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AzioneAtzeni – Discanto Ventunesimo: Nadia Cavalera

Passavamo sulla terra leggeri come acqua, disse Antonio Setzu, come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta.

da Passavamo sulla terra leggeri di Sergio Atzeni    

 

L’isola che muta

di

Nadia Cavalera

 

Il mare aveva quella luce che confonde le distanze.
Non si capiva più dove finisse l’acqua e dove cominciasse il cielo.
Sbarcai a Carloforte con una valigia, un registratore e un nastro che non avevo mai osato ascoltare.
Lo avevo trovato tra i libri di mio padre, in una custodia di cuoio annerita. Sopra, a penna: Tullio Saba — voce uno.
Mi tornò in mente che da bambina lo sentivo parlare al magnetofono, come se si confessasse a una macchina che non lo avrebbe giudicato. Diceva che le parole erano onde: si formano solo se qualcuno respira, poi si dissolvono.
Premetti “play”. Un fruscio, poi la voce, roca come un vento di sale:
«Io non sono mai stato uno. Dentro di me ho sempre sentito cantare più di un nome. Alcuni parlavano sardo, altri in un italiano finto da città. C’era chi pregava e chi bestemmiava, chi voleva morire e chi imparava a rinascere ogni mattina. Forse tutti erano io, o forse nessuno lo era.»
Mi parve che il mare, fuori, ripetesse le sue parole.
Guardai lo scoglio a cui Atzeni si era aggrappato per un’ora intera prima che l’onda lo risucchiasse. Pensai che anche lui, come mio padre, aveva cercato di restare aggrappato a qualcosa — forse a un nome, a un’idea di sé, o solo a un respiro.
Sul secondo nastro, la voce era diversa.
«Oggi credo che l’io sia una confederazione di anime», diceva. «Una di loro scrive, una tace, un’altra distrugge quello che l’altra ha scritto. La normalità è solo un armistizio momentaneo. Il giorno in cui vinse la voce del silenzio, smisi di lavorare e cominciai a camminare.»
Era il periodo in cui si era ritirato a Orgosolo.
Dicevano che parlava con gli alberi.
Forse erano solo i suoi altri io che cercavano un corpo dove posarsi.
Dormii poco quella notte.
Sognai una città che galleggiava sul mare, fatta di case che si spostavano ogni volta che cambiava il vento.
C’erano uomini con molte facce, donne che si specchiavano in specchi d’acqua, bambini che ridevano e poi sparivano in un’altra voce.
Tutti dicevano di chiamarsi come me.
Al risveglio presi il terzo nastro.
Un respiro lungo, poi la frase:
«Quando morirò, non sarà uno a morire. Moriranno in molti. Ma resteranno nel vento. Tu li sentirai, se saprai ascoltare.»
Uscii fuori e il maestrale mi fece barcollare.
Ogni folata era come un frammento di voce: spezzato, ma vivo.
Pensai che la vita è un archivio di correnti, una lotta tra io che cercano di non annegare.
Camminai fino alla riva.
Il mare non separava più nulla.
Era la lingua di tutti gli io possibili.
Lì compresi che non dovevo scegliere chi essere, ma lasciarmi attraversare — come acqua tra acqua.
Forse era questo che voleva dire Atzeni:

passare sulla terra leggeri, senza pretendere di restare.

Il giorno dopo, sul far del mattino, il vento di levante aveva spazzato via le nuvole.
Nel silenzio dopo la tempesta, il mare pareva un animale addormentato che respirava appena.
Camminai fino alla punta dove finisce la terra: la chiamano “la lingua di Pietra”.
Lì aprii il registratore, ma invece del fruscio dei nastri sentii una voce diversa, più giovane, più vicina.
«E scoprirai quello che resta di un uomo…» Non era mio padre.
Era come se parlasse attraverso di lui: la voce di qualcuno che aveva scritto quelle parole prima di morire, e che ora le ripeteva con un tono che sapeva di mare.
Mi guardai intorno: nessuno. Solo una fila di gabbiani, immobili, come in ascolto.
Allora capii: ciò che resta di un uomo non è ciò che ha detto, ma ciò che gli altri ricordano di avergli sentito dire.
Ogni ricordo è un nuovo autore, ogni eco è una riscrittura.
Sulla sabbia comparvero delle orme minuscole, come di bambino.
Le seguii fino a una piccola cala, dove il vento aveva scavato nel terreno una conca d’acqua salmastra.
Nel riflesso vidi il mio volto, ma era mutevole: la ragazza che ero stata, il padre che avevo cercato, la vecchia che forse sarei diventata.
Uno dopo l’altro, si sovrapponevano e si dissolvevano.


Maschinganna comparve allora — o forse fu la mia mente a inventarlo.
Aveva il volto di tutti e di nessuno: a volte bambina, a volte donna, a volte porcellino arancione che scappava ridendo tra i cespugli.
«Tu mi cercavi?»
«Cercavo mio padre.»
«E l’hai trovato?»
«Forse. Ma non so chi sia.»
«È quello che accade a tutti. Ogni volta che nomini un uomo, ne crei uno nuovo. Il resto lo fa la memoria: ricama, dimentica, trasforma. Tu sei il suo ultimo travestimento.»
Risi, o forse piansi — non saprei dire.
L’acqua nella conca tremava: in ogni increspatura apparivano frammenti di altre vite.
Mio padre giovane che rideva con gli operai della miniera.
Atzeni che scriveva sulla macchina da scrivere, col mare alle spalle.
Una donna qualunque che, al tramonto, sussurrava parole per non sentirsi sola.
Tutte e tutti erano lo stesso essere in metamorfosi.
Capivo allora ciò che Nietzsche aveva detto: un io plurimo, una colonia di anime.
Ognuna cercava di salire a galla, di farsi voce, di respirare almeno per un istante.
Ecco perché scriviamo, pensai: per dare fiato ai nostri altri sé.
Mi sedetti a terra.
Il registratore, posato accanto, sussurrava frasi che non ricordavo di aver inciso.
«Non temere il movimento.
Ogni nome è una corrente.
L’unica colpa è voler restare fermi.»

Allora parlai anch’io nel microfono, senza pensare:
«Non so chi io sia. Forse sono la somma delle voci che ho amato, o quelle che ho perso. Forse sono soltanto il mare che le mescola.»
Il vento portò via le parole, ma non era una perdita: era un passaggio.
Come l’acqua che scorre da una sorgente all’altra, da una bocca all’altra.
Capivo che ogni “io” è un equilibrio provvisorio, una tregua tra molte forze che litigano per dire “io”. E che la memoria — questa fragile corrente di suoni e immagini — è l’unico modo che abbiamo di non dissolverci del tutto.
Mi alzai.
In lontananza, il mare si increspava di nuovo: migliaia di piccole onde, tutte diverse, tutte uguali.
Forse ognuna era una voce, un ricordo, un nome.
Mio padre, Atzeni, Maschinganna, me stessa.
Tutte che passavano, leggere, sulla terra e sull’acqua.
E mi parve che l’isola respirasse.
Non era più deserta, né separata: era un corpo vivo, una coalizione di coscienze in movimento.
Allora spensi il registratore.
Non serviva più ascoltare: il suono era dentro.
Camminai verso l’entroterra, dove la luce cambiava colore.
Avevo la sensazione che, a ogni passo, nascesse un altro io: uno che capiva, uno che ricordava, uno che rideva.
Tutti, insieme, facevano un solo respiro.
“E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui.”
Io l’ho scoperto qui, sull’isola che muta. Resta il suono dell’acqua.
E un nome che cambia voce ogni volta che lo si pronuncia.

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

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Maria Pia Quintavalla: poesie e genealogie

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di Maria Pia Quintavalla

 

Sono una nave libica

(da Saudade, 2024)

1.
Sono una nave libica migrante
in rotta,
la sembro e vedo mentre mi parlano
qui dentro il tram serale,
code di cavallo rinverdite da mèches
e mi scuotono, davanti
ai gesti che parlano nel tram;
e i tram corrono circolarmente
su circonvallazioni eterne
di periferia.
Ero una vita in tram, ero una donna
in treno, e troppe vite
insanamente, e chi spezzate chi incapaci
a parlarsi, sordo mute.

Ero una nave libica sferzata,
ogni giorno e ogni notte a viaggiare
rifuggendo – e poi morire.
fiato di molle rabbia, ragionate storture
dei frutti del controllo sulle vite
trattate,
e poi vendute come la mia, migrante.

2.
Ora vedo
di già rinchiudersi la voce sulle mie mani piene,
piccole foci di scrittura protese
su le silenziose.

per una vita di periferico abbandono,
io tradotta – di melma e nulla
sgranata forma del mio nulla,
e della cenere di ognuna che non guarisce,
le stelline della sconfitta e della fame,
chiuse in bocca
come negli scafisti la moneta
derubata la notte prima ai morituri,

si chiude il rapido segreto.

3.

Per una vita di periferico abbandono,
io, tradotta di melma e nulla,
sgranata forma del mio nulla,
e della cenere che non guarisce.

Sembro una nave già affondata,
da anni senza più pensiero senza
sue parole, senza un suo cuore fluido
nero,
incattivita senza un piano bar una musica,
un silenzio dove
nelle formate storie riprodurre
il senso suono della vita.

 

***

 

 

Con un’amica

(da Lettere giovani, 1990)

a Nadia Campana

Con un’amica niente più bianco
e nero, né morte
di nuovo dio piccolo
dio diffuso

tante piccole teste noi
e plurali sulla terra,
sui muri della schiena
incubi e infanzia da vedere.

[…]

Cantare le righe
le miglia di un’altra, scomparsa
non consumabile silenzio

Con una nave niente più bianco
e nero,
solo dio piccolo
piccolo e diffuso.

[…]

 

***

 

(da “La piantina”, Album feriale, 2005)

[…]

Lei è sepolta, ma con me alla luce
rivivrà sicura.
E lei beve, beve non è stanca mai.
Mi riaddormento a sera con minore fiducia.

Che sia lei o io, la più ammalata
non mi curo:
so che il mio posto è di guardiana del malato, e lei
l’ho già incontrata (e scruto)
quante foglie fiori o foglie saprebbe germogliare. Ignara,
ignoro non vi sia più vita
e mi procura un crampo stanco e duro, dolore al polso
e poi, silenzio
ma le voci che invento, le canzoni o i bassi
assicurano parole, e un bel giardino.

[…]

 

***

 

(da “Giorni”, Saudade, 2024)

[…]

“Ecco la bontà della plastica”, le dissi un giorno,
mostrandole il filmato ecologico
sulla deriva galoppata di monnezza,
nelle acque interne del pianeta si parlava
di cambi climatici
e Lei là, che si truccava gli occhi,
ad essi soli riconsegnava il mondo.

Ogni fare è potente, e valoroso
come un arco:
un soldato che difende la vita,
tutto questo è una figlia.

[…]

 

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La poesia di Maria Pia Quintavalla, da Cantare Semplice (1984) a Saudade (2017-22)

di Pasqualina Deriu

 

Maria Pia Quintavalla: una delle voci più significative nel panorama poetico contemporaneo, riconosciuta per la qualità e la quantità della produzione poetica. Proviamo a fare una breve sintesi del suo lungo e paziente lavoro creativo.

Quintavalla esordisce con Cantare Semplice (1984), silloge che fu accolta favorevolmente da Antonio Porta, da lei considerato grande maestro assieme a Franco Fortini e Andrea Zanzotto. Quest’ultimo scriverà per Nuovi Argomenti un lungo saggio sulla silloge Estranea Canzone, occasione per ricostruire la poetica della nostra.

Nel 1990 esce il suo secondo libro Lettere Giovani, con prefazione di Maurizio Cucchi, che definisce la poesia di Quintavalla “poesia di parola”, una parola potenziata, polisemica di cui è grande maestro Giuseppe Ungaretti. Figure di riferimento, in questa silloge, sono la madre e la poetessa Nadia Campana. Emerge da questi primi libri una nuova coscienza femminile, un’attenzione alla soggettività e al corpo: l’immagine di un nuova donna nata dalle acque tumultuose del grande movimento degli anni ‘70. Una concezione di sé e del rapporto con le altre donne e con gli uomini mutati rispetto alla precedente generazione di poetesse. In quegli anni Maria Pia Quintavalla è stata la curatrice per il Comune di Milano della rassegna “Donne in Poesia”, i cui contenuti si concretizzarono in un libro che per la prima volta censì le potesse italiane più significative. Sembravano davvero tante.

Si comincia ad abbozzare anche il paesaggio: foglie, rami, alberi, prati, fiumi, sole, case, colline, uccelli, e così via, e linee di dolcezza e crudeltà. C’è anche un po’ di sperimentalismo, retaggio del Surrealismo e delle Avanguardie. Poi giunge Il Cantare (1991) e sempre più la sua poesia si precisa come musicalità e canto, certamente elementi connaturati alla sua scrittura, ma credo idea di poesia di Quintavalla, secondo la tradizione omerica e trobadorica. Ne Le Moradas (1996), la  sua poesia comincia a trasformarsi, si configura come una sorta di ordito che include via via nuovi fili senza perdere quelli vecchi. Notando le persistenze potrei dire che, dal punto di vista tematico, è anche una poesia sulle relazioni: dell’individualità e della comunità, fondanti o occasionali, con tutto ciò che esse comportano, ferite e piacere.

Nel duemila esce Estranea Canzone, ripubblicata recentemente da Puntoacapo, con il saggio di Zanzotto e una nota di Marisa Bulgheroni: è il clou della poesia-canto e anche della poesia- racconto. È una poesia fluida senza frammentazioni: si avverte un movimento dal mondo percepito dentro di sé al mondo osservato fuori da sé. Corpus Solum  è del 2002, una specie di Zibaldone dove si parla anche di altri testi, e a tratti presenta un tono favolistico. I fili dell’ordito di tutta questa prima parte di componimenti vengono tirati e legati insieme in Album Feriale (2005) con la prefazione di Franco Loi. Fin qui, nell’insieme,  la poesia di Maria  Pia mi appare una cosmogonia emiliana. Tutto il mondo: uomini, cose animali entrano lì, e l’Emilia è tutto il mondo. L’Emilia metafora del mondo e l’autrice nel mondo.

Fra i tanti libri, ne cito ancora alcuni: China (2010), dove giganteggia la figura della madre, I Compianti (2013-15), e Quinta Vez (2009-18), quest’ultimo un romanzo familiare in versi, genere diffuso nella tradizione poetica emiliano-romagnola (Bertolucci, Bellocchio) e nella tradizione ancora più antica del romanzo in versi (Boiardo, Ariosto). Quinta Vez è un libro sul femminile, approfondisce il rapporto madre-figlia-figlia, un rapporto che struttura l’esperienza dell’essere donne.

Per ultimo, Saudade (2017-22). Se non ci fosse già il testo di Barthes, intitolerei questo libro Frammenti di un discorso amoroso, anche se esso non è rivolto come in Barthes a un unico oggetto d’amore, l’amato o l’amata, ma a diversi soggetti, nella ricerca di un’umanità nuova, con linguaggio nuovo che rinomini le cose: “dove rinascono parole la terra cresce”. Si tratta di un’umanità sofferente, in balia di se stessa. La poesia Sono una nave libica è simbolo e metafora di questa situazione umana: qui un io individuale di donna diviene plurale, diviene inclusivo di uomini e bambini, un’umanità che dovrebbe ricongiungersi nel fiume della vita con amore perché “C’è bisogno degli altri, come di un’illuminazione”; e più in là “Amo il nostro presente che ripete/ e protegge/ costruisce l’amore e non rapina,/ ma in un concorde assolo tiene/ della vita noi, i miracolati”; per concludere: “Non è da escludere/ che da un amante piccolo possa svegliarsi/ un sogno grande, è là/ che si dipinge – grande, il sogno.”.

Per questo Quintavalla ama Parigi “le mille di francesi etnie viaggianti” e “per meglio ricongiungere nel fiume/ della vita/ la razza che noi siamo, meticci armeni/ di francesi, o castigliani/ il loro volto al nostro che si mescola/ africano, avvolto in nubi e/ che fluisce piano/ dal sorriso di un Quijote solitario,/ chiede/ non vendetta, solamente amore”. Il clou di questa umanità sofferente è rappresentato dal naufragio di Augusta. Il testo è in prosa: la poesia, in questo libro sconfina nella prosa poetica e anche nella cronaca minuziosa, come accadeva ai surrealisti.

La voce poetica viene dal relitto, dal legno, e non c’è parola che possa commentare questi versi: “guardando da una fessura, il sotti-/ le taglio sottile interno del/ legno, subito marcito, mi fa intra-sentire, immaginare infine/ il groviglio dei corpi, / intrappolati come acini di un frutteto divino sconsacrato.// Ma io lo vidi, già era narrato a me, fin da bambina, nella corona di nudi e angeli della Cattedrale di Parma, disegnata e poi dipinta nella visione di Antonio Allegri, detto/ il Correggio…” Questi corpi aggrovigliati, questa carne ossa e sangue non resistono però alle intemperie, all’ascesa delle onde tutto precipita, nel fondo: “musica spezzata: sono i morti, i semplici (e bellissimi) morti/ che volano nel cielo delle acque profonde, al largo della costa/ libica, nel blu scuro e macchiato di morte, del Mediterraneo”.Questi frammenti amorosi sono figure che vanno delineandosi nei loro contorni, figure non sono statiche, anche quando stanno per morire, si muovono in tante, guidate dal sentimento o sogno amoroso del riscatto.

La figlia è pensata in una serie di componimenti, perché nei figli si ripone tutto l’amore e il lascito per i tempi che verranno. “E ancora, inizi: i giorni/ i tempi nuovi che baciati attendono/ lei aspettava…”. Ardente desiderio che il futuro sorrida come augura il titolo del libro: Saudade. Parola più antica di nostalgia, che risale al 1688 e alla quale saudade è stata spesso accostata, anche se il significato non coincide del tutto con essa. Antonio Prete, nel suo libro Nostalgia riflette sul suo significato: “La Saudade, diceva Maria do Carmo, non è una parola, è una categoria dello spirito, solo i portoghesi riescono a sentirla”. E ancora dice Prete, riferendosi a una sua conversazione con Tabucchi: “in un pomeriggio senese… mi intrattiene sulle distinzioni tra ‘nostalgia’ e ‘saudade’, la quale ultima corrisponderebbe piuttosto al nostro dantesco ‘disio’.” È interessante notare, per la pregnanza del titolo di questo libro, quanto dice ancora Prete: “Questo studio di corrispondenze, sovrapposizioni, slittamenti semantici, a proposito di una parola che è entrata in tutte le lingue europee, è tutto ancora da fare: sarebbe il racconto una geografia interiore delle culture, di cui la lingua è cifra e specchio.”

Assumerei, dunque, la parola saudade come il ’disio’ del sommo poeta, anche se bisogna usarla con  molte cautele, perché anch’essa contiene molte sfumature di senso. Senz’altro questo libro è permeato di desiderio, là dove anche si parla di solitudine, di privazione, di lontananza che sono però i sentimenti di base del desiderare. E i desideri più intensi sono di un’umanità raccolta, della felicità per le generazioni future, di un amore tangibile che, come canta gozzanianamente Quintavalla, “coglie rose che non cogliemmo”; desiderio di vivere ciò che non si è vissuto, di ritornare alla terra materna. Il ritorno, tuttavia, può avvenire solo con la poesia, che è un legame con la madre, con la sua lingua, che va comunque reinventata ogni volta. Ed è così che si reinventano luoghi, forme e suoni, paesi e luci, raffigurazioni di luoghi perduti e risorti: “Fluttuano parenti in paesi del passato/ carico di voci e generato/ dagli zoccoli e dai carri, sul limen del paesaggio/ fluttuano in paesi imprecisabili.” Sembra un paesaggio di Chagall, un riflesso dell’immagine antica che crea emozioni e ricrea la vita come esperienza del distante. È con un rammemorare leopardiano Quintavalla ricostruisce i paesaggi del Po in una serie di luminosi quadri, con la consapevolezza che la vita anteriore ritorna e può rivivere solo nel linguaggio.

 

Il mistero Hilda Hilst

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di Lisa Ginzburg

L’anarchia nell’uso della punteggiatura intimidisce, perché come accadrebbe nella realtà ascoltando un soliloquio, o un’invettiva, o un semplice discorso pronunciato senza pause, o pause come intervalli astratti e decisi in maniera solo arbitraria, il disagio nasce dal tenere come auditori il fiato sospeso esattamente come accade al dicitore, o scrittore. Questa la prima componente di stile che rende da subito inconfondibile, ma anche “ingombrante” (perché informe, scontornato da limiti non consueti, eccessivo) l’oggetto letterario che questo testo di Hilda Hirsch definisce. Lei, scrittrice di prosa e più ancora prolifica autrice di versi, possiede prosa che della poesia ha soggiacente il respiro, il “flatus”, fiato ininterrotto perché sempre vicino all’anima, in risonanza con i di lei sussulti, soliloqui, silenzi.

Molto silenzio, tra le righe di questa prosa che quasi non conosce arresto.

Lei, Hilda Hilst, in Italia ancora praticamente semi sconosciuta, nel “suo” Brasile fu a lungo trascurata dalla critica, legittimata come poeta più che come narratrice solo negli ultimi anni della vita. Il padre era un ricco commerciante di caffè al quale era stato diagnosticato un disagio psichico invalidante, la madre una proprietaria di fazenda, la Casa do Sol, vicino a Campinas, un luogo ampio e agiato dove Hilda, stanca della mondanità paulista, meno che trentenne si ritira, per vivere, con consapevolezza ma anche con fiera noncuranza del proprio privilegio sociale, la sola vita che le interessi condurre. Scrivere, prosa, poesia, teatro.

Spesso affiancata a Clarice Lispector, Hilst conduce con analogo rigore letterario una ricerca autoriale però molto diversa, se anche ci si attenga a quest’unico L’oscena signora D. Il rapporto con le parole è legame d’amore: meticoloso, ossessivo, intessuto di una cura che trascende lo stile, che è segno di puro, incondizionato sentimento amoroso. Controllo viscerale, fisico, di parole concepite e maneggiate nel loro essere effetti della fisicità: qualcosa di assai differente dal dominio che Clarice Lispector esercita sulla lingua in termini di intelligenza raffinatissima e mirabolante figuratività immaginativa. Qui, nella scrittura di Hilst, tutto si gioca sul piano di visioni, suoni: immagini di una carnalità che sempre chiede di ritornare al corpo, secondo un percorso restituito nell’egida di un inesausto aderire al dettaglio di ogni momento del sentire.

Quel che più colpisce è allora il flusso ininterrotto, uno stream of consciousness articolato in linguaggio 4carnale tanto quanto scarnificato. Un procedimento che sortisce lo specialissimo risultato di un grado di scrittura prossima  al «misticismo». 

“E i gesti, mio Dio, come me li sono presi: lenti frivoli pausati a ricevere il mondo, intrepidi grotteschi. E i gesti passi di parole di coloro che mi hanno fatto sentire amore, gratitudine in tutta me stessa, e che oro che succulenze che aroma avrei desiderato avere, e case luccichii, uccelli, poesie, luce avrei desiderato essere, tutto ai piedi di coloro che mi hanno fatto sentire amore”.

Mistico questo Io che scrive avvertendosi solo, staccato dal resto, secondo un grado di separazione tale da portarlo a oggettivare il proprio stesso desiderio. Al di là di quanto possa risultare vibrante il sentimento d un Io che appartato scrive, al di là delle molte incursioni dell’eros che innalzano immediatamente l’intensità della lingua, altra caratteristica assolutamente “mistica” è che in ogni pagina di questo soliloquio amoroso sempre la parola è corpo, e il corpo è parola. L’oscenità (termine usato per parossismo, ma efficace) coincide allora con quel che di più puro il linguaggio possa raggiungere : identità di pulsione e voce, di desiderio e suo timbro, di tormento erotico e sua intonazione.

