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Giulia Grandinetti: «un cinema come finestra, barca, guardiano del domani»

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di Giulia Grandinetti

In anteprima su un inchiesta sul cinema che ho curato con Andrea Balietti, e che verrà pubblicata da Argolibri, ospito qui le risposte al questionario della regista Giulia Grandinetti.

INCHIESTA SUL VISIBILE

1) Il cinema ci insegna che nessuna immagine può esaurire il visibile. Ma dopo più di un secolo di film, abbiamo visto troppo – o non abbiamo visto ancora niente?

2) Mi ha sempre colpito una definizione di Gregory J. Markopoulos, che chiamava il filmmaker non commerciale “medico di immagini”, capace di portare lo spettatore in una forma “più alta” di esistenza. Oggi crediamo ancora al valore medicinale delle immagini, o soltanto al loro potere incantatorio?

3) L’immagine assomiglia a una polvere diffusa ovunque. Modalità che sembravano appartenere a una minoranza di filmmaker (schermi paralleli, schermi-di-schermi, flicker film, montaggio come schianto di immagini) dominano piattaforme come TikTok: ha trionfato il cinema sperimentale? O è stato semplicemente riconquistato?

4) Jean-Luc Godard, citando a suo modo San Paolo, diceva che «l’immagine verrà al tempo della resurrezione». Il cinema può ancora dirsi capace di far risorgere l’immagine del mondo? Di redimerla in qualche modo, come qualcuno auspicava nel secolo scorso?

5)Il cinema ha ancora un avvenire nello schermo? O, come profetizzava Saint-Pol-Roux, diventerà vivente?

***

1]

Faccio una premessa: nelle generalizzazioni mi perdo, dunque nel rispondere riconosco già un forte capogiro e vortice in pancia di fronte a queste domande così ampie, inafferrabili spesso per me. Dunque la mia premessa è che qualsiasi cosa dichiaro oggi è rispetto a questo momento storico, ottobre/novembre 2025. Il mondo cambia molto velocemente e ieri è già distante da oggi e ogni oggi suggerisce nuove sfumature del mondo che si muove intorno a noi. Abbiamo visto troppo o non abbiamo ancora visto niente? Non lo so. Io vedo da 36 anni circa…eppure lo ricordo bene il giorno in cui sento di aver iniziato a vedere e non è un fatto connesso alla vista, ma ad una presa di coscienza, al riconoscimento del diritto di avere un’opinione sugli eventi esterni, connesso profondamente alle basi del concetto di autostima. Ricordo bene il giorno ed il momento in cui, come l’esplosione di una bolla, improvvisamente ho capito che il mio sguardo aveva il diritto di esistere ed essere elaborato sulla base di cosa la mia personalità amava, o pensava fosse giusto, o interessante. Non che prima di quel momento io non vivessi, scegliessi, agissi… facevo tutto. Ma con un nascosto senso di colpa dietro al mio andare nella mia direzione, spesso contro corrente. Non ero affatto consapevole di quanto il mio posizionamento psicologico nella mia relazione con il mondo esterno fosse capace di rendermi davvero lì o da tutt’altra parte. Quel giorno avevo 19 anni, è per me è cambiato tutto e ho pensato: ”su cosa hanno posato i miei occhi nei miei primi 19 anni di vita”. Lo sto capendo poco a poco, che non ero cosciente di vedere, ma in realtà avevo già visto moltissimo. Pensando a come vivono gli altri… beh, se avessi saputo rispondere credo avrei scelto di intraprendere un’altro tipo di carriera. Se ad oggi ho scelto di dedicare la mia vita ai film (sia come autrice che come spettatrice), evidentemente è perché credo ci sia ancora tanto da vedere, inesauribilmente. E con questo smentisco l’affermazione che spesso mi giunge alle orecchie sul fatto che è già stato fatto e visto tutto… ecco su questo sono in totale disaccordo. Se è vero che il cinema ci nutre come proposta di specchio della realtà che viviamo, ho la sensazione che non esauriremo mai statisticamente la quantità di punti di vista dentro i quali calarci per arricchire le nostre anime in evoluzione. La vera sfida forse è quindi comprendere quale angolazione sia necessaria per comunicare, colpire, sradicare, sorprendere, emozionare quanto pensavamo di aver visto. Capire insomma come arrivare al concetto del genio, in quanto colui che è capace di dialogare con la propria epoca, di farsi tubo e illuminare il proprio percorso e proporre luce anche per chi lo circonda. Il cinema come finestra, barca, guardiano del domani.

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2]

L’espressione medico d’immagini mi fa riflettere su un doppio aspetto: il primo è solo un banale gioco di parole su come ci si possa prendere cura delle immagini. Sono dunque le immagini ad essere curate o le immagini sono il bisturi con cui il professionista agisce per curare lo spettatore? Partendo da questa ambiguità però, rimbalzo subito sul secondo aspetto che mi colpisce di questa espressione: parlando di cinema ho spesso la sensazione che tutto si riduca al concetto dell’immagine come sineddoche del cinema stesso. Sineddoche più che comprensibile in quanto da sempre il concetto di cinema ha a che fare con la scoperta tecnologica delle immagini in movimento… Ma sono dunque le immagini a rendere il cinema potente? Eppure il cinema non è solo ciò che vediamo. Se accostiamo la materia artistica del cinema a quella curativa della scienza, ecco che qua sfondiamo muri capaci di suggerire grandi metafore. Cosa è capace dunque di curare il cinema attraverso queste immagini, che solo immagini non sono? Persino nel cinema muto, abbiamo subito l’incanto di una bugia, credendolo muto, ma in realtà spesso accompagnato da musica, o inconsciamente dal nostro mondo sonoro interiore, capace di immaginare il suono di un treno che sfreccia prima di investire lo spettatore. E la nostra immaginazione come sempre un ruolo nello stato proiettivo dell’arte cinematografica. Mi chiedo allora se non siamo piuttosto rimasti incantati da un surrealismo di un primordiale bianco e nero, che non ci è possibile sperimentare con i nostri occhi nella realtà. Insomma il cinema è un surrogato di ciò che conosciamo o che non conosciamo. È un dispositivo, potenzialmente molto più ampio di quelle che potremmo definire con delle immagini in movimento. Cerco di spiegarmi meglio:

Mi sembra spesso di percepire che persino nelle immagini più astratte e surreali, nel buio della sala cinematografica (un po’ come accade nei tendoni delle chiromanti dedicate alla preveggenza di un futuro possibile) c’è qualcosa di estremamente pragmatico e afferrabile capace di lavare via, redimere, incantare parti rotte o irrisolte dentro di noi. Diciamo che le immagini intese come tali si pongono come le cure di un semplice medico di base, ma il cinema ha molto più al suo interno: il sonoro è un super potere, capace di suggerisci equilibrio ed immaginazione di ciò che non ci viene mostrato. Visualizzare cosa c’è oltre il muro di mattone che impedisce la vista, ma non l’ascolto. Il colore, come dato di fatto nella realtà, ecco che sullo schermo è capace di evocare stati emotivi e suggestioni proposte in modo quasi manipolatorio, a cui sottostiamo in maniera più o meno consapevole. Nel film possiamo viaggiare nel tempo, dilatare un istante, mostrare solo le parti salienti di un racconto… ecco quindi che tornando all’espressione medico d’immagini, mi sembra essere più nitido che quel medico di base sia piuttosto una figura polimorfa, probabilmente più vicina a uno sciamano o a uno psicoterapeuta. Ci facciamo visitare per curare un dolore a un ginocchio, quando invece quella cura sta già agendo nell’incantare la nostra anima, penetrare attraverso il ginocchio dolorante e ritrovarci in un viaggio curativo che vada ben oltre la prescrizione del farmaco. Il medico che assegna la pillola per curare il dolore, partecipa allo stato passivo del paziente. Mi piace invece pensare che in quella pillola ci sia piuttosto qualcosa di dinamico, qualcosa che non sia finalizzato all’anestesia, ma alla stimolazione. Un invito all’auto-penetrazione verso i luoghi nascosti che fungono da sorgente delle nostre paralisi, e che possano quindi poi insegnarci a come danzare intorno al fuoco della coscienza collettiva. In qualche modo, entrare da soli nella sala del medico, ma per curarci tutti insieme, in primis coltivando l’ingrediente più importante di tutti: l’empatia.

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3]

Cosa significa sperimentale? Libero? Necessario? Attuale? Condivisibile? Futuribile? Sensibile? Provocatorio? Amabile? Generoso? Se intendiamo il termine sperimentale attraverso degli esempi di autenticità verso quello che si crea, posso solo dire che non so se lo sperimentale è oggi trionfante, ma spero che possa esserlo, sempre e tanto. Perché non vedo altre vie per cui il cinema possa tale.

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4]

Finché nei nostri film saremo capaci di evocare la morte e finché gli spettatori andranno al cinema sapendo che potrebbero morire, usciti dal buio della sala, saremo sempre un po’ risorti.

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5]

Per me il punto non è se l’avvenire sarà vivente, ma piuttosto la domanda è capire se lo vivremo da soli o saremo anche capaci di capire l’altro. Se sarà ancora di moda provare a chiedersi cosa provano gli altri… E quindi di conseguenza se i film continueranno ad essere dei fili tesi tra mondi che cercano di comunicare o se saranno solo tentativi di colmare delle irrisolvibili solitudini. Aristotele lo aveva profetizzato tempo fa nel magistrale Politikon, affermando che l’uomo solo <<o è bestia o è Dio>>… Il cinema è senza dubbio per me il luogo in cui possiamo avvicinarci al nostro essere bestia e al nostro essere Dio. E finché ci sarà chiaro che siamo <<animali sociali>> e che abbiamo bisogno degli altri per vedere il nostro essere, il cinema ricoprirà sempre un amabile tentativo di renderci degli essere VIVENTI.

Il possibile contro il necessario. Poesia e dialettica nel Novecento (e oltre)

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di Fabio Moliterni

[Pubblichiamo uno stralcio dell’introduzione al nuovo volume di saggi critici di Fabio Moliterni, Il possibile contro il necessario. Poesia e dialettica nel Novecento (e oltre), Mimesis, 2025. Contro l’ordine del reale che si vuole ineluttabile e necessario, prendere partito per il possibile è anche prendere partito per il lavoro di certa poesia novecentesca (e oltre). Da Caproni a Scotellaro, da Fortini a Mesa, l’autore esplora nella parola poetica “la dislocazione dell’io lirico e l’ostensione che ne deriva di tracce organiche e inorganiche, di oggetti, lingue e soggetti di storia marginali, liminari, infra-ordinari, rimossi, non egemonici”.]

 

“Non è letteratura rivoluzionaria se non quella che è in relazione al sapere rimosso del proprio tempo”.

(Gianni Scalia)

Se la critica sembra aver perduto il suo carattere geneticamente moderno, il suo statuto euristico che storicamente nasce proprio nel corso della modernità letteraria, è perché ha smarrito quel suo presentarsi come discorso strabico e anfibio, che secondo un detto di Walter Benjamin la legittimava allo stesso tempo come strumento di diagnosi della realtà e come telescopica mira verso il futuro. I suoi margini d’azione oggi risultano forse irrimediabilmente dischiusi dalla serialità e dalle leggi del consumo, che appunto informano le “innervazioni collettive”, così le chiamava Benjamin[1], l’inconscio politico che presiede alla superfetazione algoritmica dei prodotti destinati al mercato culturale. Anziché demistificare il contemporaneo e traguardare verso un divenire possibile, la critica finisce talvolta con il mitizzare zone sempre più vaste di un presente ancora immerso nella cronaca, ovvero asseconda ciò che già nel corso degli anni Settanta Fortini indicava come la deriva del pensiero critico nelle forme del nichilismo o del “surrealismo di massa”[2]: corre il pericolo di precludersi a uno sguardo dialettico nei confronti del passato, chiude i conti con la pensabilità del futuro o del conflitto.

Non solo i modi di produrre cultura nel nostro contemporaneo, ma persino le nostre forme di vita compongono il quadro malinconico di una condizione asservita ai circuiti della competizione e della valorizzazione del profitto. L’aura dell’opera d’arte è rinvenibile ormai nella sola forma della merce, della novità a tutti costi, dietro cui si nasconde il volto del “sempre uguale”. Dovremmo concludere che rischiamo di essere insieme artefici e vittime dell’equivoco esiziale di un eclettismo metodologico senza dialettica, di un declino della responsabilità etica e civile del lavoro critico, testimoni passivi dell’abbaglio di una libertà non della ma dalla critica. E che anche il contenuto politico radicale dell’opera letteraria, in versi o in prosa, corre il pericolo di essere soggetto al rischio dell’omologazione (del marketing) nell’ambito dell’industria culturale: al rischio, insomma, di diventare merce[3].

Se le cose stanno così, risulta oggi più che mai necessaria una verifica delle tesi espresse nel Discorso su lirica e società da Adorno[4]: il quale, come sappiamo, reclamava per la poesia moderna un compito di antagonismo sociale, configurandola come “una forma di reazione alla reificazione del mondo, al dominio della merce sull’uomo”[5]. Il superamento del nichilismo e del dominio della merce si dà nella poesia in quanto forma sociale (l’arte come “antitesi sociale della società”)[6]: è una tesi paradossale se restiamo aggiogati alla sensazione di marginalità sprotetta della lirica, che vive in un deserto confinante con le logiche di mercato, da una parte, e con il rifiuto e la negazione, dall’altra. Le posizioni di Adorno andrebbero arricchite e problematizzate alla luce delle teorie di Pierre Bourdieu, le cui applicazioni nel campo poetico del Novecento risultano a mio parere uno degli acquisti più rilevanti nel dibattito critico contemporaneo (mi riferisco in particolare a certi scritti del compianto Riccardo Bonavita e a quelli più recenti di Stefano Ghidinelli)[7]. E mi piace ricordare qui anche gli studi sul “mercato delle lettere”, sulle connessioni tra i processi di produzione e distribuzione culturale, tra i meccanismi interni dell’industria editoriale e l’organizzazione del lavoro intellettuale – del lavoro del poeta, per richiamare il titolo di una prosa di Vittorio Sereni – che ha compiuto in questi decenni Gian Carlo Ferretti, scomparso nel dicembre del 2022[8].

Individuare – iuxta propria principia – le dinamiche editoriali, le strategie di potere e il sistema di interessi che sottendono il funzionamento del campo poetico del Novecento (nell’editoria istituzionale, indipendente e di ricerca, così come nei territori della rete)[9], costituisce non un corollario o un mero aggiornamento, ma una indispensabile integrazione ai discorsi che Adorno conduceva sulla poesia moderna da intendere come forma simbolica inscritta per principio nella dimensione soggettivista e individualista dell’io borghese, e tuttavia in grado di “esprime[re] [e dare forma al] sogno di un mondo in cui le cose”, sono sue parole, “stiano altrimenti”[10]. Nonostante l’attitudine tendenzialmente narcisistica, a-sociale e idiosincratica della lirica moderna, intesa come genere dell’“individuazione senza riserve”, la poesia può ancora presentarsi come “meridiana della filosofia della storia”, in quella dialettica aperta di passato, presente e futuro della quale scriveva Benjamin: essa, la poesia, “diventa qualcosa di sociale per la propria posizione contraria alla società, e tale posizione essa la ricopre soltanto perché autonoma. Cristallizzandosi in sé come qualcosa di proprio, invece di assecondare le norme sociali vigenti e di qualificarsi come ‘socialmente utile’, essa critica la società con la propria mera esistenza. […] Ciò che è asociale dell’arte”, scriveva Adorno, “è negazione determinata della società determinata”[11].

Il contenuto di verità (il “carattere doppio”) delle opere d’arte risiede nel loro destino di enigma e di paradosso[12]. Tra ironia e negazione, nel loro essere non conciliate, nella rivendicazione della propria autonomia, “con la propria mera esistenza”, le opere poetiche mostrano il proprio elemento sociale in quanto forma, costruzione, convenzione, cerimoniale[13]. La paradossalità specifica del prodotto lirico, vale a dire la soggettività che si capovolge in universalità o in totalità (Lukács), è legata al predominio della riconfigurazione linguistica e simbolica che la lirica compie per statuto nei confronti della realtà del proprio tempo[14]. Il primato della lingua nella poesia (la lingua intesa sia come prodotto sociale sia come stile individuale) costituisce la premessa del passaggio dalla soggettività all’oggettività: il suo “feticismo magico” – in altre parole la sua natura esoterica perché a-sociale, altamente individualizzata, che è implicita nelle sue radici storiche – sfugge in qualche misura al feticismo della merce[15]. “Nell’inutilità stessa dell’opera d’arte, nel suo sottrarsi anche al valore di scambio, sta il suo valore di verità. La partigianeria, che è la virtù delle opere d’arte non meno che degli uomini, vive nella profondità”, scrive Adorno, “ove antinomie sociali diventano dialettica delle forme: è nell’aiutarle a venire al linguaggio attraverso la sintesi della creazione, che gli artisti svolgono socialmente la propria parte”[16].

[…]

La linea (plurale) che ho cercato di individuare tra i testi della poesia italiana del Novecento e contemporanea tiene insieme con Adorno la propria natura di “antinomi[a]” e proiezione sociale in una dialettica delle forme tra antico e moderno: non vive solamente dentro un regime di opposizione con il passato, ma perseguirà invece con la tradizione ricongiungimenti, riconfigurazioni e negoziazioni in modi gradualmente e storicamente distinti e diversificati, mediazione dopo mediazione, conflitto dopo conflitto. Svicola dalla falsa alternativa tra la difesa del prestigio della tradizione ufficiale e la resa alla cultura bassa prodotta dal mercato. Contesta (ancora Adorno) non la letteratura del passato, ma in linea con la spinta euristica del moderno – il pathos dell’avanguardia – si oppone alla mercificazione del presente.

Lo sguardo rivolto alla tradizione del passato è qui uno sguardo carico di futuro: il futuro indicato dalla poesia si dà ancora una volta come scarto, rifiuto e critica del presente, non cessando mai di rimettere in scena e di reinventare il passato[17].

Emerge nei testi presi in esame, tra primo e secondo Novecento, in particolare in Caproni, Sereni e Roversi, un nuovo regime di relazione con l’antico, da intendere come proposta di un nuovo regime di storicità[18], che rilegge la tradizione in uno spazio testuale inedito[19]. Una nuova fenomenologia del reale, una nuova “partizione del sensibile” (Rancière), un nuovo storicismo, eretico e non allineato, che a partire dalla coappartenenza degli opposti dà forma a una dialettica senza sintesi, un intreccio di passato, presente e futuro, di immanenza e trascendenza, di materialismo della visione e promessa di futuro (una metafisica concreta[20], una nuova antropologia o storiografia poetica). E sempre in questa dialettica aperta tra tempi “altri” – tra la tradizione, il valore arcaico e rituale delle opere poetiche e la ricerca intorno a una lingua adoperata come strumento di resistenza o protesta contro un presente inospitale – si muovono alcune esperienze di scrittura che attraversano il campo letterario contemporaneo: e ridisegnano, ampliandoli, i confini di visibilità di soggetti, voci, oggetti e questioni che vengono ridotte ai margini o al silenzio dalle politiche (dalle estetiche) dell’iper-moderno.

Nelle opere di Bufalino, Giudici e Scotellaro, Fortini, Pusterla, Cattafi, Inglese e Mesa si intravedono i lineamenti di una poesia sociale – una politica della letteratura – che dà voce a un’esperienza insieme individuale e collettiva, esistenziale e relazionale, storica e metastorica. Non una profezia disarmata, ma una pratica di scrittura che parte da un’inaggirabile istanza conoscitiva, generativa, processuale e non consolatoria: dare forma alla “pienezza del reale”, una realtà latente, animata o inanimata, che è stata estromessa, rimossa e resa subalterna dal dominio della merce e dalle logiche di potere che dalla modernità arrivano al contemporaneo.

