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Dissonanze ballardiane nella poetica dei This Heat

di Stefano Spataro

Desincronizzazione permanente

C’è un piccolo controllo sul retro delle vecchie televisioni analogiche: horizontal hold (“controllo di frequenza orizzontale”). Serve a stabilizzare l’immagine sullo schermo. Quando fallisce, l’immagine rolla, scorre in un loop verticale infinito, sempre visibile ma mai ferma. Vedi la scena ma non riesci ad agganciarla, a sincronizzarti con essa. L’informazione arriva, ma il tuo sistema di ricezione non può processarla. I This Heat registrano esattamente questo malfunzionamento. Horizontal Hold è musica impossibile da stabilizzare. Ogni volta che il cervello cerca di costruire un pattern, di afferrarne il ritmo, di aggrapparsi alla melodia, il brano slitta via senza sincronizzazione. Il suono rotola su sé stesso come l’immagine TV difettosa, passa e ripassa ma sempre sfasato, sempre irraggiungibile.

Ballard aveva capito che il mondo del dopoguerra era diventato esattamente questo: un flusso di eventi impossibile da mettere a fuoco. Vietnam trasmesso in diretta ma percepito come “sfondo mentale”. Kennedy assassinato, Oswald ucciso due giorni dopo in diretta televisiva. La realtà è una trasmissione difettosa; sai che sta succedendo qualcosa di cruciale ma non riesci a sincronizzarti con l’evento. Il cervello non tiene il passo. Nei suoi romanzi descriveva questa condizione: la velocità autostradale che rende illeggibile il paesaggio, il trauma che fa slittare la percezione temporale, la tecnologia che procede più veloce della capacità umana di elaborarla. Il mondo come istituto psichiatrico squilibrato, non perché abitato da pazzi, ma perché è il sistema stesso di percezione a essere guasto.[1]

Horizontal Hold traduce questa condizione in forma sonica. La chitarra attacca, poi deraglia. Il synth emerge, poi affonda. Il ritmo si stabilizza per diverse battute, poi perde aderenza. Complessità musicale e impossibilità di ancoraggio percettivo. Il brano mima il malfunzionamento del tuo apparato ricevente. Se Testcard era il vuoto organizzato, il sistema in stand-by perfetto, geometrico, efficiente, Horizontal Hold è il pieno che cerca disperatamente di organizzarsi e fallisce continuamente. La macchina che tenta di allinearsi con sé stessa ma non ci riesce mai del tutto. L’immagine continua a scorrere, l’informazione continua ad arrivare, ma tu resti lì, incapace di fermare il flusso.

Ballard localizzava questa condizione nello “spazio interiore”.[2] I This Heat ne fanno la struttura stessa del suono: una civiltà che ha perso sincronizzazione con la propria realtà. L’horizontal hold che non tiene è il sintomo preciso. Non riusciamo più ad agganciare il presente. Possiamo solo guardarlo rotolare via, frame dopo frame, sempre leggermente fuori fase, sempre mal trasmesso.

Il brano finisce senza concludere. L’immagine continua a rollare da qualche parte, in qualche schermo, in qualche frequenza. Il controllo è rotto. Non si aggiusterà.

Termodinamica del collasso

Il nome stesso della band è una trappola termica. This Heat non indica la temperatura ambientale ma uno stato di emergenza climatica permanente. Ballard aveva costruito la sua cosmologia su due poli: il mondo sommerso dall’acqua (The Drowned World) e il mondo prosciugato dalla siccità (The Drought). Non sono scenari opposti, ma la stessa catastrofe vista da angolazioni diverse. In entrambi i casi, la liquidità della civiltà che evapora o straripa.

I This Heat del primo disco abitano quella stessa instabilità termodinamica. Not waving è una trasmissione dal liquido amniotico, un rifiuto di nascere nel mondo materico. La voce affoga nel riverbero, il suono cola come condensa su vetro. Non vuole solidificarsi in forma. Ballard l’avrebbe riconosciuto subito: la regressione psichica verso l’ambiente originario, il grembo-oceano dove la coscienza può finalmente dissolversi. La strumentale Water conferma quest’attitudine.

