Pubblico e poeti: una svolta civile?

3 febbraio 2011
Pubblicato da

di Matteo Fantuzzi, Lorenzo Mari, Francesco Terzago, Guido Mattia Gallerani

Nel saggio collettivo, Matteo Fantuzzi s’interroga sul rapporto tra l’ascolto del pubblico e il lavoro dei poeti, portando ad esempio l’attualità della corrente di “Nuova poesia civile” nel nostro panorama. A prova delle capacità d’apertura verso il pubblico di questo modo poetico, Fantuzzi indica Fabio Franzin come autore rappresentativo, in quanto in grado di creare una poesia che parli “non a pochi”. Lorenzo Mari riflette invece sulla necessità d’intraprendere un’adeguata ricerca stilistica per questo filone, che non si deve ridurre a un solo fenomeno tematico di aderenza ai temi sociali della nostra epoca. Alborghetti, Cattaneo, Cangiano saranno per Mari possibili luoghi d’incontro di una messa a punto di una poesia che si serve della lingua d’uso, mentre Carlo Bordini apparirà un buon modello di apertura intellettuale e dell’assunzione del ruolo del poeta ai giorni nostri. A questo punto, Francesco Terzago scende ad approfondire il problema di comunicazione fra pubblico e poeti, il quale forse proprio la “Nuova poesia civile” potrebbe contribuire a migliorare, gettando i germi di un’epica italiana anche poetica, nell’interesse di guadagnare un pubblico più vasto. La riflessione sulla “poesia dell’oralità” e sulla poetica di Luigi Nacci permettono a Terzago di concretizzare il suo discorso con indicazioni retoriche. Infine, Guido Mattia Gallerani riflette sulle peculiarità che la “Nuova poesia civile” può assumere nel nostro paese e nelle sue deviate dinamiche sociali. In tal senso, solo una sorta di “rivolta morale” può consentire la creazione di quelle premesse di divulgazione che avvicinino il pubblico, e non lo respingano.


Prove di responsabilità e lavoro.

Non nascondiamoci dietro un dito: se la poesia mediamente non viene letta, se non sposta le coscienze, se perde il proprio ruolo fondamentale nei confronti delle persone di essere strumento di crescita, confronto e dialogo la colpa non è della società. La colpa è dell’offerta.
Un’offerta che in Italia a partire dagli anni Settanta ha deciso in maniera programmatica di diventare materia solo di pochi addetti ai lavori, di una casta di privilegiati pronti a bearsi di sovrastrutture sempre meno funzionali al testo: enormi cattedrali senza fondamenta e soprattutto senza significato, che hanno reso incomprensibile la poesia e hanno soprattutto allontanato i più anche attraverso quel meccanismo di rifiuto che alimentato dal business delle case editrici “da sottoscala” (impresa sempre florida nel nostro amato Paese) ha permesso una sovrapubblicazione di qualsiasi pensiero in libertà rendendo se possibile ancora più complicato il panorama complessivo odierno per lo meno dal punto di vista della percezione dell’eventuale pubblico.
Rintanarsi nei classici alibi di questi anni “la poesia è un discorso per pochi…”, “bisogna che i poeti comprino i libri di poesia…” diventa infine qualcosa di fortemente banale e giustificativo nei confronti dell’attuale panorama, come se inevitabile fosse la crisi dell’intero sistema poetico italiano, come se gli eventi dovessero magicamente accadere e miracolosamente un giorno possano scomparire. Ma senza un impegno serio da parte di tutti e in particolare delle nuove generazioni (e di quella che in questo momento inizia ad emergere) non sarà possibile uscire dal baratro, e questo potrà accadere soltanto se contemporaneamente sarà possibile proporre opere e progetti in grado di andare là dove la poesia si è dimenticata di andare, tra la gente appunto, troppo impegnata a farsi bella nelle accademie.

Un esempio fuori dalla generazione: Fabio Franzin.

La fabbrica, il luogo centrale oggi del lavoro, da sempre terreno di sofferenza e di fatica, di consumo del corpo e di aberrazione delle condizioni. Oggi forse in un momento di profonda crisi ancora di più tutto questo vale, in una dimensione dove il precariato e la crisi internazionali, i flussi migratori e i nuovi lavoratori stranieri se possibile estremizzano tutto. E in mezzo da tramite deve essere posta la poesia: Fabio Franzin, poeta dialettale trevigiano, di una lingua parlata soltanto nell’Opitergino – Mottense, già egli stesso operaio nei mobilifici della zona si è imposto negli ultimi anni per la forza, il vigore, ma anche la delicatezza e la pietà che esce dalle sue pagine attraverso una lingua splendida ma nel contempo funzionale, leggera e cruda assieme. Franzin ci parla di questioni che conosciamo bene, e se per nostra fortuna non ne fossimo a conoscenza ce le sbatte giustamente in faccia, ambientando il libro all’interno di una fabbrica così vicina a un lager, così delicata nei propri equilibri, nella quale davvero riemerge rivista nelle pulsioni del contemporaneo tutta la generazione che Primo Levi ci aveva già fatto vedere nei propri scritti.
Gli ebrei umiliati dai nazisti sono oggi «[…] indiani, romèni e neri, / atei e cristiani, musulmani / o de jèova, del demonio / dea fame o del dio dei schèi, / tuti mis.ciàdhi, cussì […] (trad. indiani, rumeni e neri, / atei e cristiani, mussulmani / o testimoni di Geova, del demonio / della fame o del dio denaro, / tutti mescolati, così)», i padroni col loro controllo del lavoro nascosti dietro qualche angolo buio, con le loro barzellette alle quali si deve per forza ridere col capo prono rendono se possibile ancora più estrema la tensione quotidiana, ingigantita dalle pessime condizioni di sicurezza che portano ogni anno a migliaia di vittime e ferite. Questa è appunto la fabbrica, dura e umana: così la vita e così la poesia, Franzin ci consegna tutto questo in un solo libro che non lascia indifferenti come invece fa tanta Poesia italiana a cui ci siamo purtroppo abituati, se riprenderà il tratto sociale e in qualche modo civile del fare e leggere poesia allora si sarà fatto molto per tutti noi.

I problemi e le ipotesi per una soluzione.

Ricorre in molti luoghi, in molte voci, una disperazione che pretende il nome di felicità: la mancanza di pubblico e di mercato della poesia contemporanea garantirebbe estrema libertà e vitalità ai suoi autori ed eventualmente anche ai suoi – penultimi – fruitori.
È la retorica del “tanto peggio, tanto meglio”, che è, purtroppo, anche la base ideale di una politica senza sbocchi, nel contesto di una crisi che, come qualcuno ha scritto, ha la potenza di fuoco per spazzare via chi la soffre e chi la contesta, più che chi l’ha causata.
Se infatti l’assenza dai circuiti di mercato non solo delle piccole, ma anche delle grandi case editrici può coincidere forse con l’organizzazione di attività editoriali, letterarie e culturali che si pongano in una cosciente alternativa a quelle – non più – dominanti, non è chiaro come la riduzione, sempre progressiva, del pubblico della poesia possa risolversi in una “incredibile” vitalità dello scenario poetico. I conti non tornano, oppure si tratta dei soliti esercizi di vitalità, sempre assai vicini alla masturbazione.
Senza scomodare Josif Brodskij, per il quale l’evoluzione di una società si misura nell’ascolto dei suoi poeti (ma si trattava, con tutta evidenza, di altre coordinate socioeconomiche e culturali), si può comunque immaginare che là dove viene meno la comunicazione, nei due sensi, tra l’autore e il pubblico, si possono intravvedere, senza troppo sbagliare, scenari di elitarismo, di torri d’avorio, di scarsa attitudine a incidere nel mondo. Che è come abbandonarsi alle incisioni, ai segni dettati dal potere.
Questo discorsetto può forse essere assorbito e fatto proprio nell’ambito della trita e ritrita paternale, che affonda le radici in un pensiero che non si fatica a definire reazionario, contro la poesia definita “di ricerca”. In realtà, si rivela diretto verso tutte quelle forme – senza distinzioni di poetica, in principio – che di ricerca non sono, e vivono nell’angoscia di dover presenziare alla – per ora sempre ipotizzata e mai accaduta – morte della poesia: “proprio adesso che…”. Che, poi, è sempre un “proprio adesso che io…” o, al limite, “proprio adesso che noi…”.
Restando vicini ai testi, non si tratta dunque di misurare, semplicemente, quanta prosa sia presente nella poesia italiana contemporanea: il criterio di misura non è affatto sicuro, sia da un punto di vista retorico e letterario (come distinguere la poesia dalla prosa, e misurarne la reciproca compenetrazione?) sia da un punto di vista critico, legato all’analisi discorsiva (perché dovrebbe essere la prosa il banco di prova, in un contesto di moltiplicazione esponenziale delle narrazioni?).
In ogni caso, quello che finora si è considerata “prosa” – e “Prosa in Prosa” (AA. VV., Le Lettere, 2009) è uno dei testi-limite per esplorare questa linea logica e cronologica, lontana, in ogni caso, dal definirsi come scientifico-strutturale – è il luogo in cui emergono i nuclei simbolici, tematici e ideologici della comunicazione – da intendersi, naturalmente, in senso lato.
E se la già citata operazione letteraria di “Prosa in prosa” riesce ad esprimere un’idea di comunicazione vicina al modello che si è indicato, questo accade soprattutto nei momenti in cui si coglie, tra il mare magnum di riferimenti, anche la discendenza letteraria da Elio Pagliarani, o da Nelo Risi, o anche da altri poeti che hanno praticato la prosa in poesia – genere contro cui, polemicamente, si scaglia il paratesto, e buona parte del testo, dell’opera – senza cadere per questo in un minimalismo e quotidianismo che non è nient’altro che diarismo (nella sua versione, con ogni probabilità letale, del soggettivismo spinto e narcisista). Ed è chiaro come la poesia non possa essere “incredibilmente vitale”, oggi, se si limita a ripresentare questioni interne alla soggettività poetante – sia essa religiosa oppure laicamente positiva – e non si muove invece per interrogarsi sul sistema letterario, sulla comunicazione letteraria e sul suo avanzato stato di deperimento. (Sul fatto originario, ma non originale: “c’è qualcosa da dire?” e dunque: “da chi, a chi, dove, come, quando, perché?”.)
Guardando da questo limite al resto del campo, che non è necessariamente un “guardarsi indietro”, l’importanza della questione della comunicazione emerge ancor più stilizzata e netta in altre opere degli ultimi anni. Si va dall’opposizione alla neolingua del potere, che trova ampio spazio nella cronaca nera, soprattutto nella cronaca nera famigliare, del “Registro dei fragili” di Fabiano Alborghetti, alle deflagrazioni del tessuto sociale e culturale che punteggiano di bagliori sinistri – giustamente inquietanti – i testi di Simone Cattaneo, passando per una cronaca bolognese affatto lontana dall’esercizio di una critica militante, nell’esordio di Mimmo Cangiano…
Non sono poche le raccolte che pongono seri punti interrogativi sulla lingua in uso, sul fatto di potersi ritrovare nel suo alveo – o al di fuori di esso, ma consapevolmente – per avvicinare, o riavvicinare, chi scrive e chi legge.
L’offerta di sé del poeta, che è gratuità, ma di un tipo affine e divergente rispetto alla gratuità imposta da un pensiero economicista, non si può avvalere soltanto di un gesto compiaciuto e fine a se stesso (quale emerge sia nelle letture pubbliche, nei festival, che nei testi, in uno dei pochi veri punti di congiunzione tra queste attività, queste professionalità). È un gesto che riceve una qualificazione e un’articolazione più estesa quando arriva a essere un momento (strettamente in-necessario e in-utile, sia chiaro) di un movimento di prossimità, una fase in un processo di creazione e ricreazione di comunità (che non è mai soltanto “comunità letteraria”) e un passo nel cammino della poesia come fare.
La prossimità che così si (ri)costruisce è la prossimità di chi, per decenni, ha parlato di resistenza, di critica dello sfruttamento, di necessità della memoria, di ricostituzione (senza rifondazione) di un’azione politica, e di molto altro, permettendo il riconoscimento, o lo straniamento, in questa materia del lettore, dell’ascoltatore.
La comunità e il cammino, ipotetici, sono di chi scrive non solo per un popolo futuro, ma anche per un popolo che nel tempo presente si qualifica sempre più, e con sempre maggiore convinzione, come assente.

