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Verifica dei poteri 2.0

Def 4

4. L’autogestione delle istituzioni letterarie nell’era del blog: Nazione Indiana (2003-2005)

La disponibilità di un nuovo strumento, il cosiddetto blog (contrazione di web-log, “diario in rete”: i primi servizi gratuiti per creare un proprio blog iniziano a comparire tra il 2000 e 2001), amplia ulteriormente le possibilità di autogestione in rete: non solo permette di pubblicare in maniera più facile e veloce, senza il bisogno di ulteriori passaggi intermedi (come redazioni o webmaster), ma grazie alla possibilità di lasciare commenti e ad altri accorgimenti tecnici facilita anche lo scambio e la circolazione dei contenuti (con il rischio d’altro canto di un entropico aumento del “rumore di fondo”). Tra i primi, nel campo letterario, ad avvalersene in modo efficace è il gruppo di scrittori, critici, artisti e intellettuali di varia estrazione riunitisi a Milano per iniziativa di Dario Voltolini e di Antonio Moresco pochi giorni dopo gli attentati dell’11 settembre.

Sento la necessità – scrive Moresco nella lettera di convocazione dell’incontro –, assieme ad alcuni amici coi quali è iniziato un rapporto di confronto e di stima, di pormi integralmente di fronte a tutto questo anche come scrittore. […] Per un bisogno di invasione e comunione, perché le cose sono intrecciate, perché mi sembra che questo drammatico inizio di secolo e di millennio faccia piazza pulita di tutte le piccole ideologie e fissazioni teoriche e concettuali che tengono imprigionata da decenni l’attività artistica, di pensiero e di conoscenza, e contro le quali sto sbattendo il muso da tempo, fin da quando ero sotto terra.[10]

Tra gli amici di cui parla Moresco ci sono Carla Benedetti, da qualche anno sua alleata e sostenitrice in diverse battaglie letterarie; Tiziano Scarpa, che troverà il titolo, Scrivere sul fronte occidentale; e anche Giuseppe Genna, che su «Società delle Menti» aveva dedicato uno speciale ai Canti del caos aderendo entusiasticamente alle istanze moreschiane. Lo scopo dell’incontro è ragionare su ciò che il crollo delle Torri ha rappresentato, tanto a livello simbolico, linguistico, immaginario, quanto sul piano politico, nella realtà storica dei rapporti di forza tra nazioni e classi sociali. Ammesso, dice la maggior parte degli autori intervenuti, che si possano (o si debbano) distinguere i due piani: una delle prime cose che uscirà dall’incontro è proprio questa necessità di smantellare la contrapposizione tra il dominio dell’estetico (o meglio: dell’“esperienza estetica” ridotta a “stile di vita”, consumo), in cui ricondurre e limitare la parola dello scrittore, e le altre sfere sociali. Moresco parla della necessità di uno «straboccamento», di affrancarsi da certe «abitudini mentali» («che viviamo nell’epoca della virtualità e dell’irrealtà / che l’unica dimensione possibile è ormai quella della ripetizione / che la storia è finita»[11]), in larga parte riconducibili a ciò che si è chiamato postmoderno (specie nella particolare accezione che il termine ha assunto in Italia). Seppure confusamente, viene in sostanza invocata la possibilità per gli scrittori più prossimi al polo autonomo di tornare ad agire sul piano sociale, in virtù del capitale simbolico accumulato attenendosi alle regole specifiche del campo letterario.[12] Senonché il meccanismo simbolico di legittimazione che ha caratterizzato quasi tutto il Novecento, quello dello scrittore-intellettuale di stampo zoliano, appare drammaticamente inceppato, al punto che ci si deve chiedere se il di per sé generoso tentativo di ripristinarlo non sia anacronistico e non debba risolversi in una involontaria parodia di posture che non hanno più reale rispondenza nella posizione oggettiva degli scrittori nella società.