L’idea di cold storage – la cella frigorifera adibita dal trio a studio di registrazione – è l’allegoria del ribaltamento di questa polarità: congelamento, ibernazione, la promessa criogenica del futuro che non arriva mai. Ballard scriveva di corpi cristallizzati in stasi temporale; i This Heat del freddo che conserva, che congela il trauma. Il suono è ghiaccio opaco, frequenze sotto zero che bruciano quanto il fuoco.

La climate fiction ballardiana non riguardava mai soltanto il clima, ma anche la psiche che collassa insieme all’ambiente. Anche nel più recente Millennium People i personaggi benestanti innescano rivolte domestiche non per disperazione, ma per noia entropica: hanno bisogno del calore della distruzione per sentirsi ancora vivi. I This Heat misurano la temperatura corporea di una civiltà in delirio.

Acqua che sommerge, caldo che brucia, freddo che conserva cadaveri. Ballard e i This Heat condividono la stessa ossessione: gli stati di transizione. L’accento è sul momento del passaggio, il soffocamento della morale, la terra riarsa bagnata dalle prime gocce di una pioggia di là da venire, la condensazione vetrosa della natura. È lì che la realtà si rivela costruzione instabile. È lì che il suono dei This Heat ti trascina, in quello spazio liminale dove non sai più se stai annegando o evaporando. C’è solo ciclo termico senza uscita. Il caldo genera vapore, il vapore condensa in acqua, l’acqua congela in ghiaccio, il ghiaccio si scioglie in acqua. E ricomincia. Climate fiction sonica: non il racconto della catastrofe, ma la sua frequenza perpetua.

Non c’è domani
Annegare, non fluttuare.
Annegare nell’oceano. Annegare nel liquido amniotico, non volerne uscire.
Acqua.
La realtà come una forma incapsulata dell’ambiente in cui abbiamo vissuto in precedenza e a cui restiamo aggrappati come embrioni riluttanti.
Non salvateci.
La circolazione si ferma.
Acqua che ti congela fino al midollo.
Impara ad amare l’acqua, fino a emergere alla luce brillante del sole archeopsichico interiore.
L’acqua ti amerà come se non ci fosse un domani.
Il legame con il futuro, fino a quel momento tormentato da tanti dubbi ed esitazioni, è ora assoluto.

Geometria dell’occupazione domestica

Ballard immaginava il futuro come il paesaggio lunare, spigoloso, geometrico, privo di ornamenti. Uno spazio dove l’isolamento sarebbe diventato libertà; la libertà di stare soli davanti alla televisione, lontani dalla folla rinascimentale delle piazze. Un deserto climatizzato dove ogni oggetto avrebbe svolto un ruolo estetico preciso, stilizzato, necessario.[3]

I This Heat mostrano cosa accade quando questa geometria viene militarizzata. Nel testo di Twilight Furniture, l’arredamento domestico diventa arsenale. Penna stilografica e calibro .35 sono sinonimi. La macchina da scrivere si carica come una Tommy gun. Il telescopio preme su un occhio bendato – strumento ottico o mirino? Ogni superficie, ogni angolo, ogni mobile è simultaneamente funzione domestica e tattica militare. La fissione nucleare, cantano alla fine, è nostra amica. Dobbiamo stringerle la mano. Nella stanza vuota, spigolosa, efficiente, resta solo questo: il patto con la tecnologia che ci sorveglia mentre finge di servirci.

Ballard parlava di bambini autistici ipersensibili ai contorni delle stanze, che entravano in panico se una poltrona veniva spostata. In The Atrocity Exhibition, Traven si chiede se l’angolo tra due pareti ha un lieto fine. Per lui – e per l’autore – è una domanda seria; la realtà come costruzione mentale che può sgretolarsi in qualsiasi momento, rivelandosi scenografia inutile.[4] Nei This Heat la risposta è netta: no. L’angolo è il punto cieco, il settore non coperto dal proiettore, lo spazio dove si nasconde il nemico. La geometria domestica non è neutra, è già campo di battaglia. Il coprifuoco inizia alle dieci, il cessate il fuoco termina a mezzanotte. Lo spazio privato ballardiano, quella stanza vuota, lunare, dove finalmente stare soli, è già sotto assedio.