Un esempio fuori dalla generazione: Carlo Bordini.

Attestandosi su più livelli, e rifiutando quindi l’attribuzione unilaterale di etichette come “razionalismo onirico” o “dormiveglia vigile”, la poesia di Bordini immette la propria – apparentemente innegabile – solitudine psichica in un campo di tensioni più ampio, che non è soltanto “sociale”. In virtù di questo strabordare, si è di fronte a un modello testuale autentico di offerta della parola al lettore, di prossimità, di enunciazione di miti collettivi sui quali ritrovarsi per poi meditarne l’allontanamento ironico, alla ricerca di una riflessione lucida, accorata, che non ha l’obbligo di particolari inquadrature ideali, o temporali.
Accade così che con la pubblicazione nel 2010 della corposa antologia “I costruttori di vulcani: tutte le poesie 1975-2010” (Sossella) il percorso poetico di Bordini non si concluda, ma trovi nell’iterazione, con varianti, dei propri testi la conferma di un’inclinazione, da sempre presente, alla ripetizione (che spezza e invalida ogni autobiografismo) e a un verbalismo rapsodico che – non facendosi né canto né discorso ideologico – ha comunque la capacità di dire, raccontare, eventualmente spiegare (come coglie Filippo La Porta nella prefazione a “Pericolo”, del 2004).
È la stessa attitudine alla comunicazione che Bordini aveva ravvisato nei testi dei ‘marginali’, curando, insieme ad Antonio Veneziani, l’introduzione all’antologia “Dal fondo. La poesia dei marginali” (Savelli, 1978): “Erminia non vuole diventare “la voce delle puttane”, vuole solo essere Erminia, la puttana che vive e scandalosamente ci dà in poesia la nebbia, la notte, le scopate fugaci; Marco è e vuole rimanere un prostituto eroinomane, ci sbatte di fronte la sua nudità, la sua poesia dobbiamo leggerla perché è un SOS di vita, ma non chiede pietà, non chiede aiuto, chiede forse solo di camminare un pezzo di strada, magari con lui.
I poeti presenti in questo libro non scrivono per acquistare un “ruolo”, ma per comunicare tra loro. Anziché mediazione o sfogo solitario, la diffusione della poesia diviene rito e pratica “liberatoria”: parte di una devianza di massa che è sentita come il solo modo per sottrarsi, insieme, ad una società giunta al massimo grado di solitudine, di massificazione, di degradazione dei rapporti umani (…) si scrivono poesie perché non c’è altro mezzo per rompere i codici di un linguaggio “corrente” che si è ridotto, ormai, ad una serie di gerghi massificati, fatti di frasi morte, che non comunicano e non vibrano.”
Come i marginali, ma da una posizione leggermente diversa, Bordini ha saputo cogliere e praticare la distinzione fortiniana tra funzione e ruolo dell’intellettuale – in questo caso, del poeta. Non lui, in un accesso narcisistico, ma la sua scrittura si è fatta “poesia zoppa”, “demente”, “inutile” (come si legge nei titoli delle poesie, poi variamente ripetuti negli anni).
Conscio del rischio di demenza e follia che si coglie sperimentando la stessa tensione psichica dei marginali, dell’inutilità del ruolo del poeta, ma non della sua funzione, è, in ogni caso, nella “zoppía” che Bordini riversa un’immagine tutta politica: la “zoppía dei cortei” cui ancora Bordini prende parte e dei quali dà testimonianza nella serie denominata, appunto, “Corteo”. L’autore si rivela qui profondamente vicino alle istanze della contestazione politica e sociale della contemporaneità, vivendola visceralmente, al punto di riqualificare la propria posizione di ‘anziano’, cioè ‘non più giovane’ in relazione agli eventi, eppure, allo stesso tempo, analizzando la situazione con disincanto (da “Ricominciare da capo”: “che triste fine / per il 68 / finire in questa antologia! (…) C’è qualcosa da dire: / morire o rinascere / è la stessa cosa”).
Entrando, cioè, in pieno e con passione nello scontro generazionale che in Italia è sempre stata materia intellettuale e politica, senza uscire dalla retorica e farsi corpo, per mettersi a nudo.

(continua)

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48 Responses to Pubblico e poeti: una svolta civile?

  1. roberta sireno il 3 febbraio 2011 alle 21:47

    è la solita storia, siamo schiavi delle leggi di mercato e di manipolazioni mediatiche, ecc. ormai è inutile parlarne, secondo me l’unica cosa che può far risorgere la poesia in questo paese di fantasmi è farla ritornare alle sue radici pure: l’oralità. E non dico solo testuale, bisogna passare all’azione soprattutto tra i giovani, ci vogliono poeti carismatici in gamba che leggano poesia nelle piazze e nelle strade e che facciano vibrare cuore e sangue, bisogna scuotere le masse, la passività mentale, dare un bel sparo alle ideologie tramite l’amore per la cultura e secoli di tradizione letteraria. In una parola: dare voce viva e vibrante alla poesia, farla diventare carne in mezzo alle persone. E’ utopia, lo so, ma non per questo non realizzabile.

  2. lorenzo mari il 3 febbraio 2011 alle 23:48

    Roberta, mi fa piacere che accogli l’invito a riportare la poesia tra i suoi fruitori, fregandocene del nome sulla copertina, ma non capisco come questo si debba associare a un “bel sparo alle ideologie”. L’ideologia fa parte della vita delle persone, anche e soprattutto in un periodo che si suppone “post-ideologico”: questa categoria che rimanda ipocritamente, ossessivamente, all’Ottantanove sta legittimando l’esistente, tutto l’esistente, e negando ogni alternativa, anche quelle possibili. Del resto, anche l’utopia da te stessa evocata è ammessa come irrealizzabile. L’ideologia, che non si rintraccia in nessuno dei poeti che abbiamo citato come cecità di fronte alle alternative e agli scarti della società neoliberista e globalizzata auto-compiacente, è visione del mondo e progetto. Chiedere di sparare a questo è chiedere di sparare non solo alla poesia, ma alle persone e alla loro cultura. Alle loro idee prima che alla loro ideologia.

  3. andrea inglese il 4 febbraio 2011 alle 01:19

    cari autori del saggio collettivo,

    condivido la vostra passione per la poesia, e sono sempre contento di incontrare poeti generosi, che sanno parlare di altri poeti e suscitare curiosità, interessi, nei lettori.
    Condivido anche la vostra passione, che io chiamarei semplicemente “politica”.
    Il vostro discorso sulla “poesia civile” mi suscita, però, diverse perplessità. In ogni caso, tocca una questione importante. Che varrebbe la pena di affrontare, partendo proprio da percorsi e sensibilità diversi. Obiettivo, come ben sapete, non facile da realizzare. E’ più facile per me dialogare con un romanziere o con un artista visivo che con un altro poeta. (Eccezion fatta, per quei pochi, che sono in qualche modo poeti “fratelli”…) Tra simili-dissimili il dialogo è più difficile di quanto possa sembrare.
    Comunque intorno alla nozione di “poesia civile” c’è di che discutere e riflettere.
    Io comincerei col porvi una domanda. Conoscete Jacques Rancière? Di lui è stato tradotto in Italia, credo l’anno scorso, un libro di teoria delle letteratura molto importante, che s’intitola “Politica della letteratura”.
    Perché vi cito Rancière? Non per pedantemente sventolare una personale bibliografia… Il fatto è che sono convinto che la conoscenza di quel libro da parte dell’ambiente letterario italiano (poetico in questo caso), permetterebbe di affrontare vecchi temi secondo una visuale diversa e a mio parere molto feconda.

    Mi permetto poi di farvi una critica aperta su un punto preciso. Tra i tanti fili appassionati e stimolanti di cui è costituito il vostro discorso, c’è un filo che trovo fuorviante.

    “Non nascondiamoci dietro un dito: se la poesia mediamente non viene letta, se non sposta le coscienze, se perde il proprio ruolo fondamentale nei confronti delle persone di essere strumento di crescita, confronto e dialogo la colpa non è della società. La colpa è dell’offerta.”
    Io credo di capire qual è il problema che vi agita. Diciamo ci agita tutti. Ha agitato anche me, finché un giorno – quasi come nelle parabole di Wittgenstein – ho smesso di agitarmi. Non è che sia cambiato nulla, né in peggio né in meglio. Ma io ho la sensazione di dirigere meglio le mie energie intellettuali.
    Quel problema io lo chiamavo “l’incerta esistenza del genere poetico”. Ognuno di noi lo chiama come vuole, dal momento che tutti gli scriventi versi lo conoscono, inevitabilmente.
    Ma posto che il problema esiste (e andrebbe, come dire, “dimenticato”), il modo in cui voi lo formulate lo trovo, vi dicevo, fuorviante.
    Tutta la debolezza della frase sta nel termine che la chiude, che non è per nulla innocente, in tale contesto: “offerta”.
    Il termine offerta deriva da un vocabolario condiviso da noi tutti, quello dello scambio economico. E dico scambio economico, senza particolare connotazione demonizzante. Ma questo è.
    Perché mai voler far leva sull’importanza della poesia, scegliendo il versante economico: la poesia può funzionare se cambiamo il prodotto e abbiamo un prodotto che risponde davvero alla domanda.
    Voi avete davvero delle chiare idee su quale sia la “domanda” di poesia, per poter affermare che l’offerta è “sbagliata”? Io non ho le idee così chiare.