 
Predominante sul contenuto (osceno come il titolo evoca, solamente perché a venire raccontato é un desiderio sessuale pulsante, vibrante, reale in spregio a qualsiasi sogno) c’è lo stile. Un ostinato amore per il “mezzo”, che rende questo libro una lezione di quel genere di purezza di intenzioni di cui la letteratura mai come ora ha fame, sete. Bisogno, come dell’ossigeno. 

 

Quel parlare come la chiarezza dell’ignoto. Leggendo Lumelli.

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[Questo intervento, abbinato a uno di Giusi Drago dal titolo Cosa sa il linguaggio oltre a quello che dice?, è apparso sul n° 89 di ottobre 2025 di “il verri”.]

di Andrea Inglese

Fuori canone ma non fuori catalogo

Angelo Lumelli è venuto a infoltire, dopo la sua scomparsa, una significativa famiglia di autori e autrici di poesia che vivono fuori dal canone editoriale. Non parlo, infatti, di canone in senso proprio, ma di certe pre-condizioni perché si dia un canone, ossia la volontà di mettere dei libri che si reputano importanti alla più ampia disponibilità del pubblico. Non è questa, però, una prerogativa di tutti: solo i grandi editori ne hanno facoltà. Ma i grandi editori si sono quasi sistematicamente messi il cuore in pace. Lo sapevamo, per quanto riguarda la vitalità della poesia contemporanea. Raramente, essa è registrata con equità, prontezza, competenza nei cataloghi di Mondadori, Garzanti, Feltrinelli, Einaudi, ecc. Si potrebbe esigere, però, un impegno maggiore nei casi in cui l’autore è scomparso, e lascia dietro di sé una storia stratificata e rilevante per il genere a cui appartiene. Si potrebbe pensare, in questi casi, che vengano in soccorso, o siano di sprone, studiosi universitari che ancora si occupano di poesia contemporanea. Ma anche sul versante accademico il fronte è alquanto distratto o decisamente abitudinario. I risultati editoriali, in definitiva, sono molto poco dignitosi per i grandi, e molto ammirevoli per i piccoli, che però nonostante i loro coraggio e acume restano piccoli. In ordine sparso: l’opera di Adriano Spatola esiste grazie a Diaforia, di Giuliano Mesa grazie alla Camera Verde, di Carlo Bordini grazie a Luca Sossella (con l’eccezione di un volume uscito per Lo Specchio), di Corrado Costa e Patrizia Vicinelli grazie ad Argo. E oggi Angelo Lumelli esiste, con Le poesie, nella collana black per il verri edizioni. Giochiamo, in casa, certo. Eppure la partita non è comoda, perché si vorrebbe che il campo poetico tutto – dai lettori meno a quelli più armati, dai freschi dilettanti agli impolverati addetti ai lavori – mettesse in conto l’opera di Lumelli, ma non per qualche esigenza di pareggio amministrativo. Per ragioni di spinte e controspinte estetiche, semmai. Si vorrebbe che la funzione Lumelli complicasse il paesaggio e intorbidasse un po’ le sue apparentemente chiare frontiere interne. Siamo e siete comunque avvertiti. Fuori canone forse, ma non fuori catalogo. Lumelli è leggibile in versi e in prosa. È importante, quindi, ricominciare, e mettere in comune le letture, le sorprese e i trasalimenti che esse provocano.

Il ripronunciamento

“Un libro della vita”, lo definisce il curatore Eugenio Gazzola, il volume che si vuole ricapitolazione e insieme lavoro inedito, opera completa e riscrittura selettiva. Insomma, è un testamento paradossale quello che Lumelli ha deciso di lasciare della propria poesia: un monumento diminuito e nello stesso tempo ristrutturato. Vi sono tutti i suoi più importanti libri di poesia, più una parte completamente inedita (oblivion, del 2020), ma passati attraverso una radicale operazione di prosciugamento. Per tradire ulteriormente le buone maniere, l’autore ha organizzato a rovescio la presentazione dei suoi lavori, partendo dal più recente (l’inedito) e finendo con il più vecchio (cosa bella cosa, libro d’esordio del 1977). Per misurare la drasticità delle selezione compiuta si prenda il caso del libro Seelenboulevard, apparso nel 1999 per l’editore CDC, nella collana “Niebo” diretta da Milo De Angelis. Il testo originale è costituito da cinque sezioni e da una settantina di pagine, ognuna delle quali presenta uno o due blocchi di prosa. Nell’edizione del verri del 2020, le sezioni si sono ridotte a quattro, di cui una solo corrisponde a quelle del 1999, e le pagine si sono ridotte a otto, anche se ognuna raccoglie più paragrafi precedentemente distribuiti su pagine singole. Se tento corrispondenze puntuali è ancora peggio: nella prima sezione del 2020 (“come quando”), compare un riferimento al celebre quadro di Pelizza da Volpedo che ritroviamo anche nella prima sezione del 1999 (“lontani da Argo”), ma salvo questo punto di contatto i due testi si sviluppano in modo completamente differente. Il “ripronunciamento”, dunque, ha uno statuto ambiguo: esso sembra animato dall’accanimento poetico per il mot juste e per l’ascetica amputazione del superfluo, dell’ornamento, del non-essenziale; nello stesso tempo, però, esso funziona come una “distruzione creatrice,” cancella e reinventa.

Nel capitoletto che chiude Le poesie, Lumelli si è concesso uno spazio di autoriflessione sulla sua opera, sulla concezione del linguaggio e del lavoro poetico (La porta girevole dell’Hotel Excelsior). È un esemplare magnifico della sua prosa più argomentativa, che non dismette mai però né l’ironia insolente né l’obliquità della parabola. E, in queste pagine, sembra giungere a qualche punto fermo, anche se in forma interrogativa: “Quand’è che un testo diventa stabile come un fossile? Quando, nel processo di riduzione a formula, è arrivato pari a zero, cioè ad essere formula pura?”. Ecco, allora, la strategia del prosciugamento, della riduzione massiccia. Si vuole il fossile, ossia la formula in grado di bucare la temporalità storica, le coltri dell’ideologia, delle province linguistiche, faziose e instabili. Ma neppure questo ideale, questo “modello di poesia” è del tutto affidabile, del tutto plausibile. Poche righe dopo, Lumelli rettifica: “O una forma contiene per sempre il proprio timore, cioè la propria critica?”. Basterebbe questa frase a misurare la distanza tra i poeti dell’innamoramento, dell’incanto, della sacralizzazione del verso e Lumelli, la distanza, insomma, che lo separa, malgrado l’amicizia e gli itinerari comuni, da un Milo De Angelis.

Il “ripronunciamento”, allora, è una conseguenza anche dell’eredità delle avanguardie novecentesche e della loro accanita sperimentazione: la poesia è, al tempo stesso, perseguimento della formula che, utopicamente, oltrepassa il muro delle circostanze storiche, e processo di negazione-invenzione potenzialmente illimitato. È il tempo biologico che fornisce il limite, non la compiutezza (sempre storica) del linguaggio. Per questa stessa ragione, la raccolta delle opere non è una semplice selezione antologica dei pezzi più riusciti, né la documentazione burocratica di tutto quanto è stato pubblicato, ma un periglioso esercizio di riscrittura. Allora è importante consigliare al lettore scrupoloso di non perdere di vista, scoprendo l’ultima versione delle opere poetiche di Lumelli, le versioni precedenti, compatibilmente con la reperibilità di libri che sono, questi sì, ormai fuori catalogo.

 

Filastrocche sul dirupo

Alcune cose appaiono chiare fin dal primo dei suoi libri (cosa bella cosa, 1977). E la riscrittura non le tradisce certo. Fin dal titolo, il poeta Lumelli sceglie di abbassare il tiro: né mitografia lirica, né postura giudicante. Il terreno è quello a cavallo tra filastrocca e litania: orecchiabilità, versi brevi, rime facili, lessico e sintassi semplici. Ma come spesso accade in questo genere prediletto dalle menti infantili, il semplice si accompagna con l’oscuro, il memorabile con il demenziale. Nella filastrocca, il linguaggio mette in scena il suo funzionamento elementare, ma anche il suo scollamento con la realtà (con le complesse pratiche referenziali degli adulti). Il linguaggio è usato per giocare, per passare il tempo, per fantasticate, non per andare nel mondo con efficacia ed efficienza. L’infanzia, per Lumelli, è importante per questo: è l’unico momento in cui vediamo il linguaggio venire, l’unico momento in cui possiamo scorgerlo, nella sua circondante estraneità. Immediatamente dopo, ne siamo già presi, intessuti, impregnati per sempre, come individui che hanno finalmente acquisito una coscienza, una biografia, insomma un’attitudine più o meno “umana”. La filastrocca, quindi, è una forma che ricorda questa ancora incompleta immersione nel linguaggio, questo prendersi gioco del linguaggio, prima del suo definitivo radicamento nell’animale parlante e ragionante. La poesia, per Lumelli, è una filastrocca ritrovata, è uno scollamento provocato nei confronti del linguaggio, una straordinaria torsione perché l’adulto esca per un attimo dalla sua mente, dalla sua biografia, godendo della non-coincidenza tra nome e cosa, tra corpo e persona. Prendo i tre versi centrali del testo n° 4: “ma dove le parole e cose si biforcano / arde fuori di sé / la mente nel suo cielo” (p. 110). Ma possiamo considerare un intero testo, in cui forma e contenuto della poesia-filastrocca coincidono in modo esemplare. Mi riferisco al n° 10 (p. 116).

In assenza del fatto

fare un altro fatto

al posto del fatto

un rimedio un baratto

il pensiero da sotto

la notte del gatto

era il mio era il tuo

era il nostro era il suo

se è detto è già fatto

non fare lo stronzo

dimmi la verità

dimmela dimmela.

 

Anche il fatto, nella sua più consistente e bruta “fattualità”, vacilla, si presta a essere sostituito, barattato, ovviamente dall’intervento del linguaggio, della coscienza, della memoria, che subito se ne impossessano e lo snaturano, lo rimodellano. In un passo di bianco è l’istante (edizioni del verri, 2015) Lumelli scrive: “Quando è il momento i fatti vogliono smettere di essere. Lamentano la memoria che io non sono in grado di cancellare, mi accusano di non averli posseduti con quella dedizione che li avrebbe fatti morire entro perfetti confini” (p. 38). Come la cosa è sostituita dalla parola, il fatto è irretito dal ricordo. Continua così ad esistere nella mente individuale, nella nebbia della memoria e delle evocazioni-affabulazioni. Questo perpetuo sopravanzamento del discorso nei confronti del mondo e degli eventi, è quanto costituisce il filo di continuità che ci permette di agire assieme agli altri e di possedere un’identità propria. Ma questo lavoro di appropriazione di sé e delle cose è irriso dall’intermittenza poetica (“era il mio era il tuo / era il nostro era il suo”). I versi sono la traccia del filo reciso, del saltellamento percettivo, dell’instabilità del discorso. Si vuole la “verità” (la parola coincidente con la cosa), la si reclama, le si ordina di farsi avanti, ma di certo non la si possiede.

Si è insomma capito che dietro le cantilene, le formule semplici, risuona un vuoto leopardiano assai spaventoso. Non è un caso che il nome di Leopardi sia presente nel già citato testo finale del libro, sorta di autocommento obliquo. Ma il vuoto è utilizzato attivamente e ironicamente da Lumelli; esso spaventa e smarrisce non c’è dubbio, ma attraverso questa paura e questo sviamento, qualcos’altro può emergere a tradimento, qualche lampeggiamento di realtà, qualche dettaglio-parola, che la narrazione e la riflessione non hanno del tutto levigato. Si legga allora il testo n° 6 (p. 112).

c’era da aspettarselo:

il tempo si mangia i tavoli le sedie

inutile fermarlo con le mani

ma sul suo corpo si calmava

le unghie brillavano nei sandali

le gambe si innalzavano

Facciamo attenzione ad esempio all’attacco, in minuscolo. Non vi è mai cominciamento del componimento poetico, come se esso potesse situarsi in un’altra zona del linguaggio. C’è sempre una continuità discorsiva, che precede e segue ogni enunciato, compreso quello poetico. Ma esso riesce a fare vuoto intorno a sé, in questo caso attraverso la spaziatura tipografica, la contrazione del verso, la sparizione della punteggiatura. Il verso interviene dentro la continuità di una ruminazione, producendo in essa dei vuoti, della “pause”. Ed è grazie a esse, che qualcosa di poetico si manifesta e interrompe l’ordine del discorso. Anche su questo Lumelli si fa esplicito nel suo autocommento: “Io, come tutti, davanti all’escalation terminale dell’enorme frase, sto ricercando, dentro di me, una pausa che conosco, una specie di avvio zoppo, come davanti a un gradino disagevole” (p. 134). L’andamento “zoppo” ha a che fare sia con la “natura imparisillaba della poesia” sia con “la disparità fondamentale dell’esistere” (139). Qui è reso evidente un presupposto forte: l’intermittenza poetica del verso (o lo zigzagare della poesia in forma di prosa) è analogon dell’esistenza individuale nella sua corporeità pre-verbale, nella sua opacità non-linguistica. D’altra parte, il testo poetico non ha come funzione di “rappresentare l’accaduto, ma [di] esserne il grido” (p. 137).

Gli oggetti domestici (e lo spazio quotidiano che si trascinano dietro) sono destinati alla dissoluzione – ne resterà la nebbia insufficiente del ricordo, le strazianti “ricordanze” di Leopardi –, ma qualcosa emerge oltre il discorso e la memoria: un dettaglio elementare, ordinario, che si situa però nella prossimità erotica del corpo altrui: “le unghie brillavano nei sandali”. È questo per me uno dei versi più belli della sua opera poetica, è un verso che, già alla prima lettura, mi fece innamorare di Lumelli. Non c’è ragionamento o racconto, spiegazione o nesso causale, confessione lirica o giudizio sul mondo: solo l’evidenza stolida di questo dettaglio corporeo, il suo bagliore, che è istante ma anche promessa di godimento. Il testo si chiude su “le gambe si innalzavano”, ma per andare dove? Non conta né quanto è accaduto prima né quanto accadrà dopo: l’innalzarsi della gambe è inizio e fine, gesto di per sé solenne, maestoso, che non ha bisogno di contesto.

Sviare il discorso dall’interno, dalla prosa

Il discorso ha grandi pretese, per Lumelli, anzi esagerate, e ciò gli fornisce uno stile aggressivo, poliziesco. Il discorso, attraverso di sé, attraverso la sua grammatica e logica, vorrebbe mettere ordine nelle cose, educare e condurre i corpi, dare continuità alle esistenze, colmare i vuoti, pareggiare gli individui. Una sezione di bianco è l’istante è dedicata alle pretese, e alla potenza, del discorso, inteso come forza regolatrice della specie umana. “Di fatto il discorso, parlato in luoghi professionali e specifici, retti da protocolli e consuetudini, è presente nelle conversazioni e tira i fili di ogni parola, data in pegno per poter parlare” (p. 82). Un modo per ricordare, in una prospettiva strutturalista, che il linguaggio ci precede, e che l’enunciato individuale sposa una forma messa a disposizione da un’ideologia collettiva. Ma questa onnipotenza della struttura incontra certi limiti: “C’è motivo di credere che il discorso provi un oscuro fastidio per i corpi che si presentano davanti a lui, come se temesse, a ogni arrivo, l’arrivo di una eccezione” (p. 81). L’eccezione, per Lumelli, in questo caso parente spirituale di Ponge, è l’oggetto, la cosa, o l’essere vivente, nella sua singolarità al tempo stesso manifesta (sensorialmente) e indecifrabile (intellettualmente)[1]. Poi la decifrazione arriva, ma appunto tardi, in forma di discorso, che può essere narrativo o argomentativo, e volto in ogni caso a saldare gli istanti temporali, gli alveoli spaziali, gli aspetti delle cose, i nessi tra i fatti. L’elemento tipografico, in cui il discorso distende il suo ordine lineare, è la prosa: non un genere, ma un modo “generale” di procedere, in grado di accogliere i diversi “protocolli” e le diverse “consuetudini” linguistiche. Ed è interessante vedere come la strategia poetica di Lumelli implichi non solo il verso, il cantilenare della filastrocca, ma anche la prosa, come lavoro di sviamento, di deragliamento interno alla linearità familiare del discorso.

Possiamo cominciare, considerando la prima edizione del già citato Seelenboulevard (1999), in quanto si tratta di un libro costituito da blocchi numerati di prosa, quasi interamente senza punteggiatura e mai più lunghi di una pagina. Il termine “blocco” va qui inteso anche in senso metaforico: Lumelli, piuttosto che distendere e articolare, addensa e concentra all’inverosimile: formule, immagini, dettagli. Si consideri questo attacco: “il punto che diventa fitto come il punto di vista che è pieno di vedere anche il movimento primario che spinge alla cieca nel visibile il suo scopo è mantenere lo zero complesso tremano frequenze come la luce dell’alba ugualmente grande è quell’arcata di ponte luoghi temperati ha l’umano (…)” (p. 74). La densità (erotica) dell’esperienza è già di per sé tema del testo, oltre che suo modo organizzativo. La presenza dello “zero complesso” ci ricorda che, in questo discorso, non c’è incremento, accumulo di significato, gruzzolo di senso guadagnato alla fine. Ogni “eccezione” soppianta e nega l’altra: è un gioco a somma zero. Altro punto importante: il deragliamento non ha qui ascendenze rimbaudiane-surrealiste. Non si procede per automatismi inconsci, indistinzioni oniriche, rincari metaforici. Siamo ben lontani dalle sovrapproduzioni di surrealismo tardivo, in prosa, che in Italia gareggiano e, in parte coincidono, con le sovrapproduzioni di “prosa lirica”. È una sorta di zigzagare metonimico[2], quello che governa il testo di Lumelli, intessuto con una caratteristica attitudine meditativa, che si esprime però in frasi concise, aforistiche, spesso paradossali. Nel blocco di prosa successivo a quello appena citato, possiamo prelevare alcuni campioni di queste frasi: “quando finisce il lontano è finito anche il viaggio” (p. 75), “il rischio non era l’attesa, ma il finto arrivo” (idem), “anche un abbandono merita presenza” (idem). In tutto questo, ricordiamolo, “non c’è nessuna storia lineare, forse polveri vaganti o aneliti o vuoti spasimi” (p. 74).

Il ritmo che alla fine emerge da questo particolare uso della prosa è un alternanza di abbandono e lucidità, di passività del sentire e vigilanza del concetto, ma senza il conforto della confessione autobiografica o di una qualche saggezza da spettatore appartato. L’io c’è, ma è grammaticale, il nome proprio cerca di colmare l’impossibilità di appropriarsi di origine e fine, tutti episodi fondamentali dell’esistenza che sono però in mano agli altri. L’autenticità rischia sempre di divenire un pericoloso imbroglio. In La porta girevole dell’Hotel Excelsior, è ricordato che: “Se si trattava di uno smascheramento, allora era il viso che si trasformava in maschera ultima, senza protezione, ultimo sostituto, strano giro di giostra” (pp. 138-139). Ecco che la somma zero è la dimensione aritmetica del continuo saltellamento tra piani diversi: con Corrado Costa, Lumelli potrebbe condividere la figura del giocoliere e del trapezista: figure, la cui arte è basata su un uso proficuo del vuoto.

Nella versione riscritta (e in gran parte cancellata) di Seelenboulevard, tutti questi elementi acquistano una sorta di ulteriore e più ariosa perspicuità. Il blocco di prosa, nell’edizione del 2020, è come traforato: la velocità degli accostamenti-spostamenti metonimici è sempre alta, ma la densità è in parte ridotta, grazie all’uso dei trattini che scandiscono e separano le frasi interne del paragrafo. Ma saranno i trattini a far emergere le pause, o essi sono il battito continuo tra una pausa e l’altra? Dov’è il pieno e dov’è il vuoto in questa prosa, dove il primo piano e lo sfondo? Leggiamo l’ultimo blocco della sezione 2:

“minore è la divisione da grandi distanze – linee ondulate per fare le colline – le greche sui vasi che significano: ecco cosa sono in breve le onde del mare! Oh stile dell’anima disegni dei bambini! – ma che dire dei bigodini del sabato? della buona salute e delle scarpe comode? – nell’insieme non risultano ammanchi – ma niente è compiuto se ci sono in giro i viventi – (che riaprono i casi che scrivono lettere ai morti) – (ehi bello mio!) che pensavi a un inizio di capogiro – dal predellino della corriera spuntò una scarpina – era il millenovecentocinquanta – (più eri maschio – più pregavi di essere bambina).”

Le forme sensibili si richiamano e succedono le une alle altre, così come l’astratto accompagna e aiuta a leggere il concreto: le linee delle colline, i fregi sui vasi, le onde del mare, i disegni dei bambini, ecc. Vi è parità, ma nessuna equivalenza: non contano di più le linee delle colline rispetto alle greche dei vasi; per altro non sono le stesse forme, le stesse apparizioni. Non vi è quindi gerarchia: le colline non spiegano i “fregi” o viceversa; si tratta di elementi del mondo percepito che accadono assieme, ma senza un disegno che la mente umana possa comprendere, anche perché “niente è compiuto se ci sono in giro i viventi”. E, ad aggravare l’incompiutezza, c’è l’inaffidabilità dell’io, che non è neppure capace di aderire fino in fondo al proprio genere sessuale (“più eri maschio – più pregavi di essere bambina”). Questa instabilità dei significati e dei nessi, permette però l’emersione di emblemi gioiosi: “i bigodini del sabato” la “scarpina” sul predellino della corriera, le “scarpe comode”. Cosa vale la pena di salvare dal grande naufragio? Monumenti, sermoni solenni, grandi dottrine, droni sofisticatissimi, performance atletiche da maxi-schermo? La frugalità ostentata da Lumelli è ironica, ma è anche – sia ben chiaro – anticapitalistica e libertaria. Il “millenovecentocinquanta”, data-emblema che ricorre spesso in Lumelli, io la leggerei come segno di un’epoca né gloriosa né dorata, ma sufficientemente lontana dalla spettacolarizzazione della “crescita economica” e del “consumo di massa” dei decenni successivi. Negli anni Cinquanta, le cose e le situazioni, per detestabili e misere che fossero, avevano il vantaggio di esistere senza l’alone pubblicitario, che oggi accompagna anche ogni nocciolo di pesca o pacca sulla spalla. Il continuo commercio poetico di Lumelli con il banale, l’ordinario, è da vedere anche in quest’ottica: non solo un’idiosincrasia per i manierismi, la sofisticazione letteraria, ogni sorta di orfismo, ma anche la celebrazione della fugacità e dell’opacità riscontrabile nell’oggetto o nella situazione più trita.      A conclusione di questa esplorazione ancora molto parziale dell’opera “poetica”, utilizzerò la prosa più speculativa di bianco è l’istante, anche se diventa forzato voler separare in Lumelli poesia e meditazione. In ogni caso, a sostegno di quanto detto sulla parentela pongiana, e la predilezione per la cosa “apparentemente” semplice e familiare, si legga questo passo: “La domanda in questione suona così: quanto tempo si può stare davanti a una cosa? (…). Dunque mai stare davanti, non guardare fisso, non provocare. Non bisogna provocare un mandorlo, ancor più se è meravigliosamente fiorito. Basta poco e diventa incomprensibile, un ostacolo, alla fine un rimorso” (pp. 53-54). E questa attitudine alla provocazione, è reiterata da Lumelli anche di fronte all’io, ossia guardandosi alla specchio. O fissando per bene il soggetto amato. Il mondo e la vita di cui dovremmo essere padroni sfugge in una successione di rimorsi. La poesia, allora, si presenta come una paradossale tecnica della contabilità: non di quanto entra e esce, ma di ciò che non si capisce, di ciò che si perde, di ciò che, anche in tasca, non si possiede mai abbastanza.

