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Prospettive depravate. Gli archivi di Carlos Casas

di Rinaldo Censi

Straordinari, mi dice Carlos Casas. Parliamo dei film di James Benning che entrambi adoriamo. Dovresti vedere quelli di Peter Hutton, gli suggerisco io. Si annota il nome. Sono sicuro che Carlos impazzirebbe per At Sea o per  Skagafjordur, girato in Islanda. Peter Hutton è un vecchio marinaio girovago che ha studiato il paesaggio americano tenendo sottobraccio i testi di Thomas Cole, ha filmato il fiume Hudson, l’oriente indiano, l’est europeo. Carlos Casas un po’ gli somiglia. Ha realizzato documentari filmando gli estremi della terra: la Terra del Fuoco (Solitude at the End of the World, 2002-2005), i cacciatori di balene sulla costa di Bering, e la Siberia (Hunters since the Beginning of Time, 2008), o gli abitanti della zona di Aral, i pescatori uzbeki in Fishing in an Invisible Sea (2004). È un filmmaker globetrotter, Carlos Casas. Nato a Barcellona nel 1974. Studi d’arte (non c’erano buone scuole di cinema, mi dice). Ha lavorato per Fabrica, in Italia, e per questo parla un ottimo italiano. Lo immagino in perenne movimento con la sua telecamera digitale e poco altro. Filma luoghi sperduti e dimenticati da tutti; oltre ai film realizza anche quelli che lui chiama con precisione “Fieldworks”, riprese che a volte finiscono nel film e altre volte vengono pensate come installazione. Lavoro affascinante in cui all’immagine si unisce in questo caso un suono che è la magnetica captazione di onde radio: un fruscio sonoro continuo, a volte davvero furioso.

Anche quest’anno Netmage non ha deluso le attese. Si conferma il festival più eccitante in città, dove puoi incontrare due coreani usciti da un fumetto: uno dei due tortura con mestiere e minuzia la puntina amplificata di un giradischi facendone uscire un suono inaudito (molti camminano nell’antico salone di palazzo Re Enzo tappandosi le orecchie) mentre l’altro controlla la proiezione di film in16mm su due schermi (poi quattro), massacrati chimicamente. Uno spasso.

Qui a Netmage Carlos Casas non è stato invitato per presentare i suoi film (ma gli sarebbe piaciuto mostrarli nelle sale della Cineteca). Qui a Netmage presenta una sorta di work in progress. Neppure. Una specie di taccuino d’appunti piuttosto, un archivio fatto di immagini e suoni, Cemetery (Archive Works), in vista del suo prossimo film che spera di concludere entro il 2011, in India, sulle tracce di un cimitero degli elefanti e del Maharajah Joodha Shumshere. Un’installazione che lascia affiorare un’affezione e una grande curiosità per l’immagine cinematografica. Il suo taccuino indiano non è altro che l’analisi accorata di certi meccanismi di messa in scena presenti in pellicole “esotiche” realizzate a Hollywood tra la fine degli anni ’20 e gli anni ’50. Un lavoro di stratificazione delle inquadrature, ottenuto via computer. Nei tre giorni di festival, vengono proiettati ogni sera, su due schermi, due film hollywoodiani compressi in quattro strati come un millefoglie. Elephant Boy (R. Flaherty) e Tarzan the Apeman ( W.S. van Dyke) la prima sera, Chang (Cooper-Schoedsack) e The Jungle Book (Z. Korda) la seconda. Se parliamo di millefoglie è perché questa compressione al computer ha l’effetto di una vertiginosa e continua sovrimpressione dell’immagine e del suono. Sovrimpressione e rovesciamento dello scorrimento pellicolare. Il film viene compresso per una durata di mezz’ora e proiettato ad anello. Di notevole qualità plastica, ciò che emerge è la conferma di un modo di rappresentazione (quello hollywoodiano) e insieme la sua prospettiva depravata (lo splendore del primo piano per esempio è lavorato da figure umane che, in sovrimpressione, ne minano la sua compattezza). L’ultima sera, Casas proietta una selezione di sequenze di animali, dai film presentati nei giorni precedenti. Il procedimento questa volta è differente: la sequenza viene moltiplicata via computer e spostata di qualche frame: ciò che emerge è un rallentamento del movimento e il suo sfasamento, che produce qualcosa di simile agli studi di Muybridge o Marey. Una specie di linea gassosa altro non è che lo spostamento strisciante di un serpente; il movimento rallentato, la rotazione del volto di Mowgli prende le sembianze sfigurate di un Bacon. Anche il suono, la colonna sonora moltiplicata e lavorata, ha l’effetto di un mantra minimale e ipnotico.

Gli astanti osservano meravigliati, mentre Carlos sul fondo della sala controlla il tutto dietro a un mixer. Le persone entrano escono si siedono per terra, chiacchierano: ragazzi di vent’anni, per lo più. Si trovano perfettamente a loro agio. Forse aveva ragione Paul Sharits, quando già negli anni ’60 considerava le gallerie “spazi democratici”, meno “autoritari” delle sale cinematografiche. Per questo aveva cominciato a proiettare i suoi film lì.

L’articolo è uscito sul «manifesto» giovedì 28 gennaio.

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