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Virgilio – Georgiche IV – Aristeo e Orfeo

trad. isometra di Daniele Ventre

Muse, per noi quale dio, chi mai ha inventata quest’arte?
Dove la nuova perizia degli uomini trasse principio?
Un fuggitivo mandriano, Aristeo, da Tempe Peneia,
perse le api per morbo e per carestia, com’è fama,
triste alla sacra sorgente di un fiume remoto ristette
molto gemendo e parlò con queste parole alla madre:
“Ah, madre, madre Cirene, o tu che di questa corrente
reggi l’abisso, perché da gloriosa stirpe di dèi,
(se come dici, mio padre è davvero Apollo Timbreo),
mi generasti nemico del fato? E dov’è quel tuo amore
verso di me? perché m’hai forzato a sperare nel cielo?
Ecco che adesso anche questo onore di vita mortale,
che a gran fatica l’accorta custodia di grano e bestiame
nel mio tentare ogni via mi donò, abbandono -e ho te madre!
Tu di tua mano oramai travolgi le fertili selve,
getta alle stalle la fiamma nemica e distruggi le messi,
brucia i raccolti, arma contro le vigne una salda bipenne,
se così greve fastidio in te suscitò la mia gloria”.
La madre sua dentro il letto del fiume profondo si accorse
di quel lamento. Le Ninfe filavano lane milesie
presso di lei, colorate di carica tinta azzurrina:
Drimo e con lei anche Xanto e Ligea e Fillòdoce insieme,
che per i candidi colli spandevano fulgida chioma,
E poi Nesea e Speiò e Talía e Cimòdoce accanto,
quindi Cidippe e la falba Licòride, vergine l’una,
l’altra da poco passata per le traversie di Lucina,
Clio e poi Bèroe, sua sorella, Oceànidi entrambe,
d’oro precinte ambedue, ambedue di pelli screziate,
Èfire ancora e poi Opi e l’asiatica Deiopea
e la veloce Aretusa, infine deposti i suoi dardi.
E di Vulcano la vana angoscia narrava fra loro
Clímene e insieme gli inganni di Marte e i suoi furti soavi
e sin dal Caos elencava i frequenti amori dei numi.
Mentre dal canto rapite le morbide lane dai fusi
svolgono, ancora una volta colpisce le orecchie materne
il lamentio di Aristeo e sui loro troni in cristallo
tutte stupirono: prima delle altre sorelle Aretusa
sporse, guardando, a fior d’acqua allora la bionda sua testa
e di lontano: “Oh, non certo invano per tale lamento
tremi, sorella Cirene: è lui, la tua cura più grande,
il contristato Aristeo, che all’onda del padre Peneo
sta fra le lacrime e te per nome proclama crudele”.
E a lei la madre, percossa da ignoto timore nel cuore:
“Guidalo, su, da noi guidalo; a soglie di numi gli è dato
giungere” disse: e già impone al profondo fiume di aprirsi
per ampio tratto, ove spinga il giovane i passi. Ecco a lui
l’onda d’intorno si alzò curvata in aspetto di monte,
lo ricevé nel suo grembo immenso e l’accolse nel fiume.
Già della madre ammirava le case e il suo umido regno
e le lagune racchiuse in spechi e le selve fruscianti,
vi si accostava e stupito dal moto possente dell’acque,
sotto la terra spaziosa osservava scorrere i fiumi
differenziati secondo i luoghi: ecco il Fasi e poi il Lico
e il primo fonte da cui erompe l’Enípeo profondo,
quello del Tevere padre e quello d’Aniene fluente,
d’Ipani rumoreggiante di rocce e di Miso e Caíco
e di quel gorgo dorato, due corna sul volto di toro,
di quell’Erídano, fiume di cui per le pingui campagne
altro nel mare purpureo non va con maggiore violenza.
Come alle volte sospese di pomice della dimora
egli fu giunto e Cirene ebbe inteso i pianti infruttuosi
del figlio suo, le sorelle in ordine dànno alle mani
limpide stille e poi recano i panni di lane ben rase;
altre ricoprono i deschi di cibi e le coppe ricolme
pongono, sopra gli altari ravvivano fiamme panchee.
