica critica, come possa trasformarsi in un linguaggio capace di includere tanto momenti affermativi, in cui si vede per guardare, quanto momenti negativi, in cui si vede per non-guardare, ossia per fare, per tradurre operativamente il vedere in altro: costituire lo sguardo come procedura di azioni. Scrivere, scolpire, dipingere, comporre musica sono modalità linguistiche sottoposte a una verifica analitica che, togliendo coesione agli oggetti espressivi, favorisce interferenze e intermedialità.

A quella raccolta, Jean le Gac contribuisce con una lettera:

Parigi 10 marzo 1970

Gentile signore,

la prego di considerare come nulle le dichiarazioni eventualmente espresse da un certo [NOME ILLEGGIBILE] riguardo a un’attività che avrebbe svolto, a partire dalla primavera del 1968, in diversi punti del paesaggio e che consisterebbe essenzialmente in una serie di manipolazioni solitarie esercitate su ciò che lo circondava, con l’unico scopo, a quanto pare, di manifestare un comportamento. [LETTERA INCOMPIUTA]

La lettera si riferisce a una fitta serie di interventi che Le Gac realizzò dentro e fuori Parigi tra il 1968 e il 1970. Questi interventi avevano come ragione unificante il desiderio di introdurre nella vita reale condizioni capaci di generare una narrazione fittizia. Si tratta di brevi svolgimenti narrativi, che corrispondono ad altrettanto minimali progetti di azioni e di comportamenti, o manipolazioni, come dice la lettera. Di queste manipolazioni agite nel paesaggio (un solco scavato nel terreno, un giro di ricognizione, un progetto di irrigazione, l’acquisto di un terreno di scarso o nullo valore commerciale…) sfugge la finalità, tanto quanto le narrazioni mancano di un finale. La tattica vuota di senso faceva sì che ogni finale si rivelasse insufficiente e quindi incapace di offrire una morale. Escluso il finale, a funzionare da morale era semmai il meccanismo stesso del racconto “esistenzializzato”: la possibilità di trasfigurarsi in personaggio per osservarsi mentre si vive e prendere appunti sulle azioni che si progettano. Concepite e realizzate come situazioni concrete o come utopie, in ogni caso trasformate in scrittura e in immagine fotografica, queste azioni-documenti venivano spedite a diversi destinatari, che conservavano i frammenti di racconto come fili di cui non si poteva essere certi del collegamento: una mimesi effettiva che funzionava come mappa di un territorio in parte geografico e in parte letterario.

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Qualche esempio. Maggio 1969, Le Campement-projet: l’idea di costruire un accampamento di tende panoramiche in vinile trasparente su cui è stampato il tratteggio dei profili del paesaggio esterno, in modo da sovrapporre alla vista della natura la sua stessa figura tradotta in forma grafica; 400 destinatari. Novembre 1969, Acte-Observation: il resoconto approssimato di un giro a vuoto nei pressi del cantiere di un edificio in costruzione, in una zona di campagna; più alcune foto abbastanza scadenti da risultare misteriose e un breve testo privo di fulcro, in tutto quattro facciate; 300 destinatari. Gennaio 1970, Description d’un dessin fait d’après nature: un disegno realizzato dal vero tradotto nell’accurato e straniante rilievo verbale di un muretto; 100 destinatari. Marzo 1970, con Christian Boltanski: viene affittato per un mese un appartamento in rue Rémy-Dumoncel (Parigi 15°) e le chiavi sono distribuite a 50 destinatari, liberi di entrare e uscire in qualunque momento e di creare plot che nessuno controlla, e di cui ciascuno avrà sempre una visione parziale: le coincidenze saranno casuali e gli sguardi tutti soggettivi.

Accade, in questo particolare contesto narrativo dell’arte visiva, che la crisi della prospettiva in pittura originariamente annunciata da Cézanne (primo remoto sintomo di una concezione postmoderna dello sguardo) mostri i suoi effetti più estremi in una generazione di pittori senza oggetto. Non tanto perché non producevano quadri ma azioni e comportamenti dai risultati concreti scarsi, quanto soprattutto perché la progettualità del loro operare escludeva la possibilità di mettere a fuoco qualche risultato.

