Il disgusto e l’ossessione. Un modo di esercitare la critica

4 novembre 2008
Pubblicato da

di Andrea Inglese

[In veste di spettatore, non sono costretto a scegliere tra il documentario L’incubo di Darwin di Hubert Sauper e quello Case sparse. Visioni di case che crollano di Gianni Celati. Neppure devo scegliere tra due opere di Abbas Kiarostami, autore sia di un film di finzione come Dieci sia di un documentario come Abc Africa. In veste di lettore, similmente, posso apprezzare di uno stesso autore – ad esempio Antonio Moresco – libri tanto diversi come I canti del caos, Lettere a nessuno e Zingari di merda. Perché poi dovrei scegliere tra Gomorra di Roberto Saviano e Neuropa di Gianluca Gigliozzi, un best seller il primo, un romanzo letto (ahimè) da pochissimi il secondo? (Il libro di Saviano ha come sottotitolo Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra, quello di Gigliozzi Poema epicomico in prosa.) Queste ovvie constatazioni mi impediscono di schierarmi ogniqualvolta la letteratura dell’impegno fronteggia quella dello stile, o viceversa. Così mi accade anche leggendo gli interventi di Andrea Cortellessa e di Raffaele Donnarumma ospitati da NI.

Nonostante la buona volontà di non schematizzare, l’urgenza polemica del dibattito (per duratura o effimera che sia) finisce per ridurre la discussione ad argomenti troppo succinti e frontali. Come lettore, mi godo i nomi evocati dall’uno e dall’altro critico letterario secondo una logica inclusiva. Come persona che esercita talvolta l’attività di critico, mi sembra che il tono molto assertivo del dibattito sia sproporzionato rispetto alla quantità di domande eluse ogni volta che si evoca in termini apologetici o sospettosi il nesso tra letteratura e realtà. Che si voglia tornare ad esaminare tale nesso mi pare del tutto legittimo. Da questo punto di vista, il numero 57 della rivista “Allegoria”, che dedica un ampio spazio al tema del “ritorno alla realtà” nella narrativa e nel cinema italiani, offre una gran quantità di spunti di riflessione. Interventi come quello di Donnarumma poi (che assieme a Gilda Policastro e a Giovanna Taviani ha curato l’inchiesta) possono suscitare varie perplessità e critiche, ma a patto di riconoscere che il tema proposto è (ancora una volta) pertinente. Qui, però, andrebbe immediatamente messo in questione assieme all’oggetto di studio (nuovi realismi a cavallo del millennio) anche tutto l’armamentario teorico che sottende il discorso critico. Perché è spostandosi su questo terreno più arduo che il dibattito potrebbe far davvero tesoro delle differenze, senza esaurirsi immediatamente in contrapposizioni di fronte. Tali contrapposizioni, infatti, sono difficilmente sottoscrivibili, se non dopo infinite parentesi, digressioni e precisazioni. Quando Donnarumma tende a rendere unilaterale la sua lettura del postmoderno letterario, ben vengano obiezioni atte a far correggere il tiro. (Uno dei romanzi statunitensi che potrebbe costituire il paradigma della narrativa postmoderna, Mambo Jumbo [Rizzoli 1981, Shake 2003] di Ishmael Reed, è anche uno dei romanzi più “politici” e “impegnati” che uno scrittore afroamericano abbia mai scritto.) Ma lo stesso accade quando Cortellessa ricorda che “siamo una generazione di traumatizzati senza evento traumatico” per sottolineare il difficile accesso al reale e il galleggiamento nelle nebbie dell’inesperienza. Sui “traumi”, mi verrebbe da dire, ognuno parli per sé. Evidentemente non ogni biografia ha lo stesso peso specifico in termini traumatici e proprio per questo le generalizzazioni di questo tipo andrebbero evitate. (La letteratura è il regime della singolarità: l’eccezione conta quanto la regola, la minoranza quanto la maggioranza.)

In conclusione, a me piacerebbe invitare i critici in particolar modo, a fare un lavoro che pochi altri possono fare al posto loro e che è appunto quello di considerare, esplicitandoli e rielaborandoli, i presupposti teorici che stanno alla base di una questione “perenne” come quella del rapporto letteratura-realtà. Anche per questo motivo, ripropongo su NI un piccolo contributo che mi è stato sollecitato da Emanuele Zinato per il sito il calzerotto marrone. Il tema era quello della critica letteraria, ma in esso non avanzo compiute proposte critiche o elaborate cartografie di stili e correnti. Ho scelto volutamente lo sguardo a margine su quello che si potrebbe definire il “territorio emozionale” del fare critica. Ma ho anche evocato, seppure in termini estremamente elementari, la questione del bagaglio teorico e filosofico dell’odierna critica letteraria. E mi auguro che tale questione possa costituire un suggerimento di rotta nei dibattiti critici sulla letteratura contemporanea, attenuando l’aspetto puramente polemico per rafforzare quello più speculativo.]

* * *

In Ventiquattro voci per un dizionario di lettere, Franco Fortini fornisce, a proposito del termine “critica”, una definizione che gli è particolarmente congeniale : “discorso sui rapporti reali fra gli uomini, la società e storia loro, a proposito della metafora di quei rapporti, che le opere letterarie sono”. Chi condivide questa definizione, si sente abbastanza a disagio di fronte alle due funzioni più assodate che il critico letterario assume nella nostra società. Di entrambe, parla sempre Fortini nello stesso brano. Da un lato, abbiamo il critico che si posiziona all’interno dell’industria editoriale, e ne è in qualche modo organico. Egli promuove certe scuderie, contribuisce alla nascita di “mode” letterarie, ecc. Il tutto, però, in sintonia con le esigenze delle case editrici, delle collane, delle più recenti pubblicazioni. Dall’altro, abbiamo il critico che lavora all’interno dell’università. Quest’ultimo appartiene in genere ad una certa scuola e sviluppa la sua ricerca in un orizzonte specialistico. In entrambe le funzioni, il critico è sicuro di sé, certo del suo ruolo. Svolge il suo compito all’ombra di una realtà economica o istituzionale, che gli fornisce un’appartenenza, uno statuto evidente. Il problema nasce quando l’attività critica emerge in modo più erratico e sopratutto al di fuori di quei mandati precisi che vengono dalle case editrici o dai dipartimenti di letteratura. Di certo, l’attività critica si muove sempre intorno ai due fuochi dell’attualità letteraria e della ricerca storico-filologica. Ma meno si è ancorati ad una delle due funzioni dominanti, e più sorgono dubbi e difficoltà sul senso del proprio agire.

Questo incertezza può avere – e parlo qui della mia esperienza personale – anche la forma estrema del disgusto. Nel momento stesso, in cui si vuole sviluppare quel discorso “sui rapporti reali fra gli uomini” e quella che è la loro “metafora” nell’opera letteraria, si avverte come una frattura, un vuoto, che impedisce di ricondurre gli uni all’altra, i rapporti reali alla loro metafora. Insomma, viene a mancare quella circolazione del pensiero tra il mondo e l’opera, che sarebbe l’aspirazione più ambiziosa di questo tipo di critica. Si tratta di un fenomeno non semplice, ma che ha a che fare con una forma di “pietrificazione” e di “letteralizzazione”. Accade che il mondo, nelle sue manifestazioni più quotidiane, anche se quasi sempre mediate da informazioni ed immagini, si profila nella sua più caotica e violenta apertura, come continuo precipitarsi di eventi singolari. Di fronte a questa percezione di una realtà frammentaria, in continua fuga verso un futuro sempre meno prevedibile, l’atto di riflessione su di un testo letterario, come possibile immagine di mondo, acquista un carattere derisorio. Si è infatti sopraffatti dalla sensazione di un ritardo definitivo della scrittura letteraria rispetto a quanto ci giunge in altre forme, per schegge e scorci, che ci segnalano però la velocità con cui i rapporti tra gli uomini mutano, si degradano e corrompono. Certo, si tratta di un’esperienza di natura “etica”, che per certi versi è costitutiva del regime moderno della letteratura intesa come sfera autonoma rispetto alla politica e alla morale. Ma questo senso d’impotenza si acuisce nell’atto della lettura critica. E acquista una sua forma specifica: ci si sente come doppiamente prigionieri. Certe realtà, eventi singolari del mondo, ci attraggono ipnoticamente con la loro forza ed evidenza, con la loro corporeità densa e stratificata; ci sentiamo come rapiti e travolti in essi, e quasi sempre non come attori ma come puri spettatori. Quanto al libro, all’opera che stiamo esplorando, essa ha smarrito la via che ci riporta al mondo; non vi è più trasferimento possibile, passaggio, varco per il ritorno. Si rimane prigionieri della foresta pietrificata dei segni, senza che da essi sia possibile ricomporre almeno in parte quella cascata di frammenti attraverso cui si presenta il mondo nella sua attualità.

