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Election day

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Votate votate ! APOLITICS NOW! (effeffe)

Tragicommedia d’una campagna elettorale

Fino al 9 marzo puoi vedere e votare on line

il film in concorso al Festival dell’Italian Cinema di London

http://www.italiancinemalondon.com/ido14/

Apolitics now

(istruzioni per l’uso)

di

Giuseppe Schillaci

Cos’è la politica oggi?  La campagna elettorale ci mostra le diverse facce del Paese: se crediamo nella democrazia, infatti, i candidati alle elezioni sono lo specchio nel quale ci riflettiamo. E osservando le campagne elettorali del 2012, la prima dopo la caduta di Berlusconi, vediamo che l’Italia è scossa dal caos politico e dalla necessità di un cambiamento radicale. I risultati delle elezioni nazionali del febbraio 2013 e la situazione attuale Letta – Renzi erano già prevedibili nel 2012 (amministrative di maggio e regionali siciliane di ottobre): crisi dei partiti della Seconda Repubblica; astensione e sfiducia nella politica tout court; grande numero di candidati e di nuove formazioni politiche (spesso improvvisate); divisione della sinistra e debolezza della sua classe dirigente; importanza decisiva del carisma personale (e della capacità comunicativa-spettacolare) dei candidati; emersione netta del fenomeno Grillo.

 

Apolitics Now! tragi-commedia d’una campagna elettorale è il racconto della fine di un’ epoca, la deriva di un Paese che soffre ma continua a sghignazzare, che urla e spera nel miracolo, danzando sull’orlo del precipizio. Il documentario racconta la campagna elettorale per il sindaco di Palermo, nell’aprile-maggio 2012, le prime elezioni dopo la caduta del governo Berlusconi: nella quinta città italiana, una delle più povere d’Europa, va in scena una versione grottesca della politica-spettacolo.

ballaroA Palermo, nel maggio 2012, si confrontano ben 12 candidati per l’elezione a sindaco: 7 dei vecchi partiti, seppure molti mascherano la propria appartenenza al sistema, e 5 candidati dei movimenti civici, tra cui quello di Beppe Grillo, ma anche il Movimento dei Forconi, e poi ancora: comunisti e fascisti, giovani post-berlusconiani e vecchi democristiani, generali dei carabinieri in pensione e imprenditori dell’autonoleggio: molti di loro proclamano orgogliosamente di non essere né di destra, né di sinistra, e nemmeno di centro. E anche a Palermo va in scena la tragedia della sinistra eternamente divisa, laddove il sindaco storico di Palermo, Leoluca Orlando, s’oppone al suo giovane delfino, Fabrizio Ferrandelli, vincitore ufficiale delle primarie: padre contro figlio.

Alle elezioni amministrative del 2012, in tutta Italia i partiti della cosiddetta Seconda Repubblica crollano: il movimento 5 stelle diventa il secondo partito italiano, e si parla già di Terza Repubblica. Apolitics Now! mostra i candidati che girano la città alla ricerca di visibilità e consenso: comizi tradizionali e post-moderni, spettacoli e cabaret, raduni di piazza e salotti, mercati storici e periferie abbandonate.

Il film è una co-produzione Stella Productions con France Televisions ed è stato diffuso in Francia nel settembre 2013. In Italia ha vinto il premio del pubblico al Salina Doc Fest.

 

 

 

MAIN CREDITS: Scritto, diretto e prodotto da Giuseppe Schillaci, DOP Carlo Sisalli, SUONO Danilo Romancino, MUSICA Gianluca Cangemi e Luca Rinaudo per Almendra Music, MONTAGGIO Laurence Miller.

 

 

 

I poeti appartati: Nunzio e Giuseppe Festa

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gli alberel

Gli alberelli del dopolavoro

di

Nunzio Festa

Nella loro innata semplicità, sono creazioni che riempiono due momenti vitali.

I loro compiti: coprire il momento del riposo prossimo al lavoro e posizionato quotidianamente tra lavoro e lavoro, dopo una giornata di cantiere e prima d’un’altra giornata di cantiere; riempire l’immagine del regalo a chi si vuol bene o a chi, in maniera più semplice, si vuol ringraziare. Gesti d’affetto; il primo per se stesso, il secondo per gli altri – a cominciare dalla più prossima delle persone che si hanno a disposizione.