    Certo, per certi versi, anche a me capita di dire, assistendo a della micidiali letture di poesia, “Ma se la gente è venuta qui ad ascoltare un po’ di poesia e si becca questa roba qui, è chiaro che non oserà mai più tornare ad una lettura e tanto meno comprarsi un libro di poesia”. Insomma, circola sotto il nome comune “poesia” tanta roba di scarso interesse. E certo questo non rende il genere particolarmente popolare.
    Detto questo io eviterei di affrontare il discorso dal versante domanda-offerta, elitarismo-largo pubblico, incidere sul mondo-masturbazione.

    Queste sono categorie che si prestano a troppi equivoci. A volte, per non rischiare di essere equivocati, oggi, è meglio tacere certe cose. Non c’è nulla di peggio, infatti, di vedere il vostro discorso rimbalzare sulla bocca del vostro nemico, come se lui stesso l’avesse appena coniato.

    La parte più bella del vostro saggio è quella dove leggete altri poeti:Franzin, Alborgehtti, Bordini e anche “noi” di “Prosa in prosa”. Ovviamente non lo dico per piacere narcisistico. E’ sempre vera e indispensabile la “lettura” di un testo, sopratutto quando la si fa in modo spregiudicato e con passione come fate voi.

    Spero di non avervi troppo annoiato con questa sbrodolata.

  4. matteo fantuzzi il 4 febbraio 2011 alle 03:01

    caro andrea, capisco dove vuoi andare a parare e anche in questo sta qualche cosa che ci muove e che come dici tu conosciamo tutti bene. troppo bene. il problema è precisamente anche sui termini, di fronte a un’idea di “prodotto” come merce, fatto appunto per ricevere in cambio qualcosa va proposto al contrario come modello qualche cosa di gratuito, di generoso come dovrebbe essere lo stesso (insisto sul termine) raccontare la poesia (se vieni a casa mia stai certo che ti offrirò un bicchiere di buon vino senza per questo aspettarmi che tirerai fuori dalla giacca del prosciutto, ma se vieni ospite a casa mia perché ti dovrei offrire un bicchiere di olio di ricino ?). ora: quella stessa idea che va nelle piazze, nelle strade, nei bar come chiede roberta parte proprio dall’idea di offerta gratuita di offerta senza secondi fini che raccontare, spingere, riportare quante più persone possibili alla poesia, alla buona poesia non agli ombelichismi che conosciamo bene.
    gli esempi ci sono, si fanno festival, rassegne, letture in luoghi partecipati, condivisi, si organizzano rassegne nelle case e nei centri sociali, nelle stazioni dei treni e in mezzo alle campagne: la gente quando si fida arriva, arriva perché appunto in qualche modo ti sei messo in gioco, sei sceso dal palco e li hai convinti porta per porta a raggiungerti.
    poi bisogna convincerli, bisogna convincerli che la serata non è sprecata e che i loro preconcetti non sono reali (questo articolo nasce da una serie di polemiche proprio sull’inutilità della proposta poetica attuale e della mancanza di modelli autorali per le ultimissime generazioni, come se la vetrina di facebook potesse in qualche modo bastare ed evitare il confronto con la critica, con le riviste e infine col mondo “non virtuale”): questi autori ad esempio lo fanno, e noi tecnicamente parliamo di quello, di esempi, di buoni libri, di buone opere da raccontare e guardare con rispetto proprio perché lavori concreti che vanno in una direzione che riteniamo valida senza che per forza si scriva ad hoc, senza fare “la poesia che possa andare bene per gli operai di sesto san giovanni” o “per gli studenti delle contestazioni” (faccio autocritica anche considerando un paio di dialoghi che ho aperto altrove in questi minuti). facendo un lavoro che va oltre l’immediato per parlare piuttosto del complessivo. se al di là della teoria che avvolge un pochino il lavoro a 8 mani che abbiamo fatto rimarranno le opere di cui parliamo personalmente sarò già molto contento. rimane il fatto che una poesia d’élite… una poesia per pochi… ecc. ecc. non può essere l’alibi per non impegnarci nel fare una poesia che vada oltre i soliti schemi e possa anche essere raccontata, di cui si possa parlare senza imbarazzi. non pop insomma. non fast food, ma commestibile e nutriente quello sì.

  5. m. il 4 febbraio 2011 alle 06:18

    “ci vogliono poeti carismatici in gamba che leggano poesia nelle piazze e nelle strade e che facciano vibrare cuore e sangue”: gran parte della questione è QUI – ed è venuta da una donna, non da un uomo. con quale corpo e con quale voce – non si parla di *bellezza* esteriore, ma di *intensità* – i p. andranno nelle strade? in strada non basta un bel testo. il testo non basta più, dove la lettura non è più un fatto privato come una preghiera. la strada è spietata con i corpi, la strada è sensuale… in strada bisogna essere *gatti*

  6. Larry Massino il 4 febbraio 2011 alle 08:48

    è la poesia scritta sui libriccini che è in difficoltà. giusto l’appello all’oralità, ma non dimenticate che oggi sono le canzonette ad appagare il bisogno di poesia che nessuno può eliminare da nessuna società. che poi non sia la poesia che garba a voi, è un altro discorso.

  7. roberta sireno il 4 febbraio 2011 alle 09:44

    hai ragione, lorenzo, le ideologie fanno parte della vita delle persone. ma a volte ho la sensazione che le persone si aggrappino a tali ideologie perchè non sanno più come fare i conti con la molteplicità e la perdita di categorie oggi come oggi. per me non contano le ideologie ma i valori di base: rispetto, onestà, ecc. credo che oggi le ideologie stanno diventando sempre più paurose roccaforti che dividono, forse perchè le hanno imposte i grandi sistemi. la diversità è bellissima ma non per questo motivo dobbiamo armarci di categorie e far guerra di tutti contro tutti. inoltre molti oggi proclamano la “morte dell’arte”: e se anche questa fosse un’ideologia? e se dicessimo: l’arte non è morta, semplicemente si trasforma a seconda del contesto storico? e se la nuova arte fosse quella della contraddizione? insomma è tutto troppo complicato,lo ammetto, un circolo vizioso in cui cado io stessa.

  8. andrea inglese il 4 febbraio 2011 alle 10:33

    Mi è piaciuta l’idea di scambio vino con prosciutto. E confermo, in effetti, di non recarmi mai da amici poeti con prosciutti sotto la giacca. Ma il vino lo bevo, eccome.

    Non mi hai risposto, però, Matteo sulla domanda relativa a Rancière. Mi piacerebbe che gente come voi lo leggesse.

    Sulla questione offerta, ecc. Anche qui andrei, teoricamente, all’osso. Da un po’ sto riflettendo alla questione della poesia (ma non solo) nell’ottica del dono. Ma non del “dono”, nel significato comune, di regalino natalizio, di buoni propositi, ecc. Partendo proprio dai presupposti antropologici del dono, come analizzati dal un celebre saggio di Mauss. Se vogliamo togliere la poesia dal vocabolaruo dello scambio economico, che tanto è superfluo visto il suo destino editoriale, ha più senso ricollocarla forse in una prospettiva simile. Ma tutto ciò richiede anche un certo lavoro teorico. (Che molti considerano ormai superfluo, ahimé). Ecco: ho apprezzato molto, come ti ho detto, il vostro lavoro di lettura. Credo sarebbe importante affiancare questo tipo di lavoro a uno di carattere più teorico.

  9. azzurra il 4 febbraio 2011 alle 11:14

    non so se voglio convincere nessuno e non so se voglio essere convinta, non credo ci si debba ossessionare dal dover “portare la poesia” da qualche parte, a tutti i costi. non sono sicura che sia una cosa che migliori o faccia bene a prescindere.è una mancanza -se è una mancanza- che va inserita in un contesto ben più ampio di mancanze e cecità… forse basterebbe fare delle proposte, ma non per indottrinare o spandere il verbo. fare le cose perché si ha piacere di farle, invitando persone che si stimano e che hanno qualità e artistiche e umane di un certo spessore, e a me pare che quando è così le persone rispondano bene. non si tratta di poesia si tratta di condivisione e senso del collettivo. a me è questa idea messianica che mi angustia un poco. poi non so sto solo commentando a caldo non sono pronta per un saggio e non ho letto rancière, lo cercherò per capire meglio cosa vuol dire andrea.

  10. lorenzo mari il 4 febbraio 2011 alle 11:49

    Roberta: di nuovo, l’ideologia che sbarra la strada alla complessità e alla molteplicità non giova a nessuno, né a questo saggio né ai poeti che chiama in causa. E, di nuovo, il fatto che nel tuo commento emergano contraddizioni che ti sembrano insolubili può essere una spia di quanto dire “ah, la complessità del mondo attuale…” stia diventando luogo comune, e stia immobilizzando il pensiero, specie se mancante di visione e di progettualità. La morte dell’arte – della poesia, in questo caso – è un idolo buono per tutte le stagioni, mi sembra che in vari passaggi di questa prima parte del saggio ne diamo atto anche noi.

    Azzurra: qui non c’è canone o messianismo, solo una proposta di letture che si avvicinano a un modello più esplicitamente comunicativo della poesia che, come si dice, a un certo punto, ricostruisca un movimento di prossimità anche da parte degli autori stessi verso il pubblico. Che ricostruisca questo senso di condivisione e collettività portandolo fuori dalla comunità letteraria, che, nel caso della società dei poeti, è una società di poeti morti, ormai. E senza attimo fuggente. Se la soluzione è fare le cose perché fanno piacere, bisognerà capire anche che tipo di piacere è – se masturbatorio o condiviso – e lavorare in funzione di questa consapevolezza. Ma di certo non mi sento di dire che ci sono così tante persone che scrivono, e scrivono bene, da registrare un’incredibile vitalità della scena poetica in un momento in cui la cultura italiana nel suo insieme, come suggerisci anche tu, si sta rivelando bucata, lacunosa, manchevole.

