Pubblicare per Berlusconi?

20 gennaio 2010
Pubblicato da

di Helena Janeczek

Pubblicare per Mondadori, Einaudi o altre case editrici appartenenti al gruppo di cui Berlusconi detiene la maggioranza delle azioni, è sbagliato se un autore non simpatizza col presidente del consiglio? E’ una decisione equiparabile a quella di collaborare alle pagine culturali di quotidiani come “il Giornale” e “Libero” – quest’ultimo non di proprietà del premier- o si tratta di una scelta differente? Chi lavora dentro o per quelle case editrici è ancora più stigmatizzabile? Sarebbe il caso di boicottare la produzione di queste aziende per far valere economicamente il proprio dissenso?
Ho visto tornare con insistenza queste domande nelle discussioni che si sono svolte su questo blog, ma anche altrove- in rete soprattutto. Le ho viste rimbalzare sia da sinistra che da destra, lì soprattutto negli articoli apparsi sui sopranominati giornali, dove più volte Evelina Santangelo, membro di Nazione Indiana e insieme editor Einaudi, è stata bersagliata come chi sputa nel piatto dal quale mangia. Dato che faccio press’a poco lo stesso lavoro con posizione analoga – quella del collaboratore a progetto – e come Evelina ho pubblicato con l’editore per il quale presto servizio, mi è venuta spontanea la voglia di rispondere. Quel che avrei voluto ribattere di pancia è un concetto elementare: “ce lo dicano loro se non siamo più gradite per ragioni di dissenso, se siamo a questo punto ci sbattano fuori loro”. Cosa che nel mio caso e pure in quello di Evelina sarebbe, tra l’altro, molto semplice.

Però le cose ovviamente sono più complicate di così e quindi meritano un po’ più di riflessione. Riflessione che credo diventa credibile solo dopo aver chiarito alcuni preliminari personali. Sono quindici anni che lavoro per la casa editrice che ormai è diventata per antonomasia “di Berlusconi”: identificata con la proprietà al punto che c’è persino chi pensa che sia stato il cavaliere ad aver creato la Mondadori.
Ricordo che presentandomi al primo colloquio a Segrate, c’era una di quelle rare nebbie talmente fitte che il palazzo di Niemeyer con le sue arcate ogivali assumeva un aspetto gotico. Non ero entusiasta di finire in quel cattedrale di cemento difficilmente raggiungibile, per giunta espugnata da Berlusconi non da moltissimo. Venivo dall’Adelphi che stava a due passi dal Castello Sforzesco, dalla quale con Renata Colorni ce ne eravamo andate per motivi di dissenso con la linea editoriale. Avevamo ravvisato nella pubblicazione del pamphlet di Leon Bloy Dagli Ebrei la Salvezza una sorta di sdoganamento nobilitante dell’antisemitismo, anche se la posizione dell’autore ultracattolico poteva essere intesa di contorta simpatia per il verminoso popolo biblico attraverso il quale si propaga suo malgrado la redenzione. Cerco di sintetizzare, giusto perché mi pare che la questione con quella che sto per affrontare c’entri qualcosa. Non tanto per darmi credenziali di persona capace di compiere scelte coerenti, ma soprattutto per mostrare un’altra differenza. Una casa editrice come Adelphi aveva una linea editoriale: culturale, e in questo senso anche politica. Linea che non bisognava abbracciare in toto, ma almeno apprezzare e condividere fino a un certo punto. Sennò continuare a relazionarsi al suo direttore editoriale significava rinunciare a far valere le proprie idee, passare sotto silenzio la propria storia, accettare la propria subalternità intellettuale. E’ per questo, soprattutto, che non ho mai messo in discussione la mia scelta di allora.

In Mondadori le cose si presentavano diversamente, anche quando Berlusconi divenne per la prima volta capo del governo. Forse è inutile dire che in quindici anni non l’ho mai visto nemmeno da lontano. Il massimo cui sono arrivata è Bruno Vespa. Con le persone che lì sono diventati i miei interlocutori e diretti superiori, mi sono subito trovata benissimo. Manco uno che avesse- abbia- simpatie per Forza Italia, cosa che varie volte è pure stata sottolineata dai giornali di cui sopra. Come a dire: guardate che bravo Silvio che fa lavorare tutta sta banda di comunisti.
In Mondadori si pubblicava – e si pubblica – dai Meridiani al libro degli Amici di Maria de Filippi. Non esiste linea editoriale perché la produzione è troppa e troppo diversa e la vocazione di fondo è soprattutto commerciale. La casa editrice non si aspetta uguali profitti da ogni collana e continua a mandarne avanti alcune più per prestigio, contando magari pure di rientrare nelle spese con le edizioni economiche. Ma anche chi, come me, si è sempre solo occupata delle collane letterarie, deve misurarsi con il mercato. Nessuno si aspetta che ogni libro diventi un bestseller, ma la regola di fondo è quella del guadagno. Guadagno che non deve essere sempre e solo immediatamente economico, ma contempla pure il ritorno d’immagine o l’investimento su un autore. Gli spazi per scelte di maggiore rischio o per semplicemente fare libri in cui si crede, stanno diventando sempre più ristretti, ma il problema riguarda l’editoria e l’industria culturale nel suo insieme, nemmeno solo quella italiana.

Quel che mi premeva sottolineare è che in Mondadori come altrove vige molto di più l’imposizione del mercato che quella di una linea editoriale “politica”. Non che manchi del tutto questo tipo di interferenza. Difficile immaginare che possa uscire un libro virulentemente contro Berlusconi. Mentre dall’altra parte vengono pubblicati alcuni libri scritti da ministri, giornalisti di una certa parte e pure da qualche “amico” puro e semplice. Ah, vedi! forse direte voi a questo punto. Ma è davvero qualcosa di così rivelativo, di così specifico? Non tocca prima scremare i titoli che possiedono una loro dignità di libro, anche se rispecchiano certe idee – quelli di Tremonti per esempio – da quelli che spiccano soprattutto per zelo militante o, peggio ancora, sono in odor di raccomandazioni? E da altre parti non esistono marchette e mezze marchette, favori e favoritismi, il far passare il libro di qualcuno più per rango ricoperto altrove o affiliazione politica che per merito? Si è mai visto che il gruppo Rizzoli pubblichi un saggio feroce sugli Agnelli o un’indagine sulle malefatte del Corriere della Sera? Non è l’Italia nel suo insieme che funziona così?

Salvo le eccezioni nominate sopra, in Mondadori in questi anni vigeva grosso modo la libertà del liberismo. Perché? Perché non hanno torto quelli di “Libero” e del “Giornale” ad affermare che Silvio ci tiene tanto a questo tipo di libertà? E se in questo ambito fosse – o fosse stato- più o meno così, riconoscerlo inficerebbe ogni ragionamento critico su Berlusconi e sul berlusconismo?

Bisogna allargare lo sguardo per capire dove si colloca l’editoria di libri nella strategia di comunicazione e persuasione dell’Italia berlusconiana. Il berlusconismo è stato propagato attraverso altri canali, soprattutto quello che arriva – come l’interessato ripete sempre – nelle case di tutti gli italiani. Non soltanto nelle poche che affiancano all’altare televisivo una libreria usata come tale, tantomeno in quelle dove i libri si espandono dappertutto. Tenendo conto che centomila, duecentomila, trecentomila copie per un libro sono un risultato enorme, mentre sulla scala del consenso di massa si tratta di una cifra trascurabile, non stupisce che come strumento abbia contato molto più il Milan della Mondadori.
Infatti, quel che di prepotentemente “berlusconiano” Mondadori ha prodotto,- da Bruno Vespa al libro di “Amici” ecc,- nasce quasi sempre dal principale calderone che ha cucinato il suo populismo. Il fenomeno dei bestseller televisivi però non è solamente italiano. Pure in Germania – paese che conosco meglio – oggi le classifiche sono invase da libri scritti da comici, conduttrici, giornalisti televisivi ecc. Il nostro specifico non è quantitativo, ma qualitativo anche se alcuni aspetti delle nostra tv “videocratica” non si prestano a diventare libro. Comunque l’equivalente tedesco o francese di Bruno Vespa non è uguale a Bruno Vespa, né come conduttore tv né come autore di libri. Ma tocca al tempo stesso ricordare che Vespa o gli “Amici” di Maria de Filippi, autori premiati dal mercato in seguito alla loro popolarità, non avrebbero difficoltà a trovare un altro editore.

Vorrei tornare ora alla questione di prima. La libertà di Mondadori – di Einaudi a maggior ragione – era in qualche modo proporzionata alla scarsa incidenza sul consenso di massa cercato da Berlusconi. I libri sono prodotti di nicchia o di elite, destinati a un consumatore in genere appartenente allo schieramento politico avversario, minoranza della minoranza. L’azionista poteva guadagnare con le aziende gestite secondo normali criteri di mercato – meno che con altre sue attività – senza rischiare nulla sul piano politico. O almeno l’idea che i libri siano innocui e ininfluenti era un corollario del populismo, in tempi in cui la strategia berlusconiana era soprattutto quella di assicurarsi l’approvazione di una maggioranza.
Poi accade che un esordio come Gomorra stampato in cinquemila copie superi i due milioni, che in più il suo autore acceda anche lui alla tivù, e lì le cose, forse, cominciano a cambiare. Ma a parte questo esempio clamoroso, cambiano i tempi. Cambiano, in modo evidente, con l’ultima legislazione.

Nelle televisioni sia pubbliche che private le trasmissioni critiche sono sempre più ridotte a mo’ di riserve indiane, il resto gestito secondo il criterio che più un programma è popolare, più è richiesto l’allineamento (provare a confrontare il Tg1 di Minzolini a uno di Rai Sat). Dà più fastidio chi è moderato e quindi all’opinione pubblica appare oggettivo come Enrico Mentana che lascia Mediaset che chi è apertamente “da quella parte lì” come Santoro.
Anche per gli scrittori esprimere un dissenso minimo, diventa problematico. Finiscono bersagliati da “Il Giornale” e “Libero”, oltre a Saviano, anche altri autori Einaudi e Mondadori che hanno firmato l’appello in difesa della libertà di stampa di Repubblica: Paolo Giordano, Andrea Camilleri, Margaret Mazzantini, Niccolò Ammanniti, Carlo Lucarelli. Vale a dire: i più popolari. E anche: quelli che contribuiscono di più agli utili aziendali. Ma evidentemente la libertà liberista non è più così scontata.
Il cambiamento che in tivù mostra soprattutto un volto di censura soft (editoriali di Minzolini a parte) – non dare certe notizie, darle male o in fondo – si appalesa invece sui quotidiani in modi molto più aggressivi. Le prime pagine grondano come non mai di titoli e articoli razzisti, omofobi, cattolici integralisti perché tale è, appunto, l’attuale linea del governo Pdl-Lega. In più, quei giornali passano dal rispecchiare posizioni di destra, anche molto di destra, a sparare con ogni mezzo, diffamazione passabile di querela inclusa, contro la parte avversa. Che tale neomaccartismo coinvolga persino redattori di cultura che si affrettano a ritracciare i nemici in sedi marginalissime come il nostro blog, sembra indicativo.

Sembra anzi un indizio non indifferente per mettere in discussione la libertà e neutralità di quelle pagine culturali, in apparenza non dissimile a quella delle case editrici di proprietà del premier. Senz’altro va detto che in origine molti scrittori hanno deciso di mandare recensioni e altri pezzi di cultura a questi giornali, perché quelli maggiori sono inaccessibili e quelli molto a sinistra pagano poco o niente. Non è che un testo sia meno bello perché esce su “Libero”, su “il Giornale” o su ” il Domenicale”, e non è neppure detto che non possa trovare dei lettori in grado di apprezzarlo. Però mi sembra una falsa analogia. Perché anche di fronte alla più profonda disquisizione sul nuovo saggio di Harold Bloom o alla più brillante recensione del nuovo romanzo di Nicola Lagioia, le prime, seconde e terze pagine con i loro contenuti, i loro metodi, e i loro toni non svaniscono nel nulla.
Il discorso su altro – sugli alberi direbbe Bertolt Brecht – che uno scrittore fa su uno di quei giornali, equivale oggi al dichiararsi ininfluenti o indifferenti sotto il profilo politico e persino- direi – sotto quello semplicemente civile. La parte di me cittadino che non è d’accordo con certe leggi, l’attacco a certe istituzioni, la riduzione di date libertà, è completamente scollata dal mio personale contributo di natura solo “culturale”. A me questo pare, prima di tutto, un avallare in prima persona il ruolo di marginalità che viene attribuito alla cultura. Detto in altre parole: dare poco valore al proprio lavoro. Accontentarsi della libertà del giullare che confina con quella del buffone di corte. Con il rischio, in più, che tale libera e spensierata contribuzione possa essere strumentalizzata ai fini politici, come dimostrano, appunto, gli articoli usciti sulla vicenda Paolo Nori. Dove l’aspetto – per me – più sconcertante non era che venissero aditati tutti i comunisti e persino un “commissario politico”, ma che il collaboratore di “Libero” venisse ostentato con fotografia come “il nostro Paolo Nori”.
Aggiungo che l’aver cercato di far passare la discussione di ieri a Roma come un processo stalinista, portando lo stesso Nori a chiarire sul suo blog come è stato organizzato quell’incontro, mi sembra una dimostrazione ulteriore che credere in una neutralità possibile sia illusorio. E’ illusorio cercare di chiamarsi fuori da una linea editoriale che ormai è assai più propagandisticamente pervasiva e aggressiva di una normale linea politica con la quale potersi confrontare: pur dissentendo e ritenendo che la cultura rappresenti davvero uno spazio a parte in qualche modo inviolabile.

Il discorso sull’editoria a mio avviso presenta caratteristiche assai diverse. In primo luogo perché il lettore che va a comprarsi Antonio Moresco o Concita de Gregorio non deve sorbirsi insieme Bruno Vespa o Filippo Facci. L’autore è il solo responsabile del suo testo, inclusi gli eventuali compromessi che è disposto a fare. La sua scelta di pubblicare con una casa editrice “di Berlusconi” non rappresenta un avallo da parte sua della sua marginalità, foss’anche solo perché si tratta di grandi editori.
Non regge neppure l’accusa ribadita continuamente dalla destra che uno scrittore di sinistra pubblicando con Mondadori “si fa pagare da Silvio” o addirittura che sia “uno suo stipendiato” come ha detto recentemente Vittorio Feltri paragonando se stesso a Saviano. Semmai è il contrario. Eppure è un’idea tipica, una concezione padronale dei rapporti di potere, anche e soprattutto aziendali.
La logica normale del capitalismo di mercato vorrebbe che tu azienda mi paghi per il prodotto che ti fornisco e sul quale vorresti ricavarci il tuo guadagno, così come mi retribuisci se ti fornisco una prestazione lavorativa. Il contratto dovrebbe stare in questi termini: senza prevedere fedeltà o gratitudine al padrone, né da parte del dipendente, tantomeno dell’autore, ossia da chi non entra in nessun ruolo subordinato.
L’accusa da parte opposta spesso ripete lo stesso schema. Altre volte, giustamente, lo rovescia. Ossia critica che chi pubblica per la tal casa editrice, contribuisce ad arricchire il suo “padrone”. Questo è indiscutibile. Mentre già più bisognoso di interpretazione è l’idea che una simile scelta lo legittimi. Legittima chi rispetto a che cosa? Legittima il azionista di maggioranza perché l’azienda sforna prodotti di persone che sono con lui in disaccordo politico? Legittima Berlusconi perché non richiedendo dichiarazioni di voto per il Pdl alle persone che lavorano in editoria o che pubblicano con le “sue” case editrici, si dimostra tanto generoso e buono? Com’è possibile che una persona “di sinistra” o anche solo “democratica” avalli un simile ragionamento che rispecchia una visione autoritaria e padronale?

Torno al punto di partenza. Vorrei che fosse l’azienda a dire a me, umile cocopro, o agli autori di cui mi occupo che anche questa nicchia di capitalismo di mercato e dunque liberismo non può più essere considerata tale. Che è preferibile un collaboratore fedele alla linea che uno che sappia fare bene il suo lavoro. Vorrei che mi venisse detto, di modo che fosse evidente a che punto siamo. Se questo invece non avviene, ma diventa comunque chiaro che è richiesta fedeltà e sottomissione padronale, sarò io stessa ad andarmene il prima possibile.
Ma l’idea del boicottaggio di Mondadori o l’invito agli scrittori di abbandonare le case editrici del premier non mi convince, perché non siamo ancora arrivati a questo punto. Perché il catalogo Mondadori, quello dei classici Oscar, di Einaudi, Frassinelli e di altre case editrici continua a rispecchiare molto più il lavoro che autori e “editoriali” hanno fatto nei decenni per i lettori, che qualsiasi altra istanza. Credo che ogni danno inferto peserebbe assai meno sulle tasche e tantomeno sul potere di un certo azionista che sugli assetti della cultura di questo paese. E’ altamente irrealistico che possa esserci qualcosa che somigli a un travaso senza perdite. Se Mondadori si riducesse a una serie di autori stramorti in edizione economica, Bruno Vespa, Filippo Facci, “Amici”, libri di comici e calciatori, rievocazioni più o meno apologetiche del fascismo, ci saremmo epurati noi da soli. E’ questo ciò che vogliamo? Vogliamo anche noi dare un contributo al perfezionamento del modello culturale unico?

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373 Responses to Pubblicare per Berlusconi?

  1. dinosauro il 20 gennaio 2010 alle 13:56

    Ampia giustificazione per stare nella casa del nemico, niente da dire. Nel lungo intervento riemerge, invece, il solito ritornello della cultura messa in pericolo dalla destra. Ma davvero ritenete che la cultura con la C maiuscola sia vostro esclusivo patrimonio. Davvero credete che fuori dalla comunità di sinistra ci siano solo Vespa e Facci? Non siete convinti che l’intolleranza e una certo “razzismo culturale” sia vivissimo nel vostro ambiente. Davvero pensate che chi non scrive su l’Unità, La Repubblica, La Stampa. il Manifesto appartenga alla tribù degli inculturati. Pensate davvero che i neuroni che girano ellitticamente nel cervello di lettori di Libero, del Giornale, del Corriere della sera, del Foglio, del Tempo siano molto meno dei vostri?

  2. elena il 20 gennaio 2010 alle 13:57

    Grazie.
    No davvero: grazie.

  3. helena janeczek il 20 gennaio 2010 alle 14:06

    No. Infatti se tu sei di destra o comunque ti senti vicino alla linea del governo attuale, non c’è nessun problema se collabori con “il Giornale” e “Libero”. In più l’ho anche detto che il problema non sono i lettori di quei giornali, ma la linea editoriale e politica. Ma solo per coloro – ripeto- che per parlare di libri chiudono gli occhi e si turano il naso su tutto il resto.

  4. ele nuar il 20 gennaio 2010 alle 14:17

    applico la robin buc:

    io, i libri einaudi etc. li rubo.
    ieri, ad esempio, in un punto einaudi, ho rubato sopra eroi e tombe di ernesto sábato (meritoriamente ripubblicato da einaudi – einaudi e non altri!)

    non voglio “ingrassare” ulteriormente il presidente del consiglio,
    ma voglio continuare a “leggere”.

  5. Giorgio Di Costanzo (Ischia) il 20 gennaio 2010 alle 14:20

    … Fin qui le responsabilità degli intellettuali di sinistra… E quelli di destra?

    “Non esistono! In 20 anni la cultura di destra non ha prodotto niente: non c’è un film, una mostra. Al punto che i politici del centro-destra ogni tanto devono imporre alla Rai una fiction revisionista pur di dimostrare che qualcosa c’è”

    Intervista a un certo Pierluigi Battista, di Serena Danna, Il Sole 24 ore, 17 gennaio 2010, pag. 38.

  6. marco mantello il 20 gennaio 2010 alle 14:24

    Quello che sollevi è un problema molto complesso, Helena.
    Sulle meccaniche del mercato editoriale (ma non solo su quelle), e più in generale sui nessi fra vincoli di potere e vincoli affettivi ci ho scritto un romanzo, in questi quasi tre anni di permanenza a Berlino. Il libro comincia con l’immagine di un palazzo gotico, nella città di Roma…

  7. Apparenti contraddizioni | Liblog il 20 gennaio 2010 alle 14:44

    [...] presagi ho scoperto quest’articolo di Nazione Indiana, di cui vi riporto uno stralcio e che vi invito a leggere per [...]

  8. Alcor il 20 gennaio 2010 alle 14:55

    per @dinosauro, in aggiunta alla citazione di Di Costanzo, ecco un link a quello che gli risponde un altro della sua parte

    http://www.centrostudilaruna.it/romualdicultura.html

  9. Alcor il 20 gennaio 2010 alle 15:01

    e qui:

    http://www.identitaeuropea.org/archivio/terzapagina/ricciotti_veneziani2.html

    da cui estraggo questo – molto significativo, e che può spiegare ‘imbarazzo a definirsi “di destra” – :

    Veneziani completa oggi il suo pensiero con un saggio (La cultura della destra, Laterza, 2002) che, egli avverte, “poggia su un inganno: che abbiano ancora un senso la destra e la sinistra”. E spiega saggiamente la pratica sopravvivenza dell’alternativa considerandola “una finzione utile per intendersi e per designare gli emisferi di cui ha bisogno la politica per esprimere la sua natura conflittuale”. Comunque “destra e sinistra … designano in modo impreciso due mentalità pre-politiche, che riguardano cioè orientamenti e sensibilità di tipo culturale, esistenziale e sociale” (pag. V). La questione è poi complicata dal fatto che”…le culture della destra tendono a rifiutare l’etichetta di destra, preferendo parlare di cultura senza targhe ideologiche” (112).

  10. Alcor il 20 gennaio 2010 alle 15:01

    l’imbarazzo

  11. Pubblicare per Mondadori? « Monsterlippa il 20 gennaio 2010 alle 15:03

    [...] Janeczek, editor a progetto per Mondadori, scrive sul problema di lavorare e pubblicare per una casa editrice di proprietà di Silvio Berlusconi. In Mondadori si pubblicava – e si pubblica- dai Meridiani al libro degli Amici di Maria de [...]

  12. Alcor il 20 gennaio 2010 alle 15:15

    Quanto al pezzo di Helena, sono d’accordo, le case editrici ora possedute da Berlusconi e domani chissà da chi non sono comparabili a Libero o al Giornale, quello che fa da cornice al libro pubblicato è ancora il catalogo, non le pagine politiche.
    Cambiasse sostanzialmente il catalogo cambierebbe anche il giudizio.

    Resta il discorso su come è cambiata e continua a cambiare l’editoria. Farlo è importante, almeno quanto è frustrante.

  13. Pubblicare per Berlusconi? – Nazione Indiana il 20 gennaio 2010 alle 15:24

    [...] Guarda Articolo Originale: Pubblicare per Berlusconi? – Nazione Indiana [...]

  14. andrea inglese il 20 gennaio 2010 alle 15:24

    a dinos
    “Davvero pensate che chi non scrive su l’Unità, La Repubblica, La Stampa. il Manifesto appartenga alla tribù degli inculturati. Pensate davvero che i neuroni che girano ellitticamente nel cervello di lettori di Libero, del Giornale, del Corriere della sera, del Foglio, del Tempo siano molto meno dei vostri?”

    Solita confusione mirata.
    1) Chi scrive su Libero e il Giornale non so se è inculturato o meno, ma per lo più – come il caso degli articoli su Nori-Cortellessa mostrano – non fa giornalismo, anche se ha in tasca un doppio o triplo master conseguito a Oxford. Che non lo faccia scientemento o meno, a me poco interessa.

    2) I lettori di Libero non sono in causa, ma chi tenta di “laminare” i loro neuroni dandogli versioni altamente falsificate del mondo. Tipo: “Nori processato a Roma… ecc.”

  15. QuicoSabate il 20 gennaio 2010 alle 15:26

    Inutile ribadire che Berlusconi non l’avete mai visto (o chi per lui, la figliastra il figliastro ecc.) ma tant’è lavorate per il ‘suo’ mercato e la sua economia personale (o volete negare anche questo?)
    E se tutti coloro che dissentissero veramente dalla sua (in)cultura, dalla sua politica populistica e affaristica che ha portato questo paese al disastro totale non collaborassero e non lavorassero (e pubblicassero) per le sue case editrici forse qualcosa si muoverebbe e SARAMAGO (dico un premio Nobel che solo un demente come PiggìBattista si permette dall’alto della sua ignorazna lettararia di attaccare) non sarebbe stato costretto a traslocare da Einaudi!!!

    Continuate ad auto giustificarvi perché siete marci dentro e lo sapete: gente senza qualità che non solo serve come foglia di fico a questi miserabili schiavi del re, ma soprattutto vi tenete stretti il bottino economico che vi permette di vivere molto al di sopra della media degli italiani, senza far nulla di particolare, questa è la verità!
    ALtro che catalogo Einaudi (che è diventata una ciofeca immensa, basta vedere tutte le immani cazzate di scrittorucoli italiani che vengono pubblicate – tutti amici di amici -) o Mondadori che ha sempre fatto e ora più che mai schifo (mai comprato un libro e non ne sento la mancanza), anche Frassinelli è abbastanza decaduta per non parlare di Piemme (queste ultime due si salvano un poco per via di qualce autore straniero di successo come Eli Gottlieb – condivido in pieno il suo intervento sul sole24 ore di qualche tempo fa)

    Se avete veramente le palle e la coerenza tra ciò che scrivete e professate, trovatevi un altro lavoro anche al di fuori di questo campo, ma che vi possa dare una dignità che cosi proprio non potete professare

    D’altronde non condivido, come non ho mai condiviso e mai sono caduto nella trappola IPOCRITA DEI WU MING, DEI GENNA, DELLE LIPPERINI E COMPAGNIA VARIA (che sulle loro rivista di pseudo cultura di opposizione propagandano solo gli amici loro e coloro che pubblicano con le case editrici delle quali si occupano: un es? Kowalsky o la finzione dei lettori di Wu Ming, De Michele non è stato scelto dai lettori, ma è un loro amico, suvvia, basta ipocrisia), MA TANT’E’ QUESTA E’ L’ITALIA ODIERNA!

    P.s. ARidatece Gianni Agnelli (già una persona che paragona la Storia Culturale della famiglia Agnelli con quella dei berluscones dice tutto su chi è veramente!!!!)

    Caro Rocco, se ci fossi tu si che insulteresti con la tua lucida veemenza e in manera adeguata questo manipoli di ipocriti pseudo-acculturati senza né arte né parte!

    Se poi vi interessa tanto la distinzione politica, non sono né di destra, né di sinistra (nè queste attuali italiane né quelle storiche universali)

    Un (Vero) Anarchico (non di quelli che in Italia si chiamano compagni, i compagni noi Anarchici li avversiamo tanto quanto i fascisti, i destroidi,
    i liberisti, i conservatori, i progressisti, i radicali e tutte le fasce politche)

    Che ne sapete della libertà se vendete voi stessi per due euro in più?

    “La Beauté est dans la rue”

    “Quan més fosca la nit, men falta que sur el Sol”

  16. gherardo bortolotti il 20 gennaio 2010 alle 15:29

    in effetti mi sembra che il pezzo di helena sia interessante perché chiarisce una cosa precisa: la macchina mediatica del consenso (in questo caso berlusconiano) è un sistema complesso e molto articolato, che ha diversi margini e modi di utilizzo a seconda del canale.
    per dire: mi ricordo ancora un’intervista a feltri (era ancora a libero, credo) in cui chiariva come non fosse vero che i quotidiani siano meno influenti ma che, anzi, puntando su quelli che nella vita quotidiana sono gli opinion leader (era questa l’espressione che usava), cioè quelli più autorevoli, magari proprio perché leggono un quotidiano, hanno un effetto di disseminazione diversamente ma non meno efficace delle televisioni.

  17. QuicoSabate il 20 gennaio 2010 alle 15:34

    X Ele nuar Sobres Heroes y Tumbas, come El Tunel esistono nella versione della seix barral, chi li legge quelli einaudi? Cavolo parliamo di Ernesto Sabato che in Italia è quasi totalmente sconosciuto proprio a causa di editori del cacchio come Einaudi e co., mentre nel mondo è un nume tutelare ben più importante per esempio di Garcia Marquez!

    E di Rodolfo Walsh? e di quanti altri potremmo parlare che qui arrivano si e no dopo 30 anni? Ringraziate i Sandro Veronesi e compagnia bella, addirittura ci han fatto credere che era una novità 8bompiani) più di dieci anni fa Paura e Disgusto a Las Vegas, maddai in tutta europa era come la divina commedia moderna, ma già dagli anni ’70 e questi qua che difendono anche il fatto di lavorare per queste misere case editrici!!!

    SENZA VERGOGNA SIETE, SE AVETE LE PALLE CAMBIATE MESTIERE TUTTI E NON LAVORATE E/O PUBBLICATE CON QUESTE CASE EDITRICI berlusconi proprietario o meno che sia (finché gli portate dinè vedrete che non lascia la proprietà) ALTRIMENTI SIETE SOLO PERSONE SENZA QUALITA’ E DIGNITA’!

    O VI FA PAURA AFFRONTARE LA VITA COME LA MAGGIORANZA DEI MILIONI DI ESSERI UMANI CHE DOVENO LAVORARE ONESTAMENTE, MA CON PROFONDA DIGITA’, PER ARRIVARE ALLA FINE DEL MESE?

  18. marco rovelli il 20 gennaio 2010 alle 15:39

    Oggi Libero torna su di noi. Altre due pagine, stavolta su Scarpa con tanto di fotone. “Libero di scrivere” – che meraviglia questi cantori del Potere che si fanno passare per streghe.
    Noto tra l’altro che ancora una volta Libero – come al solito manipolatorio e violento, ribadisco – omette di considerare il nucleo argomentativo del discorso, ovvero la surdeterminazione ad opera del frame. Discorso che torna nei commenti di Cortellessa (al quale, ripensandoci, noto che Tiziano Scarpa non si è mai rivolto così come si rivolse al sottoscritto, per quanto io e Cortellessa abbiamo detto le stesse cose nelle stesse forme. Sui motivi di questa differenza non mi pronuncio).

  19. marco rovelli il 20 gennaio 2010 alle 15:51

    Su rassegna stampa della camera ho trovato anche quest’altro borgonovo, di ieri (quello di oggi si potrà leggere domani): http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&currentArticle=PEFAS

  20. véronique vergé il 20 gennaio 2010 alle 16:08

    L’articolo di Helena Janeczek è di una grande probità intellettuale.

  21. ele nuar il 20 gennaio 2010 alle 16:15

    però @QuicoSabate, nel punto vendita einaudi, “sopra eroi e tombe” era in bella mostra come un qualsiasi camilleri (o baricco etc.) nei megastore feltrinelli.
    se lo avesse pubblicato – ad es. – sellerio, l’avrei acquistato e certo non rubato.

    reato o (piccolissimo e forse strambo ) esempio di “resistenza quotidiana”?

    “disarmare” berlusconi, ad oggi, è impossibile (considerato anche il vastissimo esercito di soldatini più o meno “consapevoli” di cui dispone).

  22. Giacomo Giossi il 20 gennaio 2010 alle 16:20

    Mi verrebbe da dire che ci sono vari piani, che una cosa è il politico di sinistra che pubblica per Mondadori e una cosa l’editor che si occupa di letteratura, una cosa un critico e una cosa uno scrittore, una cosa una casa editrice e una cosa il giornale. Ma alla fine la cosa che mi pare trasparire di più dal pezzo di Helena Janeczek è la dignità, quella di difendere il proprio lavoro. E traspare anche una sorta di sofferenza in questo pezzo perché è dura sentire il peso addosso di una colpa non propria, come se Berlusconi e il lavoro a progetto lo avessero inventato tutti quelli di sinistra. E questa è un’altra differenza dalla destra: non è colpa nostra, ma ce ne assumiamo tutta la responsabilità e anche tutta la fatica di vivere in un mondo così.

  23. sergio garufi il 20 gennaio 2010 alle 16:21

    Io non penso che le categorie di destra e di sinistra non esistano più e che questo sia un tempo a-ideologico. Credo solo che ragionare in questi termini a proposito delle pagine culturali dei quotidiani equivalga ad adoperare degli strumenti di analisi vecchi e inservibili come gli attrezzi di un museo contadino: roba piena di ruggine, incrostata. A differenza di altri, che criticano per partito preso, io leggo spesso sia Libero che Il Giornale, oltre naturalmente a Repubblica, Il Manifesto, La Stampa, il Corriere, l’Unità e Avvenire. Lo faccio perché vado quasi tutti i giorni in biblioteca, quindi non pago. Leggo solo ciò che mi interessa, ossia le pagine culturali, e una differenza sostanziale la vedo fra i c.d. quotidiani di destra e di sinistra. Similmente a quanto afferma Helena a proposito di Mondadori, a me pare che in entrambi domini la stessa ideologia, quella del mercato, per cui i critici embedded sembrano propaggini del marketing editoriale, sempre pronti ad esaltare le nuove tendenze, quasi totalmente proni alla dittatura delle classifiche, ma a sinistra bilanciando quelle promozioni con l’appalto dell’inattualità al guru quarantenne (Baricco) o al vecchio solone che campa di ricordi (Citati); mentre a destra con una connotazione più ornamentale, decorativa, per pensionati con l’hobby della filatelia. Certo, esistono anche gli interventi militanti, tipo i Wu Ming su l’Unità o Parente su Il Giornale, ma sono espressione di un’ideologia politica, la letteratura che fanno o che promuovono? I giallisti del NIE e le narrazioni storiche dei WM sono di sinistra? E le urla scomposte di Parente, o gli slogan di Serino (che ha scritto dovunque, da Repubblica a Il Giornale al Domenicale a Rolling Stone e quant’altro), da che parte si posizionano? Non so da cosa dipenda questo “pensiero unico”, se dalla scarsa rilevanza dela cultura (quelle pagine le legge non più del 10% di chi acquista il giornale) o dall’inseguire i gusti della maggioranza dei lettori, che da buoni clienti hanno sempre ragione, so solo che per me è su questo che sarebbe più utile discutere e confrontarsi.

  24. Andrea Raos il 20 gennaio 2010 alle 16:21

    Grazie a Marco Rovelli ho appena letto le due paginate odierne di Libero.

    Piccola valutazione globale (ho letto anche quelle dei giorni scorsi): è stupefacente che mezzo commento su NI di quasi un mese fa abbia potuto scatenare una simile tempesta in un bicchier d’acqua.

    Trovo insomma incredibile il modo che ha questa destra italiana di esprimere in modo così contorto, direi quasi perverso, la propria strutturale sudditanza psicologica nei confronti della cultura di sinistra.

    Gente così, in una destra europea, non la prenderebbero nemmeno a lavare i pavimenti – e allora capisco meglio anche certe reazioni da vespe impazzite nei confronti di Fini.

    Mi pare di capire che i “cultureux” di Libero, Giornale etc seguono questi commenti; mi auguro che vorranno riflettere su questo. Sarebbe più utile (innanzitutto per loro, e i loro lettori) che non blaterare di processi, comitati e cortine fumogene varie.

  25. liviobo il 20 gennaio 2010 alle 16:24

    io penso che a destra siano eminentemente crape, con le debite eccezioni. d’altronde in molti punti la posizione della pur ottima h.j mi sembra faziosa senza essere rigorosa, come accade ormai di prassi alla sx. tanto per cominciare, che fa?, lascia la adelphi perchè pubblica bloy, uno dei più anarchici e potenti scrittori dell’800, amato da autori come (l’ebreo) levinas, scambiandolo anziché per un antesignano semmai di celine, per un nazista (dunque senza nemmeno storicizzarlo), e gli preferisce mondadori, solo perchè lì è tanto lontana dai vertici da non “accorgersi” della sua linea. per me fa pure bene a restarci, ma per ripiego, nella consapevolezza che un editore si giudica innanzitutto dalla scelta qualitativa, dalla cura, dalla grafica, secondariamente dal merito sociale e in senso lato politico, e secondo entrambi i parametri, mond. è assai peggio di adelphi. poi finisce per accreditare e avallare la criminale e ipocrita operazione con cui la dx spaccia la “licenza”, il comodo, il permesso per libertà… se la libertà è un sentimento, quello del poter essere, se è un rapporto con l’infinità del possibile, la libertà del liberismo mondadoriano, derivando da un calcolo di profitto, non può in alcun modo definirsi tale… infine delega la sua libertà di scelta al padrone…
    sono convinto della buona fede di h.j., ma non condivido per nulla.

  26. uno il 20 gennaio 2010 alle 16:38

    Limpidissima e condivisile a mio parere la posizione di Helena, anch’io la ringrazio.
    QuicoSabate, anche a me piace Sabato (e sto cercando El Tunel in italiano, cazzarola), ma non me la prenderei con un editor collaboratrice a progetto se non lo pubblicano… E il lavoro di Walsh, fatte le dovute proporzioni, non mi sembra così distante, se non altro in termini di impegno civile, da cose che si pubblicano oggi in Italia, pure per la malefica Mondadori

  27. Alessandro Ansuini il 20 gennaio 2010 alle 17:10

    ma se c’è tutta questa libertà da mondadori e einaudi, se siete con il cuore in pace perché tutte queste letterine di giustificazione? siate sereni. è nori quello cattivo. voi che pubblicate e lavorate e prendete lo stipendio in mondadori invece siete a posto. basta giustificazioni. oppure domandatevi perchè vi viene voglia di giustificarvi.

  28. QuicoSabate il 20 gennaio 2010 alle 17:12

    Mi spiace se la mia veemenza (si dovrebbe capire anche dagli errori di ortografia, scrivendo veloce come parlo….) abbia dato l’impressione di avercela con la Janeczek (ovvero, non soprattutto e non solo con lei):
    in realtà ho citato (non piero il ‘vecchio solone’ citati, che però almeno qualcos da insegnare almeno a chi ama Gadda ha, a differenza del Garufi di cui sopra che è addirittura membro dell’Accademia degli Ispanisti Italiani – e chi cazzo li ha mai sentiti?) altri nomi ‘Noti’ nell’editoria italiana tanto per rendere l’idea di come funzionano le cose altro che militanti i Wu Ming o i Genna o le Lipperini, insomma ritorna l’IPOCRISIA come base dei markettingari (neologismo che mi attribuisco) nostrani (si noti anche il noi utilzzato dal Rovelli).
    Insomma, diaciamo che condivido il ‘non condivido’ di Liviobo

    perchè ripeto: SE TUTTI COLORO CHE LAVORANO PER L’EDITORIA E NON CONDIVIDONO REALMENTE L’ITALIA CHE I BERLUSCONES HANNO ORMAI MARTORIZZATO, DECIDESSERO DI NON LAVORARE E/O PUBBLICARE CON QUESTE CASE EDITRICI (Caro Uno finché è così il Tunél non lo troverai mai in Italiano)

  29. marco rovelli il 20 gennaio 2010 alle 17:18

    “ritorna l’IPOCRISIA come base dei markettingari (neologismo che mi attribuisco) nostrani (si noti anche il noi utilzzato dal Rovelli).”

    vuoi spegare di grazia che cosa intendi?

  30. helena il 20 gennaio 2010 alle 17:18

    Prego insulti e simili alla seconda persona singolare.

  31. QuicoSabate il 20 gennaio 2010 alle 17:25

    2-) A CHI AFFIDEREBBERO TALI LAVORI? Pensate davvero che sia una giustificazione reale quella posta alla fine della riflessione della Janeczek: “E’ questo ciò che vogliamo? Vogliamo anche noi dare un contributo al perfezionamento del modello culturale unico?”
    O solo una questione di lana caprina? Non vorrete mica credere ora che questa sia resistenza dall’interno, suvvia, non ci prendiamo in giro (o quantomeno io non mi faccio prendere in giro da tali cavolate), se poi non sono d’accordo nemmeno con l’incipit di questo mio commento, ovvero in realtà si ce l’ho anche e soprattutto con la Janeczek che afferma di aver lasciato la possibilità di avere a che fare con Roberto Calasso perché ha pubblicato Leon Bloy, preferendo andare a lavorare con la Mondadori………….mi pare ci sia ben poco da controbbatere e discutere, se lo dicono da soli che preferiscono vivere da cocopro (ben retributi) piuttosto che dover laorare come le persone normali, cosa che nessuno gli nega, ma che voglian passare per difensori della libertà contro il pensiero unico e di fare resistenza umana (visto sabelli fioretti che fine gli ha fatto fare al settimanle Cuore?), insomma prendete per i fondelli chi ve lo permette per favore e lasciate stare la libertà e la cultura che per fortuna non c’entra nulla nè con voi, né con l’Italia attuale 8in quest’ultimo caso per nostra sfortuna).

    Cari saluti a chi veramente lavora ogni giorno dovendosi spaccare il culo poer arrivare a fine mese e continua a leggere la vera cultura e a farla veramente lavorando nella/dalla strada e se si fregia di qualche titolo è quello di NON AVER MAI TENATO DI PUBBLICARE con (inserite quasi tutte le case editrici italiane; fandango – alla quale come dice il buon Rezza manca solo una compagnia area e una birra nazionale – e minum fax comprese)

    “Senza casa né lavoro, Louis Lamarre aveva pe rò qualche soldo in tasca. E’ entrato in una drogheria di Saint-Denis, ha comprato un litro di petrolio (all’epoca era meno caro di oggi) e se l’è bevuto”

    Félix Fénéon

    Adieu

  32. QuicoSabate il 20 gennaio 2010 alle 17:29

    Markettingari = Coloro che fanno Marketing + Markette

    P.s. non sono insulti le opinioni ‘individuali’ rispetto a chi si mette in gioco pubblicamente attraverso la letteratura, l’editoria o qualsiasi altro ruolo pubblico (sennò potrebbero, ripeto, fare un lavoro come tanti ed evitare di entrare nel marketing pseudo-culturale, nessuno li ha obbligati, se non il desiderio molto concreto e italiano del “pur sempre meglio che lavorare”!)

    Deu

  33. marco rovelli il 20 gennaio 2010 alle 17:42

    Ma chi sei tu, se non il solito ignoto col dito puntato. Chissà che fai tu, chi sei davvero, facci vedere il tuo conto in banca. Io la mia busta paga di insegnante part-time te la posso pure mostrare, per dire. E guarda il caso, ho appena rinunciato a un po’ di bei soldini che mi sarebbero venuti da una collaborazione con una rivista di destra. Quindi markettingaro vallo a dire altrove, pls. [Ah, gli anarchici si sono sempre chiamati compagni. Dopodiché, se l'unico anarchico vero sei tu, beh, il solipsismo è immedicabile]

  34. helena il 20 gennaio 2010 alle 17:42

    Lavoravo con Roberto Calasso e ho preferito Mondadori. Ho fatto una scelta. Non per questo sono troppo deficiente per saper storicizzare Leon Bloy. Si trattava della mia condivisione a una linea editoriale che mi pareva in quel momento avere una determitata valenza politico-culturale. Che trattandosi di quel tipo di editore e interlocutore o mandi giù e stai zitta, o ne trai le conseguenze.

  35. QuicoSabate il 20 gennaio 2010 alle 17:51

    Quando non si sa più che dire, Toccato sul vivo?
    Vieni a Barna a chiamarci compagni,
    il sabato mi trovi alla libreria della CNT-FAI, Carrer Joaquín Costa, 34 poi te lo mostro io il conto in banca (se vuoi hai anche l’email scrivimi lì cosi vedi come ti rispondo, altro che insulti, rosicone di quarta categoria)

    Sempre chiamati compagni ah-ah-ah

  36. Tito Puente de la Ghisolfa il 20 gennaio 2010 alle 18:01

    QuicoSabate, leggiti qualcosa, qualunque cosa, di/su Berneri, Malatesta, Galleani, Di Giovanni, poi vallo a dire in giro che non si chiamavano “compagni”, e qualunque anarchico di qualunque corrente italiana chiama “compagni” i suoi sodali, dai tempi di Andrea Costa. A Barna useranno un’altra parola perché parlano catalano, in Italia la parola è sempre stata “compagno”, che lo vogliano ignoranti come te oppure no.