Nella frammentarietà del racconto tentato da Le Gac (e non è certo il solo) e nella pratica esistenziale di una trama eventuale che procede rimandando il suo punto, c’è sia il metodo di una deriva situazionista sia il rifiuto della rappresentazione specifica propria dell’astrattismo. Si tratta in ogni caso di deviare dal destino segnato delle linee prospettiche e di concepire linee di fuga che non abbiano termine in un unico punto focale o che non abbiano termine alcuno.

Una delle prerogative rivendicate da Le Gac è stata quella di aver introdotto nell’arte visiva l’imperfetto, il tempo verbale delle azioni senza termine. E se questo tempo imperfetto abita uno sguardo che non è impersonale, non è universale e non è quello promesso dalla prospettiva pittorica, ma è lo sguardo di una fittizia soggettività personale, allora la mancanza di termine coincide con la sfocatura dell’oggetto.

Dove sta infatti l’oggetto di questi soggettivi vagabondaggi nel territorio? Eccone un esempio: aprile 1970, nella zona montana di La Croix-Valmer qualcuno ha lasciato un segno del proprio passaggio, e un annuncio di Le Gac (Pour vérification monter jusqu’au « Signal » à la Croix-Valmer, circa 50 destinatari) indica dove è possibile rinvenire questo oggetto segnaletico. Un altro esempio è Le Signal, un breve film in 16mm della durata di cinquanta secondi che offre un’esperienza diretta di uno sguardo soggettivo su un segnale oggettivo. Il film si apre sull’immagine fissa di una roccia alta poco più di un metro, dalla cui sommità parte un cavo d’acciaio con un fazzoletto bianco annodato. Mentre una voce fuori campo descrive esattamente quello che stiamo vedendo, l’immagine viene aggredita da macchie scure che si propagano finché tutto diventa nero e non vediamo più niente. L’oggetto della soggettiva cinematografica è durato il tempo della sua brevissima e superflua descrizione: un documento sempre insufficiente rispetto a una narrazione soddisfacente. Zero morale della favola, quantité nulle, come dice la lettera.

Queste e altre azioni (varie passeggiate con Christian Boltanski e Paul Armand Gette, distribuzione di estratti da un racconto di Jean Ray e dagli studi di fotobiologia cutanea di Hubert Jausion e François Pagès) vengono poi elencate in un sunto narrativo autobiografico. Le Gac lo presenta come curriculum vitae alla Biennale del 1972, a cui partecipa in due modalità diverse. Da un lato, è invitato al padiglione francese: un’automobile parcheggiata ai Giardini fra i cespugli diffonde messaggi dal significato oscuro attraverso un altoparlante. Dall’altro lato, partecipa alla sezione Il Libro come luogo di ricerca, con cui i curatori Renato Barilli e Daniela Palazzoli realizzano quella che è di fatto la prima ricognizione italiana dell’Arte Concettuale. Nello stesso anno Le Gac partecipa a documenta 5 (Investigando la realtà / Mondi visivi odierni), dove i concetti di realtà, oggettività, soggettività e autonarrazione sono tematizzati da Harald Szeemann nella sezione denominata Mitologie individuali.

03_JLG_pagina del catalogo di documenta

Il senso e il metodo di una mitologia individuale secondo Le Gac emergono già chiaramente in una mostra dell’anno precedente alla galleria Rive Droite. Qui viene esposto La Rumeur dans la montagne, un ready-made fondamentale per l’intreccio tra pittura e finzione che diventerà il nodo centrale della sua opera. Si tratta di un racconto di Maurice Renard che ha come protagonista il pittore Florent Max, ossessionato da un’eco misteriosa che risuona tra i monti dove ogni giorno si reca a dipingere, fino a diventare vittima della sua stessa allucinazione. Le Gac acquista i diritti del racconto, lo ristampa con il titolo Une lecture révélatrice, e lo introduce con un proprio testo narrativo che fa eco a quello di Renard. In questo lavoro, il perturbante tipico del ready-made, che fin dalla sua nascita costringe a interpretazioni continue e alla verifica di contenuti solo sospettati, si manifesta nell’idea che la vita dipenda dalla letteratura. Da questa dipendenza, nasce un rapporto insieme affettivo e delirante con la storia dell’arte, essa stessa considerata come trama letteraria. Un’idea che esprime bene anche il film La Vie est un roman (1983) di Alain Resnais, autore molto amato da Le Gac.

