Da “La Resistenza dell’Impero”

di Michelangelo Zizzi

Dalla galera i complici lanciano occhiate a rate
tra le non rade grate di sbarre.
Qui non si vede che un monaco,
un savio pare forse che il saio
rastrema in una luce di gloria,
lo si vede che passeggia con sbirri
nei cortili incantati dalla pioviggine,
il volto trapassa nel pertugio da sauro
con occhi a lato verso l’alba
orior che dalle pietre fitte si sporge
nell’antichità di rettile degli arredi
d’ombra d’oblò del carcere.

Sa le parole che mancano all’opera, sa e non dice.

*

La pioggia viene con le dieci di sera a San Lorenzo.
E nelle camere a luce di gas si prepara la cena di Natale.
Poco d’anguilla prima marinata, poi bollita, infine fritta.
Mi chiedevi, ma non a me, non a me, cosa avremmo dato ai morti.
I dolci ti dicevo dei primi baci
e le luminarie che scivolano delle feste invitte.

*

Anatema

Ora sto in arbitraria discesa del mondo di tutti
nell’abbandono della ferita con pochi punti
per irrimarginabile sutura?

Come se la voce fosse sempre più rada
come di radio gracchiante che retroceda
da stazione a funzione fino al sibilante fruscio
di serpe di anni settanta al calcio
minuto per minuto
soffiante
come una biscia col collare all’ultima
rimozione del fango scoverta
o una sortita ofidia del sospetto
più rada e retrocedente
fino ad una dimora spoglia
agli antipodi di ogni fondo
di ogni soglia di mitologia
finché l’Imperio non sia che formula vaga
e vigorosa per solo auspicio.

E invece no.
E invece torno, storno, se per corrivo inchiostro
monarchico e patriarcale scendo in amnio e forgia d’inizio.

Oh strano sapore dell’esserci stato,
a ripensarla da qui quella femmina che discende equorea
e governata da sole forme altere e tombali
ma ferme e certe,
a ripulsarla da questo punto del naufragio
della zattera moderna
qui al varco di una contrada tornante
per ogni volta e per sempre,
mi sembra tutto anche quell’acqua smetta al proscenio,
alla duttile farsa retorica
dei liberali artifici del cumulo e dello spogliare,
poi che in vece per essa s’azzanni in finale moto
alla presa secca del molosso tornante
al pugnace cane che in rosso morso
del cignale rinascimentale sfratti la vita in frolla carne.

Modernità così anche i tuoi auspici, gli esordi maledico
tutto a te per ché eteroflessa, scontinua, moderata, plausibile.

Ché la smottante zattera che in clivo rivo discende
per abissali gorghi della roulette del moderno
non trova né nero né rosso
né acqua né annegamento
naufragio, scioglimento
e pure smulina quanto un capro braciato
per morenti tizzoni in camino,
quanto un tappo girante per acque in suono d’arbitrio,
una sfocata immagine plutonica
mai negata dai retori che nutrirono figli in vitro
con la salumeria dell’illuminazione del settecento francese
e dell’unità d’italia.
Eppure scende e sfoca e sibilante stona
quanto un allarme che si scorda e senza nessun nuoto
fino all’indicibile abisso che sta dopo l’aver detto parole,
prosodie o dettami del decoro,
finanche tentato edifici, dure architetture,
che il poco tempo restante, soffiante smaglierà
nella brace fotopsica, in trama di cedevole maceria
nella materia fatale del caso.

*

Da La Resistenza dell’Impero, LietoColle, 2016.

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