  37. marco rovelli il 20 gennaio 2010 alle 18:07

    Che dirti, in Italia funziona così, in Spagna non so. Per il resto, ti assicuro che sto benissimo, non rosico, e mi limito a enunciare fatti (passo e chiudo, andare avanti a suon di insulti non è il mio stile).

  38. Lucio Angelini il 20 gennaio 2010 alle 18:16

    Direi che la Mondadori assicura la circolazione e l’arrivo in libreria dei libri che publica, e questo è un dato positivo. La sua linea è “coprire ogni tipo di domanda”, per cui pubblica sia libri a-ideologici, sia libri più o meno fortemente improntati a svariate ideologie, anche contrapposte. Finché l’azienda non impone la tessera di partito a chi ci lavora, trovo davvero ozioso porsi problemi di coscienza. Altrimenti dovremmo rifiutarci di lavorare o acquistare prodotti di qualunque impresa (tessile, alimentare, edile… ) i cui proprietari non simpatizzino per il Che Guevara.

  39. dinosauro il 20 gennaio 2010 alle 18:16

    NON APPARTENGO ALLA DESTRA! Mi dispiace che qualcuno, come al solito, per rispondermi, disquisisca sulla destra e la sinistra. Voi di destra e noi di sinistra. Voi disgraziati noi eletti ecc. Leggo, senza alcun problema, tutto ciò che riguarda la cultura in genere e la letteratura in particolare. Non sopporto, anzi lo ritengo profondamente non culturale ragionare e confrontarsi secondo pregiudizi. L’intolleranza a-priori per una testata giornalistica, un libro, una rivista, una casa editrice non lo sopporto. Nei vari blog, in questi giorni, ci si scaglia contro Libero con una gran quantità di epiteti, e quasi tutti hanno dichiarato di non averlo mai letto. Io, ogni tanto lo leggo e spesso non condivido la scelta degli argomenti ed i contenuti, soprattutto di natura politica. Sovente, invece, apprezzo le pagine culturali. La polemica su Nori che scrive per il maledetto giornale, dimostra proprio il limite culturale di tanti critici e giornalisti. Cortellessa rappresenta bene questa comunità “eletta”. Una comunità autoreferenziale, allergica al confronto, che preferisce alle opinioni le sentenze inappellabili. Adesso, stanco di pensare alle cose che scrivono: Cortellessa, Lipperini, Forlani, Inglese e dei “processi” che promuovono, mi rituffo tra le letterarie pagine di Suttree.

  40. Alcor il 20 gennaio 2010 alle 18:29

    @dinosauro, ma li hai letti i link che avevo postato alle tue domande?

    riporto qui anche le tre ultime righe sotto il secondo:

    “La questione è poi complicata dal fatto che”…le culture della destra tendono a rifiutare l’etichetta di destra, preferendo parlare di cultura senza targhe ideologiche” (112).”

    ma che male c’è a dichiararsi di destra? perché tutto questo imbarazzo, tutta questa vergogna? perché preferire il brodino tiepido della “cultura senza targhe ideologiche”?

    molto meglio Veneziani, a me piace sapere con chi parlo, e quando so con chi parlo continuo poi a parlarci e anche a leggerlo, se ne vale la pena e ha delle cose da dirmi.

  41. Girolamo De Michele il 20 gennaio 2010 alle 18:30

    @ QuicoSabate
    Dal momento che mi tiri in causa, rispondo, per rispetto a questa rivista on line, nella quale ho degli amici (e anche dei contraddittori) e dei suoi lettori:
    1. la pubblicazione del mio “Tre uomini paradossali” è stata favorita dal comitato di lettori “iQuindici”, che lessero il manoscritto inviato loro via mail e lo segnalarono, assieme ad un altro romanzo che nel frattempo aveva trovato un contratto con un altro editore; i Wu Ming, nella persona di uno di loro, si sono limitati a recapitare il manoscritto a Severino Cesari, senza leggerlo, e chiarendo a Cesari che non esprimevano giudizi perché avevano deciso di fidarsi del giudizio de “iQuindici”; la decisione di propormi un contratto l’ha presa cesari, dopo essersi consultato con due collaboratori, e non altri;
    2. non conoscevo i Wu Ming prima di questa vicenda (avevo incrociato uno di loro nei centri sociali, ma più di un decennio prima), né Loredana Lipperini o alcuno degli scrittori della blogsfera con i quali sono diventato amico; peraltro, di queste amicizie ne vado fiero;
    3. com’è noto a molti, io lavoro dall’1 al 31 del mese come insegnante, sono entrato in ruolo dopo anni di precariato nella scuola, preceduti da altri anni di precariato in ogni campo, dal “lavoro intellettuale” a quello “manuale”; insegnavo prima di scrivere romanzi e continuo a farlo adesso, onestamente e senza paura di dirlo; e come me quasi tutti gli amici scrittori e gli scrittori amici che frequento, e che non fanno mistero del proprio “lavoro”;
    4. non prendo lezioni di anarchia né di libertà da uno che sventola il più triviale “andate a lavorare”, dimostrando così di essere asservito all’ideologia che vuole il lavoro un valore e un discrimine.

  42. Tito Puente de la Ghisolfa il 20 gennaio 2010 alle 18:33

    Un anarchico che dice “Andate a lavorare” NON è un anarchico, semplice.

  43. QuicoSabate il 20 gennaio 2010 alle 18:38

    Spero che al di là delle offese ‘istintive’ che ho scritto (e del quale in effetti potevo francamente farne a meno) qualcosa nei vostri confronti abbia smosso:
    ripeto se i Saviano (citiamo i più famosi, ok? cosi non si offende nessuno), i Rampini (e tutti gli altri giornalisti della S/Repubblica), gli Odifreddi, ma anche gli Evangelisti, i Wu Ming e cosi via passando per i traduttori, gli editor, i ghost writer fino all’ultimo portalettere, smettessero di pubblicare (e lavorare) per le proprietà di Berlusconi non sarebbe meglio? Non penso avrebbero problemi a trovare altri editori o sbaglio? (Forse i portalettere si, vabbeh dai)
    Magari guadagnerebbero qualcosa di meno però anche il sor berlusca perderebbe in money (perchè vorrei vedere se pubblicasse solo i feltri-ci, i facci-da-minchia, i finto veneziani, i mugghini-osi, i minchiolini, i betulliani ecc. che fine farebbe economicamente quella casa editrice e cosa pubblicherebbe all’estero, sai che ridere), come ha ben detto Saramago: bisogna rivoltare la fritatta, non è lui che fa guadagnare chi lavora per le sue proprietà, soprattutto se si tratta di intellettuali, scrittori, artisti, registi ecc. ma semmai il contrario (a lui serve per far giocare i suoi schiavetti con il discorso – iverecondo e disonesto lo capisco, ma quanti lo capiscono in Italia? – pagato da lui: saviano = fede).
    Ma soprattutto potrebbero allora si erigersi a veri intellettuali di una cultura realmente di opposizione e soprattutto avere una dignità che or, come ora (per lo meno chi segue dal di fuori tale questioni) sembra che porprio non abbiano, sembrano tali dispute alle persone comuni, le stesse tra i politici, ovvero tanto alla fine state meglio di noi e andate tutti a mangiare insieme…..poi ripeto ognuno è libero di fare le sue scelte (ma con Durruti tanto liberi di fare le scelte sbagliate non lo si era, al di là dell’elegia attuale), ma altresì una volta scelto di stare nell’arena mediatica anche il solito ignoto (ovvero signor nessuno) come me ha il diritto di pensare ed esprimere le sue opinioni su tali personaggi (fino a quando non censureranno anche la rete, seppur mi pare di aver sentito che in Italia già qualcosa abbiano fatto in questo senso)

    Di nuovo scusate l’irruenza e la veemenza,

    Deu

  44. QuicoSabate il 20 gennaio 2010 alle 18:41

    Qui a Barna gli Anarchici hanno sempre lavorato con fierezza e così sarà sempre, non per un valore imposto dalla società,
    ma per un valore umano e individuale, se poi volete far passare l’Anarchia per fancazzismo liberi di farlo.

    Mi trovate sempre ogni sabato a ‘lavorare’ in Via Joaquin Costa, 34 nella parte alta del Raval

    Deu (e che sia il penultimo saluto davvero)

  45. Tito Puente de la Ghisolfa il 20 gennaio 2010 alle 18:42

    In italiano “andate a lavorare” ha un senso preciso, lo dicono di solito i reazionari, i qualunquisti e i razzisti a chiunque metta in discussione lo stato delle cose.

  46. liviobo il 20 gennaio 2010 alle 19:09

    condivido angelini…ma io non butto la croce addosso a nessuno per le scelte lavorative.. peraltro siamo esseri ad anabolismo alimentare, per così dire… nè possiamo prescindere da ragioni emotive e relazionali in queste scelte… ma non mi sembra che quella di h. j si possa decantare come una scelta esemplare. non ci vedo alcun rigore: perchè non è andata a discutere con la dirigenza “la determinata valenza politico-culturale” dei libri di vespa? come si possono digerire i libracci di costui e impuntarsi su quelli di bloy?
    per cui, parafrasando S.filippo neri, direi: evitate la mondadori, se potete

  47. christian raimo il 20 gennaio 2010 alle 19:36

    Un pezzo intelligentissimo, che prova a articolare un discorso complesso, sui rapporti tra potere e cultura. Grazie, Helena. Questo è per me la sinistra. Probabilmente, come fa notare Sergio Garufi, viviamo in un tempo piuttosto a-ideologico, dove però le “ideologie” denotavano appunto elaborazioni complesse. Socialismo, comunismo, egualitarismo, il liberismo nei termini in cui ha provato a delinearlo nell’ambito della sua esperienza personale Helena… A tutto ciò si è sostituita una semplificazione azzerante, omologante, incapace al tempo stesso di essere sintetica. Questa sciatteria, questa devastazione di qualsiasi pedagogia, questa incompetenza diventata regime politico e culturale è la destra: ha il suo palco d’onore sulle prime pagine di Libero, nel telegiornale di Minzolini, e si prende i suoi spazi (piccoli o grandi) anche in tante aree sinistrorse, dai giornali alle case editrici per cui lavoriamo e scriviamo. Fare militanza lì, ogni giorno, con le proprie idee e non con le proprie bandiere è una pratica per me necessaria.

  48. marco mantello il 20 gennaio 2010 alle 19:39

    Secondo me la questione, grave in sé, riguarda proprio le logiche di mercato, cui sottostanno i grandi editori generalisti (tutti gli editori generalisti).
    La scrittura (l’attività dello scrivere, che è una cosa faticosa e coinvolge il sistema nervoso) è spesso mortificata da questa logica, cui si lega anche un problema di ‘gusto dominante’ presso gli addetti ai lavori/editors, etc..
    In base a questa logica, un editore come la Mondadori dovrebbe pubblicare anche chi quella logica la sputtana, purché la cosa venda.
    Insimma la scelta di libro sembra essere un costante inno alla falsità, alla manipolazione. Questa logica è semplicement omicida, secondo me, perché ti fa sentire, alla lunga, preso per il culo come autore, o come lettore, o come persona di sinistra..
    Voglio dire siamo sicuri che la riduzione di un romanzo a ‘prodotto commerciale’ non incida a priori sulla scelta dei contenuti? Siamo sicuri che non ci siano nessi fra il ‘come si racconta qualche cosa’ (lo stile, e in termini economici la vendibilità di un’opera scritta in quel dato modo) e il ‘che cosa si racconta?’
    E siamo sicuri che riducendo un romanzo a ‘prodotto vendibile’ si arrivi comunque a ‘incidere’ sulla sensibilità di un lettore, cioè a diffondere un messaggio politico credibile?
    Come si spiega, infine, la scelta di un editore generalista di pubblicare romanzi che vendono al massimo quattro-cinquemila copie, se non in termini di fallimento dell’operazione? Si spiega in termini di gusto degli addetti ai lavori, o di conoscenze, o dell’appartenenza dell’autore a un certo ‘ambiente’, o ‘sottobosco’?
    Conta qualcosa il talento, quando non è vendibile?

    A mio parere il rapporto Mondadori-potere politico è una cosa molto più complessa, in parte irriducibile a questo schema mercantilistico comune a tutti i grandi editori, uno schema che tende ad appiattire ciò che viene pubblicato (non solo in Italia) nella figura del ‘prodotto commerciale’, con il suo ‘ciclo vitale’ e i suoi ‘film tratti da’.

    Il rapporto Mondadori-potere politico è un rapporto molto più trasversale, in parte connesso a una lotta avvenuta negli anni ’80 a suon di ‘lodi’, che ha spaccato in due settori confindustriali di riferimento la grande editoria italica (compresi i giornali) e al contempo ha mantenuto intatti molti ‘legami personali’ fra gli addetti ai lavori (si chiama ‘soliarietà orgnaica’ -Durkheim, ed è riscontrabile nella realtà, se siamo onesti).

    Nel caso specifico della Mondadori, sarebbe ingenuo, anzi sarebbe frutto di una logica aziendale corrispondente alla visione belusconiana dell’editore generalista che pubblica tutto ciò che ‘vende’, anche ‘roba di sinistra’, negare che ci siano state connessioni fra scelte di mercato e scelte politiche.

    Un esempio su tutti: se non ricordo male la Mondadori ha pubblcato in un numero abnorme di copie, a ridosso delle elezioni, un libello-propaganda sull’attuale presidente del consiglio, inviato a tutti gli italiani gratuitamente.

    Infine, la Mondadori ha in consiglio di amministrazione due figli di Berlusconi. Suppongo che essi non abbiano voce in capitolo sui criteri di selezione editoriale di un manoscritto. La regola astratta dice: purché venda, quindi si tratta di valutare il lavoro di un editor in base a quanti soldi porterà a casa con le sue scelte? O si tratta di riconoscere che è proprio questo criterio mercantilistico del ‘purché venda’ a garantire pluralismo e autonomia di scelta a un editor della Mondadori?
    Se la risposta a uno qualsiasi dei due interrogativi appena posti è si, il risultato a mio avviso non cambia. La letteratura ‘di massa’, quella degli editori generalisti, può esprimere anche prodotti dignitosi, ancorché manipolati nella loro forma e nei loro contenuti dall’esigenza di ‘vendere’, ma rimane assolutamente addomesticata a un sistema intangibile di selezione, costruzione del testo, diffusione e propaganda del prodotto finale. Si tende, in tal modo, a uniformare il gusto dei ‘consumatori di cultura’, a creare una ‘domanda’, e non solo a rispodnere a una ‘domanda’ di cultura proveniente ‘dal basso’ attraverso la spasmodica ricerca del best selelr annuale.
    I consumatori di cultura non sono più un èlite di borghesucci e borghesi alti, piò o meno bassi, medi, quelli stanno nei salotti, o al limite fanno parte del sottobosco in qualità di scrittori, giornalisti, etc). I consumatori di cultura cui si rivolge il prodotto libro sono ‘gente comune’.
    Qual è l’impatto politico di questo sisitema di produzione della ‘letteratura’ che garantisce autonomia decisionale a un editor della Mondadori? Da un lato una tendenza all’uniformità e alla conformazione del ‘prodotto-libro- (magari editato a tre-quattro mani), una tendneza che taglia le gambe a tanti autori di talento perché ‘non vendibili’; dall’altro il proliferare di un sottobosco, spesso trasversale, di addetti ai lavori, giornalisti, uomini della tv, etc., che si fanno sistema e concorrono a definire un ‘gusto’, spesso attraverso il passaparola, il sentito dire, o quella che Morley Callaghan chiamava ‘la reputazione’ di uno che scrive.
    A ciò deve aggiungersi l’esisenza di fatto di un sistema di recensioni, presentazioni del prodotto libro a ridosso della sua uscita, correlato al ‘logo’ della casa editrice e alla gestione del mercato della ‘distribuzione’ del prodotto -le librerie Mondadori. E le librerie Feltrinelli-
    Tralascio l’analisi dei criteri di pubblicazione della ‘poesia’ in Italia e mi limito alla narrativa ‘generalista’ e al suo impatto sulla cosiddetta ‘gente comune’. La mia impressione è che in Italia ci siano mucchi di ‘lettori’ di libri Mondadori (e non solo) che non vedranno cambiato il loro modo di ragionare dalla lettura di quei ‘prodotti’, inseriti in un sistema di distribuzione idoeno esso stesso a diffondere ‘valori’.
    Si consuma. Tutto qui. Ci si scandalizza per il libro di denuncia, si firma qualche petizione on line sulla gisutizia, e poi magari si continua a votare pdl, ad essere razzisti con i cinesi, e a leggere i romanzi della Mondadori sulla tazza del cesso dopo le abluzioni serali. Intrattenimento, dunque. Al massimo stimolo.
    A cosa serve un libro? Che cos’è che mi ha dato la lettura dei Fratelli Karamazov e che non mi darà mai Wu Ming? E’ solo una questione temporale? E’ davvero sempre esistita, è valsa anche per i cosiddetti ‘classici’ la logica che ho tentato per sommi capi di descrivere?

    p.s. Alcune precisazioni su me stesso, sperando di non cadere nel meccanismo della ‘excusatio non petita, accusatio manifesta’, poiché non mi sto scusando di niente, cerco solo di essere chiaro… Come autore ho pubblicato alcune poesie e alcuni racconti sotto il logo della Mondadori, senza ricevere censure di alcun tipo. Mi sono fatto un’idea, minima, su questi temi e ho maturato delle opinioni, anche in base a quella breve esperienza. Oggi come oggi non pubblicherei un romanzo per la Mondadori e in questo c’è almeno reciprocità, perché quello che scrivo è assolutamente non vendibile e quindi privo di interesse per qualsiasi editore generalista (non solo per la Mondadori). Un tempo provavo risentimento, e forse anche un senso di esclusione. Oggi, per fortna, ho imaprato a fregarmene, a mantengo una grande fiducia nel mio talento.

  49. marco mantello il 20 gennaio 2010 alle 19:42

    Alla riga otto del mio intervento sono saltate alcune lettere (principio di dislessia…). Avevo scritto:

    ‘Insomma la scelta di pubblicare un libro….’

  50. Improduttivo il 20 gennaio 2010 alle 20:01

    leggo sopra: “la surdeterminazione ad opera del frame”.

    La surdeterminazione ad opera del frame? Sur-determinazione, è! Del Frame, del frame, assai.

  51. Chax il 20 gennaio 2010 alle 20:07

    cultura di Destra, cultura di Sinistra…
    ma vi rendete conto di quanto sia becero questo dibattito?

  52. sergio garufi il 20 gennaio 2010 alle 20:23

    In questo paese la destra è sinistra e la sinistra è maldestra, forse la confusione nasce da qui.

  53. il domenicale il 20 gennaio 2010 alle 20:37

    ‘Questa sciatteria, questa devastazione di qualsiasi pedagogia, questa incompetenza diventata regime politico e culturale è la destra’.

    Siccome secondo me (il domenicale), la questione non può essere affrontata nè in questo fare apodittico, dilettantesco (e pure borioso, alle volte!); nè nel seguente modo – una specie di aforisma che perde in arguzia e acquista soltanto in snobismo lezioso:

    ‘In questo paese la destra è sinistra e la sinistra è maldestra, forse la confusione nasce da qui’

    forse dovremmo (dovreste) approfittare per fare un po’ di sana autocritica, noi (voi) della cosiddetta sinistra, oggi, in Italia; un’autocritica non leziosa, non snob, perchè (anche) il pensiero para-sinistrese, le idee di letteratura compendiate in quegli aforismi snob e leziosi hanno portato a questo sconqu-asso. mi pare indiscutibile.

  54. temptative il 20 gennaio 2010 alle 20:41

    grazie anche da parte mia ad helena j. per il resoconto personale che illumina una parte della nostra storia recente.
    le cose cambiano velocemente. perché nessuno parla della passività degli “utenti” di cultura e politica, del perché non c’è “fame” di questo. secondo me la domanda è questa.

  55. lucy il 20 gennaio 2010 alle 20:41

    la cultura è cultura, e in quanto cultura: dibattito, confronto, riflessione, ascolto, rielaborazione, creatività, tolleranza, apertura, profondità, sincerità, uguaglianza, solidarietà non può essere di destra. se essere di destra significa essere conservatori, possiamo parlarne. se essere di destra significa essere di destra all’italiana: buuuuuuuuu! compreso veneziani, un grandissimo bluff.

  56. sergio falcone il 20 gennaio 2010 alle 20:46

    Sono d’accordo con QuicoSabate.
    Finalmente qualcuno che ha il coraggio di dire la verità.
    Per quel che mi riguarda, piuttosto che pubblicare per Berlusconi, preferisco continuare ad essere ignorato. Anche da alcuni dei sedicenti intellettualini, e presuntuosini, gauchistes da salotto con tanta puzza al naso, che si affacciano in rete. Quelli con le amicizie che “contano”. MaFfia.
    Che Iddio, si fa per dire, ce ne scampi e liberi!
    Costoro hanno un piede nelle case editrici che “contano” e fanno pure gli antagonisti. Ma di cosa si tratta? Della doppia tessera del Partito Radicale? O dell’italiota doppiezza?… Franza o Spagna, basta che se magna?
    E’ la vecchia storia del compagno Lucio Magri, e non solo, per fare un esempio facile facile, che si perpetua all’infinito. “Rivoluzionario” a tempo pieno, ma da “cietopoliticodirigente” e frequentatore, al tempo stesso, dei luoghi dell’alta “bovghesia” romana.
    E poi qualcuno si chiede come è che abbiam perso…
    Chi nella vita non ha il coraggio di rischiare qualcosa, è bene che smetta gli abiti del rivoluzionario ed è opportuno che plachi i suoi bollori falso & finto-insurrezionalisti, tanto ridicoli, quanto meschini e piccolo-”bovghesi”.

    Oh yes!

    http://www.youtube.com/watch?v=bX8WhRbNHTA

    ***

  57. helena il 20 gennaio 2010 alle 20:55

    Non ho nessuna velleita rivluzionaria. Ma mafia lo dici a tua sorella.

  58. sergio falcone il 20 gennaio 2010 alle 21:01

    M A F I A full stop

  59. sergio falcone il 20 gennaio 2010 alle 21:06

    Inoltre, non mi riferivo, cara Helena, alla tua augusta persona.
    Hai forse la sìddetta coda di paglia?
    Perdona se uso l’italiano, non so come si dice in francese (codadipaglia).

  60. sergio falcone il 20 gennaio 2010 alle 21:14

    In Italia, qui ed ora, anche un Arthur Rimbaud non riuscirebbe a pubblicare, senza le “adeguate conoscenze”. E questa è mafia o no?

  61. helena il 20 gennaio 2010 alle 21:21

    Dopo aver mandato giù un insulto tipico francese, vorrei dirti: in Italia esistono persone che si fanno il culo per cercare di far pubblicare i libri di chi conoscenze non ne ha. Non sono magari moltissime, ma esistono. Nei blog, nelle riviste, nelle case editrici che tu definisci in toto come roba da salotto. Ma non credo che tu abbia alcuna voglia di prendere per buono quel che ti dico. E lo ripeto: mafia a me non lo dici, senza provarmi dove con chi in che modo avrei agito secondo le logiche del pappa e ciccia.

  62. Giacomo Giossi il 20 gennaio 2010 alle 21:34

    Sì certo adesso è colpa di Lucio Magri…
    Sbagliare il bersaglio, quando si fanno accuse dure e pesanti, non è più un errore, è qualcosa di peggio. E’ l’incapacità di vedere oltre i propri rancori. Le accuse anche feroci sono utili i rancori no e non interessano a nessuno.

  63. liviobo il 20 gennaio 2010 alle 21:39

    ma sì … ci vorrebbe un po’ di spietatezza, un po’ di crudeltà artaudiana, un po’ di smania d’assoluto, altro che tutti questi paraculismi reciproci… qua dentro…

  64. sergio falcone il 20 gennaio 2010 alle 21:42

    E’ cosa penosa e triste. Quando le proprie parole non vengono intese nel loro vero significato.
    Non ho altro da aggiungere.
    La polemica è diventata sterile.
    Vi lascio alle vostre belle case editrici.
    Ho altro nel cuore.
    Un saluto a QuicoSabate.

  65. sergio falcone il 20 gennaio 2010 alle 21:52

    … e un “ben detto!” a Liviobo.

  66. Mauro Baldrati il 20 gennaio 2010 alle 21:57

    La discussione è aspra, e ritengo che chi afferma di non avvertire più differenze tra destra e sinistra, perché le considera categorie morte, esprima un disagio e una delusione che non va sottovalutata né aggredita. Oggi l’avvitamento sulla solitudine pubblica, che diventa rancorosa, e si rivolge contro se stessi, è una tendenza diffusa, purtroppo.

    Ciò premesso, trovo rischioso parlare di scrittori di destra o di sinistra. A parte il sempre citato Céline, Scerbanenco era di destra, anche se non si dice, preferendo, come per esempio fa Lucarelli, qualificarlo come uomo pre-68; invece il suo back law & order si sente, nei romanzi; però era un grande, che noi di sinistra leggiamo, ed è tra i nostri maestri assoluti del noir, un vero dio.

    Gli scrittori, come tutti, hanno delle miserie, delle contraddizioni, delle viltà, degli egoismi, dei rancori. Talvolta questi aspetti transitano nelle opere, e allora vi è una caduta verso i sentimenti bassi, anche nello stile, Perché la destra è questo: sentimenti bassi, triviali, rancore, egoismo, invidia, disprezzo, razzismo, paura, amoralità, aggressività. A mio avviso un solo scrittore, nella storia, ha saputo esprimere questi sentimenti bassi, trasformandoli in una forma superiore di poesia nera, compiacendosi nel dolore, nella bruttezza, nella solitudine di chi finge di fuggire e invece resta, per lamentarsi e inveire: Baudelaire. Ma è un caso unico, un capolavoro di scrittura di destra, che non c’entra con la posizione del suo autore (che, semplicemente, non aveva una posizione), anche se questa è un’opinione del tutto personale. Oggi vedere uno in gamba nella scrittura come Nori che va su un bollettino di sentimenti bassi in nome della libertà della sua pagina privata a me mette tristezza. Non ho accuse, né condanne. La considero una fuga, una de-responsabilizzazione, tipica di questi tempi, di quest’epoca sventurata del kali-yuga.

    Per il resto concordo con Helena, ha scritto un pezzo che mi sembra un manifesto di lucidità e anche di impegno. E anche realista. Oggi la letteratura dipende dal mercato, per circolare, per essere diffusa. Un’azienda editoriale non è un bollettino di disinformazione che ricorda il giornale contenitore/spargitore di fango descritto da Ellroy, finanziato da Howard Hughes e controllato dal famigerato direttore Hoover. E’ un’azienda, un sistema. Helena, e altri come lei, ha scelto di lavorare nel mercato, portando avanti un’autonomia e una professionalità, perché “Se Mondadori si riducesse a una serie di autori stramorti in edizione economica, Bruno Vespa, Filippo Facci, “Amici”, libri di comici e calciatori, rievocazioni più o meno apologetiche del fascismo, ci saremmo epurati noi da soli. E’ questo ciò che vogliamo? Vogliamo anche noi dare un contributo al perfezionamento del modello culturale unico?” Sfido chiunque a contraddire questa affermazione, nel sistema attuale, nella società attuale, ma con argomenti seri, non con lamenti o invettive tipo “voi, voi”, sempre “voi”.

    L’unico argomento plausibile, secondo me, sarebbe che gli scrittori che rifiutano una scrittura di destra, cioè una caduta nei sentimenti bassi che transitano nello stile senza ricerca né distacco né trasfigurazione, insieme agli editor fondassero una grande cooperativa editoriale alternativa. Ma nel sistema attuale dovrebbe essere competitiva, dovrebbe stare nel mercato, cioè vendere e guadagnare. Altrimenti, semplicemente, affonderebbe. E il risultato sarebbe, appunto, l’autoepurazione.

  67. marco mantello il 20 gennaio 2010 alle 22:10

    Mauro Baldrati

    Troppo facile secondo me dividere le scritture secondo i parametri del ‘risentimento’, della ‘paura’ e del ‘rancore’…..Spesso si passa per l’inferno di sentimenti ‘bassi’ e si scuotono le coscienze senza soluzione di continuità (Celine è un pugno allo stomaco. De Amicis è retorica da Italiette).
    Dal tuo intervento sembra quasi che essere ‘nel mercato’ sia di sinistra ed esserne fuori, per scelta o per esclusione, sia reazionario….Mi pare paradossale, e abbastanza ingiusto, nei confornti di tanta gente che invece di fare le ‘cooperative’ si è presa le botte alle manifestazioni, e purtroppo scrive ancora, si ostina a scrivere, nonostante tutto. Il tuo mi pare, anzi, un modo per non discutere il merito del problema. Un caro saluto.

  68. sergio falcone il 20 gennaio 2010 alle 22:12

    Ribadisco la mia posizione.
    In un contesto del genere, preferisco vivere da emarginato.
    Qualcuno, bontà sua, sostiene che avrei addirittura scoperto non una, ma diverse nuove strade per la scrittura. Se questo è vero, non posso che esserne lieto.
    Scrivo contro la prostituzione dilagante. E, se anch’io mi prostituissi, per vedermi pubblicato da una editrice di successo (e ben distribuita nelle librerie), non farei che uccidere la mia arte, cadendo oltretutto in una contraddizione ridicola. E mortale.
    Sono scelte. Non sindaco quelle degli altri, ma sono orgoglioso delle mie.

    Senza rancore.
    Senza rimpianto.
    Nel nome dell’innocenza.

    ***

  69. QuicoSabate il 20 gennaio 2010 alle 22:12

    Caro Falcone (Maltese Corto) ti invito ad andartene dall’Italia, non ti meritano certi pseudo-intellettualoidi-superpermalosissimi (con la coda di paglia-basta poco per dargli fuoco),
    Hai visto come han reagito in maniera diretta seppur uno esprimeva le proprie opinioni? tra qualche giorno oltre al von Mikel troverò risposte anche dal genna – mi dicono che ha fatto pubblicare un libro veramente scadente di un tale infrascella (ma chi è un parente di Infascelli lì?, dalla Lipperini e dai Ming-hioni, certo che, a parte gli italiani di oggi, chi li legge? Beh tra poco vedrai arruoleranno anche il Telese come ha fatto il travaglio giustizialista destroide (in una società normale cosi sarebbe inquadrato), ma pensate davvero che questi son meglio di telese?

    Altro che MAFIA, peggio, molto peggio.

    Per fortuna qui di questi personaggi nemmeno l’ombra, si parla di ben altri scrittori contemporanei (di certo non degli italiani contemporanei,
    a parte a volte Tabucchi, Del Giudice, Saviano e un po’ di successo Camiller) per il resto che ne sò per esempio tanto per fare due nomi, Pedro Lemebel o Jaume Cabré son stati mai pubblicati? Ma che domande faccio, con cotanta qulità di editor la mondadori ci avrà pensto di sicuro (però non condividevo la linea editoriale di Roberto Calasso, ma quella di Marina Berlusconi si hihihihi)

    D’altronde non son mai d’accordo con me stesso!

    Todo abajo, todo arriba, por el cientro, todo dentro, SALUT Falcone \_/ (e davvero saluto per la penultima volta)

  70. marta campi il 20 gennaio 2010 alle 22:18

    è grottesco che la parola libertà di cui il gruppo mondadori si fa tanto un vanto corrisponda in realtà a un termine come calderone: noi prendiamo tutti: da “amici” a saviano da lucarelli a mr./miss X: la mancanza di una linea editoriale definita (di qualsisiasi tendenza essa sia) è la falla gigante di tutto il sistema editoriale. questa logica commerciale, come è stata chiamata, non è altro che una sorta discarica culturale… risparmiateci le giustificazioni. mettevi l’anima in pace. e state tranquilli.

  71. Tito Puente de la Ghisolfa il 20 gennaio 2010 alle 22:24

    Vedo sul blog di Sergio Falcone che ripubblica continuamente testi di Evangelisti e altri che qui però, pur senza nominarli, chiama “mafiosi”. Certo che pure la coerenza di questi Capitan Fracassa…

  72. sergio falcone il 20 gennaio 2010 alle 22:28

    Caro QuicoSabate,

    ti ringrazio molto affettuosamente per la risposta.
    Stasera sono triste e provato, oltre che per il fatto di non essere stato compreso (ad arte?), per vicende della vita privata che mi stanno precipitando addosso.
    Ma tant’è.
    E sono triste anche perché ho riletto di recente le lettere che Cesare Pavese scriveva.
    Tu pensi che dovrei esserne lieto, invece?
    Niente affatto.
    Perché mostrano uno spessore umano, ancor prima che intellettuale, che, al giorno d’oggi, non esiste più.
    E con questo ti dico anche cosa ne penso, di alcuni tra gli scrittori nuovi e “novissimi”.
    I Francofortesi ce l’hanno detto in tutti i modi che saremmo finiti nell’epoca del falso totale.
    Infatti.
    Abbi sempre cura di te.

    sergio

    http://www.lenubi.it/Autori/schede_autori/falcone/falcone.html

    ***

  73. sergio falcone il 20 gennaio 2010 alle 22:36

    Il mio blog è una specie di mixer. Pubblico anche interventi che posso non condividere perché credo alla libertà d’espressione. E’ bene che opinioni anche contrastanti abbiano una visibilità e facciano riflettere il volenteroso lettore.
    Creare situazioni e dibattito.
    Quando parlo di mafia, e sono sincero, non mi riferisco a nessuno in particolare.
    Ma a quella sottocultura del capo e del gregario che qui, in Italia, la fa da padrona. E mi viene il sospetto che anche altrove, forse, non sia poi così diverso.
    “Offre uno spettacolo monotono il genere umano”, Goethe, I dolori del giovane Werther.

  74. Tito Puente de la Ghisolfa il 20 gennaio 2010 alle 22:39

    Beh, accusare senza i nomi son capaci tutti… “Io parlavo in generale” è il mantra dei paraculi.

  75. carmine vitale il 20 gennaio 2010 alle 22:42

    a Helena Janeczek bisogna riconoscere chiarezza onestà e lungimirante spiegazione delle sue sensazioni.
    ha spiegato tutto di questi ultimi due tre mesi di discussioni intorno all’argomento in questione
    condivido tutto
    lezioni di luce
    grazie
    c.

  76. sparz il 20 gennaio 2010 alle 22:47

    non capisco perché non si riescano a distinguere diverse modalità di intervento nella dinamica del lavoro nel nostro paese. L’analisi di Helena è lucida, si mette in gioco, fa vedere pericoli e vantaggi di una scelta non facile e alcuni subito a fare i massimalisti, io con quelli lì non ci parlo. Avete una mappa precisa delle industrie che dipendono dal gruppo del nostro capo del governo e riuscite ad evitare accuratamente di acquistare qualsiasi oggetto da queste prodotto? Francamente assai ne dubito.
    Condivido invece molto l’intervento di Mauro Baldrati, che entra nel merito e cerca di capire. Arroccarsi e dire io non c’entro niente suona proprio male e rasenta l’ipocrisia, no?

  77. il porcaro Eumeo il 20 gennaio 2010 alle 22:53

    Interessante tentativo di equi-librismo tra ciò che si vuole rappresentare e ciò che si è. Non c’è bisogno di giustificarsi, fate pure come vi pare, siete irrilevanti negli equilibri geopolitici attuali.

  78. chi il 20 gennaio 2010 alle 23:03

    c’è qualcosa in questo intervento di helena janeczek che mi fa respirare meglio. qualcosa che si chiama discussione, analisi, gesto democratico nel dire sì (invece che, rispettabilissimo, gesto politico nel dire no) e che quindi mi fa eco. qualcosa che si chiama ostensione di sè e del proprio mestiere, e che mi fa tendere le orecchie.

    io penso che la letteratura abbia a che fare con la sostanza delle cose, che stia sotto le cose e non sopra, che sia, in qualche modo nascosto e pure ibrido, sostanza. la sostanza è sempre, per certi versi approssimativa, vive e soffre di aggiustamenti continui, di virate, di contraddizioni. la sostanza, al contrario delle intransigenze anonime è l’unica che veramente può contraddirsi, perchè c’è. e quindi è l’unica che può essere davvero pietra dello scandalo.

    penso che parlare di case editrici come di catalogo libri e autori e non come brand sia ritornare a parlare di qualcosa che sta sotto. e quindi di letteratura.

    io non sono una rivoluzionaria, non penso che i sistemi si modifichino dall’esterno, da quel po’ di matematico che è rimasto in me so pure che non è possibile, e non penso neppure che in una editoria che non sia, nominalmente berlusconiana come einaudi e mondadori, i discorsi ideologici siano preponderanti rispetto alle ragioni di mercato.

    il mercato è neutro ed è pure abbstanza democratico (al contrario dell’accesso al mercato… perchè piuttosto nessuno si chiede mai il colore politico di chi lavora nelle catene di distribuzione?)

    andrea cortellessa mi ha detto una volta che è stupido demonizzare la parola ideologia. forse ha ragione, anzi ha ragione di certo, ma io odio le intransigenze dialettiche, le opposizioni barricate che impediscono di ascoltare le ragioni degli altri. anche quando queste ragioni degli altri si sanno sbagliate. io trovo questo intervento di helena janeczek non ideologico, e quindi mi interessa. e mi convince.

    in fondo in questa discussione, come in quella tra cultura di destra e cultura di sinistra, non stiamo cercando di convincere qualcuno pro pena di morte che la pena di morte è ingiusta o viceversa, non sarebbe possibile, qui non siamo nella patologia del contraddittorio dove nessuno può convincere un altro di essere in torto o avere ragione.

    stiamo discutendo dell’opportunità di lavorare in una casa editrice o di pubblicare in una casa editrice dove anche libri di sconosciuti, guitti, e passanti meritori, possano essere visti e quindi letti. questa non è una ipotesi, questo è un fatto.

    qualcuno sta qui a crocifiggere una persona che cerca di trovare spazi a immagini nuove.

    perchè gomorra di saviano potrà pure continuare a subire le accuse di essere composta di fatti e cose già a conoscenza di tutti ma è evidente a ogni lettore, di qualsiasi colore politico, che le immagini di gomorra sono di gomorra, e prima non c’erano.

    se il lavoro di helena janeczek permette di trovare immagini nuove e che tutti le vedano, allora io credo che dovremmo rimanere in silenzio a leggere. e che è meglio che stia dentro che fuori

    e non perchè la cultura di sinistra sia come la cultura di destra, o perchè ci sia differenza o indifferenza tra le due. ma perchè la cultura si colora dopo, a posteriori, prima, prima prima, sta sotto, indifferenziata. (mi viene in mente giuseppe berto, demonizzato e dimenticato nonostante il male oscuro per una faccenda di colore politico).

    il punto è che colore vogliamo dare a questa cultura, ammesso che ci interessi. ma pure questo è un discorso che viene prima dei giornali e delle case editrici. di qualunque taglia siano.

    e questo.

  79. QuicoSabate il 20 gennaio 2010 alle 23:07

    A Tito Puente se uno fa i nomi e i cognomi ve la prendete sul personale
    e reagite come un’autista a cui si fanno le corna, se uno parla in generale allora è qualunquista ed è troppo facile e da paraculi, ohibò,
    ma nemmeno facci-dacazzo (ma forse sei tu) si rigira le cose in questa maniera!
    Ma iatevinne su (a lavorare non te lo dico perchè immagino che anche tu preferisci vendere la tua falsa dignità di pseudo-alternativo per due euro come gli scrittorucoli di cui sopra. Per inciso, prima con alcuni amici della CNT-FAI ho parlato un po’ di questi miei interventi – e delle risposte ‘piccate’ di Von Mikel e della Janeczek – altro che coda di paglia, la seriosità con la quale si prendono è tutto dire, gli manca pure la sana e necessaria autoironia – e di altri) e sulle prime non riuscivano bene a capire se li prendevo per il culo o se era tutto vero, poi ci siam fatti delle sane risate sulla loro ‘serietà intellettuale’: ecco come ci vedono fuori dal nostro misero, ipocrita e meschino paese, poi se volete continuiamo a dare la colpa ai feltri-ci e co., si, si, bravi, bene, bis, tris, poker, scala reale!

    P.s. S/Repubblica (sulla terza pagina pubblica interventi copiati dal Pais – e, a volte, da La Vanguardia) potete controllare on line

    E cazzerola che sia veramente per davvero la penultima \_/ che almeno ora esco per continuare a bere un bel Rioja!

    Caro Falcone a presto (non su queste pagine ovviamente)

  80. Andrea Cortellessa il 20 gennaio 2010 alle 23:11

    Era da tempo che non leggevo o ascoltavo un discorso così onesto e chiaro e senza secondi fini come questo di Helena Janeczek. E’ tempo di mostrare coraggio, credo (lo credo con tutta la mia forsennata ideologia, Chiara), e coraggio questa donna ne ha da vendere. Mentre chi demolisce la sua scelta di impegno per la letteratura (al di là di quelle che possano essere le nostre differenti posizioni su ciò che sia, oggi, “la letteratura”) senza sapere alcunché, dall’interno, del funzionamento concreto di una macchina editoriale, di un’industria come la Mondadori; chi parla a vanvera senza aver mai dovuto affrontare le strettoie e le contraddizioni di un sistema culturale del cazzo come quello italiano; chi si lustra le medaglie di purezza sul petto senza aver mai combattuto una sua reale battaglia (in questo campo specifico, non altrove), ecco tutto questo mi fa concludere che è facile, davvero troppo facile, sostenere l’esigenza di scelte radicali – se non si è nelle condizioni di doverle fare davvero.

  81. sergio falcone il 20 gennaio 2010 alle 23:18

    Gli editori che hanno deciso di pubblicare una scelta delle mie composizioni poetiche non hanno nessun rapporto con le industrie di Berlusconi.
    Ci mancherebbe altro.
    Viceversa, insisto, c’è chi fa l’antagonista e poi pubblica per la grande editoria.
    E parmi poco coerente.
    Quindi dico: “Io non c’entro”, tranquillamente, senza ipocrisia alcuna.
    Lo dico e lo ripeto, caro sparz.
    C’è chi afferma che dovrei fare i nomi. I nomi sono sotto gli occhi di tutti.
    Non approvo costoro, forse li posso capire, facendo uno sforzo di bontà. Ogni comportamento umano ha una sua logica, credo. Ma la mia modesta persona va in un’altra direzione ed è testimone chi mi conosce bene. Roberto De Caro, ad esempio.
    Contento, caro Titopuentedelaghisolfa? Ho fatto un nome; quello dell’amico Roberto, ma in positivo.
    E’ stato un piacere, partecipare a questa discussione. Ritengo che ognuno rimarrà della sua opinione. Anch’io.
    Un po’ di intransigenza, in quest’epoca fosca e losca, non guasterebbe.
    E potrebbe diventare anche contagiosa.

    La critica letteraria mi annoia.
    Preferisco creare.
    La abbandono volentieri agli specialisti.

    Amore Poesia Rivoluzione

    ***

  82. sergio falcone il 20 gennaio 2010 alle 23:25

    … dimenticavo…

    Je ne mange pas de ce pain-là (!), Benjamin Péret.

  83. sergio falcone il 20 gennaio 2010 alle 23:32

    P.S. – I critici? Isadora Duncan worked at Telefunken, oh yes!

  84. giacomo sartori il 20 gennaio 2010 alle 23:33

    molto bello il tuo intervento, Helena;

    però ecco, mi ha colpito una cosa (forse molto banale, per carità);
    ormai si dà per scontato, come lo fa la sinistra da anni, che Berlusconi possegga i media e sia nello stesso tempo al governo (mentre tutto il problema sta lì), e si ragiona come se questo fosse ormai un dato di fatto immutabile e per certi versi normale, come se poi i problemi che sorgano da questa anomalia fossero delle grane (aggiuntive) che il cittadino e l’onesto lavoratore (quale è Helena, e quelli come lei) deve sbrigarsi; come dicono i francesi: “c’est le monde à l’envers”;
    mi spiego?;
    non è che dobbiamo fare tutti (= la sinistra) un passo indietro, e ricominciare da lì?; altrimenti il discorso è viziato in partenza (e appunto si finisce per scannarsi tra “perdenti” più o meno apocalittici (e talvolta cafoni) e più o meno, si fa per dire, integrati), mentre LUI se la ride, e la sinistra – accettata l’inaccettabile anomalia della democrazia – non può più dire nulla;
    non si dovrebbe ripartire da un fronte il più vasto possibile, aperto eventualmente anche alla destra “repubblicana” (= democratica), in difesa e per ritornare a un funzionamento democratico?

