di fantasmi e stasi. transizioni.

di Gianluca Garrapa

[cinque testi inediti]

su questa mano stretta attorno all’aria della mattina. non c’è la compatita morte di chi avete ucciso. i morti uccidono i vivi e poi li chiamano suicidi. sboccia nella loro mente come un vaso di ceramica la cattiveria alimentata dalla cultura dei libri. e non sanno altro che vincere e leccare i piedi al cielo di turno che li renda meno anonimi. non ho amici che nei profili stranieri degli esseri venuti da lontano. che sanno l’indifferenza, che sanno l’estraneità della loro incomunicabile sofferenza. non ci credo al sapere che ha armato torturatori e arma carnefici. beata ignoranza della prima infanzia quando ogni macchia rosa è un respiro che odora. maledetta la nostra perbene competizione. noi che beliamo la nostra compiacenza a chi non ci dice mai la verità, noi che siamo amici di tutti e di nessuno. noi che non abbiamo capito nulla della solitudine dei gatti sepolti nelle nuvole della morbosità.

*

un paesucolo di ardesia rossa che fuma occasionalmente. punte bianche di sigarette sull’autostrada remota accese dai motori della civiltà veloce. scenari vegeto-terrestri immobili ondulati fino alla fine del mondo minerale. grosse masse di nuvole vestite da fata turchina. il tempo è un bugiardo organismo appeso ai tendini della corsa. ascensori brulicanti di tappeti persiani affacciati sulle valli del museo leonardiano. basse rondini e ombre fumose di cartoon in un paesucolo di ardesia rossa che fuma cogitabondo.

*

di quei microstati nello spazio dei cambiamenti mondiali, evidenziati dalla striscia triste di una casupola fluorescente, nella voluminosa spuma grembo-acida del prato, lungamente gongolante al cinguettio lusinghiero di un neon, che ne feriva l’uscio, adocchiando, appena dietro il porta- ombrelli, alcune misere gocce di pioggia pomeridiana, dai cieli plumbei di aerei e morte, sulle sofisticate macchine di prevaricazione cieca e abbindolata ai letali demoni galattici del petrolio, lacrime piovane della stessa sostanza cromatica e anonima, trasparente, effimera oltre il dovuto, tipica di quei microstati nello spazio dei cambiamenti mondiali.

*

sui treni elencando il 1944. le giornate bustrofediche e plenarie di sole nebuloso e finanziamenti illeciti. i vassoi nell’argento schittato di panna e cioccolato e crema elettronica. le sedie imbalsamate di odio razziale e rivestite di sabbia tenue, che a guardarla restava sotto le unghie. molti rumori dalla stanza di un’abitazione lontana mille miglia dalle carrozze stipate di anidride e sudore bianco e, dai corridoi sventrati di voci, silenzi ancora più frastornanti, sui treni elencando il 1944.

*

gli alberi hanno sangue incorporato che gli occhi umani non vedono perché non è rosso. gli occhi umani hanno esercizi di stile per distinguere l’umano dall’umano. l’uomo dalla donna, la donna dalla donna, l’uomo dall’uomo e la pasta dal riso. i vasi, d’altro canto, non possono che contenere fiori contenendo un imbuto che contiene anche i fiori da loro contenuti, e l’occhio che li sfiora, scivolando sul diagramma inconscio degli odori (sempre che il possessore dell’occhio abbia sufficienti capacità sinestetiche, introspettive e taumaturgiche), si chiude, di luppolo e senso di responsabilità mediocre, vigliacco davanti alla morte, martire del vuoto che lo crocifigge, marito di una felicità puramente chimica, moglie di una saggezza che è solo nei libri, amante dell’irrealtà del reale tanto da credere, fermamente, che gli alberi hanno sangue incorporato che i suoi occhi, privi di clorofilla, non vedono perché non è rosso.

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