Per un certo periodo Florent Max diventa l’alter ego di Jean Le Gac, in un gioco di specchi in cui non è chiaro chi rifletta chi. Questo scambio di identità continua nella mostra alla galleria Hossmann di Amburgo, per la quale Le Gac pubblica una plaquette intitolata Le Récit, in cui presenta alcuni suoi scritti assieme ad articoli che altri hanno scritto su di lui e dove il suo nome appare cancellato o sostituito con quello del personaggio letterario. Nel 1992 torna in Germania con una mostra personale (Le Peintre fantôme, Badischer Kunstverein Karlsruhe). Il catalogo realizzato per questa mostra imita la grafica della celebre collana francese di romanzi polizieschi Le Masque, con i capitoli costituiti in questo caso da interventi critici: al primo testo di Jean Clair seguono diversi contributi di Claire Stoullig, Gilbert Lascault, Kate Linker, Catherine Francblin e altri nomi significativi, tra cui Anne Dagbert, che più di tutti si è occupata dell’artista. Anche qui il nome di Jean Le Gac compare solo in copertina e nel colophon, mentre all’interno dei testi è sostituito da spazi bianchi.

Tra gli artisti del gruppo storico della Narrative Art, Le Gac è quello che insiste maggiormente sul romanzo come medium ideale di un’esperienza artistica votata all’autoanalisi. Si tratta però dell’imitazione di una finzione, e quindi di una finzione che si ripropone indefinitamente come racconto senza soluzione, destinato al frammento e all’interruzione. Nel lavoro di Le Gac, i due elementi tipici della Narrative Art (testo e fotografia) creano una particolare dialettica di sospensione, rinviando entrambi a un atto di finzione che ha luogo nella vita quotidiana senza però potersi mai veramente completare. Questo perché una finzione che si compisse interamente nella vita cesserebbe di essere finzione e diventerebbe morte: morte come trascendenza definitiva.

Per formazione Le Gac era un pittore e a scuola insegnava disegno. Eppure in quegli anni, nelle sue opere foto-testuali, sceglie la finzione della pittura: non la pittura dipinta ma la pittura narrata in microstorie tanto minimali da sembrare metafisiche. È quindi un pittore che non dipinge, ma fa finta di dipingere, ricavando dalla finzione della pittura il senso stesso della pittura. Realizza così un’astrazione concettuale dell’essere e del fare pittura attraverso la finzione dell’essere senza fare. Anche se poi, in realtà, fa: nei suoi racconti corre, si nasconde, trema, si spaventa, suda, visita, guida, entra, esce, si siede, si ferisce, si allontana, e dipinge. Tutto davanti a un obiettivo fotografico, in posa da pittore. Solo che la sua pittura, in quegli anni, lascia traccia solo nel comportamento: un’inflessione professionale del corpo e del pensiero.

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In Italia è Filiberto Menna a presentare il gruppo della Narrative Art alla mostra del 1974 da Cannaviello, a Roma. Le Gac espone un’opera foto-testuale dell’anno precedente, Le Peintre, in cui vediamo apparire, in un paesaggio naturale tra palude e bosco, un pittore vestito di bianco e attrezzato di cavalletto e tele, quasi un Monet che vaga per le campagne. Il testo però racconta l’inattività del personaggio: «… per non fallire, egli evita di impegnarsi: “Ho la sensazione, dice, che non sto ancora realizzando nessuna opera”…»

Filiberto Menna è anche il teorico della Pittura analitica, che in Francia si identifica nel gruppo di Support/Surface e nelle procedure minimaliste di Daniel Buren, Olivier Mosset, Michel Parmentier e Niele Toroni. Jean Le Gac non partecipa né all’uno né all’altro gruppo. Il suo approccio analitico consiste nel trasportare la pittura sul piano della scrittura e del comportamento, attraverso una drammaturgia inconclusiva e ossessiva, però anche dolce e capace di includere il comico e l’assurdo, e che diventa il suo en plein air, il suo respiro e la sua logica. In questa scrittura analitica del comportamento e nella distribuzione frammentaria dell’immagine fotografica (un palinsesto), Le Gac rimane vicino, pur con precise differenze, a due compagni degli inizi: Christian Boltanski e Gina Pane. Nella disfunzionalità del comportamento invece (vagabondaggio e dispersione) si trovano le radici più autentiche della sua amicizia con André Cadère.