A sommuovere le microstrutture dello stile di questa linea poetica, dalla sintassi alle modalità enunciative, è un’idea debitrice della rilettura che Lukács e poi Fortini compiono intorno al concetto di totalità (di estensione del visibile o del sensibile), che era stata privilegio della civiltà classica secondo il pensiero del romanticismo e di Schiller[21]. Una poesia sociale o totale che riguadagna all’intellegibilità l’esistenza di ciò che è privo di voce e cittadinanza, perché è qualcosa che resiste e pulsa nel fondo tragico della vita, nel rimosso del nostro inconscio politico, come qualcosa di autonomo e di differente – nella dialettica delle forme della poesia – rispetto alla mercificazione della vita.

È in questi intrecci poliedrici tra il classico e le avanguardie, tra “il dialetto di chi scrive”, lo stile individuale e “la lingua di tutti”[22], tra la dimensione rituale del poetico e la sperimentazione del linguaggio, in questi andirivieni di arcaico e contemporaneo, insomma, tra mito, logos e Storia[23], che operano a mio parere alcune tra le esperienze letterarie più rilevanti del nostro tempo.  la Storia ha schiacciato e sommerso”, ridotto al silenzio – senza far leva su facili giochi empatici o sulle derive apocalittiche e nichiliste: sulle richieste del mercato[24].

(…)

Se si vuole pensare a un tempo ulteriore, a un eventuale “ripristino dell’aura”, ovvero a una sopravvivenza nel futuro del potenziale sociale o comunitario della poesia, forse l’unico modo possibile è quello a cui Benjamin allude in un appunto steso mentre lavorava all’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, dove ne dà una nuova definizione: “aura è anche capacità di levare lo sguardo”. Lo sguardo a cui Benjamin pensa è quello con cui “l’oppresso risponde allo sguardo dell’oppressore”. È lo sguardo “di chi si è svegliato da ogni sogno, in cui ogni lontananza è cancellata” [26]. Scrive Giuliano Mesa: “questo silenzio che sentiamo insieme, / adesso – è adesso che sappiamo, / in questo momento che divide // ti lascio qui”.

È un nuovo sguardo da rivolgere in prima istanza nei confronti di quella “storiografia ultima” che è da sempre la poesia secondo Andrea Zanzotto: dentro e fuori del testo, il campo poetico moderno e contemporaneo allude a una storiografia ultima, perché “dà l’essenza vissuta dei tempi”, scriveva Zanzotto, “quale fu sofferta negli animi di singoli che diedero così voce anche ai molti” (riattivando ancora una volta il nesso tra soggettività e universalità, apocalisse e nuovo inizio)[27]. È l’analogo gesto “contropelo” del critico letterario che con il suo sguardo strabico e anfibio, secondo la definizione di Walter Benjamin dalla quale siamo partiti, rinviene nel passato l’allusione a un futuro inadempiuto, e nelle rovine dei tempi presenti scorge le tracce di un “che fare”: il possibile contro il necessario.

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[1] W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936). Dopo la prima pubblicazione in “Zeitschrift für Sozialforschung”, edita a Parigi da Adorno, Horkheimer, Marcuse e Benjamin stesso, questa versione è stata criticata come “censoria” da Rosemarie Heise per alcune manipolazioni del testo da parte di Horkheimer, in particolare per l’eliminazione della Premessa al saggio (cfr. R. Heise, Un ignoto lascito di Walter Benjamin, in “Carte segrete”, n. 9, gennaio-marzo 1969, pp. 23-37). Il saggio ha avuto cinque stesure (l’ultima nel 1939), che sono state tutte tradotte a cura di F. Desideri e M. Montanelli: W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Donzelli, Roma 2019. Per tutto questo rimando all’ottimo Tecniche di esposizione. Walter Benjamin e la riproduzione dell’opera d’arte, a cura di M. Montanelli, M. Palma, Quodlibet, Macerata 2016.

[2] F. Fortini, Il movimento surrealista, a cura di L. Binni, Garzanti, Milano 1977. Vedi anche F. Fortini, Insistenze. Cinquanta scritti sui nostri dilemmi: memoria difficile e oblio organizzato, anarchia conformista, dissenso e reazione. Gli imperi e noi, Garzanti, Milano 1985. Per un’analisi sui discorsi di Fortini intorno alla metamorfosi del surrealismo da corrente d’avanguardia ad alfabeto generico della comunicazione di massa: D. Balicco, Fortini, la mutazione e il surrealismo di massa, in Studi in onore di Romano Luperini, a cura di P. Cataldi, Palumbo, Palermo 2010, pp. 467-487.

[3] Cfr. L. Boltanski, A. Esquerre, Arricchimento. Una critica della merce, tr. it. di A. De Ritis, Il Mulino, Bologna 2019; G. Lipovetsky, J. Serroy, L’estetizzazione del mondo. Vivere nell’era del capitalismo artistico, tr. it. di A. Inzerillo, Sellerio, Palermo 2017. Ma per una sintesi dei cambiamenti sociali e storici decisivi per una analisi possibile del presente nel tardo capitalismo, come “tentativo autenticamente dialettico di pensare il nostro presente dentro la Storia” (Jameson), restano imprescindibili i lavori di F. Jameson, Postmodernismo. Ovvero la logica culturale del tardo capitalismo, tr. it. di M. Manganelli, Fazi, Roma 2007; M. Fischer, Realismo capitalista, trad. it. di V. Mattioli, Nero, Roma, 2017 (“Vale la pena ricordare che anche quello che oggi va sotto la voce di ‘realistico’ fino a non molto tempo fa era ritenuto ‘impossibile’”, p. 52).

[4] T.W. Adorno, Discorso su lirica e società, in Note per la letteratura. 1943-1961, Einaudi, Torino 1979, pp. 46-64. Il saggio di Adorno (Rede über Lyrik und Gesellschaft), pubblicato nel 1957 e poi nel primo volume di Noten zur Literatur del 1958, risaliva a una trasmissione radiofonica del 1956. Si rimanda anche a T.W. Adorno, Teoria estetica, nuova edizione italiana a cura di F. Desideri, G. Matteucci, Einaudi, Torino 2009 (ma qui si citerà dall’edizione Einaudi del 1977: T.W. Adorno, Teoria estetica, a cura di G. Adorno, R. Tiedemann, tr. it. di E. De Angelis). Sulle tesi di Adorno ho tenuto presente: P. Zublena, Il paradosso (o i paradossi) della lirica secondo Adorno. Riflessioni su poesia e politica a partire dal Discorso su lirica e società, in “L’Ulisse”, n. 22, 2019, pp. 95-100.

[5] T.W. Adorno, Discorso su lirica e società, cit., p. 49.

[6] Id., Teoria estetica, cit., p. 15; “L’estraneità al mondo è un momento dell’arte; chi percepisce l’arte altrimenti che come cosa estranea, non la percepisce affatto”, ivi, p. 308.

[7] Cfr. R. Bonavita, Traduire pour créer une nouvelle position: La trajectoire de Franco Fortini de Eluard à Brecht, in J. Meizoz (a cura di), La Circulation internationale des littératures, in “Études de lettres”, nn. 1-2, 2006, pp. 277-291; Id., La fatica dell’eresia. Franco Fortini, “Il Politecnico” e la Guerra fredda, in N. Novello (a cura di), La sfida della letteratura. Scrittori e poteri nell’Italia del Novecento, Carocci, Roma 2004, pp. 13-152; A. Baldini, M. Sisto (a cura di), Lo spazio dei possibili. Studi sul campo letterario italiano, Quodlibet, Macerata 2024; P. Casanova, La République mondiale des lettres, Seuil, Paris 1999, tr. it. di C. Benaglia, La repubblica mondiale delle lettere, Postfazione di F. Moretti, Nottetempo, Milano 2023. All’interno del gruppo di ricercatori dell’Università degli Studi di Milano che dà vita all’annuario “Tirature”, diretto fino al 2020 da Vittorio Spinazzola, vedi, in particolare per il campo poetico del Novecento: E. Gambaro, S. Ghidinelli (a cura di), Come circola la poesia nel secondo Novecento. Mappare il campo da vicino e da lontano, Ronzani, Vicenza 2023.

[8] Si veda, almeno: G.C. Ferretti, Il mercato delle lettere. Editoria, informazione e critica libraria in Italia dagli anni Cinquanta agli anni Novanta, il Saggiatore, Milano 1994². Rimando a I. Piazza, Gian Carlo Ferretti. Un’eredità raccolta e una mancata, in “Oblio”, XIII, dicembre 2023, pp. 205-212.

[9] Cfr. F. Guglieri, M. Sisto, Verifica dei poteri 2.0. Critica e militanza letteraria in Internet (1999-2009), in “Allegoria”, n. 61, 2010, pp. 153-174.

[10] T.W. Adorno, Discorso su lirica e società, cit., p. 49.

[11] Id., Teoria estetica, cit., pp. 376-377.

[12] “L’immagine enigmatica dell’arte è la configurazione di mimesi e razionalità. Il carattere di enigma è un carattere derivato. Dopo la perdita di ciò che in lei doveva una volta esercitare una funzione magica, poi di culto, resta l’arte. […] Per questo il carattere enigmatico delle opere non è la loro ultima parola ma ogni opera autentica propone anche la soluzione del suo insolubile enigma. In suprema istanza le opere d’arte sono enigmatiche non per la loro composizione ma per il loro contenuto di verità. […] La forma estrema in cui il carattere di enigma può essere pensato è se il senso stesso ci sia o no. […] Esigendo la soluzione, l’opera rimanda al contenuto di verità”, ivi, pp. 215-216.

[13] Sul negativismo dialettico insito nell’estetica di Adorno, tra natura inconciliata dell’arte e resistenza al reale (nelle opere di Joyce, Kafka e Beckett), cfr. T. Perlini, Attraverso il nichilismo. Saggi di teoria critica, estetica e critica letteraria, Aragno, Torino 2015.

[14] “La forma […] è l’antibarbarico dell’arte; attraverso la forma l’arte partecipa alla società civilizzata, che con la propria esistenza critica. […] La forma tenta di far parlare il singolo attraverso il tutto”, T.W. Adorno, Teoria estetica, cit., pp. 242-243.

[15] “[L’arte] può superare il mondo disincantato, cancellare l’incanto che il mondo produce mediante il prepotere della propria manifestazione, mediante cioè il carattere feticistico della merce. Le opere d’arte, esistendo, postulano l’esistenza di un non esistente ed in tal modo vengono a conflitto con la reale inesistenza di questo. […] Poiché è vero solo ciò che non si adatta a questo mondo”, ivi, p. 100.

[16] Ivi, p. 311, p. 387 (mio il corsivo).

[17] Cfr. J. Rancière, La partizione del sensibile. Estetica e politica, DeriveApprodi, Roma 2022, p. 35. E cfr. T. Eagleton, How to Read a Poem, Blackwell, Oxford 2007, p. 16: “The slogan of a radical literary criticism, then, is clear: Forward to antiquity!”.

[18] Anche nel significato che ne dà F. Hartog, Chronos. L’Occidente alle prese con il tempo, tr. it. di V. Zini, Einaudi, Torino 2022. Cfr. anche R. Koselleck, Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici, trad. it. di A. M.  Solmi, Clueb, Bologna 2007.

[19] “La posizione dell’arte a noi contemporanea nei confronti della tradizione […] è condizionata dal mutamento stesso all’interno della categoria tradizione. […] La riflessione estetica non è indifferente nei confronti dell’intreccio di vecchio e nuovo […]. Quando si verificano corrispondenze col passato, ciò che torna diventa qualitativamente altro. […] Ad un’umanità liberata dovrebbe toccare, purificata, l’eredità del proprio passato. Ciò che una volta è stato vero in un’opera d’arte ed è stato smentito nel corso della storia, può tornare ad aprirsi solo quando sono mutate le condizioni per causa delle quali quella verità dovette essere cancellata: tanto profonda è in estetica la compenetrazione del contenuto di verità e di storia”, T.W. Adorno, Teoria estetica, cit., p. 36; p. 39; p. 62; p. 70.

[20] Sulle connessioni tra “l’Impossibile” che deve accompagnare “il Possibile” e “il Reale”, tra conoscenza, immaginazione (utopica) e divenire, in una cornice teoretica evidentemente più ampia che interroga i rapporti tra filosofia e scienza sulla scorta di Pavel Florenskij (Allo spartiacque del pensiero. Lineamenti di una metafisica concreta), cfr. M. Cacciari, Metafisica concreta, Adelphi, Milano 2023.

[21] Cfr. R. Bonavita, L’anima e la storia. Struttura delle raccolte poetiche e rapporto con la storia in Franco Fortini, a cura di T. Mazzucco, Prefazione di L. Lenzini, Premessa di G. Benvenuti, Biblion, Milano 2017, p. 352: “[Un’idea di poesia come] aspirazione a un ordine, […] tensione verso una forma che […] ha un significato che va al di là della sua sostanza letteraria, e rappresenta l’ultimo cortocircuito tra etica, storia, politica e ricerca estetica”.

[22] E. Testa, Pietre di sosta. Poetica e poesia, Manni, Lecce 2024, p. 62.

[23] “La via storica dell’arte […] è la via della critica del mito, e, allo stesso titolo, la via verso la salvezza del mito: ciò di cui l’immaginazione si ricorda viene da questa rafforzato nella sua possibilità. […] L’inarrestabile movimento dello spirito verso ciò che gli è sottratto parla in arte in favore di quanto antichissimo è andato perduto”, T.W. Adorno, Teoria estetica, cit., p. 201.

[24] P. Zublena, Il paradosso (o i paradossi) della lirica secondo Adorno. Riflessioni su poesia e politica a partire dal Discorso su lirica e società, cit., p. 99. Vedi anche F. Muzzioli, Teoria e radicalità. Una rassegna non rassegnata tra le posizioni letterarie attuali, in “Moderna”, n. 1, 2002, pp. 29-44.

[25] “Il momento storico è costitutivo delle opere d’arte: le opere autentiche sono quelle che si affidano senza riserve al contenuto materiale storico del loro tempo e senza la presunzione di essere al disopra del tempo. Esse sono la storiografia, a sé stessa inconscia, della loro epoca […]. Il contenuto di verità delle opere d’arte è storiografia inconscia, solidale con quel che fino ad oggi è sempre di nuovo soccombente. […] [Il] carattere […] [del]l’arte […] [è] di essere storiografia inconscia, anamnesi di ciò che è stato sconfitto, rimosso, e che forse è possibile”, T.W. Adorno, Teoria estetica, cit., pp. 307-322; p. 431 (miei i corsivi). Fino all’interrogativo col quale terminava la sua Teoria estetica: “Ma che cosa sarebbe mai l’arte come storiografia se scotesse via da sé la memoria del dolore accumulato?”, p. 434.

[26] “La stessa decadenza dell’aura finisce per essere misurata all’interno del discorso di classe; Benjamin affida infatti alla lotta di classe il compito di ristabilire quella lontananza – carica di conflitto – da cui si genera l’esperienza dell’aura”, D. Gentili, La politicizzazione dell’arte. Individuo, massa, mercato, in M. Montanelli, M. Palma (a cura di), Tecniche di esposizione. Walter Benjamin e la riproduzione dell’opera d’arte, cit., p. 150.

[27] A. Zanzotto, In questo progresso scorsoio. Conversazione con Marzio Breda, Garzanti, Milano 2009, p. 58.

Opera

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di Paolo Castronuovo

 

1. (e vai di asfalto)

e vai di asfalto
che l’analfabeta si faccia gli occhi
segni la croce per farci strada con la matita,
lì dove cresce l’erba
noi copriremo tutto
immondizie, alberi e schede nulle

vai di asfalto perché bisogna correre
lungo queste elezioni
i muri vanno lavati
i manifesti non si incollano
se c’è un pezzo di avversario sotto
potrebbe sembrare storto il naso del presidente

in propaganda dobbiamo urlare,
urlare più del popolo
ma con le stesse parole
la politica non esiste, è solo incomunicazione
una lotta tra noi per la presenza

tu asfalta intanto schiavo
sei fortunato
ti ho trovato un posto prima del voto
stai certo
sarai l’unico a portare un buono pasto a casa

 

 

 

2. (il cimitero zincato)

sembrano epitaffi gli slogan
affissi su lamiere
e quei sorrisi di antimonio
che invitano alla caricatura
una settimana enigmistica
lasciata all’imbianchino
per non sporcare il battiscopa

 

 

 

4.

la cassetta della posta è ingozzata
le infilo due dita in gola per liberarla dalle bollette
e dalle offerte del discount
tra volantini e pubblicità
mi chiedo se solo tutta questa carta
questi alberi abbattuti
e l’impegno della raccolta
potessero riciclarsi in poesia
per arricchire gli assessorati

 

 

 

8. (il cimitero ittico)

a galla si respira male
il mare ha perso il suo odore
antistaminico e decongestionante
è una lastra di pesci palla
un feto nuota in mezzo al mediterraneo
una vasca di bolle
i genitori l’hanno raccomandato di aspettare
mentre gli scafisti puntavano coltelli
e con la pompa piegata in due frustavano
un futuro impossibile
un approdo alla speranza
un ortaggio da raccogliere
prima di diventare tutti dello stesso colore

 

 

 

9.

approdarono alla magna grecia in piena estate
accadrà anche quest’anno
le palestre libere di alunni
gli unici luoghi ospitali

tanti hanno ascoltato le loro storie
io avevo degli strascichi di panico
non potevo stare lì in mezzo

in una busta misi calze, mutande, abiti nuovi,
alcuni da lavoro – un po’ sporchi di pittura,
qualsiasi cosa potesse aiutarli,
erano spogli anche del coraggio caricato all’altra costa

tra i capi c’era una maglia di superman
la usavo solo alla vendemmia
un capo fresco dalle maniche stracciate

due giorni dopo la consegna ai volontari
la vidi in tv addosso a un senegalese
buttato nei campi a lavorare per circa sedici ore
e nonostante ciò, sorrideva

 

 

 

10. (il cimitero rosso)

il sole non è ancora sorto
si sta rigirando appena tra le lenzuola
mentre le serre già brulicano di
tute acetate e doppie maglie
provenienti da associazioni o bidoni sigillati
affettati con la mola

bisogna delinquere o mendicare per coprirsi
percorrere chilometri al buio di un furgone
per diventare formiche sui sanmarzano

raccogliere / caricare / svuotare
il tempo stringe per salvare l’economia
la voce del padrone lo ripete per sedici ore
prima di lasciarli marcire
assieme ai pomodori nelle baracche

quando il sole muore

 

 

 

14. (il cimitero di polveri)

è uscita da un rudere una signora
per buttare l’immondizia
in una busta i resti del pranzo
nell’altra i suoi capelli
perché non voleva vedere la caduta
le piogge acide
i venti rossi depositati sul guardrail
e il cielo di un colore venuto dallo spazio
la spuma espansa le ha occluso i bronchi
mentre suo marito la teneva in vita
alimentando la sua malattia con le colate –
lui era uscito qualche giorno prima
per buttare l’immondizia
ma credo sia passato
a comprare le sigarette

 

 

 

23.

non ho più parole da dire
i versi si accorciano
all’aumentare dello sdegno
siamo zombi in un tritaossa
limacce nel natron
non abbiamo niente da perdere

né da conquistare

vado a tuffarmi
da quella torre
nel paradiso dello ionio
a spegnere le fiamme
di questi inferi

 

 

 

Poesie tratte da E vai di asfalto, apparse per la prima volta in La croce versa (Effigie, 2022) e successivamente rieditate e inserite in Opera. 2004–2024 (Il Convivio, 2025). Scrittura esistenziale e volitiva quella di Castronuovo, non indulge nell’autocommiserazione, piuttosto insiste a calarsi nella materialità di un Sud abraso, dove il cemento, l’immondizia e le ferite dello sfruttamento formano un corpo che chiede di essere riconosciuto, e quindi di vivere. Il dettaglio lampante, scandaloso, urla una richiesta di giustizia che resta sospesa, senza destinatario certo, e riconfigura il paesaggio ben oltre i confini amministrativi e le vedute amene. Qualcosa continua a covare in questa terra che brucia, un’altra terra che non coincide con quella imposta dalla violenza degli sfruttatori. A sigillare l’invito alla lettura, le parole di Antonio Moresco: «Conosco e leggo Paolo da tempo. È uno che ci dà dentro. Andategli incontro, leggetelo!».
Paolo Castronuovo (1986) è poeta, editor, direttore di collana e musicista noise pugliese. Ha pubblicato raccolte poetiche, volumi d’artista e romanzi per editori tra cui Castelvecchi, Effigie e Il Convivio. È tra i curatori italiani di H. P. Lovecraft per averne tradotto i versi. Dirige la collana di poesia, prose e rarità «Occhionudo» per Il Convivio Editore. L’insieme della sua produzione poetica è raccolto nel volume Opera. 2004–2024 (Il Convivio, 2025), un ri-attraversamento di vent’anni di scrittura che ne restituisce continuità e metamorfosi.

les nouveaux réalistes: Deborah Guarnieri

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Faster, faster

di

Deborah Guarnieri

 

Immagina una macchina, un veicolo, un ammasso di ferraglia, una cassa da morto su ruote, com’è per alcuni, passare da zero a cento chilometri orari in due battiti di palpebra, palpebra giù, palpebra su, e il corpo è strattonato al sedile dalla cintura a cinque punti, da una gravità due, tre volte quella normale, forza G si chiama, la pressione che aumenta, ti incolla, ti sposta, che svieni se non riesci a sopportarla, immagina sostenere così sessanta giri, perdendo una caterva di liquidi, si perdono dai tre ai quattro chili di liquidi sudando, è come dire adesso esco a farmi una bella passeggiata nel deserto del Sahara. Ci vuole dedizione, per questa roba. Spazio per altro non esiste, come nel sesso, se vuoi fare del bel sesso e non solo svuotarti le palle, devi essere lì, devi essere presente, e chiuderti in quella bolla, il pensiero focalizzato sulla prestazione, sull’ascolto di ogni reazione, ogni vibrazione. I piloti migliori capiscono se una macchina è buona appena ci montano sopra. Sì, come nel sesso diventiamo una cosa sola, un unico in perfetta armonia, vanno ragionati i cambi di ritmo, calcolate frenate e accelerate per arrivare insieme all’apice, alla vittoria.