    Andrea: Grazie del consiglio di lettura, personalmente non conosco Rancière, anche se ne ho sentito spesso parlare, ultimamente. Credo che l’impianto strettamente teorico del nostro testo sia passato in secondo piano di fronte all’esigenza di parlare di altro (come si vedrà anche nella seconda parte). In ogni caso, ci dai un ottimo spunto di lavoro.
    Detto questo, la collocazione della poesia fuori dal mercato editoriale è un dato di fatto, che produce i paradossi di cui si parla già nel “saggio”: una disperazione che si vuol chiamare felicità, eccetera eccetera… (E quindi non capisco come si possa dimenticare il problema, se il problema aveva motivo di essere posto. E Wittgenstein l’ho letto…)
    L’offerta di una poesia che, citando il commento di Matteo, non sia necessariamente fast food, non sia necessariamente pop, ma commestibile e nutriente, questo sì, vuole incidere proprio su questo fatto: avvertiamo il bisogno di tornare a dare, fuori dello scambio economico, se altrimenti non si può fare, per ricreare una comunicazione con il pubblico. (Scelta non obbligatoria per tutti, sia chiaro: non intendiamo dare lezioni di scrittura a nessuno! Scelta non obbligatoria, ma significativa, portatrice di significato…)
    Fatto questo, ma fatto davvero, con un’autentica messa in gioco dell’autore e della sua opera, si possono valutare anche altre azioni – anche fondate sullo scambio di beni, sull’acquisto di libri e il finanziamento di eventi… – che facciano della poesia un bene realmente circolante nella società. Oppure ci ritroveremo alle micidiali serate di poesia ombelicale e compiaciuta di sé, fatte per la gloria, eccetera eccetera.
    Dopo aver criticato per decenni la mercificazione del libro, non credo che ci possiamo esimere dalla critica della sua esclusione sociale, economica e politica, in buona sostanza, dell’invisibilizzazione del libro (specie se di poesia).

  11. Rend il 4 febbraio 2011 alle 12:46

    Io credo che prima di tutto vada ricercata la poesia in se, e non una giustificazione della poesia in questo o quell’ambito (sociale, accademico ecc.). In altre parole io credo la poesia debba essere prima di tutto universale. Se questo accade, se una poesia è universale, sarà allora anche civile, e non solo rivolta agli addetti ai lavori.

    Ricercare o auspicare una poesia che sia civile è secondo me un modo di ingabbiarla e piegarla a tematiche e linguaggi che rischiano di non farla più “vera” tra una ventina d’anni, tanto per dire; e di farla democratica nell’accezione peggiore del termine: cioè facile, immediata, in cui tutti possono riconoscersi e partecipare. Credo che ciò non sia mai avvenuto nella storia della poesia, se non in alcuni casi connessi a particolari momenti storici, che l’hanno (come dicevo prima) legata e paradossalmente slegata dal resto della storia. Cosa che per esempio non è avvenuta in Montale, che non è stato certamente un poeta-civile, ma che grazie all’universalità della sua parola non ci sembra nemmeno staccato dal tempo storco (tragico) in cui ha scritto La bufera e altro.

    Stessa cosa penso della poesia letta nelle piazze, per esempio.
    Secondo me il rischio lì è che la poesia viva solo in quel momento della recitazione, dissolvendosi in essa. La poesia ha bisogno (per chi la fa, e chi la legge) di concentrazione, rilettura, solitudine: che non dovrebbe essere certo fuori dal tempo e a-storica; ma ribadisco che se una poesia è tale, distinzioni tra civile e accademica, tra aristocratica e democratica si dissolvono.

    Ovviamente non voglio ridurre il discorso in modo drastico e semplicistico: la problematica della poesia espressa nell’articolo e nei commenti è estremamente complessa. E’ certamente vero per esempio che in Italia lo studio della poesia è affidata ad una scuola incompetente: che non suscita interesse negli alunni; così come c’è una poesia che sopravvive solo per se stessa, arroccata nelle accademie. Dall’altro c’è la questione paradossale: ci sono più poeti che lettori di poesia. E poi i critici, che sormontati da tale fiume di libri di poesia, trascinati da essa, tendono sempre più ad aggrapparsi all’accademia col rischio di isolare se stessi e la critica dalla realtà poetica del momento storico.

    Non so, forse mi sono espresso malissimo ma vado di fretta. Ma la questione mi sembrava troppo interessante per non lasciare un commento, anche scritto di getto.

  12. Francesco Terzago il 4 febbraio 2011 alle 12:49

    La domanda è: come diffondere la poesia? Come riportare la poesia, la letteratura alle persone? Il problema è molto più ampio, riguarda i vizi stessi dell’intero sistema editoriale; qui ci concentriamo solo su quello che ci sta veramente a cuore: l’offesa, minuscola, provinciale poesia italiana. Questo scritto può essere impiegato come metafora di certe urgenze. Scrivere significa veicolare un messaggio, avere dei riceventi. Ecco, poesia è, trovandoci davanti a un componimento, il passaggio che compiamo da un piano di lettura a un altro piano di lettura. La mia intenzione era mettere al centro l’idea 1) di un ricevente e 2) della pragmatica della comunicazione poetica. Ma in realtà, almeno di comunicarla, l’esistenza della poesia. In sostanza avere ‘scopo’.

  13. gherardo bortolotti il 4 febbraio 2011 alle 13:48

    direi che lo scambio tra matteo ed andrea finisce per instradare nel modo migliore la questione. perché al fondo il punto è proprio che qualifica dà l’aggettivo “civile” e/o che qualifica vorremmo fornisse.
    il richiamo a rancière, per esempio è ottimo nel senso che quell’autore mette a disposizione una serie di strumenti concettuali per capire in che termini è politica la letteratura. perché appunto parlando di poesia civile ci poniamo la questione di che rapporto con la polis, con la comunità instaura e può instaurare nella fattispecie la poesia ma poi la letteratura tutta.
    parlare di poesia politica chiaramente, come dice matteo, non è porsi il problema di fare una poesia per gli operai di sesto, ma convincere chi la poesia l’ascolta/legge di aver avuto qualcosa, che “la serata non è sprecata” (in altre parole, anche un po’ rozze: di essere entrati come soggetti in un circuito che ci riconosce e non di aver subito la liturgia di un rito che riguarda altri).
    in questo senso, però, mi sembra che vada considerato il fatto letterario nella sua interezza e ci siano parecchi rischi nel riportarlo al dato linguistico, al problema del linguaggio corrente, della sua infrazione etc. continuando piuttosto a ricordare che la letteratura è (anche) un’operazione sull’immaginario, sui termini della realtà, del soggetto etc. etc. (e si tornerebbe di nuovo a rancière).

  14. matteo fantuzzi il 4 febbraio 2011 alle 14:20

    nemmeno io ho letto rancière, l’argomento certamente mi interessa anche perché sono convinto che i poeti debbano fare poesia e non politica (l’ho detto pure all’assemblea di calpestare l’oblio l’altro giorno a roma) e ti ringrazio della segnalazione. ribadisco un poco per le resistenze che qua e là emergono che questo lavorino nasce dall’esigenza di fare vedere che determinate teorie che negli ultimi sono emerse nei confronti delle ultimissime generazioni non sono assolute, e non è assoluta nemmeno l’arrendevolezza nei confronti del sistema dei fruitori letterari. e la cosa si può fare anche partendo da esempi che nel normale modo di intendere la cosa poetica italiana non andrebbero considerati, perché non è stato toccato un centro di “potere editoriale” come milano e addirittura c’è un espatriato come alborghetti che è dovuto diventare svizzero per ottenere considerazione. franzin poi lavora su un dialetto che forse copre un territorio di qualche decina di migliaia di persone (e che non tutti parlano) e avanti così.
    non siamo certo stati noi a parlare di baggianate come “i poeti sono solo a milano” o “credo che non sia più possibile parlare a un pubblico della poesia ma la poesia rimane questione per pochi eletti”, sono termini che non appartengono nemmeno alla generazione di andrea ma a quelle precedenti e che a nostro avviso con le opere (nostre e altrui) si possono civilmente e rispettosamente confutare. non è nemmeno un problema di generazioni, perché penso a gente come franco buffoni che ha lavorato molto per il dialogo e la fruizione poetica, è il problema di chi magari pensa che il male sia incurabile e si siede in salotto aspettando una presunta morte.
    a nostro avviso non ci troviamo di fronte a un cadavere.

  15. matteo fantuzzi il 4 febbraio 2011 alle 14:29

    (e poi si deve parlare di come fare, rispondo anche a gherardo e rend dato che i commenti si stanno sovrapponendo): l’anomalia insisto è però italiana, se penso a walcott o a heaney le cose avvengono in maniera naturale, si parla di quello di cui si vuole parlare senza secondi o terzi fini e ci si ritrova naturalmente di fronte all’interlocutore, alla polis. il motivo per cui questo in italia non accada è qualcosa sui certamente negli ultimi anni s’è molto discusso, un problema che oramai si conosce. ora bisogna iniziare a proporr farmaci per sconfiggere la malattia e non farla diventare pestilenza.

  16. Il fu GiusCo il 4 febbraio 2011 alle 15:35

    Dieci anni fa Atelier usciva con un numero monografico, mi pare il n.24, dedicato alla “responsabilità della poesia”, nel quale tutti gli intervenuti (ventenni più o meno come voi) mettevano sul piatto quel che adesso state mettendo, molte volte antecedendo le proprie stesse opere venute solo dopo. Si delineavano i seguenti indirizzi: futuristi, recupero della bellezza, realisti, dono, biografismo, impegno civile. All’ultima categoria contribuirono Rivali, Desiati, Tuzet, Piergallini, Pisanelli, Italiano, Severi. Soprattutto Piergallini ha poi dato seguito ai suoi intendimenti, sia in lettere che in politica attiva.

  17. Chiappanuvoli il 4 febbraio 2011 alle 17:23

    Chiedo perdono ma, per questioni di tempo, non riesco a leggere tutti i commenti. Vorrei comunque dire la mia sulla poesia premettendo che a) non leggo poesia, mi contamina, mi influenza e, senza note biografiche o un minimo di spiegazione della poetica dell’autore, lo ritengo snervante, resta la mia impressione sull’opera (certo legittima e importantissima) ma ben poco (spesso) si capisce del messaggio dell’autore; b) scrivo da 1996, ho composto quasi un migliaio di “cose”, e lo dico per dimostrare che mi ci sbatto da tempo; c) non fanno per me le discussioni sulla Poesia, preferisco parlare di una poesia, quella che almeno ho letto; d) da persona che usa la penna, però, in ogni componimento c’è insita una riflessione, un pensiero sul lettore.