  85. effeffe il 20 gennaio 2010 alle 23:36

    mais Hélène! enfin, c’est quoi ça! et alors…

    effeffe

  86. Fabio Teti il 21 gennaio 2010 alle 00:22

    Cortellessa, che scrive:

    “chi parla a vanvera senza aver mai dovuto affrontare le strettoie e le contraddizioni di un sistema culturale del cazzo come quello italiano; chi si lustra le medaglie di purezza sul petto senza aver mai combattuto una sua reale battaglia (in questo campo specifico, non altrove), ecco tutto questo mi fa concludere che è facile, davvero troppo facile, sostenere l’esigenza di scelte radicali – se non si è nelle condizioni di doverle fare davvero”.

    scrive bene.

  87. Giorgio Orvello il 21 gennaio 2010 alle 00:27

    A Quico, ebbasta con ‘sto itagnolo, e qui a Barna, e mi vado a bere un rioja, e i miei amichetti della ciennetì… Capirai, sei un italiano a Barcellona, e allora? Sarete almeno in 50.000, non si può più girare senza vedere (sentire!) un italiano, e tu te la tiri che sembri Hemingway in Spagna durante la guerra civile… Abbassa la cresta, hombre. Ci siamo stati tutti a “Barna”, c’è pure chi ci ha abitato, e se la tirava meno della metà di te.

  88. helena il 21 gennaio 2010 alle 00:47

    Giacomo, totalmente d’accordo. A tutti: ho voluto metterci la faccia, raccontare delle scelte che non pretendono di essere esemplari. Così come io stesso non credo di essermi presentata come rivoluzionaria, antagonista o come chi “vuole cambiare il sistema dall’interno”.
    Al dilà delle questioni personali. Penso che vedere ovunque la stessa merda, compromissione col potere regnante ecc., sia a far scendere quel tipo di notte in cui tutte le vacche sono grigie. Non voglio convincere nessuno che ci siano vacche bianche bianchissime, ma che siamo chiamati a distinguere, perché solo così possiamo capire e assumerci delle responsabilità. Altrimenti non muoviamo un dito.
    Dire che il controllo della televisione, persino la proprietà del Milan, abbia avuto un ruolo ben più determinante nel formare il consenso al berlusconismo, o oggi il modo di usare certa stampa, non vuol essere un modo per fare apologia nei confronti dell’editoria di libri. Ma cercava di arginare la tendenza a buttarsi su quello che secondo me è un falso bersaglio. Falso non perché non sono vere le cose che rammenta Marco – il libercolo da mandare nelle case degli italiani, la presidenza della figlia- ma perché non vedono le cose in scala, non distinguono le priorità. Mettere sullo stesso piano Mondadori, Libero e le televisioni, o anzi prendere a bersaglio la prima soprattutto, significa perdere la percezione dell’anomalia nelle sue proporzioni, implicitamente ritenere “normale” che ci sia da decenni un simile controllo sull’informazione di massa. E quindi fare sostanzialmente il gioco dello status quo.
    E anche per capire la direzione sempre meno permeabile alla qualità, all’investimento duraturo su un autore che contradistingue l’editoria di oggi, vedere in Mondadori l’incarnazione del male, secondo me è sbagliato. Una distorsione dello sguardo che copre l’immensa e crescente difficoltà di tutti a continuare a far vivere libri di valore, a dare accesso a autori di valore. Ovunque. Anche dei piccoli editori che campano sulla soglia della sopravvivenza e spesso, nel loro piccolo, per questo dicono di no anche loro a chi non ha portato i risultati di vendite di cui hanno bisogno. E non lo dico certo per buttare addosso nessuna accusa, ma solo perché un effetto paraocchi che non faccia capire l’insieme, rischia di tenere in piedi delle illusioni insostenibili, purtroppo. Perché se le grandi case editrici rinunciassero davvero a pubblicare libri da quattromila copie (che per le piccole sono tantissime), si crea una voragine in cui semplicemente, un numero imprecisato di autori e libri SPARISCONO.

  89. AMA il 21 gennaio 2010 alle 01:20

    Helena, capisco la tua posizione e la condivido. Intellettualmente onesta. Stai facendo Resistenza. Portando avanti a fatica una tua certa idea. Detto questo, negli ultimi anni la Mondadori ha disatteso molte aspettative. A volte ha fatto perfino scandalo. E non per il condizionamento del suo massimo azionista.

  90. robugliani il 21 gennaio 2010 alle 01:57

    Mah, anche a me, come a Helena, convince molto poco questa messa al bando, che qui in certi commenti è diventata demonizzazione, della Mondadori e della Einaudi solo perché sono del Berluska. Ci vedo molto polverone ideologico, da anime belle (marxianamente parlando). Forse che ci si salva l’anima lavorando, anziché per Berlusconi, per De Benedetti, o Markjonne e la famiglia Fiat? Il capitalismo, per dirla in soldoni, è capitalismo, a volte è di “””sinistra”””, a volte è di destra. Cmq, i puri della sinistra istituzionale non dovrebbero tanto demonizzare la Mondadori, visto che ci pubblica il loro leader Massimo (O forse è meglio Veltroni che pubblica da Garzanti?). Mi pare che il problema non sia tanto con chi si pubblica, ma cosa si pubblica. Scopro l’acqua calda, ma ogni tanto qualche ovvietà va detta.
    Eppoi mi pare non vadano demonizzati nemmeno “Libero” e il “Giornale”. D’accordo, fanno gioco sporco e tutto il resto, ma a volte, per ragioni non proprio nobili, danno notizie interessanti, che i giornali di “””sinistra””” non possono dare (sul signoraggio, sul paladino Di Pietro, sulla longa manus dell’intelligence usa nella faccende italiane dopo il 91-92, dato che in politica estera il governo Berlusconi con l’accordo tra Gazprom ed Eni ha un po’ spiazzato i piani statunitensi sul gasdotto Nabucco, ecc.). Non vorrei che per sfuggire alle grinfie berlusconiane si finisca nel “partito americano”, meno visibile ma non certo meno attivo.

  91. AMA il 21 gennaio 2010 alle 02:43

    Detto questo, ho sempre creduto che uno scrittore non allineato o addirittura avverso al progetto politico e sociale del massimo azionista della Mondadori potesse pubblicare in piena liberta’ se in grado di garantire una certa tiratura, nella migliore delle ipotesi politicamente irrilevante . Il problema nasce con Roberto Saviano. Vende piu’ di due milioni di copie, guadagna una certa visibilita’ mediatica grazie a Fabio Fazio e diventa un problema squisitamente politico. Forse da allora le cose in Mondadori potrebbero essere cambiate. Ci potrebbe essere stato un dopo Saviano. In ogni caso ho sempre pensato che la Letteratura cessa di essere tale dopo aver superato una certa soglia di visibilita’.
    Ovviamente ci sono scrittori che potrebbero tranquillamente essere pubblicati da Mondadori, avendo una certa copertura, che invece preferiscono essere editati da altri. Questo pero’ e’ un problema di sensibilita’. E di ambizione.

  92. AMA il 21 gennaio 2010 alle 02:51

    Non mi si venga pero’ a raccontare la stronzata che siano Camilleri e Saviano ad arricchire la Mondadori. Perche’ qui si cade nella disonesta’ intellettuale. Non mi si venga neanche a dire che Saviano abbia la liberta’ di scrivere quello che vuole, anche perche’ non ci ha mai creduto nessuno. E comunque la eccessiva visibilita’ toglie liberta’ di scrittura. Sempre e comunque.

  93. Robin Masters il 21 gennaio 2010 alle 03:44

    @ tutti e nessuno

    “nell’acqua troppo limpida i pesci non vivono” (detto zen)

    Helena tu parli della tua vita. Chi può giudicare la vita di un’altra persona e che addirittura non conosce ? Il tuo intervento mi interessa come racconto di te, la tua esperienza, un altro essere umano, che in questo caso lavora nel mondo editoriale, parla, credo onestamente, di sé. Non vedo ipocrisia, potrei dire forse qualche ingenuità o cecità connaturate al ruolo anche, credo sia naturale.

    Ad un certo punto dici:

    “Non esiste linea editoriale perché la produzione è troppa e troppo diversa e la vocazione di fondo è soprattutto commerciale.”

    La vocazione… Questo è il problema, mica piccolo e solo del gruppo Mondadori. Insomma un altro dei nodi complessi, impossibili da discuterne qui.

    Leggendoti ho immaginato un life fiction fantasy sulla filiera editoriale, tipo vite parallele. C’è chi arriva al palazzo Niemeyer immerso nella nebbia, e dall’altro capo dell’Italia, lo stesso giorno, in una piccola libreria, chi è immerso nelle rese, di libri Mondadori, rese su rese, rese su rese… Imparando a conoscere il peso specifico di quella vocazione succitata, in una solitudine troppo poco rumorosa e meno poetica di quella descritta da Hrabal. Il tempo passa, si compiono scelte e si resta nella catena editoriale a diverso titolo con diverse esperienze. I due non si conosceranno mai, non si parleranno mai se non forse, molti anni dopo il giorno di nebbia, le rese e la piccola libreria, incrociandosi su un blog di letteratura…

    Esperienza dunque, si… respirando la polvere di tutti gli ingranaggi della macchina, per questo motivo, pur non piacendomi Cortellessa, quoto questa sua:

    “Mentre chi demolisce la sua scelta di impegno per la letteratura (al di là di quelle che possano essere le nostre differenti posizioni su ciò che sia, oggi, “la letteratura”) senza sapere alcunché, dall’interno, del funzionamento concreto di una macchina editoriale, di un’industria come la Mondadori; chi parla a vanvera senza aver mai dovuto affrontare le strettoie e le contraddizioni di un sistema culturale del cazzo come quello italiano; chi si lustra le medaglie di purezza sul petto senza aver mai combattuto una sua reale battaglia (in questo campo specifico, non altrove), ecco tutto questo mi fa concludere che è facile, davvero troppo facile, sostenere l’esigenza di scelte radicali – se non si è nelle condizioni di doverle fare davvero.”

    Al di la delle differenti gradazioni di ego, e quindi di consapevolezza, ed impegno a parte, è una parola che mi fa schifo, le scelte “radicali” o altre, esistono in questo paese, Cortellessa lo sa. Esistono esperienze dove è solo battaglia, reale, e son lividi tutti i giorni, battaglia pur sapendo che la “guerra” è persa in partenza.

    E’ una questione di vocazione…

  94. Lupin IV il 21 gennaio 2010 alle 04:11

    @Sergio Falcone:

    “Gli editori che hanno deciso di pubblicare una scelta delle mie composizioni poetiche non hanno nessun rapporto con le industrie di Berlusconi.”
    Perchè di poesia inedita è difficile che “gli editori con rapporti con le industrie di Berlusconi” si interessino a raccolte poetiche contemporanee. Forse non l’avrebbero pubblicata proprio, Falcone. Forse è lei che non interessa a quegli editori, non viceversa.

    Dice bene Cortellessa: “è facile, davvero troppo facile, sostenere l’esigenza di scelte radicali – se non si è nelle condizioni di doverle fare davvero.”

    Campare dei propri romanzi in Italia sì che è mettersi gioco. E dico CAMPARE, non fare gli intellettuali blasè che pretendono di essere portatori di opposizione certificata.

  95. sp il 21 gennaio 2010 alle 09:18

    Brecht era il terzo nella lista nazista delle persone da arrestare. Emigrò negli USA. Qui, per vivere, cominciò a collaborare con gli studios di Hollywood. Lui stesso scrisse:

    «ogni mattina, per guadagnarmi da vivere, / vado al mercato dive si comprano le bugie. / Pieno di speranza / mi metto tra chi vende».

    Da anti-capitalista collaborava con il capitalismo in forma cinematografica: per vivere, appunto. Su ogni sceneggiatura, però, cercava di far passare le sue istanze critiche, sino agli scontri con la produzione e con il regista (Pabst) sulla versione de “L’opera da tre soldi”. La politicizzazione tentata da Brecht fu bocciata; fece causa e la perse. Commentando i successivi scazzi con Fritz Lang, Brecht disse: «almeno mi hanno ben pagato».

    Uno dei maggiori autori comunisti, poco incline ai compromessi artistici, non esitava a lavorare per l’industria del divertimento americana …

    Forse in questa storiella è racchiusa la vera “morale” di tutta la questione: in fondo, fin che sei tollerato, ti conviene stare dentro; ti pagano e ti fanno fare il tuo lavoro. Se, ad un certo punto, quello che fai entra in forte contraddizione con la proprietà, allora è certo che vieni allontanato. Questo è quanto accaduto a Saramago, ad esempio.

    Mi sembra che la Helena abbia solo ribadito, con parole partecipate, un atteggiamento necessario per chiunque vive di lavoro nel capitalismo, visto che solo a pochi privilegiati è concesso non vendersi al mercato. A me, questa considerazione, pare fin troppo banale. E non mi pare che i radicali ad oltranza siano tanti e tali da meritare questa precisazione.

    Tra l’altro, come lei stessa specifica, non essendosi presentata come “rivoluzionaria”, giudicarla con quel metro è sbagliato. Lei fa dignitosamente il suo lavoro. Al limite, a voler essere pignoli, si potrebbe dire che ha permesso che si affermasse, in particolare con l’operazione Saviano, una certa idea di letteratura. Nel suo lavoro, comunque, Helena partecipa alla cultura: sono gli esiti dei suoi atti che vanno giudicati, non il fatto che lavori per Berlusconi.

    Ma qui il discorso si complica, e diventa forse fuori-luogo. In ogni caso, se un autore si presenta come “colui che vuole cambiare il sistema dall’interno” (è stato citato, su ciò, e a proposito, Wu Ming), anche qui ha poco senso fare le pulci perché si pubblica per Einaudi-Berlusconi. Bisognerebbe ragionare se quelle pratiche letterarie aprono contraddizione (all’interno dello specifico letterario, ovvio) nel momento stesso in cui si propongono come merci: merci avvelenate, come si diceva una volta. Qui ho le mie riserve, ma è un discorso diverso, ora davvero fuori-luogo.

    sp

  96. piero sorrentino il 21 gennaio 2010 alle 09:48

    Questo di Helena è un testo bellissimo – e glielo dico pubblicamente dopo che l’ho detto anche in privato. E’ un pezzo con la vocazione a capire, prima ancora che a far capire, che non dissimula e che si espone.

    Quanto agli sputacchietti degli Autori Con Manoscritto Impolverato Nel Cassetto, vorrei ricordare che, ahilui!, nemmeno la Tecnologia dissimula, e che se io dico di scrivere da Barcellona, e poi il mio indirizzo Ip invece dice che scrivo da Milano, le risate che i cattivoni servi del potere si fanno su di me aumentano di intensità, oh sì che aumentano.

  97. sp il 21 gennaio 2010 alle 10:00

    @ Sorrentino
    è una caduta di stile svelare la provenienza dell’IP di un commentatore. Anzi, credo proprio che non si possa fare.

    sp

  98. piero sorrentino il 21 gennaio 2010 alle 10:03

    Gentile Sp,

    non mi pare si sia rivelato un bel niente, a meno che non si intenda per “indirizzo Ip” il semplice nome di una città europea. A me risulta che un indirizzo Ip sia composto da una serie di numeri, che non vedo citati nel mio precedente commento.

  99. [...] di collaborare con la loro testata (libertà non messa in discussione qui, mi sembra), attacca Nazione Indiana e riserva alla sottoscritta l’onore dell’occhiello. Testualmente: “Ma la [...]

  100. sp il 21 gennaio 2010 alle 10:15

    @ Sorrentino
    Non voglio fare polemica, mi creda, Però la questione è delicata. Lei ha capito che QuicoSabate scrive da un computer sito in Milano grazie all’IP: tracciandolo (ma wordpress lo permette in automatico) è risalito a ciò. Non è entrato nel merito di quanto ha scritto QS (che tra l’altro non condivido, tanto per precisare), ma ha svelato a noi lettori la sua “frode”. Per me la cosa è grave in sé; o comunque, come ho scritto prima, una caduta di stile. La cosa assume i colori della farsa se si pensa che qui, su NI, alla sezione “Privacy e libertà civili” si spendono parole sull’anonimato in rete come sacrosanta pratica …
    sp

  101. anfiosso il 21 gennaio 2010 alle 10:19

    A parte il fatto che non sto più scrivendo, senza – appunto – saper né léggere né scrivere, quando mi si disse che Franchini poteva essere teoricamente interessato a quello che scrivevo la mia reazione è stata: con Mondadori (nel caso in cui, &c.) no. Giusto perché è una di quelle decisioni che si possono prendere sin da sùbito.
    Sicuramente Mondadori non nasce con Berlusconi, ma sta di fatto che pubblicare con Mondadori o Einaudi o altre case editrici di cui ha la maggioranza delle azioni significa aver che fare – mediatissimi, indirettissimi, e anche limitatissimi nella stragrande maggioranza dei casi, posto che tutto “vada bene” – proprio con lui e con quello che rappresenta.
    Non è come scrivere per un giornale di orientamento politico opposto al proprio. E’ un po’ come non comprare prodotti Nestlè, poniamo il caso, o palloni da calcio cuciti dai bambini del terzo mondo: se ne fa più una questione di igiene propria che una questione politica; vale a dire che non si ritiene, rifiutandosi di firmare un contratto con Mondadori o Einaudi o &c., di sottrarsi ad un abbraccio mortale, o di compiere un’azione chissà quanto incidente politicamente; semplicemente, ci si rifiuta di avere rapporti diretti con un potere disonesto, che peraltro ognuno subisce già per altre vie.
    Poi mi torna in mente anche la lista che Mussolini – che aveva espropriato allo stato, al *suo* stato, tutte le case editrici – aveva compilato per dimostrare che anche Benedetto Croce e Sem Benelli erano stati ‘sul libro paga’: una patente falsità, ma sarebbe vero, a posteriori, per chiunque avesse detto, oggi, “Io non pubblico con la Mondadori di Berlusconi e di Maria De Filippi, ma pubblico per la Mondadori di Thomas Mann e di Pirandello”. Anche perché Mann e Pirandello sono morti, e Berlusconi e Maria De Filippi sono ancòra in ottime condizioni.
    Mutatis mutandis, ovviamente.
    Inoltre mi sembra che la stessa Janeczek confermi che la stessa politica culturale di Mondadori, Einaudi &c. sia mutata profondamente, da quando fanno parte di un certo gruppo economico. Vuol dire che la rosa del pubblicabile si è ristretta; non si tratta tanto della volontà del tale o del tal altro autore, in questo caso, ma delle necessità delle case editrici di fare soldi, e quindi di una politica maggiormente volta alla creazione di titoli che vendano – alle scritture ciniche e scadenti come La solitudine dei numeri primi e altre schifezze, persino.
    (E, se proprio devo, ho la netta impressione che il vero problema sia più che altro l’impossibilità per un certo tipo di autore – non necessariamente sperimentale ed ermetico, ma anche con una propria voce spiccata, &c. – di essere pubblicato da Mondadori; e non la refrattarietà di quello a farsi pubblicare da questa; ma non ne so nulla più di qualunque altro non addetto, chiaramente).

  102. piero sorrentino il 21 gennaio 2010 alle 10:27

    Sp, grazie per la non volontà di fare polemica, apprezzo molto (senza ironia). Quanto alle cadute di stile, non saprei. Mi sembra si cada molto più, stilisticamente e non solo, urlando accuse SCHIFOSE come “Mafia!” contro persone (meravigliose) delle quali non si sa NULLA, e contro certe analisi che veramente sono di quanto più lontano possibile dalla mafia, e mentendo inventandosi residenze inesistenti per dare alle proprie parole una non meglio identificata patina di purezza e probità, si cade molto di più così, dicevo, che non facendo quello che ho fatto io.
    Poi non so, eh. Magari ha ragione lei.

    un saluto

  103. francesco pecoraro il 21 gennaio 2010 alle 10:43

    Pezzo molto bello, è vero.
    Tuttavia.
    Riferendomi all’impostazione di alcuni commenti, mi sembra che l’essere o meno di sinistra c’entri poco con la percezione della dominanza berlusconiana in campo mediatico, vale a dire del compimento della presa del potere televisivo che (come Helena sottolinea) si sta compiendo nel corso di questa legislatura.
    E stiamo parlando “solo” della fabbrica di consenso costituita dall’informazione/comunicazione, mentre il processo è più ampio, investe violentemente il potere giudiziario e molto altro.
    In questi ultimi quindici anni, molti hanno rilevato che questo processo di implementazione politica di una dominanza economico/mediatica e viceversa dovrebbe preoccupare ogni democratico, di destra o sinistra che sia.
    Invece la destra democratica fa finta di non vedere, o quasi.
    La ricaduta culturale del procedimento di affermazione del berlusconismo, vale a dire l’accettazione progressiva di massa dell’Anomalia come fosse normalità, produce come molti vedono un danno immenso.
    Ora diciamo che se la cultura del Paese fosse una scacchiera, le forze berlusconiane disporrebbero di un numero preponderante di pezzi, con gradi diversi di potenza, disposti in modo da muoversi a sistema.
    Tra questi pezzi ci sono le case editrici, che oggi appaiono complessivamente ad azione debole o neutra, visto che i libri hanno scarsa incidenza nella costruzione del consenso di massa (tesi di Helena, con-divisibile).
    In questo modo, nella partita complessa in corso e con l’avversario (qualora ne esistesse uno) sempre più nell’angolo, si consente anche agli intellettuali ancora dotati di coscienza democratica, alcuni dei quali persino di “sinistra”, alcuni dei quali persino “comunisti”, di pubblicare e far sentire la loro voce.
    Molto meno accade sui giornali e quando accade è bene che chi scrive si dia una regolata preventiva, cosa che in effetti accade anche se gli interessati negano ogni interferenza.
    Considerando che l’esperimento in corso di dominanza politico/economico/mediatica da parte di un partito-azienda (esperimento che è una novità assoluta, come lo fu il fascismo, dal quale peraltro è molto diverso) prevede il mantenimento (fino a quando?) di ogni apparenza democratica e considerando che è con gli autori, anche con quelli di sinistra, che si fanno i libri, allora il ruolo della case editrici è quello di garantire al regime in corso di consolidamento una facciata di tolleranza. Facendo anche profitto.
    Questo perché, non solo l’aspetto democratico della società italiana deve essere a tutti i costi mantenuto (siamo in Europa), ma anche e soprattutto, perché il lavoro vero si fa in televisione, dove infatti non va nessuno senza autorizzazione apicale.
    Ora benché Helena abbia ragione sotto molti aspetti e benché abbia ragione chi afferma che queste case editrici hanno una tradizione che trascende le inclinazioni degli attuali proprietari, e benché queste case editrici facciano il loro lavoro pubblicando molto di quello che appare loro di qualità, eccetera, cosa deve fare un autore per vincere il senso di frustrazione di stare comunque lavorando per Berlusconi?
    Eccetera.

  104. marco mantello il 21 gennaio 2010 alle 10:47

    anfiosso

    credo che tu abbia colto un aspetto, certo che esiste un’impossibilità a farsi pubblicare, da parte di alcuni autori, però ti assicuro che la cosa non è riducibile all’immagine dei quattro rosiconi con il manoscritto che si impolvera nel cassetto, esiste anche una riflessione personale, da parte di tante persone che di compromessi (Cortellessa) nella vita ne hanno fatti e ne fanno in continuazione. Quindi bollare come ‘pseudorivoluzionarie’ le dure critiche al sistema che non provengono al suo interno, a me sembra piuttosto riduttivo. E’ vero, ci son ostati interventi di persone incazzate, molto duri e io credo che si possano far valere le proprie ragioni con ‘argomenti’ tout court, e non con insulti, ma vale la reciproca e non mi sono affatto piaicuti i toni perentori di alcune risposte.

    Helena, sollevi una questione di merito, sono d’accordo che l’impatto della televisione, in italia, è molto maggiore di quell’editoria, però il problema-Mondadori, nei termini da me sollevati nel primo intervento, a mio avviso resta e no è affatto irrilevante, dal punto di vcista emdiatico. Non condivido l’affermazione secondo cui chi denuncia una certa situazione fa il gioco del sistema perché manca di senso delle propozioni. Ognuno nel suo ambito, con i suoi mezzi, con le sue possibilità di espressione e sopratutto con i suoi ‘spazi’ (sto postando un commento a un blog, dalla città di Berlino non sto scrivendo su quotidiani), ha il dovere invece di rilevarle, le contraddizioni e di fare delle scelte coerenti con le proprie idee (scelte peraltro irrilevanti, dal punto di vista di un editore generalista).
    Non so cosa ne pensi, personalmetne non credo che la questione si risolva attribuendo a chi ‘fa parte di un sistema’ (quantomeno lavorativo) il monopolio delle lotte, rigorosamente interne al sistema stesso, e rigettantdo tutto ciò che è incompatibile con le lotte interne nel cassetto della demagogia, o della sovversione, o dell’inconsapevolezza, del non sapere di cosa si sta parlando.
    In questo modo, con questa logica del ‘dentro o fuori’ (mi rivolgo qui agli interventi di Andrea Cortellessa e di Piero Sorrentino) il rischio che si corre non è tanto di risultare snob, ma è quello di distaccarsi da tanta ‘realtà’. Tutti conviviamo con delle incoerenze, nella nostra vita, ma che non diventi un alibi, per cortesia, nel momento in cui ci si confronta nel merito di questioni che ci stanno a cuore. Non c’è bisongo di altri oligopolisti della ‘cultura’, ne abbiamo già un minimo, nel paese reale.

    Chiara Valerio

    Non disdegno affatto le questioni teoriche, anzi mi itneressano molto e quindi ti rispondo. L’idea generalissima secondo cui il mercato garantisca qualche minima forma di ‘libertà’ e che il problema di fondo sia il suo ‘accesso’ garantito a ‘tutti’, la sostenevano i neoclassici e poi Hayek in un saggio ‘Sul significato della concorrenza’ e in una monografia denominanta ‘Die Verfassung der Freiheit’.
    E’ stata messa in crisi quell’idea, in ambito economico e con argomenti a mio parere convincenti, da numerosi contribti di Sen (Razionalità e libertà, nell’edizione italiana, ne è un buon compedio). Rinvio anche al saggio di Marx sulla ‘questione ebraica’, e a quello di Habermas sull’opinione pubblica, che sul primo in parte si fonda e che fornisce un’ottima immagine storica di quel ‘consumo di cultura’ di cui cercavo di parlare nel primo intervento, adattandolo un minimo alla realtà che ho conosciuto io. Un saluto

  105. marco mantello il 21 gennaio 2010 alle 10:48

    Nella rispsota a Helena (solita dislessia): “(…) impatto delal televisione è molto maggiore di quello che può avere l’editoria”

  106. sergio falcone il 21 gennaio 2010 alle 11:00

    Mi scuso, innanzitutto, per questo mio intervento. Non vorrei togliere spazio a nessuno. E per il fatto che non è immediatamente riferito alle vostre ultime considerazioni.
    Ieri sera, mi è rimasto qualcosa dentro ed è bene che venga fuori. Scusandomi anche per gli eventuali errori. Mi tocca lavorare e non ho il tempo per inseguire tutto.
    Qualcuno ha citato Valerio Evangelisti; il fatto che, sul mio blog, che invito tutti caldamente ad “usare”, appaiono suoi contributi.
    Mi dispiace dover rispondere a chi mi obietta questa “contraddizione”, talmente è scontato quello che sto per dire. Di un autore si possono apprezzare alcune prese di posizione, alcuni comportamenti, e altri, invece, no. E, allora, dov’è la contraddizione?
    Il mio blog è a più voci. Non l’ho mai nascosto. Di Valerio apprezzo e stimo alcune delle sue considerazioni politiche, ma non la scelta di pubblicare per Mondadori.
    E mi chiedo anche, perché me lo son chiesto altre volte, in altre circostanze, come è possibile, viceversa, che l’establishment accolga tra le sue braccia un suo nemico?
    E allora qui c’è qualcosa che non va e che dovrebbe far riflettere.
    Che il confine tra Stato e Antistato si sia talmente assottigliato da esser nullo?
    Ai posteri, e ai presenti, l’ardua sentenza.
    Un altro esempio: Antonio Moresco. Anche Antonio lo stimo molto. Mi sembra un intellettuale rigoroso. E penso che anche voi possiate essere della mia stessa opinione. Ma non condivido il suo voler pubblicare per Mondadori.
    E’ rigoroso e modesto. Eh, già… Cos’è più la modestia?
    E qui arriviamo a noi. A costo di scatenare altre polemiche nei mie confronti, se non addirittura ira e risentimento.
    Ma credo di dover essere sincero. Tanto m’è odiosa e difficile l’ipocrisia. Come Allen Ginsberg e come Charlie Chaplin, io che sono il signor Nessuno, ho visto impazzire mia madre. E avevo soltanto quattro anni di vita. E con la vita ho sempre avuto un rapporto che molti giudicano inconsueto.
    Nell’ultimo anno, ho visto morire sei tra i miei più cari amici. Ed eran quasi tutti miei coetanei. Tranne Luca Cataluffi, della Biblioteca anarchica L’Idea, qui a Roma. Aveva soltanto 42 anni.
    Carpe diem, cogli l’attimo… E allora perché mentire? Perché i convenevoli. Perché il formalismo ipocrita?
    Avrete notato che, tra il tanto materiale presente su Nutopia e Nutopia 2, ci sono anche gli scritti, quelli che considero più interessanti, che compaiono su Nazione Indiana. Evviva Orsola Puecher! Bene. E allora, perché nessuno mi fa notare quest’altra “contraddizione”?
    E mi spiego, tornando al concetto di modestia.
    Il fatto di essere dei bravi artigiani del pensiero, non vuole dire assolutamente il possedere anche uno spessore umano. E’ qui che casca l’asino, e parlo “a naso” perché non ho il piacere di conoscere nessuno di voi, se non l’amico fraterno Cristoforo Prodan, persona di grande cultura e modesta,… troppo. Tra queste righe, a volte, ho visto un gran sapere, ammirevole visti i tempi. Ma anche una grande presunzione e spocchia.

    Per il solo fatto di avere cultura, conoscenza e capacità, non è giusto che qualcuno si senta migliore degli altri ed autorizzato a salire sul trono.

    Ora vuotiamo il sacco e parliamo anche della buona educazione. Ho inviato il mio libro a un certo Franz Kraus…, che mi perdonerà perché non ricordo a memoria il suo cognome. Nemmeno un cenno di risposta. Ma non gliene voglio. Sono incapace di risentimenti, e poi per un episodio così risibile. Mi corre l’obbligo, però di fargli notare queste piccolezze. Perché è dalle piccolezze che si vede com’è fatta una persona. Dai piccoli, insignificanti dettagli della vita quotidiana.
    Sarà che Franz è preso da tante attività. Sarà che a Milano fa un freddo cane d’inverno, ed un caldo boia d’estate. Sarà il destino cinico e baro e magari quel volume lui non l’ha mai ricevuto… Mah!?! Ma confesso che, di fronte a questo silenzio, ci sono rimasto male.
    Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna ed Roberto De Caro, Roberto tu quoque, si infiammano per i miei scritti, per il blog, promettono recensioni, da me peraltro non richieste. Passata la festa, gabbato lo santo… Scomparsi nelle nebbia fitte della Val Padana.
    Mi dicono pessimista. Sarà, ma non esiste organizzazione umana che non sia regolata secondo i rituali mafiosi del capo e del gregario.
    La società non esiste. Se per società intendiamo quella fondata sui valori, imprescindibili, della libertà, della fraternità e dell’eguaglianza.

    La letteratura, quella vera, puzza. E Poesia son le ferite che la vita ti lascia sulla pelle.

    ***

  107. Leonardo il 21 gennaio 2010 alle 11:33

    In molti hanno citato la presunta posizione dei Wu Ming sul “cambiare il sistema dall’interno”, vorrei sapere dove l’hanno espressa in questi termini. Io ho letto un post dove dicevano (più o meno) che “nessuno è fuori dal sistema, tutti siamo all’interno e ogni lotta avviene qui dentro, anche la più radicale, quindi accusarci di essere dentro e addirittura chiederci di uscire è un non-senso, siete qui dentro anche voi e le lotte sono qui, dove ci sono le contraddizioni, non nel vuoto siderale”. Se ritrovo quel post riporto il link.

  108. Robin Masters il 21 gennaio 2010 alle 11:50

    @ Sergio Falcone

    ti dico una cosetta piccola con un bicchiere di vino accanto

    il motto zen si riferiva a qualcosa che non hai colto, non è importante
    e son simpatici i pescetti sul tuo blog. Ma ti assicuro che Breton
    non avrebbe inserito spazzatura come Avatar di Cameron nei suoi volumi sull’arte magica e surrealista. Elegia per la purezza ? Parla di Desnos… Purezza… l’Albedo è l’ultimo stadio dell’opera, prma bisogna far altro e siam lontani…

  109. Daniela Bianchi il 21 gennaio 2010 alle 11:52

    Buongiorno Helena, sono Daniela Bianchi, una ragazza di 23 anni.
    Su segnalazione di un’amica ho letto molto bene il suo articolo e l’ho trovato interessante sotto molti punti di vista, credo che sia importante avere la possibilità di sentire entrambe le campane su determinati argomenti.
    Convinta di ciò, mi farebbe molto piacere se lei potesse ascoltare la mia opinione che, mi creda, ha decisamente poco (o per niente) a che fare con la politica, dal momento che è un argomento di cui non sono molto esperta e di cui , sinceramente, trovo del tutto privo di fondamento accostarla a una casa editrice.
    Personalmente sono anni che non acquisto più libri della Mondadori e non certo, come ribadisco, per mancanza di simpatia verso Berlusconi. Le assicuro che se a capo di Mondadori ci fosse Bersani o chiunque altro personaggio della politica italiana, la mia posizione non cambierebbe.
    Il motivo per il quale non acquisto più libri della vostra casa editrice, come di altre, è perché ho avuto la netta sensazione che l’unica politica da voi seguita sia quella del commercio. Ovviamente lei obietterà dicendo che è l’economia che muove il mondo. Be’, mi perdonerà se le rispondo che un tempo era la cultura.
    Le spiego meglio: ciò che mi spinge ad acquistare un determinato libro – al di là dell’autore, casa editrice, politica interna/esterna – è il suo contenuto, la storia, la capacità che ha, o meno, di ribaltare o incrementare le mie idee.
    Credo sia questo lo scopo vero e proprio di un libro. Ebbene, negli ultimi anni a questa parte – ad eccezione della collana “Oscar” che sono libri, a mio avviso, molto validi – il resto sia decisamente lasciato al caso.
    Così, mi è capitato spesso di acquistare libri che avessero storie già narrate o, peggio, idee nuove, ma trattate in modo stiracchiato. Perciò, è questo che mi viene da chiederle: non sarebbe meglio puntare più sulla qualità che sulla quantità? Non sarebbe meglio lasciar perdere tutte queste sterili disquisizioni sul fatto che veniate – a torto o a ragione, non entro nel merito – massacrati perché lavorate per qualcuno che, diciamolo, in Italia non è ben visto dai più?
    Ricordo i tempi d’oro della Mondadori (e mi creda, lo dico con rammarico perché sono una persona giovane a cui piace immensamente leggere) quando si pubblicavano storie con uno spessore, storie che potevo leggere e rileggere con molto piacere perché avevo la sensazione che, ad ogni lettura, ci fosse qualcosa di nuovo che, nella lettura precedente, mi era sfuggito. Era una cosa meravigliosa scoprire che quel libro forniva sempre più spunti per riflettere su qualcosa di nuovo.
    Ebbene, ora non è più così. Salve qualche rare perle che – grazie a Dio – siete riusciti a non farvi scappare, i vostri autori recentemente pubblicati mi hanno lasciata del tutto indifferente. Che fine hanno fatto le menti brillanti? Possibile che in Italia non ci sia più nessuno che sappia scrivere qualcosa di interessante? E, per favore, non mi dica che è difficile che nasca un nuovo Calvino o chicchessia. In un paese dove il numero di chi scrive è molto superiore a chi legge, bisognerebbe avere molto materiale su cui poter dare un giudizio, no?
    Volevo dirle che, per noi giovani, è importante avere materiale scritto con cui confrontarci ogni giorno ma, allo stesso tempo, quello stesso materiale è bene che sia valido. Come ci si può lamentare della nostra bassa istruzione se ciò che ci viene fornito non sono che le solite vecchie storie?
    Che cosa, in che modo potete rispondere a queste domande a me e ad altri ragazzi della mia età che, a quanto sembra, non ci riconosco più in quell’Italia di cultura che un tempo era apprezzata?
    Certo, ciò che pubblicate viene ben accolto dal pubblico, altrimenti non lo pubblichereste, chiaro. Però, è anche vero che siccome siete voi a pubblicare, siete voi (voi Mondadori come chiunque altra casa editrice, sia chiaro) ad affidare nelle mani del pubblico ciò che esso leggerà. E non vale nascondersi dietro alla facciata: “diamo al pubblico ciò che ci chiedono”, perché – dato che siete voi le case editrici – dovrebbe essere compito vostro quello di promuovere la cultura e, di conseguenza, scegliere di pubblicare ciò che sarebbe bello che la gente leggesse. E, spesso, ciò che sarebbe bene che la gente leggesse non va di pari passo con l’economia. Ecco, da studentessa, da italiana, da ragazza di 23 anni, vorrei che il panorama editoriale cambiasse cominciando da voi che siete i promotori della cultura o, per lo meno, così dovrebbe essere.

    Cordialmente.

    Daniela Bianchi

  110. sergio falcone il 21 gennaio 2010 alle 11:58

    Infatti non l’ho colta perché non posso leggere tutto attentamente.
    Non sono d’accordo sul giudizio che del film di Cameron dai.
    Tant’è che l’ho inserito nel blog.

    Chiedo scusa ma, come ho già detto, non posso sostare troppo al computer.
    Sono lieto che si sia aperto un dibattito, anche aspro. E meno male!
    Ma qui interrompo il mio intervenire.

    Chi lo desidera, può trovarmi a questi indirizzi di posta elettronica

    sergio.falcone@fastwebnet.it

    east.128@fastwebnet.it

    E’ sterile continuare a ripetere all’infinito la propria diversità dall’altro.
    Dal primo giorno che ho iniziato il mio percorso su NI, chi ha orecchie per intendere ha inteso.
    Le persone si associano per affinità. E per il cuore.

    ***

  111. Giorgio il 21 gennaio 2010 alle 12:06

    Non ho nulla da dire su chi lavora per Mondadori, Einaudi e via dicendo.
    Però mi chiedo perché lo scrittore che può scegliere non scelga Bompiani o Minimum fax o via dicendo. C’è una risposta a questa domanda? (Risposta che non sia: “per questioni di danari”, ovvio).

    Inoltre credo che non sia conciliabile essere uno scrittore e votare (non lavorare, ma votare) Berlusconi.

  112. marco mantello il 21 gennaio 2010 alle 12:10

    Concludo anche io con un´ultima osservazione. La logica delle ´vacche grigie´di cui parla Helena nel suo intervento é deprecabile comunque, anche se applicata a tutti quelli che hanno scelto, magari facendo frutto di esperienze personali di ´esclusione´, di ´autoesclusione´o quant´altro, di non far parte di un sistema di vacche nere, con alcune vacche grigie al suo interno, e al contempo di continuare a scrivere.

    Non credo affatto sia ´di sistema´ pubblicare un romanzo con una piccola casa editrice.
    All´inizio magari lo si fa perché non si ha scelta (é il solito problema dell´accesso al mercato, con cui le vacche grigie convivono e che a tratti difendono, volenti o meno, riversando su quelli che il sistema lo criticano dall´esterno i propri condivisibili e salutari conflitti di coscienza. Da questo punto di vista il modello ´culturale´berlusconiano vince, nel momento in cui si afferma che la legge del mercato vincola tutti gli editori generalisti e di fatto si assolve ´la Mondadori´ in quanto una delle ´tante´case editrici soggette alla ferrea legge della domanda).
    Poi, per continuare con i ´proverbi´e gli aforisi, si passa alla fase della volpe e dell´uva e infine, se uno ha un minimo di cervello, si matura una coscienza politica del tutto, affatto assolutoria di sé stessi. Affatto denigratoria o nichilsita. Conflittuale, invece, basata il piú possibile sulle proprie esperienze e su una messa nudo di se stessi in primo luogo. Questa cosa si chiama esprimersi. E l´esprimersi implica sempre, a mio avviso, il giudizio storico. Se sono severo con me stesso , perché mai devo difendere la Mondadori? Che bisogno ne hanno di essere difesi? Veramente Helena, la riflessione che fai rischia di ´mettere al riparo dalel critiche´ non solo le vacche grigie, ma anche le tante vacche nere che convivono nello stesso recinto….Saluti. Marco

  113. helena il 21 gennaio 2010 alle 12:11

    Sono assai felice degli ultimi commenti un po’ di tutti. Ovvio che ciascuno ha il diritto di dire: prefererisco non pubblicare con Berlusconi. Ossia, come rileva Francesco Pecoraro, di valutare che non vuole contribuire neanche quel minimo alla legittimazione della facciata democratica che passa attraverso un’editoria non omologata. Come ha il diritto di pensare che preferirebbe non veder pubblicati i suoi autori prediletti con Mondadori.
    Già meno convincente è l’argomento che certe case editrici si sono trasformato in senso ultramercantile da quando sono proprietà del premier. Perché questo non è vero solo per questi editori. Cosa che di nuovo non serve per scusarsi con la mossa del “tutti peccatori”, ma per far capire il èproblema. Moresco, per esempio, pubblicava con Feltrinelli ma Feltrinelli non ha voluto continuare. Così, cambiando per forza maggiore ancora vari editori, è approdato – per l’impegno di Luca Briasco, editor Stile Libero – a Einaudi e infine – per scommessa di Franchini – in Mondadori. Dove, per la prima volta nella sua carriera, un suo libro ha avuto un esito soddisfacente sia sotto il profilo della critica, sia delle vendite. Vi sembra così strano che uno scrittore possa dare più valore e peso all’impegno delle persone che nel suo lavoro hanno creduto, che alla nozione che il suo libro esce per una casa editrice di Berlusconi?

  114. Robin Masters il 21 gennaio 2010 alle 12:16

    @ Daniela Bianchi

    qui puoi renderti conto di tutto quello che vien e non vien più edito
    importante soprattutto quel che è scomparso visto che parlavi di età
    dell’oro

    http://www.sbn.it/opacsbn/opac/iccu/base.jsp

    qui cercare di trovarlo, il nuovo sistema è farraginoso, non ordinare tramite loro, contatta direttamente le librerie.

    http://www.maremagnum.com/showPage.php?template=HOME&id=1

    come lettrice non hai bisogno d’altro

  115. helena il 21 gennaio 2010 alle 12:22

    @Daniela Bianchi

    Potrei farle una lista di autori che fanno letteratura (magari letteratura che non piace o di cui non si condivide l’impostazione, ma è un’altro discorso): Antonio Moresco, Walter Siti, Antonio Pennacchi, David Grossman, Richard Powers, Joyce Carol Oates, William Vollman, Salman Rushdie. Per quel che riguarda l’area di cui mi occupo: Uwe Timm, Terezia Mora.

    Ecco quest’ultimo libro è stato scelto come libro del mese da “L’Indice”, ma temo che lei in libreria non l’avrà mai visto. Perché i problemi per chi cerca di mantere degli spazi all’editoria culturale non finiscono, ahimé, con la pubblicazione di un dato libro..Magari dopo ci torno.

  116. AMA il 21 gennaio 2010 alle 12:38

    [...] Vi sembra così strano che uno scrittore possa dare più valore e peso all’impegno delle persone che nel suo lavoro hanno creduto, che alla nozione che il suo libro esce per una casa editrice di Berlusconi?