In questi casi, il valore d’uso dell’opera letteraria viene meno e con esso anche ogni interesse per la riflessione critica. D’altra parte, proprio questo continuo scarto tra mondo ed opera, tra i “rapporti reali fra gli uomini” e la sua trasposizione letteraria, non fa che alimentare, per quanto mi riguarda, alcune osessioni. L’attività critica, allora, diviene il prolungamento “ossessionato” del semplice atto di lettura. In tali occasioni, accade qualcosa che si caratterizza come il rovescio dell’esperienza del disgusto. È proprio il cammino che dal testo ci porta al mondo che diventa per noi un’esigenza insopprimibile. Quello che prima appariva come un sentiero sbarrato, appare ora il solo percorribile, in quanto capace di giustificare fino in fondo l’atto di lettura più elementare ed ingenuo. In altri termini, emerge in primo piano il potere conoscitivo della letteratura.

Chi è interessato a questo aspetto, non può che volgersi verso una critica a carattere filosofico, che in Italia è assai minoritaria, e negli ultimi decenni quasi del tutto assente. Certamente, l’illustre tradizione della critica di stampo storico-filologico ha di certo emarginato la critica filosofica, quando non ha cercato di dare vita a delle sintesi potenti. In ogni caso, difficilmente ci si può interrogare sulle peculiarità conoscitive del genere romanzesco o lirico, senza combinare una prospettiva concettuale con quella puramente filologica.

È importante chiarire subito che cosa intenda con “critica filosofica”. Vi è oggi una maggiore frequenza, negli interventi di alcuni giovani critici letterari, di riferimenti filosofici. Spesso si tratta di spunti utili, interessanti, ma generalmente l’atteggiamento del critico, in fatto di filosofia, è estremamente eclettico: egli prende di volta in volta quanto più gli è utile a illustrare delle tendenze, delle tematiche, ecc. Il discorso filosofico è utilizzato per illuminare il discorso letterario, ma senza che ci sia una piena consapevolezza da parte del critico del proprio strumento concettuale. Per utilizzare in modo più sistematico e in forma meno occasionale la filosofia, è opportuno fare determinate scelte di fondo, prendere posizione in essa, fissare dei riferimenti teorici in modo chiaro. Certo, un uso eclettico della filosofia in ambito letterario non pone molti rischi, non “impegna” il critico, non lo vincola a presupposti che potrebbero poi condizionare il suo approccio alle opere. Eppure è opportuno correre questo rischio se si vuole fare un passo avanti, e articolare in modo più approfondito critica e filosofia.

Mi limiterò qui ad enunciare una serie di ossessioni, che sottendono da alcuni anni ogni mio intervento critico, che abbia un carattere militante oppure spassionato e inattuale. La prima è relativa all’individuazione di una “filosofia del linguaggio” soddisfacente, che permetta di elaborare una teoria del romanzo, della lirica moderna, e degli altri generi letterari. I due massimi riferimenti per questa filosofia del linguaggio sono, dal mio punto di vista, Wittgenstein e Bachtin. Si tratta ovviamente di due autori che considero complementari, e che hanno il pregio di avere, prima dell’ondata strutturalista e post-strutturalista, posto l’accento sulla dimensione pragmatica del linguaggio e di conseguenza sugli sfondi antropologici che intervengono nella considerazione di qualsiasi fenomeno linguistico. Contro l’ossessione della “letterarietà” che lo strutturalismo aveva ereditato dai formalisti russi e contro l’ideologia del “testo” alimentata dai post-strutturalisti, Wittgenstein e Bachtin permettono di ricostituire i legami tra l’universo del linguaggio ordinario e quello della letteratura, in virtù di una continuità esistente trai generi del discorso. Questo orientamento teorico ha fondamentali conseguenze: la prima è quella di dare decisiva importanza ai contesti d’uso dei generi discorsivi piuttosto che alle caratteristiche immanenti degli enunciati. Spostare l’attenzione sui contesti, significa quindi considerare le varie tipologie di enunciati – tra cui quelle che rientrano nella sfera “letteraria” – come intrecciate a specifiche forme di vita materiali e spirituali.

Dall’importanza di affidarsi ad una “filosofia del linguaggio” discende una seconda ossessione, che riguarda in modo particolare il mio interesse per la lirica moderna. Comprendere un genere significa, innanzitutto, comprendere come esso sia emerso sullo sfondo di certe forme di vita spirituali e materiali. L’itinerario della ricerca è infatti duplice: permette di chiarire, nello stesso tempo, la modernità alla luce della poesia e la poesia alla luce della modernità. Per comprendere un certo genere letterario bisogna comprendere un intero mondo, ossia un tipo di società, di soggetto umano, di abitudini materiali, di orizzonte condiviso di valori e idee, ecc. Da questo punto di vista, è centrale per la comprensione della lirica moderna una questione che ha una portata filosofica, ossia l’analisi dell’“individualismo”, inteso come ideologia del mondo moderno. Neppure in questo caso si tratta di spiegare la lirica moderna a partire dall’ideologia individualistica, ma semmai di comprendere in che modo, a partire da un orizzonte generale di ideali e nozioni, la poesia si rapporta ad esso in modo più o meno critico. L’approccio filosofico ha qui un carattere sopratutto descrittivo: esso permette di chiarire, utilizzando criticamente il sapere fornito dalle scienze umane, quali siano le contraddizioni e le tensioni inerenti all’individualismo. A ciò va aggiunto un interesse più propriamente letterario per l’evoluzione dei generi nell’ottica della lunga durata. Così come l’organizzazione individualista della società può essere compresa solo in termini comparativi, come ha dimostrato l’ambizioso lavoro dell’antropologo Louis Dumont, che ha delineato i caratteri dell’individualismo per contrasto con le società gerarchiche e il loro universo di valori, allo stesso modo un genere letterario moderno è compiutamente comprensibile se confrontato con il sistema tradizionale dei generi. Per questo motivo, ho intitolato un mio saggio recente Per una critica telescopica: lirica moderna e sfondi antropologici (“Incroci”, n° 16, luglio-dicembre 2007). Con tutti i rischi del caso, la telescopia rimane un’ossessione inevitabile, per chi voglia indagare gli aspetti conoscitivi dei generi letterari.

