Variazioni Meridiano – 6: Lidia Riviello

”Fu uno shock
in età celeste avanzata, e non sapendo come fermarci
trovammo riparo anni dopo in un restauro
di legno con nessuna vista sul cielo.
Solo dal vetro e dalla resina ricavammo una consolazione,
poi ci consumammo con il dettaglio di stare dietro alle
montagne, avvento di una nuova strana confidenza,
un sesto termine della conoscenza,
vicina al declino del senso.
Si manifestò al neon una verità strillo d’anatra…”
Da “Neon 80”

Quando Maximilien Robespierre, nel 1791 definisce la pena di morte come “meurtre jurdidique, crime solennel, lache assassinat, antique et barbare routine, le plus horrible raffinement de la cruauté’”… ha appena scoperto d’essere un poeta. Così il nostro incorruttibile si spaventa di ridicolo.

Maximilien sembra ossessionato da questo “nuovo” linguaggio, estraneo alla logorante prassi della politica – la poesia è un rumore più volgare e celeste di quello che fa la rivoluzione! – e non lo riconosce subito come “categorico e morale”.

Somiglia un po’ a quei balli che definisce immorali, ma lo tenta perché parla come il vero/dopo pure se non è vero/subito, comincia con un volo folle e poi cade come un metallo incandescente nella tasca della terra. Per questo, quando nessuno lo sente grida contro il corpo della rivoluzione, nella notte del terrore: Io scrivo e pratico un’arte nuova, trasgressiva come la politica delle idee!

Il giacobino questa notte salva non l’anima ma la pelle. La pelle vista da fuori è più tenera dell’anima, la parola detta fuori più resistente ai colpi della storia con le sue azioni cupe nel fondo e le distorsioni del pensiero, in fondo.

In realtà Maximilien sa che fa più paura la Poesia, del Terrore, perché questa, mentre si rivolge direttamente ad un dittatore, gli urla contro le bestemmie alte e irripetibili delle donne e dei bambini, e lo rovescia subito, non gli concede tempo.

Prima che si rimettano in gioco le gerarchie e le priorità del sistema politico dominante, la poesia capovolge, sostituisce, allestisce la sua sintassi dissacrante durante tutte le fasi di montaggio delle parti in causa.

Quando una società è debole, non sa in quale discarica culturale mettere a riposo i poeti, quando ci chiedono di diventare muti e sconfitti, oggetti lamentosi, sacrali e patetiche vittime della macchina di consumo e di rivendita dei linguaggi, la poesia diventa una sorprendente verifica degli usi e degli abusi di questo ingranaggio rivelando, nelle invenzioni del linguaggio e nel lavoro di riportare alla luce i reperti originali di una genesi dimenticata, l’allarmante illusione di durare dei sistemi di mercato, dove i mercanti fanno il mercato e i mercati il mercante.

Può attivarsi effettivamente, ai margini diroccati del nostro e del mio tempo, con vista a strapiombo sulla storia, un linguaggio memorabile e duraturo? Può questo linguaggio delle parole esposte, questo trompe l’oeil che stravolge l’ordine naturale delle forme che mentre si vive va a fuoco nell’inconscio, e mentre si scrive va a fuoco e basta, agire pienamente e consapevolmente pure dopo la perdita delle ragioni di un’idea che è nata con noi, senza franare sotto la rovina dei dogmi, e delle neodittature minori e pesticide? La poesia che scriviamo, io al plurale con la responsabilità altisonante e dissonante del noi, ed io al singolare con i conflitti di una soggettività poco illuminata e incerta, è scrittura di quello che resta dopo il riversamento dell’inconscio per le strade dove camminiamo, che calpestiamo.

È la fortezza nascosta che non diventa mai luogo sicuro dove convalidare le singole parole in sequenze uguali lasciandole ai loro significati preposti, ma luogo di quei segni, di quei gesti, di quegli oggetti che non si sono mai separati dall’esperienza già fatta ma che attualizzano di continuo le esperienze imminenti. La poesia è sempre adesso, mentre parliamo d’inconscio col vocabolario delle nevrosi tascabile in tasca.

Il linguaggio con cui mi ritrovo ogni istante a s/ragionare è questa resistenza fisica che dura, che mi chiama alla (ala) rivoluzione nelle zone inaspettate del mio linguaggio magmatico e ancestrale.

Mentre sopravvivo in discesa mi chiedo cosa me ne faccio dell’eco sostanziale e materica della pelle. Io perdo, dunque conosco. E scrivo solo (sola) durante questa conoscenza della perdita. Perdo un’idea, una ragione, una immaginazione, una forma, una evidenza.

La poesia, linguaggio del dopo, mi supera perché mi finisce ogni volta e mi sfinisce.

Alimento anticorpi contro la memoria senza nostalgia, perché la corrosione del paesaggio fisico riproduca l’eden appannato, e mentre si compie la scrittura del pianeta, la parola intera, restituita alla mia intenzione di unità, produce significati singoli per significanti corali.

La poesia, non più nella storia ma della storia, porta i segni diretti di un intervento sintattico nelle cose e nelle vicende che abitano la fiction dei miei versi.

Credo si debba tenere tutto a distanza e a portata di mano quando si scrive: le imprecisioni, i dettagli, i tic delle parole in fase di montaggio, e quando poi smonti il meccanismo del reale è l’antimorale che ne viene fuori che riassesta l’immagine sfocata.