 

Alloggio in questa camera d’albergo vista piscina a sfioro, loro sono sul balconcino, io sto al di qua del telaio della portafinestra che segna tra noi un confine. Potrebbe essere chiusa, potrebbe esserci uno schermo a separarci, loro vivono in un film che non è il mio, pronunciano battute che non mi appartengono. Devi battere il record, limare quel decimo di secondo, devi stampare un tempo più basso, ricordati che è una sfida non solo contro gli altri, ma soprattutto contro te stesso, devi essere la versione migliore di te stesso, sempre, sempre migliore, dice il coach, appoggiato alla ringhiera che l’inserviente lustra ogni mattina. L’aria sa di citronella, è dentro i prodotti che usano per pulire.

Dobbiamo andare alla 24 Ore, dai, che andiamo a Le Mans, a quel punto finiscono i devi, sostituiti dai dobbiamo, parla per sé stesso più che per me. È un nevrotico che vive giorno e notte con occhiali rosé, gli parte l’embolo, fa schioccare un palmo contro l’altro, urla: più veloce, più veloce! Faster, faster, lo urla in inglese perché sono più veloci anche le parole.

Alle sue spalle sfilano le ospiti in pareo, mio padre le adocchia, si accoda, lo sguardo sul loro corpo, non su di me: E devi trovarti una donna, se vuoi essere la versione migliore di te stesso. Dietro ogni grande uomo c’è una grande donna, ricordatelo. Avere una brava donna ti tiene in carreggiata.

Fin da quando ero bambino, l’ossessione me l’ha trasmessa lui che è sempre stato un invasato, con le macchine e con le donne, una cosa tirava l’altra, dopotutto vedevano scendere il sosia di Daniel Craig da una Lamborghini Huracán, chi poteva biasimarle. Tre matrimoni mentre io, nato dal secondo, di donna ne ho frequentata solo una, la Cindy, e l’ho tenuta nascosta. Era un po’ particolare la Cindy, diciamo. Non proprio una brava donna, diciamo, almeno non come la intende mio padre.

Quei due continuano, blaterano perché ho perso due gare, mai persa una gara in vita mia, perdo due gare e diventa uno scandalo per tutti quanti. Loro non lo sanno che è morta la Cindy.

Al circuito ci separiamo, loro rimangono alla hospitality, io mi isolo nel motorhome per preparare mente e fisico, o almeno è questo che dovrei fare. Nel box controllano la mia purosangue, la pressione e la temperatura degli pneumatici, i livelli dei liquidi, il serraggio dei dadi, i meccanici come api laboriose. Io infilo nelle orecchie i tappi di gomma, indosso l’intimo ignifugo, le calze ignifughe, la tuta, il passamontagna sottocasco ascoltando l’eco del mio respiro, è una meditazione, di solito, è il rituale della vestizione con cui entro nelle fibre pensate per salvarmi dal calore e dalle fiamme. La trance mi accompagna nel confronto con gli ingegneri di pista, ogni loro indicazione si deposita nei centri ricettivi del cervello, l’aria frizza mentre monto sulla purosangue, chiudo la cintura a cinque punti, i due spallacci, i due cinturini sui fianchi e quello che mi passa tra le gambe, convergono in una fibbia centrale che scatta, clac, segnala il risveglio.

Oggi tutto questo non succede, oggi non ci sono con la testa. Impugno il volante, mi sposto in griglia. Provo a pregustare il ringhio del motore, l’odore di gomme bruciate e benzina, ma non mi sale l’adrenalina, non mi sale la brama di velocità, di sfidare l’umano e la fisica. Nel cockpit niente si muove.

C’è solo una cosa che mi accende, che mi dà una scossa alla base della colonna, quando ci penso: una mano me lo prende, le dita gli si stringono intorno, il pollice percorre la vena più gonfia, saliva cola. Non so se sia la mano della Cindy, non vedo le sue unghie smaltate a forma di mandorla, mi sembra una mano qualsiasi, mi basterebbe una mano qualsiasi, bagnata scivola su e giù… Partiamo. La prontezza già mi manca. La distrazione sulla pista non è buona compagna, lo insegna il mio amico Felipe che non ha visto un detrito e si è quasi spaccato il cranio. Serve anche a questo, la concentrazione assoluta, ad allontanare la morte, e che morte, immagina, schiantarsi ai duecentottanta, finire come Ayrton Senna, con l’osso frontale sfondato dal puntone della sospensione.

Perdo aderenza, la cavalla non galoppa, mi sorpassano uno dopo l’altro, li lascio fare. A fine gara il coach è introvabile, disperso nel paddock, si prenderà una sbronza. Vengo trascinato dal padre a una cena dell’infamia con la terza moglie che è la copia spiaccicata della prima, se non che questa ha due occhi enormi, è la sua unica peculiarità, a mio padre piace la bellezza sbiadita, quella che si confonde in una sala affollata. Non parla, e io mi chiedo cosa le passi per la testa, mi fissa con quegli occhi enormi e forse pensa che ho esaurito la cartuccia, che sono pronto per la tomba del successo. Forse ha pietà di me, mi crede un impotente. Padre si lancia in discorsi motivazionali, preoccupato che la mia luce flebile possa di riflesso indebolire la sua, averne perse due poteva capitare ma alla terza comincia a diventare un’abitudine, e la gente parla – ma quale gente – bisogna arrivare assolutamente alla causa, al comune denominatore di queste sconfitte per trovare una soluzione. Ma che mi tocca fare se resuscitare la Cindy dall’aldilà non è cosa? Gioco coi capperi sulla tartare.

Me ne vado in macchina ma non torno in albergo, imbocco un rettilineo e alla prima rotonda torno indietro, arrivo all’incrocio iniziale e prendo la direzione opposta, girare così mi ricorda quella volta che la Cindy me ne ha fatta una mentre la portavo al ristorante, la mano nel guanto di pizzo, e per poco non facevamo un incidente… Era brava, la Cindy, non sbagliava mai il ritmo.

Supero palazzi alveare, un’ex centrale del latte, un grosso supermercato chiuso. Vedo del movimento, luci gialle in una via e rallento davanti a un pub, alla gente sul marciapiede intorno ai tavoli alti, ragazzi a gruppetti, qualche faccia più vissuta che fuma sigarette e beve birra dalle bottiglie. Poco più in là, sul lato opposto della strada, c’è una vetrina coperta da una tenda viola, un cartello luminoso dice ᴀᴘᴇʀᴛᴏ sopra la classica immagine di una donna prona che viene massaggiata. Mi hanno parlato di posti del genere, di come riconoscerli, di cosa dire: happy ending è il termine specifico da utilizzare con le professioniste. Si esplicita il desiderio di un lieto fine, mi sembra un bisogno umano, commovente.

Suono il campanello. Mi apre una donna bassina, piuttosto carina, in abitino nero con una sola spallina, mi squadra e sembra soddisfatta da quello che vede. Mi invita a entrare in fretta, l’ingresso è fucsia, lei ha i piedi scalzi. Non so da dove cominciare, se sia questo il momento di contrattare, di avanzare delle richieste, mi metto a sfogliare il listino mentre un gatto della fortuna fa su e giù con la zampa compulsivamente. Con la Cindy era facile, l’avevo trovata su un sito che non lasciava spazio al dubbio, e tutto iniziava sempre con il mio aspettare in macchina ascoltando Leonard Cohen, if you want a driver, climb inside…, con lei che saliva, con una chiacchiera, una cena.

La masseuse prende in mano la situazione, attraversiamo il corridoio fucsia, raggiungiamo la stanza con il futon e una vasca bianca con doccino, snocciola: trenta minuti cinquanta euro, un’ora ottanta più venti per all inclusive, io mi siedo sul futon, atterrito da quella formula così poco poetica. Mi sento obbligato a chiarire: Happy ending? Voglio essere certo del mio lieto fine.

Inizio a spogliarmi, tolgo i pantaloni, tengo le mutande, con un gesto della mano lei mi sprona a togliere anche quelle, sorride, dice, schiena, con quella cantilena tipica della sua lingua tonale, due a che suonano su frequenze diverse. Si unge le mani con olio di mandorla, inizia dal collo, scende lungo le braccia, non tralascia nessuna parte del corpo, fa scorrere le dita tra le mie dita dei piedi, risale, massaggia i polpacci, le cosce, i glutei, indugia coi pollici tra le natiche, col mio permesso, completa il primo giro. Mi metto supino, lei mi sistema un piccolo asciugamano sopra l’ombelico perché non mi sporchi e se stessa in mezzo alle mie gambe, mi prega di allargarle, così fa meglio. Le allargo. Chiudo gli occhi, e lo sento animarsi come da un po’ non lo sentivo. Ho vinto.

Certo, non sono le mani della Cindy. Ogni tanto devo sussurrare: Faster, faster…

 

Profezia è Predire il Presente

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di Francesco Memo

Come accostarsi a Pasolini a cinquant’anni tondi dal suo assassinio? Come affrontare questo anniversario di morte senza tradire la vitalità che ha alimentato l’incessante lavoro culturale e la multiforme vena del poeta di Casarsa?

Una risposta originale la fornisce Massimo Zamboni in P.P.P, uno spettacolo di musica e parole che lo scrittore e chitarrista emiliano – fondatore dei CCCP, con cui è stato recentemente in tour – sta portando su e giù per l’Italia, accompagnato da Cristiano Roversi ed Erik Montanari, e che ha trovato traccia anche in un album pubblicato da Le Vele/Egea.

Come spesso in Zamboni, i titoli sono cruciali perché rappresentano la porta di accesso a progetti sempre molto meditati; in questo caso la firma di Pasolini diventa l’acronimo di una frase che è già una dichiarazione programmatica: Profezia è Predire il Presente.

La chiaroveggenza è un topos di cui si alimenta il mito pasoliniano. Ma si sbaglia a cercare in Pasolini una sorta di profeta mistico, disconnesso dalla realtà politica e sociale. Come scrive Zamboni nel libretto che accompagna il disco (impreziosito dalle belle fotografie di Diego Cuoghi), la sua non era divinazione, ma intelligenza, cultura e attenzione allo stato delle cose.

Ciò che muove Pasolini è infatti la capacità rabdomantica di attraversare e rivelare non il futuro ma il tempo presente, di vedere cioè oltre le verità consolidate, a cui in molti si arrestavano. Queste rivelazioni assumono spesso la forma di illuminazioni che legano insieme presente e passato, contestando l’idea di progresso con una concezione mitica, o sarebbe forse meglio dire archetipa, di permanenza dell’antico. Visioni ossessive, sempre più simili a incubi di distruzione e di crollo, che mettono al centro chi è fuori dal Centro: la vita brulicante, spontanea, e in qualche modo libera, delle moltitudini ai margini della Storia.

Dal cataclisma antropologico che investì il popolo italiano con lo sviluppo del dopoguerra, al coraggio, al limite dell’incoscienza, con cui Pasolini additava la mutazione criminale del potere, la nuova pelle del serpente fatta di stragi e violenza, ma anche di omologazione e seduzione del consumo. Fino alla sensibilità ambientalista ante litteram (che condivideva con Calvino) con la quale intercettò i segni di devastazione nel paesaggio del nostro paese: proliferazione edilizia, periferie stravolte, sovrapporsi scomposto di fragile modernità e lunga durata, con la scomparsa delle forme di vita popolari e dei loro modi secolari di interagire con il territorio.

Il movimento che segue Zamboni nell’accostarsi all’universo di Pasolini è duplice: centripeto, verso la sua opera, e centrifugo, dalla sua opera al mondo. Il primo movimento si manifesta nella scelta coraggiosa di intervallare le canzoni con la lettura dei testi, e soprattutto delle liriche, di Pasolini.

Perché coraggiosa? Perché Pasolini è un autore tanto retoricamente celebrato quanto poco letto. Come ha sottolineato Paolo Desogus su Il manifesto, il nome di Pasolini non rimanda più all’opera o all’esperienza intellettuale di uno degli autori più significativi del Novecento, ma a un personaggio di finzione, a una figura opaca che ha smesso di essere sorgente di senso, spazio di interrogazione. La sua vita e la sua opera vengono ridotte ad un frusto campionario di citazioni, così rimasticate e vuote da adattarsi ad ogni uso. Ne hanno offerto prova le celebrazioni ufficiali a Montecitorio di qualche giorno fa, quando persino esponenti politici eredi di quel neofascismo che Pasolini ha combattuto per tutta la vita hanno avuto il coraggio di appropriarsi di brandelli ad hoc del suo pensiero.

È anche vero che il corpo dell’opera pasoliniana è debordante e frattale: una poesia rimanda ad un pezzo giornalistico, che a sua volta rimanda ad un film e da lì ad un’altra poesia, in una organicità difficilmente districabile. Organicità anche biologica, perché intessuta con la vita stessa di Pasolini. Ma se vogliamo ricercare la chiave di questo mistero, sempre ammesso che questa chiave esista, non c’è dubbio che è alla sua poesia che dobbiamo guardare innanzitutto. Quella poesia intima ma insieme così pubblica: riflessiva, con un riferimento interno, diaristico, e insieme proiettata verso un interlocutore esterno e collettivo, perché civica e moralistica. E la scelta di Zamboni è spiazzante perché oggi la poesia non si legge più, men che meno ad alta voce: al massimo, la si analizza intorno ai banchi di scuola o nelle aule universitarie, come un corpo morto, come un’autopsia eseguita in un gabinetto anatomico.

Il richiamo al corpo ci permette di fare un’altra considerazione. Pasolini è un poeta che potremmo definire epidermico, non nel senso di superficiale, ma nel senso che ciò che osserva e propone al lettore – sia un luogo fisico o uno snodo teorico, un paesaggio umano o un passaggio marxiano – è sempre frutto di una esperienza diretta, personale, fatta di pensieri lunghi ma alimentata da sensazioni “a pelle” (epidermiche, appunto), nel quale è sempre il corpo ad entrare in relazione, ad immergersi nella realtà osservata. E un ruolo fondamentale in questo, come ha messo in luce con forza Marco Belpoliti, lo gioca l’omosessualità di Pasolini, filtro costitutivo del suo rapportarsi al mondo, in senso sia euristico che valoriale.

Del resto, Pasolini non ha mai nascosto questo dato costitutivo del suo essere scrittore e polemista: ”E’ da questa esperienza, esistenziale, diretta, concreta, drammatica, corporea, che nascono in conclusione tutti i miei discorsi ideologici”, scrive a pochi mesi dalla morte. Denunciava i mali della società perché quei mali li conosceva personalmente, ne faceva esperienza in modo concreto, privato, senza filtri: in maniera disperata, per usare un aggettivo profondamente pasoliniano. In una delle ultime poesie, Pasolini fa di sé questo ritratto: “Parla, qui, un misero e impotente Socrate/ che sa pensare e non filosofare,/ il quale ha tuttavia l’orgoglio/ non solo d’essere intenditore/ (il più esposto e negletto)/ dei cambiamenti storici, ma anche/ di esserne direttamente/ e disperatamente interessato.

Pasolini è dunque un intellettuale debordante, contraddittorio perché la sua innegabile acutezza clinica non nasce da un’osservazione distaccata e razionale della società. Lo ha dimostrato Gianni Biondillo analizzando il rapporto passionale e fisico – così distante da una presunta scientificità, che si pretende oggettiva – tra Pasolini e la città, a partire da Roma, città per eccellenza, così spesso attraversata e rappresentata nelle sue opere. In Pasolini la descrizione stratificata dello spazio architettonico e urbano (anche, e forse soprattutto, nei suoi elementi minori e minuti: un muricciolo, i vicoletti, le case di borgata, i prati desolati) scaturisce da una scoperta fisica, da un’esplorazione sensoriale, come lo sono i suoi resoconti dal Sud globale, contadino e primordiale.

Se teniamo conto di questa immersione sensuale e passionale nella realtà, possiamo comprendere anche il plurilinguismo che contraddistingue l’opera di Pasolini: friulano, italiano letterario, registri quotidiani e gerghi specialistici, lingue straniere, romanesco in film e romanzi, sono tutte sfaccettature di un’esperienza frammentata ma univoca (perché personale) della realtà e della storia.

Ma torniamo allo spettacolo P.P.P e a Massimo Zamboni. Il secondo movimento, quello centrifugo, prende la forma di una rilettura pasoliniana del proprio repertorio. È come se Zamboni guardasse alle proprie canzoni come si guarda a pianeti sconosciuti, perché illuminati in maniere inedita dalla luce riflessa della stella-Pasolini. Qui il cantautore reggiano lascia affiorare quanto di pasoliniano – ed è molto – c’è nella sua produzione, selezionando da album vicini e lontani (si potrebbero aggiungere quelli con i CSI) una manciata di canzoni che rimandano a Pasolini sia direttamente sia indirettamente.

È il caso di una canzone come Persona non grata (del 2008), che cita quell’allarme totale lanciato da Pasolini nella sua ultima intervista (“siamo tutti in pericolo”), che risuona oggi apocalittico e concreto insieme, come pure la notissima elegia dei ruderi che contiene uno dei suoi versi più potenti (“sono una forza del passato”). Alla seconda categoria appartengono canzoni che dialogano con Pasolini per assonanza di temi: l’isolamento ricercato e imposto, le belle bandiere e la delusione dell’impegno, il popolo minuto e la massa informe, la ferocia nel mondo e la rabbia nell’anima.

