
Tra quest’immagine e l’autore del post non esiste alcuna relazione di fatto. Nomen Omen.
Questo post deve il suo slancio ai recenti interventi di Sergio prima ed Helena poi.

Tra quest’immagine e l’autore del post non esiste alcuna relazione di fatto. Nomen Omen.
Questo post deve il suo slancio ai recenti interventi di Sergio prima ed Helena poi.
di Andrea Inglese
(io fungo, agendo così e così, in un quadro
più vasto, in cui servo e non servo, calzo
per oggi guanti gialli, spingo precise leve,
maniglie, mani, tastini, bottoni, mi adopro
nel tratto designato, fingo – tutto vestito –
di fare una cifra neutra, che passa liscia,
mi usate anche a torto, di traverso, bene,
faccio numero, mettetemi in fondo, io passo
le braccia conserte come gli altri, lo stesso
moto assorto di quello che serve e non serve)
di Roberto Saviano
William Langewiesche è uno scrittore capace di mettere le mani nel budello della realtà. Polpastrelli nel sangue dei fatti, dita nella vescica del vero. Il primo libro pubblicato in Italia uscì per Arcana Lo schianto dell’EgyptAir 990 nel 2002 tradotto da Stefania Cherchi. Non ebbe grande successo, eppure è un lavoro fondamentale. Il racconto dell’inabissamento nell’ottobre del 1999 di un aereo decollato dall’aeroporto Kennedy di New York e diretto al Cairo in Egitto con 217 persone a bordo. Langewiesche, ex pilota professionista, indaga, raccoglie, ascolta le voci, le indagini, le carte meccaniche dei periti, per comprendere come quell’EgiptAir sia potuto inabissarsi d’improvviso.
di Simone Ciaruffoli
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“Lei non sa chi sono io, mi faccia passare!”. Disse così Natalia Aspesi qualche anno fa sul limitare di una sala veneziana. Io ero presente.
Non la volevano fare passare, forse la sua frangetta costituiva un problema per chi pensa che un taglio fatto in quel modo sia impudico per una settantenne. O forse, più semplicemente, quelli non sapevano davvero chi era lei: Natalia Aspesi.
di Mario Bianco
L’Ernesto quando ereditò la casa dello zio Erasmo fu contento assaissimo ché pensava: che così la vendo e finalmente tiro il fiato dopo tutti ‘sti mesi passati ad assisterlo che sarà stato anche bravo ma scassava pure parecchio e ancora un po’ mi veniva l’esaurimento.
Poi aggiungeva dentro di sé: meno male che ho fatto venire il notaio in tempo se no zio mio manco mi lasciava tutto, finiva che dovevamo dividere tra quella puttana della Pina, l’Adriano che non l’ha mai degnato di attenzione o cosa, Emilio è stronzo si sa pure egoista e i Tempestini stanno già troppo bene del loro in Brasile, ecco.
I dati del traffico sulle pagine web di Nazione Indiana, aggiornati ad agosto 2006. Tutti i dati sono ottenuti con Google Analytics, alla cui documentazione rimando per ogni approfondimento.
di Alessandro del Moro
Arrivarono le pulci.
Mio padre non guardava, non guardava nessuno e nonostante il caldo chiudeva i finestrini della macchina, fino al punto in cui, sforzando la manovella, il vetro sembrava sotto pressione, un altro scatto e sarebbe finito, meravigliosamente, in frantumi.
Io dormivo perfettamente bene: l’aria di giugno massaggiava la pelle, e io mi sentivo, io ero, parte integrante del processo naturale delle cose, l’esatto speculare della fotosintesi. Respirare, produrre anidride, ingurgitare tutta l’aria che avevo a portata di bocca. Alle volte se avevo bevuto la sera prima, mi svegliavo ansimando in cerca d’acqua. Ma la maggior parte delle mattine, prima di mettere a fuoco i pensieri, anche prima di aprire gli occhi, credevo di aver trovato finalmente qualcosa che mi potesse guidare.
di Franz Krauspenhaar
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il tuo viso serio//noi piccoli a sentire//rauche radiocronache// la tua figura lunga come di fantasma di carne a statua che stringe//il pallone a scacchi bianchi e neri//torneremo là, noi idioti//nel catino di fiati//là dove vuole il gioco//gesù è vivo anche lì, tra gli sbandati ebbri//frustrati estasiati ad alternanze ridicole//torneremo là//là dove il gioco vuole ricominciare//noi bambini del calcio//quando vedevi che ti guardavamo ammirati//sorridevi appena//presidente d’un club//tanto vecchio, tanto ricco, tanto perso//signori s’è nati//ora non so più//sono triste come una minestra davanti a una finestra fredda//tutto qui//gol//laggiù.