La realtà non è, la realtà va cercata e conquistata dice Paul Celan.

E la parola si autoelimina se non si ritrova in questa realtà in divenire. Nella precarietà della storia si lamentano le ipotesi, e quando la flaccida molle prosa sguazza nel perentorio e ostinato lago dei codici di vecchie famiglie linguistiche defunte e di diktat incollati allo schermo piatto della nostra bella e inutile lingua, la poesia resta in ascolto e noi indietro. Un bacio non è un bacio ma è l’idea del bacio e anche il dopo bacio; un amore in più nel catalogo dei servizi.

La poesia è sempre postuma, non offre le soluzioni per la guerra in Iraq ma fa continuare il conflitto (carthago delenda est, cartagine brucia ancora!) mentre tentiamo di ricomporre i frammenti isolati della storia e ci mostra babilonia come non è più e come non ci sarà in nessuna geografia nova, eppure è salva perché la poesia l’ha sottratta alla completa macerazione, perché alla poesia interessa questa macerazione, perché la utilizza e non la rifiuta.

La parodia del reale serve per non cadere sotto le bombe dell’abuso sociale, per verificare l’uso inutile della bomba e l’uso utile della parodia, appunto.

Questi sono tempi come gli altri, non si fanno sconti, né dobbiamo innalzare e sublimare il dramma per scrivere meglio.

Il conte Mirabeau sosteneva che Robespierre non sarebbe andato lontano, perché credeva in tutto ciò che diceva, dunque io mi fermo qui.

2 Commenti

  1. un saluto a te Lidia e mettere la faccia
    ma solo per fare uno – rompere il ghiaccio
    effeffe

  2. In questo denso ed acuto testo di Lidia, come anche negli altrettanto densi ed acuti testi di Giulio Marzaioli e Marco Giovenale, percepisco una preoccupazione comune, che condivido profondamente: la poesia come una possibilità di andare contro. È un’operazione politica, certo, che però nella poesia non si pone in modo “diretto”. Piuttosto: andare contro le logiche ordinarie e le credenze condivise fa parte della logica del testo poetico, lo permea, si identifica con la sua sussistenza. Come scrive Lidia: “allestisce la sua sintassi dissacrante durante tutte le fasi di montaggio delle parti in causa”. Per Giulio: la pagina come “eterotopia”, ovvero “contro-luogo” di sovvertimento logico. Per Marco: lo scrivere “contro e però dentro” la “distruzione”, nella coscienza della vulnerabilità della scrittura. Il meridiano, sembrano dirci i nostri amici Lidia, Giulio e Marco, è anche scontro, non solo incontro. Ma non è uno scontro frontale: piuttosto, la poesia genera logiche alternative, spazi differenti di pensiero che si sovrappongono e criticano, appunto, “dall’interno”. I vostri testi, cari amici, contribuiscono ad ampliare e a moltiplicare questi spazi.

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andrea raos ha pubblicato discendere il fiume calmo, nel quinto quaderno italiano (milano, crocetti, 1996, a c. di franco buffoni), aspettami, dice. poesie 1992-2002 (roma, pieraldo, 2003), luna velata (marsiglia, cipM – les comptoirs de la nouvelle b.s., 2003), le api migratori (salerno, oèdipus – collana liquid, 2007), AAVV, prosa in prosa (firenze, le lettere, 2009), AAVV, la fisica delle cose. dieci riscritture da lucrezio (roma, giulio perrone editore, 2010), i cani dello chott el-jerid (milano, arcipelago, 2010), lettere nere (milano, effigie, 2013), le avventure dell'allegro leprotto e altre storie inospitali (osimo - an, arcipelago itaca, 2017) e o!h (pavia, blonk, 2020). è presente nel volume àkusma. forme della poesia contemporanea (metauro, 2000). ha curato le antologie chijô no utagoe – il coro temporaneo (tokyo, shichôsha, 2001) e contemporary italian poetry (freeverse editions, 2013). con andrea inglese ha curato le antologie azioni poetiche. nouveaux poètes italiens, in «action poétique», (sett. 2004) e le macchine liriche. sei poeti francesi della contemporaneità, in «nuovi argomenti» (ott.-dic. 2005). sue poesie sono apparse in traduzione francese sulle riviste «le cahier du réfuge» (2002), «if» (2003), «action poétique» (2005), «exit» (2005) e "nioques" (2015); altre, in traduzioni inglese, in "the new review of literature" (vol. 5 no. 2 / spring 2008), "aufgabe" (no. 7, 2008), poetry international, free verse e la rubrica "in translation" della rivista "brooklyn rail". in volume ha tradotto joe ross, strati (con marco giovenale, la camera verde, 2007), ryoko sekiguchi, apparizione (la camera verde, 2009), giuliano mesa (con eric suchere, action poetique, 2010), stephen rodefer, dormendo con la luce accesa (nazione indiana / murene, 2010) e charles reznikoff, olocausto (benway series, 2014). in rivista ha tradotto, tra gli altri, yoshioka minoru, gherasim luca, liliane giraudon, valere novarina, danielle collobert, nanni balestrini, kathleen fraser, robert lax, peter gizzi, bob perelman, antoine volodine, franco fortini e murasaki shikibu.
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