Si aggiungono, infine, tre brani inediti scritti apposta per questo progetto – La rabbia e l’hashish, Cantico cristiano, Tu muori – e l’interpretazione di quello che è il più bel componimento in musica e parole dedicato a Pasolini e alla sua barbara morte: Il lamento di Giovanna Marini. Illumina lo spettacolo di una luce calda e nostalgica anche un’altra canzone – cantata in lusitano e ripresa da José Alfonso: Grândola villa morena – omaggio all’ultima vittoriosa rivoluzione contro un regime fascista europeo: quella incruenta dei garofani portoghesi del 1974.

Nell’insieme P.P.P. Profezia è Predire il Presente è un periplo intorno all’enigma Pasolini, un autore così scoperto nel mettersi in mostra e in gioco pubblicamente, ma che al fondo rimane distante e impenetrabile. Zamboni ci invita senza didascalismi a dare spazio alla voce di Pasolini, per interrogarlo ancora, inoltrandoci in un bosco che, da una lettura ad un’altra, da un brano al successivo, si fa via via più scuro e funereo. Ma non potrebbe essere altrimenti, considerati l’epilogo tragico della vita del grande intellettuale e, dall’altra parte, l’involuzione che il nostro mondo ha conosciuto da allora.

Nel 1964, undici anni prima di essere ammazzato, Pasolini scrive una delle molte prefigurazioni della propria morte: “sono come un gatto bruciato vivo,/ pestato dal copertone di un autotreno,/ impiccato da ragazzi a un fico,/ ma ancora almeno con sei/ delle sue sette vite,/ come un serpe ridotto a poltiglia di sangue/ un’anguilla mezza mangiata”.

Violenza evocata, con funzione apotropaica, che spesso si colora anche di sensualità, perché nella poetica pasoliniana il legame tra Eros e Thanatos è sempre scoperto, dichiarato. Ma anche il richiamo a Cristo, e alla sua passione, che risuona in tutte le fasi della ricerca pasoliniana come un basso continuo. Immagini brucianti che non possono non sovrapporsi alle terribili fotografie del suo corpo maciullato, non possono non intrecciarsi con quella violenza indicibile di cinquanta anni fa, che ancora oggi rimane senza un movente e senza una vera paternità.

In questo senso, non si può ancora lasciar andare Pasolini, liberarlo dal buio di quella maledetta notte, tra il 1 e il 2 novembre del 1975, per tentare di sbrogliare il filo di un’esistenza fin troppo breve e certamente più ampia di una sola vita. In questo senso, non si può evitare di cercare ancora nella sabbia dell’Idroscalo di Ostia, impastata del suo sangue, le tracce dell’immensa e inesausta eredità che Pasolini ha lasciato dietro di sé.

 

➨ AzioneAtzeni – Discanto Diciottesimo: Bachisio Bachis

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Discanto Diciottesimo di Bachisio Bachis con musiche di Francesco Bachis

 

 

Discanto Diciottesimo*

Non racconto mai di me. Forse perché è dei sardi il silenzio? I sardi sono di poche parole, alle confessioni e agli sfoghi preferiscono i silenzi spezzati soltanto da un campanaccio lontano, o da uno sparo. Ma io, che ho da spartire con i sardi del silenzio? Sono cittadino, emigrato, diventato continentale, un chiacchierone. Se taccio, se non racconto di me, è perché non ricordo il passato. Non ricordo mai.

Dal racconto ‘Un amico, a Babele’ di Sergio Atzeni, in Gli anni della grande peste   

 

Se ne dicevano tante

di

Bachisio Bachis

  Uno aveva lavorato all’Enel, e quando lavorava all’Enel era delegato sindacale, e dicevano, ne dicevano tante, dicevano che in una riunione con l’azienda, lui era lì come delegato della CGIL, in una riunione che durava troppo, lui aveva detto che i problemi dell’Enel si risolvevano se l’Italia usciva dal patto atlantico; aveva proposto l’uscita dell’Italia dal patto atlantico, ma la proposta non era stata messa a verbale, e dicevano che l’aveva fatta ma non si sapeva. Si sapeva invece che dall’Enel se ne era poi andato, se ne era andato in continente, e partendo, dalla nave che lasciava Cagliari, si diceva, forse lui stesso diceva di aver detto a sé stesso “Fuggi.  Dopo trentaquattro anni ti strappi alla terra dove hai amato, sofferto e fatto il buffone. Ogni angolo di strada testimonia una tua gioia, un dolore, una paura. In cambio sarò libero. La maschera che mi cuciranno addosso, lo straniero, l’isolano, il mendicante, mi nasconderà, occulterà il nome, sarò uomo fra uomini”.

Se ne era andato in continente a tradurre libri, a scrivere libri, ché quando lavorava all’Enel scriveva già nei giornali. Nei libri scriveva di antiche leggende sarde, di giudici banditi, di minatori e cani e addii. Era diventato un traduttore e uno scrittore, uno scrittore sardo dicevano in continente, e una volta era venuto in Sardegna ed era morto. Ma era morto in mare, mica scrivendo. Era morto in mare ma in un vecchio sogno “arrivava in riva, guardava il mare, si chiedeva: “Lo attraverso?” e rispondeva: “No. È troppo largo.”

  *il testo è apparso per la prima volta nel Repertorio dei matti della città di Cagliari, a cura di Paolo Nori (Marcos y Marcos, 2016)

 

 

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

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Colonna (sonora) 2026

2

 

Quella sporca dozzina. Playlist 2025

di

Claudio Loi

Fine anno, tempo di resoconti o meglio di resa dei conti. Tempo di raccogliere quanto seminato durante l’anno e conservare i semi per i prossimi raccolti. Come sempre i frutti sono tanti, sempre più indecifrabili e fuori fuoco per una realtà che si fa fatica a comprendere e circoscrivere. Ma forse questo gran caos non è poi così tremendo e la musica – nonostante tutto – rimane ancora un ottimo laboratorio di libertà e creatività. Ecco allora dodici proposte, una per ogni mese dell’anno, una per ogni apostata. Da prendere come libero esercizio di piacere, opinabile, discutibile, modificabile. Giusto una piccola spinta per ripartire e riprendere a sognare

Andrea Laszlo De Simone. Una Lunghissima Ombra. (42 Records)

Artista difficile da inquadrare. Cantautore potrebbe andare bene ma non basta a rendere l’idea. Poco importa, quel che conta è che dopo alcuni anni di silenzio è tornato con una proposta che rimanda alla migliore tradizione della canzone d’autore nostrana (Battisti e Battiato in primis) e persino una velata ripresa di temi d’opera e di orchestrazioni dal forte impatto impressionista. Lui non ama farsi vedere, esibire se stesso e la sua arte, lavora col favore delle tenebre e si applica come un antico amanuense pienamente concentrato sul suo lavoro. Un artista prezioso e quasi unico in un mondo che si allontana sempre di più dai semplici piaceri della vita. Bentornato Simone!

Arrogalla. Suite. (La Tempesta)

Abile manipolatore di suoni ed emozioni, Arrogalla (ovvero Francesco Medda) è un veterano nell’arte di mischiare le carte, di ricombinare i suoni, di pescare nell’infinito oceano della musica del mondo. La sua realtà è aumentata quanto basta per farla diventare un sogno realizzato. I suoni di antichi strumenti, le voci della strada, gli umori della natura sono le sue fonti primarie e i ritmi del mondo il giusto condimento con le possibilità del digitale a fare da collante. Nel suo universo  non esiste il tempo e non importa lo spazio, non contano gerarchie e sottoinsiemi. Tutto diviene compatibile, tutto è necessario. Un ottimo esercizio di libero arbitrio estetico.

Giovanni Lami. Eikom. (Kohlaas)

Giovanni Lami cerca nella musica quello che noi cerchiamo quando ci soffermiamo ad osservare un tramonto o le ombre della sera. La sua ricerca musicale nasce dalla necessità di pensare la musica come parte di un sistema omogeneo e compatibile, ecologico e sincero. Prende quello che offre l’ambiente, lo studia e lo ripropone attraverso varie e misteriose manipolazioni elettroniche in un processo anche difficile da immaginare. Entrano in ballo in questa storia elementi che vanno oltre la tecnica e la conoscenza dei sistemi di composizione, qualcosa di inconscio e magico. Musica che restituisce al paesaggio quello che il paesaggio ci regala ogni giorno, comprese le sue brutture e i suoi scempi che ormai fanno parte del nostro vivere.

 

Lambrini Girls. Who Let The Dogs Out. (City Slang)

Punk rock di ultima generazione da Brighton nella sua forma più elementare e viscerale possibile. Giovani quanto basta per essere rispettate e tenute in debita considerazione il loro album d’esordio ci fa ben sperare in un futuro più disponibile verso le tante varianti della natura umana. Difficile resistere alla carica elettrica di queste due ragazze che sembrano arrivare da qualche cantina del secolo scorso e invece sono figlie dei nostri tempi, perfette nel rappresentare le sacrosante istanze di libertà ed emancipazione che, come sempre, bisogna conquistare ogni singolo giorno.

 

Laura Agnusdei. Flowers Are Blooming In Antarctica. (Maple Death)

Una delle più belle sorprese di questo 2025. Un’epifania di inizio anno che ha squarciato il cielo e regalato sprazzi di luce e calore. Avevamo apprezzato il suo approccio estetico nella proficua collaborazione con Jonathan Clancy e stupisce anche il suo modo di flirtare con il sax: un approccio che nessuna scuola si sognerebbe di applicare, proprio per questo ancora più interessante. I fiori che sbocciano in Alaska sono una figura inquietante ma possono anche essere intesi come un miracolo che si avvera. Dipende dai punti di vista e quello di Laura Agnusdei è di sicuro trasversale e militante. Un disco di rara bellezza in cui è possibile ritrovare l’ecologismo ante litteram di Don Cherry, il quarto mondo di Jon Hassell e tanto tanto altro. Un progetto che diventa manifesto per una nuova ecologia e un affettuoso sguardo al pianeta prima che sia troppo tardi.

Mirko Mariani. Musica per sconosciuti. (I dischi di Angelica)

Lui è un personaggio davvero fuori margine, insolito, bizzarro, difficile da prendere seriamente e invece maledettamente serio. Lui fa finta di niente ma questa follia rivelata lo rende unico e necessario. Canta, suona, compone, fa e disfa con tanta nonchalance e quasi sempre fa quello che non ci si aspetta. La recente, stralunata rivisitazione dei suoni della Romagna più agreste con il progetto Extraliscio hanno lasciato il segno e quest’anno ecco un triplo album con 158 brani tutti composti, suonati e mixati da se stesso medesimo giusto per vedere l’effetto che fa. Un campionario di suoni, di strumenti vecchi e nuovi, idee che si sovrappongono, ritmi da ogni dove, vecchie cartoline, paesaggi reali e immaginati e anche altre cose che sarà difficile digerire e assimilare. Prendiamoci tutto il tempo che ci vuole, nessuna fretta, nessuna scadenza. Questa è musica che non ha inizio e non ha fine, che va consumata come si consuma il pasto della sera. E poi tutti a letto a sognare altre musiche e altri scenari.

 

 

 Simon Balestrazzi. Scomparire. (Silentes)

Questa nuova opera in perfetta solitudine di Simon Balestrazzi è da maneggiare con cura, da assumere con la dovuta cautela e possibilmente in compagnia di un adulto. Se siete nella piena consapevolezza dei vostri limiti nervosi va bene, altrimenti rimandate l’ascolto a momenti più sereni. Già dai titoli si capisce che è roba forte, qualcosa che arriva dai meandri più nascosti del proprio essere e i suoni vanno proprio in quella direzione: il paesaggio dopo la tempesta, la nebbia che assale e ricopre ogni cosa, un senso di vuoto che annulla la propria identità, qualcosa che sbilancia e lascia senza precise indicazioni. Ma una volta superata la soglia del frastuono più atroce tutto diventa più familiare e persino la nebbia diventa un ambiente confortevole in cui perdersi con la certezza che il mondo là fuori può essere anche peggio.

 

Steven Wilson. The Overview. (Universal)

Confesso di essere arrivato a questo nuovo disco di Steven Wilson per la presenza di Andy Partridge come autore dei testi in brano. Poca cosa ma sufficiente a riaccendere una lontana passione che arriva dai tempi delle superiori, una sbandata mai risolta. Così funzionano le cose e a volte le stranezze del caso portano buone nuove. Non che Wilson avesse bisogno di chissà quale riabilitazione ma lo avevo sempre tenuto in un angolo insieme ai suoi Porcupine Tree che invece godono di stima globale e indiscussa. The Overview è un ottimo disco, classico, molto debitore dei primi Pink Floyd con lunghe cavalcate dal sapore psichedelico e ballate eteree e lisergiche che ogni tanto fanno pure bene. Ed è giusto talvolta superare i propri limiti e aprirsi al mondo grande e imprevedibile che visto dallo spazio sembra anche un bel posticino. Grazie quindi a Mr. Andy per i testi e al bravo Steve che raramente sbaglia un congiuntivo.

 

 The Divine Comedy. Rainy Sunday Afternoon. (DCR)

The Divine Comedy è un progetto musicale inventato da Neil Hannon nordirlandese da sempre appassionato cultore di artisti come Leonard Cohen, Scott Walker, Serge Gainsbourg, Burt Bacharach con i quali merita di stare allo stesso livello. The Divine Comedy è un blend ben calibrato di pop d’autore, ballate strappalacrime e una immensa sensibilità da romantico cantore dei nostri sentimenti. Dalle foto del nuovo disco si intravede un uomo di mezza età, pacificato col mondo, riflessivo e serio quanto basta. La domenica pomeriggio piovosa e melanconica di cui ci parla in queste tracce potrebbe essere una velata metafora del nostro essere o più prosaicamente un acquerello appeso al pub più cool della sua Irlanda. Fate voi. Quel che importa è che queste composizioni, in modo inesorabile, ti entrano dentro e non ti lasciano più come le cose più preziose che abbiamo. Un artista di incredibile talento, ben cosciente delle sue qualità e dei suoi limiti, pronto ad affrontare la parte più impegnativa della sua vita. Nel migliore dei modi e con la giusta dose di serena accondiscendenza.

 

Ty Segall. Possession. (Drag City)

Californiano doc, cresciuto con massicce dosi di rock viscerale e senza fronzoli, quasi sempre solo soletto nel garage di famiglia. Lui si immagina come l’anello di congiunzione tra gli Stooges, gli Hawkwind e i Black Sabbath ovvero la parte del rock più selvaggio e impertinente e in parte è proprio così. Me lo immagino perso a schitarrare nella suo spazio vitale senza altro per la testa: solo insano e virulento rock’n’roll. E lì è rimasto fino a diventare uno dei migliori rocker in circolazione, sempre fedele alla linea, sempre col tiro giusto e un outfit da underdog in riva al mare. Possession è un nuovo mattoncino che si aggiunge a una discografia corposa e stratificata e segna un’ulteriore passo in avanti. Lui ci crede in quello che fa, e sincero e ben disposto e non possiamo che credere in lui.

 

Viagra Boys. Viagr Aboys. (Shrimptech Enterprises)

Direttamente dalla fredda Stoccolma ecco i Viagra Boys una band con un nome discutibile e una proposta musicale indiscutibile. Guitar rock della miglior qualità che sembra arrivare dalle coste della California e invece si nutre di muschi e licheni delle fredde terre del Nord. Tutto molto strano, tutto molto cool e sempre in armonia con le correnti del dissenso globale. Amano essere queer, ecologisti, militanti, politicamente attenti alle storture del pianeta ma anche ironici e dissacranti al punto giusto con un piacevole ricorso a stranezze varie che li rende molto amabili. La loro attenzione al sociale è una cosa che ci conforta nel pensare che gli artisti possano contribuire a rendere il nostro pallido pianeta più vivibile e inclusivo. Ci provano e questa è già una bella storia.

 

 

 

Wet Leg. Moisturizer. (Domino)

Post punk di nuova generazione con un progetto che ruota intorno a Rhian Teasdale e Hester Chambers due ragazze nate e cresciute nell’isola di Wight, Inghilterra del sud. Per i più anziani quel posto rimanda di default al mitico festival che nel 1970 fece un po’ di ombra persino a Woodstock. Non so se queste ragazze abbiano ereditato qualcosa da quelle lontane vibrazioni forse troppo disperse nel tempo ma di certo hanno studiato molto bene la lezione del post punk inglese dei primi anni Ottanta. Tanto bene da superarlo e riuscire a riscrivere con personalità un genere che sembra non finire mai. Dal vivo sono incredibili ma anche su disco non deludono e ci fanno rimbalzare tra diverse ere temporali in un frenetico magical mistery tour come nella migliore tradizione del rock più lacerato.

 

That’s All Folks!

Per quest’anno è tutto ma se avete ancora voglia di musica tosta ecco alcune addizioni che sono rimaste fuori lista non per demeriti ma per pura casualità. Tra gli esclusi con tanto rammarico consiglio vivamente proprio That’s All Folks! dei Not Moving che ci salutano con un disco vibrante e potente come loro abitudine. E poi date un ascolto a Cosplay dei Sorry che si muovono tra hyper pop e post-punk con la giusta predisposizione alla materia. Makaya McCraven ha fatto il botto con Off The Record ovvero quanto di meglio il jazz riesca ad esprimere in questo momento. Per finire un omaggio al grande Antonello Salis che viene riverito nel giusto modo nel nuovo album della Tankio Band di Riccardo Fassi giustamente battezzato Cum Grano Salis.

Grazie e buon anno!

 

 

Da “L’esercizio di Adam”

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di Gianluca Garrapa

Il portafiori

Dopo avermi pulito, la donna giovane mi ha riempito d’acqua per metà, e dopo aver reciso il gambo alle anemoni, gettato via le parti di gambo tagliate in un foglio di giornale, e lasciato andare il pedale della pattumiera, le ha sistemate, viola, bianche, azzurre, e mi ha riportato qui. Prima di me c’era un portafiori in vetro che la tenda ha spinto sul pavimento fracassandolo. Lo so perché ne parlavano loro. Pure io ero un vaso rotto, ma il maestro dell’Ospedale, così lo chiamano, mi ha riparato con polvere d’oro mescolata alla lacca urushi, ha detto che si chiama kintsugi, significa riparare con l’oro, è una pratica giapponese, ha spiegato agli occhi che lo osservavano ripararmi.

La stanza è illuminata dalla luce che sta sbocciando lì fuori e il silenzio è interrotto dai suoni intermittenti delle macchine che tengono in vita il corpo dell’uomo che dorme sempre. Lei, la donna giovane che ha cambiato l’acqua ai fiori, è rientrata dopo che un’altra meno giovane, accompagnata da due ragazzi, ha lasciato la stanza.

La donna meno giovane è stata per tutto il tempo a fissare il pavimento mentre il ragazzo più alto entrava e usciva richiamato dall’andirivieni delle notifiche del cellulare. L’altro ragazzo, invece, più basso, è rimasto seduto accanto alla donna con lo sguardo appiccicato allo smartphone.

La donna, di tanto in tanto, solleva il capo e con gli occhi rossi di pianto e stanchezza carezza il corpo dell’uomo. Con molta probabilità è il marito e ho l’impressione che non si sveglierà mai più.

«Non si sveglierà più» è il sussurro della donna che mi fissa, annuendo, «sì, non si sveglierà più.»

Il ragazzo, immagino sia il figlio, perché ha detto che se papà si sveglia starà rincoglionito a vita, e la donna, a questo punto è certo che sia la moglie, lo ha fulminato con lo sguardo: «Guarda che i morti sentono tutto.» E il ragazzo ha ridacchiato, «e ci credi? credi a quello che ti raccontava nonna? Quando uno è morto, è morto e basta» sogghigna il ragazzo strafottente delle entità astratte, «e poi» ha aggiunto, «papà è ancora vivo», amareggiato e allo stesso tempo desideroso di vederlo morto piuttosto che in quello stato di vegetale.

In quella si è aperta la porta: «Mamma, su, andiamo, non è più tempo di visite» ha fatto il ragazzo alto avvicinandosi al corpo del padre, accanto al fratello, e sostando per un attimo, come in preghiera, e il ragazzo basso è uscito dalla stanza, richiamato là fuori da una forza invisibile, seguito dal fratello, mentre la donna, afferrando il borsello, si è avvicinata al corpo del marito, gli ha stretto la mano al disopra del lenzuolo blu.