24 Track Loop costruisce esattamente quello spazio lunare promesso: ripetizione meccanica, angoli retti, superfici metalliche. Il loop gira su se stesso come un dispositivo di sorveglianza instancabile. Non c’è melodia, solo architettura sonora, un ambiente che ti contiene, ti misura, ti controlla. Il suono del loop ti ipereccita. Ogni variazione minima diventa trama e trauma. Il nastro gira identico per sei minuti ma tu non ti abitui mai, sei in allerta permanente, in attesa della detonazione. L’ambiente stesso è diventato frequenza ostile.

Ballard sosteneva che le persone cercassero la propria psicopatologia come via d’uscita dalla noia, che volessero rompere i mobili, scatenarsi, entrare in uno stato di rabbia come scimpanzé stanchi di masticare ramoscelli.[5] I This Heat registrano il momento successivo: i mobili sono già rotti, già trasformati in strumenti bellici. La rabbia è mutata in sorveglianza permanente.

Il pezzo finisce senza concludere, il loop semplicemente si interrompe, ma sai che continua da qualche altra parte, in un’altra stanza, in un altro nastro. La geometria lunare promessa da Ballard è qui, ma non porta libertà. Solo isolamento armato, ogni angolo un possibile fronte, ogni mobile un potenziale complice.

Decomposizione e cristallizzazione

Al di là del riferimento storico, Diet of Worms evoca disturbanti immagini alimentari. Chi mangia chi? I vermi mangiano il cadavere o il cadavere si nutre di vermi? Ballard aveva scritto del gigante annegato sulla spiaggia, corpo colossale colonizzato da parassiti e curiosi. La decomposizione come spettacolo pubblico, la carne morta che attira le folle, anche se per brevissimo tempo. Il brano strumentale procede per infiltrazioni, suoni che si insinuano come larve sotto la pelle della composizione, divorandola dall’interno. Non c’è melodia da seguire, solo processo organico di disfacimento. Il suono si autofagocita, si nutre della propria struttura fino a restare scheletro.

In Music Like Escaping Gas c’è il contatto ballardiano più chiaro: “datemi gli strumenti del desiderio / progettati per incendiare la mia faccia”. È The Atrocity Exhibition condensato in due versi, la richiesta esplicita di violenza tecnologica come unica via d’accesso al sentire. La nazione che ottiene le nuvole che merita, idrogeno, nitroglicerina, monossido di carbonio. Non inquinamento passivo ma chimica del desiderio, l’atmosfera come arsenale che abbiamo scelto consapevolmente. Ballard mostrava atrocità come eventi estetici: incidenti d’auto, assassinii presidenziali, esplosioni nucleari trasformate in installazioni mentali. I This Heat sublimano l’atrocità in arte. Il suono-cilindro-filtro-pompa che eroga veleni mentre cantiamo preghiere silenziose per ottenerli.

Rainforest chiude il cerchio. Ballard aveva scritto sia del mondo sommerso dall’acqua sia della foresta cristallizzata, la natura che si mineralizza, diventa geometria morta, superficie riflettente. I This Heat sovrappongono le due catastrofi in un unico brano, in una foresta pluviale che si configura come archivio sonoro del collasso. Il patchwork di nastri, charleston frantumati, piatti esplosi è solo apparentemente caos, ma è piuttosto stratificazione geologica. Ogni layer sonoro è un’era differente compressa nello stesso istante: la foresta che cresce, si indurisce e rifulge di luce. I loop di chitarra sono liane sonore che si avvolgono su se stesse, soffocano, si pietrificano.

Nel Crystal World di Ballard il tempo si ferma, la foresta diventa museo di se stessa, ogni foglia un diamante, ogni insetto un gioiello immobile. Ma continua a esistere, intrappolata nella propria perfezione mortale. Rainforest è il suono di quella trasformazione: la vita organica che collassa in pattern minerale, il battito che diventa ritmo meccanico, il respiro che si fa frequenza atemporale. Il noise ultra-denso è compressione di tutte le foreste possibili, quella sommersa, quella bruciata, quella congelata, quella cristallizzata, quella interiore, suonate simultaneamente. Ballard ti faceva scegliere quale catastrofe visitare. I This Heat te le scaricano tutte addosso in tre minuti di crollo sedimentato.