NOTE

[1] Citiamo da Comment une figue de paroles et pourquoi (Flammarion, Paris 1977 e 1997) di Ponge: ʺIl existe dans l’homme une faculté (…), une faculté (dis-je) de saisir que les choses existent justement parce qu’elles sont – et resteront toujours – incomplètement réductibles à son esprit” (p. 101). La facoltà di cogliere il carattere delle cose mai completamente assimilabili dalla mente umana (e dal linguaggio), è ciò che permette e legittima la poesia, come dissidenza interna al discorso.

[2] Di questa attitudine “metonimica”, l’autore parla esplicitamente in bianco è l’istante: “La pianura non ha mai una visione panoramica, come dall’alto di una cima si vedono valli e monti, come se si trattasse di una carta geografica. Il suo totale è supposto in una ripetizione o variazione di cose prossime, una breve corsa dell’occhio fino al primo ostacolo, un filare di alberi, pioppi generalmente, ma anche ontani o salici, laddove si interpreta una canaletta irrigua, una sorgiva. (…) La pianura, può sembrare non vero, è simile alla poesia.” (p. 91).

L’Eremo

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George Arents Collection, The New York Public Library. "Hermitage." The New York Public Library Digital Collections, 1850 - 1959

George Arents Collection, The New York Public Library. “Hermitage.” The New York Public Library Digital Collections, 1850 – 1959

di Silvano Panella

Risalendo il sentiero che costeggiava il fianco della montagna raggiunsi l’edificio abbandonato. Alcuni massi erano caduti da non molto e ora giacevano spaccati, scheggiati davanti la sobria facciata medievale. La foschia non mi permetteva di ammirare i dintorni. Il portone socchiuso, uno spiraglio malcelava il cortile di alta erba spontanea. Filtrava un odore di menta. Spinsi il portone. Udii sbattere una catena di spesso metallo. Si era accumulata della terra e non potei allargare di molto il passaggio ma riuscii a infilarmi. Un piccolo portico circondava il cortile quadrato, colonne in pietra, mura crepate, uno strato di foglie secche – querce si palesavano al di là dei tetti di tegole sfalsate, precarie. Raggiunsi la soglia opposta. Entrai. Una donna s’aggirava nella grande sala vuota, sul pavimento schegge di mobili portati via o forse distrutti, le pareti ricche di rientranze spogliate – questa conformazione era adesso un motivo ornamentale. La donna mi fissò per un istante e riprese la sua esplorazione, per nulla interessata o turbata dalla mia presenza. Stavo per offrirle il mio aiuto anche se non sapevo cosa cercasse, anche se ci trovavamo in un luogo che non avremmo dovuto disturbare, e iniziò a piovere.

«Piove con la nebbia?», lei domandò.

«Nebbie e nuvole sono costituite della stessa sostanza ma ignoro i loro segreti legami, attriti. Forse la pioggia scioglie la nebbia», mi azzardai a dire.

La donna rise, lievemente.

«Dovremmo comportarci bene», lei disse. Fu seria, severa, accennò un movimento della testa – per scacciare le mie parole?

In un andito scoprii un piccolo ciborio in marmo bianco, colonne sottili lo reggevano, una creazione raffinata che stonava con l’ambiente austero. Non c’era altro.

«Sente?», la donna alzò la mano, indicò il tetto.

«La pioggia», dissi.

«Non sia sbrigativo come al solito»

Il commento della donna mi ammutolì di stupore. Voleva comunicarmi che mi conosceva? A fondo, poi, alludendo a un mio atteggiamento. Ero sbrigativo? Talvolta. Ma quella che picchiettava sul tetto era pioggia, lei stessa mi aveva fatto alzare lo sguardo alle capriate. Le osservai di nuovo, sbilanciate eppure solide. Come era possibile questo contrasto? Mi sarebbe piaciuto esaminare le travi da vicino.

«C’era un frate che pregava così bene da levitare», dissi. «Durante l’estasi si sollevava di due, tre palmi, i suoi piedi non più posati, dritti, ma penzoloni, morbidamente piegati in basso»

La donna sorrise alla luce della finestra dal vetro rotto, schizzi di pioggia bagnavano il pavimento. Anche le mattonelle erano sfalsate. Forse la montagna si muoveva pian piano. Sarebbe crollato tutto, prima o poi. L’eremo abbandonato per questo motivo. E la fede?

«La fede?», la donna domandò.

Allargai le braccia. O mimai un frate in estasi. Un gesto naturale, compenetrato nella sacralità del luogo.

«È ancora un luogo sacro», ribadii a voce.

«Non ho dubbi che lo sia», lei rispose, e si mise avanti a me, in attesa che mi spostassi.

Le efelidi sul suo giovane viso mi avevano distratto. Mi scusai, mi scansai, uscii sulla soglia. Pioveva fittamente, il cortile diventava acquitrino. Quelle erbacce, piante da palude. Il freddo, mi coprii la gola con la sciarpa. Sentii ululare. La sala non aveva una porta da chiudere, dovetti spingere il portone del cortile, legare la catena – priva di lucchetto, era solo un pesante fiocco. Poi tornai indietro. Mura e acqua a nostra protezione. Il buio stava calando assieme alla pioggia.

«È quasi ora di cena, venga», la donna mi chiamò nella dispensa.

I frati avevano lasciato posate e scatole di cibo per gli avventori. Previdenti, altruisti. Mangiammo gli sgombri alla luce della mia torcia elettrica, sulla soglia dell’acquitrino. Anche il portico era oramai allagato.

La donna recitò:

La pioggia che cola sui rami
È più conciliante
Delle lacrime che solcano
Le nostre guance
Tuttavia non sappiamo
Quanto solletichi
Il legno vivo
Degli alberi

 

Io risposi:

Non dovrebbe solleticare
Un diluvio d’acqua
Omogeneo assai
Quanto una palude
Che permette alle piante
Di prosperare
Tra una pioggia e l’altra
Racchiuse in un cortile

Gli sgombri, il crepitio delle gocciole, il buio, il freddo – anche se eravamo coperti da panni pesanti – ci fecero assopire. Ci addormentammo. Al risveglio era l’alba. Il terreno del cortile aveva assorbito tutta la pioggia. C’era silenzio. La donna era scomparsa – il portone accostato, la catena penzolante. Perché non le chiesi cosa stesse cercando nella grande sala? Fui rispettoso, inconcludente. Quella sua meticolosità. Interrotta però.

Café Panthéon

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di Gennaro Pollaro

Ho squadrato le imposte limpide e sono entrato di petto. Ho fissato la sola persona presente, in parte nascosta da una bottiglia mezza vuota di gin: la cameriera, con l’ombelico che spuntava da una magliettina di jeans, mi ha servito dell’acqua e, su mia richiesta, mi ha indicato i cessi.

Arrivato a destinazione, ho spinto la porta. Ne ho trovata un’altra, arrugginita. L’ho colpita con un piede ed è apparso un lavandino malandato: era tenuto in piedi coi ferri, da corde messe malissimo. Ho girato una manovella e mi sono lavato le mani per scrollarmi di dosso la giornata appena cominciata, poi sono uscito, ho ordinato un caffè, l’ho consumato e ho fatto quello che si fa il lunedì mattina – qualcuno direbbe che non si deve fare niente.

Mentre l’impulso del bere mi faceva effetto, ho atteso che i fumi del luogo mi avvolgessero, che qualcun’altro entrasse nella mia quotidianità, e invece nulla. Soltanto un rumore sbieco riempiva la sala, spinto sui lati da certi uomini barbuti che si accanivano intorno a un tavolo, lanciavano dei dadi, attendevano che qualcosa succedesse, mentre io attendevo l’ispirazione, o una scossa elettrica, un’epifania.

Il tempo scorreva orizzontale.

La televisione trasmetteva figure che ballavano su un ritmo indecente, come se il mondo si fosse fermato a un certo punto: ma quando?

È stato allora che ho capito che forse avrei fatto meglio ad andarmene. Fuori, le ombre cominciavano a diluirsi. Volevo partire, ma sono rimasto. Ho abbracciato i miei complessi etici, parlamentari, e ho tirato fuori dalla borsetta una serie di lettere, iniziando a leggerle con voce accalappiante.

Caro Avvocato,

in quanto membro del Senato, le chiedo un aiuto estremo. Non si tratta di soldi, ci mancherebbe. Ma potrebbe, gentilmente, rendersi in maniera arcuata laddove si pensa che la parola abbia ancora un valore? Le lascio qui sotto, in allegato, un barometro di massa. 

Un caro saluto, Il ministro dell’istruzione

Ho voltato il foglio. Cercavo l’allegato. Ho guardato sotto il tavolo, tra le imposte di una finestra che dava da qualche parte, ma non ho trovato niente. Mi sono alzato di scatto. Sono andato ai cessi e, dopo aver dato una scrollata alle spalle, ho spinto la prima porta, poi la seconda, e mi sono deliziato col clamore che fa l’acqua quando sbatte lungo i bordi – fra le ceramiche e i fori, come quando si forma un laghetto. Mi strofinavo le mani e pensavo: ma quale allegato?

Sono uscito e ho riletto la lettera da cima a fondo, trattenendo il fiato come se avessi la testa immersa in un cuscino. Le soluzioni mi salivano alla testa e, mentre i polmoni si gonfiavano, in preda alle convulsioni, e ho deciso di andare avanti.

Prima, però, ho squadrato la cameriera che cominciava a prendere forme sferiche, poco nette, e ho buttato giù altri due sorsi della sua lurida bevanda, sfilando un’altra letterina dal mio funghetto rosso.

Caro Avvocato,

le scrivo in quanto l’inchiostro non lo paghiamo. Qui, lei lo sa, fotocopiamo tutto, non contiamo le unità, gestiamo la carta con la sola forza della ripetizione. Ma a parte ciò: si ricorda di quella cena dell’anno scorso nei pressi del bioparco? Avrei bisogno di quegli incentivi di manodopera locale, di quei dati comprimenti che potrebbero finalmente dare una svolta alla nostra routine. Le lascio in coda certi versi di Platone:

“La virtù non ha padrone. Secondo che la onori o la spregi, ciascuno ne avrà più o meno. La responsabilità è di chi sceglie, il dio non è responsabile”. 

Un saluto, Il ministro della retorica

 

È stato allora che le cose hanno iniziato a peggiorare. La cameriera ha schiacciato un pulsante sul telecomando e la musica si è trasformata in un concerto inespresso. Le mura sembravano staccarsi. Una macchia gialla spiaccicata sul soffitto pareva voler cadere o svanire. Mi sono chiesto: come si può non mandare in onda qualcosa di poetico?

La cameriera mi ha guardato prima i piedi, poi le braccia e le mani, infine qualcosa che stava fra il collo e la pancia – la mia cravatta?, le iniziali lungo la camicia? – e con due colpetti ha trasformato il telecomando in un direttore artistico: quella strana musica, lungo la pianura delle nostre idee, ha lasciato il posto al Beethoven, al Wolfgang Mozart.

Lo sfondo dei ballerini ha ceduto alle colline verdi, agli anni novanta, spingendo nubi grigie – esplosioni di massa, supervulcani – verso condizioni che ignoravano il male, ma non lo escludevano. Poi la cameriera mi ha guardato dritto negli occhi, come si fa coi cani, e ha spostato la bottiglia di gin.

Mi ha chiesto se mi andava bene così: a me andava bene.

A quel punto, sebbene controvoglia, mi sono concentrato sull’udito non cerebrale. Ho iniziato a danzare con le scapole, provando a salire sul tavolo, ma qualcosa fuori mi ha trattenuto: un vecchio col carrello, tirandosi con un bastone, l’ha sollevato come se volesse dirigere lui quella musica, e portare in voga le sue idee di rivoluzione.

Sono andato avanti con la lettura. Avevo come l’impressione che, grazie a quelle letterine, le cose stessero cambiando. Ho chiesto un’altra bevanda cosmica e ho domandato alla cameriera se fosse un caso che dopo certe trasmissioni ci fosse sempre la pubblicità. Lei mi ha chiesto se mi capitava spesso di avere le idee convulse. O, almeno, questo mi è sembrato di udire perché le sue labbra, ventriloquamente impuntate nella mia orizzontalità, non si sono mosse. Poi mi ha servito una doppia dose di caffè, diluendo la mia sete col sopracciglio alzato, e ho continuato a leggere.

Caro Avvocato,

chi va per certi mari… certi pesci trova.

Poco a poco che il residuo dal fondo sale a galla, mi sfiora la certezza che il suo ruolo in questa società sia poco chiaro. Lei spinge lungo le caviglie tutto il giorno; lei giace nella base del collo come chi lavora poco, soltanto per il risultato, senza impegno né percentuali serie di glucosio. Se fossi in lei, mio caro avvocato, piuttosto che l’autostimolazione della colonna vertebrale, valuterei qualche faccenda più amica: proverei a finire le giornate in ufficio, per esempio.

Le lascio, in ogni caso, una gradevole mattinata.

Cordialmente, Il ministro dell’avanguardia

Dal fondo della sala è apparso uno degli uomini dei dadi. Maglietta aderente, pantaloncini corti, barba appuntita. Portava un paio di occhiali da miope con le asticelle in ferro che giravano sulle orecchie come una chicane. Ha recitato a memoria alcuni versi – forse di Dante.

Qui, mai, nessuno, ha detto cose a caso.

Qui, mai, il mondo filtra netto, alé!

Ho odorato per la prima volta il mio caffè. Sentiva di un unguento magico, alcolizzante. Ho chiamato la cameriera, ma senza successo. La musica sembrava sparita. Qualcuno l’aveva spenta e chiamato all’unisono la cerchia? La mandria di scommettitori incalliti, veloci come cavalli, si erano messi in fila sparsa, osservandomi come se fossi un pezzo raro del Louvre. Mi chiedevano cose a caso. Mi incitavano a continuare e, più si dibattevano, più io resistevo, fino al punto in cui un pizzico di stanchezza è sopravvenuta e mi sono convinto ad andare avanti.

Caro Avvocato,

sarà che la vita si spegne come una candelina che sta al centro della torta: con un soffio. Le ho mai parlato di quell’affare di omertà fra l’isola e il tacco? E fra le Alpi e il Manzanarre? Qui sotto, un ritratto del Manzoni, puntinista. 

……….

……

………………..

………..

……

….

………

Un saluto, Il ministro della scultura

 P.S. Se la conosco bene, lei apprezzerà.

Ma non ho apprezzato.

Uno degli uomini dei dadi è venuto verso di me, mi ha spinto leggermente una spalla e mi ha chiesto se fossi io, Dostoevskij?

Ma gli ho detto di no.

Ho bevuto ancora un sorso e, colpito da un dolore che non saprei spiegare, ho letto l’ultima lettera come si fa a scuola, o alla televisione.

Caro Avvocato,

né uno, né cento di lei potrebbero sostituire la speranza nell’avvenire. Le lascio una manciata di dollari sul suo conto. La prego di strappare questa lettera o di nasconderla sotto la pila di fazzoletti, ma cautamente. 

Un saluto, Il ministro del futuro

Ho guardato il dossier e mi sono accorto che era scomparso. Ho chiesto aiuto ma nessuno mi ha risposto. Ero solo in quel posto che fino a poco prima mi conveniva. Così, prima di lasciarmi andare al pianto – alla collera che sale fino a fare male – ho pagato il conto: ho lasciato cinque volte il prezzo e una manciata di banconote per la cameriera. Ho pensato che la soluzione, in ogni caso, fosse quella di farli ritornare. Poi ho infilato una mano nella tasca e ho scovato vecchie cartacce. Ho sentito una punta – un coltellino, uno spinello rollato male? – che mi pungeva il dito. Ho tirato fuori dal mazzo una chiave e ho rigato il tavolo lucido, incidendo la mia firma.

Poi sono scappato via correndo, con le mani alte, e mentre varcavo la soglia del bar per andare verso il mio ufficio, che stava dirimpetto, ho provato un discreto piacere nell’udire la porta dei cessi sbattere. Sarà stata la cameriera? Saranno stati quegli uomini barbuti?

Questo non lo so.

Ma fuori era già buio – un buio come le tracce mentali di quel luogo, che sembrava provenire da un’altra dimensione. Ma da dove?

*

Immagine; Jean-Michel Albirola, surface inconnue

La ghettizzazione nella scuola e fuori

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di Demetrio Paolin

Quello è accaduto ieri a La Spezia è terribile, perché è terribile morire a 18 anni, perché è terribile uccidere una persona a 18 anni. Il senso di impotenza aumenta perché le due vite oltre che distrutte saranno perdute. Infatti nell’attuale sistema carcerario italiano l’omicida riceverà una pena che non sarà né riparativa né riabilitativa, ma di mera condanna, e questa condurrà lui a una morte civile e sociale. Mi chiedo quando impareremo che giustizia non è galera. Ora il ragazzo verrà condannato, i forcaioli e giustizialisti contenti, mentre noi ci troveremo a piangere la vita di non uno, ma di due ragazzi.

Ciò che è accaduto ieri a La Spezia afferma a chiare lettere che le famiglie non ce la fanno, che la scuola non ce la fa. L‘omicidio è avvenuto in un ambiente che è lontano da ogni privilegio, perché la scuola si sta trasformando in un ente che non fornisce cultura, sapere, possibilità e futuro, ma segna profondamente i confini e costruisce ghetti.

La ghettizzazione è tale, che influenza che il modo con cui si discute e si parla di questi fatti. I pozzi dell’informazione sono avvelenati. Osservate il modo con cui è stato dato l’annuncio della vicenda. I due ragazzi non sono definiti “studenti diciottenni”, ma “italiani di origine X”, come se nella parola “origine”, così figurativamente assonante a un discorso razziale e classista (appartenenza a una precisa classe, una precisa cultura, a una precisa area sociale e di disagio), si palesasse il motivo della violenza.

Come se questa categoria – l’essere di origine X – fosse la causa di questo omicidio, dimenticando, o mettendo in secondo piano, lo smantellamento del sistema didattico, la mancata cura e formazione dei docenti nell’affrontare problematiche nuove, la creazione di edifici accoglienti e migliori per gli studenti, la mancata trasformazione delle scuole in luoghi di aggregazione, di quartieri e città, insomma come se il problema non fosse la distruzione continua e ventennale del sistema scolastico.

La scuola si è trasformata da possibile – lento ma possibile – ascensore sociale, a semplice luogo di ricovero. Non stupisce, quindi, l’inesorabile cammino verso la militarizzazione della scuola, perché solo in questa ottica non può destare stupore il fatto che gli alunni possano essere censiti non per i loro bisogni culturali e sociali, ma in base alla loro etnia. Gli alunni, tutti, non sono egiziani o palestinesi, russi o ucraini, italiani ma sono ragazzi e famiglie che spesso hanno problemi economici nel reperire libri di testo, nel pagarsi la mensa, nell’accedere alle attività extra-scolistiche, nell’accedere ai servizi sociali e medici per il rilascio di certificazioni. Tutto questo non ha nulla a che vedere con religione, genere, provenienza geografica e/o culturale, ma con il censo, la mancanza di possibilità economica.

Io ho deciso di insegnare non per ghettizzare, ma perché sono profondamente convinto che quello che insegno, la letteratura, la storia, sia il motore per una emancipazione sociale e culturale. Ciò che è accaduto a La Spezia, però, mostra che da solo non ce la faccio, anzi da soli non ce la facciamo: la scuola più che mai deve diventare il centro dell’impegno politico e sociale, non solo dei partiti, ma anche del mondo della cultura, ciò di cui la scuola ha bisogno è, però, un impegno reale, concreto, lontano da quelle comparsate a scuola utili solo per vendere il proprio libro su Giulio Cesare, sugli Adolescenti inquieti, sulla fragilità dell’amore, e via dicendo).

NdR Questo pezzo di Demetrio Paolin, qui ripreso, è uscito inizialmente sulla bacheca facebook dello scrittore e insegnante

Publio Svarione: Le Giorgiche

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di Publio Svarione

Dalla Garbatella a Palazzo Chigi in rima:

esce Le Giorgiche, epica satirica dell’era Meloni

La prima presidente del Consiglio «donna, italiana, madre, cristiana» nel nuovo poemetto di Publio Svarione: un ritratto irriverente, tra amori, alleanze e «Io sono Giorgia» remixato.

In un’epoca in cui la politica e lo spettacolo sono ormai indistinguibili, esce un’opera destinata a far discutere (e sorridere): Le Giorgiche – Ascesa in versi di un’eroina della Garbatella, edito da Edizioni Samizdat. Firmato dall’enigmatico Publio Svarione, utilizzando una forma stilistica unica nel suo genere, il libro traccia un ritratto inedito, ironico e impertinente della prima donna a Palazzo Chigi.

UN POEMETTO EPICO-POP. Le Giorgiche ripercorre l’accidentato percorso di Giorgia tra la Seconda e la Terza Repubblica. Dagli esordi come militante di sezione fino alla consacrazione internazionale, l’autore non risparmia nessuno. Nel mirino finiscono tutti i temibili compagni di coalizione e avversari politici: da Gianfranco (Fini) a Silvio (Berlusconi), da Matteo Esse (Salvini) a Super Mario (Draghi), fino a Elly (Schlein) e Matteo Erre (Renzi). Il poemetto trasforma i fatti di cronaca in passaggi epici e surreali, in una sorta di remix di “Io sono Giorgia. Le mie radici le mie idee” (Rizzoli, 2021) o ricorda il colpo di fulmine con i “nuovi” alleati globali.

IL RITMO DELLA SATIRA: IL “TREDECASILLABO FALSO”. Più che un esercizio di stile, il libro è un esperimento di linguaggio. L’autore definisce la metrica dell’opera un “tredecasillabo falso”: una struttura base di tredici sillabe che si piega e si spezza secondo le esigenze del contenuto. Questa scelta tecnica insinua il ritmo della prosodia classica in un fluire prosastico e moderno, rendendo il testo immediato e fruibile. Il risultato è un racconto incalzante che ha la musicalità della poesia ma la presa diretta della cronaca.

ESTRATTI

I

Una tipetta tale: chi l’avrebbe mai detto

che pure un poemetto le sarebbe andato stretto

quando là, nell’acquario detto Transatlantico

piccola e con il broncio del pesce pagliaccio

nuotava goffa tra le gambe dei colleghi

col grado di ministra, che te lo spieghi

con la circostanza che un cartone animato

tra gli eleggibili è il profilo più indicato

al buffo Ministero della Gioventù.

E invece, cara Musa, non ci servi più;

la ragazza si fa da sola e questa storia

è con la Musa inclusa, che nella memoria

futura in noi tutti un nome già si erge: Giorgia.

VI

«Giorgia, ho deciso che ti candido alla Camera»,

le disse all’assemblea nazionale Gianfranco.

Lei capì che era finita la giovinezza,

come una studentessa che abbandona il banco

pronta ad affrontare la maturità;

e da secchiona qual è, Giorgia venne eletta.

La militanza ha stagioni, e non torneranno

le notti ad attaccare manifesti

le botte coi compagni in quelle notti

l’autofinanziamento nelle feste

cantare Van De Sfroos in romanesco

lo spirito cameratesco al festival

di Atreju a organizzare goliardate,

a cui lei aveva invitato il comunista Fausto

che gli opposti più sono immaturi, più si attraggono:

si era fregiato lui della boutade

– a destra suscitando risa e lodi –

di affossare d’emblée il governo Prodi.