Le labbra della donna sulla fronte del marito sussurrano qualcosa.

Il regno di Tanàsia

 

Ciao a tutti mi chiamo Tanàsia e oggi vi racconto una storia. S’intitola Il regno di Tanàsia.

Un giorno avevo forse venti anni e mio padre era morto il giorno prima per via di quel suo inguaribile raffreddore da naso che si curava con una polvere bianca che distribuiva sul tavolo in strisce bianche parallele e poi arrotolava cinquanta euro come una cannuccia che invece nella bocca la infilava un foro nel naso e l’altro foro sulla striscia di rinazina e magicamente la polvere spariva papà diceva che usava i soldi perché l’effetto si arricchiva. Il giorno prima della sua morte papà aveva bevuto uno sciroppo insieme a dei suoi amici uno sciroppo che puzzava e se avvicinavi un fiammifero acceso prendeva fuoco e io ho fatto questo esperimento e lo sciroppo ha preso fuoco. Quella sera papà e i suoi amici avevano bevuto troppo sciroppo e si sono curati con tantissima rinazina e alla fine mi hanno chiesto di vestirmi da sposa per giocare insieme. Io l’ho fatto anche se non so perché a un certo punto eravamo tutti nudi. Però questo non mi va di raccontarvelo perché su quel gioco che facevo fin da quando ero piccola c’è un tappo1 insomma non è molto bello parlare dei cazzi propri figuriamoci dei cazzi degli altri quello di papà compreso che poi non erano come quelli che vedevo nei film. Insomma il giorno dopo papà ha preso talmente sciroppo e rinazina che è scoppiato di salute e alla fine è morto. Allora io non sapevo che fare. Ho chiamato mia mamma che mi ha risposto: e quindi?

Come e quindi? È morto tuo marito. Brutta stronza e tu mi dici e quindi?

1 Taboo

Cézanne il solitario

2

di Charles-Ferdinand Ramuz

il testo che segue costituisce la prima parte dello scritto “Cézanne il precursore”, contenuto nella raccolta di scritti sull’artista di Charles-Ferdinand Ramuz “Indagine su Cézanne” recentemente pubblicata da Oligo Editore, che ringraziamo

Il vero precursore deve essere il più umile, il più impacciato, il più irregolare, il più ostacolato – il più in disparte anche, ecco, in disparte, ma non al di fuori, anzi proprio dentro il suo secolo, e tuttavia, senza dubbio, sostanzialmente in disparte; il cammino della sua vita sarà difficile e oscuro – Signore e signori, ecco a voi Cézanne.
Paul Cézanne nato nel 1838 – morto nel 1906. Un solitario. Un solitario senza averlo voluto, un solitario suo malgrado. Si deve insistere su questa solitudine: non orgogliosa, non meditata, una solitudine subita, e per questo già così particolarmente significativa. Come potrebbe colui che anticipa il suo tempo non esserne al di fuori? Come potrebbe colui che, in mezzo al peggior disordine, tenta appassionatamente (e con quella strana miscela di consapevolezza e incoscienza, di apparizioni improvvise che si alternano alla completa oscurità) di ristabilire l’ordine dentro sé, spendendosi completamente, sfinendosi, e non riprende le forze se non per consumarle di nuovo – come potrebbe costui ancora comunicare liberamente – allorquando tutto ciò che lo circonda si rifiuta di riconoscerlo e pure lui stesso non vi si riconosce?
Abbiamo visto che la sola disciplina possibile, nelle epoche di grande dissipazione, è quella che ognuno si dà da solo – è uno sforzo, è una tensione costante – è di volta in volta la speranza di farcela, la disperazione di avere fallito – è soprattutto il bisogno di non essere distratti.
Signore e signori, la vita di Cézanne è quella di un uomo che non può essere distratto – definizione molto semplice, ma che mi pare calzante. Nel momento in cui prende coscienza di sé stesso, e assai tardi, verso i quarant’anni, durante la piena fioritura dell’impressionismo – nel momento in cui l’insoddisfazione per le produzioni di quella scuola gli fa capire di aver sbagliato ad aderirvi, avendo dato almeno l’impressione di avervi aderito, giacché lui non vi ha mai aderito se non esteriormente – che cosa fa? Scompare. Non si sa più niente di lui. Ritorna nella sua città di Aix, dove è nato, dove morirà, nel pieno cuore di questa Provenza rocciosa da cui cui trarrà, ormai esclusivamente, le sue fonti di ispirazione. Trent’anni, in completa solitudine, morale ancor più che materiale, ridicolizzato dai suoi conterranei, incompreso anche dalla sua gente, otto ore ogni giorno, in piedi all’alba, a letto la notte, con la regolarità di un impiegato, si dedicherà alla realizzazione della sua opera (la parola realizzazione è proprio quella che usava lui), cioè a fissare sulla tela e sulla carta gli elementi essenziali di un modo di sentire. Ed è a Aix che molto tardivamente la gloria va a cercarlo – non la celebrità – lui non è mai stato celebre – forse non lo sarà mai: intendo l’ammirazione riconoscente di una piccola élite a cui ha illuminato il cammino – ma forse è questa la vera gloria. Gli arriva proprio all’ultimo momento, qualche anno prima della sua morte. Quasi non ne prende atto, perché essa riguarda malgrado tutto ciò che per lui è il passato, l’opera compiuta, e lui è rivolto completamente verso l’opera che gli resta da fare, i nuovi progressi da realizzare, fino al giorno in cui cade, con il pennello in mano.
L’annullamento davanti alla sua opera, il dono totale della sua persona, l’abnegazione più completa, la rinuncia più assoluta a ogni altra soddisfazione se non quella che gli deriva e così raramente! da quella stessa opera, ecco l’uomo Cézanne. Una vita di una grandezza impressionante, seppur così modesta, e apparentemente così insignificante – mi rimprovererei se non l’avessi ribadito. Ma il caso di Cézanne non ci interessa solo per questo, e senza misconoscerne l’importanza eccezionale del carattere, lui è altro e più di questo: dobbiamo ben arrivare al pittore. Com’è difficile parlare di ciò che si ama, di ciò che si vuole, di ciò che si crede almeno di percepire! Difficile parlarne con parole precise, con frasi esplicative, difficile veramente far arrivare alla sfera intellettuale ciò che attiene alla sfera del sentimento! Sono, per questo pittore, le cose più umili (ma non scelte perché sono umili, semplicemente perché sono quelle che il caso gli mette più frequentemente davanti), le cose quindi più quotidiane, spesso cose inanimate, delle mele su una panca, un teschio su una tovaglia, dei bicchieri, un coltello, un pezzo di pane – o una donna che cuce su una vecchia poltrona, dei contadini che giocano a carte, un bambino con il grembiule nero, un foulard bianco intorno al collo – o ancora il paesaggio che intravede dalla sua finestra – sono per questo pittore le prime cose che gli capitano a tiro, e subito si piazza davanti a esse. E subito egli sembra svuotarsi di tutto ciò che poteva sapere, di tutte le ricette apprese, di tutte le modalità impiegate prima di lui: più che il confronto, il faccia a faccia, tra un povero uomo spogliato di ogni prestigio, di ogni credito – e l’oggetto esterno. Ma realmente l’oggetto. Non l’oggetto visto attraverso un modello, l’oggetto già recepito grazie ai ricordi di trasposizioni analoghe, ma un oggetto tutto nuovo, un oggetto visto come per la prima volta. E tutto avviene, allora, tra la percezione che ne ricaviamo e i modi di renderla che all’occorrenza ci inventiamo da soli.

Fine della tecnologia

1

di Leonello Ruberto

Vengo da un’altra epoca, o è meglio dire che sono sopravvissuto a un’altra epoca.

Ma non andrò oltre questa, come non ci andrete voi.

Io per motivi anagrafici, avendo superato ormai i cent’anni, voi, i più giovani, la maggior parte, perché ormai non si raggiungono più certe età.

Ci sono tante cose che non si raggiungono più.

Ricordo che, quando ero giovane, si parlava di come erano già nati individui che avrebbero vissuto fino a cento-centoventi anni.

A quanto pare io sono uno di quelli. Un po’ per fortuna, che ci vuole sempre. E il resto per i progressi della medicina.

Uno dei tanti progressi che si sono arrestati nell’epoca attuale che ho la fortuna e la sfortuna di vivere insieme a voi.

Quando ero giovane io, era credenza molto diffusa, e abbastanza ingenua, che il progresso fosse su una linea retta e crescente: l’epoca attuale era sempre più avanzata della precedente.

Be’, c’erano già delle avvisaglie che non fosse così. Intanto, il fatto che nella seconda metà del Novecento si fosse fatto un balzo tecnologico che non aveva precedenti nella Storia, che anzi aveva proceduto abbastanza lentamente nei secoli e secoli precedenti.

E poi altri esempi, come nelle arti: c’era qualcuno oggi capace di dipingere con tecnica pari a Michelangelo?

Certo ci potevano essere grandi artisti, come in ogni epoca. È questa la libertà dell’Arte.

Ma certe capacità oggettive si erano perse, tecniche che potevano crescere solo in un dato modo e in un dato mondo, anni di bottega, o influenza di altri artisti, insomma: il Tempo in cui si era calati.

Pensavo all’epoca, io, giovane uomo che ascoltava musica registrata quando a malapena erano nati i miei genitori: John Coltrane era venuto fuori così, da un tempo storico in cui una serie di irripetibili circostanze avevano creato un ambiente in cui lui era solo uno dei tanti grandi. Un tempo estremamente ristretto come è quello della musica jazz, a confronto per esempio della musica classica.

Un po’ come il Novecento in confronto alla Storia antica: un turbine che aveva travolto tutto e prodotto tutto in una manciata di decenni.

Nessuna scuola di musica avrebbe potuto creare un altro Coltrane. Tecnicamente era anche possibile imparare a suonare in quel modo, e sicuramente c’erano grandi musicisti.

Ma erano, appunto, nelle scuole. Dove stavano meno persone, che magari col tempo sarebbero state sempre di meno, finché certe tecniche si sarebbero perse come certe tecniche pittoriche, scultoree, architettoniche.

Non riuscivo a non vedere la bruttezza delle mie città, che nessuno era più in grado di pianificare e costruire con un minimo di gusto, senso artistico o proporzione.

Tornando alla musica, alle piccole questioni che potevano riguardare me, piccolo uomo qualsiasi, assistevo a una cosa singolare.

Non si trattava di tecnica, ma di tecnologia. Tecnologie audio più vecchie, e quindi arretrate secondo il sentire comune, erano a livello sonoro superiori alle tecnologie del presente.

Ascoltare la musica su dei piccoli dispositivi, in modo compresso e con diffusori minuscoli strideva con l’abitudine all’ascolto che mi ero fatto incappando nella musica jazz classica.

Era di certo più comodo, ma si era sacrificata la qualità. Possibile che non si fosse stati in grado di produrre tecnologie che mantenessero la qualità conquistata aumentando la comodità e la fruibilità?

Grande questione, e per il momento le mie orecchie si scontravano contro musica che era sempre più banale e: noiosa. Però se le orecchie delle persone non erano abituate, che ci si poteva fare? Una persona cresciuta con Lester Young avrebbe potuto cogliere la grandezza di Charlie Parker. E poi era arrivato Coltrane.

Ma quand’è che qualcosa si era fermato?

Quando l’arte, la musica, la letteratura, avevano perso la loro capacità didattica, di insegnare cose nuove, di tracciare la strada, di farli i gusti anziché seguirli?

Questioni troppo grandi per me e la mia vita quotidiana. Che però nel quotidiano potevo vedere peggiorare sempre di più.

La mobilità che tanto progresso aveva avuto, ora si era trasformata in un incubo.

Automobili sempre più ingombranti, scomode e inefficienti riempivano le strade e i marciapiedi rendendo le città, anche le più piccole e misere, un incubo.

Capivo che c’erano necessità economiche, si erano studiate tecniche di marketing per aumentare le vendite, perché il Mercato richiedeva un continuo aumento.

E questo era il funzionamento di tutta la Società, che si reggeva sull’equilibrio precario di una continua spinta al limite.

Le trovate tecnologiche, in pratica, cercando il profitto avrebbero prodotto anche il progresso.

Io pensavo che tra gli anni settanta e ottanta, mio padre, con un lavoro in fabbrica ben pagato aveva comprato una macchina comoda che giustamente era durata vent’anni.

Ora vedevo le fabbriche spostate altrove, gli stipendi abbassati, le auto cambiate ogni paio d’anni, quindi vendute in molte più unità, eppure le aziende sempre in crisi.

Con la mia matematica spicciola c’erano dei conti che non mi quadravano.

Ma io di economia, ammetto, non ci capivo niente e non la capivo, nel senso che non la approvavo, proprio.

Ero curioso e avevo anche sentito che veri economisti mormoravano tra di loro, ufficiosamente, ma i conti sembravano proprio dire questo, che col grado di sviluppo raggiunto la Società avrebbe potuto vivere dignitosamente nel suo complesso.

Eppure non accadeva così, come guerre e disuguaglianze d’altri tempi dimostravano a gran voce.

Semplicisticamente, mi chiedevo: quando la tecnologia aveva smesso di essere fatta a nostro vantaggio, per il nostro miglioramento?

Internet aveva annullato le distanze, i social network si erano innestati su questo definendo la nuova socialità, nonché la diffusione delle notizie, quindi del sapere. E dei gusti, in un passaparola globale.

Ma a me non sembrava la stessa cosa di prima, pur in un mondo tecnologicamente avanzato, che aveva già la tv, i telefoni, internet e i computer.

Non mi sembrava che il sociale si fosse semplicemente trasferito sulle piattaforme o nelle applicazioni.

Perché, anche se pure prima contava farsi notare ed essere presenti, ora chi aveva creato quelle piattaforme lo faceva per comprensibili motivi economici.

Quindi era essenziale che uno stesse sulla piattaforma più tempo possibile, e che non ne uscisse per andare altrove.

Non mi sembrava compatibile con la diffusione del sapere o anche di semplici gusti e mode che avevamo prima.

Una cosa simile vedevo accadere con l’arrivo delle intelligenze artificiali: servivano a fare operazioni complesse che noi umani non saremmo stati in grado di compiere, non a una certa velocità, praticamente nell’immediato.

Però le società che ci avevano investito le avevano programmate e continuavano a programmarle con lo scopo del profitto.

E allora se chiedevi una cosa all’intelligenza artificiale e non ti piaceva la risposta, facile che fossi attratto da un’altra intelligenza artificiale che magari ti dava ragione.

Rendendo di fatto le intelligenze artificiali bugiarde e quindi inutili. Nel frattempo avendoci pure privato della capacità di ragionare autonomamente.

Io assistevo a tutto questo inerme, come miliardi di persone, come se certe tecnologie non fossero state create da persone per le persone, ma come se vivessero di vita propria.

Una vita artificiale e quindi impossibile. Ma che in pratica si stava verificando.

Negli anni ho visto il sapere scomparire, tecnologie utili e funzionanti affossate a colpi di marketing per un cieco progresso che era solo e puramente economico.

Tanto da perdere, strada facendo, la capacità di farci qualcosa con quel progresso economico.

Così la Società si è sempre più impoverita culturalmente e tecnologicamente, restando con una montagna di denaro che in fondo era nato come umana convenzione per favorire gli scambi.

La medicina allora, quella che ha contribuito ad allungarmi questa vita, non è crollata per oscuri complotti economici, per compagnie farmaceutiche disposte a fare morire le persone per il proprio profitto.

No, è crollata proprio col contributo di questi complottismi, per mano delle persone che non volevano sentirsi dire che il medicinale era efficace ma con limiti e controindicazioni. Pazienti che sempre più si sono rivolti a rimedi facili e “naturali”, fregandosene dell’inefficacia assoluta.

È lì che le compagnie farmaceutiche hanno poi diretto le loro attenzioni, finché le medicine e la Medicina non sono diventate altro che i rimedi omeopatici venduti a caro prezzo che hanno riempito gli scaffali reali e virtuali, fino a scalzare tutto il resto.

Nessuno è riuscito ad arrestare il decadimento della Società e della popolazione mondiale, la riduzione dell’aspettativa di vita e la povertà diffusa.

Tutti, insomma, hanno preferito continuare a negare di essere poveri e malati, accompagnati da sontuose campagne pubblicitarie, fino alle estreme conseguenze della morte.

Quelli che non l’hanno fatto, e ci sono stati e ce ne saranno anche ora, non hanno contato e non contano niente.

Ma soprattutto non conteranno più.

Viviamo affamati nelle nostre fredde case diroccate in città bloccate da carcasse di vecchi veicoli inutilizzabili.

Siamo fermi in un presente di cui ormai non importa più a nessuno. Non dovrebbe nemmeno a me, che ho raggiunto un’assurda e venerabile età.

Eppure io vengo dai tempi in cui importava. Per questo mi affanno usando una vetusta tecnologia cancellata anni or sono: carta e penna.

Più che altro uso matite, visto che le penne sono rimaste asciutte ormai da qualche anno.

E i fogli che sono stati prodotti nell’altra epoca, servendomi di qualsiasi superficie su cui si possa scrivere.

Ricordo una vecchia pubblicità con le foto della penna bic nei vari anni: tutte uguali.

Una tecnologia nata già così efficiente da non necessitare cambiamenti, questo il messaggio.

Poi a un certo momento ne fu interrotta improvvisamente la produzione, non si sa da chi e perché.

Fu deciso, così, tra cessioni e acquisti di aziende da parte di aziende, per motivi economici. E bastava dire questo per non parlarne più.

Così non si è più parlato di tante altre cose. Né se ne è più scritto, ovviamente.

E a nessuno interessa leggerne.

O forse è solo che non c’è quasi più nessuno in grado di farlo?

Finché arriverà il giorno in cui effettivamente nessuno saprà farlo.

E, insieme a questo, nessuno sarà in grado di rendersene conto.

(foto di Daniele Muriano)

Diventare un genio. Il Balzac di Francesco Fiorentino

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a cura di Ornella Tajani

Da pochissimo è uscito Balzac, biografia scritta per Laterza da Francesco Fiorentino, professore emerito di letteratura francese, autore di studi su Molière, sul romanzo realista, libertino e poliziesco, e naturalmente sul creatore della Comédie humaine.
Il libro è diviso in quattro parti, i cui titoli sono cristallini: Honoré e famiglia; Honoré vuol fare lo scrittore; Honoré cambia mestiere; e infine il capitolo, corrispondente a oltre due terzi del volume, intitolato Honoré diventa Balzac.
È una biografia che riesce ad appagare tutti i desideri di chi si rivolga verso questo genere ibrido, perché descrive l’uomo Balzac nella sua evoluzione, in un continuo dialogo con le opere che scrive o che tenta di scrivere, affrescando sullo sfondo un’epoca di cui tratteggia i tratti salienti, senza rinunciare ad aneddoti gustosi – aneddoti che tuttavia non sono mai fini a sé stessi, ma sempre mirano a illuminare un carattere, un preciso momento, un fenomeno. Tutto questo è fuso in una prosa di grande limpidezza, in cui solo si riesce dopo aver studiato un certo autore praticamente per tutta la vita. Si imparano molte cose, leggendo questo libro, quasi senza accorgersene, proprio perché la si legge un po’ come un romanzo – e del romanziere, che anche Fiorentino è (si veda per esempio qui), si ritrovano nella scrittura alcuni trucchi, come quello di lasciare a volte chi legge con il desiderio di vedere cosa accadrà subito dopo, o di chiudere un paragrafo con un piglio definitivo, senza indugiare nel commento.
Gli ho rivolto qualche domanda.