Il rame s’intreccia ai pensieri. Ed, evidente che sia, spinge i suo colori (dello zincato come del rossiccio) verso l’unico rinfrancarsi possibile. Quando la famiglia dista circa un migliaio di chilometri dal posto di fatica e mentre lo spazio del lavorare abita, quindi, migliaia di metri dalla propria casa.

Giuseppe Festa, mio padre, ha iniziato a rapportarsi con i mestieri in genere all’età di dodici anni. In un caseificio gli han innanzitutto insegnato a “fare le mozzarelle”. Ma è stato l’incontro con un anziano del suo paese d’origine, Ginosa, provincia di Taranto e provincia d’alluvioni che fanno danni su danni, a regalarsi un altro segreto, che questa volta è da custodire nella cesta, poco spaziosa sicuramente, del tempo libero.

Anche se l’opera delle mani è incontra la dimestichezza che ci vuole per preparare la pasta di latte, epperò cresciuta nella lucidità e nella fermezza della carpenteria.

Da sempre lui si sposta dal suo paese d’adozione, Pomarico, provincia di Matera e provincia di frane e smottamenti che fanno paura legata col nastro della rassegnazione ad altra paura, per “non restare fermo”.

Giuseppe Fest

Però l’operaio, se messo in condizione di ‘procurarsi il pane’, ha pure la necessità di togliersi dalla testa cattivi pensieri e solitudine. Dove non conosci persone, per esempio. Oppure mentre sei in zone difficili da scoprire. Almeno che tu non voglia o sia costretto dalle condizioni imposte a stare nelle lamiere di quelle baracche montate tipo sul correre delle autostrade – panorama di molti spostamenti e viaggi. Ché i cantieri, specie nell’ex Belpaese, son sempre aperti. E da secoli i padroni dunque han studiato una formula sicura: issare nelle zone d’intervento dell’appalto di turno, quando tipo il lavoro durerà molti mesi, casette in lastre di lamiera che dovrebbero garantire agli operai il riposo del ‘trasfertista’. Che poi possono trasformarsi, alla bisogna certo, in veri e propri alloggi temporanei. Si legga, come a prendere una fotografia recente e famosa, la letteratura di settore sui cantieri aperti dalle parti del Mugello. (Perché là, inoltre, gli interventi finanziati han messo le maestranze e gli operai generici, vedi i lucani di Lauria, partiti per salire senza valigia di cartone ma con certezze di stabilità di cartone sui monti della Toscana, in un’ulteriore situazione imbarazzante: ché son essi stessi, insomma lo è il loro ‘normale’ lavoro, nel contempo contro popolazioni in opposizione ai progetti e immediatamente coinvolti nelle operazioni a danno delle fonti acquifere dell’area ospitante).

Con finto distacco, mio padre posiziona le sue opere sul tavolo che accoglierà la cena. Pronti per la foto.

Questa volta è quasi testimone d’un successo. Soddisfatto che finalmente qualcuno torni a interessarsi delle sue cose.

Ogni volta che ho regalato a qualcuno le sue creazioni, lui era “fuori” almeno dalla Basilicata.

Adesso gli alberelli che ha intrecciato nel recente passato sono soltanto un ricordo. Che però potrà ritornare in forma di futuro. Scostando, su tutti, relax più di sicuro più dispendiosi.

Non è andato e non andrà a giocare a carte nelle osterie di Massa e Carrara ripresi da Rovelli, Giuseppe Festa. Comunque i suoi alberelli sono un brindisi del lavoratore.

Lo Schola Post

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scolapasta

 