VI

(Da piccina la domenica andava in Chiesa

con la sorella Arianna, lì alla Garbatella

e dimostrava il talento da pecorella

trascrivendo la messa a braccio sul quaderno.

L’insalatiera in testa, alla prima comunione

col pizzo bianco tenne alla larga l’Inferno

e un giorno, in gita con il parroco a Torvaianica,

come alla Vergine, un angelo le parlò:

il comunismo è il male, una cosa satanica.

Nonostante che Giorgia fosse un Capricorno

(segno di terra, in teoria segno razionale),

lo assunse come portaborse spirituale

e lo chiamò Harael. Ancora oggi la consiglia:

Wojtyla? È un duro anticomunista, è ok;

Ratzinger? È per l’Europa cristiana, è ok;

Bergoglio? È troppo comprensivo con i gay.)

XXIX

Incravattato, burocrate e europeista

con voce calma e calda, da sportello bancario

che seduttore era, con quel suo aplomb, Super Mario!

Giorgia from the blocks, la scettica sovranista

che l’aveva respinto sempre con livore

con occhi nuovi lo guardò, con occhi a cuore

e un cuore nuovo da appassionata atlantista.

Doveva essere solo un tenero garante

ma diventò (metaforicamente!) amante.

Quando nel giorno del silenzio elettorale

come ogni sabato, Giorgia passò al mercato

e postò su Tik Tok ciò che aveva comprato

i suoi grandi meloni, con mossa plateale

da vamp iscritta a un OnlyFans ortofrutticolo,

i più morbosi, a quel gesto un poco ridicolo

però efficace, come spot pubblicitario

sbirciarono se c’era il like di Super Mario.

PUBLIO SVARIONE, nato circa quarant’anni fa in uno dei tanti paesi italici che furono un tempo parte del glorioso Impero Romano, è un autore la cui penna si muove tra il giornalismo nell’era delle fake news e la poesia nel secolo del cinismo. Nel poemetto Le Giorgiche emerge il suo sguardo ironico e disincantato sul mondo della politica italiana. Tra le sue opere precedenti si annoverano L’Apocalisse? No!, un’invettiva contro il riarmo europeo, e La leggenda dei senza speranza, un pamphlet dedicato alle lunghe liste d’attesa della sanità pubblica.

Un topo in guerra. Su “Tapum” di Leo Ortolani

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di Paolo Rigo

Tra i conflitti dell’età moderna la Grande guerra resta uno dei più insondabili. Se si ragiona sul piano contestuale, se si pensa – abbagliandosi – che la storia dell’uomo sia l’espressione di un’evoluzione costante verso il meglio e se si considera, ancora, che la Grande guerra si verificò all’indomani di alcune conquiste sociali impensabili anche solo una decina di anni prima – esempi potrebbero essere fenomeni come il diffondersi anche nelle classi popolari della pratica della villeggiatura –, e se si ragiona, infine, sul fatto che poco prima ebbe luogo uno dei momenti in cui cultura e arte raggiunsero dei picchi purissimi d’espressione e diffusione – mi riferisco all’inganno della Bella époque e all’affermazione dell’arte popolare, tra cui prima di tutte il cinema –, allora quel misterioso dramma, alimentato da tensione tra cugini-sovrani e da rivendicazioni e malumori di una politica restata indietro, allora quel mistero è davvero incomprensibile. La contraddizione tra lo spirito di progressione e il conflitto fu colta molto bene dal sensibile Stefan Zweig. Questi, nel suo Mondo di ieri. Memorie di un europeo, offre un quadro drammatico, appassionato, ma anche sublime e delicato dell’aria di illusioni che aveva investito un’Europa liberale e fraterna; aria che nel tempo afoso di un’estate fu spazzata via da un’autunnale bufera di distruzione. È un nodo così profondo e forte da segnare un punto ancora vivo nella produzione artistica contemporanea: un esempio è Joyeux Noël. Una verità dimenticata dalla storia, film dedicato alle tregue di Natale del primo anno di guerra, quando lo spirito di fraternità fu soffocato dalla bramosia e dalla cieca burocrazia di comandanti e comandi. Quel senso di esasperato dramma di una guerra che sembrò – perché lo fu – civile, è solo uno dei tanti possibili topoi riscontrabile nelle opere dedicate al conflitto. Un altro, sempre e ancora delicatissimo, riguarda il mondo macchiettistico e contraddittorio delle potenze di second’ordine, l’Austria, come attesta il disperato Niente di nuovo sul fronte occidentale, e l’Italia; un quadro rarefatto ben colorato da Lussu, da Rosi, da Monicelli e da Festa Campanile. Quell’immaginario poggia le sue basi su scomode e innegabili realtà di disperazione, quali la scarsa preparazione delle truppe del regio esercito, l’illogicità mostrata dalla complessa ed effimera macchina di comando, incastrata tra senso dell’onore e inettitudine di comandanti, il Cavaciocchi di Gadda – esemplare di una classe vetustamente legata a un mondo davvero di ieri, a strategie per cui una battaglia si può e si deve vincere solo attraverso continue cariche e assalti, condotti con il solo scopo di consumare le riserve militari dell’avversario a costo di ingenti vite umane: eroici miti di sacrifici inutili o quasi. Con il suo Tapum, uscito per le edizioni Feltrinelli, Leo Ortolani fa rivivere quel mondo e confeziona così un’opera capace di dare continuità a quelle sofferenze e quel mito.

Tapum sorprende il lettore medio di Ortolani, perché si tratta di un’opera lontana dallo stile primigenio del fumettista – comunque ormai già da tempo impegnato in temi e questioni sociali delicate e importanti. Lo dimostra il sapiente uso del chiaro-oscuro, il tratto netto volto a trasmettere e ad amplificare l’ansia, l’assenza di speranza che si legge quasi in ogni pagina e che lega l’operazione a opere classiche del fumetto contemporaneo, come il ben più drammatico Maus. Ed ecco che Tapum, filastrocca ma anche onomatopea del suono che fa il moschetto quando si spara, si distingue nel panorama del genere come un’opera disarmante, cruda, sottile, piena e riuscita, in cui l’ironia di Ortolani trova espressione, comunque amara, solo e soltanto nel mondo dei fantasmi. Appartiene a quella dimensione lo spirito della morte che dialoga con l’ingenuo Mariani, protagonista, con l’ufficiale, tanto superiore quanto disilluso, Dolon (il quale ha le fattezze di Andrea Pennacchi, da La guerra dei Bepi, e da questa opera Ortolani ha tratto ispirazione per il suo lavoro), dell’intera storia ambientata nei giorni di preparazione e di scontro dell’inutile battaglia dell’Ortigara. Non solo la morte: vi sono ancora lo spirito della madre dello stesso Mariani che si preoccupa che il figlio in guerra possa non essersi coperto troppo, e la patria, la quale appare personificata come una bellissima donna-vampira che si nutre dei corpi dei suoi caduti. In questi momenti trovano spazio riflessioni sull’assurdità del conflitto, dei conflitti, dell’uccisione dell’altro, e, ancora, pensieri dedicati al mancato dialogo tra generazioni, con i vecchi, incapaci di comprendere il dramma quotidiano dei giovani soldati (aspetto che è fondamentale nel classico romanzo di Remarque). Ma Tapum non è solo questo, Tapum è anche il canto di due disperati che provano a forzare la mano, a salvare gli altri. Entrambi lo fanno secondo la propria natura, come possono: Dolon e Mariani hanno questo tratto in comune e lo dividono con un altro antieroe, il tenete Ottolenghi di Uomini contro. Ma a differenza di questo, se l’uno agisce in sordina, e procura la “caduta” dell’isterico generale che vuole fucilare mezza truppa, l’altro si illude, per esempio, di poter salvare un portalettere dalla sicura morte per un messaggio poco più che inutile – cosa che non avviene nella Grande guerra di Monicelli, dove la speranza non compare mai neanche nel sacrificio, stavolta utile, mitico, eroico ma non noto, dei due protagonisti del film. Ed ecco, il sacrifico. È forse questo il sospiro più dolce di cui è capace Mariani, assicurato, per il lettore accorto, della sua fine già dalla primissima comparsa dell’amica falciatrice di ogni età, che, come in Samarcanda, altro testo sulla guerra, attendeva quel suo particolarissimo e fidato compagno già giorni prima. Sarà Mariani, alla fine, a diventare uno spirito, uno di quegli spiriti positivi, l’unico in grado di far piangere Dolon, l’unico in grado di portare all’amico di trincea una qualche forma di pace.

Non so dire se Tapum è stato il miglior graphic novel del 2025, ma senz’altro merita un posto d’onore nella grande tradizione narrativa italiana (e non solo) dedicata a quell’incomprensibile e, per certi versi, inaspettata assurdità che fu la Grande guerra.

 

➨ AzioneAtzeni – Discanto Ventesimo: Massimo Rizzante

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Azione Atzeni – Discanto Ventesimo: Massimo Rizzante     Azione Atzeni – Discanto Ventesimo: Massimo Rizzante*

Sempre è triste la solitudine
ma tanto più in un circo
fra belle donne bionde,
scimmie ammaestrate
noccioline e risa di bambini.

da Due colori esistono al mondo. Il verde è il secondo. / Viaggio, in compagnia di Vincent, di Sergio Atzeni

 

Tre colori esistono al mondo
di
Massimo Rizzante


a Sergio Atzeni



Sempre è triste la solitudine,
ma tanto più in un’isola di tartarughe
fra belle nefertiti in topless,
sarcofaghi di anziani ammaestrati
da tate ucraine in fuga dalle rovine…

Il resto, una volta entrato nello stato di grazia,
lo dirai alle ombre, tra sonno
e stordimento, di notte, ma soprattutto all’alba,
quando la somma delle imperfezioni del corpo
si desta dal sogno della guerra e la cicatrice sul ventre
si trasforma in uno stretto sentiero del sottobosco,
alla fine del quale c’è solo un albero, un pesco, e le vedette
con cui avrai stretto un patto: sia maledetto
chi nega l’acqua ai vinti, peste a chi si rifiuta
di mostrare la via agli erranti, sterilità a chi lascia insepolti i morti,
la fortezza è malata, i vincitori non accettano sacrifici,
i fuochi fatui si sprigionano dalle vittime, mentre corvi
e falchetti si ingozzano del grasso dei feriti
che non emettono più suoni che si possono decifrare.
Così, secondo l’imperativo scritto non oggi non ieri,
ma nel trapassato del mare prossimo a bagnarti
verrai alla luce per sorvegliare le tenebre
da cui si intravedono le tane dei carnivori e i fucili
dei cacciatori, la roccia millenaria e le corde caduche
degli impiccati, membra di un grande corpo
che l’isola ha generato formandolo di nascosto
con gli stessi elementi e allo stesso scopo.
Sei nato e da allora nulla ti è estraneo,
nessun tradimento, nessuno sguardo, nessun vincolo
materno. Per tutti i giorni a venire
non dovrai più supplicare, né del resto lo hai mai fatto
Il Semper Solus, il fiore che non canta,
che non piange, che non spara e che non conquista,
per essere colto è destinato a immergersi
nel pensiero profondo come un tuffatore di frodo.


 

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

 

Si può seguire il PODCAST su:

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Vadetecum letterario: Francesco Carbone

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La sola regola del successo in Letteratura

di

Francesco Carbone

 

Abstract

Scopo di questo sbroglio è di venire il più possibile frainteso e così assurgere all’immortalità. Infatti: tutte le opere di letteraria eccellenza che pretendono di uscire dalla fetale idiozia dell’inedito, devono sapersi ridurre in formule brevi, memorabili ed erronee.

Nelle seguenti stringate righe si sosterrà che ogni capolavoro che abbia guadagnato il sollievo dell’Eterno avrà confermato la seguente legge inderogabile: «perché un’opera si faccia famigerata e immortale, deve suscitare potenti e ostinati fraintendimenti». Questi devono a loro volta sapersi dire alla spiccia, per formulari recepibili come ovvi e inconfutabili: «Dante padre della lingua italiana», «Kafka aedo dell’angoscia», «Flaubert poeta del reale», eccetera. Sono questi i motivetti che, come certe micidiali canzonette, restano in testa anche per sempre: il che non può dirsi– dico a caso – della Sagra della Primavera di Stravinskij. (Visto che ci siamo: la traduzione altamente fraintendente e quindi definitiva dell’originale Sacre in Sagra è già fenomenale).

 

Codicillo dell’Abstract – Meglio se i fraintendimenti saranno molteplici, contemporanei, rissosi, inconciliabili: in questo caso fortunato, l’Opera capace di fomentare tanta babele otterrà un successo clamoroso e perenne.

La regola della Fraintendimento viene persino rafforzata dall’autore per il quale fosse stato predisposto il destino amaro della sua scoperta in articulo mortis, o, peggio ancora, postuma: Giacomo Leopardi, Edgar Allan Poe, Dino Campana, Arthur Schopenhauer, eccetera.

Sulla peculiarità di casi desolati come i succitati, ci proponiamo di tornare con più elegiaco ardore, affastellando uno sbroglio specifico, dal titolo: «Della quadruplice sventura di essere Omero».

 

  1. Dovrebbe essere facile immaginare, anche a un cauto coro d’accademici azzimati e primaverili professoresse, che deserto sarebbe la letteratura universale senza il continuo fraintendimento dei suoi capolavori. Quando nessuno più equivocherà nulla, vorrà solo dire che nessuno sta più leggendo, e soprattutto leggendo rapito in un generoso donchisciottesco amore.

 

  1. Per chi ancora non avesse intuito dove si stia andando a parare, spoiler: è il vitale tonificante fraintendimento che tiene in vita le mummie altrimenti marcescenti dei capolavori. – La Bibbia! Malgrado gli acciacchi, sempre troneggia come sontuosa elefantessa nella sala: sublime, turneriana (nel senso del pittore), regalmente fraintesa, eccelsa tra i testamenti traditi. A suo riguardo nulla occorrerà dire. Basterà che il qui presente lettore esponga le sue corna di lumaca oltre il bordo della pagina, per vedere cosa del Libro faccia in ogni momento e dappertutto il mondo: una selva di, per quanto comatose ed estenuate, eresie. – Le quali, quando saranno tutte estinte, sarà segno che la religione stessa ha tirato le cuoia.

Essere fraintesi è essere, è essere al mondo: essere fraintesi dalle moltitudini è proprio di chi abita il mondo regalmente. – E, poiché nel supremo c’è il segreto del minimo, si può dire: ogni libro, foss’anche il mal estroflesso opuscolo d’un autore che s’atteggia modesto, invidia la Bibbia. Non c’è scriba che non si vorrebbe Parola del Signore.

Al contrario del sublime comandamento di Vishnu, non c’è tra noi nessuno che non aspiri ad aumentare la confusione universale.

 

  1. Di queste cose, il classico, e dunque molto frainteso, Goethe (legioni di suicidi per l’antisuicidale Werther!) aveva compreso tutto. Goethe sentenziò all’amico Eckermann: «un capolavoro è ingiudicabile». – Assurgere all’ingiudicabile è l’agognante delirio di chi scrive libri: è il buco bianco in cui vorrebbe essere risucchiato. – Ingiudicabile è lo stesso che dire: accolto nell’Olimpo senza ritorno del Fraintendibile. In questo senso, la regola del fraintendimento artistico non è che un caso specifico della regola del Malinteso universale, chiarissima grazie a Baudelaire: «se, sfortunatamente, ci si comprendesse, non ci si potrebbe mai mettere d’accordo» (Diari intimi).

 

  1. Allo stesso tempo, consapevoli di una quantistica complementarietà, si deve anche riconoscere che cedere alle sirene del Fraintendere è la strada maestra dell’incontro col Capolavoro.

Proprio come una numinosa creatura che limpida sfolgora oltre la grigia insignificanza di tutti gli altri, il Capolavoro aizzerà timori, domande, preghiere: tutto il febbrile diorama dei «dubbiosi disiri».

Al cospetto di questo «Tremendo all’inizio», la sola fedeltà possibile sarà iniziare ad amare. Ma amare il Capolavoro sarà esorcizzarlo, offrirgli sacrifici implorando che non ci divori, e chiedergli perdono per il nostro infinito mancarlo, e costruirgli chiese millenarie che non abiterà mai.

 

  1. È questo il contrario del teorema non di Gödel ma di Goebbels, tanto vero per l’onnivora politica: una menzogna detta tante volte nell’Arte non diventa verità; al contrario, una verità detta molte volte diventa sempre falsa. – Il punto è che proprio quest’entropia è ciò che tutti desideriamo: tutti, nel trito e ritrito del banale, ci sentiamo al riparo dello scandalo!

Del degrado dal bello all’ovvio, s’accorgerà qualche spirito morboso ed eccentrico. Forse allora, come il bambino nella fiaba dei vestiti dell’imperatore, cederà alla tentazione di urlare? Ma sarà inutile, a meno che il suo «Re Nudo!» a sua volta non abbia il talento di entrare nel circolo degradante delle letture, le quali solo fraintendendo sanno salvare. Walter Benjamin, Simone Weil, Giorgio Manganelli, Meister Eckhart… – In questo campo d’Agramante, lo svantaggiante vantaggio di un’allenata teologia negativa è evidente.

 

  1. Giovane autore, che persino in questo secolo vorresti, a mo’ di fagiolo fatato, germogliare fino al settimo cielo dei grandi: Proust, Petrarca, Calvino, Catullo?… Guardati da costoro che son morti! Quel paradiso è Alcatraz: lì, strizzato nella camicia di forza dello scrittore santificato, chiavato tra le Commedie umane e le divine, i Perduti Paradisi e i Tempi Ritrovati, le Grandi Speranze e gli Ultimi Fuochi, cosa potresti volere ancora? Da lì in poi, c’è l’ecolalia delle accademie, i castelli di Silling in cui ogni perversione sta in un regolamento!

 

  1. Il primo a fraintendersi è quindi l’autore stesso. Il fraintendimento è la sua Musa, ogni Musa è un fraintendimento. Cantami o diva è il migliore inizio perché è già un delirio perfetto. Nell’inevitabile catastrofico autointerpretarsi, l’autore è Stravinskij che dirige da sé il suo Sacre: un equivocarsi atroce! Da dirgli: Igor, fraintenditi meglio! Hai combinato ben altro che questo solfeggiarti! – Ed è Dante!, il quale sinceramente ci spaccia Beatrice per santa tra le supreme: più della Maddalena, più di Elisabetta e di Santa Chiara! – Al cospetto di tanta sublime allucinata protervia, noi altri non potremo che fingerci convertiti: con sospensione suprema dell’incredulità, che però sappiamo dura quel che dura!

 

  1. Ricapitolando: ogni opera si millanta frutto sacro di «cielo e terra», e aspira alla girandola delle babeli, al pòlemos, al marasma della fama. Detesta, l’opera, stare sola e pensosa nel disertato campo della sua genialità: piuttosto si darebbe fuoco (il che spesso accade). Ogni opera è una macchina, un odradek, che ha tramato (già prima di nascere!) solo per essere liberata dalla sua povertà immedicabile: per accedere allo sguardo salvifico degli altri. E cioè noi, la legione degli isterici.

 

  1. Solo per questo il mondo cerca l’Arte. Ogni Tempo, per quanto narciso, in segreto si conosce per vano – «racconto d’un’idiota» -, se non venisse giustificato dall’arte che sola riscatta il verminaio delle «sciagure umane». – Isterico per bisogno d’imprinting, il Tempo s’illude di trovare capolavori degni di lui per lo più dove sono monumentali imposture.

 

  1. Il bovarismo è la sola salvezza da noi stessi (fosse pure credersi Rocky, o Barbie o Stephen King). Riconoscersi coralmente in un artificio artistico è un’isteria tonificante. Tutte le isterie sono consolazioni. L’isteria è quanto serve a ogni vita per viversi; l’isteria è l’elisir, è il credersi, è il credersi di credere, è il alla Vita, è la corsa al galoppo nel futuro oltre il pantano dell’esistere.

 

  1. A questo punto è chiaro perché il Capolavoro deve apparire facile. Il facile è più fraintendibile – e dunque memorabile – del difficile. «Non uccidere», «m’illumino d’immenso», «il fine giustifica i mezzi», sono ben più fraintendibili di «Io è un altro», o «Amore è donare ciò che non si ha a qualcuno che non lo vuole», o «Ineluctable modality of the visible». Casi questi d’intelligenze catastrofiche! Nessuna eresia è possibile partendo da aforismi così astrusi.

I due minuti e cinquanta secondi della languida Per Elisa (dice l’Intelligenza Artificiale: «malinconica e riconoscibile») saranno subito adorabili, mentre la suprema Hammerklavier, condensato di «misteri per iniziati» (Rattalino) ha richiesto almeno un mezzo secolo per iniziare a farsi interrogare (in avanscoperta c’era stato Franz Liszt!). Sull’Hammerklavier chiosa sempre l’AI: «dimensioni immense, complessità armonica ed enormi difficoltà tecniche»: la stroncatura è evidente – Facile traslare l’esempio musicale a Joyce, Gadda, il Paradiso di Dante, eccetera.

 

  1. I due fraintendimenti capitali del Capolavoro che tutti implorano sono: che ci porti un messaggio, e meglio ancora molti, e che sia attuale. O il Capolavoro sarà visto come una casual machine di messaggi morali e perfettamente adattabili al volubile presente, o non sarà. Questo perché il messaggio è facile, la forma è difficile; e l’istantanea attualità è più facile di qualunque altro tempo. Da qui la scolastica & giornalistica compulsione per le parafrasi e per i temi. Il Nobel per la letteratura, epitome di tutti i premi possibili, potrà essere propinato solo ad autori altamente parafrasabili le cui forme, per quanto faticate, possono essere degradate subito a messaggi. I messaggi sono linguistici, le opere d’arte mai del tutto, e mai essenzialmente. Cosa c’è nello spartito? «tutto tranne l’essenziale» (Gustav Mahler).

 

  1. Lo Zeitgeist (Spirito del Tempo) è sempre la fatua zitella che, nell’immortale, e fraintesissimo, Cuore di tenebra di Conrad, s’illude di essere la fedele penelopesca fidanzata dell’atroce Kurtz: la poverina, incapace di una seria pazzia, si crederà sempre vedova di un uomo eroico, garibaldino e suo. Ma proprio così, per prima e da sola, salverà Kurtz dall’oblio. Charles Marlow non è stato che lo scriba di questo vitale fraintendimento. – Lo Zeitgeist è Max Brod che, stracapendolo, salva Kafka. Sarà almeno quest’ultima frase equivoca abbastanza?

Nota su La disisperanza di Elio Tavilla

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Inventario della fine (condiviso).

Nota su La disisperanza di Elio Tavilla

di

Elena Grazioli

 La disisperanza è un libro sul nostro tempo e lo è con una lucidità poco accomodante. Non racconta la catastrofe, la registra, la contabilizza, ne fa un inventario che tiene insieme residui tecnologici, degrado ambientale e affettività logorate. L’io poetico rinuncia programmaticamente al diario lirico per farsi testimone: non confessa, rileva; non consola, riconosce. Il neologismo del titolo non scioglie l’enigma poiché disisperanza non equivale a disperazione, ma dice piuttosto di una speranza deformata, intermittente, che non salva e tuttavia impedisce il precipizio nel nulla.

