di Gianluigi Ricuperati
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E’ soltanto al ritorno, a Kuala Lumpur, nell’aeroporto più bello del mondo, che cade come una tagliola la domanda fatale – ma cosa sono andato a fare, davvero, in Vietnam? Ed è solo qualche ora più tardi, a diecimila chilometri d’altezza, la risposta – mi sono trasformato in una serie di oggetti. E prima di pensare che abbia detto troppe volte sì ai cognac delle hostess: è tutto vero: è uno dei modi autentici di viaggiare – immaginare di trasformarsi negli oggetti che hanno affollato le tappe del viaggio, i reperti solitari che non vedrai mai più e che per qualche tempo sono stati lì, la versione materiale di una dama di compagnia con il cronometro sempre acceso. Il soprammobile di una stanza perduta. L’animaletto che pende dal soffitto di un’auto casuale. Le posate che ti hanno catturato l’attenzione in un pranzo veloce, menù internazionale. Oggetti civili, malinconia civile. Ma lassù, sulla curvatura del pianeta, all’altezza della Russia centrale, succede che gli oggetti, in questo Vietnam, non sono affatto civili. Sono quasi tutte mine. Affissioni che invitano ad abbattere aerei. Armi di fabbricazione sovietica. Volantini che esortano alla ribellione – ribellione per mezzo di proiettili – proiettili di fabbricazione americana. Trappole per uomini – trappole per animali che nascondono trappole per uomini – divise militari femminili.