    Helena, non ci provare. Spero solo che riusciate a lavorare in pace con voi stessi in attesa del dopo Berlusconi. Resta il fatto che Moresco o meno, la Mondadori e’ diventata dichiaratamente commerciale. Nonostante timide resistenze interne. Blande. Non c’e’ niente di male. Deve essere una tendenza internazionale. Resta il fatto che il libro di Russell Brand per la Hodder non e’ lo stesso del suo corrispettivo italiano per la Mondadori. Il berlusconismo ha agito soprattutto su questo. Sull’anomalia dei corrispettivi italiani. Poi magari un giorno ci spiegherai perche’ la Feltrinelli – o chi per lei – proprio non ce l’ha fatta, poverina, a continuare a pubblicare Moresco. Comunque buon lavoro. Ed ogni tanto cerca di dirottare qualche giovane autore meritevole da qualche parte. Opera meritoria.

  117. Evelina Santangelo il 21 gennaio 2010 alle 12:40

    Mi scuso per non esser riuscita a intervenire prima, e mi scuso soprattutto con Helena Janeczeck, perché non se ne trovano così tante in giro di persone disposte a mettere in gioco il loro tempo, la loro intelligenza per esporsi e dire (argomentare) fino in fondo quello in cui credono, quello in cui non credono, o le ragioni per cui scelgono di continuare a svolgere il proprio lavoro – che, nella fattispecie, non è né un lavoro così remunerativo né un lavoro in cui ci si improvvisa.
    Lo dico, per inciso, perché mi sembra che qui ci sia qualcuno che tenda a scambiare un lavoro («di concetto», certo, come si diceva una volta) in cui, se è il caso, si può lavorare anche dodici ore al giorno, con un passatempo.
    Scrivere, tradurre, fare gli editor (cioè cercare di capire i libri degli altri spesso lontanissimi dalla tua sensibilità, e farlo senza pre-giudizi, ma con giudizi circostanziati e argomentati sia sul piano del valore letterario, o culturale tout-court, o/e anche sul piano delle possibilità di mercato, visto che tutti, nessuno escluso, viviamo in una società di mercato), per quel che mi riguarda e credo proprio riguardi anche Helena, ha a che vedere, prima di tutto, con l’idea che:
    se, nella pervasiva logica di mercato in cui ci ritroviamo (e in cui sono costrette a barcamenarsi anche case editrici di nicchia, visto che pure i loro libri, ahimè, sono destinati ad andare in vendita in quel calderone terribile e frustrante, spesso, che si chiama «mercato librario»…), se in questo contesto, dicevo, c’è un luogo in cui posso ancora (finché sarà possibile) mettere in gioco la mia intelligenza, la mia sensibilità, il patrimonio culturale che mi sono costruita negli anni per fare approdare nel mercato (diversamente non saprei dove…), tra il mare dei prodotti librari, tra il mare delle più velleitarie ed effimere opere letterarie (che sono poi le più subdole, perché le meno riconoscibili) opere d’ingegno, di cultura, di letteratura, di scienza… che, nella loro diversità, anche di valore, oltre che di visione tout-court, possano contribuire a rendere meno ottuso, autoreferenziale e monolitico, il desolante panorama culturale italiano, beh, per quel che mi riguarda, io lo farò. Se avrò modo di farlo meglio e in maniera più incisiva altrove, beh, lo farò. Se non mi sarà più possibile farlo, beh, lo farò a casa mia. Ma prima di finire in una stanza, credo sia mio dovere (di Helena, di chiunque pensi che l’editoria non possa ridursi ad assecondare il gusto prevalente, né a cavalcare e alimentare la pervasiva, non dico mancanza, ma addirittura indifferenza per qualsiasi giudizio critico…), prima di finire in quei frustranti e forse anche consolanti margini lì, credo sia mio dovere fare tutto quel che mi è possibile per non lasciare in un cassetto, o in una tiratura di 100 copie per specialisti, un libro come Terra Matta di V. Rabito. E lo cito perché, se c’è un esempio di un testo miracolosamente sopravissuto anche alla macina del mercato, questo è proprio Terra Matta. Libro tutt’altro che commerciale e fatto con pochissime speranze in termini di ritorno economico e molta moltissima determinazione.
    Certo, il destino di libri così, non è dovuto alla grande macchina promozionale messa in moto in ben altri casi (in cui si scorgono margini più ampi di vendibilità: e questo vale sia per i libri commercialissimi sia per quelli meno commerciali, ma che, per qualche ragione, si ritiene abbiano la possibilità di arrivare più in là). Certo è terribilmente frustrante vedere alcuni libri «importanti» o di un certo «rilievo culturale, letterario, artistico, sociale» soccombere o faticare, e credere che si sarebbe potuto fare di più, molto di più. Certo fa una certa rabbia vedere quanto si chieda, proprio in termini di prestazione autoriale, a uno scrittore di talento (che vende così così) rispetto al più improvvisato dei pennivendoli di successo. E il fatto che le ragioni siano fondamentalmente ragioni puramente di mercato, SECONDO una VISIONE, a mio parere, SPESSO MOLTO OTTUSA DEL MERCATO, delle possibilità che può offrire il mercato anche alla qualità, alla crescita culturale di un paese, il fatto che sia questa la ragione, dicevo, non consola affatto.
    Perché c’è un modo ottuso e un modo intelligente anche di sfruttare le potenzialità che offre il mercato. E ho l’impressione che sia proprio con questa terribile ottusità che oggi, quasi dovunque (in qualsiasi settore produttivo) stia facendo i conti il nostro paese. Per quel che mi riguarda, non credo proprio che vivere in una società di mercato significhi necessariamente (come molti, in modo interessato, credono, vogliono far credere e operano) vivere in una società destinata alla miseria culturale e alla massificazione, né intendo rassegnarmi a una tale idea o contribuire ad alimentarla tirandomi fuori dalla mischia. Il che non toglie che, se dovessi riconoscere la possibilità di lavorare meglio e IN MODO PIU’ INCISIVO in qualsiasi altra realtà editoriale, lo farei, eccome. E lo farei sicuramente, senza ombra di dubbio, se dovessi ritrovarmi a lavorare in un’azienda patronale, se non altro per una questione caratteriale, diciamo. Il che, a tutt’oggi, non è così.
    Il resto, lo lascio ai tetragoni della purezza, che hanno le loro ragioni e fanno le loro valutazioni, profondamente diverse, come è ovvio, dalle mie e da quelle di Helena. Né saprei dire chi lascerà un qualche segno tra chi la pensa come me e chi la pensa come loro, se i segni finiranno per sommarsi o se finiranno travolti tutti dall’onda lunga di una POLITICA DI MERCATO (che è cosa DIVERSA DAL MERCATO IN SE’) SEMPRE PIU’ TOTALITARIA… A ognuno le sue scelte e le sue responsabilità. Quel che mi aspetto da loro, però, è che lavorino sodo per creare, almeno attorno a sé, un humus culturale ricco, complesso, vario, e più ampio possibile, fatto di gente capace di apprezzare, riconoscere, divulgare qualsiasi manifestazione culturale che possa contribuire a renderci meno ottusi, autoreferenziali e monolitici.
    Per quel che mi riguarda (e per quel che riguarda molti editor con cui mi ritrovo a lavorare e a confrontarmi, non tutti, né i più) la vera sfida è come contribuire, nel mio (nostro) piccolissimo, a non far degenerare in totale ciarpame la produzione libraria più commerciale, e, nello stesso tempo, come contribuire, sempre nel mio (nostro) piccolissimo, a far riconoscere la cultura letteraria, scientifica… come bene di consumo irrinunciabile, come nutrimento irrinunciabile di una società davvero libera, visto che non mi sembra ci sia nulla che faccia pensare lontanamente alla possibilità di modificare (in che seno poi… sarebbe tutto da scoprire…) l’impianto socio-economico dei paesi occidentali…
    Per il resto, beh, condivido l’analisi di Helena, dunque non mi dilungo oltre.

  118. AMA il 21 gennaio 2010 alle 12:46

    Resta il fatto che la idea di letteratura che hanno i collaboratori di Mondadori possa non piacere. Pero’ pare sia la sola accreditata. Inseguita anche dalle piccole case editrici. Che fare allora? Beh, se ti riconosci in quella idea di letteratura pubblicare per la Mondadori fa la differenza. Che il suo maggiore azionista sia Berlusconi o meno. Basta ammetterlo senza tanti giri.

  119. Leonardo il 21 gennaio 2010 alle 12:49

    Ma la Mondadori è SEMPRE stata commerciale, dai tempi di Arnoldo è sempre stata la casa editrice più generalista e commerciale, è la Mondadori ad avere inventato il mass market, ad avere imposto i tascabili da edicola, pubblicava pure Topolino! Di cosa stiamo parlando? Da quali nuvole state cadendo?

  120. AMA il 21 gennaio 2010 alle 12:50

    “Per quel che mi riguarda (e per quel che riguarda molti editor con cui mi ritrovo a lavorare e a confrontarmi, non tutti, né i più) la vera sfida è come contribuire, nel mio (nostro) piccolissimo, a non far degenerare in totale ciarpame la produzione libraria più commerciale, e, nello stesso tempo, come contribuire, sempre nel mio (nostro) piccolissimo, a far riconoscere la cultura letteraria, scientifica… come bene di consumo irrinunciabile, come nutrimento irrinunciabile di una società davvero libera, visto che non mi sembra ci sia nulla che faccia pensare lontanamente alla possibilità di modificare (in che seno poi… sarebbe tutto da scoprire…) l’impianto socio-economico dei paesi occidentali”…

    Opera meritoria, non c’e’ che dire. Ma gli eroi sono altrove. Buon lavoro.

  121. AMA il 21 gennaio 2010 alle 12:59

    @ Leonardo

    C’e’ commerciale e commerciale. E una soglia oltre la quale… Perche’, tu non senti il problema? Poi qualcuno un giorno mi spieghera’ perche’ Berlusconi sia indisturbato il maggiore azionista di tutte le maggiori case editrici italiane. Un disegno lo avra’ pure avuto. Berlusconi. O la intellighenzia che lo ha per forza di cose armato. Ma questa c’entra fino a un certo punto con la idea imperante di letteratura. Il problema e’ piu’ complesso.

  122. Robin Masters il 21 gennaio 2010 alle 13:00

    @ Evelina Santangelo

    “beh, per quel che mi riguarda, io lo farò.”

    Guardi, lo immagini del tipo, adottiamo un cucciolo a distanza, in questo caso un “classico” a distanza. Riesce a far qualcosa per far ripubblicare “Contro Sainte-Beuve” di Proust ? Anche nella collana pantone va bene.

    Ci conto…

  123. Leonardo il 21 gennaio 2010 alle 13:00

    @ AMA

    tu avevi scritto:
    “Resta il fatto che Moresco o meno, la Mondadori e’ diventata dichiaratamente commerciale. ”
    E se non è vista corta questa…

  124. véronique vergé il 21 gennaio 2010 alle 13:00

    Il filo della discussione è prezioso per me. Mi sembra ( ma forse mi sbaglio) che accettare di essere pubblicato in una casa editrice in Italia
    sia quasi un atto politico, è accettare di essere prigioniero di un sistema.
    Ribadisco che l’articolo di Helena Janeczek è chiaro: si sente una vera passione per il suo lavoro, e soprattuto una probità straordinaria. Di più
    lo stile del suo articolo è limpido, brillante; qualità propio di uno scrittore.

    Mi sembra che in Francia il vincolo dello scrittore con le case editrici è un affetivo. Rompere con il suo editore è divorziare. Il caso per esempio di Camille Laurens pregata di lasciare la casa editrice POL, nel caso del plagio da cui accusava Marie Darrieusecq.
    Storie di gelosia e finalmente d’amore.

  125. Evelina Santangelo il 21 gennaio 2010 alle 13:05

    Ama,
    ….????
    «gli eroi sono altrove»… sì, probabilmente nella sua specialissima maniera di leggere (o straleggere) i commenti altrui. Il che dispiace sempre, in contesti del genere.

  126. sergio falcone il 21 gennaio 2010 alle 13:17

    Sono stato allievo di Aurelio Andreoli, cugino del più famoso Vittorino.
    Aurelio, tra l’altro, è stato redattore del supplemento libri del quotidiano Paese Sera, quando Paese Sera usciva a Roma con tre edizioni, e capo-redattore de La Fiera Letteraria.
    Un giorno decise di sospendere la sua attività prematuramente. E con mia grande meraviglia.

    - “Aurelio,… perché?”.
    - “Sergio caro, il motivo è che non ne posso più del lerciume degli ambienti culturali italiani. Me ne hanno fatte troppe. Ed io posso vantarmi, comunque, d’essere stato fortunato. Immagina un giovane che, come te, cerca di avere una qualche visibilità. Immagina quante ne dovrà ingoiare… Peggio che in un ministero!”.

    E con questo v’ho detto per intero come la penso.

    Io di quel pane non ne vorrò mai alla mia tavola.

    Adieu.-

    ***

  127. Robin Masters il 21 gennaio 2010 alle 13:22

    “So che Berlusconi sara’ attento ai nostri programmi, ha detto cose che mi trovano assolutamente consenziente: la promozione di lunga durata per aiutare il processo educativo del Paese, anticiparne lo sviluppo futuro”.

    (Giulio Einaudi 1992)

    http://archiviostorico.corriere.it/1992/gennaio/26/Struzzo_debutta_Tv_co_0_9201269904.shtml

    eh già…

  128. robugliani il 21 gennaio 2010 alle 13:22

    A un autore che si facesse dei problemi “politici” per pubblicare con Berlusconi, chiederei di essere altrettanto scrupoloso nel verificare politicamente la posizione oggettiva dell’editore non berlusconiano col quale decidesse di pubblicare. Insomma, ammessa l’esistenza di una editoria legata in qualche modo all’”opposizione” (“Repubblica” ecc.), e premesso che non si vive su Marte bensì in Italia, e facendo mia la teoria del battito d’ali d’una farfalla a Pechino che provoca un maremoto a New York, dico che non ci si salva l’anima politica, né si contribuisce al miglioramento politico del Belpaese, schierandosi con la parte “avversa”. Se si parla dei destini generali a cui un autore partecipa con il suo piccolo gesto di rifiutare una pubbliczione con Mondadori & C., ebbene mi pare che la parte avversa che tale autore preferisce non sia poi tanto meglio della parte qui in causa. Passando dal discorso editoriale a quello più ampiamente politico, dal quale la maggior parte dei commenti qui fa dipendere il primo (ossia la scelta politica di pubblicare o meno con Mondadori & C.), voglio ricordare che la parte politica avversa (a Berlusconi), quando ha governato, s’è messa sotto i piedi (come tutti gli altri, naturalmente) la sovranità nazionale con la guerra in Kosovo, che è stato un bel regalo agli Usa, di cui è (o era già) entrata nelle grazie. E un bel regalo lo ha fatto anche al c.d. capitalismo neoliberista (soprattutto anglo-americano) con la s-vendita del patrimonio industriale nazionale, iniziata nel 92-93 col governo Amato I (in cui c’erano esponenti politici che poi ritroveremo sia nei governi di centro-sinistra che di destra) e proseguita col governo Ciampi (in cui la “””sinistra””” era ancora più presente). Insomma, perché un autore deve porsi il problema etico-politico di pubblicare con Mondadori-Berlusconi e non invece con De Benedetti, la famiglia Fiat-Montezemolo o l’editoria di questa “opposizione”? Dato che non si vive su Marte, appunto.

  129. sergio falcone il 21 gennaio 2010 alle 13:26

    Volete i nomi? Ve ne faccio un altro.
    Marco Giovenale, poeta in quel della mia città. Uno molto ben inserito.
    Fu nel comitato che organizzava RomaPoesia, non ricordo più quale edizione.
    Bene.
    Pur sapendo della mia attività poetica, s’è ben guardato dal dirmelo.

    La tentazione di continuare la polemica, sacrosanta, è forte.
    Ma qualcosa mi dice che è meglio interromperla qui, e veramente.
    In attesa di tempi, e di persone migliori.
    Con le dovute eccezioni. Ma, ahimé!, l’eccezione non è la regola.

    ***

  130. massimo il 21 gennaio 2010 alle 13:31

    Incredibile la furia di commenti assolutori, condannatori e chi più ne a più ne metta. In effetti viviamo in un sistema che ci da sempre meno margini di libertà. Uscire fuori dal sistema equivale quasi ad uscire fuori dal mondo. Onestà intellettuale è quella dell’ennesimo Adorno: qualunque cosa faccia l’intellettuale sbaglia. E non solo l’intellettuale, tutti sbagliamo, ormai invischiati irrimediabilmente con il falso totale.
    ci può salvare solo l’avere ancora una cattiva coscienza. Io, per esempio non lavoro più nel campo editoriale da anni, ma quello che faccio adesso mi porta ad essere dipendente indierettamente di un certo Salvatore Ligresti. Che fare? Vegetare sotto qualche ponte? Affidarsi alla Caritas (Vaticano!)? E così sogno. Sogno di vederli tutti dentro e non accadrà mai. Sogno un mondo libero per tutti e non saremo mai più liberi (non per i prossimi 40 anni). Sogno la rivoluzione ma alla sera l’unica cosa rivoluzionaria da ve3ere in televisione è Blob. Per riuscire a vivere decentemente al margine, con meno complicità possibili bisogna fare lo slalom. e poi ti schianti contro le porte.

  131. plessus il 21 gennaio 2010 alle 13:33

    Scusate se intervengo a gamba tesa a distanza di mesi. Ma che senso ha ‘sto dibattito?
    Io leggo e non me ne può fregare di meno se il direttore editoriale di Adelphi è ultracattolico o il padrone di Mondadori è uno dei signori che procura e continua a procurare più danni all’Italia di tutti gli altri. Se pubblicassi sarebbe la medesima cosa. Persevererò nell’acquisto di libri che mi interessano, a prescindere dalle case editrici da cui sono pubblicati. Queste discussioni penso che non presentino alcuna necessità, né utilità sociale. Se vi sono, sono solo individuali, autoreferenziali all’interno di un circolo elitario. Non il post, ma molti commenti pubblicati sono un’ottima occasione per rendersi ridicoli di fronte alla penna rapace e incapace delle destre. Non che il dibattito sia ridicolo. E’ che non si perde occasione per mostrare il ventre molle all’avversario, quando occorrerebbe spacciare più cultura a tutto il potenziale circondario. La rima è involontaria. Gli intellettuali dovrebbero parlarsi addosso un po’meno e fare un po’ più gli operatori culturali. A mio avviso c’è una buona minoranza di lettori cui basterebbero poche indicazioni ricevute per capire che Bolano letterariamente nutre molto più di Faletti. Per dire, eh. Ma la crema culturale sembra che sia poco interessata a svolgere questo tipo di lavoro. La popolazione dei lettori ristagna invece di crescere e qui si continuano a pubblicare cose per pochi intimi. Schnitzler, Bernhard o Celine rimarranno sconosciuti ai più, che invece capiscono perfettamente la necessità di lavorare per chiunque ti paghi per garantirsi il pasto quotidiano e l’acquisto dell’ultimo Volo.

  132. sp il 21 gennaio 2010 alle 13:33

    Evelina Santangelo scrive:

    “visto che non mi sembra ci sia nulla che faccia pensare lontanamente alla possibilità di modificare (in che senSo poi… sarebbe tutto da scoprire…) l’impianto socio-economico dei paesi occidentali.”

    Mi sembrava d’aver capito che era proprio “l’impianto socio-economico dei paesi occidentali” a far degenerare in ciarpame la qualità letteraria … Allora forse questo è proprio il migliore dei mondi possibile … Non possiamo che renderlo più pulito, anche con la letteratura … Alla faccia – direi, a questo punto – di tutte le differenze tra destra e sinistra ….

    O forse, più semplicemente, parliamo una lingua diversa …

    sp

  133. véronique vergé il 21 gennaio 2010 alle 13:44

    Rileggendo i commenti, aggiungo che un commento mi ha toccato il cuore è quello di Sergio Falcone, perché sente una anima idealiste, che in nostro mondo è raro. Ho sentito un dolore nella sua voce.

  134. leonardo p il 21 gennaio 2010 alle 13:47

    penso davvero che il reale danno di berlusconi e del berlusconismo sia come abbia inquinato e cambiato per sempre temo la forma.
    Si sopravvaluta il danno sui contenuti (ovviamente c’è), ma per me è come ha mutato la forma che alla fine rende impossibile qualsiasi ragionamento logico.
    Personalizzazione, pronta smentita, ecc ecc sono effetti/difetti che oramai sono diventati nostri. E se rileggiamo questo thread interessantissimo si vede come ne siamo vittima.
    credo. forse. boh

  135. Sascha il 21 gennaio 2010 alle 13:49

    Ai tempi dell’Urss, persino sotto Stalin, venivano pubblicate splendide edizioni di Dostoevsky, Tolstoj, Gogol, Cechov, Puskin etc e di tutti i classici occidentali, senza la benchè minima censura o distorsione.
    Un oppositore coerente del regime avrebbe dovuto rifiutarsi di leggerle?

  136. callettino il 21 gennaio 2010 alle 13:58

    …berlusconi dovunque: ce l’ho trovato anche in Delitto e Castigo: un raskò berlusconino che va ammazzando vecchiette con l’accetta a destra e a manca. alla fine, un lieto fine che non t’aspetti: e dal buio di pietroburgo, spuntò un sole violento, siciliano. e me lo godo.

  137. helena il 21 gennaio 2010 alle 14:02

    Certo che Mondadori è commerciale e oggi commerciale vuole dire: sempre meno spazio per pubblicazioni in cui non si intravvede il “prodotto che funziona”. Nessuna ha la ricetta per fabbricare best-seller, nessuno crede che ciascuno acquisizione farà il botto, ma lo spirito dei tempi esige la selezione di testi con caratteristiche di commerciabilita q.b.
    Evelina, però secondo me, dice una cosa verissima. Vige un’ideologia che fa il mercato assai più ottuso di quel che talvolta riesce a rivelarsi. E solo persone che non hanno voglia di asservirsi a quest’ultima, riescono ancora a portare avanti scelte diverse.
    Così, empiricamente, succede che alcune case editrici pubblicano libri letterariamente più rilevanti di altre, pur con lo stesso orientamento verso il mercato.
    Non so: magari tu, Alessandro, non apprezzi Moresco, o Siti o Richard Powers o altri, ma credo non dovrebbe esserti impossibile dire che è roba diversa da Dan Brown o Valerio Massimo Manfredi.

  138. sergio falcone il 21 gennaio 2010 alle 14:02

    Mia cara Véronique Vergé,

    è vero. C’è tanto dolore dentro di me. Per come vanno le cose a questo mondo. E perché hanno fatto tabula rasa. D’ogni ideale e regola morale.
    E questa discussione lo dimostra.
    Lascio ad altri successo e potere. Se è quello che desiderano.
    Tutte le volte che mi si è presentata un’occasione, l’ho cordialmente rifiutata. Perché non mi interessa.
    Se scrivo o, meglio, scrivevo (perché m’hanno stancato), l’ho fatto perché avevo da dire delle cose. Non per altro.

    Come m’ha ricordato poco fa la poetessa Dianella Bardelli,

    http://poesiaprosaspontanea.splinder.com/

    l’attaccamento alle cose materiali genera infelicità.
    E’ la storia, la solita, del vitello d’oro che si perpetua all’infinito.
    Sono stanco del genere umano, e delle sue “tanto umane” debolezze.
    Che queste parole non ti sembrino eccessive.
    E’ così.

    ***

  139. véronique vergé il 21 gennaio 2010 alle 14:20

    Sergio,

    Capisco benissimo la tua scelta che viene di una riflessione su creazione
    e impegno. Viene da una bell’anima. Ma so benissimo ( non sono scrittrice) che non potrei avere un impegno cosi grande. Mi sembra che se un grande casa editrice è interessata nella mia creazione, non declinerai la proposa di firmare il contratto. Invece non vorrei entrare
    nalla logica del marketing (promozione del libro). L’esempio che mi piace è quello di Elena Ferrante che guarda la sua immagine segreta.
    Forse fare ascoltare la sua voce in una grande casa editrice permette
    una più grande risonanza.
    Invece ( ma non mi sembre essere il tuo caso) criticare perché si lavora a Mondadori mi sembra poco giusto. Ciascuno fa il suo lavoro con passione, sensibilità, volontà di diffondere bellezza, originalità.

    Si snte in te un vero impegno nella scrittura è forse è quello che è importante: essere nel punto giusto della sua crezione.

  140. véronique vergé il 21 gennaio 2010 alle 14:21

    Sergio,

    Capisco benissimo la tua scelta che viene di una riflessione su creazione
    e impegno. Viene da una bell’anima. Ma so benissimo ( non sono scrittrice) che non potrei avere un impegno cosi grande. Mi sembra che se un grande casa editrice è interessata nella mia creazione, non declinerai la proposa di firmare il contratto. Invece non vorrei entrare
    nalla logica del marketing (promozione del libro). L’esempio che mi piace è quello di Elena Ferrante che guarda la sua immagine segreta.
    Forse fare ascoltare la sua voce in una grande casa editrice permette
    una più grande risonanza.
    Invece ( ma non mi sembre essere il tuo caso) criticare perché si lavora a Mondadori mi sembra poco giusto. Ciascuno fa il suo lavoro con passione, sensibilità, volontà di diffondere bellezza, originalità.

    Si sente in te un vero impegno nella scrittura è forse è quello che è importante: essere nel punto giusto della sua crezione.

  141. Daniela Bianchi il 21 gennaio 2010 alle 14:25

    il mio pensiero non sto a ribadirlo, vi basta solo sapere che sono perfettamente d’accordo con Plessus che, a mio aviso, è l’unico ad aver afferrato il senso di tutto questo dibattito inutile.

  142. Evelina Santangelo il 21 gennaio 2010 alle 14:30

    Robin Masters,
    sì un gravissimo errore di valutazione, o un’ingenuità… quella di Giulio Einaudi, ma non tanto, A QUEL TEMPO ALMENO, per il fatto di aver venduto la casa editrice a Berlusconi, piuttosto che a qualsiasi altro imprenditore interessato a comprare Einaudi per ragioni di interesse economico, quanto per il fatto di non aver forse capito fino in fondo che l’editoria «di qualità» deve asolutamente inventarsi sue strategie per vivere nel mercato (a suo modo, certo, e con le sue peculiari priorità), se non vuole soccombere o ridursi all’irrilevanza. È questo, a mio avviso, ciò che è stato davvero sottovalutato allora, e che è stato troppo spesso sottovalutato in seguito da chi ha cercato di portare avanti progetti di discontinuità culturale. Magari mi sbaglio… ma questo mi sembra un limite, in termini di lungimiranza, abbastanza significativo. Perché a volte ho l’impressione che in molti prevalga l’idea che la qualità non possa (e non debba quasi) avere mercato o non debba comunque cercare sue strategie per averlo… anzi, che il fatto di non cercarlo sia quasi un merito… Detto questo, quel che oggi disarma è proprio la consapevolezza di ciò che in questi vent’anni è stato fatto di questo paese in termini di totale noncuranza e disprezzo per il patrimonio di intelligenza, cultura letteraria, scientifica, tecnologica… che l’Italia era in grado di esprimere, e tutto sommato sarebbe ancora in grado di esprimere, se non fosse che non sembra importi più a nessuno, o quasi, investire nella formazione, nella cultura, nell’intelligenza… Pure questo contribuisce, credo, a uccidere o a rendere difficilissima la vita all’editoria, persino alla più meritevole e combattiva: la mancanza di un pubblico capace di riconoscerla. Per questo motivo credo, personalmente, che la questione sia molto più complessa che scegliere questo o quell’editore. Almeno oggi. Non dico che sia irrilevante, attenzione, se no, helena non avrebbe scritto il suo pezzo e io non sarei qui a cercare di capire perché mi sembra che le cose siano più sfaccetate di quel che alcuni, in modo così deciso, sostengono.

  143. Yes, I Ken – prima parte – Nazione Indiana il 21 gennaio 2010 alle 14:38

    [...] e allora perdere ogni forza e vigore, nella parola esibita. Ecco perché un testo come quello di Helena disturba, infastidisce, oltre a colpire nel segno dei tempi. Perché senza indietreggiare di fronte [...]

  144. QuicoSabate il 21 gennaio 2010 alle 14:40

    Beh a parte evviva Mondadori, scopro ohibò di avere un Ip di Milano (una città nella quale non ho mai messo piede nemmeno di passaggio
    in vita mia), ma vabbè quell’altro Giorgetto Orvellino (un troll come tito puente, ce ne sono sempre nei forum) è stato anche lui a Barna (ohibò che novità), ma non mi sembra che il tema fossi io, quindi ormai che dire, mi sembra siate giunti a una conclusione, EVVIVA LA MONDADORI (avallata anche da Giulio Einaudi, sul quale il giudizio del direttore – uscente per la verità- della divisione libri della Mondadori, Gian Arturo Ferrari dal punto di vista umano e culturale è stato molto, ma molto lusinghiero ahahahhaha http://ricerca.gelocal.it/ilpiccolo/archivio/ilpiccolo/2009/12/04/NZ_11_DEST.html ), sugli scrittori italiani ho sempre approvato il giudizio del mio amico d’oltremanica (abbiamo un caro amico in comune scomparso l’anno scorso) (si Eli in Italia è Pubblicata da Piemme ovvero da Mondadori, evitate di dirmelo, grazie) Eli Gottlieb http://www.radio24.ilsole24ore.com/main.php?articolo=eli-gottlieb-colleghi-scrittori

    Libri italiani consigliati http://www.editricezona.it/irifiutideltevere.htm

    e Corrado Cutolo (cugino di Sparagna, che è pure un po’ stronzo il Vincenzo) “California”

    Caro Falcone a presto (merci pour l’email), appena torno ti contatterò con un regalo e magari andiamo a mangiare il venerdì (come sempre) all’idea e pisciamo addosso a Necci ;-)

    P.s. Coincidenza: sulla rivista dei wu ming del 10 maggio 2006 articolo (sacrosanto) contro la Feltrinelli, ma come mai non si parla delle condizioni di lavoro della Mondadori (la Janeczek mi pare sia cocopro e non può scioperare o quel che succede questi giorni a mediaset?)
    Coincidenze, il caso,
    “Il caso non si ripete, quasi, mai” Luis Bunuel

  145. gherardo bortolotti il 21 gennaio 2010 alle 14:52

    @santangelo
    “Perché a volte ho l’impressione che in molti prevalga l’idea che la qualità non possa (e non debba quasi) avere mercato”

    mi rendo conto che ormai sforiamo verso l’OT (ma forse no, a ben vedere) tuttavia vorrei sottolineare velocemente una cosa: mi sembra che focalizzare la discussione sulla qualità si perda di vista l’altro corno della questione, ovvero la normalizzazione (che di per sé potrebbe essere benissimo verso l’ “alto”, ovvero verso una produzione ben fatta, di qualità, etc. etc. ma pur sempre normalizzata).

  146. AMA il 21 gennaio 2010 alle 15:05

    “Non so: magari tu, Alessandro, non apprezzi Moresco, o Siti o Richard Powers o altri, ma credo non dovrebbe esserti impossibile dire che è roba diversa da Dan Brown o Valerio Massimo Manfredi”.

    Helena, resisti fin che ce la fai, con lo stesso spirito sano ed autentico di chi ha la tua idea di letteratura. Fra l’altro non mio. Non completamente. Certo, anche tu, Helena, devi fare i conti con diverse contingenze… Come tutti del resto.

    @ Alcor
    Grazie del link. Lo apro stasera…

  147. marco mantello il 21 gennaio 2010 alle 15:27

    Evelina Santangelo
    Condivido il tuo richiamo all’impegno e apprezzo la parte del tuo intervento
    in cui dimostri di rispettare, molto più di quanto non abbiano fatto altri in questa sede, la posizione degli ‘ipercritici’, evitando di ricorrere al solito argomento del ‘siete fuori dal mondo’.
    Ti chiedo però: credi davvero che sia possibile, oggi in Italia, distinguere un’idea di mercato ‘buono’ che soppianti il cattivo ‘mercato reale’? Non si rischia di spacciare per ‘ideologia’ ciò che in tantissimi casi è solo la realtà delle cose, sostenendo che esiste un’ideologia del mercato in sé becera (e anche operativa, pienamnete operativa), che oscura le potenzialità democratiche di un supposto ‘mercato buono’?
    Io resto fedele alla filosofia della praxis e cerco di guardare le cose per come penso che stiano.
    Poi certo ci sono le speranze, c’è l’impegno di alcuni, non dubito della tua buona fede, ti invito però a riflettere sul commento di sp al tuo intervento, che a me pare incisivo….Evitiamo il ‘pensiero unico’ quando ci confrontiamo. Saluti

  148. Sascha il 21 gennaio 2010 alle 15:29

    @ Sergio Falcone e QuicoSabate

    ‘Beaucoup de gens se plaignent de n’avoir pas ceci ou cela ; mais la cause en est toujours qu’ils ne l’ont point vraiment désiré. Ce colonel, qui va planter ses choux, aurait bien voulu être général ; mais, si je pouvais chercher dans sa vie, j’apercevrais quelque petite chose qu’il allait faire et qu’il n’a point faite, qu’il n’a point voulu faire. Je lui prouverai qu’il ne voulait pas être général.
    Je vois des gens, qui, avec assez de moyens, ne sont arrivés qu’à une maigre et petite place. Mais que voulaient-ils ? Leur franc-parler ? Ils l’ont. Ne point flatter ? Ils n’ont point flatté et ne flattent point. Pouvoir par le jugement, par le conseil, par le refus ? Ils peuvent. Il n’a point d’argent ? Mais n’a-t-il pas toujours méprisé l’argent ? L’argent va à ceux qui l’honorent. Trouvez-moi seulement un homme qui ait voulu s’enrichir et qui ne l’ait point pu. Je dis qui ait voulu.’ – Alain, 1923

    Insomma, le vostre proteste di onestà e purezza cominciano a sembrare tutt’altro…

  149. anfiosso il 21 gennaio 2010 alle 15:32

    mantello (mi riferisco a questo: http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/#comment-127461), non ho capìto quasi nulla.

  150. Massimiliano Governi il 21 gennaio 2010 alle 15:37

    * Giorgio
    Non vanno a Minimumfax, o a Bompiani, o da noi alla Elliot, perché Mondadori gli dà un sacco di soldi. E non c’è partita. Mai. Gli scrittori famosi nemmeno si degnano di partecipare a un’antologia (pagati, eh, non tanto ma pagati), se a chiederglielo non è un editor Mondadori o Einaudi. Mi rendo conto che questo non c’entra con il post di Helena, ma forse un po’ c’entra comunque. Ciao.

  151. sergio falcone il 21 gennaio 2010 alle 15:39

    Sascha, sei libero di pensare ciò che vuoi. Ne hai pieno diritto. Di pensare e di dire quel che più ti aggrada. Critiche, insulti… Io vado avanti per la mia strada.

  152. Benito Cereno il 21 gennaio 2010 alle 15:40

    @ Evelina Santangelo, magari ho letto male, ma non mi risulta che Giulio Einaudi abbia mai venduto niente a Berlusconi. A me pare, se non sbaglio (magari sbaglio) che Mondadori si sia trovata la Einaudi quasi per caso in seguito alla cessione di Electa da parte di Zelman, Einaudi era infatti di proprietà di Electa. E ancora meno credo che Einaudi fu ingenuo, in tempi non sospetti aveva chiara l’idea di chi fosse Berlusconi e più volte ne fece confidenza (credo anche pubblicamente), credo solo che Einaudi mostrasse buon viso in nome di una casa editrice che negli anni (lei lo sa meglio di me) è rimasta fedele alla sua storia, per quanto la nostra storia attuale ce lo possa permettere. Per il resto concordo su tutto quello che dice. Saluti

  153. helena il 21 gennaio 2010 alle 15:52

    Soldi, certo. Ma anche: distribuzione, prestigio del marchio (vale soprattutto per Einaudi) e quindi maggior riconoscimento come scrittori.

  154. QuicoSabate il 21 gennaio 2010 alle 15:59

    Finalmente un po’ di onestà, la Janeczek ce l’ha fatta ecco per cosa lavorano, pe rse stessi e la gloria che sperano gli venga tributata da questo manipolo di editorazzi senza dignità che fanno scempio del nostro Paese, ci voleva Massimilano Governi per fargli mettere da parte un po’ della loro ipocrisia, altro che moralità dignità, cultura e andiamooooo,
    tra poco vi aspetterete anche il telegattoooone maoooooooooooo
    Avere riconoscimenti e prestigio del marchio da gente come Gian Arturo Ferrari, a ognuno le sue scelte, make your chioce, fermo restando che a molti che hanno una dignità farebbe più che schifo!

    Sergio continuiamo sulla nostra cattiva strada, poi sascha è un altro troll ce ne son sempre a iosa nei forum, Massimiliano Governi, ti si addicono le parole che Jarry disse su Fénéon, “Celui qui silence”

  155. anfiosso il 21 gennaio 2010 alle 16:07

    Ai tempi dell’Urss, persino sotto Stalin, venivano pubblicate splendide edizioni di Dostoevsky, Tolstoj, Gogol, Cechov, Puskin etc e di tutti i classici occidentali, senza la benchè minima censura o distorsione.
    Un oppositore coerente del regime avrebbe dovuto rifiutarsi di leggerle?

    Credo che gli oppositori coerenti del regìme non le avrebbero lette comunque.

  156. Girolamo De Michele il 21 gennaio 2010 alle 16:11

    Dal momento che tale QuicoSabate continua a scrivere inesattezze, rubo di nuovo qualche rigo a nazione Indiana per far presente, a proposito di questa affermazione:
    «sulla rivista dei wu ming del 10 maggio 2006 articolo (sacrosanto) contro la Feltrinelli, ma come mai non si parla delle condizioni di lavoro della Mondadori» che:
    1. la rivista in questione è Carmilla;
    2. Carmilla non è in alcun modo «la rivista dei Wu Ming», che in quanto tali non sono membri, né ora né in passato, della redazione (ne fa parte uno solo, Wu Ming 1, m non in rappresentanza del collettivo): questo vuol dire che per pubblicare un articolo Carmilla non consulta i Wu Ming;
    3. non si tratta di un articolo, com’è chiaramente scritto, ma di un comunicato dei lavoratori Feltrinelli in agitazione, che io personalmente ho ricevuto e pubblicato su richiesta di alcuni di loro; se avessimo ricevuto un analogo comunicato l’avremmo probabilmente pubblicato;
    4. Carmilla è una piccola rivista che pubblica un solo pezzo al giorno, e copre con articoli o post quegli eventi, nazionali e internazionali, che ha la capacità di coprire con contributi propri (diretto o ricevuti) in genere inediti; il 99% di ciò che accade nel mondo sfugge a questa nostra capacità, e questo è il criterio per cui di certe cose parliamo, di altre no;
    5. la blogsfera è piena di falsi e/o sedicenti “giornalisti free lance” che copiano-incollano notizie da altre fonti (noi preferiamo non farlo) e di troll e perditempo che invece di fare un lavoro di controinchiesta sui proletari della Mondadori da pubblicare a proprie spese previa stampa in una tipografia antagonista, rigorosamente catalana (c’è chi può andarci ogni week end, beato lui), passa le giornate a polemizzare sui lit blog. Ah, l’estrema bellezza e varietà del creato…

    @ Helena
    già che perdo tempo, ne approfitto per dirti che condivido al 100% quello che hai scritto

  157. Girolamo De Michele il 21 gennaio 2010 alle 16:12

    mi è saltato un rigo qui sopra:
    «un analogo comunicato dai lavoratori della Mondadori in lotta»

  158. sergio falcone il 21 gennaio 2010 alle 16:13

    Benito Cereno.

    L’Einaudi sarà stata pur coerente con la sua storia, ma quando Giulio era in vita, forse. Ora è ampiamente sorpassata dalla Adelphi e dalla Bollati Boringhieri.
    Se son vere le dichiarazioni dell’editore nei confronti di Berlusconi – faccio riferimento a diversi commenti fa – non ho difficoltà ad affermare che m’è definitivamente crollato un altro mito. Ammesso e non concesso che sia giusto coltivare mitologie.
    Un “mito” già messo a dura prova. Perché?
    Leggo quel che scrive Gaspare De Caro in “Per fatto personale” (Hortus Musicus, n. 21, anno VI – gennaio-marzo 2005):

    http://www.hortusmusicus.com/schede/scheda.php?numero_hm=21&art=631

    e mi sembra che non vi sia granché da aggiungere.

    Un altro “piccolo” episodio, stavolta recente.
    Pare che la Giulio Einaudi editore abbia sospeso le pubblicazioni di quella che impropriamente viene chiamata l’edizione italiana della Pléiade Gallimard. La più prestigiosa collana di classici al mondo. Se ben ricordo, la sua uscita provocò le critiche di Franco Fortini.
    Perché ha cessato di uscire?… Era un bel fiore all’occhiello.
    Liti con i francesi?
    “Esigenze” di mercato?
    Non credo che possa esistere un mercato buono. E, al tempo stesso, dico che non esistono nemmeno poteri buoni, che rispettino in maniera adeguata quella che si chiama genericamente “Cultura”.
    I potenti non hanno rispetto per il diritto alla vita, figuriamoci se possono rispettare quel che avviene in campo culturale.
    Ancor oggi il Potere ha paura della Cultura, quella autentica.

    ***

  159. QuicoSabate il 21 gennaio 2010 alle 16:16

    Grande, grandssimo prestigio l’einaudi attuale che ‘ruba’ letteralmente autori ri-valutati da altre case editrici, una volta che si sono affermati anche in italia, bastino per tutti (e sono infiniti) due autori come Auster (Anabasi, Guanda) o Fante (Fazi), si, si proprio una casa di ladri prestigiosi è diventata l’einaudi!

  160. sergio falcone il 21 gennaio 2010 alle 16:26

    Quelle decadence!

    ***

  161. helena il 21 gennaio 2010 alle 16:32

    Togliamo di mezzo le case editrici berlusconiane: se tu, autore di un libro che naturalmente reputi importante, hai la possibilità di scegliere fra Bompiani che ti da 15.000 euro di anticipo, ti promette pubblicità sul Corriere, fa arrivare il libro in tutte le librerie, ha un ufficio stampa forte ecc. e gli amici di Ancora del Mediterraneo che ti danno molto meno della metà, non sono quasi mai presenti nemmeno nelle librerie Feltrinelli ecc., tu chi scegli? (estremizzo, ovviamente).
    Non credi che sia anche giusto che uno scrittore cerchi di ottenere il massimo rinconoscimento per un lavoro in cui ci mette tutto se stesso?
    Sarà narcisismo, ma il bisogno di riconoscimento credo sia insito all’esposizione richiesta al lavoro artistico. E la variante “sono un genio misconosciuto molto migliore di tutte voi altre puttane corrotte” ne è una variante: dolorosa, e per chi la mette in moto, necessaria.
    Ma c’è dell’altro. Il mondo del mercato è crudele, oggi. Non solo per gli scrittori. Ma anche gli scrittori sanno che se non si muovono bene, se non riescono a ottenere il minimo necessario feed-back di successo, rischiano di essere spazzati via subito. E non riuscire mai più ad arrivare al punto dove socialmente vengono accreditati come scrittori. E’ questo – mi pare – non è in sé un desiderio vanaglorioso.

  162. liviobo il 21 gennaio 2010 alle 16:38

    non ergersi a tetragoni della purezza, d’accordo, ma quello che mi puzza qui è come tutti (quelli che godono di un qualche potere) abbiamo fatto appunto tetragonamente quadrato intorno a una persona che dichiara di aver PREFERITO mondadori ad adelphi, e infine al pur onesto resoconto di una sconfitta. a me sembra che la stessa h.j. avrebbe dovuto aderire a se stessa con riserva… per quale non perspicua ragione invece vediamo tante spade tratte, adesioni incondizionate, entusiasmi superlativi…? (ovviamente non sono tanto sprovveduto da sospettare di mafie… bastano i termini conventicola, cordata, casta e similia…)

  163. Evelina Santangelo il 21 gennaio 2010 alle 16:47

    Marco Mantello,
    sì, hai ragione, mi è sfuggito il commento di Sp, con cui mi scuso.