L’architettura del libro, scandita in nove blocchi-sequenza, orienta la lettura come un attraversamento a stazioni; l’impressione è di un viaggio frammentato attraverso luoghi e stati mentali. Ogni sezione rappresenta un varco più che un episodio, e l’insieme costruisce una geografia urbana e post-industriale segnata da rifiuti, tossine ed elementi naturali “corrotti” o estremi, in un ciclo di apparizioni e ricadute. L’indice stesso, con i titoli-innesco («solitudine dei neon intermittenti», «cadeva così a pezzi che», «da distanza disarmante»), espone fin da subito un repertorio di oggetti e situazioni comuni, quasi “da cronaca”, che l’autore sottrae all’ovvio per trasfigurarli in segni di tempo storico. In questo senso, l’elenco completo delle sezioni – Riparare noRandagio delle fosseTempo di giocareSolitudine dei neon intermittentiLa vita che ti guastaL’uomo in menoMia adorata ardente replicataDire fare bruciareIl qui non esistente – costituisce già un micro-racconto autonomo, una partitura di immagini e azioni che prepara il lettore all’atmosfera del libro. Brevi frasi, a volte ellittiche a volte narrative – in cui convivono negazione, affetto, degrado, ironia e assenza –, anticipano la gamma emotiva e semantica dell’intera raccolta.

L’andamento del libro alterna momenti di descrizione visionaria, quasi cinematografica, con zoom improvvisi, e riflessioni oblique sul senso della sopravvivenza. Non c’è un climax narrativo, ma piuttosto un ritorno ciclico di ossessioni: il degrado, la guerra, la distruzione, il tentativo di afferrare qualcosa prima che svanisca. La sintassi è spezzata, il verso franto da enjambement che rendono l’avanzare incerto, sospeso, fino a un effetto quasi di “smarrimento”. Il lessico accosta linguaggi settoriali – dalla geologia («faglie»), alla medicina («mitocondri») e all’elettronica («pixel») – a immagini più liriche. L’effetto non è un collage, bensì un attrito fertile che costringe ogni immagine a passare attraverso il filtro del presente, con occhio tecnico e “clinico”. La presenza di toponimi (es. «via Gastaldi», «Lomellina») e segnali urbani costituisce l’ingresso, dentro il dettato visionario, di ciò che Benjamin chiamava Sachgehalt, il “contenuto fattuale”: feritoie di reale che ancorano la visione a coordinate verificabili.

Nel libro, almeno tre grandi campi tematici si intrecciano fino a formare un paesaggio unitario. La tecnologia è onnipresente ma priva di trionfalismo, non promessa di progresso bensì relitto o minaccia silenziosa; infatti, appare nelle forme di infrastrutture abbandonate, luci artificiali difettose, suoni metallici che persistono oltre il loro scopo («neon intermittenti», «sonar fra gli scarti», «monitor iridescente», «subwoofer rotti», «3D destrutturato»), con la doppia funzione di creare un contrasto tra la materialità tangibile e la rarefazione emotiva, e di “fissare il tempo storico”. Il clima è un organismo malato, segnato da eventi estremi, come piene, allagamenti, fulmini e tempeste («fiumi straripare», «picchi di calore», «grecale che infuria, «uragano tropicale», «picco di corrente»), e la natura sembra aver smesso di vivere per limitarsi a recitare la propria vitalità («le piante fingono una vita inesistente»); tuttavia, non c’è distinzione netta tra ciò che accade agli esseri viventi e ciò che accade alla biosfera (es. «la fine disgraziata dei lupi fuori area»). L’amore, infine, non si sottrae a questo scenario poiché irrimediabilmente contaminato dal tempo, dal rancore, dalla distanza, messo a nudo nella sua componente di falsità e di potere, più parte del guasto generale che via di salvezza («l’amore che svanisce / come stella millenaria sfracellata / anni-luce fa sopra un’orbita di gas / pulviscolare», «non era indispensabile mentire / ma lo hai fatto e questo / resta», «quei nostri sottintesi che non capiamo più / facciamoci il piacere di annullarci, ti prego»). Questi tre assi non restano compartimenti stagni, ma si compenetrano: il lessico tecnico può entrare in un testo d’amore, i cambiamenti climatici possono assumere la forma di un’immagine urbana, e un gesto affettivo può essere filtrato da una percezione meccanica o digitale. È in queste sovrapposizioni che La disisperanza trova la propria forza, trasformando la frammentazione in un inventario coerente del nostro tempo.

Accanto ai tre assi principali, la raccolta si muove lungo altre direttrici che ne consolidano la complessità e la capacità di restituire un’istantanea stratificata del presente. Le poesie sono popolate da presenze che si muovono ai bordi della scena («l’uomo in meno», bambini, malati, «gli idioti», ma anche randagi, specie minacciate, animali morenti), non sono mai eroi né figure idealizzate, ma si configurano come indicatori del guasto collettivo, segnalatori umani o animali dello sfacelo che avanza. Chi sta ai margini è il primo a registrare – o a subire – il deterioramento ambientale (onnipresenti i rifiuti e le materie inquinanti), sociale, affettivo. Queste figure creano quello che potremmo chiamare un “atlante della vulnerabilità”, in cui fragilità biologica e marginalità sociale coincidono, mostrando come la crisi colpisca in primo luogo le esistenze meno protette. L’acqua attraversa l’intero libro, dalle prime poesie fino alle ultime, ricorrendo in forme molteplici: sottopassi allagati, fiumi che straripano nei boulevard, maree dalle forze magnetiche, paludi che diventano mare. Non è però mai un elemento puramente vitale, ma appare piuttosto come forza dirompente, residuo stagnante o liquido che intride superfici industriali. In più di un testo diventa metafora del tempo e della memoria: trascina via ricordi e oggetti come il «fango che / riemerge dai cofani delle auto ammutite / dal picco di corrente sotto i ponti». Questa insistenza non è decorativa, l’acqua assomiglia molto di più alla sostanza instabile su cui si regge il mondo di Tavilla, un elemento che unisce il paesaggio urbano, quello naturale e quello interiore in un’unica condizione di allagamento. Tra le righe del libro si percepisce anche un continuo rumore di fondo di tipo bellico («proiettili», «un tiro di mitraglia», «eravamo soldati», «sommarie esecuzioni»). Non ci sono racconti di guerra in senso stretto, ma una percezione costante di assedio; la vita quotidiana è avvolta da conflitti politici, sociali o ambientali. Uno stato di allerta diffuso che si manifesta tanto nella difesa di spazi vitali, urbani o naturali, quanto nella tensione invisibile che pervade i rapporti umani.

Cifra distintiva della raccolta è anche la sua tendenza enumerativa, che si manifesta in sequenze serrate di oggetti («auto rotte, case a pezzi») e di azioni («cerca e trova, cerca e trova, trova / e tronca»). Questo modo di procedere costituisce una dimensione da reportage, vicina alla cronaca, pur mantenendo la densità e l’ambiguità della lingua poetica. L’elenco non è un semplice accumulo, ma più una strategia per restituire l’ampiezza del guasto, mettendo sullo stesso piano il dettaglio minimo e la grande scena, il frammento di vita e il fenomeno collettivo. Tutti questi elementi concorrono a formare una testimonianza corale: la voce poetica non si colloca in alto a giudicare ma cammina dentro i luoghi che descrive, è partecipe e vulnerabile quanto le figure che incontra. La «disisperanza» non è lo sguardo distaccato di chi osserva da una torre d’avorio il senso della fine, ma quello di chi ci è immerso fino alle ginocchia, come nei sottopassi allagati del libro, e sceglie di guardare senza voltarsi dall’altra parte. Questa postura interna, condivisa, dà coerenza all’inventario di Tavilla e lo trasforma in uno spazio di identificazione per il lettore. Il Sachgehalt benjaminiano agisce come metodo compositivo: la poesia accoglie dati minimi di realtà che perforano l’allegoria e impongono al lettore un riconoscimento. All’opposto dell’evasione, l’autore propende per una pedagogia dello sguardo. Quei lampi fattuali non illustrano l’idea, ma la costituiscono. Senza di essi, «disisperanza» resterebbe un lemma astratto, con essi diventa condizione “di tutti”. Rispetto al panorama italiano recente, Tavilla sceglie di non chiudere l’io nel proprio microcosmo emotivo, ma lo espone al mondo, lo obbliga a passare attraverso infrastrutture, scarti, corpi sociali. Il risultato è una voce che, pur personalissima, produce uno specchio collettivo: leggiamo e ci individuiamo non per identità biografica, ma perché condividiamo l’ambiente di rischi – tecnologici, climatici, relazionali – che il libro mappa con ostinazione.

Dentro l’inventario, qua e là affiorano minimi bagliori – «il colore imperituro dei susini», «come / sboccino nel buio / le cicorie» – ma sono lampi destinati a spegnersi, intermittenze senza esito. Molte poesie, infatti, si chiudono con immagini di sconfitta e di annientamento: «la faccenda triste di / precipitare e mai risorgere», grugni «schiacciati sull’acciaio / delle grate», «un misto / di cocente sconfitta ed eremo / assolato, privo di conforto». Non si intravede resurrezione, ma piuttosto l’attesa di un’estinzione inevitabile, che «attende / come te di spegnersi e svanire». La stessa esistenza appare retrospettivamente come errore: «nullità che già sapevi / fosse meglio non essere mai nato». Nel finale, ciò che resta è un segno minimo, disperato: «un’ultima volta fare segno / di soccorso e resa», un’estinzione collettiva consumata «al lumicino / di qualche apocalisse senza gloria». L’ultimo verso, che domanda «dimmi / dove metti i trascurati dalla luce / dimmi, dove», consegna la formula più estrema della disisperanza: l’esistenza ridotta a «lotta per il niente come fosse vita». Non c’è redenzione, né sopravvivenza simbolica, soltanto la precisione implacabile di una voce che nomina l’epilogo senza alleggerimenti, trasformandolo in un’immagine nitida e memorabile del nostro presente; un inventario della fine (condiviso).

 

La poesia, se è vera poesia

9

di Marco Giovenale

la poesia, se è vera poesia, è sempre di ricerca

la poesia, se è vera poesia, è sempre civile

la poesia, se è vera poesia, è sempre realistica

la poesia, se è vera poesia, è sempre astratta

la poesia, se è vera poesia, è sempre invendibile

la poesia, se è vera poesia, è sempre qualcosa che arriva al cuore

la poesia, se è vera poesia, è sempre poesia

la poesia, se è vera poesia, è sempre in abiti dimessi

la poesia, se è vera poesia, è sempre corale

la poesia, se è vera poesia, è sempre una consolazione

la poesia, se è vera poesia, sa sempre farsi notare

la poesia, se è vera poesia, resta per sempre

la poesia, se è vera poesia, è sempre alta

la poesia, se è vera poesia, è sempre vera

la poesia, se è vera poesia, è sempre autenticità

la poesia, se è vera poesia, è sempre l’autenticità

la poesia, se è vera poesia, è sempre autentica

la poesia, se è vera poesia, è sempre sperimentale

la poesia, se è vera poesia, è sempre nuova

la poesia, se è vera poesia, la rileggi cento volte e sempre ti sorprende

la poesia, se è vera poesia, è sempre la poesia del quotidiano

la poesia, se è vera poesia, è sempre una scaturigine originaria

la poesia, se è vera poesia, è sempre tradizionale

la poesia, se è vera poesia, è sempre attuale

la poesia, se è vera poesia, è sempre di qualcuno

la poesia, se è vera poesia, è sempre lirica

la poesia, se è vera poesia, è sempre tragica

la poesia, se è vera poesia, convoca sempre il lettore

la poesia, se è vera poesia, è sempre come una lettera d’amore

la poesia, se è vera poesia, è sempre violenta

la poesia, se è vera poesia, è sempre tutta da scoprire

la poesia, se è vera poesia, è sempre Milo

la poesia, se è vera poesia, è sempre in medio stat virtus

la poesia, se è vera poesia, è sempre elementare

la poesia, se è vera poesia, è sempre liminare

la poesia, se è vera poesia, è sempre elementale

la poesia, se è vera poesia, è sempre liminale

la poesia, se è vera poesia, è sempre parentale

la poesia, se è vera poesia, è sempre parenetica

la poesia, se è vera poesia, è sempre prenatale

la poesia, se è vera poesia, è sempre contro l’inquinamento

la poesia, se è vera poesia, sarà pure stata scritta da qualcuno

la poesia, se è vera poesia, è sempre preziosa

la poesia, se è vera poesia, è sempre

la poesia, se è vera poesia, è sempre presente

la poesia, se è vera poesia, è sempre numinosa

la poesia, se è vera poesia, è sempre pudica

la poesia, se è vera poesia, è sempre pomata

la poesia, se è vera poesia, è sempre un gesto

la poesia, se è vera poesia, è sempre una stretta di mano

la poesia, se è vera poesia, è sempre una legittima finanziarizzazione dell’immateriale

la poesia, se è vera poesia, è sempre possibile leggerla a salti

la poesia, se è vera poesia, è sempre come sorbire paracetamolo sul pigro divano

la poesia, se è vera poesia, è sempre cut-up

la poesia, se è vera poesia, è sempre un’installazione

la poesia, se è vera poesia, è sempre un’intuizione

la poesia, se è vera poesia, è sempre performativa

la poesia, se è vera poesia, è sempre installativa

la poesia, se è vera poesia, è sempre tonale

la poesia, se è vera poesia, è sempre orale

la poesia, se è vera poesia, è sempre iconica

la poesia, se è vera poesia, è sempre conica

la poesia, se è vera poesia, è sempre dodecafonica

la poesia, se è vera poesia, è sempre melodica

la poesia, se è vera poesia, è sempre posturale

la poesia, se è vera poesia, è sempre gestaltica

la poesia, se è vera poesia, dà i brividi

la poesia, se è vera poesia, è sempre a getto d’inchiostro, reattiva, neoconfessionale, baritonale, heideggeriana, liscia, festosa, mercuriale, neomitica, ciclotimica, tedesca, una frappa, in picchiata, occhieggiante, palliativa, agli ottavi di finale, scissionista, al sugo, riccia, posticcia, documentaria, testimoniale, meridionale, matriarcale, dadaista, porosa, un acroterio, smontabile, romantica, endoscopica, pariniana, milf, surrenale, sadica, alpinistica, tanata, piduista, speziata, relativa, antiglobalista, un campanello d’allarme, una voragine, una vertigine, puro canto, sudata, un vascello in balia della corrente, una corrente, una massa, per le masse, lallazione, fornicazione, una sfida, un fido, un pasto caldo, calviniana, placebo, gourmet, ripicca, nanoparticella, vibrante, valdostana, barocca, baricca, fededegna, monoblocco, neocatecumenale, meticcia, ovale, bombata, trobadorica, pongo, postmoderna, ammaliatrice, melanconica, melensa, una mela, satirica, rabelaisiana, bidonata, manesca, romanesca, rigida, lipofantica, antitaccheggio, eliotiana, in finto camoscio, imbustata, ovulante, centipede, al dente, fatata, una mulattiera, onanistica per deterrenza, un condominio, come una roccia, una scala ascendente, disneyana, doppia, truccata, fetusa, mobbata, tantalica, sciantosa, galattosemica, sregolata, in carriera, affettata, artaudiana, mitomodernista, brokeraggio, prostatica, sereniana, fortiniana, gommosa, cleptomane, iridescente, coprofilica, volpina, in garamond, bustrofedica, abrasa,  serenamente classica, in padella, ciellina, lunare, ipercolesterolemica, perimetrale, sedentaria, foderata, dentata, cambogiana, raptus, soda tipo ikea, orientata verso Napoli, demiurgica, veterodadaista, spellata, dromomane, anarchica, istrionica, pangermanistica, farinosa, protestata, obesa, nativa, wittgensteiniana, mentolata, ospitale, della Marvel, chioccia, in cemento, azzimata, quantistica, nuda, a barre, un cioccoblocco, spaziosa, operettistica, fulminante, cerchiata, trappista, muscolare, una mail, commestibile, brasiliana, col parmigiano a scaglie sottili, col parmigiano a scaglie impercettibilmente meno sottili, comunista, ubertosa, sfiancante, girevole con un adulto a lato, gerontofobica, atea, passivizzante, sulla linea Maginot, medicamentosa, per bene, lambiccata, piantonata, pitonata, platinata, platonata, coibentata male, fungina, tellurica, al dativo, legiferante, deduttiva, spiccia, contropelo, bluastra, disillusa, reificata, albale, indicizzata all’inflazione, a zigzag, pugnace, derivativa, binaria, una dune buggy, roca, alcalina, indolente, ambidestra, corroborante, vecchia, bellica, casearia, un’anta, biscottata, al tratto, chiaroscurata, poliglotta, impanata, brutalista, oleata, un sintomo, un vagito, una tappa intermedia, open minded, googlata, egoriferita, frigorifera, pescosa, restia all’ingestione di alcolici a digiuno, un opale, schierata con Turati, medusea, karma, al tramonto, pervia, indecisa, serotonina, oca, laica, incorniciata, ricaricabile, un flap, una visione del mondo, una visione dell’io, una visione del linguaggio, una televisione, oro colato, lombrosiana, semisferica, di successo, supina, bohemienne, meccanica, pralinata, neolitica, con l’erre moscia, giroscopica, escheriana, Pat Benatar, crepuscolare, vintage, neomelodica, neometrica, signorile, sottoposta a ossidoriduzione, fecale, godibile, mescalinica, al lampone, fresata, pompier, gonadica, resecata al plinto, saponosa, un dodecaedro, politicamente esplicita, paludata, grata al tafanario, cristallina nei suoi enunciati, retró, un cambiavalute, impaurita dai servizi segreti, logocentrica, in lotta con le spalline del cappotto negli anni Ottanta, vaporwave, glicciata, grattata, una grattachecca, ominosa, Milo bis, aforistica, una scommessa, frenologica, geolocalizzata, diaccia, crapula, un inno al volo, un inno alla vita, un inno in generale, il draghetto Grisù, preghiera alla primavera, un candido cigno, Lou Ferrigno, sebo, brassicacea, una ninna nanna, filodiffusione in sauna, la trapunta a greche dell’ava, haiku, un portale aperto su mondi tutti seghettati, un allegro vibrione, aristocratica, Aristotile, al pantone, sospettosa, porosa, inevitabile, Rainer Maria, sportiva, love me tender, yamaha, echeggiante, angelicata, piezz’ ’e core, calibro 45, sudtirolese, senza parabeni, ortodontica, lialeggiante, militesente, d’arredamento, come un ciuffo sbarazzino, un apostrofo roseo tra le parole t’reno, mazziniana, un plettro fra i denti, trippa alla romana, come il dodo, pelle e ossa, fonte di speranza, a strapiombo, come un frutto maturo, rossetto sullo specchio, Vamba, paragonabile, un dirigibile, un testimone di geova imballato sull’A1, vedere le cose da una nube, venticinque minuti di tosse, Barthes fratto Borges, un susino, Pollenza, seminare una volante, Amazon, Batman legato sulle rotaie, Frate Indovino, Tarquinia, mezza scacchiera senza pezzi, tante care cose

 

Oggi penso a Renée Good

6
Portland Avenue and 34th Street in South Minneapolis where City of Minneapolis officials have confirmed an ICE agent shot an observer. A neighbor who saw what happened told local MPR news: "She was trying to turn around, and the ICE agent was in front of her car, and he pulled out a gun and put it right in — like, his midriff was on her bumper — and he reached across the hood of the car and shot her in the face like three, four times,”

Di Francesca Matteoni

Oggi penso a Renée Nicole Good, uccisa a Minneapolis
il 7 gennaio 2026 alle 9.37 del mattino da un agente dell’ICE
che il poeta Cornelius Eady definisce “squadra di annullamento
Renée –
bianca, lesbica, madre, vicina di casa, poeta.
Il volto pieno si affaccia dal SUV, dice
“ok, amico, non ce l’ho con te”, forse ha paura, forse ricorda
come ogni donna prima o poi ammansisca un uomo brutale
(perbene, rispettabile, perfettamente sociale)
mentre stringe i pugni di una rabbia immortale.
Sua moglie guarda negli occhi gli agenti del nulla –
sarcasmo contro arma da fuoco. Anche lei ha paura.
Paura e rabbia, paura e rabbia, mentre riallacciamo i fili distrutti
tessiamo mutilate la trama per un tempo senza sopraffazione.
Noi donne non dovremmo mai dire la verità,
perché siamo
giovani inesperte, vecchie ingobbite, nere, queer, madri che allattano,
bianche, fricchettone, senza figli, in carriera, gialle, vagabonde di strada, isteriche,
disinibite, rosse, stolte, ubriache –
ma la diciamo comunque

lingue acute, corpi che prendono spazio
o lo rifiutano
i liquidi, i seni pendenti, la peluria ostile, la pancia di statuette asiatiche,
fertile, rilassata,
o le ossa, le lame, i punteruoli a tendere la mappa della pelle.
Siamo troppo – viviamo.

“Fottuta puttana”, risponde l’uomo dopo averle sparato, tre volte, nella faccia –
solo così riacquista la parola, ma ecco lui non può parlare.
Quel tipo di potere non parla.
Il potere di Renée invece sgorga mentre il teschio
si rompe, è dolore, è giustizia, è fiumana
lo assorbono, lo traducono, lo tatuano accanto ai nomi di coloro
che squarciano l’infamia della distanza.
Scrive Renée dello scarto minimo fra l’essere e il morire
mai riducibile agli apparati asettici della scienza
o alla nenia consolante delle fedi
lo stesso scarto, che ci divide ora –
punto l’indice immaginario
Stati Uniti
Minnesota a settentrione, quasi al centro
allungo il braccio e un oceano è poco più del getto
d’acqua calda a cui rilascio il corpo, ma l’acqua
si appiccica, si addensa questa volta
non scorre
si trattiene in me perché io stia fiera
sulla soglia fra la mia casa e gli imperi, fra la mia lingua e l’altra –

oggi, penso a Renée Good
potrei essere lei. Penso alla me di sette anni
le trecce, i jeans sporchi, il sedicenne bullo
a cui fa la predica, perché la smetta di minacciare i bambini
e mia nonna alla finestra
non dice nulla e osserva, mi lascia fare
mia nonna, convinta che io debba e possa sempre parlare
mia nonna che mi dà la merenda quando rientro, bocca serrata
nessun pianto, dopo aver sostenuto lo sguardo di lui che sibila: ti ammazzo.
Penso alla me gettata sull’uomo che amavo
le botte della guardia notturna, lo sbirro che avverte: lei non c’entra
ancora alla mercé di una volontà maschile che non voglio
o alla me nel sottopasso della stazione, con i soliti agenti in truppa
su un ragazzo nordafricano. Io che rallento, poso la borsa a terra.
“Lei che fa?”, chiede uno. “Io? Io guardo”. “Lei non può stare qui”.
“Io? Io posso. Il sottopasso è pubblico, suo quanto mio”.
E tremo, dentro gli abiti tremo, vorrei urlargli quanta frustrazione deve provare
chi ha bisogno di un’arma per pensarsi al sicuro
da tutte quelle donne che studiano o svuotano i bidoni, dai bambini
che rubano nei supermercati,
dal piccione che libera l’intestino sul passante, dal mozzicone fradicio
di sigaro sul binario della ferrovia.
Oggi penso a Renée Good
penso no, non ci è bastata la lezione
continueremo a imparare quanto è problematico essere buone
buonissime fottute puttane

penso a Renée, penso a Rochelle Bilal, sceriffo di Filadelfia
donna, nera, penso al velluto della sua voce che mi sale addosso
mi ripete –
Renée Good, Renée Good, Renée Good
a chi sceglie di difendere e creare, di parlare
penso al figlio, alla madre, alla moglie di Renée, al suo cane
come se fossero le mie sorelle, le mie madri, il mio amante, i miei gatti
penso al perché scriviamo poesie e le leggiamo
nella spietata umana ottusità industriale, e lasciamo che ci ridano dietro
uccidano quelle di noi che sono al posto giusto nel momento giusto
penso all’odio che può scandire una lingua
nella sua compassione
su questa terra, l’unica, di autocrati che massacrano popoli
penso alla poesia, al bandito che fugge
per essere causa della loro morte, infine, alla fine

sotto la doccia tutte le poesie che non leggerò più a mia nonna
i genocidi, i lupi braccati, le manette, le terre rare, le esplosioni
i proiettili, le donne tirate via per i capelli
nelle centrali di polizia, la polvere al posto delle case
gli incendi, i ragazzi che tirano sassi ai cecchini, le bestie, le città fracassate
le auto con i cani dentro,
mi aggrappo, perché nessuna di noi vuole morire
prima della lotta
un unico corpo che tracima nella parola che alziamo
da giorni, per anni fino al domani
oggi penso a Renée Good

Il pentimento di Dio

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di Daniele Muriano

Fin da quando sua madre aveva risposto «non lo so» (pagina 43), alla domanda su che cosa fosse Dio aveva dato una risposta non ovvia, ma l’unica logicamente possibile, almeno secondo la sua intelligenza non comune. Doveva essere un tipo malvagio e piuttosto cinico, sempre che fosse esistito qualcosa di lontanamente paragonabile all’idea di Dio che circolava nelle varie culture religiose, e di questo S.S. non era davvero sicuro. Se però esisteva, Dio doveva essere malvagio. Come quei dittatori a cui tutti gli sciocchi danno una patente di bontà, oltre che di onnipotenza, ma in questo caso scritta dai Ministeri della Propaganda sparsi in tutto il mondo. Dio era malvagio – pensava S.S. a undici anni dopo aver visto il padre morire di un tumore in un luogo del corpo a lui abbastanza sconosciuto, vicino al cazzo – perché amministrava la morte in modo implacabile, ma sempre incolpando gli altri: in ordine Satana, gli uomini stessi, un misterioso disegno da lui scritto ma di cui non doveva essere ritenuto responsabile, e così via. Ovviamente questa elaborazione era tardiva rispetto agli undici anni, quando in lui era stato impiantato il seme della consapevolezza.