    Concordo sul fatto che la poesia debba riavvicinarsi al lettore e, francamente, sono d’accordo anche nel ragionare in chiave economica, ragionare sul prodotto e sulla relazione domanda/offerta. Ma non è una questione facile. Complessa è la chiave di interpretazione del lettore e complesso è uno scritto e complesso è il mare nel quale i due si incontrano.
    Quel che sto facendo con il mio materiale, dunque, è una sorta di semplificazione. Il mio scrivere è molto personale (dopo anni capita che non ricordo di cosa stavo parlando in un componimento…). Semplificare perché alla fine il messaggio in una poesia si può ridurre ed è quella singola impressione che in primis deve “passare” al lettore. Il resto, ossia la struttura del verso, la metafora, le figure retoriche, ecc, ecc li considero quasi masturbazione (e devo ammettere di essere un grande patito).
    Dall’altro lato ho un lettore che non mi conosce (non sono famoso) e che non è assolutamente mai “disponibile” al testo. Anche lui ha i suoi diritti e merita di essere aiutato e indirizzato.
    Resta il mare di cui sopra. Per ovviare all’incomunicabilità e al declino della “mia poesia” faccio dei reading. Li accompagno con foto, video, musica, attori, musicisti, coreografia, interpretazione ecc. L’importante è: quel messaggio di fondo che il mio scritto contiene e che nelle serate tento di riprodurre, ricreare in forma di emozione. La poesia diamine è emozione (sulla quale si spera che il lettore ragioni in seguito).
    Questa è la mia testimonianza, spero stimoli la discussione.

    Ah, infine, sul fatto che la poesia debba trattare o meno temi sociali: non ne discuterei neanche, è ovvio che è il suo DOVERE, oltre a sbrigliare (o imbrigliare) le emozioni e prevedere gli scenari futuri.

    Scusate se sono stato troppo autoreferenziale.

  18. Luigi B. il 4 febbraio 2011 alle 17:30

    due cose due:

    1. a mio avviso, come direbbe un mio vecchio prof di matematica, il problema è mal posto.
    Francesco si/ci chiede: come diffondere la poesia? Bella domanda! poi però precisa: Come riportare la poesia, la letteratura alle persone? Ecco: qui, a mio modo di vedere c’è l’inghippo. Secondo me bisognerebbe vedere il problema (se ciò di cui stiamo parlando può essere definito “problema”) da una prospettiva opposta e complementare: come riportare le persone alla poesia, alla letteratura?
    sembra uno stupido giochino retorico di chi vuol cercare il pelo nell’uovo ma credo che la differenza tra le due prospettive sia sostanziale.

    Al momento il problema si pone in quanto il poeta che parla al pubblico somiglia molto ad un uomo che cerca di parlare ad un cane. Il linguaggio, i tempi ed i sistemi di riferimento, l’atteggiamento nei confronti della vita e della parola, l’esercizio dell’immaginazione, i riferimenti culturali etc. sono completamente diversi – e qui credo che si possa essere tutti d’accordo. Le soluzioni sono fondamentalmente due: avvicinare l’uomo al cane facendogli parlare il canesco; avvicinare il cane all’uomo facendogli capire l’importanza dell’universo contenuto nella lingua. Nel primo caso il successo di pubblico a breve termine è assicurato, come gli ululati, i ringhi e gli abbaiamenti vari da parte di tutti. Nel secondo caso voglio sperare in un risultato migliore o, almeno, differente e sicuramente non a breve termine e molto più oneroso (sia economicamente che energeticamente).
    Come dicevo sempre a Francesco in un altro suo pezzo di qualche settimana fa, non possiamo auspicare alla poesia le stesse sorti dell’alfabetizzazione di massa che, invece di elevare il livello culturale degli analfabeti, ha abbassato il livello culturale della cultura per renderla accessibile a tutti. Ora, non sto dicendo che l’intento vostro sia questo, però mi chiedo: cosa esattamente, e in termini pratici, significa l’affermazione di Fantuzzi secondo cui “non fast food, ma commestibile e nutriente quello sì”? non riesco a vedere il “giusto compromesso”.

    2. una cosa non mi è ben chiara: qui (e con “qui” intendo ogni volta che si parla di questo annoso problema della poesia) ci si sta interessando del pubblico nell’interesse del pubblico o nell’interesse del poeta? Perché anche in questo caso la prospettiva è diversa.
    Se si discute nell’interesse del pubblico è ad esso che bisogna pensare e di esso che bisogna preoccuparsi. E per pensare e preoccuparsi del pubblico è necessaria una operazione “culturale” secolare prima di arrivare ad un reading e leggere le proprie poesie o aspettarsi che si vendano più libri di poesia perché si è messo dentro un po’ di rap o slang etc. (Vedi esempio dell’uomo e del cane).
    se si discute nell’interesse del poeta, la questione si riduce ad un complesso di inferiorità mediatica a cui tutti siamo sottoposti, a maggior ragione chi si rivolge appunto ad un pubblico. Che i poeti non se li caghi nessuno non è proprio una novità; gli ultimi poeti “influenti” sotto un punto di vista mediatico e culturale che mi vengono in mente sono Fortini e Pasolini, ma il loro impatto mediatico e la loro influenza non erano certo dovuti al loro essere poeti!
    Sempre se si discute nell’interesse del poeta e non del pubblico in sé, non mi pare che le cose vadano poi così male (a meno che non si pretenda di vivere di rendita come una rockstar): se si fa un “reading” (poi se volete un giorno parliamo anche dell’utilità del reading…) è sempre pieno o molto pieno o comunque qualcuno lì seduto ad ascoltare c’è. Di posti e iniziative di questo genere ce ne sono da buttare e non trovo vi siano particolari ostacoli. Diverso è se si parla di iniziative più progettuali e a lungo termine. La questione che in Italia pare sempre funzionare tutto peggio dello Zimbawe mi pare in questa occasione un po’ eccessivo. Ho vissuto in 3 paesi diversi (USA, UK e Spagna) e non mi pare si parlasse tutti i giorni di poesia, anzi! Quindi, se ci sono delle differenze sarei grato a chi le ha notate di potermele descrivere (in cosa è “meglio” in altri paesi? l’editoria? i reading? le recensioni sui giornali? i poeti in tv? o il numero di libri di poesia venduti?)

    Mi schiodo.

    Luigi B.

  19. lorenzo mari il 4 febbraio 2011 alle 18:11

    Il dilemma dell’uomo e del cane? Un po’ antico, no? Le questioni del pubblico, del pop, del complesso di inferiorità mediatica sono già state affrontate da ogni arte che si è voluta definire “sociale”. (E io, personalmente, mi rifaccio a chi diceva, e a chi dice, che paragonare il pubblico a dei cani è un po’ snob… O comunque è un tratto speculativo che non denuncia nessuna Umanità da parte dell’Uomo, che poi dovrebbe essere rappresentato niente meno che dal Poeta…)
    Diversa la questione sull’anomalia italiana, che è un fatto, oggi, di egemonie sottoculturali e simili, che pochi altri paesi, per il momento, possono vantare.
    Quanto al campo della poesia, la disfunzione è editoriale (nessun investimento vero – e altrove ci sono!) e sociale (la funzione sociale del poeta è, oggi, pari a zero: rispetto ai vati nazionali e transnazionali come Walcott e Heaney, noi possiamo vantare al massimo qualche sedicente poeta, anzi uno solo, invitato a dare commenti agghiaccianti al tg1 di Riotta, e qualche altro sedicente poeta sbugiardato al Grande Fratello, e poco altro).

    Credo che con queste generalizzazioni si perda il portato critico specifico del nostro intervento, le analisi delle singole opere proposte, il fatto che dentro la poesia cosiddetta civile, che abbia certi limiti o no, vi possa essere oggi un rinnovamento basato su un modello comunicativo più esplicito, e il quesito dulcis in fundo se questo non faccia bene al panorama poetico intiero oppure no.

  20. lorenzo mari il 4 febbraio 2011 alle 18:11

    “se questo faccia bene”

  21. Francesco Terzago il 4 febbraio 2011 alle 18:12

    @Luigi.
    Be’, andando avanti per immagini accessibili…
    Un cuoco professionista è capace di farti, oltre che cucina sperimentale, un buon piatto di pastasciutta, la migliore pastasciutta che tu possa mangiare. Una pastasciutta che non riuscirai mai a cucinare da te, a casa. Sarai costretto a ricordare quel sapore, il significato di quel sapore – ricorderai più quel piatto di cucina comune che non una mousse ricoperte di scaglie d’oro – l’eccezionalità stessa di un piatto simile lo rende banale, omologante: inelegante. Quel cuoco, se sapesse fare solo cucina sperimentale dovrebbe appendere il cucchiaio al muro.
    Un professionista della ‘parola’ può sia scriverti una ‘supercazzola’ inaccessibile (se non corredata di un buon impianto di note, vergate dallo stesso autore o da un critico compiacente) come una poesia ‘stratificata’, la poesia che ho in mente, è come la pastasciutta di cui parlavo sopra. E la stratificazione, invece, si determina nell’atto dell’interpretazione della poesia (penso a che cosa significhi rileggere Calvino da bimbo, da ragazzo, e da adulto, da anziano).

    La pastasciutta-poesia può essere ‘fonte sublime di riflessione di senso’: si adotta il linguaggio del mondo (codice italiano neo-standard che ha subito una letterarizzazione) versato in un ‘contenitore’ semantico di un certo tipo.
    Vedo la poesia in termini di funzione (linguistica) e nella linguistica qualsiasi codice ha la sua dignità. Tutto dipende da che cosa facciamo di questo specifico codice. Simulare il linguaggio comune, se conosciamo la letteratura, è uno sforzo notevole, estremamente letterario. Rendere eccezionale il quotidiano, mettere in risalto certe immagini, certe urgenze della società, senza cadere nella propaganda è un’impresa ardua.

  22. Luigi B. il 4 febbraio 2011 alle 18:51

    @ Lorenzo:

    L’uomo e il cane antico? Forse. Di certo il problema della poesia e del pubblico non è questione dei giorni nostri.

    ci tengo a precisare che nell’esempio dell’uomo e il cane io sono il cane. Detto questo, per non urtare la sensibilità di nessuno e per non apparire snob, diciamo l’uomo e l’extraterrestre che parlano due lingue diverse (scegli tu se il pubblico è l’uomo o l’extraterrestre); oppure il tedesco e l’inglese quando ancora non si studiavano le lingue.

    detto questo, ora mi dici dove non ci sono le disfunzioni editoriali? in quale paese? quali editori? con quali risultati?

    mi spieghi anche in cosa consiste la funzione sociale di Walcott e Heaney? cosa fanno nel loro paese che non potrebbero fare in Italia? quanti loro concittadini sanno chi sono, cosa fanno e leggono le loro opere?

    non era mia intenzione sminuire il portato critico dei singoli autori. Io ho semplicemente proposto delle questioni partendo dagli stessi presupposti da cui siete partiti voi ed arrivando a conclusioni differenti: la poesia civile non salverà la poesia né tantomeno il mondo. La trovo una soluzione riduzionista, a meno che con poesia civile non si voglia intendere la già citata universalità della poesia. E comunque le domande che ho fatto attendono sempre una risposta.