    Marco Mantello, Sp, Bortolotti
    Provo a chiarire brevemente il mio pensiero, perché di risposte non ne ho, onestamente. In questi anni mi sono chiesta più volte se avesse un qualche senso continuare a collaborare con Einaudi (cui, non vi nascondo guardavo da studentessa, con l’idelialismo ingenuo di una ragazzina, come «il migliore dei luoghi possibili» per me, almeno), soprattutto quando è stato sempre più evidente come , non tanto la proprietà, ma la logica del mercato fosse entrata a pieno titolo tra gli azionisti di una casa editrice che era caduta in disgrazia proprio perché non riusciva a stare più nel mercato… Ora, io non ritengo, Sp, Mantello, che ci sia una logica di mercato buona e una logica di mercato cattiva, credo semplicemente che pensare di non misurarsi con il mercato, cercando il più possibile di non lasciarsi travolgere e macinare dalla sua logica, e da una visione puramente mercantilistica, sia oggi un modo (ce ne sono altri certo, che, ripeto, rispetto) per non lasciare che tutto vada in malora, più di quanto non lo sia gia. Punto. Ognuno poi, ripeto, fa le sue scelte e si assume le sue responsabilità, io ho fatto le mie, rinunciando a delle opportunità che mi sembravano limitassero la mia libertà e cogliendone altre in cui riuscivo ancora a riconoscermi, nonostante tutto. Quante sfaccettature e contraddizioni ci siano nel mondo dell’editoria, piccola e grande, mi sembra risulti evidente dalle parole di Helena, e anche dagli strani destini che hanno certi libri, a prescindere da qualsiasi programmata tabella di marcia, grazie a dio.

    Gherardo Bortolotti
    Per me la peggiore normalizzazione è il deserto… preferisco il marasma di voci alte, basse, commerciali, commercialissime… almeno lì avrò ancora qualche possibilità di trovarne di inedite o imprevedibili o inaudite… e anche qualcuno che abbia voglia di scommetterci, come editore, come editor e come lettore.
    Se c’è una cosa che oggi non mi sentirei di dire con tale sicurezza è che oggi il panorama letterario italiano sia così monolitico, perché, nel mare della produzione libraria commerciale (fatta di opere di diversa natura e anche di diversa dignità –i distinguo andrebbero sempre fatti, a mio avviso, almeno io, magari per deformazione professionale, sono solita portata a farli), in quel mare lì, dicevo, ci sono anche molte voci con una loro spiccata autorialità o comunque promettenti. Che sia difficile riconoscerle, e addirittura individuarle a volte, nel mare indifferenziato del mercato librario, sì, questo è davvero un problema serissimo, che risiede in molte ragioni, anche ma non solo strettamente editoriali.

    Benito Cereno.
    sì, puntualizzazione giustissima. Mi scuso dell’approssimazione. L’unica cosa, che vorrei puntualizzare è che, sì, forse non era affatto così ingenuo, ma nella vicenda della casa editrice Einaudi ho come l’impressione che si possa rintracciare in chiaroscuoro, direi, una certa tendenza abbastanza diffusa proprio tra chi ama i libri (letterari, scientifici…) a ritenere irrilevante il mercato, quando, di mercato, si muore e si rischia di morire, spesso, e in ogni senso (a parte chi lo cavalca impunemente o spregiudicatamente).

    Purtroppo, tra un paio di ore, non potrò più collegarmi per un po’. Cosa di cui mi scuso.

  164. Roberto Moroni il 21 gennaio 2010 alle 16:57

    Caro Sergio, se posso permettermi un consiglio: io la persona non la conosco, ma da quello che scrivi prende forma il personaggio.
    E il personaggio è pericolosamente affine a Giancarlo Jacovoni, memorabile protagonista di un film di Paolo Virzì, Caterina va in città. (Se non lo conosci, ti consiglio di vederlo, è proprio un bel film). Quello del proverbiale “è tutta una conventicola!”
    In altre parole: tutti abbiamo le nostre frustrazioni, ma fare di esse il perno su cui poggia la nostra valutazione del mondo 1) è pericolosissimo quanto a veridicità di tale visione; 2) ti rende ridicolo, se non patetico, svelando (o facendo intendere, magari anche a torto) che la motivazione per cui disprezzi un certo mondo risiede nel desiderio, frustrato, di appartenervi.
    Un modus operandi, e un milieu, si critica a partire da un’istanza ideale/universale, non particolare come può essere solo la propria.
    Un saluto.

  165. Evelina Santangelo il 21 gennaio 2010 alle 16:57

    Liviobo,
    ma che mafia… che razza di mafia creda che possano incarncare helena janeczeck o evelina santangelo… Creda che sia un linguaggio, un atteggiamento mafioso, quello messo in atto in questi commenti? Lo crede davvero? Quali interessi muoveremmo, garantiremmo… ? Qui, mi sembra, si stia dibattendo su posizione che ora concordano e ora divergono radicalmente in modo civile, accorato magari, ma civile, per nulla suppoente. Lo trovi qualche altro editor o scrittore o chiunque voglia lei, in qualsiasi campo, disposto a fare quel che helena sta facendo… mettendoci intelligenza, energie, tempo… Su questa forma di rispetto, stia certo, faremo sempre quadrato, anche se avremo visioni diverse.

  166. helena il 21 gennaio 2010 alle 17:02

    Livio Boriello: ho preferito Mondadori a Adelphi perché Roberto Calasso ha deciso di pubblicare un libro che definisce gli ebrei razza immonda di vermi destinata a perpetuarsi fino alla fine dei giorni e io – mi spiace- non sono Levinas, ma una stupida piccola ebrea con tutta la famiglia uccisa nei campi nazisti. Perché ho pensato che pubblicare quel libro, rimettere in circolo quel linguaggio nel anno del signore 1992da parte della casa editrice che allora godeva del prestigio maximo, presentandolo come “mirabile sguardo mistico-blasfemo”- fosse un atto di sdoganamento, di legittimazione, al dilà del suo significato storico o del suo significato reale. Perché il signore con cui lavoravo – come era suo diritto – faceva capire che la mia e le altrui opinioni sulle sue scelte non erano pressocché degne d’ascolto, tantomeno le vicende personali. Perché io lì in pratica non facevo altro che leggere libri per Calasso, ossia cercare di vederli con gli occhi di Calasso e questo mi riusciva bene, prima di arrivare a un punto di frattura. Mentre qui leggo libri con la mia testa e posso dire ai responsabili quel che penso. Cosa che non è merito di Berlusconi, ma forse dell’azienda più grande, meno padronale (o padronal-mistica) di Adelphi, sì. Poi massimo rispetto per tantissimi libri Adelphi, per la cura con la quale sono fatti, per i compensi migliori dati ai traduttori ecc.
    E un’altra cosa. Qui stiamo discutendo su un blog. I blog sono permeabili. Conosci qualcuno, gli mandi un pezzo, te lo pubblica. Oppure: mandi un testo all’indirizzo mail di NI, qualcuno lo legge, ti risponde, e il risultato è uguale. Qui succede così, è capitato tante volte. Ed è successo pure che da questo nasca un libro, e che i contatti che si sono creati possono servire per dare una mano con la ricerca di un editore.

  167. mauro baldrati il 21 gennaio 2010 alle 17:03

    @ Sergio Falcone

    non per fare il difensore d’ufficio di nessuno, ma su Vincenzo Sparagna che chiami icona ecc. che avrebbe messo in difficoltà i tipografi e, da come lo descrivi, sarebbe un intoccabile imboscato e altro, posso dirti che a quei tempi (io ero in redazione) c’erano molte difficoltà, e pure i nostri stipendi spesso tardavano, non perché Sparagna si imboscasse i soldi, ma perché tutto dipendeva dall’anticipo che doveva versare il distributore Parrini; se non lo versava, noi non venivamo pagati.

    Non è tutto così degenerato, Sergio, lui ha pubblicato un grosso libro su quella stagione frenetica e disperata, con un sacco di disegni e foto dei redattori (pure io) per Rizzoli, ma non è che sia il nuovo Bruno Vespa che si dà alla pazza gioia ecc. Non sto qui a recitare la parte del santo, erano tempi di grandi oltraggi e di slogan tipo “distruggiamoci la città”, ma insomma, cerchiamo di superare qualche luogo comune.

  168. Robin Masters il 21 gennaio 2010 alle 17:09

    @ Evelina Santangelo

    E’ un problema complesso ed impossibile dibatterne qui.

    Ho a che fare con i libri, a diverso titolo, da 20 anni. Conosco la vita editoriale di Einaudi come la mia casa, la vita dei testi innanzitutto, perché sono stato appassionato dei suoi cataloghi per tanto tempo recuperando e salvando dall’oblio collane intere e quelle che ritenevo le sue pubblicazioni migliori, veri gioielli editoriali, edizioni che oggi pochi ricordano per non averle mai viste se non in casa di collezionisti o studi bibliografici degni di questo nome. A volo d’uccello penso chessò ai Diari di Delacroix l’edizione del 1954. Lasciando da parte la cura tipografica, un tipo di progettualità che fa parte della storia di un libro, qualità tu dici.
    E’ sempre possibile la qualità a patto che si sappia ancora cosa sia, non parlo di te ovviamente. Nel momento in cui l’ordine dall’alto è che bisogna far quadrare il bilancio a disposizione e l’investimento è in questa direzione, te lo saluto lo struzzo a testa alta. Posso permettermi, per esperienza, di dire che i libri pubblicati da Einaudi oggi lasciano molto a desiderare a cominciare da ciò che si vede e si tocca, ma credo son cose che sai da te, magari ci soffri pure. I libri tipograficamente ben fatti hanno un costo che non credo Einaudi oggi possa (e voglia) permettersi, basta vedere quel che è successo alle collane negli ultimi 10 anni. Mettendoli fisicamente uno accanto all’altro, pubblicazioni di 30, 20, 10 anni il paragone con l’odierno, non regge. Di soluzioni per salvaguardare la qualità, strategie, ce ne sarebbero anche, sempre che la volontà di fondo ci sia. Se lo credi possibile, mi farebbe piacere poterne conversare insieme.

    un saluto

    R.M

  169. marco mantello il 21 gennaio 2010 alle 17:09

    Helena non ti seguo. Secondo te tutto ció che muove qualcuno a scrivere é raggiungere il riconoscimento sociale, cioé acquisire il titolo di ´scrittore´, fare piú soldi con Bompiani che con Mondadori e vedere esaltato il proprio narcisismo attraverso una distribuzione adeguata della sua opera?
    Il modello ´genio incompreso/siete tutte puttane´a cui ti riferisci (invero piuttosto romantico e stilizzazo) sarebbe dunque una mera variante del narcisismo che non trova sbocco nel riconoscimento sociale?
    E´questo che pensi? O ritieni di descrivere asetticamente ció che succede ´da sempre´, cioé da quando esiste il ´mercato editoriale´?
    In ogni caso, se buona parte degli intervenuti condivide questa visione della ´letteratura´, tende anche a far coincidere la franca descrizione dell status quo con la sua giustificazione etica. Bisogna peró essere onesti intellettualemnte e riconoscere che il sistema va bene cosí come é, eliminare qualsiasi discorso critico che non sia interno alle ferree logiche del mercato (cui s ilegano spesso meccanismi corporativi che portano alla pubblicazione di autori che non fanno piú di 5000 copie, non facendoli sparire).
    Il dibattito a quest punto non ha piú senso. Che devo dire? Va tutto bene, evviva la giungla e la selezione darwiniana delle anime.
    Comincio ad avere il dubbio che dietro la tua sinceritá e la tua buona fede, Helena, si nasconda, tuo malgrato, la obiettiva difesa della casa editrice in cui lavori. Mondadori si comporta come tutte le altre case editrici, grandi o piccole che siano (il che i naltri contesti potrebbe anche suonare come: ´Craxi ha rubato come tutti, non facciamone un capro espiatorio´). Mondadori non é il male (il che, in altri contesti potrebbe suonare anche come: ´Berlusconi non è il male´). Ho l´impressione che di questo passo si arrivi semplicemente a giustificare la realtá , cosí come é. Immutabile e assoluta. Cosa vuol dire essere di sinistra, allora?

    Anfiosso

    non riesco ad aprire il tuo ´link´e quindi non capisco nemmeno io…

  170. liviobo il 21 gennaio 2010 alle 17:19

    @ santangelo
    e perciò non ho parlato di mafia…ma se prendessimo atto della generalizzata torbidezza dell’ambiente letterario (ma sì, anch’io ho la mia mezza cordata, seppur piuttosto scalcagnata) saremmo già a buon punto… così come se ammettessimo: certo QS usa toni eccessivi, falcone la mette troppo sul personale… ma la loro tensione alla purezza è salutare e nobile…
    @ helena
    ma come vedi così la questione prende un aspetto del tutto diverso… c’è una sofferenza personale, che rispetto… c’è una riserva sul carattere di calasso… e come avevi già detto un ambiente di lavoro più piacevole… ma allora stiamo parlando di una questione personale, non politica… sul piano politico, non credo sia corretta l’illazione di mantello, ma i presupposti da cui parte mi pare di sì…

  171. Robin Masters il 21 gennaio 2010 alle 17:24

    Credo che Helena sia stata fin troppo chiara, ha detto fin troppo

    esponendosi anche più del dovuto.

  172. gherardo bortolotti il 21 gennaio 2010 alle 17:24

    @santangelo:
    seguo il tuo ragionamento ma, per capirci, ti dico che riguardo alla “normalizzazione” mi riferivo per esempio alla quasi estinzione della poesia (in genere, per non parlare di quella di ricerca) dai cataloghi “importanti”. ma forse su questo punto specifico è meglio che intervengano magari inglese o raos (se hanno voglia di tener dietro all’off topic che ho introdotto ;-), giusto per fare l’esempio di due indiani che hanno esperienza diretta di questa situazione.

  173. véronique vergé il 21 gennaio 2010 alle 17:29

    Marco,

    Ho letto il tuo commento e credo che non è il riconoscimento sociale,
    ma che la tua voce sia ascoltata per i lettori.
    Il riconoscimento non è sociale, ma è il sentimento di essere vivo,
    nato (per quelli che non hanno mai il sentimento di essere nella vita).
    Se solo l’atto di scrivere basta, allora perché volere pubblicare?

  174. véronique vergé il 21 gennaio 2010 alle 17:30

    Non è il riconoscimento sociale in gioco, tocca all’identità.

  175. helena il 21 gennaio 2010 alle 17:32

    Penso che sia naturale che uno scrittore aspiri ad essere riconosciuto come tale, ma che non sia questa la molla della sua scrittura. Cosa diversa dal voler essere uno che ha un successo di massa ecc. Penso che uno scrittore possa avere desiderio che il suo libro sia letto e apprezzato. Penso che il disconoscimento crei una sofferenza vera, che renda difficile continuare ad avere fiducia in ciò che si va conseguendo, che rende necessarie misure difensive come il considerarsi – a ragione o a torto non importa- incompresi. Penso che oggi, dovendosi misurare con i meccanismi darwiniani del mercato, alcuni scrittori siano troppo disposti di scendere a compromessi affaciandosi sulla scena letteraria. E no, non mi piace questo darwinismo. Per niente. Non va tutto bene, anzi. E malgrado lavoro in Mondadori ho sempre detto che in nessun modo il valore di un’opera può essere misurato a partire dal suo successo o simili. (ma non è vero nemmeno che un libro di successo automaticamente non possa per questo avere valore).

  176. Tiziano Fratus il 21 gennaio 2010 alle 17:59

    Si può dire quante palle inutili e quanta ipocrisia??
    La Mondadori, come diceva un tempo e giustamente Busi, c’era ben prima del Berlusca e ci sarà sicuramente dopo… e poi quanti di noi conoscono chi ci lavora? Risulta che sono tutti berlusconiani? A me non proprio… semmai il problema principale è che no viviamo più nello spirito degli anni Cinquanta e Sessanta, quando i musicisti si creavano etichette indipendenti, gli autori e i poeti fondavano case editrici in cui credere e non come oggi che si fa tutti, ahimè, tutti, la corsa a pubblicare soltanto con gli editori di punta… questo è un problema, altro che Einaudi, Mondadori… etc…

  177. marco mantello il 21 gennaio 2010 alle 18:58

    Helena ok, messa così è condivisibile…Restano i miei dubbi di ‘sistema’, quelli del primo intervento, su quanto un meccanismo ‘editoriale di massa’, compreso il profilo della distribuzione, possa incidere oggi sui contenuti di un libro, sullo stile della scrittura (cose collegate, fra l’altro) e tendere a un loro appiattimento, a una loro più o meno ragionata predefinizione.

    Veronique

    Mi domandi a che serve pubblicare se conta solo il fatto di scrivere.
    Non è necessario che questo avvenga, si può anche scrivere e basta senza cercare la pubbliazione (lo hanno fatto tanti scrittori, in passato), ma quando uno scrive (o meglio, dopo che ha scritto), poi cerca di pubblicare perché ritiene di avere qualcosa da dire e vorrebbe comunicarlo, renderlo ‘altro da sé’. Io a questa forma di ‘narcisismo’, che poi non è tale, parlerei di un bisogno di espriemrsi e di dare agli altri qualcosa, personalmente ci credo.
    Non credo però che isa possibile ridurre l’attività dello scrivere a un narcisismo indotto dai meccanismi editoriali di massa (una cosa del tipo: valgo quano il mio anticipo Rizzoli). Ecco a un narcisismo che debba costitutivamente trovare sbocco nel riconoscimento sociale e mediaico, o che resti frustrato dal rimanere anonimi. proprio non ci credo. Un saluto.

  178. FabianLloyd il 21 gennaio 2010 alle 19:41

    “Il est clair que dès que vous établissez l’argent comme base de la societé, du pouvoir et des honneurs, dès que vous en faites un honneur et une vertu, il n’y plus d’honneur et de vertu qui ne se compensent par lui. L’or sera le représentant des choses morales, comme il l’est déjà des choses matérielles: on aura dans la poche la représentation d’une vertu, d’un bienfait, d’un mérite, comme on a celle d’un champ ou d’une maison. (…) En vérité, le monde où nous vivons est un tripot et un mauvais lieu, et je suis honteux en songeant que Dieu m’y voit.»

    Gérard de Nerval (Carnets) ci vedeva già chiaro…

  179. gianni del carlo il 21 gennaio 2010 alle 19:45

    Chi ha studiato, letto, chi ha avuto la capacità di poter accedere, frequentare, per inclinazione od anche, per fortuna, le buone cose della cultura, a maggior ragione, teoricamente, possiede un formazione così definita “intellettuale” . Questi allora, presumibilmente, dovrebbe poter cogliere “le cose migliori” senza doversi schierare per una parte, proprio perchè ha capito e/o cerca di capire. Purtroppo nel nostro Paese avviene che l’intellettuale – sceglie (…?) / deve (….?) – collocarsi politicamente, altrimenti, pare non ci sia posto “in una congregazione”. Il buon senso signoriddio ! poter usare le mie conoscenze, la mia preparazione culturale, trasmetterla ad altri, con soddisfazione, dovrebbe essere motivo di orgoglio. Il resto sono ballate tristi.

  180. valentina diana il 21 gennaio 2010 alle 20:53

    io trovo triste che uno come nori scriva su libero. non lo trovo né indecente né eticamente inaccettabile. è chiaro che un poeta, per esempio, pubblichi dove pubblichi, se è poeta è poeta. ma magari parla di fragole o di lillà, e allora – uno si chede, da dove si vede se gli piace o no il posto dove è pubblicato? se gli piacciono o no le cose che gli stanno scritte intorno?
    quello che sto cercando di dire è che le proprie parole, i propri pensieri uno deve stare attento a dove lì mette. stare attento a non piazzarli in un posto dove magari un giorno o l’altro possano essere utilizzati male. uno puo’ anche chiedersi: male in che senso?
    in che senso male?
    appunto. questo è il punto.
    se ho un pensiero, se ho un bel pensiero, ho anche una responsabilità. e, anzi, mi sento di pensare che Quanto più bello è il pensiero, quanto più si allontana dalla militanza becera e dal partitismo e dall’ideologismo manicheo da quattro soldi, tanto più è delicato e deve essere protetto.

  181. ?? il 21 gennaio 2010 alle 21:02

    Articolo troppo lungo.
    Bastava dire: “ci sto perché anch’io devo mangiare”

  182. Benito Cereno il 21 gennaio 2010 alle 21:08

    A proposito di questa società culturale così mafiosa:
    “Il problema è che Francois vive in questo mondo di falsi intellettuali, di bohème del cinema, e di uomini d’affari più o meno disonesti, ambiente cosmopolita e falso nel quale ogni nozione non di morale, che è una parola fino troppo grande per loro, ma di saper vivere è sconosciuta.”
    Il “puro” che così radicalmente critica la cultura francese di fine anni 50 è Bernard de Monferrand (zio di Francois Truffaut) che oltre a non aver mai frequentato un cinema è non di meno commandante dell’esercito francese di stanza in Algeria.

  183. carmine vitale il 21 gennaio 2010 alle 21:48

    gli ultimi tre commenti della Janeczek valgono quanto e più del pezzo
    onestà
    cosa rarissima di tutti i tempi
    GRAZIE HELENA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    c.

  184. AMA il 21 gennaio 2010 alle 21:58

    @ Helena
    Ovviamente i tuoi commenti sono onesti e assolutamente convincenti. Resta il fatto che quando bisognera’ storicizzare questi nostri anni, si ricordera’ che alcuni autori fecero Fronda pubblicando per la Mondadori. Altri invece si opposero nettamente al regime berlusconiano. Perche’ ci sono, non e’ vero? Gli oppositori!

    @ Alcor
    Grazie per il link. Mi si e’ aperto un mondo…

  185. Raimondo il 22 gennaio 2010 alle 01:21

    Excusatio non petita, accusatio manifesta

  186. Cyrano il 22 gennaio 2010 alle 01:29

    Domanda a Helena. Se in quanto ebrea si è scandalizzata per la pubblicazione del libro di Bloy da parte di Adelphi, in quanto donna non prova un po’ d’indignazione per le numerose porcherie sessiste che il suo attuale editore pubblica sotto diverse forme?

    Domanda a tutti. Si è passati dalla collaborazione a un giornale (che implicitamente o esplicitamente) ha sempre una linea politica alla pubblicazione o collaborazione con uno o un altro editore. Sicuri che è la stessa cosa?

    Domanda agli scandalizzati. Non vi pare che uno dovrebbe vergognarsi solo se agisce contro la propria coscienza? Ora, nessuno rimprovera ai cabarettisti de sinistra di fare Zelig per il paron, perchè si rimprovera a Nori la stessa cosa?
    Come dite, Nori non è un cabarettista?
    Ma l’avete mai letto?

  187. lorenzo galbiati il 22 gennaio 2010 alle 03:00

    Ho già detto la mia su questo tema in modo chiaro e netto su queste colonne, e più volte – e forse sono stato l’unico a farlo qui e in questo modo.

    Quindi, in sintesi:
    Pubblicare per Mondadori, dal punto di vista politico (ed economico), è molto peggio che scrivere occasionalmente per Libero – se chi pubblica vuole partecipare alla vita politica del Paese in modo avverso all’agire di Berlusconi.

    Mondadori è proprietà di Berlusconi, questo è il punto. Non conta il suo catalogo, non esiste una precisa linea editoriale (se non quella di non danneggiare Berlusconi dal punto di vista giudiziario – il danno a livello politico non è mai univoco e privo di effetti collaterali positivi). Chi pubblica per lui, arricchisce l’uomo Berlusconi, l’amico dei mafiosi ecc.
    E’ un dato di fatto. Chi pubblica per lui legittima la sua immagine falsa di uomo liberale che dà voce a tutti e che è circondato nelle sue aziende da comunisti a cui lui darebbe visibilità sempre e ovunque.

    Mondadori è proprietà del presidente del Consiglio attuale. Chi vuol essere intellettuale non dovrebbe per principio pubblicare per case editrici di un qualsiasi capo di governo. Se poi il capo di governo in questione ha una vocazione autoritaria, chi pubblica per la sua casa editrice o è un intellettuale organico, o fa quella che Sergio Garufi (è la seconda volta che ti cito, Sergio, oggi) chiama – citando Wallace – la scopa del sistema: legittima il sistema contro cui dice di combattere, lo giustifica, lo alimenta.

    Ecco perchè fa male Saviano a pubblicare per Berlusconi, fa malissimo Saramago a voler pubblicare per un tale che lui stesso giudica delinquente e contro cui si scaglia: non solo lo legittima volendo pubblicare per lui, ma passa lui per incoerente e complice – se non doppiogiochista (anche questo è un fatto: lui perché vuol pubblicare per Berlusconi? per vendere di più, ossia per guadagnare di più, e con ciò facendo guadagnare di più colui che chiama delinquente).
    Fa bene invece Mondadori a rifiutare chi vuol pubblicare insulti alla proprietà.
    Questi discorsi vanno sfumati, grado per grado, quando si considerino persone che pubblicano per Mondadori per mancanza di altra possibilità, o persone che evitano l’esposizione pubblica delle loro idee politiche.

    A livello etico, però, pubblicare per Libero – e ancor più per il Giornale – è peggio che pubblicare per Mondadori (tranne nei casi di besteller), perchè i giornali influenzano di più l’opinione pubblica della miriade di libri che troviamo in libreria, e perchè una linea editoriale neofascista e razzista ne risulta rafforzata e legittimata.

    Il boicottaggio delle proprietà mediatiche di Berlusconi non solo è necessario ma urgente, dovrebbe essere avvenuto molti anni fa, invece intellettuali grandi e piccoli o anche solo cittadini partecipi della vita pubblica non solo hanno visto la Sinistra dei partiti suicidarsi – e gli han dato una mano nel farlo, per es. votando Pd – ma hanno anche alimentato il potere di Berlusconi come consumatori e come produttori di beni culturali per lui.

    Ovviamente la suddivisione dei livelli etici e politici non è così netta come ho voluto rappresentarla.

    PS Grazie a Helena per il coraggio,la chiarezza e la trasparenza del post.

  188. (no) made in caina il 22 gennaio 2010 alle 04:00

    E’ vero, lavorare per Mondadori non è lo stesso che stare in fininvest o a mediaset… Tuttavia, come non capire che ogni punta del vostro inchiostro serve soltanto a sdoganare la cultura di destra attraverso i suoi stessi giornali ?
    Ma credete davvero che a Libero o al Giornale interessino i pezzi e le recensioni o il dibattito culturale? Quello che essi vogliono è dare il valore alla ‘cornice’, e il pezzo neanche se lo leggono in redazione; quello che vogliono è la firma d’autore, la griffe da appuntare sul loro giornale per dire…ehi! anche noi sappiamo essere impegnati e chic.
    E’ palesemente la politica del Foglio, che si finge un giornale non conformista, a la page ed elegante e dà lezioni di stile mentre sposa le cause più reazionarie e clericofasciste dei baciapile. E’ la linea politica della destra finiana. Tutto quel casino pseudoriformista con il solo fine di fare pubblicità a una rivistina web che altrimenti sarebbe rimasta al buio .
    Il pericolo allora è quello di concedere troppa visibilità a giornali che invece non meriterebbero per l’idegnità delle politiche che conducono; di accreditarli agli occhi dell’opinione pubblica come giornali capaci di condurre battaglie importanti per la società, per la cultura, per i cittadini.

  189. helena il 22 gennaio 2010 alle 09:04

    Prima cosa: questo pezzo non è un’ excusatio non petita. Non è riassumibile con “anch’io devo mangiare” o “tengo famiglia”. Ho fatto un ragionamento argomentato e ho pensato fosse più onesto metterci la faccia.
    Ringrazio Lorenzo della chiarezza con la quale esprime il suo punto di vista.
    Un’azione politica, non etica, è qualcosa che si commisura a un fine, politico anch’esso. Boicottare le case editrici del premier a qualsiasi livello, quanto danno infliggerebbe a Berlusconi? Un danno economico che gli faccia davvero male, considerando che gli rimangono Mediaset, Il Milan, Mediolanum e altro? E considerando pure che tale boicottaggio riguarderebbe nella migliore delle ipotesi solo una parte degli autori, visto che non saranno certo Vespa o simili a aderire al boicottaggio e nemmeno Dan Brown?
    Facciamo un esperimento: se davvero se ne andassero i venti o trenta autori italiani in prevalenza, ma non solo, che hanno firmato l’appello di Repubblica per la libertà d’informazione, potrebbero – immagino- portare Einaudi al fallimento e mettere Mondadori in ginocchio. Trasformarla in una casa editrice più piccola che a quel punto pubblicherebbe solo libri ultracommerciali di un certo tipo e/o libri che rispecchiano le posizioni di Berlusconi e dei suoi amici. Niente Meridiani, niente ripresa di buone traduzioni e apparati dei Meridiani nei tascabili, ecc. Una sorta di mega “Sperling & Kupfer” e “Newton & Compton”, in peggio.
    I grandi editori concorrenti tirerebbero fuori i soldi per aggiudicarsi i più remunerativi fra gli autori fuoriusciti (Saramago – già pubblicato da Bollati Boringhieri – è andato da Feltrinelli per un sacco di soldi. Cosa che dico solo per far capire il meccanismo). E basta, perché il denaro circola in quanità finita. Dopodiché, per quelli dal punto di vista economico più deboli, (parlo sempre di autori di qualità) resterebbero due possibilità: o non li pubblica più nessuno, o – per la grande maggioranza – le case editrici che li preleverebbero sarebbero più piccole: quelle la cui produzione fatica ad entrare in una normale libreria.
    Sarebbe anche un’occasione perché il mercato si sbarazzi di coloro che venivano pubblicati per una residua fedeltà alla politica d’autore (ossia continuare a pubblicare i libri di x, malgrado i risultati economici non siano o non siano più soddisfacenti). E’ questi autori di età media sono oggi la fascia spesso più debole.
    Non è che però magari grazie a un tale sconvolgimento, alcune ottime medio-piccole case editrici potrebbero rimpiazzare Einaudi? Temo di no, almeno non in tempi brevi. Così come Bollati Boringhieri non aveva soldi a sufficienza per comprarsi Saramago, così Minumum Fax non ne avrà per prendere Ian McEwan. Quindi gli autori economicamente forti che potrebbero garantire una crescita a questi editori, finirebbero sparpagliati per i grandi gruppi. I quali magari – per sostenere a loro volta gli oneri assunti con tale investimento- si sbarazzerebbero di autori più deboli. E sicuramente si perderebbe il senso d’insieme di un lavoro, come quello che, pur con tutti gli auggiustamenti mercantili, resta visibile ancora soprattutto nel catalogo Einaudi.
    Per tutto questo credo che il danno alla cultura sarebbe assai maggiore del danno inflitto ai conti di Berlusconi. E il danno alla cultura – secondo me – è un danno a ciò che resiste al berlusconismo.
    Credo che prima di boicottare l’editoria di libri, serva tornare alla battaglia sulle televisioni, magari con forme di boicottaggio anche solo poco più che simboliche (giornate di sciopero televisivo, per esempio), visto che non so se altre siano fattibili. E che questo sarebbe assai più efficace anche sul piano della comunicazione, di quanto possa essere la delegittimazione della facciata liberal-liberista del premier operato in un ambito sostanzialmente di nicchia, certo marginale rispetto all’insieme della macchina di consenso.
    Come credi che possa essere comunicato il boicottaggio degli autori nel attuale assetto delle comunicazioni di massa in mano a Berlusconi? Non pensi che sarebbe gioco facile farlo passare per persecuzione dei soliti comunisti ingrati che tra l’altro si fanno pagare profumatamente dalla concorrenza? Che possa dunque – politicamente, strategicamente- persino rivelarsi un boomerang? Che per molta parte di coloro che comprano libri senza porsi il problema chi sia l’editore, possa essere un’azione perlomeno incomprensibile?
    Lorenzo, non fraintendere. Come ho detto sopra: capisco ogni singola persona che dice: non mi va di far entrare mezzo spicciolo in più nelle tasche di Berlusconi. Oppure: non mi va di contribuire alla facciata della “normale democrazia” e della “normale gestione aziendale” pubblicando con lui, anche se fossi l’unico che se ne accorge.
    Ultima cosa: mi pare che aumentino i segnali che non potrebbe essere più gradito chi si esprime apertamente contro Berlusconi e i suoi compagni politici. Ripeto: calassero la maschera, rendessero palese che gli autori e magari non solo loro, sono COSTRETTI ad andarsene se non se se stanno buoni e zitti. Sarebbe – pur con tutta la difficoltà di comunicazione data dall’attuale controllo mediatico – una cosa che farebbe molto più male politicamente.

  190. helena janeczek il 22 gennaio 2010 alle 09:44

    Ho moderato un po’ di commenti, dove mi sembrava che si andasse fuori tema. O che ci fossero insulti a terzi (non a me, per intenderci). O che ribadissero cose già dette dagli stessi commentatori. Questo per rendere questo thread meno pesante per chi volesse seguirlo e/o intervenire. Non ho censurato nessuna delle critiche più dure.

  191. Robin Masters il 22 gennaio 2010 alle 10:00

    @ helena e non solo

    “Jean Cocteau diceva che sono le élite culturali che impediscono agli artisti di raggiungere il popolo, che ha già in sé il senso del bello, anche se può non essere in grado di esprimerlo. E Cocteau non era certo un rivoluzionario. E in Italia soprattutto le élite culturali sono davvero fasulle. Forse oggi fare cultura è diventato elitario” (Danielle Huillet)

    Il problema è la vocazione esclusivamente commerciale, l’industria della cultura, che nel nostro paese ha infiltrato mezzi, e fini, di comunicazione non permettendo più a promotori e fruitori (la maggior parte non tutti) di rendersi conto di cosa sia la qualità. Abbiamo un problema di qualità. Se vogliamo chiamare questa “infezione” Berlusconismo, che è solo uno stadio successivo a quanto Pasolini ha ben spiegato e preannunciato anni or sono, usiamo questo termine, ma parlare sempre di Berlusconi e porre il problema in termini di questo contro quello è, personalmente, un falso problema ed acceca. Le polemiche promulgate, create o meno ad arte, non mi interessano, più l’esperienza soggettiva, per questo come ti ho scritto mi è piaciuto il tuo intervento, in quanto tale. Berlusconi non è l’uomo più potente d’Italia, non è il simbolo del potere da abbattere, sempre che il problema sia abbattere un potere. Se la rete ha un pregio è l’essere feconda di informazioni, una bolla pronta ad esplodere per alcuni, ma feconda. Oggi un lettore che non ha voglia dell’odierno può recuperare ciò che desidera dal passato editoriale come un viaggio del tempo ed a prezzi anche vantaggiosi, è libero di costruirsi una personale “strategia” culturale. Da parte degli autori e di quelli che fanno il tuo mestiere sarebbe auspicabile un “patto” con il lettore, patto intimo si intende, che dovrebbe essere la regola, un impegno etico nei confronti della qualità visto che, giusto per citare Harold Bloom « Se un lavoro non possiede splendore estetico, forza cognitiva e autentica originalità, non vale la pena leggerlo. La letteratura è un’epifania individuale e non deve avere alcuna valenza di riscatto socio-politico. »

    Tutto questo è ovviamente opinione personalissima ed impolitica e per questo so essere poco condivisa come so che aprire un dibattito sulla qualità è impossibile nemmeno fuori dal web. Il mio auspicio è che sempre più persone non si fermino all’apparenza delle discussioni ma cerchino di andare all’origine delle situazioni, l’unico modo per vederci chiaro.

  192. véronique vergé il 22 gennaio 2010 alle 10:11

    Forse saro fuori tema :-)

    Il problema è la manera di considerare l’artista come “un champion du jeûne”. Per l’opinione generale, un artista è cosi puro che certo non ha fame, non ha bisogna di soldi per creare. Sarebbe troppo allontanato dell’arte per fare soldi con la creazione. E’ la ragione per la quale un intervento di scrittore è pagato in ritardo.
    Ci sono scrittori che hanno scelto di scrivere. Credo che sia una scelta difficile. E’ anche molto difficile avere un lavoro “di giorno” e scrivere accanto.

  193. anfiosso il 22 gennaio 2010 alle 10:43

    @ mantelli, mi riferivo a questo:

    credo che tu abbia colto un aspetto, certo che esiste un’impossibilità a farsi pubblicare, da parte di alcuni autori, però ti assicuro che la cosa non è riducibile all’immagine dei quattro rosiconi con il manoscritto che si impolvera nel cassetto, esiste anche una riflessione personale, da parte di tante persone che di compromessi (Cortellessa) nella vita ne hanno fatti e ne fanno in continuazione. Quindi bollare come ‘pseudorivoluzionarie’ le dure critiche al sistema che non provengono al suo interno, a me sembra piuttosto riduttivo. E’ vero, ci son ostati interventi di persone incazzate, molto duri e io credo che si possano far valere le proprie ragioni con ‘argomenti’ tout court, e non con insulti, ma vale la reciproca e non mi sono affatto piaicuti i toni perentori di alcune risposte.

    Ricapitolando: io ho detto che se un sistema non ti piace è meglio rimanerne fuori. Io, nel caso, farei così, mi sceglierei qualcun altro: se penso una cosa, voglio anche che il mio pensiero guidi la mia azione, le mie scelte concrete. Non capisco il riferimento ai compromessi di Cortellessa; e avrei detto, semmai, che più passibili di pseudorivoluzionarietà sono le manifestazioni “contro” che provengono dall’interno del sistema, non quelle che vengono da fuori – non mi riferisco al Sistema in senso assoluto, o alla camorra: mi riferisco a quel sistema lì, essere sul libro paga, naturalmente. Quanto ai toni, mi pronuncio molto in generale: dipende, ma il mio tono è il mio, quello degli altri è il loro, e non so che cosa c’entri io, e che cosa c’entri il mio intervento con quello che altri hanno detto.
    L’unica cosa che ho detto è: se qualcosa non ti piace evitala. Finora – ma sono poco avventuroso, è una vita che non girello per la rete in cerca di blog interessanti, chissà se ce ne sono ancòra – ho avuto notizia di due blog sui quali capitavo già di tanto in tanto, i cui owner sono di sinistra e antiberlusconiani, e hanno poi pubblicato con Mondadori. Di là dalle vendite – non sono andati benissimo né l’uno né l’altro, se è per quello: proprio per dire che non è quello il punto -, non arrivo a dire che non avrebbero dovuto farlo, ma lo stridore, secondo me, si sente. Un’incoerenza c’è.
    Dire che la Mondadori esisteva anche prima di Berlusconi mi significa molto poco: è come dire, le primedonne passano, la Scala resta (mutatis mutandis sique parva licet &c.). La Mondadori è un’azienda, innanzitutto, che ha certamente una storia lunga, ma che segue necessariamente la politica editoriale a cui l’impronta chi ha la maggioranza delle azioni, e che, soprattutto, fa incamerare soldi in misura direttamente proporzionale alla partecipazione. E’ come andare a bordello con la scusa che l’edificio un tempo era una chiesa, e per questo sentirsi pii. Esagero, ovviamente, ma come ragionamento mi suona un po’ così.

  194. anfiosso il 22 gennaio 2010 alle 10:44

    @ vergé,

    Ci sono scrittori che hanno scelto di scrivere.

    Sì.
    Sono cose che succedono.

  195. sp il 22 gennaio 2010 alle 10:45

    Trovo l’ultimo commento di Robin Masters una perfetta sintesi operativa. E trovo che non sia affatto “impolitica”, tutt’altro. È un atto che mina dall’interno un mercato – il nostro – che punta, che non può che puntare, allo scadimento della qualità. Ma forse, proprio per questo, come ravvisa lo stesso RM, è un auspicio impossibile da perseguire.

    Sono ormai trent’anni che assistiamo ad una costante e pervasiva decadenza culturale, che coincide con la sconfitta di ogni ipotesi alternativa di organizzazione sociale non fondata sul mercato. Credere che si possa, in questo contesto, ritornare a casa felici per aver acquistato o fatto pubblicare un libro, è ben poca cosa. Lo stupore è nella minuziosa, lucida e ostinata ricerca della qualità: in tutti i campi della vita, letteratura compresa. E la qualità non può coincidere col mercato o col denaro (o col successo): che sono le forze segrete – il fantasma di ogni libro, tanto per dirla à-là-Lacan – delle scelte editoriali.

    Si può invertire la tendenza? Si può. A patto di “andare all’origine delle situazioni”, come per l’appunto suggerisce Robin Master; che poi è nient’altro che il prendere le cose alla radice: essere radicali, insomma.

    Solo che questa scelta potrebbe aggravarsi di un sacrificio ulteriore: se il “patto con il lettore” (“l’impegno etico nei confronti della qualità”) è stipulato, e se si vuole rispettarlo, nella stragrande maggioranza dei casi chi lavora nelle case editrici, o almeno in quelle maggiori, dovrebbe licenziarsi. E qui intravedo il limite di questa proposta, che pure dannatamente mi intriga.

    Ma (s)fortunatamente, e fortuna di Helena!, manca uno dei presupposti fondamentali per andare nella direzione auspicata da RM: la condivisione dei criteri che rendono un libro qualitativamente interessante. Tra i tanti intervenuti, ad esempio, si capisce che c’è qualcuno che reputa letterariamente riuscito Gomorra e qualcuno che lo considera, sempre letterariamente, una ciofeca … È davvero così condivisa l’idea di Bloom che la letteratura “è un’epifania individuale e non deve avere alcuna valenza di riscatto socio-politico”? Ho i miei dubbi …

    E a questo punto mi avvilisco …

    Rendere possibile l’impossibile … Chissà …

    sp

  196. marco mantello il 22 gennaio 2010 alle 11:30

    Anfiosso

    Forse non mi sono spiegato. Rileggendo (se ovviamente ti va) il mio primo intervento, ti accorgerai che ho detto cose assai simili a quelle che hai ricordato adesso, a poposito dello ‘stare dentro’ e ‘dello stare fuori’..
    Il richiamo ai ‘compromessi’, forse poco chiaro, non era associato in modo specifico alla persona di Andrea Cortellessa (cui rispondevo), ma a ‘tante persone’, compreso il sottoscritto. Anche qui, una rilettura dell’intervento che citi, collegata al primo, potrebbere essere utile per chiarirci. Un saluto. Marco

  197. véronique vergé il 22 gennaio 2010 alle 11:36

    Anfiosso,

    Volevo dire che hanno fatto la scelta di fare un solo mestiere: scrivere.

