Sostanza organica (sillabario della terra # 14)

di Giacomo Sartori

La terra si forma dalle rocce e dai sedimenti dei fiumi, dei ghiacciai e del vento: è quindi una materia prevalentemente minerale. La si potrebbe pertanto immaginare inattiva e statica, come i picchi delle montagne e le scogliere. Ed è effettivamente così che nell’ultimo secolo se l’è raffigurata il mondo occidentale. Accanto ai minerali ereditati o trasformati essa contiene però sempre una frazione organica. Espressa in peso è una ridotta percentuale, più spesso tra il due e il quattro per cento, ma sufficiente per affrancarla in modo netto dal regno minerale, facendone una entità completamente a parte.

La componente organica è costituita prevalentemente da resti di piante: foglie, fusti, sostanze sudate fuori dalle radici (molto abbondanti per le specie erbacee) e radichette: una grossa parte muoiono ogni anno. Residui vegetali non più viventi che all’inizio sono ancora intatti e riconoscibili, e poi vengono via via trasformati e elaborati dagli organismi visibili a occhio nudo o microscopici. Che sono anch’essi fatti di sostanza organica. Quindi la terra contiene materia organica morta, a vario stadio di decomposizione, e per una piccola parte anche viva. Ed è proprio quest’ultima che le istilla il suo soffio vitale, rendendola un organismo che pulsa e vive. Ha però ha bisogno della prima.

Il connubio molto intimo tra due componenti appartenenti a due universi opposti, organico e inorganico, costituisce la caratteristica più importante della terra. Che è minerale e viva allo stesso tempo, apparentemente inerte ma in incessante attività, resiliente ma anche vulnerabile e fragile. Essa è però ritrosa, mimetizza la sua doppia natura. Se prendiamo in mano una manciata di terra coltivata, o anche di un vaso di fiori, e leviamo le eventuali radichette non riusciamo a distinguere le due frazioni. Quella organica si tradisce attraverso la colorazione scura, ma si mostra in quanto tale, è anzi legata più o meno intimamente con le particelle minerali. E tanto meno si può vedere il pullulare microscopico.

Con le sue due facce del brulicare della decomposizione e del perdurare minerale dei fossili, la terra se ne sta quindi tra la vita e la morte. Il suo compito del resto è decomporre i resti dei viventi, compresi gli umani, e trasformarli, grazie alla sua vita strabordante, in elementi riutilizzabili dallo sbocciare vegetale. Nutrendo quindi le fioriture e il rigoglio di altra vita. Ci ricorda insomma che vita e morte sono la stessa cosa, non c’è una senza l’altra. Per questo non stupisce la sua sfortuna di immagine e la sua lacuna di autorevolezza, in un’epoca di rimozione della morte.

I metodi industriali di coltivazione, basati sui concimi chimici e su continue lavorazioni della terra, portano a una diminuzione della quantità di materia organica, che se ne va sotto forma di anidride carbonica a aumentare l’effetto serra. Quando si nominano le riserve di carbonio organico pensiamo subito al serbatoio costituito dalle foreste, e invece facendo i calcoli per tutto il Pianeta nei suoli ne è presente una provvista tre volte maggiore. Tagliando le foreste si perde il carbonio della vegetazione, che viene in genere bruciata, e ben presto se ne va via anche gran parte di quello dei loro suoli. Ma appunto se ne scappa nell’atmosfera anche con le forme di coltivazione che attraversiamo viaggiando in treno o in automobile, e che consideriamo normali.

Se diminuisce la sostanza organica gli organismi che fanno vivere la terra, già peraltro indeboliti o decimati dai pesticidi, non hanno più da mangiare, e vedono ridursi la loro diversità. Il che li impedisce di far arrivare alle piante gli elementi necessari di cui queste hanno bisogno (rendendole totalmente dipendenti, il gatto si morde la coda, dai concimi chimici). Ma impedendoli anche, solo negli ultimissimi anni la scienza se ne è accorta e riesce a dimostrarlo, di svolgere il loro ruolo di mitigazione di molti patogeni e parassiti delle piante. La terra è meno viva, e meno intraprendente, meno benefica.

Ci sono però guasti di altra natura molto diversa, legati alla riduzione della parte organica. Venendo a mancare la sua azione di aggregazione delle particelle, la terra si difende molto male dalla compressione causata dai trattori e dalle altre macchine. Così come dalle unghiate delle acque che scorrono in superficie, e dagli scippi del vento. Essa sopravvive allora come può, come testimonia il suo aspetto pallido e per così dire anemico, che chiunque può riconoscere. L’abbiamo pensata come solo minerale, e lei ha dovuto seguirci nella nostra follia, quasi cercando di adattarsi alla nostra immagine.

(l’immagine: Provincia di Tiaret, Algeria)

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giacomo sartori
giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016), Baco (Exorma, 2019) e Fisica delle separazioni (Exorma, 2022). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese. Di recente è uscito Coltivare la natura (Kellermann, 2023), una raccolta di scritti sui rapporti tra agricoltura e ambiente, con prefazione di Carlo Petrini.
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