Concludo evocando un’ultima ossessione, che riguarda però le indagini sul romanzo. Anche in questo caso, mi accontenterò di una scorciatoia. Uno dei tipici problemi che una critica di taglio filosofico può porsi è il seguente: in che modo le narrazioni romanzesche parlano della realtà? Sappiamo come siano state a lungo screditate le teorie basate su una concezione della mimesi romanzesca intesa come rispecchiamento o immagine verosimile di una realtà extratestuale. La grande enfasi sul concetto di “finzione” non fa d’altra parte, come accadeva nel caso del concetto di “letterarietà”, che ampliare quello scarto tra narrazione e vita che l’esperienza concreta della lettura romanzesca sembra invece non conoscere. Io credo che si possa anche da un punto di vista critico salvaguardare il percorso che va dall’opera al mondo, riconsiderando il concetto di mimesi, ma abbandonando la teoria gnoseologica che era implicita nella varie concezioni incentrate sull’idea di rispecchiamento. Non abbiamo bisogno di una concezione della narrazione come adeguazione di una proposizione a un dato di fatto. Non ci serve, però, neppure constatare che tutte le proposizioni contenute in una narrazione romanzesca sono “false” e quindi elementi di un universo “finzionale”. Tutto ciò non ci fa avanzare un passo, rispetto alla domanda fondamentale: perché proprio queste finzioni mi riguardano, come lettore concretamente determinato, e non altre?

Per rispondere a queste domande, io ho utilizzato l’armamentario concettuale della “filosofia dell’azione” di stampo ermeneutico con riferimento ad autori quali Hannah Arendt, Alasdair MacIntyre e Charles Taylor. Si tratta ovviamente di un punto di partenza, ma che determina per certi versi l’esito complessivo della ricerca. Tale riflessione filosofica, se ci dice molto poco rispetto alle concrete manifestazioni dell’arte del romanzo, ci permette di riformulare in modo concettualmente soddisfacente la questione della mimesi, e in termini assai diversi rispetto alla riflessione tradizionale sul realismo in letteratura. Secondo una concezione fino a poco tempo fa assai accreditata tra i teorici della letteratura, l’intreccio è considerato come una forma vuota che, in modo arbitrario, può essere applicata ad una materia informe, ossia ad una serie di azioni o all’intera vita di un individuo. L’ordine narrativo appare così svincolato da tutto ciò che non coincide con la libera attività interpretativa del narratore. In questa prospettiva, i generi narrativi non sono altro che pure convenzioni artistiche prive di qualsiasi funzione conoscitiva nei confronti dell’agire umano. Contro questa concezione, ho difeso l’idea che i generi narrativi nascono dall’esigenza di fornire dei modelli di analisi, di comprensione e di valutazione delle relazioni tra agenti umani o antropomorfi. Sono sì convenzioni, ma fondamentali, di natura antropologica, ed investono l’ambito dell’esperienza sociale e ordinaria ben prima di divenire appannaggio esclusivo del discorso di finzione. Ciò non significa che essi costituiscano delle invarianti rigide, in quanto evolvono con il mutare stesso delle forme di vita, del tipo di organizzazione sociale e dei quadri ideologici di riferimento.

Spero che sia chiaro, ora, come siano proprie queste ossessioni a difendermi dall’esperienza del disgusto nei confronti dell’attività critica. Affinché i libri cessino di apparire come una foresta pietrificata di segni, costantemente sopravanzata da una realtà precipitosa e fuggevole, c’è bisogno di ricostituire ogni volta un solido ponte tra il libro e il mondo, per constatare come l’universo di finzione riguardi la nostra più intima identità.

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32 Responses to Il disgusto e l’ossessione. Un modo di esercitare la critica

  1. Ospite ingrato il 4 novembre 2008 alle 10:07

    già, già, ma mettere mano alle teorie, alla filosofia del linguaggio, alle proprie categorie è compito ben disagevole rispetto alla polemica

  2. A. Morgillo il 4 novembre 2008 alle 11:17

    FUFFA

  3. lorenzo galbiati il 4 novembre 2008 alle 11:37

    @Morgillo
    Complimenti per il commento, e per la sua elaborata argomentazione.

    @ Andrea scrive:
    “Ma lo stesso accade quando Cortellessa ricorda che “siamo una generazione di traumatizzati senza evento traumatico” per sottolineare il difficile accesso al reale e il galleggiamento nelle nebbie dell’inesperienza. Sui “traumi”, mi verrebbe da dire, ognuno parli per sé.”

    In effetti, è sempre sgradevole quando un artista sentenzia su che tipo di generazione siamo.

    Sul genere letterario, scrivi:
    ” ho difeso l’idea che i generi narrativi nascono dall’esigenza di fornire dei modelli di analisi, di comprensione e di valutazione delle relazioni tra agenti umani o antropomorfi. Sono sì convenzioni, ma fondamentali, di natura antropologica, ed investono l’ambito dell’esperienza sociale e ordinaria”

    Domanda semplice, per una risposta forse difficile:
    si può dire che non c’è nulla di male se talvolta – sempre? – l’opera di uno scrittore viene associata a un determinato genere letterario?

  4. A. Morgillo il 4 novembre 2008 alle 11:53

    Cosa dovrei elaborare? Questo articolo non mi ha dato alcuna pulsione!

  5. andrea inglese il 4 novembre 2008 alle 12:16

    Prova con “La bellona anale” Morgillo, con Rocco Siffredi e Pamela Pussycat. Magari funziona meglio.

  6. gherardo bortolotti il 4 novembre 2008 alle 12:37

    se non mi ricordo male, in un’intervista il critico-curatore pier luigi tazzi invitava ad evitare la “trappola del giudizio estetico”. lo segnalo perché questo invito è presente nel tipo di analisi che propone andrea e ne costituisce, credo, la forza (e anche per dire che la critica d’arte, in questo senso, ha sicuramente sviluppato molti strumenti).
    vorrei provare, però, a mettere in relazione quello che dice inglese con la citazione continiana che riporta cortellessa in uno dei vari commenti ai post sul realismo e che copio/incollo: “lo stile mi sembra essere, senz’altro, il modo che un autore ha di conoscere le cose. Ogni problema poetico è un problema di conoscenza. Ogni posizione stilistica, o addirittura direi grammaticale, è una posizione gnoseologica”.
    faccio l’avvocato del diavolo e chiedo ad andrea: una critica di tipo “filologico” non potrebbe, in forza di questo assunto, ribadire che è proprio concentrandosi sullo stile del testo, e non sul contesto in cui esso viene agito, che si arriva al discorso sui “rapporti reali”, appurando lo modalità in cui viene conosciuto il mondo ed i suoi elementi?

  7. A. Morgillo il 4 novembre 2008 alle 12:52

    Pulsione psichica. Non sessuale.

  8. andrea inglese il 4 novembre 2008 alle 14:00

    caro gherard,

    sulla specifica citazione sullo “stile” e la sua funzione gnoseologica… Si, certo, benissimo. Già Proust parlava di stile come punto di vista. Ma: di che concetto di “stile” parliamo? Ci rifacciamo a Spitzer (anni Trenta del secolo scorso), che era appunto un filologo? E cosa dire, oggi, della sua concezione del tratto stilistico come allontanamento dalla norma linguistica? E’ accettabile così com’è stata formulata? E poi: Bachtin? Questi per primo ha posto una questione fondamentale: il problema non è tanto quella di dover privilegiare testo o contesto, ma di sapere che il testo scritto, il libro, è costitutivamente legato allo sviluppo di generi del discorso che provengono dagli scambi linguistici extraletterari. Ma mi fermo subito, perché il discorso non può essere affrontato adeguatamente in un commento.

    Ciò su cui mi interessava richiamare l’attenzione è però una più generale faccenda. E’ chiaro che la mia proposta è in buona parte irrealistica. La polemica è molto più divertente di uno studio teorico, che per altro ha tempi lunghi e interlocutori limitati. Eppure vorrei ricordare che di tanto in tanto, sopratutto coloro che più ne hanno la possibilità materiale, ossia i critici accademici (studiosi di letteratura, insomma), potrebbero interrogarsi sulle loro categorie elementari. Sappiamo tutti come il fisico tremi di fronte al concetto di materia, il matematico di fronte al concetto di numero, lo psicologo di fronte al concetto di psiche. Ogni tanto dovremmo tremare anche noi usando il concetto di stile piuttosto che quello di impegno, e così via.