    @ Francesco
    di supercazzole poetiche ne ho personalmente scritte tre intitolete proprio supercazzole poetiche. Quindi so perfettamente a cosa ti riferisci. Ma andando al tuo esempio culinario che calza a pennello, non c’è bisogno della nouvelle cuisine per derubare il cliente affamato: posso farti tranquillamente una supercazzola con la pasta asciutta. Se la poesia è arte e se nell’arte la forma predomina sul contenuto non è solo una questione di ingredienti (parole e lessico) ma di come li si mescola assieme nella giusta dose ed al momento opportuno. Qui io non sto dicendo che bisogna utilizzare paroloni a vanvera per fare una poesia. Io sto affermando che se con parole semplici o più ricercate io costruisco una qualsiasi figura retorica che simbolizzi, allegorizzi, metaforizzi una sfera della condizione umana e tu non sei “preparato” a riceverla perché la tua sensibilità è quella di un topo morto davanti al televisore mentre guardava Porta a Porta o il GF la tua vita non cambia la mia nemmeno e non abbiamo fatto niente. Semplificando: se io sono un ottimo cuoco e ti preparo la pasta asciutta più buona del mondo ma tu sei un troglodita che mangia con le mani, quando finirai il piatto il rutto sarà il tuo commento più eloquente. Non so se mi sono spiegato meglio ora (io faccio parte sempre dei trogloditi che ruttano, per non sembrare snob).

    Luigi B.

  23. Luigi B. il 4 febbraio 2011 alle 18:53

    sepre a Francesco:
    dimenticavo che il rischio di fare la pasta asciutta più buona del mondo con dei trogloditi è quello di ritrovarsi il mondo pieno di cuochi!

    Luigi B.

  24. lorenzo mari il 4 febbraio 2011 alle 19:53

    bene, niente uomo e niente cane. (tra pastasciutta, fast food e nouvel cuisine siamo già ben equipaggiati di metafore, vedo…)

    e niente snobismo. (ma anche nessuna opposizione pregiudiziale all’alfabetizzazione di massa e alla cultura pop, non sono la causa diretta dell’emersione di una falsa democrazia artistica e di altri fenomeni che dire opinabili è dir poco, e son d’accordo. ma non c’è rapporto di causa-effetto, credo.)

    in tutti i paesi ci sono “disfunzioni” culturali, altrimenti non vi esisterebbe alcun dibattito culturale… e comunque in altre realtà, che non siano l’italia, o l’europa occidentale, la poesia ha più prestigio e valore, e più riconoscimenti mediatici e sociali. riconoscimenti, in primis, da parte del pubblico. molti irlandesi conoscono heaney e molti caraibici walcott. molti sudafricani conoscono i poeti che si sono battuti poeticamente e politicamente contro l’apartheid. nel nostro immaginario ci sono montale, pasolini, forse luzi, e per ragioni molto diverse e distanti, spesso, dalle loro opere.

    ci fa piacere discutere delle premesse teoriche dell’intervento, ma la nostra conclusione non é: la poesia civile salverà la poesia, o redimerà il mondo. nè franzin nè bordini nè alborghetti, eccetera eccetera, hanno questo dono. semplicemente, la loro poetica presenta caratteristiche che non ci paiono ombelicali o protoaccademiche, e questo in funzione della qualità comunicativa dei loro testi. quindi ci sembrano punti di riferimento importanti per la poesia fatta e da fare. tutto qui. niente messianismo, niente messianismo.

    altre domande: cosa vuol dire matteo con la metafora del cibo commestibile e nutriente versus il fast food? matteo ha risposto già in un commento precedente, descrivendo pratiche poetiche orizzontali e di prossimità verso il pubblico. io rimando ai temi, che elencavo nel pezzo, sui quali i fruitori possono misurare riconoscimento e straniamento.

    come riportare il pubblico alla poesia, anzichè la poesia al pubblico? didattiche scolastiche diverse, certamente. ma la soluzione della didattica mi è sembrata sempre un po’ monca, davanti al comportamento auto-isolazionista di certi poeti, ai tratti narcisisti e iperformalisti di certe opere, al compiacimento dell’evento letterario sostituito alla condivisione della comunicazione letteraria. il movimento dev’essere reciproco.

  25. matteo fantuzzi il 5 febbraio 2011 alle 08:05

    in ordine sparso: ilfugiuseppecornacchia ho scritto anche io che la questione non è certo nuova, anzi se ne parla da tempo e se n’è parlato anche qualche anno fa (almeno il numero di atelier che citi lo conosco bene): sarebbe interessante vedere oggi il lavoro di quegli stessi autori in che direzione è andato. ma a essere sinceri e a citare un paio di personalmente enormi autori la questione è stata posta da elio pagliarani, è stata posta da roberto roversi… scrittori che sono fondamentali oggi anche per molti “ragazzini”. ma volevamo andare oltre i soliti nomi che riecheggiano da anni per andare a ragionare più sul militante.
    la questione fast-food luigi: hai letto nel saggio la parola slam ? ti risulta che franzin o alborghetti facciano slam ? (personalmente sulla questione slam rispetto ma non condivido) a me pare che si vada in tutt’altra direzione con questi autori che fanno il lavoro sulla lingua… il lavoro sulla poetica… ecc. ecc. tutte quelle cose che sembra allontanino l’ascolto della poesia, non alterano il loro lavoro e casualmente ricevono l’attenzione che ad altri 100mila che non leggono libri perché loro sono diversi da tutto e da tutti creano appunto il paradosso italiano.
    il centro e il sudamerica sono pieni di case editrici che investono sulla poesia e che fanno meno libri ma a tirature paragonabili alla bianca einaudi. e infatti lì le cose anche dal punto di vista della captazione della poesia vanno diversamente.
    poi… vanno i poeti… va il pubblico… ci si trova a metà strada… basta che ci si incontri, se no sono i soliti alibi che tanto non si può far nulla. ribadisco: qua le poetiche sono “inalterate da fattori esterni” e le cose funzionano.

  26. renatamorresi il 5 febbraio 2011 alle 11:03

    Matteo, sto seguendo con molto interesse questo thread, mi permetto di far notare un piccolo difetto di metodo su quest’ultima questione di come funzionano le relazioni pubblico/poesia all’estero. Gli esempi che avete citato coinvolgono contesti sociali e antropologici limite: non è un caso che la poesia trovi più ascolto nei luoghi di una guerra civile (l’Irlanda di Heaney), di colonialismo, sfruttamento e povertà (i Caraibi di Walcott), di devastante crisi economica e/o dittatura politica (il caso sudamericano). Sono quelli i luoghi dove la parola diventa più immediatamente legata alla necessità, condivisa. Dove si scrive “sotto l’angolo d’incidenza della vita” (dice Celan su, non a caso, Mandelstam).

    Mi si potrà opporre che l’Italia di questi anni non è un paese particolarmente pacificato, né scevro da criticità sociali, politiche ed economiche; a mia volta credo di poter ribattere in parte con la classica riflessione sul fallimento della rivoluzione napoletana (“le rivoluzioni non si fanno con la pancia piena”, diceva Vincenzo Cuoco); in parte (e più precisamente), con quanto già detto qui sopra da Bortolotti. Se il capitale e l’egemonia hanno convenientemente sciolto la polis, e da cittadini siamo diventati corpi esautorati da diritti, malleabilmente piegati al lavoro e al consumo, ridotti alla nostra “zoé”, alla nostra “nuda vita”, per “comunicare” occorrerà prima rinsaldare un qualche spazio condiviso, un legame politico, e, tanto per cominciare, analizzare la nostra condizione di rigettati in un ordine quasi puramente biologico. Quello che fa benissimo Franzin, per esempio, che non si occupa primariamente dei, chiamiamoli, rapporti tra le classi, dei meccanismi del lavoro (anche se, certo, in parte lo fa), quanto della condizione di spossamento, di alienazione, di riduzione a corpo senziente di chi lavora, o non lavora più (non a caso il titolo del suo ultimo libro: “Con le mani mozzate”).

    Quello che fanno, in altri modi, Giovenale e Bortolotti, per esempio, con una poesia che non mi pare si possa definire primariamente “comunicativa” o “chiara” in senso tradizionale, di certo non “realistica” o “neorealistica”, ma sicuramente “civile”, in quanto si occupa di mostrare e smascherare la nostra “civiltà”.

    Ricercare un valore meramente “funzionale” della lingua poetica può finire per portarci lontano dai suoi effetti primari (quelli che danno “piacere” a chi legge/ascolta: una nuova invenzione del sé, un nuovo paesaggio dell’immaginario, ecc.), che la costituiscono come una forma di conoscenza non funzionale in senso stretto, non utilitaristica. Piuttosto una indagine delle nostre capacità *particolari* di cor/rispondere a e riflettere su dimensioni dell’esperienza che non riguardano l’utile e il logos (questo è Charles Altieri, non credo che sia tradotto in italiano).

    Per conto mio penso che persino per la “diffusione”, che sembra un problema squisitamente socioeconomico, di rapporti di forza, di marketing, saranno centrali due categorie di solito aborrite dai poeti: i critici (sovente dati per dispersi) e gli ‘educatori’.

    Se si irride e/o non si vuole avere a che fare con la didattica della poesia, per esempio, perché si crede nel suo valore di avvenimento trascendentale, allora ci sarà poco da lamentarsi della dis-educazione all’ascolto dei più. (Nessun amante della musica e musicista, esecutore o compositore, crederebbe possibile diffondere la musica senza educare all’ascolto; nella poesia siamo lungi dall’avere le idee chiare sul tema, anche perché, si sa, gli ‘insegnanti’ sono di solito del tutto impreparati alla poesia).