  198. Robin Masters il 22 gennaio 2010 alle 11:41

    @ sp

    La posizione di Bloom è considerata conservatrice e reazionaria da molti, solo che bisogna capirne l’origine e qui entra in gioco un primo dettaglio che desumo dall’intervento di Cortellessa e cioè, chi non si trova in una situazione sperimentatrice, operativa, pratica insomma, in un ambito culturale che sia editoriale o artistico, in uno qualunque dei gradini, avrà un’idea, gusti e disgusti a parte, assolutamente sfalsata, illusoria ed ingenua, o quantomeno corre questo rischio, di ciò che vede. Bloom in questo caso, ha cercato di condurre una battaglia in un sistema, quello universitario americano, soffocato dalla pretese dei cultural studies. Ora per seguire questa situzione, che in Italia non ha raggiunto le vette ipocrite e millantatrici come negli USA basterebbe leggere “La cultura del piagnisteo” di Robert Hughes (da noi e da tempo è stato pubblicato da Adelphi) dove l’auore conduce attraverso degli esempi concreti un attacco feroce al politically correct, a quella “coscienza civile” da facciata che un po’ di danni ha fatto anche da noi soprattutto in/a da parte della sinistra (o di una certa sinistra). Ritengo che se una battaglia vada condotta deve essere all’origine e deve aver a che fare con il tempo ma è impossibile per un motivo molto semplice, è una questione di supporti. In Italia non siamo ancora arrivati a questo, ci arriveremo, e cioè che il cartaceo è defunto, con buona pace di Derrida. Il digitale con le sue promesse di democratica infinita partecipazione creativa (e di consenso) a partire innanzitutto dal regime delle immagini, ha vinto. Il mercato ragiona in termini di spazio ma opera sul tempo, opera sulla percezione del tempo, è quello il suo regno, il fine è condizionare il tempo e creare una bolla temporale. (Su questo la grande opera del filosofo Peter Sloterdijk,”Bolle” edita da noi da Meltemi, una casa editrice tra l’altro con grossi problemi di sopravvivenza). C’è un brano di Augè bellisimo su questo in “Rovine e macerie” (edito da Bollati Boringhieri) dove esamina la progessiva scomparsa del presente e del passato, e quindi la memoria, in funzione di un eterno futuro perennemente in arrivo e immediatamente fruibile. Se usiamo questa come lente per osservare molti fenomenti che circondano cominceremo forse ad accorgerci di tante cose. E quando si comincerà ad instillare l’idea che bisogna creare per il supporto, cioè che il supporto condiziona l’opera, nella situazione da ipercontemporaneo, cioè di supporti sempre nuovi, sempre in arrivo, già in progess e che questo aumenta la creatività, sarà finita e sarà solo una promessa di potenzialità infinita per un pubblico reso in realtà, sempre più impotente e disumano. L’immensa menzogna del politically correct è far credere che siamo tutti uguali e contiamo alla stessa maniera, che tutte le culture sono uguali ed hanno tutte pari dignità, ma questo viene usato come vessillo dal mercato e non per una reale politica dei diritti, il fine è aumentare la disponibilità dei prodotti non salvaguardare la o le culture e le persone, la loro vita. Chi crede a questo o chi pensa che operando dall’interno serva o che i mezzi giustifichino i fini e viceversa, nel più candido dei casi si inganna. Per quel che mi rigurda la guerra è persa e si va avanti, se mi permetti la metafora Tolkieniana, come gli elfi nel LOTR, che pur coscienti della disfatta, resistono per vocazione.

    Ad ognuno la propria…

  199. helena janeczek il 22 gennaio 2010 alle 11:49

    Robin, a me non sembra che la tua opinione sia impolitica. Io vedo il Berlusconismo come esito estremo della trasformazione denunciata da Pasolini. Più estremo che altrove e quindi dai caratteri specifici, data la debolezza sociale, culturale (in senso largo), politica del paese coinvolto. E’ una questione enorme. Temo che la mia risposta, con la quale cerco pure di allacciarmi alle domande di Marco e di Gherardo sulla normalizzazione, la selezione di libri fatti secondo determinate caratteristiche, sarà da un lato troppo lunga e dall’altro troppo breve.
    E’ vero: i dattiloscritti di narrativa che vengono vagliati dalle case editrici, non solo quelle italiane, sono spesso sempre più simili. Sono “scritti bene”, costruiti bene, con storie che reggono, più o meno avvincenti, facilmente seguibili. Non presentano in genere un granché di digressioni, non spiccano per caratteristiche stilistiche. Gran parte di questi libri finiscono per non essere pubblicati, a meno che non abbiano qualcosa che comunque li distingua. Una maniglia, usa chiamarla il mio maestro (lo fregio volentieri di questo titolo) Ferruccio Parazzoli che tra l’altro è uno scrittore che merita di essere conosciuto. Questa maniglia può essere qualcosa di esterno al testo – qualcosa di inerente al profilo dell’autore-, qualcosa che pertiene al suo tema o al modo di trattarlo (alla sua “originalità”), ma anche qualcosa di inerente, una qualità sfuggente che non corrisponde al suo valore letterario che faccia percepire a chi lo legge che quel libro ha in sé una maggiore forza.
    A volte – detto per precisione – ci sono però anche libri che, pur non presentando nessuna di queste qualità-maniglia, sembrano talmente adatti a un certo pubblico che la casa editrice li pubblica lo stesso e ci punta sopra (che poi non è detto sia un’operazione che riesce).
    Da che cosa dipende questa omologazione? Dalla censura o selezione (darwiniana) del mercato? Dal lavoro di chi dentro alle case editrici vede di contribuire a tale “messa a norma”, attraverso un certo tipo di editing? Dalle scuole di scrittura (certe scuole di scrittura) che insegnano agli aspiranti scrittori come si scrive un romanzo con determinate caratteristiche? Dagli scrittori stessi che si autocensurano o, peggio ancora, forse non più nemmeno quello, ma semplicemente non riescono a concepire un altro modo di scrivere romanzi? (Precisazione: mi riferisco soprattutto a romanzi non strettamente di genere, ma forse questo non è così rilevante.)
    Da tutto questo, ma anche da molto altro, a monte. Dalla scomparsa di una società letteraria tradizionale che affianchi uno scrittore nella sua crescita. Dalla scomparsa di una borghesia (anche) colta, già da sempre scarsamente presente in Italia. Dal fatto che la scuola e l’università aiuti sempre meno a scoprire la ricchezza della cultura e della letteratura. Dal fatto che gli scrittori o aspiranti scrittori conoscano sempre meno la letteratura dei secoli passati o dei paesi che non siano l’Italia e gli Stati Uniti. Ma – temo – in modo cospicuo: dai modelli narrativi e linguistici che circolano fuori dalla letteratura. Nelle fiction. Persino in molti film per il cinema, fra quali pure molti – secondo me – che passano per prodotti di qualità.
    Tutto questo insieme più la durezza della selezione darwiniana cui accennavo sopra (del tutto simile a quella che vige oggi per poter accedere a qualsiasi lavoro decente), fanno sì che – come direbbe Marx – l’essere, le condizioni, determinano la coscienza.
    Anche per questo sono così restia a (auto)marginalizzare tutto ciò che non vi è conforme.
    Questo quadro fa sì che dobbiamo rinunciare all’idea che i libri possano essere altro? Per me no. Si cerca di far valere le proprie competenze non solo professionali dove è possibile, si cerca di reinventarsi modi di interazione che possano sopperire almeno in parte alla scomparsa di una società letteraria: con gli strumenti messi a disposizione dalla rete, soprattutto (blog come questo, posta elettronica, persino social network). E si cerca magari di far leva sul paradosso cui accennavo sopra. L’ideologia del mercato tende a (far) produrre libri normalizzato. Il mercato reale, fatto dal interazione fra prodotto e pubblico, fra libro e lettori, spesso premia quelli che non lo sono. Premia quelli dove il pubblico percepisce una maggiore adesione dell’autore a ciò che il suo libro veicola. Cosa che sulla qualità del medesimo non dice assolutamente nulla. Ma alla fine, tanti libri (e persino film) che presentano l’insieme di qualità e adesione del suo autore a ciò che – detto semplificando- ha da dire, ce la fanno. E questo mi sembra un motivo buono per non avvilirsi.

  200. helena janeczek il 22 gennaio 2010 alle 11:54

    Per favore, non andate troppo fuori tema

  201. marco mantello il 22 gennaio 2010 alle 11:55

    Helena
    Sostieni che il mercato editoriale sia un mercato di nicchia rispetto a quello televisivo, sai benissimo che esistono innumerevoli collegamente fra l’uno e l’altro. Non credo si possano fare divisioni con l’accetta. Il boicottaggio delle reti Mediaset, magari per un giorno con titoli si giornali (e sulle reti Mediaset stesse) sarebbe un atto simbolico e del tutto irrilevante dal punto di vista ‘commerciale’, anzi potrebbe risolversi in una forma di pubblicità del ‘logo’ boicottato, con ampi dibattiti mediatici. Invece il fatto che uno scrittore affermato maturi la coscienza di non essere un investimento, il fatto che uno scrittore affermato cominci a fare delle scelte sul ‘dove pubblicare’ in relazione a cose diverse da quanto gli offrono le majors, rappresenterebbe una bella botta economica e potrebbe aprire, in termini concreti, molti spazi a tutta quella massa di autori esclusi e ‘di valore’.
    E’ una cosa che non avverrà mai, probabilmente, perché il sistema che tu descrivi, e conosci dall’interno, fomenta il narcisismo, la promozione della persona a scapito del testo e soprattutto perché è parte integrante dell’anomalia mediatica italiana (si dovrebbe ragionare sui ‘mercati reali’, sulle ‘proprietà attuali’, non sul fatto che mondadori un giorno verrà acquistata da un’altra famiglia di imprenditori)
    Le tue preoccupazioni, che restano alla base del post che commentiamo, sono sovradimensionate. E’ profondo il mio disagio, di fronte alla difesa di un sistema che avvilisce in base alle sue ‘logiche interne’ qualsiasi spinta al ‘cambiamento’, relegando se stesso nell’ambito dei generi di consumo e addirittura ammettendo la propria irrilevanza storica, quando qualcuno prova a dire: fermiamo l’ingranaggio.

  202. Alcor il 22 gennaio 2010 alle 12:01

    Se mai io scrivessi un romanzo, poniamo, che potesse piacere a Mondadori, e questo romanzo Mondadori me lo volesse pubblicare [Anfiosso, a meno di non essere un grande scrittore già affermato non sarai mai tu a scegliere l'editore, puoi al massimo mandargli il testo] non avrei nessuna difficoltà a farmelo pubblicare a Segrate.
    Continuo a pensare che i libri siano una merce strana e le case editrici industrie strane.
    Penso che un editor che lavora per Mondadori, un traduttore che lavora per Mondadori, uno scrittore persino, che potrebbe sembrare “di più”, che pubblica da Mondadori, a meno che non sia GIA’ Saramago, sia come un operaio che lavora per la Fiat.
    E nessuno di voi, credo farebbe questi discorsi a un operaio che lavora per la Fiat.
    La Mondadori non è una piccola azienda di tendenza, una piccola casa editrice con un programma politico, ma una grande azienda commerciale, all’interno della quale persone di ingegno cercano di fare al meglio un lavoro d’ingegno, ma non diversamente, scusatemi, da un grande progettista che lavori per la Fiat o a un operaio che lavori per la Fiat.
    Sono davvero stupita di come si possa leggere l’intervento davvero molto bello, onesto, cristallino della Janeczec e fare i discorsi che ho letto dopo.
    O meglio, posso capirlo se penso che la maggior parte delle persone che hanno commentato vivono così lontane dal lavoro editoriale, lo conoscono in modo così marginale da pensare che un editor o anche uno scrittore possano avere una qualche possibilità di modificare la realtà di un’azienda.
    Sono certa che se arrivasse qualcuno e dicesse alla Janeczek e ad altri come lei, sono in possesso di un notevole patrimonio vergine, e intendo affidare a voi la fondazione di una nuova casa editrice e di un nuovo distributore, magari affiancato da una rete capillare di grandi librerie, nella quale avrete la libertà di pubblicare senza dipendere da nessun padrone e da nessun vincolo di profitto i libri che considerate i più belli, le case editrici, e non solo la Mondadori, si svuoterebbero delle loro forze migliori.
    Ma questo benefattore ancora non si è visto, e ognuno cerca di fare il meglio nelle condizioni date.
    Ma come siete astratti, figli miei.
    E oltre a questo: io apprezzo la gran rinuncia di chi si è trovato di fronte alla possibilità di dire prima di sì, ma la gran rinuncia di chi non ha mai potuto scegliere se lavorare o meno per Mondadori è un po’ patetica, scusate.
    Diversissimo il discorso su Libero.
    Il fascismo oggi ha fatto un triplo salto mortale, farei fatica oggi a dare del fascista a Fini o alla Polverini, mentre non ho dubbi che siano profondamente, culturalmente, capillarmente fascisti Il Giornale e Libero, è lì che il fascismo è sopravvissuto, in realtà come queste, e non capisco come persone per altri versi stimabili siano così cieche da non vederlo.

  203. helena janeczek il 22 gennaio 2010 alle 12:09

    Marco, può darsi tu abbia ragione sulla questione tv. Ammetto di non aver riflettuto abbastanza su come si possa agire in tal senso in modo efficace. Che ci siano collegamenti fra mercato librario e media (che tra l’altro innumerevoli non mi sembrano), non cambia secondo me la posizione assunto dal mercato librario. Non credo di dipingere un quadro apocalittico o esagerato, anche perché vedo in atto meccanismi di scollamento del mercato dalla qualità in paesi dove il mercato è maggiore che da noi (Germania, Francia, Stati Uniti). Fin ora l’essere di nicchia ci ha protetti.
    Il sistema, ripeto, non è solo italiano.
    Ultima cosa: ci sono autori che cercano di vivere principalmente dei loro romanzi (genere che richiede tempo, a volte soldi per potersi documentare viaggiando o comprando libri). Accusarli in blocco di narcisismo, mi pare ingiusto.

  204. Alcor il 22 gennaio 2010 alle 12:12

    scusate, c’è un salto logico che vorrei chiarire, penso che i libri siano una merce strana eppure una merce come tutte le altre, altrimenti il mio paragone con la Fiat cade, e invece non deve cadere.
    Strana perché ci gira attorno tutta una serie di investimenti diversi da quelli che girano attorno a un paio di scarpe o un’automobile.
    Ma alla fine sempre merce, nel nostro tempo, sempre anche merce.

  205. Alcor il 22 gennaio 2010 alle 12:18

    e sempre a proposito di realismo, non ricordo chi sopra ha detto che non compra libri Mondadori per non arricchire Berlusconi.

    Mi auguro che si informi su chi ha cucito le sue Nike o simil Nike, non vorrei che finanziasse uno sfruttatore di bambini lavoratori, si informi, prima di comprarle, o chi ha prodotto le sue merendine, o tagliato e cucito i sui jeans, o prodotto le mutande che porta, sono certa che per coerenza lo o la vedrò andar in giro nudo e nuda.

  206. marco mantello il 22 gennaio 2010 alle 12:21

    Helena
    A parte che ci sono tantissimi autori che viaggiano a proprie spese senza avere un contratto editoriale in mano nè coperture economiche di sorta, io non accuso nessuno di narcisismo in blocco, prendo atto di quello che dicevi in un precedente post, a proposito del ‘narcisismo’ che è alla base della scelta di pubblicare per una major. Resto convinto che il sistema che a mio avviso difendi incentivi e fomenti questo narcisismo, spesso a scapito dei contenuti.

    Non credo che i collegamenti fra editoria e televisione siano irrilevanti, tutt’altro.

  207. marco mantello il 22 gennaio 2010 alle 12:27

    Alcor

    Sostenere che uno scrittore, o un editor (spesso le due cose si sovrappongono) che lavori per una grande casa editrice sia equiparabile a un operaio che fa i turni in fabbrica mi pare francamente sproporzionato. In ogni caso la questione centrale
    credo che sia un’altra, e cioé che tipo di ‘prodotto’ esce fuori dai meccanismi di cui discutiamo? Il consumo di cultura in Occidente e la situazione italica, tutto qui.

  208. sp il 22 gennaio 2010 alle 12:27

    @ Helena (e Robin Masters)
    Mi avvilisco perché la mia idea di qualità, del tutto minoritaria, non si sposa con questo tempo: ne esce essa stessa avvilita. Il fascino funesto che le storielle lineari e ben studiate esercitano sulla folla dei lettori mi spaventa: narrazioni senza crisi, e in particolare senza l’ebbrezza del linguaggio, e come tali incapaci di scatenare quell’epifania individuale di cui parla Bloom. Sì, dice bene Robin Masters: è l’impegno civile reso letteratura che non lascia scampo alla letteratura stessa, allargandosi a dismisura nella sequenza regolare dei libri pubblicati. Se guardo agli ultimi trent’anni di storia italiana, che Berlusconi sintetizza ora in forme nuove, ne esco con le ossa rotte; se poi mi guardo intorno, lo sconforto aumenta. Ogni lettore è sbattuto dentro un grande supermercato dove, senza strumenti culturali, vince la merce scadente. Questa tendenza la si può contrastare solo con una “rivoluzione culturale”, che riguarda la scuola, l’editoria, l’arte tutta, e la televisione e i tutti i media, di cui però non vedo tracce. Anzi: si peggiora. Cose che prima sembravano impensabili (guerra e razzismo su tutte) sono state sdoganate. Allora che cosa fa un autore “di sinistra”? scrive recuperando un (presunto) “potere curativo” della parola, sublimando con la letteratura quel cambiamento reale che non può attivare. Io, tenacemente, e al di là di tutte le botte ricevute, milito al di fuori della letteratura. Quando leggo, invece, vorrei altro dalle immaginette consolanti, altro dalle vicende divertenti o impegnate, vorrei leggere un libro e poter dire, alla fine, questa è letteratura che vale la pena leggere. Grazie alla rete lo faccio, o alle piccole case editrici (sono “abbonato” alla Melteni, tra l’altro). Dalle grandi acquisto ormai solo gli autori stranieri. Gli italiani mi fanno letteralmente schifo. Tutti, nessuno escluso. Se apro una pagina di Altai (giunto a pagina 17 l’ho letteralmente buttato nella spazzatura) m’incazzo, e mi tocca, per riprendermi, aprire una pagina a caso di Broch o di Bolano … No, sono avvilito e del tutto senza speranza … Per fortuna il mondo è grande …

    sp

  209. Salvatore Talia il 22 gennaio 2010 alle 12:34

    Sono pienamente d’accordo con il commento di Alcor delle 12:01.

  210. anfiosso il 22 gennaio 2010 alle 12:41

    Forse non mi sono spiegato. Rileggendo (se ovviamente ti va) il mio primo intervento,

    mantello, è questo il problema: io il tuo intervento non l’ho letto proprio. Io ho semplicemente detto la mia sul post di Helena Janeczek.

  211. Alcor il 22 gennaio 2010 alle 12:45

    @marco mantello

    un po’ di elasticità mentale io me la aspetto sempre, ma sono troppo ottimista, è evidente che lavorare a una catena di montaggio e fare l’editor non sono equiparabili, ma è equiparabile il potere di entrambi i lavoratori rispetto alla proprietà.

    Quanto al tipo di prodotto, la situazione italica è poco diversa da quella occidentale, leggiti on line i giornali francesi e vedrai che i problemi non sono poi tanto diversi.

    ma anche in questo caso, chi ha il potere di cambiare le cose? qualcuno qui?
    sono tempi difficili, lo sappiamo

  212. anfiosso il 22 gennaio 2010 alle 12:52

    Anfiosso, a meno di non essere un grande scrittore già affermato non sarai mai tu a scegliere l’editore, puoi al massimo mandargli il testo

    E’ ovvio. Ma posso scegliere a chi mandarlo.
    Se mando qualcosa a Mondadori, è perché mi auguro che me lo pubblichi. Ergo se non voglio correre il rischio di essere pubblicato da Mondadori, per quanto l’eventualità per chi non è nessuno sia sempre piuttosto remota, non gli mando un bel nulla; e mando a Feltrinelli, o Flaccovio, o Mazzancolla Publishing (che me lo cestinano, ma questo è tutt’un altro discorso).
    Sono d’accordissimo sulla questione libro Mondadori/Nike, e anch’io ero stato indotto a fare questo tipo di ragionamento. Chiaro, non credo affatto che tutto quello che indossiamo (persino io) sia prodotto di manodopera schiavile, perdipiù infantile, ma trovo giusto evitare marchj come Nestlè, da me citata, o Nike, &c.
    Quanto a non comprare libri Mondadori, in effetti, credo che – di là dal fatto che è una scelta, e operare scelte è sempre indispensabile – finisca coll’essere penalizzante, per sé, per l’autore eventualmente pubblicato, per la propria conoscenza di quello che corre in su le stampe, &c.
    Ovvio, ci sono anche le biblioteche, che, specialmente quelle decentrate, almeno nelle città più servite, acquistano con pochi mesi di scarto l’ultima produzione, almeno quella più in vista, delle principali case editrici, e non solo. Questo può essere un modo per aggirare la questione, anche se credo che si possa considerare l’acquisto di un titolo Mondadori come un male necessario, laddove importi avere proprio quel tale titolo.
    Fare un contratto con Mondadori è già un’altra cosa.

  213. helena janeczek il 22 gennaio 2010 alle 12:54

    Non parlavo, però, e l’ho chiarito nel commento successivo di narcisimo secondo l’uso corrente, deteriore. Parlavo dell’inevitabile esposizione narcisistica cui si sottopone chiunque produce qualcosa di artistico. Anche coloro che non sono per nulla narcisi nel senso di cui sopra. Anche chi coltiva generi marginalissimi per i meccanismi del mercato.
    E poi: se un autore fosse pure narcisista all’ennesima potenza, assettato di successo senza limiti, persino stronzo, ma fosse anche un grande scrittore, che cosa importa? Se leggi le biografie di certi numi immensi di tempi lontani, spesso di trovi davanti a profili umani deludenti.

  214. Robin Masters il 22 gennaio 2010 alle 13:06

    @ helena

    ti ringrazio per la risposta, credo ci siamo intesi e in qualche modo per ragioni di tempi di invio ho involontariamente risposto a quanto tu mi scrivevi con il mio posto successivo.
    La tua analisi è corretta, ma invito nuovamente a riflettere sulla questione del supporto e della memoria. Se l’assoluta predominanza di un supporto, indico il digitale come sfera d’insieme, porta connaturata in se una potenzialità d’oblio per il fruitore, non c’è scampo se non una continua resistenza di tipo critico ma che non risolve. Il digitale che porta con se la promessa di poter sempre meglio accumulare memoria/e, l’accumulo appunto, è un inganno, perché l’umano ha una soglia. Questo è il punto. Quindi è solo, come ci siam capiti, la vocazione personale a contare, non altro. Una medicina non curativa sarebbe ricominciare ad affermare il primato non della o di una tradizione ma investire nella memoria, letteraria e testuale dunque, ma tu sai che è impossibile perché questo contraddice il postulato del mercato e cioè come si è detto che l’unica cosa che conta è il sempre nuovo e il nuovo ad ogni costo, ed è ogni secondo. Ricordo ai tempi di “Pulp Fiction” di Tarantino, un’inchiesta in Inghilterra ai ventenni di allora, dove chiedevano quale fosse il film più importante della storia del cinema, i più risposero “Pulp Fiction”. Questi son sintomi. Poi lo sappiamo bene, piccole oasi con i loro pregi e difetti ci sono in tutti i campi, delle eccezioni appunto, e qui vorrei dire una cosa davvero impopolare ma forse se c’è tra noi qualche adetto ai lavori comprenderà. In questo paese a parte i grossi sistemi tipo di queste ore Sgarbi prossimo commissario per il padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, i giri grossi insomma, un operatore culturale ha più fortuna per realizzare dei buoni progetti se ha a che fare con una amministrazione di destra e non di sinistra, semplicemente perché alla destra, e devo per forza generalizzare, la cultura non è mai sembrata un buon investimento dove a sinistra ci sono file e trafile di amici nipoti ecc ecc. Ovviamente è un’opinione personale sulla base di esperienze che ovviamente non comprendendono il tutto, e parlo di un ambito particolare, come organizzatore, curatore, ecc ecc. Nel mondo culturale lo schifo è tanto proprio perché è un luogo privilegiato, di certo meglio che andare a lavorare in miniera, e si dovrebbe essere eticamente rispettosi di questo privilegio, invece è li che accadono i misfatti peggiori, il mondo culturale è la “lupara bianca” delle politiche economiche perché è invisibile ai più e tale deve restare, chi ci sta dentro lo sa bene. In Italia, diversamente da altri paesi, non si protegge istituzionalmente la possibilità di proteggere e promuovere l’importanza in se, della cultura come valore senza se e senza ma, valore da vivere non con la demagogia. Intendo ad esempio con la creazione di strutture come un Great council of art o similia, è impensabile nel nostro paese per tradizione, a differenza di quelli nordici ad esempio. Per me hanno sempre contato le persone non le divise e di certo in tanti hanno imparato una cosa, e non parlo di te, che è sempre meglio averne l’armadio ben fornito. Io preferisco girare a nudo, vedo meglio me stesso e vedo meglio il re, ci si prova almeno.

    @ sp

    solo due puntualizzazioni sintetiche.

    - Quando parlo di impegno civile nefasto, indico il falso impegno civile quello di facciata demagogica a mercantile e per mercanteggiare.

    - Non credo a nessuna rivoluzione di nessun tipo che non avvenga prima all’interno, che davvero non rivoluzioni all’origine, ma siam lontani, qui è già tanto se durante il giorno riesci a ricevere un segno di cordialità che non sia esclusivamente formale, di solito nemmeno quella.

    il lettore paradossalmente ha più strumenti a disposizione dell’autore e dell’operatore culturale, perché deve difendere solo il diritto al “piacere del testo” e non essere su più fronti contemporaneamente. Con un minimo di criterio, certo è qui che viene colluso, può farcela, con la rete non fine a se stessa ma per tornare più ricco nella realtà e rintracciare materiali a lui consoni. Un po’ come con gli apostoli, un “Giuda” c’è sempre, ma l’importante è che un Cristo vero ci sia e risorga, perché se manca quello all’origine, allora cominciano i guai. Di falsi profeti ce ne sono fin troppi e di padri del deserto quasi più nessuno…

  215. anfiosso il 22 gennaio 2010 alle 13:07

    E oltre a questo: io apprezzo la gran rinuncia di chi si è trovato di fronte alla possibilità di dire prima di sì, ma la gran rinuncia di chi non ha mai potuto scegliere se lavorare o meno per Mondadori è un po’ patetica, scusate.

    Beh, no. E’ del tutto sacrosanto che se Helena Janeczek interviene raccontando i fatti suoi ognuno – posto che legga – riferisca i suddetti al proprio modo di pensare, non necessariamente alla propria esperienza, o alla propria posizione. Mettere le cose nel modo in cui le metti tu è farne una questione di galloni. Mettere le cose in questi termini è poi come dire che non si può essere antifascisti se prima del ’43 non si faceva parte del ministero della guerra.
    Io invece continuerei con il parallelo con il consumatore responsabile, che non acquista Nike, o Nestlè: non Pier da Morrone, ma semplicemente una persona, come tante, che ha una forma d’attenzione in più.
    Se poi vuoi considerarlo patetico, fai pure, naturalmente.

  216. Alcor il 22 gennaio 2010 alle 13:15

    D’accordo, Anfiosso, condivido.
    Facciamo però un altro pezzo di strada (ipotetica) nel viaggio del tuo libro, Feltrinelli ti dice di no, Flaccovio pure, la Mazzancolla publishing si nega, tu sei alla canna del gas ed ecco la Janeczec, a cui l’ha fatto leggere un editor della Mazzancolla publishing dispiaciuto che il suo direttore editoriale abbia detto di no, ti contatta e ti dice, Anfiosso, il tuo libro mi piace, lo ho fatto leggere e c’è consenso sulla pubblicazione.
    Bene, quando avrai detto di no a quest’ultimo invito, io scriverò un libro sulla purezza esemplare delle tue scelte.
    Ma prima, poiché sei umano anche tu e la via dei rifiuti è amara soprattutto quando dura nel tempo, aspetto.
    Uno scrittore, di solito, vuole trovare il suo pubblico, e se lo vuol fare non è perché ha la bocca troppo grande, ma appunto perché è uno scrittore, e la rete non basta, la rete serve, almeno per ora, a dare degli stuzzichini di quello che si sa fare.

  217. Alcor il 22 gennaio 2010 alle 13:19

    non avevo visto il tuo secondo commento, non si tratta di galloni, i galloni non mi interessano, si tratta di realismo, di essere posti davvero di fronte a una scelta concreta

    altrimenti restano discorsi e buone intenzioni.

    e non sto dicendo che tu personalmente non sapresti essere coerente, è un discorso generale, è sempre molto facile avere posizioni radicali restando fuori dal sistema, è molto difficile tuttavia restare per tutta la vita fuori dal sistema, che in qualche modo è così forte da inglobarci come un grande blob

  218. Alcor il 22 gennaio 2010 alle 13:20

    @QuicoSabate

    ci sono i muri, certo, e la rete, ma sia i muri che la rete prevedono la forma breve

  219. sergio falcone il 22 gennaio 2010 alle 13:22

    Se un dì, qualcuno mi dovesse chiedere di QuicoSabate, risponderei:

    “Un genio!”.

    http://www.youtube.com/watch?v=kG9c5ieKIv4

    ***

  220. Alcor il 22 gennaio 2010 alle 13:33

    sempre per Anfiosso:

    “Mettere le cose in questi termini è poi come dire che non si può essere antifascisti se prima del ‘43 non si faceva parte del ministero della guerra.”

    giusto anche questo, ma per lasciare il parlamento e fare l’Aventino, bisognava prima esserci stati, in parlamento

  221. helena janeczek il 22 gennaio 2010 alle 14:05

    Ho avuto il 99% percento della famiglia sterminata. Il che non giustifica le mie scelte, ma le spiega. L’ho detto solo per questo. E dato che su queste e simili questioni non tollero battute, tu qui, Quico Sabato, non ci intervieni più.

  222. sergio falcone il 22 gennaio 2010 alle 14:14

    Anch’io porto il mio fardello di dolore a causa del nazifascismo, ma ho fatto scelte opposte e contrarie. Appunto perché odio il nazifascismo e l’autoritarismo in genere.
    Seppure m’avessero offeso, e l’hanno fatto (il commento è stato rimosso, ma l’ho letto per tempo), non userei la scure della censura.
    Perché è bene che si sappia. E perché i lettori possano giungere alle loro conclusioni.
    Non sopporto l’idea che esista un moderatore, cioè un censore.
    Non si combatte, in questo modo, ad armi pari.
    Al solito, c’è chi gestisce un potere e chi lo subisce.
    E questo è autoritarismo.

    ***

  223. anfiosso il 22 gennaio 2010 alle 14:20

    (Non ho capìto che cos’ha combinato quicosabate, non trovo il commento incriminabile. E’ stato cancellato?)

  224. anfiosso il 22 gennaio 2010 alle 14:20

    Ah, ecco, è stato cancellato.
    (Che diceva?)

  225. sergio falcone il 22 gennaio 2010 alle 14:22

    Non sono il difensore di QuicoSabate. Perché penso che si sappia ben difendere da solo.
    Sarei intervenuto lo stesso, in favore di chiunque altro.
    Non mi piace la censura.

    ***

  226. Robin Masters il 22 gennaio 2010 alle 14:25

    @ sergio falcone

    già il mezzo rende complicato riuscire a distillare e condividere insieme ciò che si pensa per produrre una discussione, che almeno ci si fermi di fronte a certe cose, che si abbia rispetto. Helena ha parlato di se dignitosamente senza invocare varia consolatoria, merita rispetto, a maggior ragione poi uno che cita Bernhard dovrebbe farlo proprio per quel tema, altrimenti vuol dire che faceva meglio a leggere la lista della spesa.

  227. marco mantello il 22 gennaio 2010 alle 14:28

    Helena sicuramente si, certo che ci sono stati grandi scrittori alquanto stronzi di carattere, come ce ne sono stai di pessimi con doti umani notevoli, ma altra cosa è che un sistema di ‘produzione’ e ‘diffusione’ della cultura sia imperniato sul narcisismo e la sua esaltazione. Distinzini sottili, ma rilevanti, perché un sistema di ‘produzione’ che fomenta il narcisismo (e non solo quello) crea anche un gusto, una seire di aspettative da ‘ruolo sociale’, condizionando le scelte di molti addetti ai lavori, il loro modo di leggere i manoscriti, instaurando, infine, presso numerosi scriventi alle prime armi, bisogni di accettazione e di riconoscimento socialie imeprniati sul ‘mimetismo’ (un imitare, che è anche un nascondersi).

  228. helena janeczek il 22 gennaio 2010 alle 14:28

    Sergio, ho spiegato i criteri con cui sono intevenuta sui commenti, quando avrei potuto farne a meno. Non censuro né i tuoi primi commenti né quelli di Quico Sabate. E nemmeno il tuo ultimo. Ma esiste il diritto ad essere trattati con rispetto.Anche e soprattutto da un troll.

  229. sergio falcone il 22 gennaio 2010 alle 14:29

    Non desidero entrare nel merito della lite.
    E’ bene che Helena Janeczek e QuicoSabate chiariscano i loro dissapori.
    Sono in gradi di farlo senza l’intervento di nessuno.
    Sto soltanto dicendo che è per me intollerabile che qualcuno si erga a censore di chi interviene nel dibattito.

    ***

  230. franco arminio il 22 gennaio 2010 alle 14:32

    helena non c’entra niente con berlusconi. sul resto si può discutere….

  231. Robin Masters il 22 gennaio 2010 alle 14:39

    @ sergio falcone

    tu “difendi” il senso della non censura, e non c’è stata tra l’altro, io quello
    del rispetto. Senza rispetto non ci può essere dibattito.

    Piuttosto a tempo perso rivedi i tuoi giudizi su Avatar e fai il pelo e contropelo a cosa sdogana quell’operazione, su Mondadori si e sulla
    Fox no ?

  232. sergio falcone il 22 gennaio 2010 alle 14:39

    E perché mai dovrebbero esser cancellati i miei primi commenti?
    Che piaccia o meno, ho esposto il mio punto di vista.
    Sgradevole quanto si vuole, ma è il mio pensiero.
    Ed è condiviso anche da qualcuno che ci sta seguendo; ma che, per motivi suoi, ha deciso di tacere.
    Non si può dar vita ad una discussione su un argomento così “scottante”, pensando che non ci siano delle reazioni, anche dure.
    Mi sono esposto, con tutta sincerità di cui sono capace.
    C’è una ingiustizia di fondo però, tra chi può e chi non può, operare una censura. E’ scoppiata, e l’ho voluta sottolineare.

    ***

  233. marco mantello il 22 gennaio 2010 alle 14:42

    Sul tema della censura sono d’accordo con Sergio Falcone, bisogna dare a tutti la possibilità di giudicare le parole altrui e in caso di isolarle, ignorandole o rispondendo a tono.

  234. QuicoSabate il 22 gennaio 2010 alle 14:45

    Grazie cara Janeczek (inutile che ti dica che essendo figlio dell’unico membro di una famiglia numerossima che sia scampato allo sterminio nazista vado ben oltre il tuo 99%, come se uno avesse lo 0,1% non si parlasse di essere umani a cui stata negata la possibilità di vivere come tali, ma mi sembra veramente stupido metterla su questa piano, come fai tu), grazie per svelarti ciò che sei, gestrice di un potere infame di gente senza dignità, grazie di cuore per non essere in grado di intendere le cose per come le dico, grazie per non essere in grado di ‘comunicare’ alla pari, grazie per essere cosi infima e di basso livello, grazie per te che lavori per gente come dell’utri, grazie a te che lavori per chi fa esistere gente come Ciarrapico che è pro-nazista, grazie Janeczek per ciò che sei, mi fai sentire meglio e sempre più convinto delle mie scelte e di continuare a esprimerle nonostante voi censori di bassa lega, grazie un saluto al Von Mikel e continua con la mondadori, vai cosi che se vuoi ti elenco i libri nazisti che pubblicate, continua con la tua meschinità priva di ogni dignità umana Janeczek mara-Mauuuuuuuuuuus

  235. sergio falcone il 22 gennaio 2010 alle 14:45

    Avrei voluto abbandonare il campo già altre volte, ma c’è sempre stato qualcuno che mi ha afferrato per i capelli, con le sue argomentazioni.
    Ora basta, perché mi sono stancato.
    Cui prodest?
    Auguro a tutti buona fortuna.
    Per quale che mi riguarda, andrò avanti per la mia strada, foss’anche da solo.

    ***

  236. marco mantello il 22 gennaio 2010 alle 14:56

    Detto questo, il commento che ho letto adesso di QuicoSabate (credo successivo a quello di cui si discuteva) lo trovo scurrile.

  237. QuicoSabate il 22 gennaio 2010 alle 14:57

    Ah mi dimenticavo di chiamarti per quel che sei, una Kapò e ora cancella tutti i miei commenti, K-A-P-O’

  238. Alcor il 22 gennaio 2010 alle 15:00

    ma vergognati!|

  239. liviobo il 22 gennaio 2010 alle 15:07

    suggerisco che QuicoSabate si firmi nome e cognome e Helena ripubblichi il commento.

    su Leon Bloy, volevo solo precisare: certo è personaggio discutibile,un mezzo pazzo che ha affamato i figli, giudicato un ciurmadore da Soffici che lo conobbe: dobbiamo però ammettere che la letteratura è uno spazio franco, in cui si costruiscono e verificano valori… altrimenti dovremmo espungere mezza lettaratura… e naturalmente storicizzare, altrimenti dovremmo far fuori i monarchici virgilio, dante, dostoievskj, per dire..

  240. QuicoSabate il 22 gennaio 2010 alle 15:16

    Scsua caro Liviobo e scusa caro Falcone e chiedo scusa a tutti non a la Janeczek perché tagliare ciò che le fa comodo e lasciare altrettanto quello che le fa comodo non ci stò, è facile, lasciare la mia ultima offesa (tutt’altro che gratuita) togliendo il resto senza far capire perché si è arrivati a questo, no, non ci sto troppo facile e ripeto cosi si comporta chi ha un potere (sarà pure minimo) e lo utilizza in maniera subdola e meschina, no, non ci sto e mettiamo le cose in chiaro, io non lavoro per gente come dell’utri, berlusconi e compagnia varia, ok? e non accetto lezioni di anti-nazismo da chi lavora con queste persone, per le loro società e infatti si comporta come loro, ma andasse dal Ferrari e gli sputasse in faccia per il Kapò del berluska a Schultz e non facesse lezioni di morale a noi miseri pidocchio, questo è da vermi (vediamo se pubblichi questo)

    Addio e non mi tirate più in ballo e scusate ancora a chi se lo merita e altro che nome e cognome e soprannome, io se incontro queste persone per strada gli sputo in faccia e gli lancio pure il mio documento, cosi mi faccio pure denunciare (già fatto con persone con molto meno potere di loro, non ho problemi, andai anche in galera per l’Anubi D’avossa il 22 aprile del 1991 e poi ongi volta che l’incontravo gli sputavo in faccia, e se ricapitasse lo faccio tutt’ora, ma all’iDEA e in zona lì, mi dicono che non capita più! Affankulo, si sono gretto, meschino, volgare e pure pezzo di merda

  241. Sergio Baratto il 22 gennaio 2010 alle 15:25

    Massima e incondizionata solidarietà a Helena Janeczek, che ha scritto un pezzo limpido e si è spesa nei commenti più di quanto meritassero.
    Viva l’anarchia, abbasso le canaglie e i pezzi di merda.

  242. AMA il 22 gennaio 2010 alle 15:25

    Questo discorso mi ha un attimo annoiato. Lo scrittore da 4.000 copie per Mondadori o Einaudi fa catalogo e in alcun modo ha la visibilita’ per legittimare Berlusconi e il suo operato. Credo invece siano gli scrittori non trivialmente commerciali ma di grande successo a legittimare Berlusconi e il suo operato. Qualunque urgenza denuncino o non denuncino.
    Resta il fatto che solo se hai certi requisiti minimi nella valutazione della commerciabilita’ del tuo prodotto puoi aspirare a pubblicare per grandi case editrici, altrimenti non ti resta che confidare nella sensibilita’ delle piccole.
    Sempre ricordandoci che ogni scrittore e’ generato dal suo tempo, in Italia oggi gli spazi per il dissenso si sono ulteriormente ristretti dopo il successo di Saviano. Inutile negarlo. Anche se quel dissenso e’ assolutamente spendibile commercialmente. E da qui dovrebbe partire un’analisi piu’ approfondita sul mancato soddisfacimento delle richieste di mercato.

  243. liviobo il 22 gennaio 2010 alle 15:28

    sì quico, ma finchè non sei “persona” la helena non ha nessuna persona da rispettare… (e vedi che finora ti ho “spalleggiato”, seppur con vari se e ma…)

  244. helena janeczek il 22 gennaio 2010 alle 15:55

    Cambiato idea. Credo che sia giusto far vedere certi commenti che, come si dice, parlano da soli. Ma qui non sei più gradito

  245. AMA il 22 gennaio 2010 alle 15:58

    Ma io neache li ho letti certi commenti!

    @ Helena
    Lo spazio per il dissenso si e’ ristretto si’ o no? E questo risponderebbe a quale logica?

  246. johnny doe il 22 gennaio 2010 alle 16:06

    E’ una discussione ridicola,anni ’50,da asilo infantile,vedi caso Nori.
    Uno è sempre lui e scrive dove vuole.Sono processi da Politburo sovietico dove la libertà (vedi caso Vittorini-Togliatti) è sempre subordinata a qualcosa,specialmente a quello sciagurato concetto gramsciano dell’intellettuale organico che tanti danni ha causato alla cultura italiana.Quella specie di processo a Nori è stata una farsa,forse nemmeno a Cuba sono così ridicoli come Cortellessa e alcuni carneadi del Manifesto.

  247. sergio falcone il 22 gennaio 2010 alle 16:07

    helena janeczek.

    Helena, a costo di sembrar matto (avevo detto che non mi sarei più riaffacciato. Mi sono ricollegato per commentare il post su Lenin), ti chiedo: “Perché hai corretto il tuo messaggio delle ore 15:55?”.

    Avevi scritto: “FUORI DA QUI PER SEMPRE”. Riferendoti a QuicoSabate.

    Ora cancelli questa frase e scrivi: “MA QUI NON SEI PIU’ GRADITO”.

    Una mia interpretazione personale ce l’ho, ma la taccio.
    Inoltre, sottolineo che tu puoi fare e disfare. Noi no. E questo non è giusto.

    Sono veramente addolorato. E non intendo aggiungere altro.

    ***

  248. piero sorrentino il 22 gennaio 2010 alle 16:48

    Senti, Quicoqualcosa, stai rompendo veramente. O hai qualcosa da dire, o al prossimo commento come l’ultimo che hai scritto ti sbatto fuori io, se non lo fa Helena.

  249. lorenzo galbiati il 22 gennaio 2010 alle 17:18

    Helena,
    non so se il boicottaggio di Mondadori provocherebbe tutte quelle conseguenze negative per gli autori meno noti che descrivi tu, ma certamente un boicottaggio non è privo di effetti collaterali e, sul lungo periodo, che peraltro è quello che conta, può innestare anche effetti imprevedibili di fianco a quelli che il boicottaggio stesso vuol raggiungere.
    In ogni caso,
    - gli effetti prevedibili immediati non sono di poco conto per il consumatore, che non dovrebbe più versare l’obolo a B per leggere molti autori noti (io per es. ne sarei già sommamente contento)
    - i grandi autori che, riferendomi al tuo esempio, manderebbero in rovina Einaudi andandosene, se davvero avessero la sensibilità di uscire da Einaudi in blocco, lo farebbero con una dichiarazione, o firmando un appello, la/il quale dovrebbe comprendere non solo il boicottare Berlusconi ma anche il favorire il pluralismo nell’editoria. Dichiarazione o appello cui parteciperebbero politici, editori, associazioni di consumatori, cittadini semplici. In altre parole: i grandi autori dovrebbero andarsene garantendo di lasciare spazio alle case editrici che li “arruolano” anche a quelli piccoli. Insomma, devono pretendere meno soldi. Oppure, potrebbero pensare di aprire loro una casa editrice che arruoli oltre a loro degli autori emergenti. Quali che siano la forma e l’esito, il boicottaggio deve essere fatto non solo dagli autori, ma dalla società civile, partiti e media in prima fila. Difficile, sì, eppure basterebbe che scrittori con una certa popolarità (meglio se in tv) come Lucarelli, o un Saviano per Mondadori, lanciassero l’iniziativa (o aderissero se la lancia la società civile) aggregando gli altri noti, che il gruppo Espresso con i suoi autori, riviste e giornali la sostenessero, per provocare una notizia che anche quei rammolliti dei politici di centrosinistra non potrebbero non prendere in considerazione. E dal basso comunque, molti si muoverebbero (da Micromega al Popolo viola il passo è breve).