    In Italia abbiamo avuto ottimi critici – seppur rari – in grado di coniugare teoria e filologia. Tra di essi metterei anche Fortini, ma sopratutto personaggi come Guido Guglielmi e Franco Brioschi. Che oggi sembrano spariti dalla scena. In Italia ci sono state riflessioni sul linguaggio estremamente originali, come quella di Ferruccio Rossi-Landi, possibile che nessun critico letterario ne abbia potuto far tesoro? Insomma, riprendere il discorso sui fondamentali mi sembra essenziale, anche per uscire da quella sensazione di dèjà-vu che quasi sempre le polemiche letterarie finiscono col suscitare dopo i primi frizzanti botta e risposta.

    Devo per altro riconoscere, che su “Allegoria” questo tipo di scavo viene portato avanti. Il n° 56 ad esempio dedicava ampio spazio a una rilettura di “Mimesis” di Auerbach con interventi di Francesco Orlando, ecc. Ma anche discorsi così specialistici e complessi possono poi avere le loro opportunità divulgative, attraverso la critica militante e addirittura la rete.

  9. soldato blu il 4 novembre 2008 alle 14:04

    Una domanda ad Andrea.

    Partendo da quanto dici:

    “Non ci serve, però, neppure constatare che tutte le proposizioni contenute in una narrazione romanzesca sono “false” e quindi elementi di un universo “finzionale”. Tutto ciò non ci fa avanzare un passo, rispetto alla domanda fondamentale: perché proprio queste finzioni mi riguardano, come lettore concretamente determinato, e non altre?”

    Non è sufficiente dire che proprio la sospensione della “non credulità” davanti a un testo letterario, fa sì che il lettore “decide di credere” che quelle finzioni riguardano la (sua) realtà.?

    Si potrebbe, è vero, obiettare che il problema a quel punto diverrebbe: perché sospende la sua “non credulità” proprio davanti a quel testo?

    Ma non sarebbe una obiezione lecita, perchè quel fatto non è indagabile oggettivamente in quanto irrazionale.
    D’altronde lo stesso”canone”, a cui qualcuno vorrebbe attribuire “valore oggettivo”, non è che una somma di opere davanti alle quali, statisticamente, viene sospesa la “non credulità” da parte del maggior numero dei lettori. [Se a qualcuno verrebbe la voglia di farlo, dico che in questo discorso, che certo non posso, qui, svolgere tutto c’entrano pure Liala o la Tamaro o, che non è meglio, la Deledda.]

    Resterebbero, da una parte, tutte le preferenze quanto mai eteroclite che riempiono i nostri carnieri, e spezzato il nesso con la realtà attraverso il lettore, si ritornerebbe realisticamente
    a cercarla dalla parte dello scrittore.
    Di tutti gli scrittori.
    Trovandola sicuramente.
    Basta cercare col metodo giusto.

    L’unico “Scrittore fantasma” che io conosca è quello di Philip Roth.

    Per quanto riguarda il “giusto metodo”, per quanto mi riguarda, sottoscrivo pienamente ciò che sullo “stile”- citato da Cortellessa nel post precedente – diceva Gianfranco Contini:

    “[…] lo stile mi sembra essere, senz’altro, il modo che un autore ha di conoscere le cose. Ogni problema poetico è un problema di conoscenza. Ogni posizione stilistica, o addirittura direi grammaticale, è una posizione gnoseologica” (Gianfranco Contini 1937;

  10. andrea inglese il 4 novembre 2008 alle 14:31

    Soldato Blu, forse non hai letto il mio commento – uscito quasi in contemporanea con il tuo. Il passaggio per lo stile è fondamentale, ma non è sufficiente a dare ragione per intero del fenomeno letterario.

    Prendiamo Bukowski (mi sto rileggendo le sue poesia con grandissimo godimento), “l’amore è una cane che viene dall’inferno”. Perché sento che mi riguarda? Il suo stile è un modo per farmi vedere ciò che altrimenti non vedrei, non vorrei vedere, le gamme infinite del ridicolo e del grottesco e dello spettrale intorno alla nostra vita erotica. Ma quello stile come potrebbe funzionare, se non sullo sfondo di discorsi letterari e non, legati a certe ideologie, a certi miti culturali? Se i miei strumenti descrittivi non prendono assieme, sotto la medesima lente, lo stile e lo sfondo, davvero diventa misterioso spiegare che cosa mi tocca in Bukowski.

  11. soldato blu il 4 novembre 2008 alle 16:09

    Grazie Andrea,
    infatti quando ho lanciato il mio, il tuo intervento non era ancora comparso.

  12. gherardo bortolotti il 4 novembre 2008 alle 16:40

    peccato andrea! speravo proprio di far partire una sessione di analisi pesantissima sul concetto di stile ;-)
    cmq la conclusione a cui volevo arrivare è quello che hai detto nella risposta a soldato blu e cioè l’apparente insufficienza dello stile come chiave d’accesso al fatto letterario. aggiungo solo due cose: che, per conto mio, la nozione “gnoseologica” di stile può funzionare soprattutto se la si intende come già “orientata”, ovvero che lo stile è un intervento sull’ordine delle cose e come tale è già una posizione (anche/solo etico-politica); con la diffusione massiva della scrittura on line mi sembra sempre più importante recuperare, come dici tu, wittgenstein e bachtin e, per quanto mi ricordo, anche stanley fish.
    ferruccio rossi-landi, certo: uso di wittgenstein in chiave marxista. in effetti dovrei riprenderlo (più che altro perché ad una prima, veloce lettura alcuni passaggi mi erano sembrati forse un po’ troppo “ortodossi” e vorrei appunto rivederli)!

  13. soldato blu il 4 novembre 2008 alle 18:07

    Il linguaggio, la forma di vita.
    Lo stile e lo sfondo.
    Lo stile, come nozione gnoseologica, e l’intervento sull’ordine delle cose.

    C’è una cosa che non mi quadra in questi parallelismi. E perciò la butto li’.

    Se l’opera letteraria è un linguaggio che corrisponde a una forma di vita, questa forma di vita non è la stessa a cui corrisponde l’altro linguaggio: la lingua dello scrittore.
    La forma di vita che corrisponde all’opera letteraria è lo scrittore stesso, singolarmente.

    In questo senso tutti gli scrittori sono realisti, perchè partecipano della forma di vita di cui usano la lingua. Possono però diventare non.realisti se forzano tanto l’uso di quella lingua, che questa non trova più “lo stesso tipo di corrispondenza” precedentemente riconosciuto
    E’ un nuovo linguaggio che fonda una nuova forma di vita.

    Che poi lo stile sia “orientato” in quanto operazione gnoseologica, può essere del tutto vero, in quanto si costruisce in una battaglia perenne contro ciò che è intuito, ma non è rappresentabile, sino a placarsi in una poetica e uno stile maturo.
    Chi ci riusciva, una volta, veniva chiamato Vate. Ed era quello che dava il là. Erano loro che facevano la realtà a cui gli altri si uniformavano.

    Non sembrerebbe una cosa possibile oggi.
    Solo perché non è immediato considerare Bibbia e Vangelo come romanzi: non sono molto di più.

    Punto Frye contro Auerbach.

    “La critica della letteratura è ostacolata dalla fallacia della rappresentazione molto più che la stessa critica della pittura.
    E’ per questo che noi siamo portati a pensare alla narrazione come a rappresentazioni successive d’accadimenti in una “vita” esterna.
    Usati correttamente come termini critici, la narrazione d’un autore è il suo movimento lineare; il suo significato è l’interezza della sua forma compiuta”.

    NORTHROP FRYE, Favole d’identità. Studi di mitologia poetica. Einaudi, 1973, pag. 7.