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Lei si è formato, ha insegnato e ha fatto ricerca partendo dall’assunto che l’opera è altro dal suo autore: in che modo allora conoscere l’uomo Balzac ci può essere utile oggi per leggere e, in seconda istanza, per studiare la sua opera?

Nella tradizione critica novecentesca, in particolare italiana e francese, c’è stata una grande diffidenza verso la biografia come strumento critico. La si è spesso riconosciuta soltanto come genere letterario. Penso invece che investa entrambi i domini. Nella mia biografia ho evitato qualsiasi ipotesi interpretativa del rapporto tra la sfera affettiva, soprattutto infantile, di Balzac e la sua opera. Ho descritto i suoi affetti e dolori più intimi, basandomi sulle lettere e i documenti, senza per questo voler trarre diagnosi psicanalitiche.  Non perché non ci si potesse avventurare ma perché – come diceva il mio maestro Francesco Orlando – bisogna diffidare della psicanalisi fatta ai morti. Infatti, credo ancora che non sia compito del critico ricostruire i caratteri dell’inconscio di un autore. Ritengo invece di grande interesse sapere come Balzac abbia nella sua vita fronteggiato numerose sfide – per lo più perdendole – prima di realizzarsi e realizzare la sua opera. La sua opera si capisce meglio se la si mette in relazione a queste sfide. Per esempio, perché abbandona la letteratura nel 1824, perché nei primi anni Trenta scrive racconti invece che romanzi, come si evolve il suo rapporto con Scott, cosa cambia per lui l’avvento del “roman feuilleton”? La Comédie humaine viene per sua natura percepita come sincrona. È stata invece scritta nell’arco di diciannove anni e in contesti letterari e situazioni private diverse. Ricostruire questi passaggi può risultare illuminante anche per l’opera, sebbene non esaurisca affatto l’interpretazione dei suoi romanzi, che continuano a interrogarci.

 

Nell’intervista uscita a novembre sul Venerdì di Repubblica descrive un paradosso: il fatto che uno dei fondatori del realismo sia anche uno dei pochi scrittori mistici della letteratura francese. In che modo?

L’opposizione tra un Balzac realista (tesi diffusasi a partire da Taine) e un Balzac visionario (secondo Baudelaire) ha caratterizzato a lungo la critica balzachiana. Oggi mi pare però archiviata. Balzac è entrambe le cose. In particolare, il suo rapporto con la religione è doppio: da una parte sostiene la religione ufficiale solo in quanto tiene buone le classi popolari, come antidoto alle rivoluzioni; dall’altra si riconosce nelle tendenze mistiche, in quanto colgono emozioni e sentimenti potenti. Balzac rappresenta la realtà con uno sguardo penetrante e spietato, ma intuisce che forze e capacità occulte – pensieri, volontà, aspirazioni, pulsioni- possono muovere gli uomini. È forse proprio questa sua doppia visione che gli consente di capire e rappresentare le energie impiegate nella grandiosa e terribile costruzione della nuova società. Non bisogna dimenticare che Balzac chiamava “studi” i suoi romanzi. Lui e il Marx della prima parte del Manifesto del partito comunista hanno capito quel che stava accadendo meglio di tutti.

 

Nella biografia, per descrivere Balzac, viene convocata a più riprese la categoria di “genio”, a partire dalle parole usate da Hugo al suo funerale. Quale aspetto della genialità di Balzac la colpisce di più? L’idea del ritorno dei personaggi, o magari la capacità, che lei sottolinea nel libro, di muoversi nella contraddizione senza ridurla a sintesi – di conservare insomma l’ambivalenza nei suoi personaggi, che è poi una caratteristica fondamentale della natura umana.

Balzac non è Mozart che prima di dieci anni aveva già composto pezzi memorabili, né Hugo che prima di vent’anni era già il più importante poeta francese. Balzac non nasce genio, lo diventa e lo diventa non solo creando un nuovo romanzo ma creando anche un pubblico che potesse capirlo e comprarlo.  Ci riesce grazie a varie esperienze e fallimenti che affronta con un’energia e un coraggio incredibili, commoventi. L’idea di creare un mondo e non solo un insieme di romanzi – La Comédie humaine – è un’impresa geniale, come pure geniale è la capacità di cogliere sempre il risvolto delle storie e dei caratteri, di vedere quello che gli altri non sono capaci di vedere.

 

Il finale è ricco di citazioni gustose: dal giornalista e critico Philarète Chasles, che nel necrologio lo definisce «un veggente», a Flaubert che, dopo la sua morte, affermerà «Che uomo sarebbe stato Balzac, se avesse saputo scrivere!». In queste pagine lei accenna anche all’esistenza di un «effetto Balzac» nella letteratura contemporanea: in cosa consiste?

Nel Novecento ci sono stati periodici inviti “a tornare a Balzac”, come pure non sono mancate liquidazioni della sua opera: Robbe-Grillet condannava come balzachiana tutta la tradizione romanzesca francese precedente al suo “Nouveau roman”. Ma mentre le opere di Robbe-Grillet marciscono nelle bacheche dei bouquinistes, quelle di Balzac sono ancora una lettura inevitabile anche per gli scrittori.  Oggi l’effetto Balzac mi pare si ritrovi in quegli autori che si propongono di rappresentare come e dove sta andando il mondo in cui viviamo; che sono mossi da una istanza di conoscenza e non da un ideale di bella scrittura; che non pretendono di parlare del mondo scrivendo di sé stessi. Se devo fare un nome solo: Houellebecq.

 

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Azione Atzeni – Discanto Diciassettesimo: Andrea Breda Minello

Discanto Diciassettesimo*

Centouno falchi avevano seguito la sposa al castello pisano e nidificavano in alto, fra i merli. Sardi, aragonesi e viaggiatori vedevano dalle piane il castello nero e i falchi che volteggiavano. Si tenevano lontani.

da Passavamo sulla terra leggeri di Sergio Atzeni

Su Componidori

di

Andrea Breda Minello

A braccia aperte, lungo la linea orizzontale delle scapole, alla pari delle ali spiegate dei falchi, su Componidori attende la vestizione da parte delle massaieddas, tre giovani donne non sposate, vergini, che cuciono su misura l’abito regale, prima della Sartiglia. La supervisione è affidata alla massaia manna, è lei a presiedere il rito. La donna è la moglie dell’Oberaiu Majoris o del Majorale en Cabo, maestri del gremio dei contadini e dei falegnami, le corporazioni di mestiere di Aristanis, gli unici a poter indicare la persona che diventerà il re-regina di maggio ad ogni Carnevale.

***

In realtà, ogni anno verso l’inizio di ottobre, con il sopraggiungere dell’autunno, in preda a uno smarrimento dettato da una notte abitata da sonno incerto e da visioni di stormi in volo, i capi-delegazione dei gremi abbandonano le loro abitazioni, escono da Oristano e si recano verso Sud, in direzione Medio Campidano, quasi ai piedi dell’Alta Marmilla: la meta è Sardara, il Castello di Monreale. Della sua magnificenza medievale resta l’imponente perimetro murario, le otto torri, da cui si può ammirare il paesaggio sino al Golfo degli Angeli e il mastio, che ancora oggi svetta indisturbato sulla campagna. I due uomini, guidati dall’istinto e dagli astri, lasciano la città alle loro spalle, dirigendosi alla piazza dove sorge Torre Mari, e si inoltrano in aperto spazio sui loro destrieri, provenienti dalla Giara di Gesturi, cavalli possenti e indomiti, bardati e pronti a partire all’impresa, che li vedrà comprimari in quelle ore segnate. 

I due galoppano indefessi, senza sosta, come fossero impossibilitati a fermarsi, come se fossero indotti da forze superiori e arcane ad ubbidire a un disegno, al disegno de su celu mannu

Dopo aver percorso la salita alla collina di Monreale, costellata di olivastri, all’arrivo lasciano i due fidati animali al pianterreno dell’edificio, accanto alle cisterne, dove ancora possono abbeverarsi, vigilano in questa notte di incantamenti e segni: poco distante dai silos e dalle botti c’è su brocci, il cunicolo infestato dalle mosche mortali, guardiane più oscure e temibili di Anubi, che ostacolano il tentativo di profanare il mitico tesoro, custodito nel sentiero sotterraneo, che collega il Castello alla gloriosa Capitale del Giudicato. 

Gli uomini, avvolti nel pastrano di orbace e con sa berrita d’ordinanza, intraprendono la scala a destra del secondo cortile e salgono al mastio cieco, non ci sono più le stelle a rischiarare il cammino eppure continuano a salire, anche se non ci sono feritoie, le pietre sono spesse, il gelo penetra nelle ossa. La torretta si erge a difesa e a simbolo di maestosità e potenza, sfidando il cielo stesso: luogo di protezione e di forze primordiali. La giudichessa Eleonora aveva reso la torre principale la dimora dei suoi amatissimi falchi, che, liberi di entrare e uscire a piacimento, illuminavano il luogo all’amata amica e confidente, grazie all’anello attorno alle orbite oculari e alla loro cera cangiante, celeste o giallo intenso, maschio o femmina, poco importa. Gli astori di Eleonora spiccavano per eleganza e grazia, ma potevano diventare armi di difesa micidiali in caso di pericolo o di minaccia mortale, rivolta alla loro regina. Tutto ciò accadeva in un’epoca immemore, di cui resta traccia nei racconti delle anziane e dei folli, perché tali sono considerati oramai gli ultimi custodi del tempo.

Eppure il buio non è davvero tale, più i due uomini salgono, più sembra ai loro occhi di intravedere un bagliore, un’intermittenza della retina, faticano in preda al sonno, temono di essere posseduti da spiriti, che li conducano verso la perdizione, sanno solo che devono continuare a salire. Non hanno paura, hanno una missione da portare avanti, anche se non ne conoscono lo scopo, obbediscono a forze più grandi della ragione. Ed ecco che sul terzultimo gradino immobile, a guardia del mistero, appare un falchetto, che scruta dentro le loro anime. 

I due uomini vedono, per la prima volta vedono, non si stupiscono nemmeno quando l’oscurità viene stracciata dall’orbita luminosa del piccolo araldo delle distese celesti. 

Un attimo, la coltre è stracciata, sono scaraventati nel mito, immersi nella verità del sogno.

Condotti e sedotti dalla presenza misteriosa del piccolo rapace vivono epoche passate, vite sedimentate e dimenticate che esistono solo lì, in quell’istante in divenire perpetuo. Le loro gambe sembrano cedere, le membra dissolversi, non temono, si lasciano abbandonare al destino scritto da  elementi ancestrali, approdano all’origine del mondo.  

Vorrebbero parlare, interrogare la sentinella del castello, ma non possono, no, non è concesso loro di emettere suono alcuno. 

La luce emessa dalle orbite dell’antico messaggero è intollerabile. L’astore, che sembrava immobile, mutato quasi in una statua di sale, finalmente si muove, nasconde il capo tra le piume, tutto torna ad essere scaraventato nel buio degli inizi, lì dove si sono formate le galassie; lentamente dispiega le ali, spalanca il coriaceo rostro variopinto, un vento caldo avvolge gli uomini, li solleva e li trascina giù, giù, a ritroso, nello spazio e nel tempo. 

Perdono conoscenza di sé.

Si risvegliano, infreddoliti, a terra, accanto a una delle tante sorgenti del luogo, sono alle pendici del Monte Arci, adagiati sul manto muscoso di s’Acquafrida, terra di caccia prediletta nei secoli trascorsi dai signori del Giudicato. I destrieri, ammansiti, si cibano dei licheni, che costellano le cortecce delle sughere.

Non hanno tempo di interrogarsi a vicenda, ormai è tutto chiaro. 

È quasi l’alba. 

Ora sanno, conoscono la loro missione.

Il falchetto non li ha abbandonati. È adagiato su uno dei rami di un imponente elce, pronto ad avverare e a rinnovare la profezia che da generazioni si perpetua a inizio autunno. L’ultima compagnia, la prediletta della Giudichessa Eleonora, è pronta: spicca il volo, si posa prima sulla scapola sinistra dell’Oberaiu Majoris, poi su quella destra del Majorale en Cabo; i due uomini sono circondati dagli esseri fatati del bosco: cinghiali, volpi, conigli selvatici, ghiandaie e poiane convivono in quel momento in armonia, spettatori mansueti e obbedienti del rito, che si sta per compiere. 

L’anello e la cera de su falchittu mutano a seconda dell’esser rivolti a l’uno o all’altro uomo e risaltano la livrea dell’apparente esile corpo, il petto rossastro è intervallato al bruno, come i mustacchi e la gola, le guance assumono la loro colorazione consueta, quel crema simbolo di fierezza e costanza, pegno di fedeltà e protezione verso tutte le creature del mondo. 

Questo è il regno delle infinite combinazioni della natura.

Il rapace apre il becco e deposita fra le labbra dei due uomini una mistura di euphorbia e grano, che servirà a perpetrare la magia: masticandola, sapranno chi sarà destinato, chi sarà destinata a diventare il nuovo Componidori, re-regina di maggio e a rinnovare la potenza ancestrale dell’amore. 

In preda a un’euforia, indotta dallo stato allucinatorio del cibo donato, i due danzano, danzano fino allo spuntare di Lucifero, poi, come nulla fosse stato della notte, dimenticano gli avvenimenti, confusi si chiedono cosa sia accaduto, salgono sui loro cavalli con un’unica certezza: hanno fretta di raggiungere le abitazioni, di cambiarsi, di riposare, ma prima di arrivare a destinazione, rovistando nel pastrano in cerca di un sigaro da fumare, in piena corsa, si accorgono  della presenza nella tasca del coietto dei ramoscelli di ginepro, delle spighe, e dei chicchi di vernaccia, un’offerta da affidare alle future anime prescelte a guidare la corsa della Sartiglia, alla conquista delle stelle.

Il falchetto si è elevato, controvento, ad altezze che sfidano le leggi del cielo. 

Ora sa che per un altro anno rivivrà nelle gesta e nell’esistenza dei re-regina di maggio. 

Ora sa che può tornare felice a casa, a sa domu de su sonniu.

 

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012  

Si può seguire il PODCAST su:

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Patrizia Valduga: «Ma ho scritto tutto. Ho chiuso la partita.»

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di Patrizia Valduga

È uscito per Einaudi Lacrimae rerum, l’ultimo, magnifico libro di poesia di Patrizia Valduga. Pubblico qui alcuni estratti dall’opera.

***

 

Qui ci snervano sempre con allarmi…

s’inventano un nemico e compran armi.

 

***

 

Sempre con le tue angosce… sempre in lutto….

Che cosa vuoi ancora? Ho scritto tutto.

Va’ via di qui, va’ a farti una vacanza!

Eterna infermità della speranza!

E dove diavolo dovrei andare?

Su, dunque, dài, insisti a smorteggiare,

con le tue angosce, con il tuo Giovanni….

E anche con me… così avanti negli anni

e così tanto indietro con la vita…

Ma ho scritto tutto. Ho chiuso la partita.

 

***

 

Sunt lacrimae rerum… Piangi, Patrizia,

piangila l’ingiustizia, ogni ingiustizia!

 

***

 

Senza passato non c’è più futuro:

tutto sputo del tempo, spurgo impuro

di tempo che va, che viene e si annulla

dentro l’immensa vanità del nulla…

 

***

Su, fa’ fagotto, affretta la tua fuga!

Va’ a Venezia, va’ a morire, Valduga!

 

La storia della pedagogia

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di Angelo Calvisi

[Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto dal Neopentamerone di Angelo Calvisi, declic edizioni 2025]

Giace sul letto colossale il padre rantolante, precipitato da scaletta in alluminio mentre a cavalcioni del parapetto di sicurezza riordinava una mensola del box, sgangheratosi la colonna vertebrale in due punti, fratture irrimediabili come nel film L’incompreso che gettano nello sconforto i famigliari e trasformano ogni gesto dentro casa in un sospiro, qui, quando regolata da ferrea turnazione si avvia la processione delle visite condominiali, li chiamano amici ma sono semplici conoscenti che vengono a salutare il moribondo, li chiamano amici perché abitiamo in un comprensorio dove ci vogliamo tutti bene, dice sua moglie Wanda che poi è la mia matrigna, dove è come esser tutti parenti, conferma lacrimando, tirando su col naso, e comunque anche noi, la Wanda, io, le mie due sorelle, ci atteniamo alle tempistiche indicate e seguiamo i diktat del cerusico di non farlo affaticare, di non farlo emozionare, e io adesso dovrei esser colto da umana pietà e di punto in bianco dimenticare per sempre la prosopopea e le urla, gli schiaffi che mio padre mi ammollava fin dall’asilo e che ammollava anche alla mamma, che almeno lei se l’è data a gambe, scappata col maestro di tennis quando io avevo anni quattro, e c’è chi poi l’ha vista a far la bella vita a Gran Canaria, il fratello di mio padre giura invece che ha aperto un rifugio alpino in quel di Canazei, quanto a me non so più neppure che faccia abbia, scomparse tutte le foto dai cassetti, mio padre ha fatto piazza pulita, il padre mio azzimato come un principe rinascimentale ma rustico nei sentimenti come un facocero, mai un insegnamento sulla modalità di cesura della barba, per esempio, mai una lezione di scuola guida, mai presentatosi alle scombinate recite delle elementari dove inspiegabilmente mi assegnavano sempre la parte principale e soprattutto mai mai mai una defezione sul divieto di bere vino o qualsivoglia blando alcolico, guai al mondo il bastardo bacchettone, e forse è per questo che per reazione sono diventato alcolista una volta compiuti undici anni, dopo aver occupato il mio banco alle scuole medie che si trovano in questo stesso comprensorio, sempre tutti parenti, sempre vicini io e mio padre, vicini i nostri corpi ma una distanza tra me e lui al quadrato, è stato un padre alla seconda, un secondo padre, giocavo con le parole raccontando la mia disgraziata storia famigliare a qualche compagnuccia che poi la spifferava a tutta la classe, e magari davvero fosse stato un secondo padre, di quelli che si leggono nelle interviste ai campioni dello sport che rammemorano i buoni allenatori dei loro esordi, mio padre no, sberle educative, và e sarebbe stato ancora niente se due minuti fa non mi avesse sputato in faccia il suo estremo lascito, al mio turno di visita, la sua unica carezza sulla mia sguarnita guancia di quattordicenne, l’insostenibile fardello sussurrato sul cuscino fatidico, il comandamento di prendermi cura della Wanda e delle mie frastornate sorelle.

Il Novecento secondo Nicola Vacca

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di Romano A. Fiocchi

Il titolo dice già tutto: Mi manca il Novecento. Libri, scrittori e altre divagazioni (Galaad Edizioni, 2024). Per quanto possa sembrare un saggio, è in realtà un libro nostalgico, un gesto d’amore. Nicola Vacca ci racconta il suo Novecento e non esita a chiamarlo adottando l’espressione coniata da Hobsbawm: ‘il secolo breve’, ossia il secolo che si condensa nel lasso di tempo tra lo scoppio della Grande Guerra e la caduta dell’Unione Sovietica. Certo, in 181 pagine lo scrittore pugliese non ha la pretesa di raccontarci tutta la letteratura del Novecento, tanto meno di riassumerla con una selezione meditata degli autori che più la rappresentano. Vuole piuttosto trasmetterci l’entusiasmo delle sue letture, delle sue ricerche, dei suoi studi, il suo senso di appartenenza – sia cronologico sia passionale – al secolo più travolgente della storia occidentale, nel bene e nel male. Soprattutto vuole che la sua ricchezza letteraria non vada dimenticata attraverso omissioni e rimozioni.

Scrittore, intellettuale, critico militante, da tempo Vacca si prodiga in un’instancabile operazione di divulgazione del Novecento, non sistematica ma sincronica: scrive su giornali cartacei, riviste on-line e blog, organizza eventi, pubblica libri (Sguardi dal Novecento, 2014; Lettere a Cioran, 2017), ne progetta altri: è appena uscito, sempre su Emil Cioran, L’uomo perplesso, edizioni Qed. In questo Mi manca il Novecento, volume maneggevole e di agile lettura, raccoglie i suoi articoli pubblicati su svariati periodici, su carta e in rete, integrandoli con appunti personali e citazioni di altri critici, sempre alla ricerca della frase illuminante che focalizzi l’essenza di una poetica.