    Detto questo, sono del tutto d’accordo sul fatto che la battaglia contro il berlusconismo deve partire dalla tv. Il primo passo è la tv, poi i giornali, e poi l’editoria. Il potere della tv è infinitamente maggiore di quello della carta stampata. E allora, che fare?
    Non cose simboliche, secondo me, ma atti concreti e duraturi.
    Rete4 doveva andare sul satellite, giusto? Europa7 ancora non può trasmettere, giusto? Cosa si aspetta a boicottare in toto Rete4, considerandola per quella che è, un Berlusconi Fan Club con un bollettino diretto da Fede?
    Non ci dovrebbe essere nessuna collaborazione e in nessuna forma con Rete4, tanto per iniziare. Idem con Italia1. Canale 5: Mentana è stato mandato via perchè era troppo neutrale, sì? E allora perchè non si boicotta Matrix?
    Tanto più quando vige la par condicio, che è uno strumento che garantisce il buon esito del boicottaggio: senza politici rammolliti di sinistra o giornalisti narcisisti e doppiogiochisti di sinistra a partecipare ai dibattiti televisivi, a lungo termine quei dibattiti non hanno più ragione d’essere – come dovrebbe essere.
    E poi la Rai: lo vogliamo mettere da parte Vespa, o no?
    Iniziamo a boicottarlo! Sono i politici di sinistra che devono farlo, dicendo che non accettano tanto spazio nella tv pubblica per un giornalista fazioso: B lo farebbe subito! Subito lo farebbe! Non perderebbe occasione per andare o telefonare a Vespa dicendo che è di parte e fa un uso privato della tv di stato, e tutti i suoi servi si mobiliterebbero con tutti i mezzi (interviste, titoli di giornali a 9 colonne per settimane ecc.) per chiedere lo smantellamento della trasmissione o che nel programma si alternino Vespa e un giornalista fazioso della loro parte.
    Perchè il teatrino di Vespa è una vergogna. Abbiamo dei politici che son diventati dei personaggi di un reality alla Grande fratello: la casa è il Parlamento, il confessionale le interviste e la trasmissione con pubblico e Marcuzzi è Porta a Porta, dove si vedono i personaggi recitare il loro ruolo: tu hai fatto quella cosa lì ieri in Parlamento (analogo del tu ieri non hai lavato i piatti), no non è vero, io non ho fatto quello, sei tu che invece il mese scorso (ossia no, non era il mio turno dei piatti, e poi parli che tu che non pulisci il bagno ecc.). E poi cercano pure di mettersi d’accordo su qualcosa, fan prove di dialogo e buone intenzioni con Vespa a fare da confessore e pacificatore nonché notaio – notaio: di cui approfitta B per stilare i suoi presunti contratti con gli italiani.
    QUESTO E’ IL BERLUSCONISMO ALLO STATO PURO, DA QUESTO OCCORRE DISSOCIARSI.
    Basta politici in tv a ogni ora, in ogni trasmissione, a far caciara, basta politici – e giornalisti – personaggi televisivi. Il loro compito è far le leggi e il luogo è il Parlamento.
    Perderanno visibilità e consenso i politici che si sottraggono al teatrino? Solo all’inizio, ma le elezioni non ci sono ogni giorno e se i media e la società civile partecipano a questa campagna, poi un Vespa senza politici rammolliti di sinistra, e senza giornalisti cialtroni e complici di sinistra, chiude.
    Quindi, certo Helena, è da tv e giornali che occorre partire.
    O meglio, è meglio partire attaccando tutti i nodi del potere berlusconiano, dato che sono strettamente connessi, ma di certo il grosso dell’azione è da concentrarsi sulle tv.

  250. robugliani il 22 gennaio 2010 alle 17:45

    @ helena,
    a proposito di censura, avevo scritto un secondo commento, giorni fa, non ricordo con esattezza quando, e a ripensarci sono quasi sicuro che, dopo averlo scritto, per distrazione non l’ho inviato, ma visto il tormentone qui sopra, mi puoi confermare che non è arrivato? (tanto più che non c’erano insulti, c’era “solo” una abborracciata identikit della “””sinistra”””).
    E in breve e a proposito del Berluska, mi sembra che il grave problema politico oggi sia l’antiberlusconismo cieco e fine a se stesso.
    Purtroppo la berlusconite non ce la toglieremo di dosso presto.
    Comunque, dopo le “pulci” di Berlusconi, che sono ultraevidenti e su cui non ci piove, inviterei gli antiberlusconiani di principio a fare le pulci ai gruppi editoriali (in questo caso) e più in generale industriali e finanziari che hanno scelto il cavallo della “””sinistra””” nell’ippodromo Italia. Questo, almeno, per coerenza politica. Dopodiché, sarebbe interessante vedere le ragioni per cui è preferibile scegliere il gruppo Repubblica-Espresso anziché quello Mondadori. A partire, magari, dalla s-vendita prodiana di Sme a De Benedetti e passando, magari, per un fatto non editoriale ma di “””sinistra””” (filo-Usa) come la guerra umanitaria in Kosovo.

  251. Moritz Benedikt il 22 gennaio 2010 alle 17:46

    Sembra incredibile ma c’è gente che, dopo anni di cazzeggio online, non è ancora in grado di identificare i troll non appena compaiono. O meglio, identifica quelli aggressivi e volgari, quelli con TROLL tatuato in fronte. Concede il beneficio del dubbio a quelli tipo Sergio Falcone o QuicoSabate, quelli passivo-aggressivi, quelli che vogliono solo ‘dialogare’ e ‘dire onestamente come la pensano’ e rompono l’anima finchè non li si manda a quel paese e allora gridano e smaniano che li censurano ma, guarda caso, rimangono sempre lì.
    Il problema è, credo, l’ideologia del ‘popolo del web’, convinto che il dialogo per essere significativo e produttivo debba essere libero e senza alcuna moderazione, malgrado l’esperienza insegni che questa è una ricetta sicura per il caos e l’entropia e la trivialità più assoluta, in cui vincono solo quelli che non hanno niente da dire ne’ da fare e tanto tempo libero. Ma quanti hanno fatto un eccessivo investimento emotivo sulla Rete (identificandola con la libertà stessa) non li riconoscono subito e ne sono facile preda.
    Poi, specie in Italia, esistono i ‘bravi militanti’ convinti che la ‘libertà’ si difende anche facendo la guardia a un blog o forum ‘nemico’ e passano la loro inutile vita a ripetere la linea di partito in forum che ritengono non abbastanza a favore di B. o non abbastanza contro B. – perchè ai troll interessa solo la politica e se parlano di letteratura è solo se c’entra la politica.
    Quindi, basta con le chiacchiere e MODERATE!
    (che tanto la Rete è grande e quei poveracci troveranno un altro posto dove fare le vittime)

  252. Moritz Benedikt il 22 gennaio 2010 alle 17:53

    E ricordate: se siete di sinistra dovete vergognarvi del Kossovo. Ma se siete di destra non dovete vergognarvi dell’Irak – anzi, fate finta di essere sempre stati ‘contro’…
    E se non sapete come occupare il tempo tirate fuori la storia della svendita di Amato e dello yacht della regina Elisabetta che fa sempre la sua figura…
    (si diceva di troll: e in effetti il Kossovo e lo yacht sono due tormentoni fissi dei ‘bravi militanti’ da tirare fuori in continuazione nel cazzeggio online – non vogliono dire nulla ma fanno rumore. Ricordarsi di specificare SEMPRE di non essere a favore di B. con espressioni tipo ‘le pulci di B. sono evidenti etc’)

  253. AMA il 22 gennaio 2010 alle 17:58

    @ Lorenzo Galbiati
    A me pare che le proprieta’ di Berlusconi costituiscano soprattutto un problema politico all’interno di una anomalia del sistema democratico occidentale. Bisognerebbe comunque prendere piena coscienza del fatto che in Italia ormai siamo sotto regime e che non disponiamo piu’ di contropoteri forti capaci di ribaltare gli assetti. All’estero hanno altri problemi. Non possono boicottarci piu’ di tanto. Non possono soprattutto attentare alla nostra sovranita’ nazionale, a meno che non ci dichiarino guerra…
    per le nostre dinamiche interne boicottare Berlusconi servirebbe forse a poco. Soprattutto per consumare quali altri prodotti? Non lo vedi che non c’e’ piu’ neanche un minimo di pluralismo nell’offerta?
    Che fare? Boh! Io aspetto un meteorite…

  254. johnny doe il 22 gennaio 2010 alle 18:04

    Galbiati,il boicottatore! Ma si rende conto di ciò che sta dicendo?Boicottare Mondadori,Einaudi,la Rai.i giornali.le tv….perchè non Internet o l’orso polare o l’amatriciana o il Milan!

  255. AMA il 22 gennaio 2010 alle 18:08

    Ma soprattutto… Spero che quesa sia l’ultima legislatura per Berlusconi! Quanto manca? Dopo si aprira’ pero’ il baratro.

    :- )))

  256. Antonello Cassano il 22 gennaio 2010 alle 18:20

    256 commenti danno alla testa. la lunghezza di certi commenti è disarmante.
    apprezzo la sincerità della Janeckzek.
    Non sopporto chi scaglia la prima pietra con rapidità.
    Ecco gli altri passi del boicottaggio: non vedere le reti mediaset, non acquistare film medusa, non passare dalle parti di mediolanum, tifare contro il milan ecc ecc ecc

    chi comincia?

  257. AMA il 22 gennaio 2010 alle 18:33

    @ Antonello Cassano
    Non ho mai fatto nessuna delle quattro cose da te elencate. Neanche quando vivevo in Italia. Ormai risiedo all’estero. Forse ogni tanto vedevo Italia Uno. Ma sono comunque cresciuto in un paese totalmente berlusconiano. Il problema mi sembra quindi piu’ grande e molto piu’ complesso, non trovi?

  258. véronique vergé il 22 gennaio 2010 alle 18:36

    Trovo qualche commento veramente vergognoso. Posso capire che un dibattito sia appassionato, ma è terribile leggere parole che escono senza riflessione. Sono “paroles malheureuses” che fanno male.

    Helena Janeczek ha proposto una riflessione, un’ analisa con uno spirito aperto e sincero.

    Boicottaggio?
    Penso che i libri sono la possibilità di creare un altro mondo, e finalmente trovo interessante che scrittori pubblicati dalla casa editrice mantenuta da
    Berlusconi abbiano la possibilità di scrivere nella speranza di un mondo più bello o di criticare la società. C’è un’ironia che mi colpisce.
    Invece di vedere scrittori prigionieri del sistema, posso imaginare che gli scrittori in realtà hanno il vero potere: quello del talento e dell’intelligenza.

  259. liviobo il 22 gennaio 2010 alle 18:46

    Quico il commneto ex censurato lo ritengo INCONDIVISIBILE… apprezzo comunque helena che l’ha postato (aveva diritto a non farlo se non altro per l’anonimato) e non condivido la drasticità dell’amico sorrentino e di benedikt … questa è la rete, Quico non mi sembra un pazzo, ma un anarchico che qui ha perso il controllo e ha sconfinato nell’anarcoide o peggio (se è un vero anarchico e libero anche da egotismo e falso orggoglio ora dovrebbe almeno recusarsi)… la perdita di controllo è evento possibile anche in una discusssione verbale, va “moderata” secondo me “quanto meno possibile”… la censura è sempre violenza contro violenza, è un atto che presuppone di sapere su quel che siamo, e su quel che facciamo, molto più di quanto sia possibile…

  260. véronique vergé il 22 gennaio 2010 alle 18:58

    Liviobo,

    Non si puo scrivere senza controllare la sua parola. Non mi pare censura quando si cancella un commento che offende, perché questo commento non dà niente alla discussione, è solo una manere di dire la sua colera.
    Sergio Falcone ha detto il suo parere con un emozione (la tristezza), ma non ha detto una parola che ferisce qualcuno.

  261. johnny doe il 22 gennaio 2010 alle 19:33

    Che forza i boicottatori alla Cassano! Ecco perchè la sinistra e dintorni diventano sempre più divertenti.

  262. Antonello Cassano il 22 gennaio 2010 alle 21:31

    caro johnny doe…
    vabbè lasciamo stare

    caro ama la mia era una provocazione. ovviamente il problema è più complesso. o forse in realtà è semplice semplice. saluti dall’italia

  263. liviobo il 22 gennaio 2010 alle 21:38

    veronique, ti capisco… tu sei un’anima candida, e ho apprezzato la tua posizione in questa discussione, così come ho apprezzato infine quella di helena j. … ma gli altri hanno fatto branco, non c’è dubbio, e questo costituisce un’attenuante per Quico, comunque lo si voglia giudicare…

  264. helena il 22 gennaio 2010 alle 21:44

    non ho oscurato nessun commento di robugliani. Quel che dice Lorenzo, mi pare assai limpido e argomentato, anche se restiamo in parziale disaccordo. Ossia: sarebbe bellissimo, chiaro, se ci fosse una vera azione politica di scrittori che dicono: noi ce ne andiamo da qui e portiamo là il nostro peso economico per un progetto culturale e politico pensato, che sposti i pesi, apra possibilità. Magari avvenisse. Se mi convolgessero in qualcosa del genere ci andrei domani, di corsa, mi sbatterei come una matta (per meno soldi, ovvio).
    Marco, sì la nostra società alimenta certe forme di narcisimo, in tutti gli ambiti (vedi il profilerare delle palestre).
    Verò, j t’adore!

  265. Mauro Baldrati il 22 gennaio 2010 alle 22:18

    Sono tornato a leggere qui da stamattina alle 11, e ho trovato alcuni commenti terribili. Quico Sabate, chiunque sia, ha scritto cose terribili, rivolte a Helena. Non so cosa ai porti dentro Quico Sabate, certamente qualcosa di tremendo lo consuma, per scrivere frasi simili. E a lei, a Helena, che ha lasciato in chiaro queste frasi, dimostrando una saggezza che ammiro, dedico il versetto 223 del Dhammapada di Buddha:

    “Puoi vincere la rabbia lasciandola andare
    e il male comportandoti bene,
    puoi vincere la grettezza con la generosità
    e la menzogna dicendo la verità.”

    Perché è esattamente ciò che ha fatto.

  266. johnny doe il 22 gennaio 2010 alle 23:53

    x helena – “…se ci fosse una vera azione politica di scrittori che dicono: noi ce ne andiamo da qui e portiamo là il nostro peso economico per un progetto culturale e politico pensato, che sposti i pesi, apra possibilità.”

    E’ stato fatto in passato,falliti in breve tempo.Gli scrittori di peso stanno dove si vende e,tolte rarissime occasioni,dove ci sono copie e grano.In più,cara helena,scrittori e intellettuali mai hanno spostato politicamente un acca.La realtà è lì a dimostrarlo.
    Non siamo nel quadriennio 1917-21 russo-futurista,peraltro durato poco,e che ebbe anche un grande impatto sociale,ma in un villaggio globale capitalista dove il business raramente va d’accordo con questo genere di progetti.Credo che sia una battaglia di retroguardia,pur meritevole,ma con risultati concreti risibili.Scambiare il dover essere per l’essere è un errore ingenuo.

  267. georgia il 23 gennaio 2010 alle 00:11

    scrittori e intellettuali mai hanno spostato politicamente un acca

    Verissmo, non hanno mai spostato nè mai lo faranno … nel breve termine però, perchè nella lunga durata (quelli che rimangono) invece è tutto un altro discorso, lo scrittore, l’artista, il poeta non lavora mai per il contemporaneo, anche se la società consumista e commerciale di oggi pensa erroneamente di aver finalmente esorcizzato questo “nemico” animalo presente/assente che si alleva in seno. Neppure i futuristi russi smossero alcunchè, li fecero fuori quasi subito anzi li obbligarono a farsi fuori da soli Una generazione che ha dissipato i suoi poeti.
    Sapevo che dopo i 100 commenti in NI tutto va in vacca, però ancora non sapevo a che punti si arrivasse nelle vicinanze dei 200 :-(.
    Dovreste mettere un dispositivo che al numero 100 il post si blocca automaticamente, ma c’è ancora il simpatico e geniale Jan Reister?
    geo

  268. Marco il 23 gennaio 2010 alle 00:12

    incredibile quantità di materiali, qui. davvero impossibile leggerli (e però necessario) in sequenza.

  269. AMA il 23 gennaio 2010 alle 00:46

    Ovviamente Georgia viene qui solo per la chiusa finale.

    :- ))))))

  270. AMA il 23 gennaio 2010 alle 00:50

    @ Georgia

    Oggi in giro ci sono scrittori, artisti o poeti che lavorano per essere riconosciuti postumi? Mi sono perso qualche cosa?

  271. georgia il 23 gennaio 2010 alle 01:10

    …una delle loro caratteristiche (scrittori artisti poeti) è proprio che di solito ce li perdiamo sempre :-))) … fino al postumo …
    ad ogni modo non fraintendermi loro non lavorano mai consapevolmente per essere riconosciuti postumi, non ci pensano neppure, anzi vorrebbero diventare ricchi famosi e avere tante donne (o uomini) … ORA E QUI, ma poi spesso non accade e se accade son rogne comunque ;-)
    Oh AMA io e te ci incontriamo sempre solo in coda ai post dopo il 100 … ad ogni modo per la chiusa, mi sembra ci sia ancora tempo … sta a vedere che stavolta ci incontriamo in coda ai 300 …

  272. AMA il 23 gennaio 2010 alle 01:58

    Nooo, TRECENTO NO, ti prego.
    Allora alla prossima.

    ;-)

  273. mar asma il 23 gennaio 2010 alle 03:36

    “Questo articolo è stato scritto da helena janeczek, e pubblicato il 20 Gennaio 2010 alle 13:01″

    berluska quasi tre giorni in home, post principale

    n i soggiogata

  274. mar asma il 23 gennaio 2010 alle 03:39
  275. p. ferrucci il 23 gennaio 2010 alle 10:57

    Se ci fosse una vera azione politica di scrittori che se ne vanno da dove sono e portano altrove il loro “peso economico per un progetto culturale e politico pensato, che sposti i pesi, apra possibilità”, allora saremmo in un mondo diverso da quello che è diventato. Oggi – almeno in Italia – gli scrittori non hanno alcun peso: né politico, né sociale, né culturale e nemmeno economico, tranne poche eccezioni. L’unico peso che pochissimi scrittori – selezionati dal mercato che è determinato dai media – possono riuscire ad avere è quello economico, che serve solo a portar quattrini a se stessi e al sistema, e visibilità nei media a puri fini di glamour. Il resto non conta e conterà sempre meno: il resto sarà sempre più confinato in nicchie sempre più piccole e meno visibili.

  276. Sascha il 23 gennaio 2010 alle 11:33

    Ma una domanda sorge spontanea: com’è che gli scrittori di destra che pubblicano per editori di sinistra o comunque interni al sistema che affermano di combattere questo problema non se lo pongono mai e nessuno li accusa di ipocrisia?
    Uno scrittore liberale-liberista-libertario non si fa problemi a pubblicare per un editore che accetta finanziamenti pubblici e magari pubblica testi ultra-cattolici e fondamentalisti? Uno scrittore nostalgico e antisemita non si fa problemi a pubblicare per un editore che pubblica libri a favore di Israele? E se non si fanno problemi loro perchè dovrebbero farsene gli altri?

  277. Marco Giovenale il 23 gennaio 2010 alle 11:37

    momentaneamente annoto solo una questione personale, scusandomi per la sua piccolezza o insignificanza (rispetto al “tema maggiore” del post):

    rispondo a
    http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/#comment-127498

    sergio, sai bene che l’edizione di romapoesia è quella del 2005. (info in rete a manetta, volendo).
    sai anche che fino a quella data o poco dopo NON mi avevi detto di scrivere, né mi avevi dato alcuna poesia (quando venivi a trovarmi in libreria nella vecchia sede si parlava di politica, anarchia, letteratura, specie beat).
    andando in Camera verde avevi portato (non a me) dei testi senza farmene cenno. (liberissimo: è evidente. ma senza poi rimproverarmi di non aver letto quel che non a me era indirizzato). (non essendo io che un collaboratore della CV, del resto).
    per lungo tempo non ho saputo AFFATTO che tu scrivessi poesie, in buona sostanza.
    quando, in un momento immediatamente successivo (e DOPO romapoesia) ti ho fatto notare questa mancata comunicazione a proposito dei tuoi versi, SENZA nessuna acrimonia, ricordo che mi hai dato ragione, COL SORRISO SULLE LABBRA. (prova a negarlo, sergio).
    considera che su questa cosa sono sempre disposto a un confronto de visu, non in rete. quello che dico te lo provo con la voce: con la sincerità.
    non è successo 1 volta 1 che tu mi abbia portato una tua poesia. un tuo foglio scritto. citane una e litighiamo subito.

  278. anfiosso il 23 gennaio 2010 alle 11:40

    @ alcor, non mi sono affatto spiegato. Come non ritengo che la Janeczek, e chi come lei, sia in errore a lavorare per Mondadori, così non aspetto ansioso di fare la mia scelta aventiniana.
    Non è una scelta aventiniana, innanzitutto.
    Il caso in cui Mondadori sia, almeno per me solo, l’editore unico sulla faccia della terra è un caso che tu hai immaginato, ed è un’eventualità del tutto astratta. Se il mio venturo (?) ms., poniamo, fosse vistosamente vendibile, allora non c’è motivo di pensare che piacerebbe solo a Mondadori. Se esso non è, o non è detto che sia, anche un piccolo editore potrebbe comunque e sempre cascarci, e certo ben prima che Mondadori dia segno d’interesse.
    Io non sto affatto pregustando il momento in cui preferirò platealmente il mio Morrone a Mondadori, per il semplice fatto che oltre a Mondadori, e alle case editrici di cui Berlusconi ha la maggioranza delle azioni (da Einaudi in giù), ce ne sono tante altre: il mercato è ancòra (almeno in parte) libero e ciascuno decide con chi fare affari o fallire, a chi negarsi e con chi addivenire a carnali commercj.
    La mia è semplicemente l’espressione di una preferenza, negativa, e un’opinione personale. In quanto tale non so quanto possa essere oggetto di discussione, ossia essere opinabile a propria volta, ammenoché non appaja in patente contraddizione o con altre posizioni o nei proprj termini, o non sia incerta e necessitosa di qualche raddrizzamento, o chiarificazione.
    Quando però si determinasse la situazione che tu dici, mi stranirebbe l’idea che la mia idea fosse accolta come un gran rifiuto. Non mi trovo tanto esibito e protagonistico, e nemmeno tanto acremente moralistico & intransigente. Semplicemente, dato che pubblicare un libro, nella vita, e specialmente all’età mia ormai quasi rivolta, è un optional, tanto vale fare le cose in certa forma, e comunque e sempre facendo, anche oltre l’ultima pagina, quello che è congeniale.
    Mi viene in mente, a proposito di pubblicazione con Mondadori, il caso di Casarini, su cui volendo c’è un articoletto, risalente al momento della pubblicazione, su questo blog (http://lasteccanelcoro.blogspot.com/2007/12/casarini-l-obbediente-occupa-la.html). Un po’ di effetto fa, se permetti. Come mi ha fatto effetto anche Paolo Rossi che fa il suo famoso monologhetto su “Io sputo sul piatto in cui mangio” a Italia 1 (e faceva intendere anche lui che farsi pagare da Berlusconi fosse un modo per tornare in possesso del maltolto [e Rossi è un altro che, come ho letto sul Catalogo del Dell'Arti, non ha mai avuto la tessera del PCI - e lo ha detto di recente; e perché solo adesso, lo dice? Ma questa, forse, è tutt'un'altra questione]), la Dandini sulla stessa rete, & via di questo passo.
    Non ne faccio nemmeno, io, una questione di coerenza, sai? Semplicemente, se una situazione non mi piace è difficile, assai, che mi tenti. Posso essere tentato da qualcosa che è del tutto alieno a me, ma non qualcosa che, in linea di principio, sento contro di me.
    Senza dimenticare che, certo, Mondadori esisteva decennj prima che Berlusconi se ne impossessasse, e che quando questo avvenne una fetta delle persone che ci lavorano oggi ci lavorava già. Io dico che adesso come adesso – in questa precisa congiuntura storica – io non penserei di rivolgermi a Mondadori per qualunque motivo; allo stesso modo sono contento di non aver mai fatto letture per Einaudi, e quant’altro. E’ ovvio che apprezzi molto la posizione di gente che, come Francesco Saba Sardi, vìstosi avvicinare Berlusconi, hanno fatto i bagaglj e se ne sono andati. Solo che non so, nemmeno nel loro caso, se sia stata una scelta aventiniana, eroica, o, piuttosto, una scelta sensata e conseguente.

  279. andrea inglese il 23 gennaio 2010 alle 12:42

    anfiosso, grazie a te ho scoperto che La Capria si spende per acclamare la nuova voce della poesia italiana Carlo Carabba, ora anche questa chicca su Casarini; sono fatti che uno preferirebbe non sapere, ma ahimè anche tristemente eloquenti…

  280. véronique vergé il 23 gennaio 2010 alle 12:44

    A Liviobio e a Helena,

    Grazie per la dolcezza.
    Ho scritto con quello che provavo nel cuore,
    e con il disaggio, la tristezza di leggere qualche commento.

    Il coraggio, la probità sono cose che ho sentito nell’articolo
    e anche nelle risposte di Helena. Cio che mi conforta nel
    sentimento che ho provato alla lettura del racconto Ipotesi su Anna
    e degli articoli già postati su Nazione Indiana.

  281. andrea inglese il 23 gennaio 2010 alle 12:47

    a sascha
    guarda caro, più si va a destra, estremamente a destra, meno sorgono problemi: patria famiglia religione; fede e obbedienza; ordine e disciplina. Mica le seghe mentali suul’industria culturale!
    Ma in genere a destra la vita è molto più facile, non lo sapevi? Il mondo è bello così com’è.

  282. Alcor il 23 gennaio 2010 alle 13:31

    “Quel” Casarini?
    Beh, mi dispiace ma non mi sorprende per niente:-)

  283. georgia il 23 gennaio 2010 alle 14:37

    non sapevate del libro di casarini?
    ah ah ah ah ah … il libro, un miserando tentativo di scrivere un giallo politico, fa schifo, e il fatto che sia stato pubblicato con la mondadori, ad essere sinceri, è cosa del tutto ininfluente … la cosa che però a quanto pare non sapete ancora perchè altrimenti ne parlereste è che casarini oggi è un piccolo imprenditore che tuona contro le tasse :-) leghista violento era, e leghista è rimasto … ha fatto più danni lui al movimento pacifista, con le sue finte pose da duro e puro e la sua smania di visibilità, dello stesso berlusconi …
    Alcor se ne dispiace, del libro pubblicato alla mondadori? Io l’ho sempre odiato anche se non pubblicava da nessuna parte, l’ho sempre visto come un opportunista a differenza di caruso che però allora veniva accusato di non essere abbastanza duro ….
    Eppure casarini non scrive su Libero che io sappia, ma su Liberazione e il 1 gennaio scriveva “Perche i nostri fratelli e sorelle iraniani, stanno facendo la rivoluzione anche per noi. E’ attraverso i loro occhi che un altro mondo possibile si può vedere”. Ora io sono stata (e sono) dalla parte dei ragazzi iraniani (escluso la bufala del video che tanto è piaciuto e che tanto ha circolato danneggiando proprio il tentativo disperato di liberarsi dalla dittatura teocratica) ma casarini proprio non lo sopporto con tutta la sua falsa retorica ipocrita a un tanto al chilo, per me può scrivere dove vuole, pubblicare dove vuole … ma poi quello che conta è quello che traspare dal contenuto.

  284. Giacomo Giossi il 23 gennaio 2010 alle 14:56

    Certo che tutta questa discussione dovrebbe essere chiarificatrice delle motivazioni di Helena Janeczek. Bene o male quasi tutti quelli che hanno commentato hanno un orientamento in opposizione a Berlusconi e alle sue idee, eppure i punti di vista sono diversissimi e contrastanti tra di loro. E allora, soprattutto per chi lancia accuse ingiustificate (e in alcuni casi spregevoli) non vi viene in mente che forse la questione è un po’ più complessa? Helena ha portato la propria esperienza privata che dovrebbe essere il punto di partenza per una discussione pubblica oltre la sua storia. Non conosco personalmente Helena Janaczek, ma quando una persona si espone le si dà fiducia e si usa il suo punto di vista come punto di partenza, se invece non le si crede a priori allora lasciamo stare di discutere, perché non si tratta di potere, ma si tratta di accettare per vero un punto di vista, nascono così le discussioni (almeno quelle che partono da un pezzo e sono seguite da commenti). Parliamo tanto di opposizione a Berlusconi, ma se ognuno si inventa il proprio aventino (che sia un attico o una topaia) non si riuscirà mai ad eliminare questa sorta di mucillagine che ci circonda e ci toglie pure la lucidità di dare fiducia ad una persona che si pone il problema di dove e come lavorare.
    Il lavoro culturale ha una caratteristica forte con il lavoro in fabbrica, in banca e nel commercio, si fa nella realtà e nella realtà ci stanno i conti, Berlusconi, i figli da crescere e certamente le proprie ambizioni e i propri ideali, ma sta tutto insieme. Il punto è come fare, come si può fare perché attraverso le nostre scelte si possa vivere in una realtà migliore a partire da chi come H.J. queste scelte le fa rispettando i propri ideali. Saluti

  285. unsignorechepassava il 23 gennaio 2010 alle 15:19

    “… e ogni carogna che abbia altri bisogni, dalla mia immensa bontà sia trafitto…”

    (C. Lolli, Disoccupate le strade dai sogni)

  286. Alcor il 23 gennaio 2010 alle 15:32

    Io me ne dispiaccio? e perché dovrei?

  287. georgia il 23 gennaio 2010 alle 16:04

    ah, ho capito, il tuo mi dispiace era solo un intercalare …
    E’ che nei commenti l’equivoco regna sovrano :-)
    geo

  288. marco mantello il 23 gennaio 2010 alle 21:57

    Giacomo Giossi
    richiami l’immagine dell’Aventino, credo a torto.
    Io richiamo l’immagine di Gramsci, che si fa il confino e poi il carcere, e la contrappongo a quella del sindacalsita Rossoni, che resta iscritto al partito fascista e fa le ‘lotte interne’ in un sistema corporativo. Sto con Gramsci, senza ombra di dubbio.
    Con le dovute proporzioni (ho citato siutazioni storiche estreme rispetto al tema di questo dibattito, a mio avviso sempre più inutile), oggi in Italia un autore affermato e ‘di sinistra’ può benissimo non cedere posizioni alla destra e decidere di non pubblicare per Mondadori. Il discorso dello ‘stare dentro a qualcosa che non si condivide, per limitare i danni’ non è l’unico possibile, nè necessariamente il migliore, in un dato contesto storico, anzi spesso si può trasformare in una mera legittimazione/difesa della realtà che si pretenderebbe di cambiare e da cui, col tempo, si viene invece trasformati.

    Helena batutta per battuta. Ok, esistono le paleste, i solarium e gli editori generalisti. Non mi piace la minestra. E non per questo mi butto dalla finestra, anzi, tutt’altro

    Un saluto.

  289. johnny doe il 23 gennaio 2010 alle 22:53

    Dice Ama “Oggi in giro ci sono scrittori, artisti o poeti che lavorano per essere riconosciuti postumi? Mi sono perso qualche cosa?”

    Come non essere d’accordo! Qua è solo un mordi e fuggi,anche perchè,scusate,non sono in molti a pensare e forse a meritare gloria postuma.Inoltre il mondo gira ad una velocità tale che già è difficile ricordarsi di quanto successo ieri,a prescindere pure dalla quantità di artisti,libri,mostre che rende alquanto difficile distinguere in tal marasma carneadi e grandi.
    Detto questo,in tutta sta discussione,la libertà individuale dell’artista dove sta?
    Penso ad un Camus,ad un Beckett,Joyce,Pollock…non vincolati da nessuna necessità, se non la semplice libertà creatrice senza preoccupazioni aprioristiche o condizionamenti di nuocere o giovare a qualcuno.Il miglior Majakovskij non è certo quello del peana a Lenin e così Esenin.
    I grandi artisti non si pongono quai mai le domande un po’ infantili di cui qui si discute tanto ampiamente,se non in casi di estremi sconvolgimenti storici.E’ un vizio molto italiano,derivato da una sciagurata eredità di intellettuale o artista superimpegnato e organico ad un progetto politico che quasi mai ha prodotto opere originali o degne della posterità.
    E’ una concezione vecchia,legata ad un particolare periodo storico,fortunatamente tramontato ,il che non vuol dire che un artista si sottragga all’impegno civile (Sciascia),ma che la libertà individuale di creare non può mai essere sottoposta a dogmi preconcetti di qualsiasi genere,specialmente politici.

  290. Moritz Benedikt il 24 gennaio 2010 alle 00:13

    Già, sono passati i tempi in cui un mediocre politicante trombato poteva sfogare la sua fregola di intellettuale impegnato trasportando le insulse lotte politiche del suo tempo adirittura nell’aldilà, assegnando a suo capriccio dannazioni e salvezze… Per fortuna che poi Petrarca e Pietro Bembo e Giovan Battista Marino, creando opere immortali che nulla devono a progetti politici o ideologici, hanno portato un tono più moderno e civile alla letteratura italiana…
    E quegli artisti non vincolati a nulla, se non alle mode del momento ed alla decisione dei critici di considerarli importanti (mi chiedo sempre: fino a quando si farà finta di considerare Pollock un artista ‘importante’?) e che oggi servono solo come manganello per dare addosso a certi vizi ‘molto italiani’ che oggi abbiamo superato o, più semplicemente, a scrittori che non ci piacciono perchè hanno successo al posto nostro…
    Una volta andava di moda l’impegno, oggi va di moda ‘la semplice libertà creatrice senza preoccupazioni aprioristiche etc etc’ – i veri artisti creano comunque, senza badare ai commissari politici o agli addetti al marketing o alla massa dei commentatori online…

  291. unsignorechepassava il 24 gennaio 2010 alle 08:45

    questo dante del benedikt mi è piaciuto…. ma il problema è che lo scrittore deve cercare un’ “altra” morale…

  292. Alcor il 24 gennaio 2010 alle 09:42

    Mah, una volta andava di moda anche leggere prima di commentare, mentre qui questo @benedikt non ha capito – o non vuole perché gli fa gioco – che la libertà di quel che uno scrive non è stata messa in dubbio da nessuno, mai.

    Come un problema chiaro possa essere ribaltato a forza di commenti e di nomi di morti, mi provoca sempre stupore. Anzi, no, stupore no, noia e uno stuccantissimo senso di déja-vu.

  293. Moritz Benedikt il 24 gennaio 2010 alle 10:46

    @ Alcor

    Scusi, perchè ha scritto un commento a nome ‘John Doe’, che è quello a cui ho risposto?
    E perchè in quel commento lei ha esposto teorie vecchie e legate a un particolare momento storico almeno quanto quelle che lei critica?

  294. sergio garufi il 24 gennaio 2010 alle 12:03

    Alcor è un fenomeno interessantissimo. E’ probabilmente la commentatrice più fedele e assidua di NI, ogni giorno da anni, non si perde un post o una polemica per niente al mondo, e quasi tutti i suoi commenti terminano con la lamentela che ciò che legge su NI le provoca noia e senso di déja-vu.

  295. lucy il 24 gennaio 2010 alle 12:03

    Già, sono passati i tempi in cui un mediocre politicante trombato poteva sfogare la sua fregola di intellettuale impegnato trasportando le insulse lotte politiche del suo tempo adirittura nell’aldilà, assegnando a suo capriccio dannazioni e salvezze… Per fortuna che poi Petrarca e Pietro Bembo e Giovan Battista Marino, creando opere immortali che nulla devono a progetti politici o ideologici, hanno portato un tono più moderno e civile alla letteratura italiana…

    intanto, uno che mette pietro bembo, quel pidocchio, tra gli immortali, vabbè. e poi: ma che bella trovata definire così dante! infatti dopo di lui è subentrato quel servilismo, la figura dell’intellettuale cortigiano che, di epoca in epoca, ha assunto fino ai giorni nostri le più diverse sembianze. credo che in parte sia l’argomento sfiorato nei – troppi – commenti a questo bel post.

  296. Moritz Benedikt il 24 gennaio 2010 alle 12:15

    @ Lucy

    Dimentico sempre che su Internet, a differenza della carta stampata, bisogna mettere sempre le faccine, se no al ‘popolo del web’ l’ironia sfugge…

  297. lucy il 24 gennaio 2010 alle 12:27

    ah, ecco! ho letto solo la coda di questo lungo corteo. mi sento meglio, grazie!

  298. Manuel Cohen il 24 gennaio 2010 alle 12:31

    @quico Sabate.

    Scusa tanto ma il paragone con i kapò e il nazifascismo mi sembra eccessivo e fuori luogo. Non vedo la necessità di ricorrere a certe questioni per il semplice gusto di instillare sensi di colpa o per fare sentire qualcuno una merda.

    dopo aver letto tutto il post, e tutti i commenti, devo dire che se all’inizio avevo qualche certezza, ora sono molto confuso.

    do atto a Helena di essersi messa in discussione, e alla pubblica gogna, le riconosco l’onestà intellettuale.

    due cose purtroppo non mi tornano:

    1) che il sistema possa essere in qualche modo minato dall’interno…. una palla colossale con cui si è sempre perso.

    2) non vorrei, e, per carità, ognuno fa come crede o ritiene opportuno, non vorrei però che lavorare per Mondadori o Einaudi oggi, sia fatto passare come un martirio a cui moderne sante marie goretti si siano votate

    due questioni mi sembra che restino tuttavia inevase:

    1) siamo certi che la questione riguardi solo Mondadori e Einaudi?

    che dire della feltrinelli? non è una major? vogliamo parlare delle sue scelte editoriali? Oppure Rizzoli e Bompiani?… un caro amico proprio oggi mi racconta che un suo romanzo è stato valutato come: pubblicabile tra un anno, ma privo di plot, e inoltre debole nel rappresentare l’universo femminile: ovviamente l’editor che ha letto il testo ha in mente qualcosa di molto fruibile per un mercato aperto alla fiction televisiva: neppure di romanzo medio dunque, ma di balbettii a alta digeribilità. L’amico in questione, con all’attivo tre opere in prosa e svariate in versi, ha potuto tranquillamente mandare a cagare la blasonatissima editor!

    2) altra questione spinosa: com’è che nonostante l’altissimo fatturato queste aziende non decidano di ‘aprire’ alla poesia? sono consapevoli che con costi per loro modesti consentirebbero a una realtà molto variegata di essere più visibile? Bersani, ad esempio, perché non chiede al suo datore di lavoro di raddoppiare da 10 a 20 le uscite annuali nella Bianca (non entro nel merito delle scelte, aprirei una voragine) ? Riccardi e Cucchi potrebbero fare analoga richiesta, e contribuire a far emergere una realtà totalmente irregistrata, arricchendo una collana che spicca, molto spesso, per certe assenze.

  299. Alcor il 24 gennaio 2010 alle 13:01

    Anche tu sei un fenomeno interessante Garufi, basta esaminarti con attenzione, e ti ringrazio per quella che a tua volta mi porti.

  300. georgia il 24 gennaio 2010 alle 13:34

    secondo me Moritz Benedikt ha ascoltato troppe canzoni di antonello venditti ed è arrivato a conclusioni che il cantante, malgrado tutto, ancora non aveva mai osato azzardare lasciando tutto nel dubbito e salvandosi in corner con paolo e francesca (l’unico canto che probabilmente aveva letto) ;-)
    Sul bembo come pidocchio condivido (anche se visti i tempi non avrei mai osato usare quel vocabolo, ci sono delle priorità anche nel campo degli insetti) … ma a chi verrebbe mai in mente di mettere il bembo fra gli immortali? … al massimo come autore liminare di una antologia sui saggi che passano il tempo ad indicare la luna dove non c’è.
    Ma … dovè AMA???!!??? lo voglio incontrare sul muretto dei 300 ;-).

  301. helena il 24 gennaio 2010 alle 14:23

    @ Manuel Oddio, Maria Goretti, no!!! Nemmeno pasionaria della RESISTENZA. L’ho detto sopra, ma il thread e luuuuunggggoooo, che so benissimo che la storia del “cambiare il sistema dall’interno” non regge. O è una pia illusione o è una scusa. Visto che, come rilevi giustamente, il sistema non concide purtroppo con la proprietà berlusconiana, quel che ho potuto vedere è che – per puro caso, credo- in certe case editrici (non solo berlusconiane, chiaramente) ci stanno persone che cercano ancora di lavorare per far passare libri non solo commerciali, o persino – semplicemente- che credono che a ciascun autore, anche se avesse scritto una ciofeca in tutti sensi, va risposto con il rispetto che una persona che si mette lì a riempire pagine su pagine per farne qualcosa in cui crede, si merita comunque.

  302. georgia il 24 gennaio 2010 alle 14:27

    il discorso di cohen è interessante, soprattutto non è banale … e poi …chi usa la parola plot io lo considero più pericoloso, culturalmente, di berlusconi … quindi andate andate alla mondadori, li forse potete incontrare helena come editor, ma soprattutto evitate il rischio di incontrare il’editor-com-plot della bombiani ;-)

  303. Moritz Benedikt il 24 gennaio 2010 alle 14:29

    @ Georgia

    L’incapacità di riconoscere l’ironia è una delle caratteristiche più imbarazzanti e inquietanti dei nativi digitali e del ‘popolo del web’ in genere.
    Sembra così difficile capire che il Bembo, insieme a Petrarca e Marino, era inteso come ‘artista non impegnato’ contrapposto a quel Dante ossessionato dalle lotte politiche del suo tempo (che non è che Guelfi Bianchi e Neri fossero tanto meglio di Polo delle Libertà e Partito Democratico…) visto che qualcuno trovava l’impegno politico ‘vecchio’ e ‘sorpassato’? Dante ERA un politicante di second’ordine, un peones, uno che era stato l’equivalente di un assessore e che, probabilmente parlava di politica in continuazione – ed era anche il nostro (e non solo) più grande poeta, come se oggi scoprissimo che il più grande scrittore vivente è un deputato di secondo piano dell’Udc o dell’Idv – non lo considereremmo nemmeno…
    Sembra di poter stabilire che l’ironia sia qualcosa di legato alla carta stampata o a forme di broadcasting unidirezionale e si perda irrimediabilmente fra quanti popolano la Rete e vivono di commenti…

  304. lucy il 24 gennaio 2010 alle 14:38

    l’ironia si perde perché la mimica facciale manca e manca dal tessuto delle cose scritte quello che c’è in cose scritte a cui dedichiamo più attenzione e continuità logica. la brevitas letteraria è una cosa la brevitas spazio-temporale costrittiva del web è altro. non è colpa di chi legge, non del tutto, ma soprattutto di chi scrive. due parole in più per circostanziare non sarebbero proprio inopportune: anzi, accorcerebbero la lista dei qui-pro-quo e le centurie di commenti vanverosi. a volte.

  305. georgia il 24 gennaio 2010 alle 14:44

    ma sa caro Moritz Benedikt l’ironia è dote di pochi
    soprattutto se si usano paragoni del c****
    lamentarsi della poca recettività del ricevente serve a poco ;-)

  306. helena il 24 gennaio 2010 alle 14:52

    Infatti, geo: io direi TRAMA:-)))

  307. Moritz Benedikt il 24 gennaio 2010 alle 14:54

    Madonna mia.

  308. p. ferrucci il 24 gennaio 2010 alle 16:08

    Questo è un altro fenomeno che mi piacerebbe capire (non studiare, per carità): le persone che nel web vivono di commenti.

  309. lucy il 24 gennaio 2010 alle 16:29

    specie di vampiri che succhiano il sangue di quelli che vivono di post? post in tutti i sansi, sennò non c’è gusto.

  310. lucy il 24 gennaio 2010 alle 16:30

    sensi.

  311. cf05103025 il 24 gennaio 2010 alle 17:44

    Una volta c’erano gli intellettuali di sinistra.
    Loro apponevano la firma sotto delle liste lunghe lunghe ’n dove si conoscevano quasi tutti.
    Adesso la sinistra non c’è quasi più o non si capisce: cioè io sarei di sinistra, sono un democratico, ma i democratici di sinistra, quelli, mi hanno tolto il fiato, anche con le loro ruberie, consorterie e gli iniqui patti.

    Ora io non dico di Helena, di cui capisco il discorso, le ragioni che mi paiono sincere, non dico degli addetti stipendiati, i piccoli impiegati di certe aziende di Berlusconi che vivono soltanto di quel salario.