  14. Raffaele Donnarumma il 4 novembre 2008 alle 22:08

    Ho letto Inglese con adesione. Il suo invito è l’invito a un lavoro molto lungo, serio e faticoso. Andrebbe fatto; e certo non qui: i blog letterari esistono appunto per impedire di argomentare. Sarei invece scettico sulla necessità (cui, infatti, non mi pare Inglese richiami) di mettersi a dichiarare principi filosofici o elaborare sistemi teorici: tutte cose sacrosante, ma non so, in questi anni, quanto utili alla discussione. Ne verrebbero affannose iscrizioni a scuole di pensiero, guerre di religione, articolesse parodistiche su magazine e inserti; mentre la rete, con tutti i suoi buchi, si lascerebbe sfuggire l’essenziale per buttare tutto in caciara. Sono d’accordo con Inglese: la critica è una parte della filosofia, poiché ha a che fare con il contenuto di verità delle opere, perché pone ad esse domande radicali, perché le mette nel campo dei problemi che contano. (La filologia è sempre il primo passo, necessario e ineludibile; ma ormai, è diventata il modo per inchiodare la letteratura alla sua materialità inerte; oltre che lo strumento di autolegittimazione di uno specialismo murato nelle stanze dei dipartimenti). Ma credo che, ora, questo lavoro di interpretazione si debba fare sui fenomeni, piuttosto che sui principi primi. Non troviamo un accordo su quelli, figuriamoci su questi! Spesso ci manca, oltre all’etica del discorso, una lingua comune con la quale discutere. Ricostruire l’una e l’altra sarebbe già una gran cosa (ed è proprio questo che mi fa prendere così sul serio l’invito di Inglese).
    L’esperienza estetica, pur con i suoi limiti, non si lascia comunque ingabbiare da nessuna ideologia (per me, è già una pena elaborare idee: figuriamoci le ideologie). Ma non credo di dover stare lì allocchito di fronte al che bello, al quanto mi piace, al come mi sono emozionato. Il lavoro che vorrei essere in grado di fare è critica dell’immaginario, della cultura, appunto delle ideologie. Quando rivendico il valore di una poetica, so che, da tutt’altra parte, può venire un bene altrettanto grande, se non migliore. La forza della letteratura (per avventurarmi in uno straccio di professione non di fede, ma di speranza) è appunto questo recalcitrare ai sistemi, questo non piegarsi a nessuna visione del mondo, ma, anzi, produrne di nuove. Sto qui a farmi aprire la testa. Perciò, sebbene rifiuti l’ideologia postmoderna (esiste una visione del mondo rinascimentale e barocca e manierista e illuminista: non dovrebbe esisterne una postmoderna?), trovo che ci sia molta verità in tanti libri postmoderni, siano quelli di Rushdie, di Pynchon, di DeLillo, o di Siti. Non ne ho trovata abbastanza, invece, nella letteratura che si è prodotta in Italia e che – a ragione – è stata interpretata come postmoderna; né credo che il postmoderno copra tutto l’orizzonte della letteratura italiana fra il 1965 (più o meno) e il 2000 (circa). Su Reed, dunque, Inglese ha ragione. Ma se alludesse al mio vecchio saggio «Postmoderno italiano: qualche ipotesi», dovrebbe vedere già dal titolo che la sua non vale come obiezione: a meno che non ci mostri che abbiamo avuto un Reed nostro connazionale.
    Di fronte alla polemica di questi giorni, Inglese fa dunque benissimo a non schierarsi; non so se faccia bene, come lettore, a godersi i nomi tirati in campo: il subbuteo delle lettere mette una certa tristezza.

    C’è un altro punto del discorso di Inglese su cui riflettere; ed è un punto su cui abbiamo tutti glissato. Inutile scannarsi su Calvino o DeLillo, sul postmoderno e la sua fine, sul realismo e le sue possibilità, quando si evade una questione più radicale. Non mi riconosco affatto in una «generazione di traumatizzati senza evento traumatico»; mi riconosco, invece, in una generazione che fa o ha fatto tutti i giorni i conti con il precariato. Come mai, questo, entra così poco nei nostri discorsi sulla letteratura? Come mai tutto quello che c’è da dire è che un oggetto da libracci e filmucoli destinati all’intrattenimento dei villani? Possiamo dimenticare che il punto di vista da cui non so quanti di noi prendono la parola è questo? Che è a precari, spesso, che parliamo? Siamo così spossesati di noi, così divisi, da affannarci ogni giorno per le bollette, e da recitare poi la parte di Cecchi o Contini alle Giubbe Rosse? È un tema così volgare, così basso, così sconveniente da meritare la rimozione o qualche ironia da Bagaglino? Per me, la prima necessità è giustificare quel che scrivo anzitutto di fronte a questa condizione. Non mi posso permettere il lusso di rispondere: lo faccio perché mi piace e ci godo, come se essere intellettuali equivalesse a stare nel circolo della canasta o al club degli amici del francobollo. Il foro interiore è bene pronunci i suoi giudizi; ma non basta. È lo stato delle cose, ogni giorno, a ricattarci. La condizione intellettuale di molti di noi è passata e passa attraverso la tentazione di mollare tutto, di darsi a dell’altro; e se vale la pena di continuare a star lì a furia di assegnini, borse, contratti a termine, collaborazioni saltuarie, non può essere per un puro bisogno di autoaffermazione, per i diritti del piacere (ma quale?) o per l’anarchia del desiderio.
    Dovremmo riflettere presto e sul serio su cosa vuol dire parlare di letteratura quando si è, o quando si è stati così a lungo, precari – senza nasconderci quanto profondi siano i meccanismi di autoinganno, di legittimazione illusoria, di mimetismo. Il rischio che ciascuno di noi corre è diventare un servo pronto a fingere e imitare la classe del padrone. E di fronte a questo, ci si può scandalizzare che si nomini la realtà? Ci si può stupire che chiediamo alla letteratura di non stordirci solamente con la vertigine delle finzioni, delle menzogne, delle laboriose inezie? Pure quelle sono servite, nella formazione di ciascuno di noi. Adesso, magari, preferiamo una letteratura che abbia più coraggio e, con i suoi mezzi, si metta in gioco di fronte a noi.

  15. andrea inglese il 4 novembre 2008 alle 22:22

    a soldato blu
    “Se l’opera letteraria è un linguaggio che corrisponde a una forma di vita, questa forma di vita non è la stessa a cui corrisponde l’altro linguaggio: la lingua dello scrittore.
    La forma di vita che corrisponde all’opera letteraria è lo scrittore stesso, singolarmente.”
    Qui non capisco che intendi dire. Un’opera letteraria è sempre e pressuppone sempre un intreccio di giochi linguistici e di forme di vita (non uno, ma molteplici). La peculiarità sta poi nel capire, semmai, in che modo l’opera letteraria è a sua volta un gioco linguistico, quello della narrazione romanzesca o quello dell’enunciazione lirica. Ma tra i giochi linguistici di cui l’uomo dispone ce ne sono tanti che non sono “realistici”, se s’intende dire con questo che stabiliscono una corrispondenza tra parole e cose. Pregare è un gioco linguistico che non ha bisogno di corrispondenza (ma anche raccontare una favola, descrivere un sogno, ecc.) e in questo senso cade sotto la citazione di Frye, ad esempio.

    Sono comunque contento che citi Frye, in quanto “Anatonia della critica” fa parte di quelle opere straordinarie che hanno mutato la storia della critica e la visione della letteratura, pur con tutte le correzioni e critiche che si possono fare.