Alla fine resta solo il riverbero, lo spazio vuoto dove la foresta esisteva, ora cristallizzato in eco perpetuo.

Anche i vermi si sono vetrificati.

Trasmissioni dalla catastrofe amministrativa

La guerra come intrattenimento domestico. Ballard lo aveva capito: il Vietnam non era un conflitto geografico ma uno spettacolo elettrico consumato in diretta dal salotto di casa. La violenza tecnologica non disgustava, eccitava. Dieci anni di cinegiornali serali avevano trasformato la catastrofe in sfondo mentale, in tappezzeria psichica.[6] I This Heat registrano il momento della caduta con la precisione di un sismografo: il drone funebre che apre The Fall of Saigon è la frequenza residua, quello che resta nell’etere quando l’ambasciata si svuota. Il suono avanza lento, narcotizzato, atonale, una nausea fredda che non cerca risoluzione. Nel testo, qualcuno cucina il gatto dell’ambasciatore. Poi mangia la televisione, la poltrona, il telefono, il polistirolo. Cannibalismo della civiltà. L’Occidente che divora i propri residui, i propri elettrodomestici, i propri schermi. Ballard l’avrebbe chiamata autodigestione mediatica; quando la realtà diventa indistinguibile dal suo simulacro televisivo, cosa resta da consumare se non il dispositivo stesso?

La chitarra scava solchi irregolari sulla superficie del drone, come unghie su una lavagna. Il ritmo ostinato sembra mettere ordine, insieme alla melodia dei cori, ma questo non preserva dalla cupezza generale del brano, che in sé suona come passi in ritirata ed elicotteri sovraccarichi che faticano a sollevarsi. L’evacuazione – quella vera, quella storica – fu un atto di selezione brutale: prima tutti, poi solo gli americani. La vita vietnamita pesata contro quella statunitense, trovata più leggera. I This Heat trasmettono questo bilancio, il calcolo freddo, la nausea burocratica.

Ballard sosteneva che la guerra soddisfacesse bisogni precisi. Che fossimo tutti combattenti grazie alla copertura televisiva. Che dovessimo essere onesti riguardo al fascino di quegli eventi.[7] I This Heat lo sono. Il brano non denuncia, non piange, non protesta, abita lo spazio psichico della catastrofe, ti tira dentro, ti ci lascia crogiolare.

Quando il pezzo finisce non c’è sollievo. Solo il ronzio dell’amplificatore, il rumore di fondo che continua dopo lo spegnimento. La guerra è finita ma la frequenza rimane. Continueremo a trasmetterla – e a riceverla – forse per sempre.

Torna il vuoto organizzato della Test Card.

Note

[1]     Cfr. “2006: Jonathan Weiss. ‘Not entirely a journey without maps’: J.G. Ballard on The Atrocity Exhibition”. In S. Sellars, D. O’Hara (eds.), Extreme Metaphors. Interviews with J.G. Ballard 1967-2008, London, Fourth Estate, 2012. (Edizione digitale).

[2]     Cfr. J.G. Ballard, “Which Way To Inner Space?”, New Worlds n.118, 1962, pp. 2-3; 116-118.

[3]     Cfr. “1974: Carol Orr. How to Face Doomsday without Really Trying”. In Extreme Metaphors, cit.

[4]     Cfr. “2006: Jonathan Weiss. ‘Not entirely a journey without maps’…”, cit.

[5]     Cfr. “2006: Toby Litt. ‘Dangerous bends ahead. Slow down’: J.G. Ballard on Kingdom Come”. In Extreme Metaphors, cit.

[6]     Cfr. “1974: Carol Orr. How to Face Doomsday…”, cit.

[7]     Cfr. “1970: Lynn Barber. Sci-fi Seer”. In Extreme Metaphors, cit.

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davide orecchio
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Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a: d.orecchio.nazioneindiana(at)gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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