Il carattere contraddittorio di molti degli interventi di Scrivere sul fronte occidentale, che nel sostenere con forza la giusta esigenza di ripensare la funzione dello scrittore indulgono per lo più a un’analisi assai semplificata dello stato delle cose, è tra i motivi per cui il volume che li raccoglie, pubblicato l’anno dopo da Feltrinelli, viene accolto con qualche insofferenza. Su «Alias» Andrea Cortellessa stigmatizza la retorica dello sconfinamento di Moresco, la sua «presunzione di verità posseduta», avvicinandola alla «beceraggine bellicista» di un’Oriana Fallaci (in testa alle classifiche da settimane con La rabbia e l’orgoglio): «Rieccoci alla guerra sola igiene del mondo – scrive. – Dateci Vitalità! Forza! Violenza! Dateci (soprattutto) il Potere! La fiamma è bella!». Ce n’è anche per Genna, «trentaduenne autorizzato ad annunciare apocalissi avendo all’attivo un paio di gialletti Mondadori» che «cura un sito internet autodefinito “società delle menti” (sic!), dove la “sortita barbarica” e la “semiologia disinibita” di Scrivere sul fronte occidentale sono difese a spada tratta contro il “cerume pavido di chi desidera essere sordo al mondo”».[13]

Com’era prevedibile su «Società delle Menti» compare una piccata risposta all’articolo di «Alias», in cui si ribadisce il ruolo rivestito dal sito come «l’area letteraria di uno dei più importanti portali italiani, unico e riconosciuto punto di riferimento online da più di tre anni per chiunque voglia discutere e informarsi liberamente di letteratura». Al di là delle polemiche e degli attriti personali, però, lo scambio assume un certo interesse perché è tra i primi casi, se non il primo in assoluto, in cui un dibattito letterario tracima dalla carta stampata alla rete e viceversa. La rete, e gli attori che vi hanno accumulato almeno una parte del loro capitale simbolico, iniziano a essere presi in considerazione.

Dal gennaio del 2003 il gruppo del Fronte occidentale decide di dar vita a un blog collettivo. Nasce «Nazione Indiana», che nella sua formazione originaria, oltre a Moresco, Scarpa, Benedetti e Voltolini comprende Andrea Bajani, Benedetta Centovalli, Federica Fracassi e Renzo Martinelli di Teatro Aperto, Andrea Inglese, Helena Janeczek, Giovanni Maderna, Giulio Mozzi, Piersandro Pallavicini. L’intento di una “nazione indiana” «composta da molti popoli diversi, orgogliosamente diversi e orgogliosamente liberi di migrare attraverso le loro praterie» (l’idea è ancora di Moresco) è quello di uscire da una situazione in cui «ciascuno viene relegato nel suo ruolo e nel suo campo e trova uno spazio solo se accetta di rimanere confinato entro questi limiti, delegando a specialisti e mediatori il compito di raffigurarlo e di collocarlo in una apposita nicchia preordinata, in un piccolo gioco chiuso e – a noi pare – senza futuro». La rete, al contrario, permette di «tornare a una economia di scambio da Nazione Indiana dove contano soprattutto le cose che facciamo – che ognuno fa a suo modo scegliendo di volta in volta argomenti, stili, generi che lo attirano di più – e non la nostra “qualifica professionale” preconfezionata».

Su «Nazione Indiana» vengono pubblicati materiali di ogni genere, in un eclettismo che ricorda quello delle riviste militanti del Novecento, dalla «Voce» di Prezzolini al «Politecnico» a «Lo Straniero»: i primi post sono dedicati principalmente all’invasione statunitense dell’Iraq (siamo nel marzo del 2003 e la guerra stava per cominciare); nei mesi poi si accumulano poesie, recensioni a libri, film e spettacoli teatrali, brani di classici, racconti, esperimenti di scrittura (le scimmie di Voltolini), interviste, segnalazioni di incontri, scritti di viaggio, commenti alle notizie del giorno; fin dal giugno 2003 Scarpa e Voltolini postano i racconti sul “Sistema” camorristico del ventiquattrenne Roberto Saviano, subito seguiti con grande interesse. Molti materiali provengono da fuori dalla rete, da giornali e riviste cartacee, molti altri sono elaborati appositamente. I commenti allargano la discussione verso altri siti, richiamando artisti, scrittori, critici che si muovono lungo traiettorie diverse, ma con disposizioni analoghe.