Il libro è composto da cinquantadue capitoli di circa due pagine e mezzo ciascuno. Passa così in rassegna ventisette autori italiani e diciannove stranieri (a qualcuno dedica più di un capitolo, tre addirittura a Pier Vittorio Tondelli che considera «il cuore degli anni Ottanta»). Il Novecento di Nicola Vacca è fatto soprattutto di scrittori italiani ma sottintende quanto la letteratura italiana del periodo sia un impasto di scambi culturali europei e non solo. Non per nulla si parla di Proust, Joyce, Camus, Kundera, Céline, Carver e così via fino all’amato Cioran. Si notano assenze di rilievo, c’è ad esempio Carlo Levi ma manca Primo Levi, tra i poeti non si vede Montale, tra gli stranieri neppure un accenno a Herman Hesse, tanto per fare qualche nome illustre. In compenso affiorano autori misconosciuti e in apparenza poco rappresentativi che andrebbero invece sottratti all’oblio, come Luigi Compagnone, che Vacca definisce «una delle più intelligenti, caustiche e acute voci partenopee». O un altro napoletano, Velso Mucci, citato in più occasioni da uno storico della letteratura del peso di Natalino Sapegno. Oppure ancora il russo Osip Mandel’štam, condannato ai lavori forzati e morto in un Gulag a Vladivostok, i cui versi sono giunti a noi grazie alla sua compagna di una vita che li aveva mandati a memoria.

Insomma, Mi manca il Novecento è una piacevole carrellata emotiva tra autori noti, notissimi e meno noti. Non è esaustiva, lo si è capito, ma neppure vuole esserlo: sono i ricordi di un lettore innamorato del ‘secolo breve’. Si va dal «grande romanzo civile» di Antonio Tabucchi a Ennio Flaiano, «anatomista dell’interiorità e osservatore di costumi». Quindi Pasolini, la nostra «coscienza critica», Sciascia, «eretico e politico sempre dalla parte della libertà», il Guido Morselli di Dissipatio H.G., che «cammina tra le macerie del mondo estinto», Daniele Del Giudice, con l’intuizione folgorante di un romanzo come Lo stadio Wimbledon. Poi Dino Buzzati, Tommaso Landolfi, Gesualdo Bufalino, Curzio Malaparte, Alberto Moravia, Piero Chiara, Luciano Bianciardi, sino a giganti come Pirandello e Svevo, mescolando scrittori e poeti (poeti italiani del calibro di Lucio Piccolo, Vincenzo Cardarelli, Leonardo Sinisgalli, Attilio Bertolucci, Antonio Porta, Roberto Roversi, e poeti stranieri come Paul Éluard, Rafael Alberti e Vladimir Majakovskij, quest’ultimo suicida con un colpo di pistola al cuore), ma anche scrittori sui generis come quell’«autentico e viscerale demolitore dell’esistente» che è Carmelo Bene, «il nostro Artaud». Con Céline non ha mezze parole: «Quel grande figlio di puttana di Louis-Ferdinand», così intitola il capitolo a lui dedicato. Ma c’è anche il Pasolini critico letterario negli anni della collaborazione al settimanale «Tempo», pronto a stroncare senza pietà pur di rispettare la sua estrema correttezza: «Quando recensisce un libro non serve altro se non la sua coscienza di uomo e di lettore, che non è altro che un lettore tra i lettori».

Proprio perché salta dalla letteratura da viaggio di Bruce Chatwin a quella monumentale di Thomas Mann conservando un taglio tra divulgatore e giornalistico, Mi manca il Novecento è un libro che si legge con piacere e leggerezza, suggerisce nuove letture ed evoca reminiscenze di altre, spinge a tornare ad aprire vecchi e amati volumi come quella sorta di bibbia letteraria che è per me la Guida al Novecento di Salvatore Guglielmino. Il libro di Nicola Vacca, dunque, compie egregiamente il suo scopo: ricordare alle vecchie e alle nuove generazioni tutto un patrimonio letterario di alto o di altissimo livello di cui dobbiamo – no, non certo copiare le idee, perché ogni tempo ha le sue – ma conoscere e studiare. Il volume si chiude così con un autentico ordine perentorio: «Il Novecento letterario italiano non si può archiviare».

Il club del lettore: Guerriero, «La chiamata»

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New York Public Library Archives, “Books discharged here, Books charged here“, 1875

di Davide Orecchio

Diceva il saggio: “I refuse to join any club that would have me as a member”. Ma questo club di lettura ha un solo membro, e mi tocca accettarlo. È lui a dettare le regole riguardo la scelta dei libri dei quali brevemente e intempestivamente (una volta al mese… una volta all’anno…) parlare; e non è detto che siano freschi di stampa.

Non è per niente semplice scrivere qualcosa di nuovo sulla dittatura argentina (1976-1983). Leila Guerriero con La llamada (La chiamata, Sur 2025, traduzione di Maria Nicola, già recensito qui su Nazione Indiana da Gianluca Veltri) l’ha fatto in un volume interminabile e denso come le vite e le storie che racconta. Interminabile eppure, leggendolo, si desidera che non finisca. 

La storia ruota attorno a una protagonista, Silvia Labayru, giovane militante montonera catturata e imprigionata nell’Esma a 20 anni. Lì dentro partorirà una figlia, sarà torturata, violentata, sarà ripetutamente usata come oggetto sessuale dai militari e persino dalla moglie di uno di loro. Sopravviverà e, una volta fuori, subirà uno stigma quasi trentennale, “colpevole” in fondo solo di non essere morta, e accusata di avere collaborato con i militari. 

Labayru era una ragazza bellissima: forse questo l’ha salvata. O forse la salvò la sua estrazione sociale e culturale: borghese, figlia di un militare, colta, adatta quindi a essere inserita nel progetto di “recupero” che gli uomini di Massera concessero a poche centinaia di detenuti invece di assassinarli.

La chiamata è però una narrazione di alto giornalismo che sarebbe fuorviante ridurre a testo sugli anni della dittatura. È molto di più perché racconta la vita di Labayru fino a oggi, e tutte le vite che del suo mondo fanno o hanno fatto parte (compagne e compagni, carnefici, parenti, amanti, mariti, amiche…) grazie a una costellazione di interviste e allo studio accurato dei materiali di archivio.

Ha spiegato l’autrice in un’intervista al Fatto Quotidiano: “Sin dall’inizio sapevo che non sarebbe stato un libro sugli anni Settanta e sulla reclusione di Silvia nella Scuola di meccanica della marina, ma il ritratto di una persona. Una donna con contraddizioni, con luci e ombre, complessa. Tutto quello che mi raccontava sulla sua vita dopo la Esma, mi risultava estremamente magnetico”. 

Le interviste sono durate quasi due anni. Sono scrupolose e spesso misteriose. Sembrano sedute di psicoterapia. Ci si muove tra Argentina e Spagna (terra di esilio, quindi seconda patria per molti anni), e tra passato e presente. Si ha spesso l’impressione di scoprire gradualmente il ritratto di più donne in una. La giovane militante, la prigioniera, l’esule, la donna che oggi parla e ha sempre una posizione “laica” sul passato. Nessuna nostalgia o idealizzazione, in Silvia Labayru. Anzi una forte e inconsueta autocritica rispetto alla militanza e alla violenza politica degli anni Settanta.

In fondo lo si legge accanitamente soprattutto per questo, La chiamata: c’è una persona/personaggio enigmatica, ripetutamente inseguita dal resoconto, dalle parole, dalla ricerca di una verità sempre veloce e sfuggente, quindi mai raggiunta appieno.

Forse di verità, per il lettore, alla fine ne restano solo due. Quei poco meno di due anni passati dentro l’Esma da Silvia Labayru sono una tempesta magnetica/biografica che, oltre a lasciare cicatrici fisiche e morali, ha creato una vita perpetuamente inquieta e oscillante, un destino di bussole impazzite nonostante le “cose salde”: mariti, figli, amiche e amici, lavoro. E poi: Silvia Labayru è stata una vittima, nient’altro che una vittima.

Durante la prigionia (con alcune possibilità di uscire dall’Esma, anche questo è un aspetto originale del resoconto) Labayru fu costretta ad assumere l’identità fittizia della sorella di Alfredo Astiz, ufficiale della Marina infiltrato nel gruppo delle Madres de Plaza de Mayo, prendendo parte a un’operazione repressiva che si sarebbe conclusa con la sparizione di tre madri e di due suore francesi. Questo non le è stato mai perdonato. Il tema del tradimento, della collaborazione. Ma il vero tema era un altro: il sequestro, la violenza, la minaccia, il ricatto (Labayru aveva una bambina da difendere, una famiglia, non era libera).

Il rifiuto è durato decadi, e ha iniziato a incrinarsi solo dopo che, all’inizio degli anni Dieci, Labayru ha portato in tribunale i suoi violentatori, e ne ha ottenuto la condanna. A proposito del “rifiuto”, Guerriero osserva (sempre nell’intervista al Fatto): “Chi l’ha subito, racconta sempre la stessa cosa: oltre alle torture e alle violenze, ha dovuto affrontare il silenzio, lo stigma e l’allontanamento da parte dei propri compagni. Era una doppia punizione: una imposta dalla dittatura e un’altra inflitta dal proprio ambiente. Nel caso di Silvia, è stato più duro. Molti la guardavano con sospetto, come se fosse stata una collaboratrice ma ovviamente non lo è stata. Era una vittima come tutte le altre, solo che le era toccato in sorte qualcosa di ancora più perverso”.

La chiamata è un libro prezioso perché dà voce a chi c’è ancora. I morti non possono parlare. I vivi sì. La loro testimonianza è inestimabile.

Letture correlate
Marta Dillon, Aparecida, trad. Camilla Cattarulla, Gran vía 2021.
M.Actis, C. Aldini, L. Gardella, M. Lewin, E. Tokar, Le reaparecide, trad. Fiamma Lolli, Stampa Alternativa 2005.

La Chatte di Colette, o della ricerca della gatta interiore

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[Per L’Orma è uscito La Gatta di Colette nella traduzione di Maria Laura Vanorio. Pubblico uno stralcio della postfazione di Daniela Brogi al volume, intitolata Dov’è Saha? La Chatte o della ricerca della gatta interiore. ot]

 

di Daniela Brogi 

La Chatte è una narrazione misteriosa, proprio come un gatto. Possiamo veramente definire questo breve romanzo un testo felino, anche in senso tecnico, per come riesce a sfuggire, sgattaiolando, senza mai farsi afferrare da una definizione unica – ma si sa: i gatti sono creature che amano nascondersi, essere cercate senza rispondere, e in più detestano le porte chiuse. Di cosa parla, infatti, questa storia uscita in volume nel giugno 1933, dopo essere apparsa in nove puntate sul settimanale «Marianne», a partire dal 12 aprile? Cominciamo a fissare delle risposte. La Chatte racconta un ménage à trois, ma tutto particolare – è proprio il caso di dire sui generis – perché, seguendo i passaggi costruiti dal testo, la coppia vera al centro del racconto è quella formata dal giovane Alain e dalla sua adorata gatta certosina, Saha. Vivono a Neuilly-sur-Seine, a circa quaranta chilometri da Parigi, assieme alla madre di Alain, in una villa residenziale di famiglia circondata da un bel giardino. Questo idillio amoroso reciproco e regressivo è però squilibrato dal fidanzamento e dal matrimonio di Alain con un’umana: Camille, una ragazza di diciannove anni, bella e di costumi moderni. In attesa che la casa di Neuilly venga ristrutturata per accogliere i due sposi, Alain e la moglie andranno a vivere in un appartamento a Parigi, dove a un certo punto arriverà anche la Gatta, facendo precipitare la relazione verso un punto di crisi irreversibile.

Il libro ha inizio aprendo lo sguardo in un interno notte, a una settimana dalle nozze, nella casa d’infanzia di Alain, dove una comitiva mondana che potrebbe essere uscita anche da un racconto di Fitzgerald, si sta attardando a giocare a poker. Ecco Camille, che entra in scena lottando («luttait») contro il sonno, e Alain, che invece ci appare sprofondato («vaincu») in una poltrona. Ignoriamo tutto, ancora, ma la prima pagina ci ha già consegnato uno schema a contrasto. Non sapremo mai perché l’uomo sia arrivato alla scelta del matrimonio, che sarà vissuta come un’interruzione traumatica del legame con l’adorata gatta. Probabilmente lui stesso ignora perché sia precipitato fino a questo punto – un po’ come accade a un gatto che cade nel vuoto; tant’è vero che la celebrazione delle nozze è assente dal racconto, che procede per quadri di ambienti interni e per ellissi, come se ruotasse attorno a un medesimo punto – questo effetto di vertigine e di movimento in tondo è confermato anche dalla struttura circolare del testo, che inizia e finisce nel medesimo spazio, sotto lo sguardo di un felino.

Abbiamo dunque un dramma amoroso triangolare ripensato alla maniera di una crime story piena di suspense, di specchi, di sospetti taciuti, di istinti delittuosi, di sguardi animali silenziosi e di ombre che si proiettano sui muri. Così, proprio come in un film noir anni Trenta, ecco allungarsi tra le pagine l’ombra sensuale di due femmine: il profilo di Camille, o la silhouette nera della micia sovrana Saha che, di notte, si staglia in controluce verso la luna piena, mentre da un balcone a strapiombo su Parigi aspetta il rientro del suo devoto suddito.

[…]

Lo spunto iniziale per la scrittura de La Chatte, come racconta l’autrice stessa in un testo del 1943 (Nudité, un altro gioiello), sarebbe arrivato dalla confidenza che le aveva fatto un giovane, sconcertato dal modo disinibito in cui la donna che aveva appena sposato si mostrasse senza niente addosso – come farà anche Camille con Alain. La Chatte, effettivamente, è anche il racconto di un’inconciliabilità tra un mondo maschile all’antica e sprofondato nelle belle maniere e nelle inibizioni del passato e un mondo femminile affamato di modernità e in fuga verso il futuro. È la storia di una crisi tra due giovani umani che – questo è interessante – non si detestano come accade invece ai vecchi protagonisti de Il gatto (1967) di Simenon; si vogliono anche bene, probabilmente, e sono entrambe persone gentili, non ancora incattivite dall’età. Purtroppo però non si intendono.

[…]

Descrivere non è occupare

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di Massimiliano Manganelli

Il testo di Daniele Barbieri su La scuola delle cose ha il merito di prendere sul serio gli interventi raccolti nel numero curato da Marco Giovenale; ha però il difetto, tipico di una certa tradizione polemica, di leggerli come se fossero il manifesto implicito di una nuova avanguardia. Ne risulta una discussione che attribuisce agli articoli – in particolare al mio – intenzioni normative e rivendicazioni di centralità che in essi semplicemente non compaiono.

Quando si parla di scritture di ricerca o di scritture non assertive non si sta occupando un territorio. Si sta tentando, più modestamente, di descrivere il funzionamento di alcune pratiche testuali. L’idea che ciò comporti una «retorica dell’esclusività» – con tanto di analogia bolscevica – dice più sul modo in cui continuiamo a pensare il campo letterario in termini di avanguardie e retroguardie che non sugli oggetti di cui si discute.

Anche la critica alla nozione di non assertività nasce da un equivoco. Non si tratta di una categoria vaga, sovrapponibile alla semplice apertura interpretativa (che riguarda, com’è ovvio, molta poesia di valore), ma di una nozione pragmatica. Non assertivo non significa interpretabile in molti modi, ma privo di mandato interpretativo. La differenza è pragmatica, non ermeneutica.

Il richiamo a Opera aperta di Eco, spesso evocato per liquidare queste posizioni come “già viste”, rischia di mancare il punto. Che ogni opera richieda cooperazione interpretativa è cosa nota da decenni; meno noto è ciò che accade quando la cooperazione non è più un effetto, ma una condizione di esistenza del testo. Non è un’intensificazione dell’apertura, è uno spostamento di piano.

Quanto all’esempio Arminio/Zaffarano, brillante ma fuorviante, il problema sta nel confondere testo e regime di funzionamento. Non è la stessa sequenza verbale a cambiare senso perché cambia il nome in copertina, è il dispositivo di lettura a essere diverso.

Sul tema dell’io, infine, il discorso di Barbieri arriva paradossalmente a confermare ciò che contesta. Se l’io è sempre una costruzione, un «teatrino pronominale», allora la sua riduzione non è un programma ideologico, ma un dato tecnico. Il problema dell’io non è morale né ontologico: è operativo. Trasformarlo in una bandiera – in un senso o nell’altro – significa spostare la questione fuori dal testo.

In conclusione, il testo di Barbieri polemizza con un’avanguardia che nessuno ha proclamato e smonta un programma che nessuno ha formulato. La ricerca non ha padroni, certo. Ma non per questo smette di produrre pratiche riconoscibili, dispositivi leggibili, modalità di funzionamento che possono essere descritte. Farlo non significa occupare il campo. Significa, più semplicemente, provare a capirlo.

In viaggio verso Casarsa

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di Massimiliano Gusmaroli

[Brano tratto da un racconto lungo, inedito, intitolato Verso Casarsa]

Nel buio dello scomparto del treno che mi porta a Trieste, continuo così ad ascoltare questa «roba», questi pezzi composti da dj, non da musicisti diplomati al conservatorio (benché il sintetizzatore vi sia ormai entrato come strumento riconosciuto); questa musica fatta di suoni che nessuno strumento di legno o metallo può offrire e che quindi bene si sposano con la mia idea moderna, e con le mie visioni. Un’idea avveniristica che è pur sempre melodica, a quanto pare. Forse si scoprirà un giorno che anche questa musica è destinata alla classicità, ed io questo già lo so, lo sento. Già la vedo nella sua potenza ancora incompresa tenere testa fieramente al Requiem di Mozart. Questa roba pur derivante da una cultura massiva e atomistica, caotica e informe, né umanistica né ordinata, ma che potrebbe suonare l’alba di un nuovo umanesimo. I cui suoni, pur deliranti e alienanti, pur performativi, sono forse a maggior ragione le note di una moltitudine che non è più una società, di una progenie occidentale orfana della società, in cerca di padri, di maestri, cioè di una società. Proprio come dei religiosi in cerca di dèi, questi seguaci senza guida, i cui moventi, pur edonistici e orgiastici, sono forse una nuova domanda di umanità e di storia. Ma questo simbolo musicale non riguarda solo una generazione di giovani sbandati, come dicono i sociologi laureati, bensì attiene, come tutto il resto, a tutti noi cresciuti nei decenni della Destituzione di tutto. È sicuramente così! come spiegare altrimenti le sensazioni che questa roba accende nelle mie orecchie fin nel mio animo seriamente pasoliniano? Laggiù, nel mio spazio profondo, là dove proprio questa musica mi dice, forse, che la mia antichità è stanca. E non me ne voglia Pasolini, ché non è lui l’antichità, pur essendo «una forza del passato», o, se lo è, è anche la modernità. «Bisogna essere moderni», diceva. Forse anche per questo una musica del genere non mi slega da lui, ma anzi bene mi accompagna.

***

Casarsa della Delizia, nome che è una pura suggestione poetica. Luogo nativo della madre – il figlio vi apprese la vita rurale, la dolce «lenga furlana» e la passione politica; da cui pure fu bandito, per aver appreso il sesso. Mi ripeto allora, nel buio dello scomparto e nel sonno generale, quella breve poesia letta quand’ero ragazzetto di cui ho sempre ricordato a memoria i versi e che inizia con «Fontan d’aga dal me pais…». Commetterò forse degli errori, ma me la ricordo così.