    Alla critica, invece, mi pare spetti il compito (eroico!) di discernere tra la quantità crescente di materiali, smitizzare le effusioni narcisistiche di tanti poeti e negoziare le “cose” che ci interessano, di cui ci preme parlare, indipendentemente da quel che valuta la grande editoria, anzi la “grossa” editoria (quel “grande” non ha più alcun valore qualitativo assoluto, ammettiamolo, vedi quanto scrive Giovenale qui: http://puntocritico.eu/?p=1085)

    grazie a tutti per il contributo, un caro saluto,
    r

  27. Francesco Terzago il 5 febbraio 2011 alle 11:43

    Caro Renato, mi vorrei soffermare su un punto in particolare del tuo discorso. Tu dici che apprezzare la musica senza un’educazione alla musica non è possibile; non credo che questo sia vero. Un chitarrista professionista che ascolta i Led Zeppellin, semplicemente, godrà di un livello più profondo di lettura rispetto al mio, che ho studiato piano per un paio d’anni, da bambino. Ma tutti e due converremo sul fatto che i Led Zeppelin sono Musica con M maiuscola. Non devo avere una laurea in Storia dell’Arte per emozionarmi davanti alla Cappella Sistina né una in architettura per il Pantheon, non una in astronomia per godere di un cielo stellato – per cogliere la bellezza un addestramento non serve, altrimenti non esisterebbe un libro, uno che sia uno, che possa piacere ai non addetti ai lavori – bene meglio non rivolgersi agli addetti ai lavori, se veramente si vuole essere parte di una narrazione comune, italiana. Un bel film è un bel film, un montatore che guarda un bel film potrà compiacersi nell’individuare un montaggio connotativo ben realizzato: ma questi sono piaceri dell’intelletto, non dell’animo. E l’arte si rivolge anche (soprattutto) all’animo umano, non solo all’intelletto: questo è l’errore che continuiamo a compiere nel nostro paese, vedere la poesia e le altre forme artistiche come elemento di identità distintivo di una élite intellettuale – a volte mi verrebbe da contrapporre a tutto questo la preface del 1800 delle Ballads. E infatti il ‘genio’ riesce a conciliare intelletto e emozione, riesce a garantire innumerevoli piani di lettura.
    La poesia che proponi, che passa attraverso a un’educazione specifica, iniziatica, è identità, è dogma. Tu vorresti che le persone fossero costrette ad accedere a un’identità linguistica particolare, che fossero costrette a un codice, che venissero omologate (pasolinianamente parlando) in filosofia del linguaggio un codice linguistico delimita i confini del mondo. Ma utilizzare la materia del mondo? Leggere il libro del mondo? Quando lo faremo? Eppure è da Galileo e da Cartesio che se ne parla. Ah, questa Repubblica delle Lettere, questa smisurata fede negli strumenti critici aristotelico-tolemaici.

  28. Francesco Terzago il 5 febbraio 2011 alle 11:45

    Errata corrige. Scusami Renata per il Renato. Non era mia intenzione.

  29. Alan Fard il 5 febbraio 2011 alle 11:56

    una miscela devastante di profetismo palingenetico di quart’ordine e di inenarrabile inconsistenza teorica degli assunti e delle argomentazioni

  30. Francesco Terzago il 5 febbraio 2011 alle 12:09

    Dài Alan! Dopo la tua cannonata pendiamo tutti dalle tue labbra, illuminaci. Sfogati, erutta la tua bile.

  31. Alan Fard il 5 febbraio 2011 alle 12:18

    erutta la tua bile?

    su terzago, fa il bravo, torna a giocare a calciobalilla con gli amici al bar sport, la poesia la salvi domani

  32. lorenzo mari il 5 febbraio 2011 alle 12:29

    Alan Fard: non è nostro intento salvare la poesia, si vedrà anche nella seconda parte, in parte scritta anche da terzago. se evochiamo baratri, decadenze ed estinzioni della poesia non è per proporre una panacea universale, ma per indicare che esiste molta poesia che nasce morta, mentre ce n’è altra, come questa che descriviamo, che lotta per vivere in una comunità non solo letteraria. Adoriamo il calciobalilla, insomma, le chiacchiere da bar sport un po’ meno, ma il calciobalilla sì…

  33. lorenzo mari il 5 febbraio 2011 alle 12:38

    Renata: alcune precisazioni, in ordine sparso.
    Non mi permetterei mai di irridere o di pensare di fare a meno della didattica e dell’educazione, solo non era questo il centro del “saggio”. Ma vale anche l’obiezione di Francesco: formazione sì, ma non iniziazione.
    Franzin lo si è preso in considerazione come poeta “civile” non per la sua ortodossia ideologica, ma per una voce in cui emerge anche l’esperienza della nuda vita di cui parli. E che ne è parte fondamentale anche che per noi… Quando si è accennato all’ideologia lo si è fatto per una disquisizione teorica che non è direttamente in contatto con la posizione critica che si è qui assunta per parlare dei testi. (Personalmente, non credo si possano stabilire sempre e comunque equivalenze bilaterali tra teoria critica e letteratura, del resto.)
    Non credo che ci sia più vicinanza alla poesia dove ci sono “condizioni antropologiche limite”, e che questo spieghi tu. E poi in Italia abbiamo la pancia piena, ancora, ancora per un po’… Ma non tutti, e questo lo sottolinei anche tu.
    L’estinzione di una differenza tra “grande” e piccola editoria è presente anche nel saggio.
    La ricostituzione della polis, pure.

  34. renatamorresi il 5 febbraio 2011 alle 14:13

    ciao francesco, ciao lorenzo, preciso che io non stavo mettendo in dubbio il vostro pezzo, che tratta con testa e cuore una materia incandescente – non stavo criticando, solo riflettendo su alcuni nodi che avete messo in luce, per contribuire (nel mio piccolo) al discorso, ecco

    l’unico appunto vero che mi sento di fare è sulla “comunicatività” della lingua poetica, non perché io sia a favore di una lingua particolarmente oscura, quanto perché la categoria in sé (poesia comunicativa) non mi sembra possa esaurire la poesia civile, né sia l’unica che fa innamorare e partecipare il lettore (ma credo che proprio lorenzo in qualche punto del suo contributo, tocchi questa faccenda – io, insomma, uscirei dall’annosa dicotomia tra poesia civila e poesia d’avanguardia)

    non mi trovo però d’accordo con la teoria del “bello” nel commento di francesco, mi sembra che così se ne faccia una categoria, come dicevo, “trascendentale”, inafferrabile (facendo quindi il gioco di chi dice che non è “per tutti”): il “bello” non è qualcosa che esiste al di fuori di noi e che ci folgora quando lo incontriamo, no matter what. Il “bello” è negoziato, è stratificato, attinge a una memoria culturale condivisa, si alimenta di atmosfere esistenti, di consudetudini, di ricerca, di prassi vissute e scambiate. L’esempio dei Led Zeppelin è assai calzante. Proprio perché la musica rock è un patrimonio collettivo e parte integrante della nostra cultura, in qualche modo anche necessaria iniziazione, tu hai avuto accesso alla loro musica, sia come oggetto su cui erano incise le canzoni, sia come evento da godere. Per “educazione all’ascolto” non intendo mica un campo di correzione! intendo la creazione di un campo culturale in cui la poesia abbia diritto di cittadinanza

    ho insegnato per anni a futuri insegnanti e ti assicuro che condivido i tuoi timori circa l’indottrinamento: il problema è che nelle scuole e nelle università (spesso, non sempre) passa l’idea che la poesia vada scassinata per trovarne il “messaggio”, anzi (come molti mi scrivono nelle loro tesine), la “morale”. Questa è un’idea del tutto bislacca, che impedisce di godere di quello che chiami il “Libro del mondo”, che disinnesca il principio del piacere, della sorpresa, dell’avventura, dell’introspezione, della passione per la vita che, giustamente, tu riconduci al “capire” la poesia

    citiamo altri paesi come luoghi più ospitali per la diffusione della poesia, ma dimentichiamo che là dove lavorano Heaney e Walcott (gli USA, guarda un po’) esistono fior di cattedre di Poesia e di Scrittura Creativa nei college e nelle università: se in Italia proponessimo di fare della “poesia” una disciplina, metà e oltre dei poeti griderebbero allo scandalo

    (io, francamente, non so se sarei pronta a questo passo in un paese corrotto e arretrato come il nostro, ma mi rendo conto che non possiamo lamentarci che la poesia non arrivi a un pubblico più vasto se non crediamo che possano essere create le istituzioni per trasmetterla e diffonderla; per dirla con Inglese all’inizio: la colpa forse non è solo, della lingua usata dai poeti)

  35. […] (qui la prima parte) Altri articoli su questo argomento:Pubblico e poeti: una svolta civile? di Matteo Fantuzzi, Lorenzo Mari, Francesco Terzago, Guido Mattia Gallerani Nel saggio collettivo, Matteo Fantuzzi s’interroga sul rapporto tra l’ascolto… […]

  36. renatamorresi il 5 febbraio 2011 alle 14:40

    (“istituzioni” in senso ampio come la radio, il centro culturale di quartiere, l’associazione, l’archivio in rete, la biblioteca e, anche, la classe…non le Accademie di Stato o la Polizia della Poesia:)

  37. Francesco Terzago il 5 febbraio 2011 alle 14:42

    Cara Renata, il tuo commento è prezioso. Sono completamente d’accordo con te. Grazie.

  38. gherardo bortolotti il 5 febbraio 2011 alle 14:44

    “si adotta il linguaggio del mondo (codice italiano neo-standard che ha subito una letterarizzazione) versato in un ‘contenitore’ semantico di un certo tipo.
    Vedo la poesia in termini di funzione (linguistica) e nella linguistica qualsiasi codice ha la sua dignità.”

    cito questo passaggio del commento di francesco di ieri alle 18:12 perché mi sembra indicativo di un aspetto secondo me debole dell’approccio che viene proposto e che ritorna anche nella questione del godimento legato alla conoscenza (dei meccanismi del codice nella fattispecie).