racconto di Mauro Baldrati – disegno di Riccardo Raviola
Antonio Rabbi, titolare dell’edicola notturna del quartiere Pilastro, si sentiva stanco. Molto stanco, ed erano appena le due. Quella era una stanchezza da quattro del mattino, quando anche il cuore sembrava oppresso, e batteva a fatica. La sentiva sempre, la stanchezza delle quattro, anche se faceva quel lavoro da quindici anni, anche se durante il giorno aveva dormito più delle quattro-cinque ore solite. La stanchezza delle quattro era fisiologica, la risposta di un organismo che non accettava fino in fondo la riconversione della vita lavorativa notturna e del riposo diurno. Antonio si era ormai convinto che l’uomo era sostanzialmente un essere solare; molto versatile, come aveva letto in varie ricerche scientifiche pubblicate sui settimanali e sui mensili illustrati che leggeva ogni notte, in grado di adattarsi a qualunque clima, a qualunque orario, ma restava un mammifero diurno. Lui, almeno, Antonio Rabbi, si sentiva tale. Buffo, pensò, più andava avanti col lavoro notturno più si sentiva una creature diurna.
Comunque non era una bella storia sentire la stanchezza delle quattro alle due. Significava che alle quattro sarebbe stato più o meno in coma. E non poteva certo addormentarsi. C’erano i tipi dei porno che si infilavano nel cubicolo con la tenda, andavano tenuti d’occhio, perché era un attimo intascare un DVD, con quello che costavano.
di Marco Rovelli
Time non è uno dei film migliori di Kim-Ki Duk. Non ho visto Ferro Tre, ma mi si dice che aveva un impatto visivo ed emozionale assai più forte.
Time non scuote particolarmente, è vero. Lascia più freddi. Ma fa pensare. Il suo impianto narrativo pone questioni, apre sentieri di pensiero. Magari al di là di se stesso, ma fa pensare. E questo è un merito innegabile.
di Paul Celan
Psalm
Niemand knetet uns wieder aus Erde und Lehm,
niemand bespricht unsern Staub.
Niemand.
Gelobt seist du, Niemand.
Dir zulieb wollen
wir blühn.
Dir
entgegen.
Ein Nichts
waren wir, sind wir, werden
wir bleiben, blühend:
die Nichts-, die
Niemandsrose.
Mit
dem Griffel seelenhell,
dem Staubfaden himmelswüst,
der Krone rot
vom Purpurwort, das wir sangen
über, o über
dem Dorn.
Se vuoi, puoi usare i commenti qui sotto come spazio per segnalazioni e discussioni a tema libero durante il mese.
(ho postato una prima versione di questa poesia qualche giorno fa e ho ricevuto molti commenti che sono qui in calce, anche critici e molto critici – alcuni mi sono stati utili e quindi ho rimesso le mani sul testo)
di Christian Raimo
Parliamo del novantasei, ero uno studente
fuoricorso di pedagogia, e alle mattine mentre i miei
si dissolvevano nel mondo del lavoro,
mia sorella una bimba che va a scuola
(a scrivere “chiuso per furie” sulla porta della classe
e poi sbraitare in coro), – solo in casa – mi svegliava
una voce del telefono, pedagogia anche lei,
che mi pregava di sottopormi un questionario.
mostra fotografica di Asya Nemchenok
Inaugurazione il 4 settembre, 18:00-21:00
NewOldCamera via Dante 12 Milano
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di Piero Sorrentino
Sorprendere un’immagine unitaria e omogenea, al suo grado di massima nettezza di forme e colori, che sappia staccare, dal fondo del vertiginoso teatro della narrativa italiana degli ultimi anni, una cronaca felicemente compitata e un bilancio critico capace di fermentare per mezzo di inquadramenti netti e rigorosi, è un’impresa che lascia in partenza annichiliti. Alla stessa maniera i richiami a scuole, gruppi, movimenti, generazioni, poetiche, etichette o – peggio – ideologie, alla ricerca della figura nel tappeto o dell’emblema definitivo delle scritture che in Italia si fanno, fiaccano lo sguardo d’insieme costringendolo al tratteggiamento morboso e inerte di simboli e cifre e allegorie.
di Alessandra Lisini
Cabudanne in sardo è settembre, primo mese dell’anno di chi lavora la terra e segue le stagioni. A Seneghe, paese della poesia, “dove è facile trovare esperti di metrica e stile nei bar e nelle campagne come altrove tra i banchi delle università”, l’anno ricomincia proprio con la poesia, la musica, la poesia in musica.