Questa prima parabola narrativa foto-testuale si conclude nel 1978 con l’esaustiva antologica al Centre Pompidou curata da Pontus Hulten, che segue di un anno la retrospettiva al Kunstverein di Amburgo. Le due mostre (Le Peintre / Exposition romancée a Parigi e Der Maler ad Amburgo e in altri luoghi) raccolgono un percorso distribuito tra diversi altrove: scrittura, esistenza, alienazione soggettiva, storia dell’arte e finzione della pittura. E mettono in crisi il modello consueto di contemplazione o di relazione fisica con l’opera esposta, facendo cadere quella sorta di sottinteso principio di unità di tempo e spazio che dovrebbe valere per le mostre d’arte.

Nella mostra romanzata, anche ammettendo che lo spazio dell’opera sia limitato alla parete che fa da supporto al foto-testo, è il tempo narrativo a forzare i limiti della presenza dell’opera allo sguardo. Spingendo verso gli eventi mostrati dalle immagini, che nel testo si smarriscono. Il visivo si apre ai suoi negativi: quello che si è già visto, quello che si pensa di vedere e quello che il testo fa immaginare. E questo vanifica la promessa alla base di ogni allestimento: convocare il senso proprio dell’opera esposta, portandolo all’evidenza in un preciso qui (del) presente. Ma se per il soggetto che agisce in queste opere non è possibile, né desiderabile né necessaria, una tenuta in quanto tale, perché mai l’opera dovrebbe voler coesistere con sé stessa? Distribuendosi tra media diversi e traendo forza dall’incompletezza e dall’indeterminatezza delle definizioni, l’opera svincola l’immagine dalla propria autoaffermazione.

Negli anni Ottanta, in questo ambiente narrativo disperso tra finzione e realtà, Le Gac introduce la pittura dipinta. Una pittura capace, senza mai chiudere i conti, di tirare le somme di un percorso generosamente sbilanciato verso i propri dintorni, che si tratti del linguaggio o della vita. Pur essendo portatrice di un racconto figurativo che ritorna su sé stesso e sui propri elementi, tra citazioni dalla storia dell’arte, mitologie popolari e allucinazioni autobiografiche, questa pittura rimane al riparo dalla staticità di una (di qualsiasi) retorica. È una pittura che costantemente esce da ed entra in sé stessa, capace di osservarsi, di dichiarare i propri strumenti e le proprie ragioni, di coinvolgere persone vicine portandole a interpretare una recita: il romanzo di un pittore. La messa in scena di questo romanzo, la cui trama, esorbitante e ricorsiva, si svolge negando ogni esito programmato o prevedibile, è a sua volta un medium artistico, ovverosia una messa in opera che sperimenta modi di lettura-visione in corrispondenza con la coincidenza tra spazio narrativo e spazio espositivo. Abbiamo a che fare con installazioni complesse, che prevedono la correlazione tra dipinti, testi e fotografie di finzioni allestite nella vita reale. La letteratura è offerta allo sguardo sotto forma di esperienza multi-dimensionale, e i suoi modelli fungono da guida per la costituzione della pittura, allegorizzata in chiave di racconto poliziesco, di avventura, di mistero.

Ora il soggetto romanticamente malato di finzione (il pittore) ha portato a compimento una impresa che era implicita fin dall’origine di questa ricerca: proiettare sull’opera d’arte quel sentimento di distacco irrimediabile e di inafferrabilità, che è tipico di ogni contenuto romanzato. Il montaggio di più piani mediali e narrativi, a cui si assiste nella fase matura della pittura di Le Gac, appare come la conseguenza delle strategie inconclusive tentate negli anni della sospensione del dipingere: strade volte a modellare la durezza inconcepibile e inumana dell’arte per mezzo di coniugazioni e tangenze, dissolvimenti e rovesciamenti nel non essere e nella non fine.

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SETTE LIBRI DI JEAN LE GAC

Le note che seguono sono parzialmente già incluse in Jean Le Gac, Il pittore dappertutto, Cambiaunavirgola, 2021, a cura di Pasquale Polidori.

