di Helena Janeczek
Questo saggio più la traduzione sottostante sono stati pubblicati sull”Almanacco 2003″. Li ripropongo per ampliare la prospettiva sull’avanzata dei turchi di Germania e col solito dipiacere di poter solo segnalare l’esistenza di libri forti e importanti scritti negli altri paesi europei. E’ così poco quel che viene “importato” che nessuno se ne accorge. E visto che nessuno se ne accorge, si continua a pubblicare quasi niente. Credo sia l’ora di dare una mano per interrompere questo circolo vizioso. HJ



“Questa era l’ultima”, commentò Bugatti tirando uno striscio sul nome in fondo alla lista.
Le vecchie con le mani flaccide… Questa sarebbe la tua religione! Fa schifo! Quella cazzo d’ipocrisia, le donne con la pelliccetta che ti danno la pace!;il fatto era che Mattia e Milena scopavano regolarmente, e a lei scopare le faceva da funzione verità, le rimuoveva totalmente i freni inibitori in parole e pensieri, e a lui – mentre le gambe gli fibrillavano ancora leggermente dopo esserle venuto dentro (“Siamo sicuri che non è pericoloso?” “Ti dico tranquillo”)– tutto questo spaventava. Lei gli donava i baci teneri di minima grazia e poi sollevava le Questioni che c’erano tra di loro, e le Questioni che c’erano tra loro e il Mondo.
Come un milione di bombe atomiche. Il polo nord ha subito un’oscillazione di cinque, sei centimetri. L’asse della Terra spostato. Giornate più corte di tre microsecondi. L’isola di Sumatra spostata di trenta metri. Centocinquantamila solo i morti umani, ma la cifra è in crescita di ora in ora. Foto di corpi nudi gonfiati, sulle spiagge, di donne sferiche a gambe aperte, col taglio della vagina in evidenza come nelle bambole gonfiabili. Montagne di cadaveri umani e animali bruciati e gettati nelle fosse comuni. Eserciti di microrganismi epidemici in attesa di avventarsi sui corpi dei superstiti.
Era l’inizio di Dicembre, sabato pomeriggio, a Milano cominciava la corsa agli acquisti di Natale. Bisognava trovarsi al cinema circa mezz’ora prima, ma il treno arrivava in Centrale con i soliti dieci minuti di ritardo. Corro al metrò, scendo alla fermata “Montenapoleone”, faccio via Montenapoleone su e giù dal marciapiede, percorso ad ostacoli che coincide con le vetrine di Versace, Gucci, Cartier, abiti da sera, sandali farciti di Swarovski, triplo-cashemere, solitari enormi, quelli che guardano coi nasi vicino al vetro e quelli che come me scendono anche sulla carreggiata, ma con calma, facce non più giovani mummificate dal benessere e dal botulino (chiamiamoli così), visto che è proprio impossibile camminare sul marciapiede se si è pieni di borse.
Diamo, per cominciare, la parola a lui, al maestro di cerimonia, l’uomo malinconicamente pingue e in bretelle di certe fotografie, l’ometto quasi chapliniano con i baffetti e lo sguardo appuntito dietro le lenti rotonde, l’autore di 
Dietro la nomina di Condoleezza Rice a Segretario di Stato negli Usa, si è tentati di vedere il riscatto da una duplice o triplice emarginazione: Condoleezza è donna, è nera, e viene da una modesta classe sociale. Inoltre, è nata e cresciuta in quel “profondo Sud” dell’America, l’Alabama, che gli intellettuali, i liberal, hanno sempre snobbato e guardato con diffidenza. Nella sua parabola di “ragazza prodigio”, che passa dall’esperienza della segregazione razziale a una delle cariche di maggiore potere nel mondo, saranno in molti a trovare la conferma del sogno americano, l’opportunità concessa a tutti di arrivare con le proprie forze ai gradini più alti della scala sociale. Ma è proprio questo alone di favola, potenziato, dopo la rielezione di Bush, dal fanatismo messianico dei suoi sostenitori, che rischia di far passare in secondo piano, o di oscurare del tutto, gli aspetti più inquietanti di questa ascesa “eccezionale”.
Le merci imposte ai commercianti, con le minacce ma anche con gli sconti. Le fabbriche nascoste in periferia per produrre gli abiti delle grandi marche. Che poi vanno a finire nel mercato nero. Il sistema funziona, senza bisogno di pistolettate. E si espande anche in Cina.