Ecco la madre: “Tu prendi le coppe di Bacco Meonio;
si liberà per Oceano!” escalmò. Pregava al contempo
il genitore di tutto, Oceano, e le Ninfe sorelle,
cento che vegliano i boschi e cento che vegliano i fiumi.
Sparse tre volte su Vesta accesa il suo nettare chiaro
e per tre volte la fiamma brillò, spinta al sommo del tetto.
Rassicurata al presagio nell’animo, quindi incomincia:
“Dentro l’abisso nettunio di Carpato c’è un indovino,
Pròteo ceruleo, colui che percorre l’ampia distesa
con il suo carro trainato da pesci che han due piedi equini.
Questi ora torna a vedere i porti d’Emazia e Pallene
Patria; costui veneriamo noi Ninfe e perfino il longevo
Nèreo in persona: poiché l’indovino ha chiara ogni cosa,
quello che è, quel che fu, quel che ormai si appresta a venire;
certo ha deciso così Nettuno, di cui egli pasce
sotto l’abisso le greggi immani e le sordide foche.
Figlio, da prima dovrai tu stringerlo in ceppi, a che tutta
egli ti esponga la causa del morbo e secondi gli eventi.
Senza violenza non lui ti offrirà consiglio, e nemmeno
lo piegherai con preghiere: di vincoli e dura violenza
fa’ uso e prendilo: allora cadranno i suoi inganni infruttuosi.
Io, non appena a metà il sole avrà acceso i suoi ardori,
quando hanno sete anche l’erbe e l’ombra è ormai grata alle greggi,
ti introdurrò nei rifugi del vecchio, là dove dall’onda
stanco si trae, che a tuo agio l’afferri sopito nel sonno.
Quando però lo terrai fra le mani e i vincoli stretto,
ti inganneranno apparenze mutevoli, volti di belve.
Diverrà subito un irto cinghiale, una tigre nerigna,
drago squamoso, nonché leonessa a fulva cervice,
emetterà truce suono di fiamma e dai ceppi in tal modo
proverà a togliersi oppure a sfuggire sciolto in lievi acque.
Ma quanto più tenterà di mutarsi in tutte le forme,
tu, figlio mio, tanto più tenderai i tuoi vincoli saldi,
fino a che poi non avrà, mutato d’aspetto, la forma
in cui l’hai scorto che gli occhi offuscava al sonno recente”.
Disse così poi profuse una chiara essenza d’ambrosia,
di cui coprì tutto il corpo del figlio; ecco allora che a lui
una soave fragranza spirò sui capelli acconciati,
agile venne il vigore alle membra. Un’ampia caverna
s’apre nel fianco d’un monte corroso, a cui l’onda in gran massa
è risospinta dal vento e vi torna in cerchi discissi.
Ai naviganti sorpresi fu un tempo fidissimo scalo;
Pròteo vi si rinchiude col peso d’un grande roccione.
Qui nei meandri la Ninfa sottrasse quel giovane al giorno
e lo occultò; poi in disparte ristette, oscurata di nebbie.
Torrido e rapido Sirio oramai sugli Indi assetati
stava bruciando nel cielo e il sole infocato compiva
già metà corso, arsa l’erba, i raggi cuocevano i fiumi
cavi di foci essiccate e li intiepidivano in fango,
quand’ecco Pròteo dai flutti diretto agli spechi consuenti
vi si accostava: a lui intorno esultanto l’umida gente
del vasto mare spargeva dovunque l’amara rugiada.
Sopra la sponda disperse si sdraiano al sonno le foche;
e tuttavia, come un tempo sui monti un guardiano di stalle,
quando i vitelli dal pascolo il Vespro riporta alle case,
e dànno stimolo ai lupi gli agnelli spargendo belati,
egli sedé su uno scoglio nel mezzo e ne fece la conta.