    Parlerei piuttosto dei narratori e saggisti che pubblicano per il trust berlusconiano.
    Desidererei, mi piacerebbe vedere finalmente un segno tangibile di dissenso, di non partecipazione, non la solita firma in calce ad un manifesto,
    cioè una vera rinuncia di un gruppo, possibilmente folto, di scrittori a pubblicare per le aziende del Magnate, piantarla di contribuire fargli far denari anche con storie e saggi.
    (Alcuni dei pubblicati hanno fatto anche un bel po’ di soldi, tra l’altro).
    Sarebbe una testimonianza visibile, certo non sconvolgerebbe gli equilibri, credo, ma sarebbe un segno vero di democrazia.
    Un atto di coraggio in questa palude ambigua e mefitica.
    Molti scrittori godono già di un certo benessere, cioè possono pagarsi l’affitto, mantenere un famiglia, mangiare e viaggiare.
    In questo momento crudo e oscuro è già tanto.
    Spesso sono impiegati in altre attività che loro permettono di mantenersi.
    Potrebbero davvero mostrare il segno, fare un ATTO, invece di aduggiarsi, nascondersi nelle nebbie delle ambiguità che mi disgustano sempre più.
    MarioB.

  312. marco salvador il 24 gennaio 2010 alle 18:24

    Sarà perché sono uno scrittoruncolo di campagna. Sarà perché sono vecchiotto. Sarà, che so, perché fumo quaranta sigarette al giorno e ho il cervello calginoso. Sarà per quello che vorrete voi, ma non vi capisco. Io non cambio meccanico -bravo e onesto- perchè politicamente la pensa diversamente da me. Non mi frega nulla se faccio ricco il mio idraulico della lega che si precipita a casa mia alle due di notte perché un tubo perde. Questi, e datemi pure del qualunquista, mi sembrano torcimenti ideologici con qualche doloroso spasmo. Non per nulla, seguendo la vicenda, mi è parso di essere tornato a Padova a fine anni sessanta. Purtroppo non vicino alla caldaia fumante di Nanetto, il poliparo. A processare uno che non la pensava come me. Umilmente saluto.

  313. Manuel Cohen il 24 gennaio 2010 alle 18:42

    @ Georgia & Helena:

    credetemi, PLOT, e non TRAMA, è il vocabolo usato dalla illustre editor Bompiani nella lettera di cui scrivevo qui sopra. Non mi sembra il caso di mettersi a fare le maestrine :-)

    potreste non essere le sole :-)

  314. cf05103025 il 24 gennaio 2010 alle 18:57

    Marco Salvador, scusa sai,
    fai benissimo ad andare dal tuo meccanico,
    è tutto un altro conto,
    però contribuire a far incassare ulteriori denari ad uno dei più grandi industriali dell’editoria del pianeta, corruttore, concussore, etc.,
    e aspirante alla tirannia,
    è una cosa che non mi va giù.
    MarioB.

  315. johnny doe il 24 gennaio 2010 alle 20:06

    per benedict – Prender Dante ad esempio di quando andavamo dicendo non è una gran trovata,potrei ribatterle con Shakespeare e se non le piace Pollock,che per lei è troppo piccolo,prendiamo Bacon o Caravaggio,ma il discorso resta sempre quello che lei pare ostinarsi a non far passare.Quanto al Marino,nel suo genere barocco,non è poi quel carneade che lei crede.

  316. sp il 24 gennaio 2010 alle 20:36

    Quello che segue è l’elenco degli intellettuali che collaborarono alla rivista “Primato” del fascista Bottai, miistro della pubblica istruzione; la rivista, per intenderci, che faceva propaganda del “primato della razza” nel mentre le truppe italiche massacravano eritrei, libici, slavi etc.. Lo stesso Bottai, come si ricorderà, fu artefice ed estensore della circolare “La difesa della razza”, che escludeva gli ebrei da …. da tutte le istituzioni culturali …. (ma è storia risaputa) …

    Limitandomi al solo ambito letterario, collaborarono a “Primato” tra il 1940 e il 1945:

    • gli scrittori Aleramo, Quasimodo, Montale, Ungaretti, Gatto, Penna, Cardarelli, Luzi, Sinigalli, Gadda, Pavese, Brancati, Bontempelli, Buzzati (e molti altri, l’elenco è veramente lungo);

    • i critici De Robertis, Contini, Praz, Binni, Solmi, Pintor, Muscetta (anche qui l’elenco è lungo, troppo lungo).

    Ognuno di questi diverrà, nel dopoguerra, figura di rilievo della cultura italiana. Per Bottai scrissero di arte, di poesia, di letteratura, evitando ogni riferimento alle aggressioni militari in terra d’Africa, alla guerra, alla sorte degli ebrei, e quindi al fascismo nella sua essenza. E pubblicavano accanto a articoli che facevano propaganda di modelli pedagogici nazisti, tacendo …

    Chi di noi, leggendo ad esempio una poesia di Montale, fa emergere il carico di orrore che il poeta Montale ha contribuito a tenere nascosto scrivendo per Bottai? Se non ci poniamo questo quesito etico per quel contesto storico, che fu ben peggiore dell’attuale, perché porselo per chi scrive su Il Giornale o su Libero o pubblica per una casa editrice di Berlusconi? Si dirà: restano le opere, al di là di tutto …

    Oppure: se si pensa davvero che gli esiti del berlusconismo saranno simili a quelli del fascismo, in termini di razzismo, di repressione, di riduzione dell’ambito giudiziario ad amministrazione del (suo) potere, etc., perché collaborare? Non è meglio, percependone le possibili conclusioni, evitare di collaborare con i giornali e con le case editrici che animano la sua “visione del mondo”?

    Omertà o esplicità contrarietà?

    Bella contraddizione …

    sp

  317. johnny doe il 24 gennaio 2010 alle 21:41

    Bella sfilza di intellettuali militanti,molti hanno poi continuato a militare…dall’altra parte! per favore,lasciamo stare i militi!

  318. anonima il 24 gennaio 2010 alle 22:42

    ho letto alcuni dei commenti, non riesco tutti. Mi è venuto in mente di chiedere e questa volta in forma anonima non per me: mi è stato proposto di raccontare la mia storia di interesse evidentemente simbolico da parte di uno scrittore di una delle case editrici di cui si parla nell’articolo e lo scrittore mi disse che non si sarebbe potuto parlare dell’evento da cui la mi a storia traeva origine, che la casa editrice su quello non era d’accordo. Ora la mia storia ha un senso anche senza menzionare quell’evento che per l’Italia è tanto problematico da averlo io poi reso in qualche modo pubblico con una sorta di coming out: dove troviamo la linea alla qquale dire basta? Lo sappiamo e ci fidiamo di essere persone civili e coscienziose? Voi come la leggete una tale richiesta?

  319. Robin Masters il 24 gennaio 2010 alle 23:07

    @ sp e non solo

    “Se non ci poniamo questo quesito etico per quel contesto storico, che fu ben peggiore dell’attuale, perché porselo per chi scrive su Il Giornale o su Libero o pubblica per una casa editrice di Berlusconi?
    Si dirà: restano le opere, al di là di tutto…”

    Porsi un quesito etico. Porsi un interrogativo, che la nostra opera nasca da e ponga un interrogazione.

    Ho partecipato a questa discussione non essendomi estranea, ritrovandomi sovente invischiato per i miei interessi, berlusconismo a parte intendo, che come ho già detto è un falso problema. Questa sera rileggevo delle interviste rilasciate al tempo da L.F.Céline. Non avevo bisogno del thread di helena per ragionar di queste cose, come helena stessa ed altri che si occupano della materia intendo. E prendendo al volo da sp e Cèline e discorsi vari, sovente, mi chiedo perché mai, il vero motivo di tutta questa indignazione o problematicità, cosa c’è dietro ? Andando all’origine dico, toccando la fiamma con le dita e non a distanza con la penna, in che misura realmente siamo feriti, dico, realmente feriti da tutto questo ? Se non è questione di vita o di morte a cosa vale darsi tanta pena ? Per dare un senso al nulla che non siamo in grado di attraversare ? Per aumentare il nostro livello di disprezzo ? Per dirci che siamo civili e dare il nostro contributo ? Se devo mettere in discussione qualcosa o qualcuno non lo faccio mai se non l’ho fatto prima con me stesso, è una regola critica applicabile a molti sistemi da cui ho tratto frutti. Io non credo alla purezza come qualità a priori (lo ricorda Flannery O’ Connor, le persone dice, immaginano o si immaginano subito redente aspirano subito al paradiso come se prima non ci sia qualcosa da affrontare) a meno che non si sia in presenza di santità e quindi dono della grazia, perdonatemi
    la troppa frequentazione della Weil. Ci diamo la testa nel muro ? Ci sputiamo ogni giorno in faccia ? Ci prendiamo a calci ? Noi per primi dico, che ci occupiamo di “cultura”, facciamo questi esercizi ogni tanto ? Non ho un’idea edulcorata di cultura come nemmeno di finto o falso puerile spargimento di sangue di capra o soluzione da film pulp, ma vedo, non solo qui, un continuo sbracciarsi di indignazioni e poco meditar ferite in segreto, e se meditazione c’è, non vedo frutti ma party e feste ed un continuo far pubbliche relazioni con tutti, che sedute con il proprio nulla. I lettori son sistemati, dai libri che spiegano come si preparano le lasagne a come viaggiare nel tempo. Quelli che vogliono fare gli scrittori (chi è scrittore è chiamato, è una vocazione, c’è un dono, se un po’ d’amore c’è rimasto per autori degni di questo nome
    non pigliamoci per il culo) non si capisce perché desiderino questo, e per la maggior parte il perché non c’è, e senza un perché non si va da nessuna parte, cioè non c’è interrogazione. Di gente che scrive ne abbiamo troppa, quelli che non pubblicano di sti problemi ne parlano poco, meno ancora quelli che scrivono davvero e non gli frega di metter parole dentro ad un libro. Ne ho conosciute due di persone così, vi giuro che quello che ho letto, facendo loro da compagno segreto, era degno di una Woolf agli inizi, il che confrontato all’oggi è anche troppo. Siamo costretti a leggere delle porcherie immonde per lavoro o ad avere a che fare con operette e idee da quattro soldi e ci siam formati, alcuni di noi, su letture che ci hanno dato qualcosa, sappiamo bene non le regolette ma cosa è scrittura, cosa è un’opera d’arte. Altro problema, perché
    usare sempre demagogia dei ruoli ? O si è un artista, qualunque sia la disciplina o si è altra cosa, e che senso ha quest’altra cosa ? C’è una poesia della Bishop “l’arte è sempre quella” su questo. Invece ci si è inventati tutti i sottogeneri, abbiamo scrittori di ogni tipo, non artisti ma categorie, così è più facile infilarcisi dentro. Quanti ne conosciamo il cui primo pensiero è dove infilarsi e non, se si possiede un dono e come svilupparlo, ma dove andare a prendere posto. Chi le ha create queste categorie e perché ? La risposta la conosciamo proprio bene ma in realtà non vogliamo farci niente, siamo poco Barteblysiani… Non qui ma prossimamente, mi piacerebbe che helena o chi nel suo ruolo, andasse più a fondo e ponesse come interrogativo “perché pubblicare ?” Senza per, ma perché pubblicare proprio. Andiamo alla radice e non è destra o sinistra, o per chi, ma perché dare luogo a questo scempio ecologico di spreco d’alberi ? In misura diversa, avendo ancora un po’ di sensibilità, in questo paese dello schifo che c’è ce ne rendiamo conto un po’ tutti, e mi riferisco ora solo al mondo culturale, ma quante persone conosciamo a cui questo importa davvero come questione di vita o di morte ? Non dico solo portare il pane a casa altrimenti muoio di fame, che è questione degna, ma non può essere un buon metro di giudizio per il valore di un’opera. Non invocherò nemmeno la sacralità dell’arte e nemmeno Nietzsche, anche se ogni tanto uno che si crede scrittore o poeta dovrà pur andare a vedere dove nasce quello di cui si occupa, giusto per curiosità, e non è ieri o poche centinaia di anni fa. Uno che dice di essere scrittore un po’ di Bibbia dovrà almeno masticarla, nel mondo anglosassone questo ha sempre contato, penso a Purdy, alla Dickinson o a Melville, la lingua inglese si distilla sulla King James e Shakespeare. Come si fa a creare personaggi se non ci si rivolge ai grandi creatori di caratteri come Chaucer, Shakespeare e Proust ? E perché mai se amo questi scrittori e sento di voler comporre devo essere meno di loro ? Perché non vado a cercare quello che loro stessi cercavano invece di accontentarmi ?
    Almeno saprò chi sono e di cosa sono capace e poi vedrò il da farsi ma almeno sarò onesto. Uno che vuole fare il poeta i Salmi dovrebbe leggerli, gli inni orfici, un po’ di preoscratici, Eraclito almeno, Dante notte e giorno. Qualcuno mi dice, si Robin ma se usiamo certi metri di paragone poi che pubblichiamo ? Le preoccupazioni ideologiche all’arte non rendono servigi, ed essendo dono rinasce da sola, come oggi
    quelle persone che rinascono dalle macerie ad Haiti, il ragazzo vivo dopo giorni, la donna che ha partorito, la vecchina salva. Ma per quanto tempo ancora, mi chiedo, saremo in grado di distinguere le macerie per tali e non fare tutt’uno con i corpi da salvaguardare ?

  320. sp il 25 gennaio 2010 alle 07:19

    @ Robin Masters
    Sì, ma … Cioè: ragioni ne hai tante, e verità ne emergono, tra le tue righe, di fondamentali. Mi ricorda la crisi di Broch, durante la sua permanenza in un carcere nazista, e le sue riflessioni sfociate in “Morte di Virgilio”: condurre la propria “vocazione” sino a “distruggere” l’oggetto del proprio amore; e senza cedere alle suggestioni “di contesto”, per quanto includendole gioco-forza nell’opera. L’ho scritto in precedenza: se l’onestà di ognuno arrivasse a tanto, il sistema letterario italiano crollerebbe: e ciò sarebbe divertente, molto. Purtroppo siamo mille passi indietro. Arrivare a considerarsi “artista” o “altra cosa”, per di più farlo senza attendere il giudizio esterno, e quindi mettersi allo specchio e prendersi a schiaffi nel profondo, non è da tutti: è cosa da artisti, se mi è permesso l’azzardo. La società, e quella letteraria come parte di essa, pone l’assolutezza del ruolo, e a questo si risponde: vocazione a parte. Uscirne è atto troppo radicale per molti. Da qui lo “scempio ecologico di spreco d’alberi”. Tutti scrivono, pochi sono artisti della parola. Il rischio che intravedo, diciamo che vedo profilarsi tra le tue verità, è il principio dell’arte per l’arte: è vero, è esplicitamente vero, oserei dire che è banalmente vero, che “le preoccupazioni ideologiche all’arte non rendono servigi”, ma è anche vero il contrario: ci sono autori che sulla base di quelle “preoccupazioni” impostano la propria “vocazione”. Ma in questo caso, certo, le “preoccupazioni” sono materia dell’opera (e scelta metodologica di costruzione stilistica), e le cose si complicano ulteriormente e gli interrogativi anche …

    sp

  321. Robin Masters il 25 gennaio 2010 alle 08:04

    @ sp

    Perchè non cominciamo a dire al vicino di casa, in casa editrice, alle scuole di scrittura ed editoria, negli articoli, al fruttivendolo, all’amico, all’amante, al compagno, ai nostri studenti a chiunque ci capiti a tiro che l’onestà deve arrivare a tanto ? Che è solo quello che conta e che tutto il resto è solo mercato ? E’ complicato prendersi sul serio, che è ben altra cosa che è essere seriosi, quando si comincia a prendere sul serio qualcosa il rischio del fallimento è prossimo, connaturato. Probabilmente è questo il problema, nessuno ha voglia di fallire e consapevolmente poi. Tutti hanno la parola giusta al momento giusto, la faccia giusta al momento giusto, non vedo nessuno che dica – ho fallito, queste sono le mie miserie – questo libro che ho scritto fa schifo in realtà, ho fallito. Beckett non vende e quindi Einaudi lo ha epurato, perché il metro è questo oggi, ma ha scritto pagine mirabili sul fallimento, sul disagio d’esserci, d’appartenere, d’essere in comune, d’essere persino in una stanza con altri che si dicono umani…

  322. sp il 25 gennaio 2010 alle 09:02

    @ Robin Master
    … forse per lo stesso motivo per cui noi, in questa sede, appariamo indossando delle maschere.

    Per ben tre volte, negli ultimi anni, ho “cominciato a dire” con parole “sbagliate”, rompendo quell’odioso vivi-e-lascia-vivere che trionfa; tre volte esponendomi pubblicamente con quella “onestà” di cui si è detto, e una delle quali per me molto dolorosa, anche economicamente. Ma anche questa onestà, oggi, può solo fallire: basta guardarsi intorno o, come ravvisi tu, provare a cercare in libreria la trilogia beckettiana …

    sp

  323. anfiosso il 25 gennaio 2010 alle 09:37

    Che curiosa l’irruzione di Dante, e del Petrarca, del Bembo, del Marino in questo thread! Che poi, curiosamente, quello per cui Dante è elogiato e per cui gli altri sono riprovati è la stessa cosa: la politica, solo che il prior Dante – si dirà più correttamente – era dall’altra sponda rispetto al potere, mentre gli altri no. Però voglio ricordare che il Petrarca ebbe un progetto politico generoso, e cioè una Roma rediviva (e non con un cesare-papa come avrebbe voluto, certo più realisticamente, Dante) e lo propugnò tra molti contrasti – fu preso a sassate, a Praga, se serve – e anche il tenero Canzoniere contiene un “Fiamma dal ciel su le tue trecce piova”, contro la puttana babilo-avignonese, e l’”Italia mia”. Il Bembo, come cardinale, ebbe una lodevole libertà di costumi. Il Marino fu un pagano. Su un piano strettamente ideologico non c’è quasi figura delle patrie lettere, tra i grandi, che non preferisca al cristianissimo Dante.
    Da un punto di vista strettamente artistico, ovviamente, tutto si ribalta.
    Il fatto è che l’ideologia non informa direttamente l’estetica, ma è la fede dell’autore che, secondo l’intensità e la profondità, porta alla creazione della bellezza; ma solo se lo scrittore è artista, sennò posso avere tutt’al più l’espressione di ottime intenzioni (o pessime, secondo l’opinione del lettore). Ne consegue che l’impegno sia una discriminante inaccettabile, né più né meno che qualunque ‘competenza’ extraletteraria. Mi preoccuperei meno del disimpegno degli scrittori che della loro mancanza di letture, di gusto, di scrittura. La letteratura è letteratura, la poesia è poesia; non un imbuto in cui versare gli scarti di qualunque altra esperienza.

  324. Alcor il 25 gennaio 2010 alle 11:06

    Bello il tuo commento, Anfiosso, mi piace, non ho letto tutti i commenti prima del tuo, davvero si è parlato di impegno e disimpegno?
    A me pareva che quello che ha fatto nascere le due discussioni fosse una linea minore, di gusto, appunto, e dunque di coerenza, di adesione dei propri comportamenti alla sostanza della propria scrittura.
    Chi è stato che ha detto che S.B. più che la catastrofe politica è stata la catastrofe estetica del nostro tempo?

  325. anfiosso il 25 gennaio 2010 alle 11:17

    Sì, se ho colto il messaggio contenuto in queste parole di Moritz Benedikt:

    Già, sono passati i tempi in cui un mediocre politicante trombato poteva sfogare la sua fregola di intellettuale impegnato trasportando le insulse lotte politiche del suo tempo adirittura nell’aldilà, assegnando a suo capriccio dannazioni e salvezze… Per fortuna che poi Petrarca e Pietro Bembo e Giovan Battista Marino, creando opere immortali che nulla devono a progetti politici o ideologici, hanno portato un tono più moderno e civile alla letteratura italiana…

    [Tra l'altro, nil sub sole nouum nemmeno per quanto riguarda SB: se già per Gobetti non essere fascisti era innanzitutto una questione di buon gusto].

  326. georgia il 25 gennaio 2010 alle 12:10

    bravo anfiosso, bel commento e soprattutto bel finale:

    La letteratura è letteratura, la poesia è poesia; non un imbuto in cui versare gli scarti di qualunque altra esperienza.

  327. georgia il 25 gennaio 2010 alle 13:33

    risposta a questo commento
    helena non ho mai avuto dubbi :-)))

  328. Robin Masters il 25 gennaio 2010 alle 14:25

    @ sp

    Hai letto i “Falsari” di Gide ?

    in caso contrario just do it…

  329. lucy il 25 gennaio 2010 alle 14:37

    m.benedikt ha già fatto intendere che sosteneva questa opinione in senso ironico.

  330. sp il 25 gennaio 2010 alle 15:10

    @ Robin Masters
    no, ma provvederò al più presto; mi intriga quell’atto d’accusa contro la letteratura “complice nella costruzione della menzogna sociale”.

    Pensa che, azzerando tutto (o quasi) del percorso fatto sin qui, mi re-invento col Minetti … Hai presente quello che dice:

    “Il mondo pretende di essere divertito / e invece va turbato / turbato turbato / ovunque oggi ci volgiamo / nient’altro che un meccanismo per divertire”

    Minetti e Artaud … Sì, leggerò Gide …

    sp

  331. cristiano de majo il 25 gennaio 2010 alle 16:38

    la discussione continua anche qui: http://minimaetmoralia.minimumfax.com/

  332. [...] si è tenuto a Roma martedì 19 gennaio alla libreria Giufà. Su Nazione Indiana Helena Janeczek ha scritto, invece, un’appassionata difesa delle ragioni di chi lavora o ha deciso di pubblicare per il [...]

  333. johnny doe il 25 gennaio 2010 alle 19:40

    “La letteratura è letteratura, la poesia è poesia; non un imbuto in cui versare gli scarti di qualunque altra esperienza”

    Già,l’opera è l’opera e basta.E lo scrittore,il pittore,l’artista in genere e le loro vite sono altra cosa.

  334. sergio falcone il 25 gennaio 2010 alle 22:11

    Marco Giovenale è uno che mente, sapendo di mentire.
    Oltretutto, presi le difese di una persona a lui cara.
    Ciò nonostante, la difenderei ancora, se fosse necessario.
    Poesia son le ferite che ti procura la vita. Null’altro.
    Tanto gli dovevo.

  335. Marco Giovenale il 26 gennaio 2010 alle 12:07

    sergio falcone, ovviamente sai bene che sei tu che menti, e a questo punto sai anche di mentire: insisto sull’invito: sai che sono qui. se non ti fai vedere è chiara la ragione.
    hai tanto difeso la persona a me cara che dopo poco tempo dall’evento offensivo sei tornato dagli offensori e hai continuato idem come prima.
    i fatti non si girano come decidi tu.

  336. anfiosso il 26 gennaio 2010 alle 12:41

    [A parte il fatto che non intendevo certo quello che @doe crede di léggere in quello che ho scritto, non capisco, a ripensarci, che cosa ci sia di tanto bello nel mio commento; comunque è lo stesso].

  337. [...] culturale segnata da una egemonia della destra” – tema, per altro, affrontato anche qui da Helena Janeczek. Vecchi ad un certo punto scrive: “per quanto lo si possa auspicare, è [...]

  338. sergio falcone il 26 gennaio 2010 alle 14:35

    Non ho nulla da replicare a chi, con tanta arroganza e protervia, e faccia tosta, stravolge la verità dei fatti a proprio uso e consumo. Confidando nel fatto che i più non sanno nulla di quel che è realmente accaduto.
    A mai più rivederci, caro Giovenale!

  339. sergio falcone il 26 gennaio 2010 alle 14:52

    Avevo ulteriormente replicato a Giovenale. L’intervento m’è stato cancellato.
    Vorrei che qualcuno mi spiegasse cortesemente il motivo.

  340. johnny doe il 26 gennaio 2010 alle 17:54

    “..Il fatto è che l’ideologia non informa direttamente l’estetica, ma è la fede dell’autore che, secondo l’intensità e la profondità, porta alla creazione della bellezza; ma solo se lo scrittore è artista, sennò posso avere tutt’al più l’espressione di ottime intenzioni (o pessime, secondo l’opinione del lettore). Ne consegue che l’impegno sia una discriminante inaccettabile…”.

    Scusa anfiosso,ma cosa intendevi che io ho malinterpretato e di diverso da quello che sostengo io stesso?

  341. anfiosso il 26 gennaio 2010 alle 18:29

    Io ho detto che l’ideologia (se così si vuol chiamarla) dell’autore non può essere un criterio in base a cui valutare l’autore stesso; e che comunque deve averlo, un concetto del mondo.
    Non mi sono espresso sulla vita dell’autore.
    Può darsi che un distacco simile tra vita e opera sia possibile per quanto riguarda la musica e le arti plastiche, ma non so se in letteratura questo distinguo sia possibile; anzi, credo proprio non sia. Ogni narrazione è autobiografia, in misura maggiore o minore. Quanto all’interesse che può rivestire la vita d’un autore, dipende: altro è il pettegolezzo triviale, e altra è la ricostruzione documentaria di una successione di fatti. Ovvio, un’opera letteraria che abbia bisogno di una ricostruzione del genere per essere capìta può dirsi, teoricamente, fallita, ma è una regoletta che non vale per molta letteratura in cui molta critica ha ravvisato veri e proprj vertici: ci sono fondamentali del Novecento, Pinto insegna, che come Pizzuto sono totalmente illeggibili senza un consistente interesse per le loro carte private.
    Il mio discorso verteva sull’impegno. Il citato Dante ha scritto la Comedia per removere viventes in hac vita de statu miserie et perducere ad statum felicitatis. Questo còmpito, lodevolissimo, è stato eseguito con mezzi a dir poco discutibili, e sempre meno condivisibili a mano a mano che i secoli si succedono. Ecco, la Comedia è uno sconvolgente capolavoro a prescindere da quei mezzi, quasi a loro onta; è l’impeto, come dire, dell’intenzione che in un certo senso purifica la Comedia dai concetti stessi di cui l’autore faceva articolo di fede imperitura. L’impegno incrollabile è alla base delle bellezze della Comedia; le modalità di quest’impegno, i contenuti, no.

    Quanto alla “vita”, sempre per rimanere in tema, Dante è un ottimo esempio di come una vicenda autobiografica anche non sempre ricca di eventi esteriori di rilievo rimanga il primo argomento con cui un autore deve misurarsi. In questo caso il ‘contenuto’ — di vissuto, di esperienza — è fondamentale anche per chi legge (dipende comunque e sempre dal libro, e dalla capacità dell’autore di projettare la propria vicenda su uno sfondo condiviso, rendendola degna di essere conosciuta). Bach e Gaudì edificavano per dio (estasi, nel senso più pieno del termine): non so quanto la scrittura possa condividere questa possibilità con la musica e le arti plastiche. Nel senso: credo che non possa.

  342. Marco Giovenale il 27 gennaio 2010 alle 13:53

    sergio falcone, “a proprio uso e consumo” che significa? sei tu che mi attribuisci comportamenti. non dovrei risponderti? altra domanda: è la prima volta che, in rete, parli e sparli – gratuitamente – in questo modo? andiamo a vedere?
    ma, stando a questo thread qui, vogliamo finirla con ‘sto dialoghetto OT? se esco da questa discussione è per non annoiare chi legge con questioni che col post non c’entrano.

    infine: insisto: “a mai più rivederci” non ha senso, perché impedisce precisamente quello che entrambi chiediamo: chiarezza.
    è solo da un confronto de visu che saltan su le cose come realmente stanno, e non come le sovrainterpreti o le mal rammenti tu. (non voglio infatti pensare che da parte tua ci sia malafede, né che tu davvero rifiuti di confrontarti direttamente). (se così fosse, ripeto, la ragione sarebbe chiara).

  343. Troppi (o)Nori? : T YSM il 27 gennaio 2010 alle 17:25

    [...] su Nazione Indiana Helena Janeczek, editor di Mondadori, scrive un pezzo con scarsissima capacità di sintesi per affermare – la [...]

  344. [...] enfasi; di qui, la vigorosa polemica avviata da Andrea Cortellessa, che prosegue sul manifesto. Su Nazione Indiana, la editor Helena Janeczek ha esposto i motivi della sua sofferta scelta di continuare a lavorare [...]

  345. GABRIELE il 28 gennaio 2010 alle 02:48

    qualcuno mi può linkare al testo della recensione del libro di A da parte di N ?

  346. véronique vergé il 28 gennaio 2010 alle 12:30

    A Marco Giovenale e A Sergio Falcone,

    Credo che due amici della poesia possono riconciliarsi.
    faites la paix intorno a un bicchiere :-)

    véronique

    Perdono per essere intervenuta.

  347. Troppi (o)Nori? « lucaperetti il 28 gennaio 2010 alle 15:28

    [...] su Nazione Indiana Helena Janeczek, editor di Mondadori, scrive un pezzo con scarsissima capacità di sintesi per affermare – la [...]

  348. johnny doe il 28 gennaio 2010 alle 20:08

    1 – Intanto qui si comincia a distinguere tra le varie arti,privilegiando la letteratura,ma il discorso iniziale riguardava l’impegno di un artista in genere,e di un impegno ben specifico,politico e non una generica visione del mondo che ovviamente riguarda tutti e non solo gli artisti

    2- La polemica Saint Beuve-Proust sul distacco opera e vita dell’artista riguarda la letteratura.E non fu polemica da poco.

    3- La citazione dantesca “removere viventes in hac vita de statu miserie et perducere ad statum felicitatis”,è una massima generalissima,quasi banale,per illustrare un impegno secondo i criteri del punto 1.Questo vale anche per un comico del circo.

    4- “L’impegno incrollabile è alla base delle bellezze della Comedia; le modalità di quest’impegno, i contenuti, no.”
    Scusa,ma questa è una corbelleria.Dante è un grande poetà per cento cose,tra le quali le invenzioni poetiche e linguistiche,la capacità sintetica di cogliere situazioni con metafore,similitudini fulminanti di rara bellezza,ha un linguaggio di tipo cinematografico in varie occasioni e i contenuti,una summa teologica e filosofica medievale (ed eretica) sono sempre nobilitati da uno stile inarrivabile di introspezione psicologica di persone e situazioni.L’impeto,che pur esiste nel nostro,non è certamente l’aspetto più importante dell’opera.

  349. johnny doe il 28 gennaio 2010 alle 20:36

    Naturalmente il commento precedente è x anfiosso.

    Già che ci sono aggiungo che son d’accordo con “Io ho detto che l’ideologia (se così si vuol chiamarla) dell’autore non può essere un criterio in base a cui valutare l’autore stesso.”
    Punto e basta.La visione del mondo ce l’hanno tutti,anche i fruttivendoli.

    Tornando al discorso dell’impegno,che in quasi tutti i commenti del post è inteso come politico o ideologico militante,Vorrei sapere se Joyce e Beckett,due grandi,siano stati così impegnati.Non mi interessa la fede politica di un autore,m’interessa se l’opera è stilisticamente valida o no,sia che inneggi a Hitler o a Gandhi.Celine ne è una prova,così come Neruda.Il contenuto etico lo lascio ai moralisti e ai preti.L’arte non ha nulla a che vedere con la moralità,l’ideologia,la correttezza,la politica,i buoni sentimenti….
    Caravaggio è stato un grande artista,pur essendo un pendaglio da forca.
    Che Furtwangler fosse un simpatizzante nazista non ha nulla a che vedere con la qualità della sua musica,così come Prokofiev dall’altra parte.
    E’ ora di finirla con quello sciagurato concetto dell’intellettuale organico per giudicarne l’opera.

  350. anfiosso il 29 gennaio 2010 alle 09:03

    1, 2, 3, 4: Non hai capìto *niente*.
    E non ti spiego nulla, mi dispiace: trovatela da te.
    Pensa & fatìca per conto tuo.

    I mediocri, come hanno bisogno di adeguare a sé tutto quello che li trascende, così tendono ad elevare sé stessi pensando che animi meschini possano concepire grandi cose.

    I mediocri si sbagliano, di grosso.

  351. johnny doe il 29 gennaio 2010 alle 18:12

    x il maestrino anfiosso – Sei tu che hai le idee confuse,citando a sproposito ,tra le altre cose ,Dante e stravolgendone in una interpretazione parziale l’opera a tuo uso e consumo.Tu non hai bisogno di spiegare nulla,nemmeno la tipica,ridicola e fuori luogo arroganza della tua reazione da patetico maestrino elementare,che già da sola spiega chiaramente tutto.Quasi si trattasse della teoria dei quanti invece di approssimate banalità ! Quanto ai mediocri,la definizione che ne dai, è il tuo perfetto ritratto.

  352. troll il 30 gennaio 2010 alle 12:19

    E’ chiaro come la luce del sole che tutti, o quasi, i vostri contributi hanno un vizio di fondo: non volete sputare nel piatto… che dico… nel pentolone dove mangiate abbondantemente.

  353. helena il 30 gennaio 2010 alle 17:59

    Esimio troll, che con coraggio esemplare ti firmi, appunto “troll” e arrivi ben ultimo: io rivendico il mio diritto di sputare nel piatto da cui mangio. Lo sputazzo aggiunge sapore e favorisce la formazione degli anticorpi. Abbondantemente, purtroppo, lo pensi tu.

  354. johnny doe il 30 gennaio 2010 alle 18:11

    x helena – troverai pochi che ti invitano a cena!

  355. johnny doe il 30 gennaio 2010 alle 19:48

    x helena – Quanto alla sua accorata analisi-confessione sull’editoria in generale e sui suoi tormenti (di lavorare per chi in qualche disprezza,l’azionista di riferimento) in particolare,mi par di capire dalla sua conclusione (“Vogliamo anche noi dare un contributo al perfezionamento del modello culturale unico?”) che la sua soluzione a tutti i dubbi e i rovelli sia praticamente di costituire una “quinta colonna”all’interno dello schieramento nemico.Mi scusi se la dico così terra terra e in soldoni,un po’ rozzamente.Una posizione quasi eroica di guardiano preservatore della vera cultura.Ruolo molto nobile,ma che già presuppone una scelta a monte di quale sia questa vera cultura.
    In breve,quella a cui lei appartiene e a cui contrappone,troppo facilmente,Amici,Vespa….Ci sono anche altri,diciamo così non della sua parrocchia o di nessuna altra,che nulla hanno da invidfiare ai cosidetti “quelli che stan dalla parte giusta”.
    Mi chiedo se il suo stesso ruolo potrebbe svolgerlo un editor di destra in una casa editrice di sinistra,così tanto per semplificare.O se i suoi analoghi rovelli sarebbero degni delle stessa considerazione.Oppure se la sua osservazione “Non regge neppure l’accusa ribadita continuamente dalla destra che uno scrittore di sinistra pubblicando con Mondadori “si fa pagare da Silvio” o addirittura che sia “uno suo stipendiato” come ha detto recentemente Vittorio Feltri paragonando se stesso a Saviano. Semmai è il contrario”,vale anche per il caso opposto.
    Così come “…Anche per gli scrittori esprimere un dissenso minimo, diventa problematico. Finiscono bersagliati da “Il Giornale” e “Libero…”.
    Troppo facile.Come se ciò non accadesse,e in modo molto più massiccio,su Repubblica o il Manifesto per le stesse ragioni.Dove sta qui la da lei invocata logica del capitalismo di mercato?Lo stesso Saviano che lei cita,è stato bersagliato da Consolo,addirittura per aver detto gli autori della sua formazione culturale,di destra magari,ma non certo Vespa….
    Infine,mi scusi ancora,ma queste sue frasi : “Torno al punto di partenza. Vorrei che fosse l’azienda a dire a me, umile cocopro, o agli autori di cui mi occupo che anche questa nicchia di capitalismo di mercato e dunque liberismo non può più essere considerata tale. Che è preferibile un collaboratore fedele alla linea che uno che sappia fare bene il suo lavoro. Vorrei che mi venisse detto, di modo che fosse evidente a che punto siamo”,sanno tanto di retorica aspirazione al martirio e anche un po’ di ipocrisia.Stia tranquilla,se lei è brava,non le diranno proprio un bel nulla,neppure di essere fedele,visto che son quindici anni che lei sta in Mondadori.

  356. troll il 31 gennaio 2010 alle 13:14

    Se foste veramente in buona fede, se foste coerenti con la vostra collocazione politica, non lavorereste per la grande editoria. Vi barcamenate, e mi sta bene: non pretendo che vi allontaniate dal buon senso comune. Ci vuole tanto, troppo coraggio e non l’avete. Siete quel che siete e si vede da quel che scrivete, e non sarebbe ragionevole pretendere altro. Ma abbiate almeno l’onestà di dirlo apertamente. Invece, vi ostinate a difendere uno stile di vita che è francamente poco difendibile, puzzolente e di cattivo gusto. Lo sputo non dà sapore. Rende il piatto immangiabile. L’onestà intellettuale non sapete nemmeno dove alberga. Poveracci…

  357. Gertrude Casalinga Per Forza (senza Italia) il 31 gennaio 2010 alle 13:44

    Ho un dubbio se per Troll il problema sia che – in generale e assolutamente – “non si debba lavorare per la grande editoria” (e se il vero lavorare sia allora lavorare per l’editoria “piccola”: possibilmente non retribuiti) o se sia che non deve aver mai sentito parlare di “Processo lodo Mondadori”. L’onestà? Bella parola.

  358. troll il 31 gennaio 2010 alle 14:31

    Un piede in due scarpe,
    due piedi in quattro scarpe,
    tre piedi in sei scarpe,
    quattro piedi in otto scarpe,
    cinque piedi in dieci scarpe,
    sei piedi in dodici scarpe,
    sette piedi in quattordici scarpe,
    otto piedi in sedici scarpe!

  359. Gertrude Solidarietà a Giulio Cavalli il 31 gennaio 2010 alle 14:59

    Sono entusiasta, se lo lasci dire. Un componimento notevole. Lei è destinato sicuramente a un grande successo in editoria “piccola”. Anzi, piccola-piccola. Piccolissima.

  360. Gertrude Solidarietà a Giulio Cavalli il 31 gennaio 2010 alle 15:14

    E tornando alla prosa: Saputo qualcosa del Lodo Mondadori?

  361. troll il 31 gennaio 2010 alle 20:50

    Disertare i luoghi della valorizzazione capitalista.
    Bisogna… o più semplicemente andare a scuola d’onestà. Dovete.

  362. Gertrude Solidarietà a Giulio Cavalli il 31 gennaio 2010 alle 23:06

    “Disertare i luoghi della valorizzazione capitalista”… Certo, certo. Ma mi dica… Questa “scuola d’onestà”, fa per caso anche corsi notturni, tipo dalla mezzanotte fino alle due? Il nostro Presidente del Consiglio Berlusconi, come lei saprà, dorme solo quattro ore a notte e così certamente ce la potrebbe fare a fare tutto.
    Oh, mi dica di sì, la prego, sarebbe un orario perfetto per lui!

  363. troll il 1 febbraio 2010 alle 11:03

    La medietà italiota è tutta nei vostri comportamenti, tipica e francamente insopportabile. Predicate bene e “ruzzolate” male. Cambiate, cambiando, cambiate aspetto, a seconda delle circostanze e delle convenienze. Non possedete nessuna spina dorsale. Lo sapete ed insistete a fare capriole concettuali per trovare un alibi al vostro opportunismo, cercando di convincere voi stessi, ancor prima dei vostri sventurati ascolatori. Arrivate al punto di ipotizzare l’esistenza di un mercato “buono”, contro un mercato “cattivo”.
    Le logiche mercantili hanno da sempre distrutto la cultura. E voi distruggete la cultura e voi stessi. Quel minimo di credibilità che avete. E sento forte l’eco, all’orizzone, delle scelte suicide (ed omicide) degli stalinisti che si sono riciclati al neoliberismo, giusto per non perdere la poltrona. Chi tradisce una volta, non potrà che tradire sempre, a cominciare dalla propria identità individuale. Non conoscete cos’è l’umiltà, ma ve la suonate e ve la cantate da soli, nel chiuso delle vostre conventicole asfittiche. Perché non avete nessuna eco. Non vedo nessun Faulkner, per fare un esempio, tra queste pagine informatizzate. L’unica coerenza che vi riconosco è di essere interni alle logiche dell’epoca del falso totale.

  364. Gertrude Solidarietà a Giulio Cavalli il 1 febbraio 2010 alle 13:43

    Troll, lei ha ragione. E’ uno schifo. Una vergogna. Tutti traditori qui, non c’è proprio speranza. Senta… Facciamo un saltino anche sui siti del PDL ora?

  365. made in caina il 1 febbraio 2010 alle 17:57

    quanti calci, immaginali adesso !!

  366. Gertrudo amico de Bruse Lii il 2 febbraio 2010 alle 15:29

    Calci? Aoh, a chi? Ma poi de che? De pixel.

  367. [...] De Luca [Nell'ambito del dibattito sulla responsabilità dell'autore, dopo gli interventi di Helena Haneczek e Andrea Inglese, rispondendo a una nostra richiesta De Luca ci ha gentilmente mandato il pezzo che [...]

  368. [...] del dibattito sulla responsabilità dell'autore, dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, rispondendo a una nostra richiesta Luigi Bernardi ci ha gentilmente mandato le [...]

  369. ele nuar il 3 marzo 2010 alle 00:02

    eppure l’affaire einaudi-saramago è un precedente pericolosissimo e grave;grave anche perché non coinvolge soltanto il giudizio sull’opera, per quanto importante o significativa possa essere (stiamo parlando, d’altra parte, dell’editore italiano di quasi tutte le opere di saramago, mancano, vado a memoria, forse soltanto “memoriale dal convento” e “manuale di scrittura e di calligrafia”). lo scandalo letterario coinvolge anche, se non soprattutto, l’immagine pubblica di un editore come einaudi che ha contribuito in passato a costruire l’identità culturale e politica di questo paese con un catalogo in cui si possono includere molte delle opere più importanti del novecento. una certa idea della cultura è passata di lì, credo; adesso non più, comunque non tanto quanto in passato quando i giudizi erano mirati non ad uniformare tutto e tutti, ma ad aggredire- eventualmente e se proprio si doveva- un nemico comune. le parti si sono scambiate, qualche giro di poltrone e di tavoli è stato sufficiente per offrire ad un premio nobel (ex comunista, direbbe Berlusconi) un “no” categorico…e senza molti commenti di approfondimento da parte della stampa, mi pare.

  370. anfiosso il 3 marzo 2010 alle 10:58

    @ johnny doe, non avevo letto.
    Grazie, veramente.
    Passer pour un idiot aux yeux d’un imbécile est une volupté de fin gourmet.

  371. [...] gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di [...]

  372. Paolo Mossetti il 15 marzo 2010 alle 14:44

    credo che la frase che meglio risponde alla domanda-delle-domande (cioè se sia giusto ‘compromettersi’ pubblicando col Nemico) l’abbia data H.J., quando afferma: Mondadori (& Co.) semplicamente pagano di più, hanno una tiratura maggiore, hanno una distribuzione capillare.

    Tutto il resto è chiacchiericcio. Si può dire quello che si vuole sulla complicità di chi, piuttosto che dire NO a Chiarelettere (pardon) preferisce la corporation del Berlusca. Io sono tra quelli non integralisti. C’è modo e modo di ‘compromettersi’, e se Alessandro Leogrande riesce a farsi pubblicare l’inchiesta sul capolaralato per STRADE BLU, ben venga. Come sottolinea anche Cordelli, ci sono meccanismi industriali e corporativi anche nelle pagine culturali di Repubblica, per carità.

    Su una cosa però non me la sento di transigere: non si può pubblicare sul ‘Giornale’ o ‘Libero’, e poi fare l’esempio cerchiobottista di Repubblica o dell’Unità (siamo tutti uguali, abbiamo tutti un padrone,etc.) Questo no, mi sembra una paraculata. Fosse anche Hemingway ubriaco a scrivere su quei libelli uno dei suoi migliori racconti, resterà sempre nella memoria (e sulla carta) la sua collaborazione per due grotteschi megafoni squadristici. Su questo fatemi il piacere: ci sono tanti modi per dire NO, senza mortificare la propria professione.

    Anche emigrare, per esempio.