1972

Jean Le Gac / Florent Max

CEDIC, Parigi

Brossura, 20 × 13 cm, 40 pagine, illustrazioni in bianco e nero

Con un testo di Jean-Marc Poinsot

Oltre alla tiratura di base, furono stampate 100 copie numerate e firmate

Jean Le Gac acquista i diritti di un racconto di Maurice Renard, La Rumeur dans la montagne, incentrato sulla figura del pittore Florent Max il quale, ossessionato da un’eco misteriosa che si diffonde nel luogo tra i monti dove egli quotidianamente si reca a dipingere, finirà per precipitare tra le rocce, vittima della propria allucinazione. Nell’edizione di Le Gac, il racconto di Renard è compreso sotto il titolo di Une lecture révélatrice, ed è introdotto da un testo di Le Gac, Il cria comme dans un telephone. Lo scambio di nome tra Jean Le Gac e Florent Max corrisponde a un tentativo da parte del primo di entrare in un universo letterario e fittizio. Il fenomeno dell’eco, al centro sia del racconto di Renard sia del preambolo di Le Gac, da un lato implica una sovrapposizione tra parola pronunciata (nome proprio) e parola replicata (nome improprio, nome sottratto, ready-made), come rileva Kate Linker in un articolo che compare nel numero estivo del 1986 di Artribune; dall’altro indica la ninfa Eco, legata al destino di Narciso: lui morto per immagine e lei morta per parola.

Il libretto si chiude con un testo fondamentale: Notes biographiques. In un tono da romanzo psicologico, vi si trovano mescolate notizie di mostre e avvenimenti dai contorni non chiari, a dispetto di una maniacale elencazione ordinata per modi e generi operativi. L’unica evidenza indiscutibile è il formarsi di un solco di finzione nel pieno dell’opera, del tutto disponibile alla vita.

1972

Le Récit

Hossmann, Amburgo

Punto metallico, 28.9 × 19.5 cm, 16 pagine, illustrazioni in bianco e nero e colori

Stampato in 500 copie numerate

La plaquette consiste nella riproduzione fotografica di collage e interventi a penna e tinta bianca effettuati su ritagli di giornali e di libri — l’intera rassegna stampa delle notizie riguardanti le mostre fatte da Le Gac fino a quel momento. L’artista sbianchetta e cancella ogni occorrenza del proprio nome, sostituendovi quello di Florent Max.

1975

Le Professeur de dessin

1975

Europalia, Bruxelles

Punto metallico, 29.5 × 21 cm, 20 pagine, illustrazioni in bianco e nero

Le Professeur de dessin è un’opera del 1975 in 11 parti, ciascuna delle quali si compone di un racconto dattiloscritto e un insieme di riproduzioni fotografiche di disegni realizzati dagli allievi di scuola media del professor Le Gac. Complesso intreccio di pittura, fotografia e testo, da cui discendono interrogativi e significati cruciali relativamente alla pittura e alla sua capacità di estendersi linguisticamente ben oltre i limiti di ciò che è dipinto, Le Professeur de dessin rappresenta anche un particolare esempio di concettualizzazione del lavoro artistico, che giocando sull’ambiguità tra appropriazione e committenza dell’opera pittorica da parte dell’artista/professore, gli riserva un ruolo che, ironicamente, equivale a quello di una coscienza puramente verbale, spazio negativo dell’opera in cui è di scena una pura finzione del fare.

Una plaquette di quest’opera fu stampata come contributo di Jean Le Gac al catalogo del festival Europalia France 75, Bruxelles (Une certaine actualité de l’art contemporain en France), che consisteva in un raccoglitore di 12 libretti, uno per ogni artista invitato, più un libretto collettivo. È la prima volta che Le Gac tenta una pubblicazione che si presenta apertamente sbilanciata sul versante letterario. Questo versante però si determina attraverso l’adozione di alcune modalità compositive, quali: la didattica o il lavoro statale del pittore; il rapporto con i figli o la situazione biografica del pittore; la scrittura o il pittore come voce narrante e soggetto che patisce un isolamento narcisistico; la composizione dell’opera o il pittore come regista di materiali provocati dal suo stesso intervento.

1977

Der Maler

Lebeer Hossmann, Amburgo-Bruxelles

Brossura, 21.5 × 14 cm, 134 pagine, illustrazioni in bianco e nero

È il catalogo della mostra omonima che si svolge tra marzo e aprile 1977 al Kunstverein di Amburgo, e poi a Monaco e ad Aquisgrana nello stesso anno. Ma si tratta a tutti gli effetti di un libro d’artista, concepito nella forma di un tascabile dove, a parte l’introduzione del curatore Günter Metken, troviamo solo una raccolta di racconti foto-testuali dell’artista.