Lo stato delle istituzioni letterarie è sicuramente uno dei temi più discussi su «Nazione Indiana»: come si accede alla pubblicazione, chi controlla e decide ciò che viene pubblicato, quali forze e micropoteri regolano la circolazione delle idee, l’influenza che “il funzionamento della macchina” ha sulla produzione letteraria e sull’idea stessa di letteratura. Vengono riportati (ed estesi) sul blog gli articoli che Carla Benedetti scrive per l’«Espresso» in merito allo stato della letteratura e della critica italiana: una sorta di riattualizzazione delle tesi apocalittiche del Pasolini corsaro, aggiornate alle nuove condizioni economico-editoriali interpretate, principalmente, attraverso la lente di Schiffrin. Nel 2005 il post Genocidio culturale porta la polemica a una soglia critica. «Una mutazione genetica ha trasformato il mercato del libro in una “monocultura del best seller”, spazzando via la “vecchia” editoria di progetto», attacca Benedetti quando il secondo thriller firmato da Giorgio Faletti arriva in testa alle classifiche. Il problema, rincara, non è però solo il mercato: «ciò che è davvero inedito non sta dentro a questi libri, ma nel deserto che si è aperto intorno, e nella quasi totale mancanza di consapevolezza da parte del cosiddetto mondo della cultura, che sembra assistere in silenzio alla desertificazione». Anche per Scarpa «gran parte di coloro che chiamiamo critici letterari sono semplicemente beejay. Sono book-jockey, fantini del libro». La discussione si allarga fuori dalla rete, si prolunga per settimane: si parla di «censure operate dalle leggi solo apparentemente impersonali del mercato», di «autocensure introiettate», di «“pubblico” manipolato e forgiato ed esibito poi come alibi», di «restaurazione» in atto, finché Moresco, in occasione del Salone di libro di Torino, propone di tirare le fila, chiamando a un confronto tutti coloro che intendono attivamente reagire a questo stato di cose: «persone che – ciascuna a suo modo – scrivono senza arrendersi, librai che non accettano di trasformarsi in venditori di saponette, editori nuovi che nascono o si rafforzano cercando di seguire altre strade, singole persone che lavorano anche all’interno della grande editoria e dei giornali e della nuova frontiera della rete animate da un diverso atteggiamento e da una vera passione».[14] L’appello all’autogestione delle istituzioni letterarie, lo stesso che ha portato alla nascita di «Nazione Indiana», si radicalizza in un più ampio appello all’assunzione di responsabilità personale:

si può anche fare diversamente – scrive Moresco –, non uniformarsi, non entrare in dialogo costruttivo, dire di no, anche se ciò che ci sta di fronte è o appare infinitamente più potente di noi. Si può anche dissentire, disobbedire, pensare diversamente, comportarsi diversamente. Si può anche essere non organici, “antisociali”, inattuali, se la “società” in cui siamo immersi ci fa orrore, tenere aperta la nostra ferita, acceso il fuoco, continuare a pensare, a sognare che anche all’interno di questa stessa società e questo orrore e persino dei singoli che ne fanno parte ci sia in qualche remoto punto della loro persona un’eguale ferita e uno stesso fuoco, che in nessun altro modo noi possiamo sperare o sognare di raggiungere se non mostrando in modo indifeso la nostra stessa ferita e il nostro sogno.

L’analisi delle istituzioni letterarie non è lontana da quella che Bourdieu propone per il caso francese, ma le proposte non vanno oltre quelle avanzate quarant’anni prima da Fortini, nei cui termini opporre «un ordine di comuni rifiuti» al «progresso del regime» equivaleva sostanzialmente al moreschiano «dire di no» alla «restaurazione». Forse proprio per la vaghezza degli obiettivi (nulla viene detto su che cosa concretamente potrebbero o dovrebbero fare i partecipanti al confronto per reagire alla «restaurazione»), sono molte, anche all’interno di «Nazione Indiana», le riserve, i dubbi, le perplessità. L’insistito richiamo alla «purezza», alla «radicalità», allontana chi vede in queste parole d’ordine il rischio che la riattivazione, di per sé necessaria, di un conflitto in cui la letteratura abbia un ruolo di primo piano, avvenga lungo le direttrici approssimative e velleitarie di una sostanziale “falsa coscienza”.

Il dissenso di maggior peso è probabilmente quello di Giulio Mozzi, data la sua autorevolezza non solo come scrittore e editor ma anche come uno dei primi animatori del web letterario. Pesano dunque le sue parole quando, con la sottigliezza caratteristica del suo stile, smonta l’argomentazione di Moresco: «Lavoro da qualche anno con un editore – scrive. – Il mio lavoro è molto impuro. Sono disponibile al compromesso. Compio talvolta gesti ruffiani. Uso l’ambiguità. Ho i miei alibi. Posso esibire più di “qualche buon libro che pure ho pubblicato”. Non ho la sensazione di “conoscere molto bene” il “funzionamento generale della macchina” nella quale mi trovo. Non credo che “il peggio di me” abbia preso il sopravvento, ma mi rendo conto che c’è il pericolo (d’altra parte: quando succede, chi se ne accorge?)».