  16. andrea inglese il 4 novembre 2008 alle 23:15

    a Raffaele Donnarumma
    personalmente non credo che “i blog letterari esistono appunto per impedire di argomentare”, credo che le discussione che i blog inneschino sopportino, per la forma e il mezzo in cui avvengono, un grado di complessità ridotta e di grande dispersione; ma hanno alcuni vantaggi: franca parola (che non è la derisione sistematica dei “leoni di tastiera”) e tempestività;

    si, certo, la discussione sui principi sarebbe in questo contesto fuori luogo, così come il richiamo a principi; infatti il mio breve pezzo può funzionare più per “sviare” la polemica che per rimpolparla; però non capisco una cosa, Raffaele. Da un lato dici: “elaborare sistemi teorici: tutte cose sacrosante, ma non so, in questi anni, quanto utili alla discussione.” E poi dici: “Spesso ci manca, oltre all’etica del discorso, una lingua comune con la quale discutere. Ricostruire l’una e l’altra sarebbe già una gran cosa”. A me sembra che l’elaborazione di sistemi teorici – senza dare a tale idea il peso terrorizzante di certi armamentari rigidi o farraginosi – potrebbe contribuire a ritrovare un linguaggio comune, pur nella diversità di selezione e valutazione dei fenomeni. Certo, se questo si fa, lo si fa a monte della discussione e dei dibattiti. Ma forse a valle, qualcosa di “utile” potrebbbe esserci. Io penso, per fare un esempio, al modo in cui i poeti fondatori di “Baldus” (Baino, Cepollaro e Voce) negli anni Novanta innovarono sia la poetica sia il discorso critico sulla poesia, utilizzando – anche solo molto parzialmente – il lavoro teorico di Bachtin.

    Sono poi molto contento che tu scriva: “Dovremmo riflettere presto e sul serio su cosa vuol dire parlare di letteratura quando si è, o quando si è stati così a lungo, precari – senza nasconderci quanto profondi siano i meccanismi di autoinganno, di legittimazione illusoria, di mimetismo.” ecc. Per me è diventato sempre più difficile parlare in certe occasioni di letteratura, facendo astrazione dal contesto e dalla condizione da cui parlo. E questa nuova attitudine ha cominciato a cambiare anche il modo in cui ne parlo. Ma questo discorso non vuole fissarsi in una nuova formula, la “retorica” del precario o del precariato. Anzi, vuol prendere atto di una cosa: i saperi se ne stanno andando dall’università. E non solo nel senso della fuga dei cervelli (dall’università italiana a una straniera), ma nel senso che se ne vanno ad esistere altrove, in altre forme. Una parte di precari si è semplicemente stufata di legittimare l’istituzione che nei fatti li sfrutta ed umilia, e sta trovando modo di impiegare altrove e diversamente le proprie competenze. Questo non certo in una logica da risentimento: che vorrebbe opporre chi è fuori dall’istituzione a quelli che stanno dentro. La logica è quella di celebrare e rivendicare la dispersione dei saperi al di fuori dell’università, che negli ultimi due secoli è stata il luogo deputato di formazione ed esercizio di essi. Ora molti “formati al sapere” se ne vanno altrove e si organizzano in modo diverso. E questo potrebbe interessare anche chi ci sta ancora dentro nell’università – ma ovviamente non parlo qui dei “baroni”.

  17. macondo il 5 novembre 2008 alle 01:30

    La separazione dicotomica tra stile e realtà, forma e contenuto ecc., che la critica letteraria, forse per sua natura non creativa, ripropone incessantemente mi pare forzata e non-reale, per l’appunto. E’ un po’ come dividere con un colpo netto significante e significato, e prendere poi partito per l’uno o l’altro, senza considerare che essi sono uniti e fanno tutt’uno col segno. Certo, quest’unione non è totale, e lascia fuori dei resti, che sarà compito della ricerca critica, filosofica, psicoanalitica di ogni epoca individuare e ri-proporre. In altri termini, forse un po’ lapalissiani: la realtà ha uno stile, e lo stile è sempre stile di una realtà narrata dall’opera letteraria.

  18. andrea inglese il 5 novembre 2008 alle 09:04

    “la realtà ha uno stile, e lo stile è sempre stile di una realtà narrata dall’opera letteraria”
    non so se lapalissiano, ma è un a magnifica sintesi; è proprio questo il punto.

  19. gherardo bortolotti il 5 novembre 2008 alle 11:22

    soldato blu: per stile come “operazione gnoseologica orientata” intendevo, in poche parole, che la conoscenza che avviene nello stile (se è questo quello che avviene nello stile) non è una conoscenza “pura” ma un modo di organizzare il mondo, un’operazione di ordinamento delle cose e sulle cose e, come tale, con un’immediata articolazione etico-politica.

    donnarumma e inglese: “Ora molti “formati al sapere” se ne vanno altrove e si organizzano in modo diverso”. mi sembra che questo passaggio, questa chiave di lettura basata sul “precario”, abbia molte più ricadute di quanto si possa dire ora. l’uscita dalle sede tradizionali dei vari discorsi (critici, letterari e così via) ha ormai numeri grandissimi e investe non solo le modalità di partecipazione, i ruoli, le sedi, appunto, ma anche lo statuto stesso dei discorsi. in questo senso è forse ancora più urgente iniziare un discorso sui sistemi teorici.

  20. gherardo bortolotti il 5 novembre 2008 alle 13:24

    e a proposito di ferruccio rossi-landi:

    http://www.ferrucciorossilandi.com/

  21. A. Morgillo il 5 novembre 2008 alle 15:46

    No. Carini. Lo stile è concezione del mondo.

  22. Raffaele Donnarumma il 5 novembre 2008 alle 18:23

    Il ristabilimento di un linguaggio comune per la critica può passare per due vie. Quella di massima è quella indicata da Inglese. È quella più radicale e forse doverosa, ma si espone al pericolo della teoria per la teoria, della lotta per bande, dell’applicazione selvaggia della filosofia alla letteratura (che ne diventa, così, una dimostrazione). Quella di minima è la strada del saggio, che, costruendosi un linguaggio non specialistico, scommette sulla possibilità di un’intesa. Si espone ai rischi del fraintendimento («realtà? ma cosa intendi per realtà? sublime? e cos’è il sublime?»), del soggettivismo, del pressappochismo. Ha però questo vantaggio: che, presupponendo sempre un confronto più o meno dichiarato con le filosofie e le altre discipline, scommette sulla possibilità di cavare il contenuto di verità di quel libro da quel libro, di quel fenomeno da quel fenomeno.

    Come mai il tema «cosa vuol dire essere intellettuali e occuparsi di cultura quando si è precari» riscuote così poco interesse? Le cose che dicono Inglese e Bortolotti vanno valutate nel loro peso: prospettano non solo la costituzione di nuovi saperi, ma anche l’abbandono delle istituzioni del sapere (anzitutto, dell’università) alla loro separatezza. Non stiamo parlando affatto della retorica dei precari (e speriamo che, se qualcuno mai ci legge, non si metta a fomentare per malafede questo equivoco). Eppure, nulla: mentre altrove i post si moltiplicano, i discorsi si avvitano su loro stessi, si ripetono come rivelazioni imparaticci vecchi di cent’anni, qui si tace. È solo perché questo discorso qui appare un po’ imboscato? Non credo: è già emerso negli scorsi giorni, senza che nessuno l’abbia davvero raccolto. Allora, davvero, siamo di fronte a una rimozione collettiva? Nessuno – e chi è stato o chi è precario per primo – ha voglia di riflettere su questa condizione, che non è, evidentemente, solo un condizionamento, ma potrebbe essere, come Inglese e Bortolotti notano, anche l’occasione per vedere, dire, fare delle cose nuove sulla letteratura? Siamo così incrostati di falsa coscienza?

  23. Alcor il 5 novembre 2008 alle 19:15

    In spirito di pace totale, questa domanda:

    “Come mai il tema «cosa vuol dire essere intellettuali e occuparsi di cultura quando si è precari» riscuote così poco interesse?”

    non la capisco.