1979

Le Peintre de Tamaris près d’Alès (Roman)

Yellow Now, Crisnée

Brossura, 20.2 × 14.2 cm, 186 pagine, illustrazioni in bianco e nero, in copertina una illustrazione a colori

«A parte il Bénézit, non credo che esista un altro libro oltre al mio che contenga così tante volte la parola “pittore”. Tuttavia, non penso che con questo libro si potrebbero ricostruire in modo attendibile le mie opere se non fossero più esposte e fossero cadute nell’oblio, cosa che accade spesso. […] Forse un giorno riuscirò a ricondurre tutto a una sola parola, come nel racconto di Borges in cui un nome sconosciuto rimasto in un’enciclopedia fa scoprire un intero paese, un’intera civiltà scomparsa. Immagino quindi che tutte queste pagine potrebbero far sospettare che un pittore — detto di Tamaris — sia realmente esistito. In ogni caso, ho potuto verificare di persona l’eccellenza della scoperta che ho fatto piuttosto tardi, nel 1976, quando mi è apparso chiaro che un pittore fittizio era al centro di tutti i miei lavori. È stata una grande gioia per me identificarlo anche nelle mie opere precedenti a quella data e vedere la mia intuizione prendere forma in questo libro» (traduzione di un estratto dalla nota in quarta di copertina).

Il libro, che si dà esplicitamente come romanzo, segue di un anno la mostra-romanzo (Le Peintre / Exposition romancée) al Centre Pompidou. Se nella mostra agiscono due forze centrifughe, ovvero la collocazione spaziale delle opere e l’evasione temporale del racconto, nel libro-romanzo Le Gac si concentra maggiormente sulla successione ininterrotta dei testi, molti dei quali compaiono privi delle immagini fotografiche a cui erano originariamente associati nella collocazione a parete.

1987

Introductions aux œuvres d’un artiste dans mon genre

Actes Sud, Arles

Brossura, 19 × 10 cm, 57 pagine, 1 illustrazione a colori all’interno, 1 illustrazione a colori in copertina

Le dodici Introductions aux œuvres d’un artiste dans mon genre provengono da altrettanti fototesti realizzati tra il 1979 e il 1980 e attualmente conservati in collezioni diverse. Il volume che porta lo stesso titolo fu pubblicato in occasione della mostra organizzata per Les Rencontres de la photographie presso la Chapelle de Saint-Martin du Méjan, ad Arles. Rispetto alle pubblicazioni precedenti, qui vengono pressoché totalmente escluse le immagini, ridotte a una soltanto, riproduzione di un’opera installata: L’Illustration Pathé-Kid. L’opera si compone di un piedistallo in legno sormontato da un proiettore cinematografico che punta verso una tela dipinta; il dipinto si ispira a un volume della serie di racconti per ragazzi, Aventures d’un petit Buffalo, di Arnould Galopin, fisicamente compreso nell’installazione.

I racconti delle Introductions già nel titolo chiariscono il loro valore di soglia tra un interno dell’opera, il romanzo del peintre che ha preso forma nel corso degli anni, e un esterno dell’opera, quello che introduce al romanzo, e cioè Le Gac come origine esistenziale e artistica della finzione del peintre. È chiaro però che questa soglia è un continuo passaggio di soggetti fantasma, la cui unica funzione è confondere le acque di diversi piani dialettici: tra personaggio e persona; tra nome-artista e cosa-artista; e tra i presunti versanti all’interno e all’esterno dell’opera. Alla fine, il genere di artista che si profila all’orizzonte di queste introduzioni, è un artista che del proprio confondersi e spostarsi fa e il suo male e la sua cura.

2004

Et le peintre (Tout l’Œvre roman 1968-2003)

Galilée, Parigi

Brossura, 22,5 × 21,4 cm, 417 pagine, illustrazioni in bianco e nero

Il volume riunisce quasi tutte le parti narrative dell’opera di Jean Le Gac, organizzandole in sezioni in cui testi in origine autonomi e dispersi nelle diverse opere vengono accostati fino a formare un unico discorso. Questo flusso di lingua pittorica, che si lascia alle spalle l’opera a parete per collocarsi in uno spazio consono alla lettura, dove le foto e i dipinti originali compaiono solo attraverso dei bozzetti, può essere visto come una possibilità di esposizione di un’opera complessa, destinata per sua natura a visioni comunque parziali.

Grazie a Jacqueline Le Gac, Agnès Le Gac, Giorgio Benni per la gentile disponibilità.

