Le scimmie… (99)

di Dario Voltolini

il vento la piega un poco
verso la facciata del palazzo storico raccontato nei capolavori della letteratura
dimenticati e oscuri all’occhio dei leggenti
come un fuoco
come un gioco
come un croco
essiccati lavatoi di palme ciondolano
senza bestie nelle frasche
senza datteri né altri frutti
semplicemente ciondolano contro le facciate osservate dall’uomo cieco
appena operato al ventre
una tavola di segni scalfiti
murata nel cemento di un passaggio
pulsa spingendo contro le pareti
della mescita piastrellata
sul retro dei tini rovesciati gonfi di vini rossi
di vini bianchi dolci
di vini asciutti spillati in bicchieri appena lavati
di vetro graffiato reso opaco dall’uso
fresco nella sua smerigliata trasparenza
all’ombra delle pareti in tensione
pronte al crollo verticale
nel fresco
nella frescura
nell’ombra verdolina che piano piano matura ruotando
e a poco a poco si oscura spingendo
il pomeriggio lentamente come un oggetto di cenere compressa
l’acqua scorre nel fango
l’acqua sprizza nel cortile
l’uomo cieco si è alzato e ha raggiunto il suo balcone
arrampicandosi per scalette insicure e corrotte
la ruggine si spacca
la sabbia si sfarina
la ringhiera è lavorata a mano
l’uomo si appoggia alla ringhiera lavorata a mano e si sporge sulla via
sul suo posto appena lasciato di sentinella
il gazebo decorato al centro della corte simmetrica
del convento abbandonato e adesso in fase di ristrutturazione
dove parcheggiano betoniere accanto ai tubi dei ponteggi
si alza dal groviglio vegetale
di rampicanti e bestie a foglia larga
e spessa
lucida e carnosa
in certi scoscendimenti fatti di pietra nuda
qualche terriccio fra le crepe
dà origine a spari di acacia verticale
una goccia d’acqua per innescare
il processo di crescita
subito un germoglio esce dalla terra
si spara verso il cielo bianco
un cielo di vapore e di talco e di calore
la pietra sbalzata lavorata di scalpello
i gradoni sull’esterno del convento
i passaggi sul tetto della cattedrale
le periferie di raccordo e di cemento

3 Commenti

  1. I non-eventi stanno ormai precipitando verso la loro “esorabilissima” conclusione (la puntata n. 100, che ci si augura seguita da una sinossi di presentazione dell’opera). Non è chi non veda che la storia, anche se popolata di volonterosi ciechi che non si peritano di arrampicarsi per scalette debitamente insicure e corrotte, resta soprattutto una successione di divagazioni paesaggistiche.

  2. Basso, è normale: la materia del mondo è finita nel paesaggio più che negli uomini. Prova a pesare una montagna e a pesarti tu.

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