Come però se ne offrì l’occasione per Aristeo,
lascia posare all’antico appena le membra disfatte,
poi gli si avventa con gran clamore e l’afferra dai polsi
mentre riposa. Non certo immemore delle sue arti,
egli per contro si muta in ogni prodigio di forme,
in formidabile fiera, in fuoco, in un liquido fiume.
Ora, poiché non dà scampo alcuna fallacia, sconfitto
torna in sé stesso e gli parla infine col volto d’un uomo:
“Giovane troppo fidente, chi ti comandò d’accostarti
alle mie case? Che cerchi quaggiù?” Così dice. Al che l’altro:
“Pròteo, tu sai, tu lo sai, né c’è cosa mai che ti sfugga;
smetti di opporti però. Seguendo precetti divini
vengo quaggiù per cercare risposta all’avversa fortuna”.
Egli parlò. L’indovino infine con grande fatica
torse dai lui le pupille lucenti di glauco bagliore
e con un fremito greve aprì così il labbro ai destini:
“Sono senz’altro gli sdegni di un dio che ti stanno colpendo:
grande è la colpa commessa. È Òrfeo a destartele contro,
misero lui senza colpa qual è, se non ostano i fati,
simili pene, infierisce così per la sposa a lui tolta
Mentre fuggiva da te con impeto, lungo un ruscello
la moritura fanciulla non vide nel folto dell’erba
sotto i suoi piedi annidarsi alle rive un orrido serpe.
Dunque il coetaneo corteggio di Driadi riempì di clamore
anche le cime più alte: le vette rodopie hanno pianto
e l’elevato Pangeo e la marzia landa di Reso,
e così i Geti e con loro poi l’Ebro e l’attiade Orizía.
Lui consolando con cava testuggine il triste suo amore,
te, dolce sposa, te in mezzo al lido deserto, in disparte,
te col venire del giorno e te al suo morire cantava.
Anche le foci Tenarie, immane portale di Dite,
anche la selva offuscata di caliginoso terrore
egli passò, si accostò ai Mani e al sovrano tremendo,
cuori incapaci di farsi mansueti alle umane preghiere.
Ma dagli abissi profondi dell’Erebo, smosse dal canto,
ombre avanzavano tenui, fantasime prive di luce,
quanti gli uccelli a migliaia si celano in mezzo alle foglie,
quando li spinge dai monti il Vespro o la pioggia d’inverno,
madri e con esse mariti, nonché dei magnanimi eroi
spettri ormai privi di vita, fanciulli e illibate fanciulle,
giovani posti sui roghi dinanzi allo sguardo dei padri;
e del Cocito d’intorno il limo nerastro e le informi
canne, e la tarda palude e ben poco amabile l’onda
li circonfondono e Stige con nove correnti li serra.
Anche le case di Morte stupirono e anche l’impervio
Tartaro, e anche le Eumenidi avvolte le chiome di serpi
cerule, Cerbero stesso fermò le tre bocche, anelante,
e con il vento la ruota del gorgo issionio ristette.
Ripercorrendo il cammino, ormai superava ogni rischio,
e ricondotta tornava Eurídice alle aure superne,
standogli dietro (Proserpina impose per lui questa legge),
quando improvvisa follia sull’incauto amante discese,
da perdonarsi senz’altro, sapessero i Mani perdono:
egli ristette e alla sua Eurídice ormai nella luce
vinto nell’animo, immemore, ahimè riguardò. Fu in quel punto
persa l’intera sua impresa e i patti del truce tiranno
caddero, triplice tuono s’udì dallo stagno d’Averno:
ella gridò: “Chi ci perde, ahi, Òrfeo, te e me sventurata?
Che sciagurata follia? Ecco, ancora indietro i crudeli
fati mi chiamano, il sonno i miei occhi incerti nasconde.
E ora addio. Vado via, ché una notte immensa mi serra,
mentre ti tendo, oramai non più tua, le deboli mani”.
Disse e d’un subito agli occhi fuggì come fumo sottile
misto alle brezze, lontano da lui, e mai più da quel giorno,
ella lo vide benché si tendesse a stringere invano
l’ombra e volesse parlarle a lungo; il nocchiero dell’Orco
non consentì che passasse mai più la nemica palude.