Non è esagerato definire la Restaurazione e le polemiche che ne seguirono come una sorta di guerra civile interna al web letterario. La discussione è lacerante al punto da spingere Moresco, Scarpa, Benedetti, Voltolini e altri a uscire da «Nazione Indiana».

(segue alla pagina successiva)


[10] A. Moresco, Lettere a nessuno, Einaudi, Torino 2008, p. 555.

[11] Scrivere sul fronte occidentale, Feltrinelli, Milano 2003, p. 5.

[12] Questa idea della letteratura e dell’agire in nome di essa si fonda ed è resa possibile dall’esistenza stessa di un campo letterario e delle sue tensioni strutturali. In questo senso la strategia di Moresco, per quanto non sempre in modo consapevole e conseguente, si colloca all’interno della storia del campo, che può essere rivoluzionato solo facendo «assumere alle rivoluzioni la forma di un ritorno alle fonti, alla purezza delle origini; e facendo allo stesso tempo appello ai principi universali dell’arte e al nomos fondamentale del campo, il disinteresse, la negazione della logica economica, l’indipendenza dal mercato» (Bourdieu, Le regole dell’arte, cit., p. 164).

[13] A. Cortellessa, Sento puzza di 1915, in «Alias», 22, 15 giugno 2002.

[14] Si è discusso a lungo, su «Nazione Indiana», a proposito dell’opportunità dell’uso del termine «restaurazione», che presupporrebbe una «rivoluzione», ovvero un cambiamento in positivo nel settore cultural-letterario, di cui non si potrebbe dire se e quando ci sarebbe stato. È peraltro interessante osservare come Moresco sembri tradurre nei termini militanti dell’appello la constatazione scientifica espressa da Bourdieu nel linguaggio sociologico: «Finché ci saranno agenti per sostenere i piccoli editori, piccoli editori per pubblicare giovani autori sconosciuti, librerie per proporre e promuovere i libri di giovani scrittori pubblicati da piccole case editrici, critici per scoprire e difendere gli uni e le altre, tutti o quasi tutti donne [!], il lavoro senza contropartita economica, fatto “per amore dell’arte” e “per l’amore dell’arte”, rimarrà un investimento realistico, sicuro di ottenere un minimo di riconoscimento materiale e simbolico» (Bourdieu, Une révolution conservatrice dans l’édition, cit., p. 26, trad. nostra). Del resto anche Bourdieu auspicava che l’oggettivazione sociologica avesse l’effetto di incoraggiare «tutti coloro che credono ancora nella possibilità e nella necessità di difendere la libertà dell’arte di fronte al denaro a prendere atto dei loro interessi solidali e ad affermarli consapevolmente per meglio organizzare la resistenza» (ibidem).

[15] F. Fortini, Istituzioni letterarie e progresso del regime, in Id., Verifica dei poteri, cit., in particolare le pp. 89-92.

18 Commenti

  1. A proposito della postilla nr.2 vorrei segnalare il libro di S.Halimi, allievo di Bordieu, “Il grande balzo all’indietro” edito in Italia da Fazi. Halimi è ora vice-direttore di Lediplò, LemondeDiplomatique. Libro splendido e autore molto acuto.

  2. Avendo vissuto tutto il periodo in questione su molti dei luoghi riportati e avendone visti nascere/morire tanti altri, devo dire che l’articolo e’ tutto sommato obiettivo, ma molto limitato alla sola punta dell’iceberg e davvero a spanne nelle conclusioni sui meriti/demeriti conseguenti.

    Anzitutto io contesto che i luoghi citati nell’articolo abbiano rappresentato il meglio, qualitativamente parlando, emerso in questi 13 anni sul web italico, a parte forse la “societa’ delle menti” di clarence (by Genna and friends) di fine anni ’90 che davvero foro’ la cappa generazionale e consenti’ il primo reale contatto fra outsider ed insider senza davvero alcun filtro all’ingresso.

    Mancano esperienze partite dal basso quali i newsgroup di meta’ anni ’90 (it.arti.scrivere, it.arti.poesia); mancano i siti seminativi della fine anni ’90 (almeno bookcafe, arpanet, pseudolo, fernandel, il bollettino vibrisse spedito via mail); mancano esperienze degli anni 2000 (penso almeno a sguardomobile, il compagno segreto, zibaldoni, la dimora del tempo sospeso, il magazine triestino fucine mute e anche al mio fu nabanassar).