Alcolismo e insegnamento
di
Régis Jauffret
(traduzione di Francesco Forlani)
Faccio l’insegnante. Disprezzo i miei studenti come un datore di lavoro i suoi impiegati. Se avessi ereditato una fortuna da mio padre, invece di questo bilocale che è spazioso quanto due vasetti di yogurt, non sarei costretto a subire la loro gioventù radiosa e rivoltante per un cinquantenne allo sfascio sulla strada della vecchiaia e della morte. Il liceo in cui insegno si trova in un quartiere borghese della capitale. I genitori non si preoccupano affatto del rendimento dei loro rampolli. Gli basta fare buon uso delle loro relazioni, perché a fine anno il preside riceva una telefonata imperativa di un ministro o del provveditorato che ingiungono di promuoverli alla classe superiore. Nonostante tutto, il mio lavoro mi piace. Per via delle vacanze, degli scioperi, dei congedi per malattia. Inoltre, posso fare lezione anche  pressoché ubriaco, senza che l’amministrazione mi faccia pervenire una nota di biasimo.
Quindici anni fa, ho incontrato una collega assunta da poco, nella sala professori. Abbiamo fatto l’amore nei bagni della palestra. Seguivamo il ritmo delle flessioni che eseguivano gli allievi obbedendo ai colpi di fischietto della professoressa d’ educazione fisica. Abbiamo goduto tirando lo sciacquone per coprire il rumore dei gemiti. Ci siamo sposati il mese successivo per ragioni fiscali.
Adesso abbiamo soltanto rare conversazioni telefoniche. Lei non è completamente impazzita ma il suo stato mentale necessita di un ricovero all’anno. Ha squallidi rapporti con altri pazienti le cui performance sono rese deplorevoli dagli psicotropi. Pur non avendo alcun problema materiale e il cibo è decente, le capita di emettere un lamento che mi pare il primo tiro di una sigaretta interminabile il cui fumo si appresterebbe a gettarmi in faccia. Io riaggancio immediatamente nel timore di peggiorare il morale già a terra tra  burrasche di birra e gin.
Da tempo faccio a meno di una vita sessuale. Preferisco di gran lunga l’alcol, è anonimo, muto, e basta aprire la bocca per raggiungere l’ebbrezza, l’estasi. Gli perdono il mio decadimento e queste nausee che al mattino mi danno l’impressione di essere stato ingravidato durante la notte.

da Microfictions

Poesia contemporanea. XII Quaderno italiano.

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(Ricevo e volentieri diffondo l’esito delle selezioni per il Dodicesimo quaderno di poesia italiana contemporanea, edito da Marcos y Marcos. AB.)

Questi i sette nomi, le cui raccolte costituiranno la pubblicazione:

Maddalena Bergamin, Maria Borio, Lorenzo Carlucci, Diego Conticello, Marco Corsi, Alessandro De Santis e Samir Galal Mohamed.

XII QUADERNO DI POESIA ITALIANA CONTEMPORANEA

EDIZIONI MARCOS Y MARCOS

Comitato di lettura: Franco Buffoni (coordinatore) – Umberto Fiori – Fabio Pusterla – Claudia Tarolo – Marco Zapparoli

I lavori si sono svolti in cinque fasi:

A) Una prima selezione ha eliminato circa 150 delle oltre 200 candidature in vario modo pervenute.

B) Nell’arco di dodici mesi (dall’ottobre 2012 all’ottobre 2013) Buffoni, Fiori, Pusterla, Tarolo e Zapparoli, attraverso una fitta serie di letture hanno approfonditamente preso in esame l’opera dei seguenti autori, rilevando in ciascuno di loro vari motivi di interesse poetico:

1. Michele Bellotti
2. Maddalena Bergamin
3. Maria Borio
4. Massimiliano Bossini
5. Alessandro Canzian
6. Lorenzo Carlucci
7. Maxime Cella
8. Tiziana Cera Rosco
9. Diego Conticello
10. Agostino Cornali
11. Marco Corsi
12. Carlo Crosato
13. Guido Cupani
14. Sophie Curzon-Siggers
15. Elisa Davoglio
16. Nicola D’Altri
17. Gianluca D’Andrea
18. Emanuele Del Rosso
19. Roberta Durante
20. Alessandro De Santis
21. Andrea Donaera
22. Daniele Falcinelli
23. Pietro Federico
24. Gregor Ferretti
25. Samir Galal Mohamed
26. Vincenzo Galvagno
27. Gianluca Garrapa
28. Serena Gatti
29. Alessandro Gioia
30. Omar Ghiani
31. Francesco Iannone
32. Raimondo Iemma
33. Domenico Arturo Ingenito
34. Emanuela Lorenzi
35. Franca Mancinelli
36. Massimiliano Martines
37. Luciano Mazziotta
38. Tommaso Meozzi
39. Marco Morbidoni
40. Davide Nota
41. Maurizio Paganelli
42. Silvia Patrizio
43. Antonio Pizzol
44. Cristiano Poletti
45. Daniele Poletti
46. Federico Rossignoli
47. Marco Sandre
48. Marco Tedeschini
49. Leonardo Vilei
50. Stefano Visigalli