A quattordici anni aveva letto la Critica della ragion pratica del filosofo Immanuel Kant, dove si dicevano un sacco di cose sull’agire umano, e si formulavano astruse leggi morali, senza che a nessuno venisse in mente di applicarle a Dio. Gli sembrava di vivere in un universo totalitario, dove i Ministri della Propaganda irraggiavano una tale quantità di bugie attorno alla figura di Dio (si faceva lo stesso con i dittatori) che era diventato impossibile criticarlo. «Chi sei tu per criticare Dio?» era la domanda che l’uomo si era impiantato nel profondo a furia di formulare idiozie cortocircuitanti.

A quindici anni S.S. si era fatto già una certa fama nel quartiere (di persona infrequentabile), quando a un tratto, un giorno di primavera, cambiò idea su Dio perché vide una donna circonfusa di luce azzurra su uno sfondo di nuvole che gli parlava con una voce musicale e dolcissima di quanto si sbagliasse, ma non perché lui, S.S., era una persona cattiva o male educata alla vita, o così sosteneva quella voce, piuttosto c’era stato un problema alla radice, un errore che voi umani (così si esprimeva la voce) potreste definire un errore di programmazione, come se, ammesso che il mondo fosse paragonabile a un software, il suo creatore o programmatore o (come si direbbe oggi in informatica) sviluppatore avesse commesso taluni errori che ora, con una nuova versione il cui rilascio era imminente, sarebbero stati corretti. In questo modo si espresse la donna, nel sogno più vivido e realistico che S.S., nei suoi quindici anni di vita, avesse mai fatto per poi ricordarne i minimi dettagli a partire da quanto la pelle brillava in quella luce innaturale e da come gli occhi della donna si illuminavano di azzurro soprattutto quando lei diceva certe parole (amore, pietà, compassione) quasi dovessero sottolineare visivamente, in modo persuasivo e allo stesso tempo naturale, i concetti chiave di quel sogno. Si svegliò tutto sudato e incredulo, verso le quattro del mattino. In quella camera la madre dormiva normalmente, mentre in casa regnava il silenzio. C’era un profumo di fiori nell’aria, come se le finestre fossero aperte di fronte a un giardino pensato per incantare chi avesse anche solo annusato quella meraviglia, ma S.S. non si era mai fidato del proprio naso e così aprì le finestre.

Tutto era normale, però, in quell’ammasso di palazzine scrostate e di cavalcavia male illuminati da cui piovevano le disordinate luci delle automobili, l’odore di fiori fu sostituito dai gas di scarico e il buio di casa veniva ora invaso dalle insegne pubblicitarie dell’unico grattacielo (dove stranamente una nota marca di reggiseni e biancheria gli stava mostrando una modella assai simile alla donna del sogno, soltanto meno giovane e candida, retroilluminata di azzurro contro un cielo sporcato dalle altre luci).

Guardando le finestre buie del circondario, S.S. ricordò le facce di tutti gli amici, conoscenti, mezzi parenti e zii acquisiti a cui aveva raccontato la sua versione del mondo. Loro lo odiavano, magari cordialmente ma lo odiavano, per la sua parlantina quando cercava in un certo senso di evangelizzarli attorno alla cattiveria di Dio. Non ne volevano mai sapere, e lui insisteva perché, in fin dei conti, così diceva, bisognava cominciare questa grande ribellione, un’infinita rivoluzione di tipo cosmico, la cui conclusione sarebbe stata – come in altre dittature – la destituzione del concetto di Dio, certo non prima di aver fatto fuori un discreto numero di religiosi che si sarebbero naturalmente opposti, ma di quella parte del piano non andava molto fiero e ne parlava di rado e solo nello stile di uno scherzo.

Comunque ora ebbe di fronte a sé tutti i volti del vicinato, i baffi e le barbe e le pelli glabre o butterate a cui aveva strappato smorfie di dolore, di pietà, di compassione pelosa e mai agita (non erano veri religiosi, erano codardi collaborazionisti, o almeno così S.S. li aveva apostrofati tutti i giorni prima di avere la straordinaria visione).

Ma come decifrare l’annuncio? Non importava se la donna meravigliosa del sogno aveva le fattezze di questa più sessuale e vanesia che gli appariva davanti casa tutte le notti, infatti non aveva mai creduto – nei suoi quindici anni di vita – alle stupidaggini di Freud, che pure aveva letto quasi integralmente, né ai seguaci di Freud che quindi, nel corso della storia, lo avevano rinnegato facendo nascere tutta una risma di individui compiaciuti e babbei tra cui lo psicologo che si era occupato di S.S. dopo la morte di suo padre (un uomo calvo che gli aveva dato del genio, per continuare nel corso degli anni a fargli un sacco di complimenti su quanto era bravo a scuola e intelligentissimo e raro, fino a fargli capire di essere un porco disposto a scoparsi un ragazzino): questo non significava però che lui, prima di Freud e della sua schiatta di dementi, non capisse a perfezione che l’immagine persistente di quella donna con indosso un reggiseno baluginante era imparentata con la donna del suo sogno, e che l’inconscio funzionava in modo stucchevole e preciso, ma lo stesso diede al sogno un valore.

Così iniziò la nuova evangelizzazione della gente là fuori nel buio, perché finalmente… sì, signori, Dio si era pentito!

 

 

Oggi S.S. ha 68 anni, 2 milioni di follower su Instagram, ed è il guru autorevole di una certa controcultura pseudo-religiosa che vede in lui qualcosa meno di un profeta, ma molto più di quanto in realtà non sia. In poche parole?

Quattro mogli, un passato di tossicodipendenza e un best seller pubblicato da Mondadori (più una ragnatela di pamphlet, saggi brevi e introvabili, raccolte di poesie che non hanno l’ambizione di esserlo – feccia autopubblicata a giudizio della Critica, e tutta linfa insostituibile per i suoi vogliosi adepti).

Ma Il pentimento di Dio rimarrà forse nella storia della letteratura, almeno per il casino che ha combinato nel mondo. D’altra parte è un romanzo gradevole: si apre con la scena della stanza che odora di fiori, dove un S.S. tramortito dalla visione della Madonna decide di annunciare al mondo il pentimento di Dio. Nella lunga e barbosa introduzione, l’autore giura si tratti di autobiografia, anche se poi gli angeli sbrilluccicanti e molto alati e altre creature che vengono a visitarlo nel corso del romanzo – a meno che non si leggano come indizi di un delirio – non concordano molto con il realismo desiderato dall’autore.

E ora viene il punto veramente dolente, in quanto S.S. ha una vera passione per quelle ragazzine. Secondo racconti che circolano in rete da troppo tempo, ma che non gli sono ancora valsi dei guai con la polizia, lui dichiara alle giovani fan di volersi sottomettere, e in un battibaleno le ragazzine (dai sedici ai vent’anni, non un anno di più) vengono invitate a picchiarlo molto forte, più forte che possono. A parere di S.S. non c’è traccia di sesso in questi incontri, e d’altronde la sua passione per le ragazzine è inerte sul piano puramente fisico, blandamente masochista.

Eppure c’è chi vede qualcos’altro, forse perché la malizia è negli occhi di chi non può vedere, giusto? A fondamento di ciò possiamo dire che Il pentimento di Dio, unico suo romanzo, è costellato di scene abbastanza allusive dove S.S. è malmenato da pericolose ragazzine di periferia, baby gang di baby chissà cosa, le quali senza volerlo lo portano ad avere un’erezione, di nascosto da tutti, nei pantaloni. Certo la realtà, che spesso non riflette i romanzi e a volte pure li sconfessa, potrebbe essere ben diversa: fuori dal romanzo infatti a picchiarlo non sono solo ragazzine, ma anche vecchie (a volte donne decrepite che vengono armate di un posacenere qualsiasi o non riuscirebbero a nuocere in alcun modo alla tempra ancora vigorosa di S.S., il quale ogni volta, per ciascun pestaggio, pubblica il giorno dopo su Instagram le fotografie del viso o dei muscoli tumefatti) e ogni cosa sotto l’attenta supervisione delle sue mogli, in numero di quattro: tre ex redivive, e quella attualmente in carica, decisamente signore molto agguerrite, come vedremo tra un istante.

Per arrivare alla materia oscena, si deve conoscere la parte più bruciante del romanzo, almeno a grandi linee. Da pagina 101 a pagina 911 del Pentimento di Dio, questo teologo da strada e insieme matematico, nonché astrofisico senza una laurea, come anche botanico dilettante che studia diligentemente nel proprio bel giardino l’impollinazione del crisantemo, insomma S.S. nel suo meraviglioso splendore, ha incontrato Dio in un caffè malfamato di periferia.

Qui Dio annaspa sotto le mentite spoglie di un barbone dalla barba infinita e rossiccia. Non è chiaro subito se si tratta di un messaggero oppure della stessa divinità che ha assunto le sembianze di un uomo, come per esempio usavano alcune divinità antiche (possiamo dimenticare Zeus che si finge il marito di Alcmena, solo per avere un rapporto sessuale con lei?) Ma bando al passatismo, in quanto erano tempi diversi, quando c’era il politeismo e la religione non era un affare così serio. Invece, in modo serio e credibile, nel romanzo di S.S. Dio ha confermato il sogno di vent’anni prima, quando la Madonna gli assicurò che il Signore avrebbe aggiustato il mondo. O meglio, che lo avrebbe aggiornato come si fa con un software.

La tesi? Il Signore non era stato insensibile alla dissidenza di S.S., e come nelle buone dittature che si rispettano era sceso a patti con se stesso: in fondo perché mai opprimere il suo popolo, che era scontento e minacciava rivoluzioni? Bastava dargli un contentino, un’aggiustatina e loro, cioè noi, saremmo stati contenti e meno rivoluzionari, meno bestemmiatori e insubordinati. Le stelle che brillavano nel cielo notturno, anche in quello imbalsamato delle città in taluni momenti particolari, avrebbero (secondo Dio, cioè il barbone che parlava in quel caffè) riversato sulle nuvole e sulla terra una sostanza orgasmica. Quella pioggia luminosa avrebbe portato la felicità nel mondo. Non più catene di colpa lunghe millenni, e bando a tutti i peccati originali dell’universo. Dio era pentito, così diceva il barbone, in quanto si era reso conto che S.S. non aveva torto.

Il barbone parlava impugnando il calice di birra che S.S. ogni due giorni gli offriva per farlo parlare in modo più disinvolto nel dehors completamente arrugginito. A un certo punto, noi tutti avremmo avuto la felicità che ci spettava da 300.000 anni o forse più. Non avremmo dovuto più lavorare, in barba al peccato di quell’Adamo e quella Eva, i balordi oggetto di una circonvenzione d’incapace di dimensioni millenarie, e avremmo avuto qui sulla Terra il paradiso di una volta con tutte le comodità del caso.

Era quello il momento in cui il clochard guardava S.S. nelle palle degli occhi, anziché fissare la ruggine che si mangiava le gambe del tavolo. Faceva così tutte le sante volte, da quando S.S. gli aveva dato corda e birra. Guardava S.S. e gli faceva capire che esistevano delle condizioni. Lui si era trasformato in un barbone ed era venuto sulla Terra a trattare le condizioni con S.S. in ambasciata per la razza umana.

Di qui il libro prendeva il volo. C’era una lunga scarica di vicende complottiste, difficili da riassumere, in fondo alle quali S.S. tornava in sé dopo anni di abusi chimici, dopo aver immesso nel proprio corpo sostanze di ogni colore e origine che avevano – ammetteva S.S. in una nota a piè di pagina – iniettato nella testa dell’autore una orrenda paranoia capace di modificare sensibilmente la percezione di cosa era vero e cosa faceva invece un po’ ridere, modificando anche la sua opinione politica sulle droghe pesanti. E c’era stata poi la difficoltà di S.S. ad avere orgasmi e più genericamente a godere durante i rapporti sessuali. Cosa c’entrava questa roba con Dio? Ma perché miseriaccia il barbone gli aveva continuamente detto e ridetto (lo incontrava ogni dieci pagine nel corso di quel romanzo) quella maiuscola crudeltà…

 

SOLO QUANDO ANCHE TU TI SARAI PENTITO, PER LE BESTEMMIE E PER LE TEORIE ANTI-RELIGIOSE CHE HAI DISSEMINATO LUNGO LA TUA VITA, SOLO ALLORA DIO POTRÀ PENTIRSI.

 

In fondo – diceva il clochard dalla barba rossiccia – tu sei un puntino, un uomo tra i molti miliardi che sono morti e che sono nati e che nasceranno. Della tua buia e anche terribile sofferenza non dovrebbe importarti in modo ragguardevole.

Ebbene tutto c’entrava, sì, infatti lui, dopo che il Dio barbone era morto per cirrosi alcolica (con tutte quelle birre che S.S. offriva su quei tavoli per farlo parlare), aveva cercato di pentirsi, e non ci era riuscito. Forse non era un tipo da pentirsi facilmente, e inoltre tutti i pamphlet che aveva scritto e le bestemmie che aveva pronunciato contro la divinità non potevano essere ritirati con tanta facilità (a meno di essere veramente ipocriti). Dunque, se non poteva pentirsi, aveva deciso che voleva almeno soffrire, in modo quotidiano e controllato, cominciando dal farsi picchiare e talvolta raschiare la pelle con le unghie da…

Certo, erano soprattutto ragazzine ma lui accettava qualunque persona non troppo muscolosa, purché fosse intenzionata a strappargli un pentimento sincero. Tuttavia nessuna donna ci era mai riuscita. Non le ragazzine, né tantomeno le lottatrici professioniste che aveva sposato – divorziando da ciascuna quando diventava abbastanza chiaro che non erano abbastanza violente da strappargli un pentimento doloroso e sincero.

Ma se si pensa che questo strano profeta (da taluni definito «da strapazzo») sfruttasse le donne per i suoi scopi mistico-teologici, allora non si conosce il peso della responsabilità che abitava il cuore di S.S. E lo stomaco. E così l’intestino, dagli scienziati definito «il secondo cervello». E a questo proposito è bene ricordare che S.S. non aveva mai cacato in modo liscio e soddisfacente nell’arco dell’intera sua vita, ma anzi bestemmiava, dalla seduta del water, invocando quel dio malvagio che gli aveva ingolfato gli intestini. Insomma è diventato complesso se non addirittura da cretini giudicare moralmente S.S., sia perché nella propria esistenza ha mostrato di essere davvero convinto che dal suo sincero pentimento discendesse il pentimento di Dio e così il miglioramento delle condizioni del mondo, sia perché la realtà e la finzione, cioè l’S.S. della realtà e l’S.S. della finzione del romanzo, si confondono in modo abbagliante, luminoso al punto che il mito di S.S. è un unico, gigantesco monolite e tutt’attorno una notte stellata, e questo vale naturalmente per i suoi follower più sfegatati e pallidi in volto quando parlano di lui come anche per chi, invece, ha appena iniziato a conoscerlo su Instagram e non ha ancora partecipato a quelle sue ambivalenti conferenze in cui, alla fine, chiede a tutti (ma con una menzione particolare per le ragazzine più attraenti) di percuoterlo un po’, con molta grazia, in modo da scatenare in lui, più potente di un orgasmo, il segno del pentimento, visto che – lo dice sempre nei video pubblicati! – «quando io riuscirò a pentirmi, il mondo intero si toglierà le mutande e farà l’amore con voi, tutti insieme o uno per uno, amen».

Alle spalle del predicatore, tanto nelle conferenze gremite quanto in questi video ripresi in una luce azzurrina e celestiale, ci sono le mogli, in numero di quattro (come detto: tre ex, una in carica), accuratamente vestite con tanto di guantoni e abiti da picchiatore come pantaloncini fosforescenti o kimoni con scritte dorate. Da qualche parte sempre a caratteri enormi, compare una frase da rimorchio, uno dei tanti slogan che caratterizzano l’attività di S.S. come influencer, tra cui abbiamo: «Fatemi pentire e sarete felici!» o «Se mi pento io, si pente Dio» o il più seducente: «Se volete un orgasmo che non finisce, finitemi!»

Su un tavolo, troviamo abitualmente il suo best seller, che tante generazioni di fanatici ha circuito e da cui è così difficile difendersi asserendo che è solo l’invenzione di un pazzo, perché fra i suggestionati ormai il pentimento di Dio sembra davvero imminente, colgono segni in qualunque miglioramento della loro vita o delle condizioni globali (trovano un amore per poi diventare finalmente persone felici, ed ecco il segno, oppure finisce una guerra che ha succhiato sangue per decenni a interi popoli, e quelli gridano a Dio che si sta pentendo per il macello millenario). Persino tra gli scettici, tra gli increduli e i detrattori inarrestabili ci sono le defezioni, qualcuno che improvvisamente compra il libro a una conferenza di S.S. e comincia a venerare l’autore per farsi prendere poi dall’ossessivo desiderio di picchiarlo, di farlo pentire della bestemmia universale a cui ha sempre aderito nella sua vita, e si immaginano chi sa quale orgasmo e quale orgia planetaria come ricompensa per questo. E la Chiesa che finge di ignorarlo? Be’, in realtà sembrano esserci migliaia di credenti e non solo laici e dicono persino qualche cardinale, che di nascosto si aspettano qualcosa da questo clima di autentica religiosità che circonda S.S., vecchi malfermi abituati a guardare sei o dieci volte Instagram in un giorno per vedere a quale punto siamo ormai con il pentimento di Dio, con il pentimento di S.S., con l’orgia universale che ci attende. Perché il Signore aggiusterà il mondo, perché Dio evidentemente si è reso conto di aver sbagliato, o così si mormora per le strade.

Alla televisione, in fascia protetta S.S. discute amabilmente con tutti, anche con gli scettici, e non si fa mancare le critiche più severe. Non si arrabbia nemmeno quando un intellettuale calvo, agitando il dito inquisitore come se volesse infilzare le sue menzogne, gli dice una cosa semplice. È notte: l’audience è incredibilmente alta per quella fascia oraria. È la tesi dell’intellettuale calvo a distruggere la calma di S.S., a quest’ora buia che scende in picchiata verso il mattino. Se lui dovesse pentirsi, sicuramente perderebbe il paradiso in terra che si è guadagnato, le attenzioni di cui è fatto oggi il suo mondo, e così le perversioni di massa che lo interessano, per non parlare delle ragazzine. In altre parole S.S. è il mondo che lo contiene, dice l’uomo e continua a infilare il dito in quella piaga intellettuale. Per questo è impossibile che si penta. Se lo facesse smetterebbe di essere S.S., colui del quale in troppi aspettano il pentimento. Non si eliminerà da solo, vale a dire che non si pentirà mai, qualunque sia la misura di dolore che gli altri possono giocosamente infliggergli. Quindi, comunque vada, l’umanità è fottuta dal proprio Dio.

Con queste parole, l’intellettuale calvo ha concluso il sofisma, e subito lo studio dev’essere stato sommerso da un silenzio duro e trasparente di tipo inattaccabile, se nemmeno il conduttore, o uno degli scalmanati ospiti del suo programma, osa ancora muoversi per spezzare il momento.

A un certo punto la telecamera stringe sul volto ossuto dell’accusato, perché sta succedendo qualcosa di veramente strano, quando per la prima volta in 68 anni (come ci dirà lui stesso) senza contare il giorno in cui è nato, S.S. scoppia in un pianto disperato, liberatorio e definitivo. Infatti nello stesso momento, in quattro diversi continenti del pianeta, si registrano decine di infarti, centinaia di malori e un numero imprecisato di urla desolate. Ma solo una risata, e abbastanza lasciva, quella dell’intellettuale calvo.

 

Contro la semplificazione: se ogni vissuto diventa letteratura

4

 

 

di Ornella Tajani

Mi chiedo, ormai sempre più spesso: esiste (ancora) una distinzione fra testimonianza e letteratura? Per me, indiscutibilmente sì: qualsiasi storia ha diritto d’essere raccontata, ma non acquisisce automaticamente dignità letteraria nel momento in cui viene pubblicata. Che cosa distingue il resoconto di un’esperienza personale da un testo letterario, magari autobiografico? Naturalmente la forma, lo stile, certo, ma anche l’inventio, la struttura, la dispositio, un’immaginazione autoriale che concepisce un disegno e non si limita a raccontare un fatto. Potremmo anche dire: una certa complessità di pensiero soggiacente.

La scena editoriale francese, ad esempio, pullula di «racconti di transfughi sociali» che, sulla lunga scia dell’opera di Annie Ernaux, affollano da alcuni anni gli scaffali delle librerie: la questione è stata indagata a fondo da Laélia Véron e Karine Abiven in Trahir et venger. Paradoxes des récits de transfuges de classe (2024), che del genere indagano ambivalenze e contraddizioni. Che cosa vuol dire quest’etichetta sul piano critico-letterario, quali informazioni ci dà sul testo? Praticamente nessuna: riferisce soltanto qualcosa sull’identità dell’autore. In molti récits de transfuge, se da Ernaux (e in minor misura da Didier Eribon) vengono ripresi dei temi, siamo tuttavia molto distanti dalla qualità della prosa ernausiana, così caratteristicamente condensata, trattenuta, e lavorata con perizia.

Ora, è ovvio che il racconto di testimonianza può essere letteratura (Primo Levi); il punto è che non è detto che lo sia. È il caso di La Petite dernière di Fatima Daas, apparso nel 2020 in Francia (poi tradotto per Fandango da Giorgia Tolfo con il titolo La più piccola), opera ufficialmente presentata come «romanzo», la cui protagonista ha però nome, cognome e coordinate biografiche dell’autrice: cresce a Clichy-sous-Bois, studia a Parigi, è lesbica, musulmana, praticante, esattamente come chi ha scritto il libro. Sebbene nelle interviste Daas ci tenga a sottolineare che non si tratta di un «diario intimo», è tuttavia evidente da come ne parla che la propria esperienza è la sostanza principale del testo.