    In sostanza, il dilemma che si inizia a porre a chi scrive di rete col piglio storiografico di chi traccia un bilancio e’ semplice: considerare i siti “mediani” come e’ stato effettivamente fatto, che convogliano e raccolgono l’attenzione -oltre che dei pochi del mestiere che mano mano si sono avvicinati al mezzo- del pubblico di rete di massa, costituito in larga parte da outsider (oggi si direbbe precari del settore umanistico) e persone piu’ o meno dignitose di varia estrazione e curiosita’ (insegnanti, sindacalisti, ex musicisti, ingegneri, preti, casalinghe); oppure considerare i siti che hanno prodotto (e in alcuni casi ancora producono) contributi letterari al livello -quando non notevolmente superiori- di quelli che fino a 15 anni fa finivano qualche volta in terza pagina.

    Tirando al massimo la questione e forte della mia esperienza sul campo, l’impressione e’ che questo articolo si limiti alle bollicine recenti del minimo ritorno mediatico, della minima pubblicita’ derivata dall’apertura al Dilettante (come qui nei commenti) e alle classifiche di gradimento, propria del web 2.0. Ma un occhio 2.0 giocoforza perde tutta la specificita’ del fu 1.0 che -ahi ahi, i bei tempi che furono- aveva tutto un altro spessore.

    E’ anche vero che dei pionieri resta un ricordo spesso mitizzato, ma la differenza tra il fu 1.0 e questo 2.0 (presto 3.0 interattivo su smartphone e altre diavolerie del genere)

  3. L’excursus storico della letteratura sul web presentato è piacevole e interessante. Spero voglia essere il primo capitolo di una lunga e più approfondita storia, altrimenti mi vedrei costretto a quotare in toto Il fuGiusco: sarebbe limitante certamente impreciso limitare il racconto della svolta della letteratura nel web rifacendosi esclusivamente a quei luoghi che hanno ricevuto maggior impatto “mediatico”, riproducendo in tal modo un meccanismo che offline già sappiamo tutti come funziona. E siccome mi pare che si è tutti d’accordo sul fatto che la quantità non è sintomo di qualità, mi aspetto che vecchie e nuovissime esperienze e progetti vengano presi in considerazione, come anche un elevato numero di “riviste” online. Voglio anche sperare che la poesia rientri nel discorso storico sulla letteratura nel web e che i siti elencati dal Giusco trovino il loro spazio.

    Luigi B.

  4. Molto interessante, aspetto con curiosità anche il seguito.
    P.s.: per dovere di cronaca, mi pare che nel saggio si menzioni anche vibrisse bollettino via mail e Zibaldoni.

  5. Articolo molto interessante, che come fa notare GiusCo non prende in considerazione usenet, ma è abbastanza chiaro negli obiettivi che si pone.

    Le gif animate di http://iwdrm.tumblr.com sono meravigliose.

    A Domenico, le note a pié pagina hanno i link rotti, occorre usare la sintassi corretta su wordpress spiegata qui http://elvery.net/drzax/wordpress-footnotes-plugin

    La scelta di pubblicazione a pagine è molto interessante, ma il nostro tema grafico non mette i link in evidenza (le pagine successive sono elencate sotto gli articoli correlati) e, soprattutto, il feed RSS offre solo la prima delle pagine.

    La lettura forse ne risente, forse no, questo è il numero di pagine visualizzate per ogni pagina dell’articolo:
    (aggiornamento 29/3: ho aggiornato il conteggio delle visite)
    verifica-dei-poteri-2-0/index.php 519 794
    verifica-dei-poteri-2-0/2/index.php 96 144
    verifica-dei-poteri-2-0/3/index.php 82 110
    verifica-dei-poteri-2-0/4/index.php 78 93
    verifica-dei-poteri-2-0/5/index.php 65 94
    verifica-dei-poteri-2-0/6/index.php 65 116

    sembra che ci sia una grossa perdita di lettori (>80%) tra la prima e la seconda pagina.

    Scrivo qui queste note casalinghe a Domenico per comodità e faccio ancora i complimenti.

  6. Un saggio necessario e molto interessante: inconsciamente lo attendevo da tempo perché mette ordine tra luoghi usati per istinto ma mai adeguatamente metabolizzati.

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domenico pintohttps://www.nazioneindiana.com/
Domenico Pinto (1976). È traduttore. Collabora alle pagine di «Alias» e «L'Indice». Si occupa di letteratura tedesca contemporanea. Cura questa collana.