Plagio & progresso, nonché altre piccole meraviglie del mondo contemporaneo (opinioni di un disadattato)
di Giorgio Mascitelli

La vicenda dell’esclusione dello scrittore canadese Thélyson Orélien dal più prestigioso premio letterario di lingua francese, il Goncourt, con l’accusa di plagio perché avrebbe fatto scrivere la sua opera a qualche chatbot appartiene più alla sfera del denaro che a quella della letteratura. Non sto sostenendo che i romanzi che partecipano ai premi letterari siano commerciali, questo non si può certo dire di tutti e soprattutto non è interessante per il presente discorso; affermo soltanto che il tipo di energie, strategie promozionali e pratiche che i premi letterari, perlomeno quelli maggiori, attivano sono quelle tipiche nella nostra società di manifestazioni che determinano dei movimenti di denaro in modo diretto o indiretto. Per esempio, se i celebri giudizi su Michela Murgia fossero stati pronunciati da Michele Mari non sul van del premio Strega, ma sul filobus circolare 90/91 di Milano, anche se fossero stati ascoltati e uditi con chiarezza da numerosi estimatori della scrittrice sarda e anche da testimoni neutrali, non avrebbero sortito quel clamore mediatico, che invece hanno suscitato quando il romanzo dell’autore milanese era candidato alla vittoria, a parer mio meritata, del premio Strega, cioè alla trasformazione del suo libro in un potenziale bestseller. Analogamente penso che, qualora Orélien fosse ricorso all’intelligenza artificiale, questa scelta si spiegherebbe più che con ragioni letterarie con ragioni economiche di vario tipo e genere, che potrebbero andare dal desiderio di migliorare la leggibilità del proprio testo a una strategia di marketing mirante a suscitare curiosità sul suo libro. E immagino che casi simili si ripeteranno in futuro: si prospettano tempi duri per organizzatori e giurati dei premi letterari!
Vorrei invece prendere in questione dal punto di vista esclusivamente letterario la domanda che il caso Orélien pone sulla figura dell’autore e, conseguentemente, sul concetto di plagio. La figura dell’autore come creatore assoluto del testo letterario è già stata messa in crisi da alcune pratiche delle avanguardie novecentesche, per tacere del largo uso nell’Ottocento di ghost writer a cui si rivolsero molti scrittori di successo per far fronte alle forme di sfruttamento seriale a cui erano sottoposti dall’editoria del tempo. Il montaggio e il ricorso al computer nell’elaborazione dei testi porrebbero dal punto di vista della legittimità problemi analoghi all’uso dei chatbot, se non fosse che queste pratiche vengono rivendicate esplicitamente e dunque non costituiscono un plagio. Naturalmente ciò è possibile perché le poetiche dell’avanguardia sono caratterizzate da un lato da un’istanza di ricerca di nuove forme espressive e dall’altro da una di contestazione delle istituzioni letterarie tradizionali, tra le quali quella dell’autore. E’ probabile che anche in futuro ci saranno altri testi caratterizzati da poetiche della contestazione e della ricerca che ricorreranno apertamente all’IA, ma questa possibilità non riguarda né il caso Orélian né in generale la narrativa da premio letterario e nemmeno quella di genere, nelle quali è importante l’immagine dell’autore tradizionale come creatore, anzi nelle strategie promozionali odierne è largamente prevalente la presentazione dell’autore su quella dell’opera: esse sembrano puntare su una sorta di proprietà transitiva per cui una persona a vario titolo valida e interessante produrrà un testo analogo. In questi casi, allora, la funzione dell’IA sarà più vicina a quella degli scrittori fantasma ottocenteschi.
Ritengo, però, che questa pratica non avrà una diffusione così massiccia, come alcuni paventano, sia per ragioni pratiche (voci che circolano nel pubblico, denunce di concorrenti danneggiati ecc.) sia per quello che potremmo chiamare il paradosso di Cristiano di Neuvillette, la cui operatività non sarà certo impedita da un robusto editing autoriale su un testo generato da un chatbot. Infatti Cristiano di Neuvillette, nel Cyrano, è il cadetto di Guascogna innamorato, ricambiato, di Rosanna, giovane e bello, ma maldestro con le parole, per il quale Cirano, altrettanto innamorato, ma senza speranze, della stessa donna, si offre di scrivere le lettere d’amore che lui non saprebbe comporre. Ben presto Cristiano si accorge che Rosanna è innamorato dell’autore delle lettere, per quanto sia convinta che abbia il suo volto, e di quanto sia pesante l’assurdità della situazione, vorrebbe imporre così a Cirano di rivelarsi rischiando di perdere l’amore della donna che ama, pur di uscire dalla contraddizione. L’uscita per il povero Cristiano ci sarà, ma è tragica benché semplice perché morirà in battaglia, ma se fosse sopravvissuto avrebbe compreso che l’uscita da un simile paradosso per ritornare se stessi non è a costo zero. Ci sarà sicuramente qualche cinico che è indifferente al paradosso di Cristiano di Neuvillette, ma la maggioranza degli scrittori desidera essere sé stessa.
L’impatto maggiore dell’IA sulla produzione letteraria è probabilmente da cercarsi altrove, in un ambito ideologico anziché tecnologico. I chatbot infatti si addestrano sui modelli di scrittura più diffusi nei media cercando di selezionare un linguaggio efficace per tutti, che si potrebbe definire standard. Offrono un modello cioè in cui in luogo di tutte le performance linguistiche individuali, se ne avrà una standardizzata generata dai chatbot che realizzerà il sogno della piena comunicatività e l’incubo letterario di una lingua in cui non saranno possibili nuove connotazioni, nuove sfumature, nuovi accenti di ironia o di rabbia. E non è da escludere che avremo scrittori umani che cercheranno di scrivere come i chatbot imitando la loro lingua standard.