Pasolini fu un poeta ben inserito nella tradizione. Non fu un Ginsberg. Tuttavia fu anche uno sperimentatore, un eclettico… sebbene rispettoso della tradizione. In fondo, con le sue modernità, non fu diverso da un Ariosto o da un Dante, ma proprio in questa «forza che viene dal passato» risiede la sua grandezza classica, che è per definizione durevole, resistente, giovane, e quindi moderna. Se dunque egli è stato il mio maestro, anzi «mio padre», come ho scritto sulle carte che consegnerò alla famiglia Pasolini, o al Centro Studi, eccomi dunque vagare con questa pasoliniana classicità in un mondo totalmente rivoltato contro ogni classicità, consunto e devastato dall’effimero come marchio primo del potere che lo tiene e lo organizza. E se come figlio di Pasolini sono dunque illegittimo davanti alla legge, per l’eredità che porto sono invece più che legittimo. 

La musica mi scorre nelle orecchie, ma provo il disagio di non aver letto nemmeno un po’ e di dovermi addormentare così, come fossi indifeso. Me ne sto nella tenebra dello scomparto a riflettere ma so che dovrei anch’io riposare, visto il viaggio importante. Dormire, come questi filippini intorno a me. Ma so anche che io non sono come loro. Rimango infatti in sospeso, dolcemente eccitato dal viaggio verso Casarsa e amaramente in contrasto con me stesso, tra questa musica elettronica per svagarmi, per perdermi, per farmi opaco, e questi libri che ho qui nella borsa e sempre con me per concentrarmi, per avermi, per farmi vigile. Lettore avido, poeta e uomo civile interessato alla politica (ex sindacalista, per otto lunghi anni della mia vita), con un Pasolini che riassume in sé il modello che ho scelto; ma al contempo anche un ometto con gli auricolari, felicemente bombardato, che forse vorrebbe risolvere la politica impugnando una pistola e non sa più se amare o disprezzare questi filippini, e quei contadini verso cui sta viaggiando, come se troppo stretta fosse la vita per contenere tutte queste contraddizioni!

A Bologna i filippini si organizzano, salutano ed escono, dopodiché, di colpo, entrano nello scomparto due enormi ragazzine che fino ad allora avevo visto dormire curve e infastidite prima sugli strapuntini poi, dopo l’ennesimo morso del sonno, stese nel corridoio tra i piedi della gente. Precedono l’entrata di una donnona, la madre, anch’essa di carnagione chiara e giallastra, capelli biondi, meno longilinea ma esattamente selvatica e turbolenta come le figlie. Subentrate immediatamente dopo gli ordinati e ortodossi filippini queste tre slave, con una tempesta di sacchi a pelo già srotolati e lunghe cosce e lunghe braccia nude occupanti i posti lasciati dai loro predecessori, mi sono sembrate subito lo stendardo più vivido della varietà umana e dello spettacolo di cui è semplicemente capace il mondo nella sua alternanza di nazioni e carnagioni. Nonché il simbolo del viaggiare!

Delle due figlie una è alquanto scontrosa con la madre, forse la primogenita, forse adolescente. Il trucco marcato intorno agli occhioni infantili e cerulei, un po’ sbafato dall’insonnia, il taglio di capelli scaleno e l’orecchino che ci parla di trasgressione: è facile ravvisare una tendenza punk ma senza volgarità né degradazione, senza conformismo né quel falso pretesto filosofico che lo sorregge, ovvero non com’è nella spenta, triste, volgare, conformista, ignorante e arrogante sottocultura punk e anarcoide che si vede e riconosciamo a Roma nei cosiddetti Centri Sociali Autogestiti – di cui pure sono stato e sono un frequentatore, se a volte essi coincidono con la sinistra migliore di questo Paese in cui siamo costretti a far vigere il meno peggio. Al contrario, questa ragazzina, pur con una fissa smorfia un po’ brutta e antagonista verso la madre, è uno spettacolo di salute e cura, nonché di giovanile bellezza intatta. Nessun capo d’abbigliamento sdrucito, nessun tatuaggio tribale e conforme, nessuna puzza di cane malato e baciato in bocca… Hanno ambedue le figlie stupende corporature sviluppate, pelli immacolate, se pure un po’ abbronzate, d’un pallore solo un po’ smarrito, forse per via di una vacanza a Roma. Scenderanno a Pordenone, lo hanno detto al conduttore che all’altezza di Padova ci ha obliterato i biglietti e che in un inglese che mi ha colpito per la sua sforzata e italianeggiante pronuncia, nella quale purtroppo mi sono riconosciuto, ha intimato loro di avanzare di due carrozze poiché a Venezia il treno sarebbe stato spaccato in due: un pezzo avrebbe proseguito per Trieste e un altro per Pordenone. 

Io devo arrivare alla fine. Non solo alla fine di questa tratta, a Trieste, ma alla fine dell’Italia, al confine. Luogo che vedo ameno e pronuncio con vigore, ma potrebbe benissimo essere del tutto insignificante. Tuttavia nella mia mente la parola «confine» produce significati e tutta un’accensione di vitalità. Anzi, oltre ai significati, mi procura un Senso.

Benché questa mèta sia estranea al viaggio pasoliniano e fuori dalla rotta di Casarsa comunque non è estranea al viaggiatore e fuori dalle rotte ideali dell’uomo che io sono, perciò è deciso: dopo Trieste prenderò la via per Gorizia e con un passo sarò dunque quasi in Slovenia.

Questo pezzo di treno sganciato e lanciato verso il confine, in cui ormai sono rimasto solo, a dondolare, a guardarmi ampio e compiaciuto nella mia solitudine anch’essa estrema, assume adesso questi significati e questo Senso del confine come dentro una simbolica coincidenza con me stesso, con la mia personalità di confine, per così dire, viaggiatrice da sempre tra ideali città, ai limiti di sé. 

Città interiori in cui la poesia è legge. Per cui anche questo vagone notturno, infatti, è adesso avvolto nel suo essere poetico, cioè nel suo essere ferroso e fatto di ferroso rumore, in questo vento fittizio e potente che è suo, in questa luce bassa e a tratti unica nella notte che pure è sua, come questo suo forzato essere su una rotaia, in una corsa poetica ma quasi penosa poiché consumata in vecchia poesia, la sua vecchia poesia di treno che va. Poesia in cui pure è concepito questo viaggio, del resto, dato che avrei potuto prendere un aereo fino a Milano o Venezia. Ed invece, questa sera, a sera ben inoltrata, ho lasciato la mia casa (quasi all’improvviso nella mia vita) e con uno zainetto leggero, ma anch’esso grave di poesie, mi sono imbarcato, a cuore alto, verso una Casarsa di poesie. 

Trieste mi è capitata sulla rotta, forte di Umberto Saba.

Saba è uno dei poeti che davvero stimo e amo; recentemente riletto, l’ho voluto perfino in regalo per il mio trentasettesimo compleanno, e qui, sul libro bianco, edizioni Einaudi (purtroppo), ho scritto una poesia che ho poi fatto agire in una mia «azione» offrendola direttamente dal margine della pagina su cui è nata. Sì perché io compio da qualche annetto delle performances che chiamo «poesie in azione» e sono testi scritti apposta o adattati da mie poesie per essere dati fuori dalla carta o dal tradizionale reading. Valga a spiegarmi meglio il testo del volantino-brochure dell’ultima di queste azioni: «Gli Angeli della Vita lottano contro i Demoni della Distruzione, sabato 26 febbraio 2011 ore 19:00 presso la Libreria Il Mattone a via Bresadola 12-14 (Centocelle, Roma) – in forma di poesia in azione – durata: 30-40 min. (?) dipende da come si svolge la lotta…».  Di solito agisco da solo, mentre qui ho chiesto a mio fratello (ex artista di strada, anche clown dottore) di interpretare il Demone della distruzione, il quale, aggirandosi per la libreria e parlando in versi, ha lottato così con l’Angelo della vita. Pubblicizzata dalla libreria e da qualche annuncio sui giornali locali, la poesia in azione si è quindi data nel buio di una sera di febbraio in una Roma non solo non avvezza a queste cose ma che addirittura sta cercando attraverso delibere comunali di distruggere l’arte svolta fuori dai luoghi comuni (la frase «luoghi comuni» è in questo caso perfettamente ambivalente). Già con il sindaco Rutelli una decina di anni fa c’era stata una regolamentazione tesa a ridimensionare l’arte di strada, che è l’altra metà del mondo: giocolieri, acrobati, fachiri, cantanti, musicisti, creativi vari, tra cui anche il Ponentino trio e Birdman, ma anche clowns e poeti – io stesso più di una volta nel 2009 ho messo un tavolo bianco in mezzo alla stazione Termini, indossato una camicia bianca, e là seduto con penna e fogli (bianchi) mi sono esibito nella «figura del poeta».

In questi giorni, con la giunta fascista Alemanno si parla addirittura di creare un «albo», un «tesserino di riconoscimento», e comunque a tutti sarebbe «vietato di esibirsi nei vicoli storici», ovvero dove gli artisti di strada si esibiscono. Queste le voci che corrono, che gli artisti con cui mi fermo a parlare mi riportano. Il motivo del mio interessamento? L’ho espresso poco tempo fa in una poesia dedicata ai saltimbanchi

 ***

Albeggia, a Venezia il treno è stato spaccato in due ed io sono ancora qui; dal finestrino vedo il cartello ferroviario con il nome della città, poi case e lampioni; cerco la laguna ma non si vede; mi ridistendo sui sedili. Avrò forse dormito qualche minuto nell’arco dell’intera nottata. Alla discesa dal treno, ore 7:28, come dice il tabellone, già fa molto caldo e l’aria è immobile. La necessità di un filo d’aria mi fa pensare alla Bora di Trieste, il famoso vento, e così, alla biglietteria della stazione, a un impiegato allo sportello paffuto-occhiazzurri-capellibianchi-aspettoridanciano, in modo molto serio mi avvicino e dico: «Mi scusi, dove posso trovare la Bora?», e l’impiegato: «Mi dispiace ma in questo momento ne siamo sprovvisti.»

Trieste «ragazzaccio aspro», «di una grazia scontrosa», «con mani troppo grosse per regalare un fiore», «Trieste amore, con gelosia». Queste, bene o male, alla mia fallace memoria, sono le parole di certi tenerissimi versi sabiani, nei quali, dopo la tenerezza, subito mi colpisce l’aspetto strutturale: la rima fiore e amore, che come disse lo stesso Saba: «M’incantò la rima fiore amore, la più antica, difficile del mondo».

Siamo al 15 agosto, attraverso quindi una città alterata dalla feria. Sicuramente diversa dal suo solito; effetto di questa antica festa pagana mai così meritata e necessaria come in questo braciere cittadino. Roma è uguale: tutto il lavoro si ferma, un anno intero si placa, anche il consumismo.

Cerco un bar per fare colazione ma molte saracinesche sono abbassate. Un bar è aperto ma non serve nessuno, si sta pulendo; un altro si sta rinnovando; ne trovo infine uno in piena funzione normale, ma troppo in piena funzione normale, dato che una grossa, arrogante voce televisiva proviene dal suo interno, in cui entro. Mi volto verso l’alto (verso l’Alto), sulla destra, e vedo incombere un televisore immenso e sporgente dalla parete come un Cristo, dopodiché, voltandomi davanti a me, vedo al di là del bancone una barista molto giovane, ma più che una ragazza originale sembra una figura vista già infinite volte nel nostro Paese: il taglio di capelli obbediente a una moda comune fino alla banalità più estrema, la maglietta nera più ordinaria, il linguaggio decaduto e come devoto alla normalità più normale, il gesto anch’esso sciatto, spossessato, come non guidato da sé, alieno alla giovinezza della ventenne così come nemmeno aggraziato dal lavoro, ma puramente volgare. Una volgarità, però, appena conquistata, appena perfetta. Cerco di capire in che cosa consista questa volgarità, che subito così mi viene di chiamarla questa certa cosa che sta su alcune persone come un canone. Ma anche sulle cose, come su quell’interno di bar, appunto, e che nella sua atmosfera adesso ingloba persino me, me che vengo portando la poesia, come un Angelo della poesia.

LEGGI, SCRIVI, CREPA: 3 articoli sulla crisi editoriale

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Amsterdam Orphan Girl (c. 1890 - c. 1910) by Nicolaas van der Waay More: Original public domain image from The Rijksmuseum

Di Renata Morresi

Tre articoli recenti, molto diversi tra loro, su conglomerati editoriali, sul cosiddetto mondo dei libri e la sua sempiterna crisi, e, più a latere, sui mestieri della scrittura. Ambiti tutt’altro che affini, nonostante le apparenze. Fanno pensare a quanto siamo sotto torchio, ma anche a quanto c’è da fare per uscire dal vicolo cieco.

Il primo, di Alessandro Gilioli su MicroMega, ricostruisce la vicenda del gruppo editoriale Gedi in via di dismissione, non senza umiliazione per il giornalismo italiano. Si vede un passaggio di mano in mano, da miliardario padre a miliardario figlio, fatto di partite di giro e giochi d’influenza che hanno progressivamente svuotato l’editoria del suo mandato fondamentale. Il valore dell’informazione giornalistica è diventato un elemento accessorio, o un perfetto ignoto per certi CEO che muovono ben altri volumi di denaro, oppure proprio un intralcio, tutt’al più uno strumento di distrazione e manipolazione.

Il secondo articolo, di Giulio Mozzi su Snaporaz, più ‘piccolo’ ma non meno tagliente, interroga invece la posizione della piccola editoria: stritolata da un sistema che non valorizza davvero libri, autori, confronti, esperienze, non costruisce dibattito culturale, non regge economicamente e/o a volte si rifugia in proiezioni ideali sempre più residuali. Visto che non ha senso rincorrere le masse e i prodotti industriali-digitali espulsi ai ritmi vertiginosi dell’immondizia, perché, suggerisce Mozzi, non torniamo a essere luogo di pensiero, non ci occupiamo di quello che un senso invece ce l’ha?

Terzo e ultimo, il pezzo di Francesco Quatraro apparso sul Tascabile, che spiega bene dove ci troviamo: qui, dove l’informazione produce o comunicati stampa o sensazionalismo, l’editoria commerciale vive gonfiando la propria bolla, e le persone, non importa quanto stralaureate, si arrabattano per sopravvivere, magari investendo in un fantomatico prestigio che non porta mai reddito, in “un sistema, insomma, che si autosostiene proprio grazie alla sua inefficienza” (Quatraro).

E spesso ci ritroviamo a sciorinare giù colpevoli: il pubblico, capre, ignoranti, l’analfabetismo di ritorno, o l’alfabetizzazione di massa, e tutti vogliono scrivere, signora mia non c’è selezione e dove sono i critici e Benedetto Croce eccetera oppure i cellulari, il deterioramento cognitivo, l’intelligenza artificiale e via dicendo. Ma è inutile cercare l’intruso che detiene la colpa della debacle: “la sovrapproduzione, l’autoreferenzialità e la dispersione non sono anomalie, ma esiti prevedibili di un sistema” (Quatraro). Sul suo facebook Christian Raimo fa notare quanto queste riflessioni facciano infuriare e mostrino “l’evidente bisogno di più sindacalizzazione” per chi lavora nel giornalismo, nella distribuzione, per gli oligopoli editoriali. Certo, ma anche l’opera sindacale deve essere consapevole delle peculiarità del lavoro di conoscenza e delle sue innumerevoli modalità di sfruttamento.

Forse c’è stato un “periodo d’oro” dell’editoria, dell’università, del giornalismo, della lettura, di cui mi pare di aver vissuto, un tempo, gli ultimi indizi di esistenza. Forse è stato esattamente questo: un periodo. Continuare a rincorrerne le condizioni materiali e simboliche rischia di essere un esercizio sterile. Quello che invece ha ancora senso è ricercare profondità, competenza, densità critica, ma incarnate in forme nuove: non necessariamente individuali, non necessariamente riconducibili al Libro come entità superiore e autosufficiente, al genio solitario identità di un’epoca, il viandante illuminato che ci dice a cosa credere, la verticalità zzzz.

Questo mio è un esercizio immaginativo, non ho soluzioni di sorta, anzi. Sono solo una persona che scrive, ogni tanto, poesia, un genere senza pubblico, senza mercato e spesso senza libro stampato. Sono una persona che facilita altr3 nel fare i loro libri di poesia, curando una collana di libri “rich and strange”, ma che dire di nicchia è poco; una persona che lavora nell’accademia e insegna letteratura attraverso libri spesso non tradotti o non trovabili in italiano, e, infine, che si colloca, come tanti practitioners da queste parti, dentro un osservatorio diffuso, sempre più consapevole di alcune contraddizioni strutturali. Per esempio: creare compratori di libri non significa creare lettori, come dice Martina Testa; fatturare sempre di più per ottenere credito e mandare avanti la baracca produce una bolla che finisce per soffocare l’intero ecosistema; i large language models verranno (sono già) sfruttati per scrivere/tradurre a ritmi inauditi, per produrre infotainment che ci scivola addosso, per generare sempre più testi scritti da nessuno e che nessuno leggerà.

Che fare, allora? Da un lato, certo chiedere di porre un limite all’invasività di strumenti che concentrano potere e ricchezza nelle mani di pochi tycoon digitali, ormai più forti di molte nazioni. Non possiamo (non dovremmo, non avremmo dovuto) ammettere che tutta la sfera della conoscenza – di cui il mondo dei libri è solo una parte – sia dominato da questi strumenti. Ahi. E dovremmo, credo, provare a immaginare progetti nazionali, anche per i libri, che abbiano un respiro più ampio dell’attuale navigazione a vista, o meglio, con l’acqua alla gola. Dall’altro, direi, sarebbe opportuno evitare ogni tentazione restaurativa: niente corporazioni, niente recinti identitari, nessun ritorno mitizzato a un passato che non può tornare. Ho letto di un famoso poeta-accademico l’altro giorno che se ne va in pensione ‘in anticipo’ (a 69 anni) stanco, tra le varie cose, dell’inclusione. Capisco che le parole d’ordine possano diventare facilmente feticcio vuoto, ma leggere per l’ennesima volta la nostalgia del tempo che fu da parte di chi da quel tempo ha avuto tutto, ecco, dà un tantino sui nervi. E poi: il contrario di inclusione è esclusione. Vogliamo almeno problematizzare un poco? In nome di quello spirto critico ch’entro ci rugge? Anche le università umanistiche sono diventate dei luoghi fragili, lo sappiamo, sotto la pressione di standard opprimenti, definanziamento, richieste di marketing, settori che bramano di parassitarla, concorrenza foraggiata dallo Stato, crisi d’identità, ecc. Barra dritta sulla vocazione primaria allo studio come amplificatore di possibilità, va bene, ma senza i libri come compagni neanche la solitudine è virtuosa, e qua coi libri c’è più di qualche problema.

Forse la questione sta nell’accettare che la bolla non è più sostenibile, che il sistema va cambiato e riattraversato da saperi e artigianati più diversi, per esempio aprendosi a modalità nuove di produzione e condivisione: lavori collaborativi, progetti ibridi, attivismi localizzati, formazione divergente, integrazione e interscambio tra pratiche diverse, libri pure tradizionali, a bassa tiratura e ad alta intensità, archivi che li accolgano, gruppi leggenti da luoghi e istituzioni precipue e/o disparate che li ri-usino. In questo quadro, la lettura sarà forse inevitabilmente diversa da quella del 1957. Penso che rimanga importante, perché è una delle attività più potenti di costruzione della soggettività, del sapere e dell’immaginazione del futuro. Forse, infine, dobbiamo scrivere altro.

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Alessandro Gilioli, “Gruppo Gedi: cronistoria di una catastrofe”, 16 dicembre 2025, https://www.micromega.net/gruppo-gedi-cronistoria-di-una-catastrofe

Giulio Mozzi, “La verità vi prego sull’editore”, 16 dicembre 2025, https://www.snaporaz.online/la-verita-vi-prego-sulleditore/

Francesco Quatraro, “Mai più libri”, 17 dicembre 2025, https://www.iltascabile.com/linguaggi/mai-piu-libri/