    è un po’ quello che intendevo con il mio riferimento alla dimensione linguistica. se ci focalizziamo solo sul livello della lingua ho l’impressione che, della questione fondamentale che ci poniamo, ovvero del rapporto dell’autore con la comunità, della sua minore o maggiore vitalità, perdiamo davvero il nocciolo fondamentale, ovvero quello del ruolo.

    il punto, mi sembra, non è “ripulire” il canale di comunicazione dell’autore con la polis, ovvero di chiarire il codice del messaggio che l’autore introduce nella polis. la mia impressione dipende da diversi motivi, non ultima la presenza massiva di messaggi “chiari” e però del tutto insoddisfacenti, ma soprattutto perché una relazione di questo tipo si basa sul presupposto che il ruolo dell’autore, la posizione da cui fa arrivare il suo messaggio, sia per prima cosa riconosciuto e poi, a sua volta, chiaro.

    a partire da quel presupposto, appunto, basterebbe, dalla mia posizione esplicita e visibile, rendere tale anche il mio messaggio e la relazione con la polis, con la comunità, verrebbe riattivata. ma in effetti quel ruolo non è, in questo passaggio storico, per nulla chiaro e, per di più, da sempre, è l’oggetto di una contrattazione che avviene (anche) attraverso il messaggio. intendo: l’autore, da sempre, è nella comunità e riceve un ruolo che rielabora nella sede della propria “carriera” e, a partire dalla sua produzione, cerca di confermarlo o di rielaborarlo ma, comunque, lo mette in questione.

    la metafora linguistica, anche se molto proficua (e attinente) sotto certi punti di vista, e anche dotata di una grande fortuna teorica nel corso dell’ultimo secolo, mi sembra sempre più impoverita dal fatto che dà per assodati i ruoli, che è neutra (ma lo è davvero?) rispetto alla relazione tra comunità, soggetto, testo. riprendiamo piuttosto, magari un po’ abusandone (come credo sia giusto fare con i costrutti teorici particolarmente versatili) la nozione foucaultiana di discorso, piuttosto che di codice, e pensiamo alla letteratura come a una continua contrattazione su ciò che è reale, ciò che è soggetto e così via (e, di nuovo, si veda rancière).

    in quest’ottica la natura “civile” (etica e politica) della scrittura diventa evidente, perché l’autore è parte in gioco, si schiera rispetto ad un progetto di comunità, ad un ridisegnarsi o a un riconfermarsi dei suoi rapporti. e, in questo senso, l’importantissimo punto sollevato da matteo e dagli altri più che a chiederci se stiamo usando le “parole giuste” ci spingerebbe a indagare sullo stato dell’arte dei rapporti tra i vari discorsi e tra i vari soggetti ed i modi di questi rapporti.

    qualcuno, nei commenti più sopra, ricordava il ruolo importantissimo raggiunto, nella produzione e nell’elaborazione del senso (sia soggettivo che comune), dalla musica pop. questo fatto a cosa ci deve portare? a rimodulare in sede letteraria un rapporto come quello proposto all’interno dello show business (cosa che in parte sta già avvenendo – penso alla feticizzazione dell’autore in corso da anni, ad opera del marketing, dei festival tipo mantova e così via)? oppure ci deve portare a ragionare sulla ridistribuzione in corso (anzi, ormai avvenuta) tra le diverse “agenzie formative” del senso, a discapito della letteratura ed a favore della moda, dell’industria culturale, della televisione, etc. etc.?

    chiaramente, il tono retorico delle mie domande già dice che secondo me è meglio concentrarsi sull’ultima cosa. tenendo conto di due aspetti, però, ovvero che la letteratura è stata marginalizzata, di fatto, ma non per questo è diventata meno necessaria, nella comunità, ad una formulazione e ad una condivisione del senso (il senso della comunità stessa, per altro) e che non è certo per le sue fluttuazioni tra “chiarezza” e “opacità” che questa marginalizzazione è avvenuta o, per altro, che la sua necessità tuttavia permane.

  39. renatamorresi il 5 febbraio 2011 alle 16:12

    ciao francesco, grazie a te e a tutti voi; cruciale il commento di gherardo, direi – a questo punto vado a ordinare rancière e poi mi leggo la seconda parte : )

  40. lorenzo mari il 5 febbraio 2011 alle 16:33

    Sì, è vero, il commento di Gherardo è cruciale. L’impresa di ripulire il canale della comunicazione dal rumore di fondo, che ormai è giunto ad essere la sostanza stessa del canale, pare anche a me un’impresa titanica… Ma ogni volta che ci si dimentica della questione del canale, o ci si dice che la letteratura è definitivamente marginalizzata, e questo suona soltanto come un “liberi tutti”, a spese di noi stessi e della polis, non si fa che aggiungere rumore, non parole.
    E quindi neanche parole giuste.
    Gli autori proposti non vanno ai festival stile Mantova ma neppure ragionano apertamente (almeno, non lo fanno con il lettore…) della redistribuzione di senso con le altre agenzie formative – espressione che non mi è chiarissima.
    Cercano, però, in modo assai esplicito il terreno discorsivo su cui stabilire un contatto.

  41. Luigi B. il 5 febbraio 2011 alle 19:28

    @ Matteo Fantuzzi: io non ho parlato di “slam” ma di “slang”, ovvero di un “abbassamento del tono” (vi prego, notate le virgolette!) del linguaggio poetico per arrivare a più persone. Ebbene: il lavoro che fa Franzin mi pare ecomiabile, ma questa è la SUA poetica, la SUA voce. E, a mio avviso, dire che tutti i poeti dovrebbero condividere lo stesso modo di fare poesia mi pare un approccio limitativo che riduce la poesia ad uno sforzo comunicativo più prossimo allo slogan pubblicitario che altro. Cosa che, se è uno sforzo e non una poetica come nel caso di Franzin o Bordini, rischia di diventare retorica moralista e bassissima dove tutti sono d’accordo su tutto, si riconoscono e però continuano per la loro strada. Dov’è qui il cambiamento? la reinvenzione? la definizione dell’ogetto del discorso – e dunque del sogetto? come dice Bortolotti. Altrimenti a che serve la letteratura?
    Io sono di quelli che pensano che se hai qualcosa da dire, un messaggio da dare e vuoi che lo riceva e ti comprenda il maggior numero di persone, bè: non scrivere una poesia, scrivi un saggio.
    La poesia è evocativa, è evocazione pura. E l’evocare è ben diverso che il descrivere.

    @ Renata: chapeau!

    @ Francesco et tutti: vorrei sottolineare l’importanza di ciò che dice Renata nel suo primo commento. Se ho esplicitamente chiesto gli autori di successo, le nazioni preoccupate di poesia, le società più poetiche della nostra non era per rompere le palle ma per avere dei termini di paragnoe precisi. Affrontare una problematica così concreta solo sotto un punto di vista teorico non fa arrivare da nessuna parte. Bisogna considerare infiniti fattori che fanno di una società un popolo più vicino alla poesia o alla fisica quantistica.
    Per quanto riguarda il sud america, per esempio, potrei dire che la facilità di penetrazione sociale della poesia in quella cultura è dovuto probabilmente ad una certa simbologia, ad una certa ritualità e ad una certa sottovalutazione dell’ogettività cartesiana che quel popolo tuttavia possiede a differenza nostra e dell’europa occidentale più sviluppata. Se ci mettiamo seriamente ad investigare le ragioni che favoriscono o ostacolano la permeabilità di una società alla poesia potremmo stare qui anni. Anche le condizioni metereologiche hanno la loro influenza. Quindi, tornando al mio primo commento, dico: va benissimo l’approccio critico agli autori che avete proposto, ma per risolvere la questione del pubblico e della poesia mi pare sia necessario qualcosa in più di un linguaggio più semplice e più “vicino” alla gente.

    No, Francesco, non c’è bisogno di una laurea in astronomia per apprezzare il cielo stellato. Ma se tutti guardano sul blackberry, sfogliano twitter e viaggiano prevalentemente sottoterra potrebbero sorprendersi un giorno che sulla loro testa ci sono delle cose che brillano. Un po’ come la società astronauta di Wall-e (scusate ma non posso fare a meno di semplificare le cose con i primi esempi che mi vengono in mente).

    Lo stesso vale per la musica. è una questione di esercizio, di pratica. L’atteggiamento dell’ascolto è una questione fin troppo sottovalutata. Tanto che Giovanni Allevi è considerato uno dei migliori giovani compositori, fa le colonne sonore dellla pubblicità della fiat e va a suonare a Londra. Certo non è Ennio Morricone, ma tu pensi che ci sia molta gente capace di accorgersene in autonomia? per di più con l’I-pod nelle orecchie in metropolitana con il tipo che suona la fisarmonica mentre contemporaneamente leggi un libro? insomma, i fattori da considerare sono tanti…

    Luigi B.

  42. enrico dignani il 6 febbraio 2011 alle 21:03

    Si dovrebbero vedere
    ricchi poeti
    sbilanciarsi con metodo,
    alzare la testa antiproiettile
    e deliberare risate aggreganti,
    laccate, profumate, esplosive,
    una forza maieutica sistematica
    contrattuale, guerriera.
    Un birichino mercimonio di sé
    irresistibile, goloso,
    senza nessun millantato credito.
    Sono i libri di grammatica
    che lo chiedono.
    C’è bisogno di cuori
    grandi come elicotteri,
    in un cielo da imparare a memoria
    di paracadutate canzoni,
    baci, poesie,
    da far esplodere dove
    la vitalità è offesa.

  43. enrico dignani il 6 febbraio 2011 alle 21:04

    Si dovrebbero vedere
    ricchi poeti = ricchi nel senso in grado di manifestarsi, con risorse a carico della ricerca scientifica.
    sbilanciarsi con metodo, = chiara sorprendente efficacia
    alzare la testa antiproiettile = chiara sorprendente resistenza
    e deliberare risate aggreganti, = empatia contagiosa
    laccate, profumate, esplosive,= coinvolgenti, sconvolgenti
    una forza maieutica sistematica
    contrattuale, guerriera. = metodo dialettico socratico, attiva, potenzia le virtù proprie e altrui
    Un birichino mercimonio di sé
    irresistibile, goloso,
    senza nessun millantato credito.= modello di forza contrattuale persuasiva tipica delle procaci belle donne.
    Sono i libri di grammatica
    che lo chiedono.= accennano vagamente al poeta, come ad una possibilità di innocente puro spirito autorevole frutto del patrimonio della lingua.
    C’è bisogno di cuori
    grandi come elicotteri, = nel cielo pulsa il rumore dell’elicottero
    in un cielo da imparare a memoria = da poter contemplare, analizzare, abitare come il prete fa con il suo breviario.
    di paracadutate canzoni,
    baci, poesie, = modalità ricreative aggreganti leggibili per tutti.
    da far esplodere dove
    la vitalità è offesa. = al servizio della ragione.

  44. enrico dignani il 8 febbraio 2011 alle 18:44

    Grazie Serti è quello che volevo sentirmi dire, le superfighe le temo ma mi piacciono, vorrei pattinare felice sui tuoi argomenti e non essere prigioniero di un mattino che non ne vale la pena, forse esistono, nel tuo sorriso bello e fresco siccome il mattino.
    Se fossi intelligente, intelligente, intelligente, fino a tre: sarei come tutto ciò che funziona , che è bello come te.Ciao

  45. enrico dignani il 9 febbraio 2011 alle 09:08

    no caro, io progredisco, spero sempre in un tabernacolo dove far mettere il mio spirito da una sacerdotessa teologa.Forse mi riesce di costruire una sociologia nuova pure per te. Ciao.

  46. […] da  Pubblico e poeti: una svolta civile? […]

  47. […] su Poetarum Silva; è tra i firmatari di una riflessione uscita su Nazione Indiana riguardante una Nuova poesia civile. Ha partecipato all’ultima edizione di “LuoghiDiVersi”; aderisce al progetto […]



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