Malgrado il plauso della critica, il libro non presenta a mio avviso nessuna qualità letteraria: la sua pubblicazione è presumibilmente dovuta alla peculiare combinazione di due tematiche, ossia il racconto della condizione lesbica dal punto di vista di una ragazza cresciuta in una famiglia musulmana. Basta leggerne una recensione positiva per scoprire che, anche da parte di chi sembra averlo apprezzato, non emergono specifiche qualità di scrittura o particolarità stilistiche. Vediamo allora cosa ne diceva nella presentazione editoriale Virginie Despentes, un’autrice che pure sa usar bene sia la lingua, sia la testa:

Le monologue de Fatima Daas se construit par fragments, comme si elle updatait Barthes et Mauriac pour Clichy-sous-Bois. Elle creuse un portrait, tel un sculpteur patient et attentif… ou tel un démineur, conscient que chaque mot pourrait tout faire exploser, et qu’on doit les choisir avec un soin infini. Ici l’écriture cherche à inventer l’impossible : comment tout concilier, comment respirer dans la honte, comment danser dans une impasse jusqu’à ouvrir une porte là où se dressait un mur. Ici, l’écriture triomphe en faisant profil bas, sans chercher à faire trop de bruit, dans un élan de tendresse inouïe pour les siens, et c’est par la délicatesse de son style que Fatima Daas ouvre sa brèche.

Glisso sui riferimenti a Mauriac e al povero Barthes, tirato in mezzo ogni tre per due quando qualcuno usa una forma frammentaria. Che cosa deduciamo dalle parole di Despentes? Intuiamo vagamente, per suggestive metafore, quali sono i temi (la vergogna, il rapporto con i genitori, il contesto), poi leggiamo: «la scrittura trionfa mantenendo un profilo basso, cercando di non fare troppo rumore», per concludere infine sulla «delicatezza» dello stile — definizione che, tocca ammetterlo, non vuol dire quasi niente.

Non intendo insistere su questo libro, letto alla sua uscita in Francia ormai diversi anni fa e preso solo a mo’ di esempio, ma mi preme sottolineare un punto: ciò che alla fin fine la critica davvero ne ha elogiato è la «prise de parole située», la restituzione della voce di una giovane francese di seconda generazione alle prese con un percorso di formazione nient’affatto semplice. Dal punto di vista sociale, è certamente prezioso diffondere racconti di questo tipo, mi sembra anzi sacrosanto. Nondimeno, oltre alle considerazioni sulla scrittura, elevata dai media a prosa ritmica o persino mimetica delle sonorità dei versetti del Corano, il testo si presenta come povero sul piano della costruzione: in una narrazione alla prima persona, la vicenda si conclude con il regalo, da parte della madre alla protagonista, di un quadernetto, oggetto evocativo del libro che abbiamo tra le mani; una trovata piuttosto ingenua.

Tengo a precisare che non sto dicendo ciò che non sto dicendo: il problema non è che un libro come questo venga scambiato per letteratura perché tratta di temi woke come omosessualità, minoranza razziale o religiosa; il problema è che un qualsiasi story-telling sia scambiato per letteratura. Detta altrimenti: ben venga la pubblicazione del libro di Fatima Daas, purché se ne fruisca come di una (pseudo)testimonianza, magari di una écriture-de-soi, e non come letteratura.

Il dilagare di annacquate forme di narrazione, incentrate sull’episodio biografico e pressoché prive di costruzione, mi pare appiattire questi distinguo: sempre più spesso trionfa un io che dice le proprie esperienze, in maniera anche sincopata, senza che necessariamente ci siano dei temi forti intorno ai quali è orchestrato il racconto — ma, seppure ci fossero, i temi da soli non basterebbero a fare letteratura, né del resto a fare critica letteraria. Un altro fenomeno si accompagna infatti al primo: anche la critica sui media sta diventando story-telling. L’esperienza di lettura s’impone: non si parla di un romanzo sul disagio psichico senza lungamente evocare vicende private, nessuno vuol più leggere «recensioni», al punto che lo stesso termine si riveste di una patina polverosa. Come scrivevo in un post tempo fa, il libro altrui diventa un pretesto per parlare di sé in maniera esplicita, è funzionale all’esibizione dell’io – come se costruire un discorso intorno a un’opera, darne una propria interpretazione non fosse abbastanza gratificante (né abbastanza attraente da leggere). Eppure, cosa c’è di più personale di un’interpretazione? Recensire significa “far parlare” l’opera attraverso il filtro di una soggettività critica. Il sentire di chi scrive è racchiuso nel movimento stesso del discorso.

Perché ce l’ho tanto col racconto della propria esperienza, sebbene consacri parte dei miei studi a un’autrice di autobiografia? In parte proprio perché mi salta agli occhi uno scarto qualitativo; in parte perché la questione per me va oltre le distinzioni terminologiche e concettuali (testimonianza/racconto/romanzo/autofiction/storytelling, etc.). Mi sembra che l’imperare del «vissuto» in versioni basiche, poco strutturate – a discapito delle forme elaborate della letteratura – sia parte di una grande ondata di semplificazione dei prodotti culturali, generatrice di un impigrimento rispetto a narrazioni più articolate che finisce col coinvolgerci tutti.

Se le manifestazioni della semplificazione globale di qualsiasi tipo di discorso sono innumerevoli nel nostro presente – dai discorsi “politici”, all’assuefazione per l’appagamento istantaneo di un reel di pochi secondi, alla profusione di film concepiti a tavolino per essere diffusi su piattaforma, ecc. –, una di quelle che mi capita di osservare più di frequente è legata alla crescente incapacità di fruire di narrazioni complesse. Lo vedo ad esempio con i bambini con cui mi capita di avere a che fare, che magari non guardano i cartoni animati ma delle sorte di micro-reality con attori in carne e ossa in cui si inscenano situazioni quotidiane, banali, giustapposte, senza evoluzioni (e quindi prive di relazione causa-effetto). Lo vedo al cinema: se è vero che nel campo della rappresentazione regna da tempo un certo ipertrofismo dell’io, anche quando si attinge a esperienze vissute l’arte dovrebbe essere trasformazione del dato (auto)biografico e non mera trasposizione; verticalità, non orizzontalità. Invece – per citare i primi esempi che mi tornano in mente – ripenso a Jane by Charlotte, documentario di Charlotte Gainsbourg sulla madre Jane Birkin, più simile a un filmino per i parenti che a un’opera rivolta a un pubblico esterno, o all’improponibile Hors du temps di Olivier Assayas, ambientato nel periodo del lockdown; film che si rivelano patchwork di frammenti di vita o ricordi più o meno dichiarati, senza una vera idea progettuale dietro, senza un’intuizione.

Se prolificano esponenzialmente le narrazioni semplificate, saremo sempre meno in grado di comprendere questioni complesse e produrre ragionamenti articolati. Il rischio, insomma, è che, fruendo meno di narrazioni à la Balzac e troppo di libri à la Daas, saremo portati a stare più schiacciati sulla superficie della realtà, accontentandoci di assorbire, quasi per osmosi, ciò che riconosciamo ci interessi – finendo col diventare meno pronti a scoprire qualcosa di nuovo, a farci stupire dall’inaspettato.

 

La pelle di Dario Bersade

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Foto di Markus Spiske da Pixabay

Foto di Markus Spiske da Pixabay

di Aurelio Vatteroni

La prima volta che Dario si tolse la pelle il fatto creò non poco scalpore. Ne parlavano tutti, all’università, fra gli amici del liceo. Si discuteva di come ci fosse riuscito, di quanto ci avrebbe messo a ricrearsi, di quanto avesse sofferto nel mentre.

Non conosco, così come credo non li conosca nessuno, i dettagli dell’accaduto. Ognuno raccontava ciò che sapeva, sperando fosse di più di quanto ricordasse il suo interlocutore. L’argomento attraversava le aule universitarie e per una settimana divenne il centro di ogni incontro. Ricordo i curiosi che si avvicinavano agli amici più stretti, il chiasso, i bisbigli, a volte le risa. Ma ricordo anche lunghi silenzi, che iniziarono a comparire le sere successive, superata l’adrenalina dei primi giorni. Le coppie si stringevano sedute nei lunghi corridoi. Nessuno riusciva ad andarsene prima delle nove, orario in cui i guardiani si decidevano a cacciarci – persino di loro ricordo i visi allungati, insonni; ci parlavano lentamente, come se entrassero anch’essi nella bolla dentro alla quale eravamo immersi dal giorno in cui la notizia aveva iniziato a circolare.

Non ho mai conosciuto Dario Bersade. Quanto so di lui proviene solo dai racconti di quei giorni all’università e dal diario di Sofia Bonfini, che ho potuto leggere due anni dopo l’accaduto. Avevo visto più volte Sofia nella facoltà di Lettere e ci eravamo scambiati qualche parola di circostanza. Sofia è poi andata a vivere a Lisbona e il suo diario mi è arrivato tramite Francesco Grassi, mio amico stretto, che si è traferito nella stanza presa in affitto da lei durante gli studi a Roma. Era un piccolo quaderno nero, di quelli che andavano in voga tra noi ventenni – li compravamo tutti nello stesso negozio – e che poteva essere un semplice regalo di Natale fatto in famiglia, magari da qualche cugino che conoscesse vagamente i gusti dell’interessato.

Nel diario compariva due volte il nome di Dario, uno alla data del 12 novembre 2018, prima dell’accaduto, ed un altro al 13 febbraio 2019. È l’unica persona che conosco ad aver mai rincontrato Dario e ricordo, per questo, di aver letto avidamente quelle pagine. Sono ormai passati quarant’anni e adesso non ho idea di dove sia finito quel quaderno. Per quanto mi stia sforzando, non riesco davvero a distinguere quali eventi appartenessero al primo incontro con Dario – del 12 novembre – e quali al secondo – del 13 febbraio. Ho deciso così di rimettere insieme quanto mi torna alla memoria, in un’unica giornata a cavallo fra le due. Data la stranezza di tutta la vicenda, ritengo infatti che il modo in cui mi sia rimasta impressa possa essere più reale di quanto potrei ricostruire in maniera più esatta.

Era una mattina fredda, con il sole nascosto da un velo bianco di nuvole – non ricordo il meteo di quell’anno, ma questa descrizione potrebbe adattarsi bene ad entrambe le giornate. Sofia era arrivata all’università in anticipo, vestita con un cappotto rosso e dei jeans chiari. Si era seduta al bar e aveva preso il primo caffè della giornata. Non faceva mai colazione a casa. Si svegliava prima che si alzassero tutti e, come di nascosto, come se non abitasse davvero in quella casa, si lavava e usciva. Non voleva farsi vedere – ma da chi? in fondo abitava con delle coetanee – fino al momento in cui arrivava al bar; si sedeva, ed accettava che lentamente la vita le si risvegliasse davanti. Al tavolo accanto a lei erano seduti dei ragazzi più piccoli – dovevano avere la mia età –, che scherzavano, ridevano sul professore e si lamentavano per lo studio. Era stata anche lei così, nei primi anni. Adesso stava arrivando qualcosa di strano, di diverso. La maturità. Non sapeva che significato attribuire a quella parola, ma si sentiva stanca di vedersi bambina, di sentirsi dipendente da un qualcosa che non fosse lei. Qualcosa di vivo, di pressante, di ostruente. Qualcosa con il sapore di varechina e capelli lisciati dal balsamo. Di questo parlò con Dario, quando la raggiunse al bar. Si spostarono poi in una piazza squadrata, che poco aveva a che fare con San Lorenzo, il quartiere universitario. Dario ascoltava e si muoveva piano. Ricordo che Sofia aveva annotato una frase pronunciata da lui, “non lo so neanche io”. Non sapeva neanche lui che volesse dire il tempo perso sui libri, le pause, le sveglie presto, le ubriacature forzate. Non sapeva neanche lui che significato avessero i libri, le pagine stampate, le ore a girare intorno a se stessi. Nessuno dei due sapeva che significato avessero i baci – se lo dissero mentre erano sdraiati a letto – e perché davvero ci baciassimo sulla bocca – anche io tuttora non ho la risposta, ma credo possa essere utile aprire un libro di psicanalisi.

Non credo che Dario avrebbe apprezzato che si parlasse così tanto di lui, in futuro. Non so nemmeno se questo racconto – abbastanza deludente, mi rendo conto di avervi montato le aspettative – risalga ai giorni precedenti o successivi a che si togliesse la pelle. Rileggendo quanto ho scritto, mi sorprende di aver iniziato con La prima volta che Dario si tolse la pelle. Di fatto non so se questa cosa sia mai più successa, ma se ho scritto così è perché questa è la percezione che mi è rimasta dell’accaduto. Che sarebbe risuccesso, che sarebbe risuccesso ogni volta che Dario avesse rimesso piede nella camera dove aveva dormito con Sofia.

Oltre a queste poche righe, c’è qualcos’altro che mi è rimasto del diario di Sofia. C’era un foglio all’interno, che avevo immaginato potesse essere opera di Dario. Non ho conservato neanche quello, in realtà, ma ai tempi lo ricopiai e ancora adesso porto con me il duplicato. Ve lo restituisco qui, sperando possa interessarvi.

Mi muovo a passi lenti. Vedo le tue labbra piene, i tuoi occhi brillanti. Se cado la paura e il vuoto.

Sento le strilla, la violenza, la corda tesa. Così i miei muscoli.

Sento il rimbombo asfissiante.

Sono dentro di te e vedo i tuoi occhi socchiusi. Vorrei darti l’amore che non so dire, l’amore che non so conoscere. Ho paura di parlare, di pronunciare il tuo nome. Ho paura di spogliarti e vederti nuda. Ho paura di vedermi nudo.

La mia carne è consumata dai miei stessi sguardi. Sa di vecchio, sgualcito, logoro. La odio perché conosco la sua storia, perché non mi appartiene. Appartiene a qualcosa che ero ed ora non riconosco. Morta prima di nascere, la mia carne mi soffoca e brucia sottopelle.

Le tue labbra piene sanno di dolce pastiglia del sonno, del caldo delle lenzuola afose. Non ti conosco. Non so conoscerti. C’è una porta stretta e una lingua impronunciabile. Mi fermo. Sto stringendo forte le tue braccia.

Per non cadere.

Ho deciso, dopo quarant’anni dall’accaduto, di scrivere la storia – o, almeno, quanto ne so io – di Dario Bersade perché stanotte ho fatto un sogno che me l’ha ricordata. Ero in camera mia, nel mio letto, e mia madre, in piedi davanti a me, mi diceva di smetterla di pensare ai miei capelli. Nel tastarli, notavo di avere un cappello. Una volta tolto e preso tra le mani, mi sono reso conto che era la testa di mio padre – mio padre è morto mentre ero all’università. Lui non aveva capelli, quindi avevo in mano una testa rasata, che lentamente ha iniziato a spaventarmi. Vi stavano crescendo sopra dei capelli neri, corti, con in mezzo delle ciocche bianche. A quel punto mi sono svegliato. Il primo pensiero che ho avuto è che quel sogno appartenesse ad Dario Bersade.

Dancing Queen – Estratto dal nuovo libro di Camila Fabbri (Polidoro Edizioni, 2025)

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di Camila Fabbri

Sport ad alto impatto

«Psss, Paulina. Ci sei?».

Apro a stento l’occhio destro ed è come se qualcosa di aguzzo e sottile mi stesse mangiando il bulbo oculare. Potrebbe essere il becco di un vile colombaccio. Ho l’impressione che la cornea stia sanguinando, o forse è la pupilla. Non lo so, non ne sono sicura. Non sono molto pratica di lessico oculistico. Dev’essere sera, a giudicare dalle luci: fasci rossi e gialli che spuntano tra gli edifici, ma neanche di questo sono certa. Riesco a vedere soltanto un ramo secco sopra il cofano. Invio segnali col cervello ma il busto non risponde, il collo è ancora tutto intero. Stacco la nuca dal sedile anteriore dell’auto e una pioggia di vetri cade circondandomi il culo come fosse un falò. Qualche scheggia mi si pianta tra le natiche. Il dolore è reale. Ciò che credevo fosse un uccello intento a beccarmi l’occhio è invece vetro, la protezione antisfondamento pagata l’anno scorso in dodici rate senza interessi. Uno di quei gesti camuffati da piccole imprese eroiche.

Neanche il busto risponde, è sempre incollato alla similpelle, stretto nella cintura di sicurezza, come se io stessa fossi uno di quei manichini usati per simulare sciagure stradali. L’autoradio è sintonizzata su una frequenza inesistente. Si sentono migliaia di voci di donne, uomini, bambini. Ogni tanto una sequenza pubblicitaria. Talvolta qualche parola ben udibile come «inflazione», «dollaro», o frasi più complesse come «Supermercati Rua», «Sapone Fuku», «Ancora preoccupazione per l’aumento del».

Ho il petto che bolle e sento il cuore battere appena. È uno stato di agitazione estremamente timido. Qualcosa sul punto di svanire.

«Psss, mi senti, Paulina? Non far finta di essere morta».

Il silenzio sarà dovuto all’orario, fuori c’è fin troppa calma. Dovrò aspettare che vengano a cercarmi. Un liquido caldo mi cola giù dall’orecchio. Può significare molte cose, nessuna buona, nessuna salutare. Ho freddo, mi trema la mandibola. Una volta ho sentito parlare del freddo che si prova prima di morire, eppure giurerei di essere viva. Non so dov’ero diretta né da dove arrivavo. Non so proprio un bel niente.

Voglio urlare «Felipe!» ma la voce non esce. Così come il petto, anche la gola è tutta un bollore, le mie tette un nido di passeri. Potrei benissimo averci dentro delle piume. È da quando ho riaperto gli occhi che ho sensazioni da uccello. Qualcosa in quest’auto mi dà la nausea, o è forse allergia?

Vedo finalmente in modo chiaro una cosa. Sul parabrezza sembra esserci una macchia d’olio, o di qualcosa che si solleva prendendo una pozzanghera, in uno schizzo che somiglia a una crepa disegnata. Più in basso, piccolissima, c’è una macchiolina tra il marrone e il bordò. Quel sangue è mio: sarà anche uguale a ogni altro sangue che ho visto finora, ma so che è mio. Vedo da lontano il dna. Com’è ridotta l’auto! Ora è soltanto un altro rottame, mentre prima era un oggetto amato, o perlomeno tenuto in considerazione. Chi prova pietà per un’auto ammaccata? A vederla così mi si scheggia il cuore.

Silenzio.

Riesco a vedere le mie scarpe bianche, intatte, che mi sono messa mentre ascoltavo la risata isterica di due speaker alla radio. I jeans che mi vanno grandi e le buste grigie del tabacco. Dunque no, certo che no, non sto messa poi tanto male a memoria. Non si tratta di Alzheimer o di anomalie del tessuto cerebrale. È qualcos’altro. Anche i rami dell’albero che vedo potrebbero essere dei neuroni e la crepa sul parabrezza un’infinita catena di connessioni nervose. Che brava sono a descrivere i sintomi. Che orecchio fino per i malesseri il mio, per tutti i tipi di malesseri, per tutti quanti i malesseri del mondo. Però l’occhio mi fa tanto male, mi sa che sono a un soffio dal perdere la vista.

Muovo appena il collo e l’intero quadro si tinge di giallo. In modo chiaro riesco solo a sentire e ciò che sento arrivare è il fiuuu del primo vento della giornata. Un cane corre all’esterno dall’auto e si arrampica al mio finestrino con le zampe anteriori. Mi guarda e ansima, dalla bocca gli esce la tipica saliva dei mammiferi. Mi sporca l’auto. Sa bene che qui dentro c’è un essere moribondo, o magari è solo attirato dall’odore del sangue. Ma certo, gli animali. Tra squali e cani non c’è alcuna differenza. Fila via, sacco di pulci, gli direi. Brutto quattrozampe randagio. Vai a ficcare il muso in qualche sudicio bidone. E non guardarmi con quell’aria solidale, vuoi soltanto succhiarmi il sangue dall’occhio come un ghiacciolo. Se fossi il mio cane ti chiuderei in cucina al buio. Ah, quanta poca immaginazione per la cattiveria. Continuo a vedere tutto giallo. Alle mie spalle, sento a stento dei respiri. Non posso girare il collo. Ho il sospetto che sia rotto, se così fosse verrò cremata o seppellita in una cassa di legno con sopra un Cristo argentato. Alzo gli occhi, il tanto che posso, il tanto che mi permette questa posizione, questa cintura salvifica, questo stato vegetativo. Vedo a stento ma vedo. Addormentata o svenuta, non credo morta, una ragazza sui quindici anni. Indossa un vestito a fiori e scarpe bianche uguali alle mie. Non so chi sia, eppure si trova dentro la mia auto e nemmeno lei si muove. Mi domando cosa ci faccia qui e mi mette tanta ansia non trovare nei meandri della mia mente un qualche filo da tirare che mi dica chi è questa esile ragazzina, questa creatura ferita ma piena di vita. Mio Dio. Io non credo in Dio, però dico spesso «Mio Dio» o «Cristo santo».

Non so quanto tempo sia trascorso. Siamo due donne sole in attesa che vengano a metterci un collare ortopedico. So chi sono io ma non so chi è lei, perciò la mia memoria non è poi così messa bene. Dal fondo dello stomaco mi arriva un sapore amaro. Vomito sul volante. Ah, che bella la mia auto però. Così nuova e così grigia, dotata della migliore tappezzeria. Di un airbag per ogni evenienza, che stavolta però non si è gonfiato, e poi posacenere, maniglie d’appoggio, portabicchieri, lettore cd, dvd, mp3, Wi-Fi, videoschermi. Evidentemente sono una che ha tanti soldi, una che guadagna bene. Perciò verrà a prendermi qualcuno dell’assicurazione medica. L’odore di vomito è intenso. Provo a risalire alla causa ma non ci riesco. Ancora quel cane assassino che vuole rompere il vetro per leccarci il sangue. Orrenda sanguisuga, potessi acchiapparti ti prenderei a legnate.

«Paulina». La quindicenne dice qualcosa. Ripete: «Paulina, Paulina, siamo in cielo?».

Non riesco a muovermi. Non so se è seduta, sdraiata, moribonda. Mi chiama Paulina. Non ricordo che qualcuno mi abbia mai chiamata così.

«Paulina, stai bene? Stiamo bene?».

Ride. Ripete quella roba sull’essere in cielo, il che la diverte in modo inquietante. Non riesco a risponderle. Ho un filo di voce intriso di sangue, sono come una tartaruga esplosa all’interno. Una di quelle tartarughe domestiche che cadono dal balcone e muoiono dopo ore per via degli organi incancreniti.

«Paulina. Ti prego. Mi fa male la testa».

Ci credo, tesoro. Siamo andate a schiantarci e non so bene il perché. Tutt’intorno vedo luci sparate a mille, come su un palcoscenico, ma nessuno è ancora venuto a prenderci.

«Paulina, ho paura di muovermi».

Ti capisco, stellina. Il fatto è che non posso risponderti perché se mi sforzo mi scoppierà qualche vena nella testa. Sento la quindicenne sistemarsi il vestito a fiori. Non vuole che nessuno le veda il culo. Fa bene, neppure da ammaccata vuole che qualcuno si fissi su quella parte del suo corpo. Riesco a muovermi sempre meno, la mia testa però non si ferma, avanza come una montagna russa appena inaugurata. Sale, scende, fa vivere ai passeggeri l’esperienza più alta della loro vita, su in cima, per poi venir giù a tutta velocità con le coronarie che fanno il possibile di fronte alla frenesia.