Che farà mai? Dove andrà? Due volte la sposa gli è tolta.
Con quale pianto commuovere i Mani o che dèi con la voce?
Ella già fredda viaggiava ormai sullo stigio vascello.
Dicono ch’egli da solo e per sette mesi di fila
sotto una rupe svettante piangesse sull’onda del vuoto
Strímone e queste sventure narrasse fra gelide grotte
domesticando le tigri, piegando col canto le querce:
come nell’ombra d’un pioppo, afflitta com’è, filomela
leva lamento dei figli perduti che il duro aratore,
fatta la posta, sottrasse implumi dal nido; ma quella
piange di notte, posando su un ramo e ripete il suo canto
misero, e riempie gran tratto i luoghi di meste querele.
No, non più Venere piega il suo cuore, non gli imenei:
solo fra i ghiacci iperborei e su fino al Tanai nevoso
per le campagne che mai di brine ripee sono prive
peregrinava, piangendo Eurídice toltagli e i doni
vani di Dite; le madri dei Cíconi, in spregio a quel bene,
fra i sacrifici agli dèi e le orge di Bacco notturno
fecero a pezzi e poi sparsero il giovane in vaste campagne.
Pure anche allora, staccato dal collo marmoreo il suo capo,
mentre nel mezzo dei gorghi con sé l’Ebro Eagrio lo porta
e lo sballotta, la stessa sua voce e la gelida lingua
chiama “Ah Eurídice, Eurídice afflitta!” esalando la vita:
e risuonavano i lidi “Eurídice” in tutto quel fiume”.
Pròteo disse e d’un balzo si immerse nel fondo del mare,
dove si immerse, levò sotto il picco un’onda spumosa.
Ma non Cirene: per prima al trepido figlio si volse:
“Figlio, le angosce infelici t’è dato deporle dal cuore.
Qui tutto il seme del morbo: per questo le Ninfe con cui
ella nei boschi profondi soleva animare le danze,
diedero all’api infelice destino. Tu supplice porgi
doni chiedendo la pace e adora le miti Napee;
venia daranno a quei voti, ti condoneranno gli sdegni.
Quale sia il modo a placarle io dirò con ordine prima.
Quattro dei meravigliosi giovenchi d’altera prestanza
che per te brucano adesso le vette del verde Liceo
scegli e altrettante giovenche dal collo tuttora indomato.
Quattro tu innalzane d’are per loro davanti ai santuari
delle deità, poi dai colli tu spillane sacro del sangue,
ma le carcasse dei bovi abbandona al bosco frondoso.
Poi non appena la nona Aurora il suo sorgere mostri,
funebre dono per Òrfeo i Letei papaveri manda
quindi una pecora nera immola e rivisita il bosco:
con un’uccisa vitella Eurídice venera e placa”.
No, non più indugi: all’istante adempie i precetti materni;
presso i santuari si reca, innalza gli altari indicati,
quattro dei meravigliosi giovenchi d’altera prestanza
guida e altrettante giovenche dal collo tuttora indomato.
Poi non appena la nona Aurora al suo sorgere apparve,
funebri doni per Òrfeo offrì e rivide anche il bosco.
Ecco che allora improvviso, mirabile a dirsi un prodigio
vedono, in mezzo alle entragne dei buoi liquefatte, dal grembo
tutto ronzare le api, fra costole rotte sciamare,
e sollevarsi con nugoli immensi e dall’albero in cima
già rampollare e dai rami pieghevoli scendere l’uva.
Questo cantai sui lavori dei campi e così delle greggi
come degli alberi, mentre il possente Cesare in guerra
lungo l’Eufrate profondo brillava e le leggi a volenti
popoli offriva in trionfo, si apriva la via per l’Olimpo.
In quell’età la soave Partenope riconfortava
me, quel Virgilio, che lieto fra studi d’anonima quiete,
canti provai di pastori e già audace di giovinezza,
Titiro, te celebrai al fresco d’un faggio frondoso.

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daniele ventre
Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).