    Non la capisco certamente per miei limiti. Non conosco la situazione. E non conoscendola non riesco neppure a collegarla alle cose nuove da fare in letteratura.
    Per precari intendete persone che vogliono entrare stabilmente e non possono nelle istituzioni scolastiche e universitarie?
    Per intellettuali si intendono solo gli intellettuali diciamo così inquadrati o che vogliono essere inquadrati?
    Ma non quegli intellettuali che lavorano o lavoravano nell’editoria e nel giornalismo, come per esempio Filippini o Bazlen?
    Mi scuso se faccio nomi di gente che ormai non c’è più, ma è solo per semplificare.
    Berardinelli, ad esempio, che non era precario, lo è diventato, e non mi pare che il precariato sia uno dei suoi temi privilegiati.
    Perché l’editoria e anche il giornalismo hanno sempre avuto precari intorno a sé. Gente che entrava e usciva e cambiava lavoro.
    Solo per sapere.

  24. gherardo bortolotti il 5 novembre 2008 alle 21:40

    donnarumma: la mia impressione però è che la domanda che poni, sul tema «cosa vuol dire essere intellettuali e occuparsi di cultura quando si è precari», risuoni un po’ a vuoto partendo proprio dalla prospettiva delle costituzione di nuovi saperi. sia chiaro: ho capito l’implicita esortazione a misurarsi con le “condizioni oggettive” e non posso che condiverla (anche se, per conto mio, osteggio la “tematizzazione” ;-). mi sembra, tuttavia, che sia ancora da capire se esiste qualcosa come un intellettuale professionista, in questi nuovi saperi, a cui contrapporne uno precario.
    quello che intendo è che forse queste nuove sedi, questi nuovi discorsi implicano anche nuove figure, nuovi “paradigmi”. e quindi mi sembra forse un po’ moralista il richiamo ad una falsa coscienza quando invece, magari, è proprio un’inadeguatezza di strumenti (e qui riprendo il discorso di cui sopra).

  25. andrea inglese il 6 novembre 2008 alle 00:39

    “Per precari intendete persone che vogliono entrare stabilmente e non possono nelle istituzioni scolastiche e universitarie?”
    e
    “Perché l’editoria e anche il giornalismo hanno sempre avuto precari intorno a sé. Gente che entrava e usciva e cambiava lavoro.”
    Allora, per parte mia uso sempre meno il termine intellettuali. Tanto in Italia – non so quanto a torto – è equivalente di merdosi, come il termine cultura è equivalente di merda. Il termine precario pure ormai sta perdendo di senso: per un semplice motivo che è una condizione ormai generalizzata. I precari non sono più bestie da circo sui cui fare gli istant book.
    Ma lascia che ti dica una cosa Alcor. Neanch’io ti capisco. Cosa vuoi dire? Che i precari che ogni settembre devono capire se lavoreranno o no, e dove e fino a quando, non devono stare tanto a menarsela perché anche nell’editoria si sta di merda? Solo che, ad esempio, del 60%, ad essere buoni, della merce editoriale che si produce, io farei tranquillamente a meno. Tu faresti tranquillamente a meno del 60% delle classi di scuola pubblica di questo paese? Lo sai che seppure insegnanti delle secondarie e traduttori letterari sono pagati entrambi una miseria, lavorare a casa o in ufficio alla propria traduzione è molto meno rischioso per la salute psichica che andare ogni giorno in classe? Ma forse ti ho capito male Alcor. O forse proprio non capisco cosa vuoi dire. Che ognuno deve stare sempre allegro, perché il nostro piangere fa male al re?

    “Gente che entrava e usciva e cambiava lavoro?” Si. Ai tuoi tempi forse. Molto meno ai miei.

  26. Alcor il 6 novembre 2008 alle 01:13

    Sì, non riusciamo a capirci.
    Tu senti dietro alle mie domande una specie di provocazione, che non c’è.
    Chiedevo, perché mi pareva che Donnarumma si riferisse solo a un tipo di precariato, un precariato “intellettuale”. Mentre tu, mi sembra, ti riferisci a una condizione generale della tua generazione.
    Tu dici, ai tuoi tempi e ai miei tempi.
    Ora, i miei tempi non sono stati i miei tempi solo quando avevo la tua età, sono i miei tempi anche ora. Non sono ancora morta, mangio, eccetera e per mangiare devo lavorare.
    Io sono sempre stata precaria, e con me una certa fetta della mia generazione, ma anche se eravamo e siamo precari singolarmente, il numero basso fa sì che non lo considerassimo un problema sociale, ma una iattura personale.
    Perciò mi chiedo, se è una condizione sociale ( e lo è non sono tonta), il problema posto da Donnarumma e il tuo sono uguali?
    Le cose da fare in letteratura di cui parla Donnarumma sono le tue stesse cose?
    Per questo chiedevo delucidazioni.

  27. andrea inglese il 6 novembre 2008 alle 10:24

    Si, la mia risposta irritata nasceva dal mio percepire il tuo intervento come una specie di provocazione. Ma rispretto alla tua domanda, e rispondendo per me, posso dirti questo. Vedo diversi ordini di problemi: nella’rticolo sopra postato, ho accennato all’esercizio della critica letteraria, da parte di qualcuno che non può appoggiarsi sulle due forme istituzionalmente legittimanti di questa attività, critico editoriale e critico accademico. Questa è una faccenda particolare, che a sua volta è connessa con questioni piu’ generali. La prima è quella del precariato accademico – come fenomeno particolare di un precariato piu’ diffuso. La seconda è quella del destino del sapere, nel momento in cui il grado di precariato accademico rende insostenibile il ricatto universitario e la gente se ne va, se ne va altrove, già ampiamente formata, e cerca un diverso utilizzo del suo sapere.

    Io ad esempio mi sono stancato di rimanere all’interno della logica feudale dell’accademia, logica in cui – come dicono gli storici del medioevo – ciascuno è “uomo di un altro uomo”. Ma questa è una decisione personale. Piu’ interessante è vedere come, malgrado questa scelta, io possa comunque continuare ad usare competenze e saperi acquisiti nell’università ma AL DI FUORI non solo dell’università, ma sopratutto al di fuori dei suoi modi, circuiti, ecc. Compito aperto, da definire, e di cui – comunque – NI è già un esempio non irrilevante.

  28. Alcor il 6 novembre 2008 alle 10:53

    Grazie, ho capito meglio, sì, penso che NI possa esserlo.

    (e cmq, come sappiamo, mi capita a volte di fare delle provocazioni, perciò non mi sono irritata per essere stata fraintesa, ma non le farei mai su questi temi, solo su quelle che mi sembrano incongruenze del discorso o posture o presunzioni o vuotaggini. Paradossalmente tu l’hai presa per una provocazione perché ho detto che intervenivo in spirito di pace:–))

  29. Marco Giovenale il 8 novembre 2008 alle 10:46

    Quel che scrive Fortini a proposito delle due posizioni del critico illumina mica poco. Parla del critico 1, in editoria, e 2, in accademia.

    Editoria e università. Tertium eccetera.

    La conseguenza è che il mondo vario e intiero per quanto è tondo, notoriamente non editoriale e accademico full-time, scappa e sguscia come gelatina da tutte le parti. Sfugge. Dentro questo bilocale proprio non ci cape, non ci vuole stare. Mica nascondi Cthulhu sotto il tappeto, eh no.

    Intendiamoci: Fortini è per tante (magari altre) ragioni un mio “autore di riferimento”. E — anche in questo caso — prendo a pretesto e prestito la dicotomia di cui sopra; nada mas; certo non ci chiudo dentro tutto Fortini. Ci mancherebbe. (Del resto cito anzi linko una citazione).