Già durante la prima edizione l’organizzazione del Settembre dei Poeti aveva fatto in modo che gli ospiti della rassegna si trattenessero a Seneghe per tutti e tre i giorni, a leggere ma anche ad ascoltare gli altri. Anche stavolta, in mezzo alle case in pietra lavica del Montiferru, si leggerà, si mangerà insieme, un diario quotidiano serale scandirà il tempo della rassegna in corso e di quella passata in immagini, suoni e parole; durante i tre giorni, tutti – poeti e pubblico- saranno ospiti delle case del paese.
di
effeffe & effecappa

AFFICHE APPARSA SULLE PAGINE CULTURA DELLA STAMPA NAZIONALE
di Stefano Savella
“Qui non si tratta di smascherare l’imperizia o superficialità di questi pretendenti a un premio Pulitzer nostrano, ma di rilevare come le cronache siano situate naturalmente all’interno del frame “stranieri e immigrati delinquenti come nostri nemici”.
A. Dal Lago, Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, Milano 2005 (1999), p. 70.
D’estate, si sa, la sorveglianza viene meno un po’ ovunque, e con la minore attenzione del pubblico e dei supervisori (se ve ne sono), anche ai giornalisti capita di fare emergere, più o meno inconsapevolmente, i pregiudizi razzisti insiti nel loro linguaggio. E come ogni estate, come sempre, come il 19 agosto scorso, tutto ha inizio con l’“emergenza immigrazione”, con altri morti senza nome nel Canale di Sicilia.
Il GR1 delle ore 13 di sabato 19 agosto apriva con questo servizio dell’inviato da Lampedusa, Alfredo Ponti: “Il naufragio sarebbe avvenuto per l’euforia esplosa a bordo quando gli extracomunitari hanno visto arrivare la nave dei soccorsi. Si sono spostati sul fianco del barcone di dieci metri che ha cominciato così ad ondeggiare fino a rovesciarsi” (trascrivo fedelmente dal servizio, link)
di Caracaterina
[Qualche giorno fa, in calce al mio pezzo Una notizia cattiva spacciata per buona, Caracaterina (il cui blog si chiama: Il mio stupido blog) segnalava velocemente un proprio pezzo che prendeva spunto dallo stesso articolo del supplemento del venerdì di Repubblica al quale mi attaccavo io. Poiché ciò che dice Caracaterina mi sembra molto utile e interessante, con il suo permesso lo riprendo qui. giuliomozzi] [Su questioni analoghe in Nazione indiana: Christian Raimo]
Questo blog, aperto, come si può controllare, il 10 luglio 2003, deve il suo titolo al fatto che Stupido blog campeggiava proprio tre anni e un mese fa in testa ad un articolo dell’Espresso piuttosto scettico nei confronti dell’allora iniziale diffusione di massa del fenomeno. Nel link a Blogoltre trovato su google è riassunta anche la nota e immediatamente precedente polemica contro lo scarso coraggio della scrittura in rete avviata da Tiziano Scarpa. Tre anni e un mese, due mesi.
Questa pagina in aggiornamento continuo riassume gli articoli di Roberto pubblicati su Nazione Indiana.
Tutti gli articoli di Roberto Saviano
Tutti gli articoli collegati a Roberto Saviano
La pagina di Wikipedia: Roberto Saviano.
Elenco ragionato:
LA PUNTA DELLA LINGUA 2006 – Poesia Festival
Ancona e Falconara
La punta della lingua 2006 – Poesia Festival nasce da un ciclo di laboratori di poesia, organizzati negli ultimi due anni ad Ancona dall’Associazione Culturale NIE WIEM in collaborazione con il poeta Luigi Socci.
Incoraggiati dal successo dell’edizione 2005, NIE WIEM ha deciso di sviluppare l’esperienza, organizzando il primo Festival di poesia del capoluogo marchigiano, che si svolgerà lunedì 28 agosto, giovedì 7 e sabato 9 settembre 2006, ad Ancona e Falconara.
Considerando la poesia in senso non museale o ancor peggio sacrale, ma, al contrario, una funzione comunicativa e vitale della lingua, “La punta della lingua 2006 – Poesia Festival” abbina forme di lettura tradizionali e forme più sperimentali, occasioni di approfondimento e eventi ludici come il Poetry Slam.