«Paulina, scendo. Gallardo è uscito fuori».

Gallardo? Cos’è questo nome? Il cane? Sarà mica quel dannato cane? Quella bestiaccia che si approfitta delle sciagure stradali altrui. Quel bastardo randagio metà pastore tedesco e metà fox terrier. Qualcuno lo disintegri subito.

Silenzio. Troppo silenzio.

Il ramo sul cofano scivola avanti e indietro. Se il vento è aumentato, allora c’è qualcosa a farlo muovere. Può darsi che la giornata stia volgendo al termine. Sento la portiera di dietro aprirsi. Ora si richiude. Un cane saltella di gioia sul corpo di una quindicenne con i capelli lunghissimi. Non li vedo ma li sento, così me li immagino. Adesso vedo scuro, tra il grigio e il nero. Mi aggrappo al grigio, soprattutto perché col nero, in un momento simile, penserei solo a cose brutte. Avrei potuto andarmene da un pezzo e invece sono sempre qui, nella mia Peugeot con dentro odore di vomito e una quindicenne sopravvissuta senza un solo graffio. E poi il freddo. Vedo una ciocca di capelli cadermi sulla gamba destra. Sono sottili ma è un ciuffo bello folto. Dev’essere stress postraumatico. Di nuovo la nausea. Me ne dispiaccio ma vomito ancora. La testa mi rode come un insetto che nessuno sa bene cosa sia. Un esemplare comunissimo, tra il grigio e il marrone, con ali rigide. Un misto tra un grillo, una mosca e un moscerino. L’insetto non smette di parlarmi, o forse sarò io stessa? La quindicenne riesce ad aprire la mia portiera e mi guarda negli occhi. Scoppia a piangere sconsolata, ha il viso tutto impiastricciato di moccio, lacrime e umidità. La guardo, ci provo davvero a riconoscerla, ma è inutile. Non ho la minima idea di chi sia questa creatura in preda all’angoscia. Prova a togliermi la cintura di sicurezza e scopro così che nessuna parte del mio corpo risponderà.

«Paulina!».

La sconosciuta lancia un grido, pronuncia il mio nome e un istante dopo l’auto è circondata da uomini e donne vestiti da impiegati, forse appena usciti dal lavoro. Prima un uomo calvo con denti sani, poi una donna con le sopracciglia spesse. Mi guardano con pena e disgusto. Non capisco perché nessuno faccia niente. Continuo a inviare ordini al cervello ma è tutto inutile. Non risponderà. L’adolescente scambia qualche parola con la donna e di lì a poco sono impegnate in una chiamata d’emergenza. L’uomo calvo mi fa domande a cui non riesco a rispondere. Muovo a stento la bocca. Ho la schiena in fiamme, come le tette. L’uomo mi fissa la scollatura e stringe i denti. Pure questo mi tocca sopportare.


Camila Fabbri (Buenos Aires, 1989) è una scrittrice, drammaturga, sceneggiatrice, regista e attrice. Nel 2023 ha scritto e diretto il film Clara se pierde en el bosque, di cui è anche una degli interpreti. Nel 2015 ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti, Los accidentes, e nel 2019 il suo primo romanzo, El día que apagaron la luz. Nel 2021 è stata selezionata dalla rivista Granta tra i migliori giovani scrittori di lingua spagnola. I racconti Sani e salvi (2022) sono usciti per Polidoro nel 2024.

➨ AzioneAtzeni – Discanto Diciannovesimo: Savina Dolores Massa

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AzioneAtzeni – Discanto Diciannovesimo: Savina Dolores Massa

   

AzioneAtzeni – Discanto Diciannovesimo: Savina Dolores Massa

Cosa vorresti ora messié? Meglio: cosa aspetti che succeda, in questa storia? Forse immagini che io voglia narrarti, ora, una storia d’amore. Una storia d’amore. Anche a me, piacerebbe. Credi.

dal racconto ‘Da Nicola a Nicola, il giorno della sua morte’ di Sergio Atzeni, in I sogni della città bianca  

Sale

di

Savina Dolores Massa


Quell’attimo.
Mentre l’errato calcolo di un dio porgeva già la schiena alla sorte mortale degli umani, degli animali, dei fiori e di tutte le cose, il vecchissimo Nino avvertì sulla lingua un sapore di sale conosciuto soltanto tra le cosce della moglie trascinatagli via in un tempo distante da lì, dentro una bara di legno messa su con gli avanzi di una barchetta affondata di intera poppa sulla sponda dello stagno. Sede di guerriglia tra ratti, anguille e tuoni intimoriti di sé, era colei dondolante da anni in attesa di un veliero che le dicesse, Bacerò ogni notte la tua coda da sirena.
E invece così non andò, come per qualsiasi sogno delle barchette senza dote. Una cassa da morto, fu.
I chiodi battuti a martello, batacchi mossi da campanari di una chiesa miscredente costruita nell’inferno in attesa dei mortali, giù, giù, dove la terra vermina.
Nino, la donna diretta alla sepoltura neppure la salutò, offeso per il furto dell’amore di cui ancora, allora, pativa il senso.
Dal giorno, senza capirlo, l’intero suo passato gli si era iniziato a confondere nella memoria della testa e del cuore: rancori scambiati per tenerezze; stupori pensati come indifferenze; vocaboli urlati creduti risate. Altri intuirono l’embrione di demenza nell’uomo e solo rari reietti al suo pari gli lanciavano saltuariamente sui piedi pane duro, croste di formaggio, avanzi di abardente in bottiglie scaraventate in mare da qualche marinaio rabbioso di solitudine. Bottiglie giunte a riva strette forte a un’onda astemia. E altre consolazioni alle quali Nino non voltava le spalle pur imprecando santi, luciferi e madonne, e sputi alla femmina inchiodata dentro la marcescenza, la peste del mare, di una barca e le alghe.
Lei, portata via nei seni e nel ventre, nella pelle da stella esplosa, nella voce di sposa vergognosa. Aperte le cosce, “per te soltanto Nino mio.” L’infame. In fame, lei, non l’aveva mai lasciata.

Infine l’uomo, generazione dopo generazione, venne scordato, attraversato da passi svagati.
Nino si pietrificò in se stesso, lasciandosi ricoprire da patelle e granchi, confusi coi baci e i morsi sempre dispensati dalla sposa in giovinezza: distante farsa. Un passato sottratto a qualcun altro, con premeditazione, così pretese sua moglie conclusa la breve fascinazione dell’innamoramento e lui, mai che le avesse portato perle e coralli incastonati in monili, velluti e cappelli da signora.
L’amore ripudiato e nudo di nome e forma, divenne qualcosa da lanciare, pietra piatta rimbalzante, alle acque: le dolci, le salate. E al mare. E alle Saline, enormi cataratte bucate da scheletri d’uomini e di muli, certe notti di scirocco africano e Nino ebbro di abardente fino a quando gli durò la scorta. Ma la scorta non esisteva già più. Ubriacarsi immaginando, l’uomo.

E allora, per anni, Nino dormiva o vegliava arrotolato nelle proprie ossa sull’ultimo vagone lasciato sul binario morto – sempre in fiore di lacrimate fatiche – fermo, concluso, sulla sponda del mare.
Ma quell’inconfondibile sapore di sale sulla lingua giunse una mattina in principio di novembre, quando infiniti stormi bianchi di uccelli di ogni razza e dimensione si sollevarono dai monti, ciechi, di Saline improvvisamente rose da rose spinate nei petali volanti, così parve al vecchio, dentro una nebbia, così parve al vecchio, salita infida dalle acque, così parve al vecchio, per gelargli le unghie delle mani e dei piedi. Così parve al vecchio,
così parve,
così.
Udì, Nino, la tosse degli uccelli.
Tossì lui pure di riflesso, salivando sangue sul mento che condì di sale leccandolo. Buono gli sembrò il pasto: un vino arso, un cuore in principio di novembre, un migrante di sé.
Tossì fino a quando il sonno lo svegliò.
Forse fu un istante oppure anni, nei quali giovane si immergeva nelle acque dolci, in sale o da mare aperto privo di orizzonti risucchiati dal fondale. Vide l’intero firmamento nuotargli accanto, e ci credette. Lo disse mai a nessuno della luna spezzata a metà per ogni sua iride, mai alla moglie quando lo attendeva sulla riva in attesa di polpi e ricci da vendere al mercato: lei lo avrebbe malmenato a causa di simili visioni da poeta, perché risaputo che i poeti muoiono tutti assassinati di mano propria. E così taceva gli incanti perfino al mulo a lui destinato nelle giornate in cui lavorava alle Saline, timoroso di privare il mare della luce anche di una sola stella. Ma lui di sé non dubitò, si considerò un prescelto del Creato, riuscendo così a sopportare assieme alla sua bestia, ogni sacco di sale trasportato ai padroni, anche loro, quanto la moglie, in attesa sulle sponde. E lui la notte piangeva tra le cosce della donna, desolato per i sogni non detti, accontentandosi ma non intero di quell’odore salso di femmina, chissà se messo alla pesa anch’esso assieme all’oro bianco delle acque. Non glielo domandò neppure una volta: avrebbe disturbato i mogi canti dei muli illividiti dalla fatica, ma anche loro impegnati tra le cosce delle proprie compagne. Il consolo.
Non esisteva giorno in cui almeno tre muli cadessero spezzandosi le gambe e sapeva Nino del silenzio non paragonabile ad altro silenzio che seguiva lo sparo di una rivoltella su una fronte. Forse,
forse,
forse,
il firmamento in fondo al mare poteva somigliargli.
Poi un giorno cadde Nino rompendosi, la moglie si imbronciò scurendosi in volto e nulla disse, con l’indice gli indicò gli stagni e il mare. Da allora chiuse le sue cosce.
Forse,
forse,
forse
a lui soltanto.
Non si può smentire in propria lingua o d’altro luogo che da quel giorno Nino immerso in mare un po’ triste lo divenne, ma non fu sorte tanto infausta divenire un uomo in salamoia in sella agli astri, e poeta o dir si voglia. Resta innegabile, o no? come l’intelligenza umana, mai seppe dimostrare la fronte di un astro saltata per aria a causa di una polvere da sparo. Almeno ai tempi della svicolata vita di Nino.

Trascorse altro tempo e sempre, ancora e ancora, giunse un altro principio di novembre sull’ultimo vagone rugginoso, sul binario morto, sugli stagni, sui migrare degli uccelli nella superficie del cielo, sulla città bianca dipinta di foglie carminio, immobile guardiana delle proprie acque.
Su Nino secco, dissalato.
La vecchiaia, in fondo, o diciamo pure in un fondale, è così infinitamente simile al non esistere prima di ogni venuta al mondo. È il nulla dai significati imposti, la vita, una celebrazione delle azioni a termine, una luce iniziale e i chiodi delle conclusioni.
Nino proseguiva a esistere senza capacitarsene, perdute la fame e la sete, dilaniato in mille luci il dolore, scomposti il sonno e la veglia, i muli sfiancati, i calendari, le costellazioni, gli orologi, le campane bradicardiche destinate alla compassione verso gli altri. Quegli altri neppure intuiti, più. Il resto intero dentro la nebbia più nera concessa a un mortale.
Eppure qualcosa accadde nell’uomo a gennaio: l’oblio e la lucidità insieme gli sussurrarono Nino, all’orecchio, scavalcando l’acufene, sbaragliando il moto ondoso forza sei del mare, imbiancandosi di sale, ragliando ribellione, castrando l’uomo nel suo punto più ferito dove si era nascosta una moglie fedifraga, mentendo sull’attenzione di una città bianca nei suoi confronti: vanesie le mura, senza re e regine il suo castello.
Nino con un coltello si amputò le ciglia cispose.
Abbandonò il vagone. Discese cadendo in ginocchio. Battendo la testa su una traversina. Insanguinandosi il volto. Sembrerebbe menzogna sparsa sugli indifferenti il perché e il come un grande vecchio quale era sentisse su di sé i suoi e suoi soltanto giovani anni tornati.
Fu allora che nel binario morto sulla riva di tanta acqua notturna e luna grande in alto bianca come il sale,
lo vide.
Un candido uccello alto quanto lui, le ali strette sul corpo per non patire la neve addosso. Non neve ma sale, pensò Nino con intelligenza rispolverata, È falso forse che sia l’una quanto l’altro si sciolgono con una pioggia?
Si narra sia evento raro la neve sul mare nel luogo scelto per questa incanutita storia.
Eppure.
Eppure Nino, seppure mai ne avesse incontrato uno, seppe riconoscere guardandolo a distanza, e annusandolo a distanza, un pavone figlio delle Saline, delle schiume delle acque, della bianca città. E il suo, generato da un corpo svenato ormai.
Eburneo era divenuto Nino.
Disse il pavone, Vieni a me.
Nino fece un passo, poi un altro fino a cinque.
In quell’attimo l’uccello spalancò la stupefacente coda. Nino ricordò le morbide cosce della moglie e subito le scordò.
Lasciato il binario entrò in mare conclusi i cinque passi, udendo il pavone mormoragli, Addio.

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

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Anatre di ghiaccio

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di Giorgio Mascitelli

E’ possibile che la scrittura aforistica, questo genere antico quasi di incrocio tra il discorso letterario e quello filosofico, conosca una seconda giovinezza nella situazione attuale di fruizione fluida dei testi. I ritmi sincopati di lettura che la nostra esistenza on line diffonde sempre di più, anche fuori dalla rete, possono trovare un antidoto al rischio della banalizzazione multitasking in questa scrittura che fa della sintesi consapevole e della verticalità il proprio punto di forza, a patto che rinunci a una concezione sacralizzata del linguaggio, procedente per illuminazioni, accettando la sfida portata dai flussi comunicativi quotidiani alla parola e al suo senso. Quando tutto diventa narrazione, a superare il flusso incontrollato delle parole potrebbe essere proprio la scrittura aforistica che recupera la perduta lentezza imponendo l’attenzione su qualche singolo dettaglio o frangente.

Mariano Baino ci offre con la nuova edizione arricchita de Le anatre di ghiaccio (Ancona, Argolibri, 2025, euro 14) un esempio significativo di queste possibilità contemporanee. I testi qui raccolti, che variano dalla lunghezza di una pagina fino alla misura delle poche parole, quasi della formula, si avvalgono della duplice esperienza del poeta e del prosatore Baino, anzi in fondo della triplice esperienza, in quanto Baino ha dimostrato di praticare con profitto sia la prosa saggistica sia quella narrativa. Tale varietà stilistica, che non è mai eterogeneità perché è governata con sapienza, è funzionale a quella tematica che rivela l’ambizione alta di questa scrittura di afferrare l’inafferrabile ossia il mondo compulsivo di oggi (e non è un caso che, mentre l’opera mondo non riesce a tenere fede al suo compito novecentesco affondando nel pachidermico romanzo postmoderno, divenuto gioco sulle cose anziché sofferta comprensione, cioè non  vita ma spettacolo, siano delle scritture a vario titolo frammentarie a offrire oggi, almeno per approssimazione, una presa sul reale). Così tramite le sue anatre Baino convoca elementi di critica della società, della cultura e dell’ideologia, dettagli eruditi, ricordi personali, moralità minime e, nello stesso tempo, giochi di parole, nonsense, battute epigrammatiche e un citazionismo spesso rivisitato polemicamente e ironicamente tramite il montaggio.

Del resto ci ricorda Massimiliano Manganelli nell’introduzione che in Mariano Baino abbiamo la convivenza tra “uno scrittore che, con grande approssimazione, possiamo definire sperimentale- o d’avanguardia, se si preferisce- e uno contrassegnato da una postura più classica, più esplicitamente letteraria” (p.5, op.cit.). Questa osservazione è il miglior viatico per la lettura di Le anatre di ghiaccio perché entro questa polarità si collocano e si spiegano i testi nella loro varietà.

A titolo d’esempio, prendiamo questo brevissimo testo tratto dalla sezione iniziale La via di Damasco: “La società, al poeta d’oggi, chiede e ordina solamente questo: «Reading, pagliaccio!»” (p.51). Il calembour citazionistico qui funziona come denuncia di una pratica banalizzante della poesia, dai poetry slam alla ritualità di certe letture. La parola aforistica invera il suo contenuto perché evoca e irride la banalità dominante, così il gioco di parole non è fine a se stesso ma diventa uno scarto etico alla norma.

E ancora: “Gruppi di interessi particolari. La globalizzazione come il contrario dell’universalità. Frazionamenti egoistici e di categoria. Convenienze specifiche che trovano più incisività e potere attraverso la vittimizzazione. Il gruppo debole, che ha subito un vulnus, il gruppo-vittima. Etichettamenti e creazioni di stereotipi. Il victim moviment ci fornisce gli eroi dei nostri tempi. Come saranno i loro monumenti?” (p.148, sez. Globaglie, deglobaglie e post). Qui la sintassi nominale non procede come accumulazione di immagini o concetti, ma al contrario come ricapitolazione di consequenziali passaggi critico-logici che culminano con una domanda polemica, ma non retorica, sull’effetto culturale del culto della memoria e della testimonianza nella nostra epoca. Le strategie retoriche e stilistiche dei due testi proposti sono diverse, l’una più vicina allo sperimentalismo l’altra più canonica, ma funzionali allo specifico intento critico nei confronti di due fenomeni della cultura e dell’ideologia del nostro tempo.

Per esaminare un aforisma più lungo (pp-82-83 nella già citata sezione iniziale La via di Damasco): Baino riporta una citazione dalle  Nozioni tendenti alla pubblica felicità di Pietro Verri in cui l’illuminista spiega che per incarichi pubblici sarebbero preferibili uomini modesti e poco ambiziosi perché di solito sono quelli più meritevoli. Ecco allora l’autore chiedersi “come se la sarebbe cavata il Verri ai tempi nostri, in cui la comunicazione risente dell’influenza decisiva delle tecnologie, dell’offerta plurima dei canali televisivi; di ciò che è insomma il messaggio-massaggio descritto da McLuhan con il mondo stropicciato, manipolato, fregato dai media. Come «trascegliere» il più schivo se non c’è (non può più esserci) quello che «si smania» di meno….”. In questo caso invece abbiamo un uso di una scrittura più pianamente saggistica con una citazione e il suo commento, ma anche questo aforisma come quello appena citato si conclude con un interrogativo a dimostrazione della natura interstiziale, problematica e non sacrale della scrittura di Baino.

Naturalmente sarebbe possibile citare altri esempi della biodiversità stilistica de Le anatre di ghiaccio, ma ciò che è comune a tutte queste variazioni è la loro funzionalità a una fenomenologia critica del mondo attuale.

Come si è visto nel libro, gli aforismi sono raccolti in sezioni tematiche che, come si nota soprattutto in quelle più brevi, autorizzano una loro lettura come macrotesto in cui però non va individuato un filo argomentativo consequenziale dei singoli brani, quanto una sorta di indicazione delle loro possibilità di sviluppo in diverse direzioni tematiche; i titoli cioè funzionano come una nebulosa di possibilità argomentative di un certo tema. E’ insomma una scrittura che suggerisce e non asserisce o meglio che privilegia il suggerire e invita il lettore a giungere alle sue conclusioni, e così trova una delle sue ragioni principali di interesse in un’epoca in cui l’uomo vive in una foresta di asserzioni e di consigli per gli acquisti, spacciati come dati di fato scientifici.

 

 

Hans Magnus Enzensberger. Due poesie in traduzione collaborativa

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a cura di Andrea Landolfi

Nella prima settimana dell’ottobre 2025 si è svolta a Rio nell’Elba la seconda edizione della Scuola estiva di traduzione letteraria CeST “Lorenzo Claris Appiani”, organizzata dal Centro Studi sulla Traduzione dell’Università per Stranieri di Siena in collaborazione con l’Università degli Studi di Siena e quest’anno dedicata alla traduzione dal tedesco. Erano previsti due laboratori, uno per la prosa, uno per la poesia, coordinati rispettivamente da Daria Biagi e dal sottoscritto. In quest’ultimo, a coronamento dell’intenso lavoro svolto, ci si è misurati con la versione collegiale, che qui si propone, di due celebri poesie di Hans Magnus Enzensberger (1929-2022).

Per l’impegno e l’entusiasmo profusi nell’impresa comune ringrazio le allieve e gli allievi Silvana Ameruoso, Giorgia Aquila, Maria Lea Cassisi, Elisa Chiaffi, Astrida Cobanaj, Caterina D’Ambrosio, Maria Di Domenico, Matteo Gallo Stampino, Sophia Goracci, Beatrice Occhini, Marta Pacciani, Annalisa Russo, Rosario Santomarco Terrano, Maria Nunzia Sciacca, Beatrice Sensini, Valentina Visone.

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Die Scheisse, 1964

Immerzu höre ich von ihr reden als wäre sie an allem schuld.
Seht nur, wie sanft und bescheiden sie unter uns Platz nimmt!
Warum besudeln wir denn ihren guten Namen
und leihen ihn
dem Präsidenten der USA, den Bullen, dem Krieg und dem Kapitalismus?
Wie vergänglich sie ist,
und das, was wir nach ihr nennen, wie dauerhaft!
Sie, die Nachgiebige
führen wir auf der Zunge
und meinen die Ausbeuter.
Sie, die wir ausgedrückt haben, soll nun auch noch ausdrücken unsere Wut?
Hat sie uns nicht erleichtert?
Von weicher Beschaffenheit
und eigentümlich gewaltlos
ist sie von allen Werken des Menschen vermutlich das friedlichste.
Was hat sie uns nur getan?

 

La merda, 1964

Di continuo sento parlare di lei come fosse tutta colpa sua.
Ma guardate come tenera e modesta si accomoda sotto di noi!
Perché mai macchiamo il suo buon nome
e lo cediamo
al presidente degli Stati Uniti, agli sbirri, alla guerra e al capitalismo?
Quanto effimera è lei,
e quanto durevole ciò a cui diamo il suo nome!
Di lei, la cedevole,
ci riempiamo la bocca
e intendiamo gli oppressori.
Lei, di cui ci siamo liberati, deve adesso liberare anche la nostra rabbia?
Non ci ha forse alleggerito?
Di morbida consistenza
e per natura non violenta
di tutte le opere umane è probabilmente la più pacifica.
Ma che c’ha fatto?

Haustier, 2003

Meine Traurigkeit ist mein Goldhamster.
Ich lasse sie nicht verhungern. Des Nachts
höre ich, wie sie scharrt, kratzt, wühlt
in ihrem Verschlag. Am Morgen,
wenn ich gut aufgelegt bin,
öffne ich manchmal das Gitter.
Dann huscht sie auf rosigen Pfoten hervor,
sucht mich heim, sucht nach Futter,
versucht mich mit bebenden Nüstern.
Sie schnuppert an meiner Hand,
bis ich die Geduld verliere,
sie am gesträubten Nackenhaar packe,
so, dass sie panisch die Augen rollt,
und setze die Quiekende nieder
in ihren Käfig. Mit einem Klick
lass ich den Riegel einrasten
hinter ihr und bin froh.

 

Animale domestico, 2003

La mia tristezza è il mio criceto dorato.
Non la lascio morire di fame. Di notte
sento come raspa, gratta, scava
nella sua casetta. Al mattino,
se son di buon umore,
qualche volta apro la grata.
Allora lei sgattaiola fuori sulle rosee zampette,
viene a cercarmi, cerca cibo,
mi tenta con narici frementi.
Non smette di annusarmi la mano
finché, persa la pazienza,
l’afferro per la collottola arruffata,
e mentre lei in preda al panico
squittisce e rovescia gli occhi,
la rimetto nella sua gabbietta.
Con un click faccio scattare il chiavistello
dietro di lei e sono contento.