    Ma la stupefazione, maraviglia, resta e cresce. Specie sapendo e vedendo che “i migliori cervelli della mia generazione” dall’università (massime dalla italiana) scappano a gambe levate. E anche vedendo che di editoria spazzatura sempre più (e con ragione da scialare) si parla e straparla.
    Susurro: esiste altro, a partire dalla rete. Esiste quanto precisamente vive e fa testo senza e contro le istituzioni, senza e contro l’editoria infame infima infida.
    Ma virando bruscamente su un altro elemento del dialogo affrontato nei giorni passati su N.I., che poi è magari il primum, ossia la variamente articolata declinata endiadi realtà / testo (stili di), noto da commenti a vari post assai visitati e vissuti che la bio è gittata tuttodì nel silenzio.
    Geenna (con macchinici pianti e stridori) per chi già all’inferno è domiciliato. Per chi ha il trauma. O un lavoro decostruente. O niente lavoro.
    Esempio: nei commenti indiani degli scorsi giorni si leggeva di “adolescenze tumefatte” che lagnandosi online violerebbero incaute il proprio sperato riserbo, e così sfascerebbero i dilicati apparati genitali de’ leggenti (con facile effetto domino su milioni di anime, le tapine).
    Non critico ciò. Solamente e desolatamente osservo: è vero. Vero è che tanta impudicizia non è perdonabile (-ata). Come la realtà.
    Mi rendo conto, tutte le volte che cito anche per miseri 3″ netti nu guaio che m’è occorso, o che riguarda alcuno di comune conoscenza, issofatto il profilo oculare dell’udente si arcua e duole come vedi negli angioli di Giotto per la morte del Cristo.
    L’udente compiange, ti osserva, co-patisce, fa muro, e dura l’ascolto con un solo orecchio, mentre con graffi fuoricampo va disperato unghiando e tentacolando sul mouse alla cerca di uno “skip” cliccabile.
    Deh, come a ciò giugnemmo, frati? Pare che davvero se uno ha la mafia al fegato se la deve tenere e crepare e zitto. E allora uno ha un presidente del c******** e se lo deve tenere? Teneramente? Ecché? E come?
    Ma è così. “Non sta bene” dire che perfino nella civile Francia uno studioso di valore non trova dopo anni e anni uno sbocco se non di bile. “Non sta bene” far notare che uno dei maggiori filologi e traduttori dalle lingue antiche è disoccupato da 10 anni e passa. “Non sta bene” inviperirsi perché la persona che ha voltato in italiano più autori contemporanei francesi di tutti i traduttori italiani di romanzi di cacca (che però vendono) campa con uno stipendio di commesso. “Non sta bene” rilevare che è assurdo che un altro traduttore eccezionale, che di statunitensi si occupa, per sopravvivere faccia l’archivista inchiodato per ore al video.
    Ho appena “sottinteso” quattro dei migliori autori che conosco. Ma sono migliori — guarda tu il caso — in un contesto che NON è accademia e non è editoria maior (=di merda, surtout). Come la mettiamo con il bilocale di Fortini?
    Come la mettiamo con la realtà-realtà? (Non con il rapporto del testo con quest’ultima). (Su cui, da autore clus, farei discorso potentemente noioso).

  30. Raffaele Donnarumma il 8 novembre 2008 alle 15:48

    Credo che da precari si possa essere indotti a porre alla letteratura domande più radicali, a scegliere oggetti diversi da quelli consacrati dallo specialismo accademico o dalla chiacchiera e, soprattutto, a indirizzare uno sguardo differente su quegli oggetti. Ma, come dicevo, si può al contrario anche essere indotti a scimmiottare lo specialismo e la chiacchiera: se l’istituzione non mi dà una legittimazione, allora cerco di darmela da solo, e scrivo come se fossi un ordinario alle soglie della pensione (o, magari, già morto da un paio di decenni). Mi stupisce che anche il dibattito sulle nuove forme di realismo e sull’esaurimento del postmoderno abbia ignorato questo elementare punto di partenza: non era una pura questione di letteratura (e spero nessuno abbia ancora la malafede, o peggio, di ridurlo a uno sciapo contenutismo). La possibilità posta da Inglese e da Bortolotti, cioè di un’uscita del discorso sulla letteratura dall’università, è produttiva, ma anche scorante: abbandona l’università a se stessa, cioè al suo peggio. Resta però un’evidenza che mi disarma: mentre altrove i post si accumulano, e cascano come pere marce a terra dai rami troppo carichi del pero, qui ci si parla in quattro, si stenta, si arranca, si tace (o si divaga, proclamando truismi con l’aria di rivelare verità occulte o occultate). Dunque: esiste una rimozione collettiva, anzitutto dalla nostra parte, su cosa significhi essere intellettuali precari. Mentre proprio questa condizione ci mette sulla stessa barca della maggior parte dei nostri coetanei che hanno scelto lavori e mestieri tutti diversi, per lo più facciamo finta di niente, o ci comportiamo come se appartenessimo alla generazione dei nostri nonni. Cioè, ci rifugiamo in una separatezza da spettri, e rinunciamo a essere intellettuali.

  31. gianni biondillo il 8 novembre 2008 alle 16:18

    Dillo a me, Donnarumma.
    Pubblico un dialogo con uno dei migliori scrittori viventi al mondo, che parla del suo laboratorio di scrittura – dato che è stato chiesto da alcuni critici in questa discussione la voce degli autori – e nessuno di “voi” critici fa un commento. Forse perché Banville non è stato letto, non si sa neppure chi è? Forse perché (questa è una cattiveria) gli autori che citate, pro o contro, sono sempre quei 4, intercambiabili? Erano i loro commenti che volevate? Volevate la loro conferma/benedizione? O (che è la stessa cosa) opposizione?
    Spesso mi chiedo: ma fuori dei soliti noti, americani (qualche sparuto francese che fa vecchiaeuropa) e italiani, che cosa leggono i nostri cervelli critici?
    (e al primo che snobbisticamente guarda blog come NI con la puzzetta sotto il naso, faccio notare che in Italia solo qui autori come, ad es., Danilo Kis vengono citati da anni).
    A uno di questi critici che è intervenuto abbondantemente nella discussione misi in mano meno di un mese fa (non vi dico chi per pudore) un libro straordinario: Herta Müller, “Il paese delle prugne verdi”.
    Un capolavoro.
    Pubblicato, tra l’altro, da una piccolissima casa editrice, quindi neppure la questione (insulsa e demenzialissima) dell’odio nei confronti della macchina editoriale avrebbe avuto senso.
    In questo libro tutta la discussione “realismo vs. postmodernismo” o “formalismo vs. contenutismo” andrebbe in vacca.
    Solo che lei è autrice rumena di lingua tedesca.
    Il suddetto critico (che io ammiro, ben inteso) me l’ha restituito dicendomi, ironico: “non ho tempo per leggere tutto”.
    Avevo voglia di dirgli: “non hai tempo di leggere nulla che non stia dentro il recinto che ti sei costruito”.
    C’è un doppio binario di provincialismo: o l’americanismo cieco o l’italianismo ad oltranza. Il resto del mondo non esiste. In più: agli americani si permette pure il successo popolare, ai nostri “soliti noti” si esige che siano “autoriali” da subito, non invischiati con scritture pop, di genere o di successo.
    Non ostante la profusione di intelligenze e di intuizioni spesso illuminanti, tutta la discussione appare, perciò, viziata all’origine, secondo il mio modesto avviso.

  32. maria valente il 9 novembre 2008 alle 09:05

    Biondillo io la quoto in toto.
    Questa discussione è servita a farmi capire che non esiste discussione possibile con certa critica che viene qui a trattare il mondo dei blog con supponenza, tacciandoci di superficialità ed ignoranza, mentre mi risulta esattamente il contrario, il tutto aggravato dallo sguardo estremamente miope di una scuola, come la definiva Biondillo “paracrociana” che proprio non sta in piedi fin dall’inizio.
    ( io, ad esempio, non ho mai accolto la distinzione cui allude sopra, neanche con tutte le attenuanti concesse poco a poco al postmoderno nel corso dei dibattiti perché il punto sul postmoderno si fa, per me, a partire da Fredric Jameson).
    Spero solo che la rete -questo sì uno strumento democratico, aperto anche se ancora sommerso – un giorno o l’altro vi metta all’angolo come meritate voi, i vostri dictat, le generalità, i questionari e le opere usa e getta su committenza…



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