Novarina: scienziato dell’ignoranza

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di Andrea Inglese

È scomparso una settimana fa Valère Novarina, un autore svizzero di lingua francese difficilmente collocabile: scrittore di testi teatrali, regista, attore-performer, artista visivo. Scrittore di ricerca, mi viene da dire, per semplificare. La non facile riconoscibilità di Novarina appare evidente aprendo già uno dei suoi testi teatrali. Tutte le coordinate che ci permettono di riconoscere il testo drammaturgico e il contesto scenico che gli fa da sfondo e presupposto sembrano cancellate: ma è parola teatrale, parola per voci, parola per i corpi degli attori. Una parola così fantastica, umoristica, demenziale, che affascina enormemente chi scrive poesia, o chi vuole andarsene dalla poesia. Il suo è un lavoro sulla lingua, che attinge dalla grande esplosione realizzata da Rabelais all’alba del romanzo moderno e del multilinguismo rinascimentale, di cui i libri di Gargantua e Pantagruele sono modello tutt’ora vivificante. Se parliamo di Gadda o di Joyce, dobbiamo tenere presente il legame che esiste tra Novarina e il capolavoro rabelesiano. Un legame basato anche sulla grande energia che ogni profanazione di testi sacri è in grado di sprigionare. E Novarina, secoli dopo Rabelais, opera le sue specifiche profanazioni. La difformità grottesca deve ora travolgere i testi della razionalitià umanistico-liberale del Novecento.

Sul sito che gli è dedicato, troviamo questo paragrafo (traduzione mia).

Ho sempre praticato la letteratura non come un esercizio di intelligenza ma come una cura d’idiozia. Mi dedico a essa laboriosamente, metodicamente, quotidianamente, come a una scienza dell’ignoranza: scendere, fare il vuoto, cercare di saperne, tutti i giorni, un po’ meno che le macchine. C’è oggi una gran quantità di persone molto intelligenti, molto informate, che illuminano il lettore, gli dicono dove bisogna andare, dove va il progresso, ciò che bisogna pensare, dove mettere i piedi; io mi vedo piuttosto come quello che gli benda gli occhi, come uno che è stato dotato d’ignoranza e che vorrebbe offrirne a quelli che la sanno troppo lunga. Un portatore d’ombra, uno svelatore d’ombra, qualcuno che ha ricevuto qualcosa in meno.

Da Pendant la matière

È un peccato che Novarina se ne vada, senza essere stato letto, conosciuto, tradotto, discusso in Italia. Da noi, più i governi tendono all’oscurantismo, più la cultura pop s’impregna di tratti reazionari, più gli scrittori e gli intellettuali sbandierano ricette, chiaroveggenze, comprensioni geopolitiche, aggiornamenti transumanistici da far venire i brividi. Peccato che le nostre scritture misurate, colte, raffinate, dense di messaggi riconfortanti non abbiano incrociato il vociferare dannato e difforme delle sue maschere. Un tale incontro ci avrebbe aiutato magari a comprendere un po’ meglio anche certi testi, certe scritture, certi libri che circolano da noi come oggetti-letterari-non-identificati.

In ogni caso su Nazione Indiana, e in particolar modo grazie alla rubrica “dispatrio”, un po’ di finestre le abbiamo sempre tenute bene aperte, per intravedere quel che passa sotto i radar delle pagine culturali dei nostri illustri quotidiani, pagine sempre ben sintonizzate con l’editoria che conta, che fa i conti, che conteggia alla cassa. E quindi il nostro tempestivo lettore-traduttore Andrea Raos, ci aveva donato questo magnifico pezzo (13 dicembre 2005) di bravura, pardon idiozia linguistica.

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di Valère Novarina

traduzione di Andrea Raos

Scena finale

L’UOMO DI ASSE – Tutto ciò che vive è perfetto.

IL BAMBINO SCARPICO – Allo stadio di vuoto, l’uomo segue l’uomo, ci si accanisce sopra. L’uomo ripete l’uomo… Qui ho trovato riposo.

GIAN VISAGERIO – Che si scaccino tutti dal mondo !

GIAN D’ALTRUI – Formate una parata ! È qui che ormai si vede solo lo Stadio di Vita senza nessuno.

GIAN DI VITTIZIO – Tutto ciò che è vuoto è perfetto.

EFISO – Qui finisce il dramma della vita.

ANTERNO – Qui finisce il dramma della vita.

VALÈRE – Il dramma della vita è accaduto.

Entra Adamo.

IL CANTORE – Adamo, entra ! Di’ i nomi di coloro che ti hanno preceduto !