C) Un secondo giro di letture della durata di due mesi (novembre e dicembre 2013) ha ridotto la possibile rosa ai seguenti 20 autori:

01. Michele Bellotti
02. Maddalena Bergamin
03. Maria Borio
04. Lorenzo Carlucci
05. Diego Conticello
06. Agostino Cornali
07. Marco Corsi
08. Carlo Crosato
09. Guido Cupani
10. Gianluca D’Andrea
11. Alessandro De Santis
12. Samir Galal Mohamed
13. Omar Ghiani
14. Raimondo Iemma
15. Domenico Arturo Ingenito
16. Franca Mancinelli
17. Luciano Mazziotta
18. Marco Morbidoni
19. Cristiano Poletti
20. Federico Rossignoli

D) Un’ulteriore selezione, avvenuta nel mese di gennaio 2014, ha ridotto a 14 gli autori:

01. Maddalena Bergamin
02. Maria Borio
03. Lorenzo Carlucci
04. Diego Conticello
05. Marco Corsi
06. Gianluca D’Andrea
07. Alessandro De Santis
08. Raimondo Iemma
09. Franca Mancinelli
10. Luciano Mazziotta
11. Samir Galal Mohamed
12. Davide Nota
13. Cristiano Poletti
14. Federico Rossignoli

E) L’ultima selezione è avvenuta nel mese di febbraio 2014. In questa fase si è dovuto tenere conto anche del fatto che alcuni degli autori selezionati avessero nel frattempo pubblicato raccolte importanti con prefatori autorevoli, o addirittura l’opera omnia, rendendo in tal modo meno essenziale o addirittura superflua la loro presenza nei Quaderni. Fatte tutte queste e molte altre considerazioni, il Comitato di lettura ha infine selezionato per il XII QUADERNO DI POESIA ITALIANA CONTEMPORANEA i seguenti 7 autori:

01. Maddalena Bergamin
02. Maria Borio
03. Lorenzo Carlucci
04. Diego Conticello
05. Marco Corsi
06. Alessandro De Santis
07. Samir Galal Mohamed

Milano, 25 febbraio 2014

Il coordinatore
Franco Buffoni

Scampolo d’estate

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di Luca Ricci

Quello stabilimento balneare per famiglie non era più nel pieno delle sue attività per due motivi: si avvicinava settembre ed erano le due e mezzo del pomeriggio. Chi non stava facendo un sonnellino sulla sdraio era indaffarato a fissare catatonico il mare piatto come una tavola. Rosa, una bambina di quasi otto anni, tirò un calcetto sullo stinco del nonno: «Detesto il mio nome».

Il nonno guardò la nipote e poi, poco più in là, il gioco d’ombra che il profilo degli ombrelloni disegnava sulla rena.

«Detesto il mio nome», insisté Rosa. «Lo detesto.»

Il nonno rimase con gli occhi incollati alla linea ondulata che separava il solleone dall’ombra ancora per qualche istante. Pensava che tra poco anche quell’estate sarebbe finita, i pattini sarebbero stati tirati via dalla riva e le cabine chiuse con delle assi di legno. Poi, lentamente, si girò verso la bambina.

«E perché mai lo detesti?» domandò.

«Perché è anche il nome di un colore.»

«E con questo?»

«Mi piacerebbe un nome che indicasse soltanto me,» concluse Rosa, con tutto l’astio capriccioso dei suoi quasi otto anni.

Il nonno scrollò la testa vistosamente. I capelli se n’erano andati quasi tutti tra i trenta e i quarant’anni, e quindi aveva avuto tempo a sufficienza per farsene una ragione e per superare il trauma della calvizie, cosa che altri suoi coetanei invece cominciavano ad affrontare soltanto adesso.

«Quel che è fatto è fatto,» disse sorridendo alla nipote. «Mamma e papà non possono più cambiartelo.»

Rosa rovesciò con un piede un secchiello pieno d’acqua accanto alla sdraio: quello era il modo che aveva trovato per protestare.

«E poi sai cosa ti dico?» proseguì il nonno. «Il rosa è un bellissimo colore, anzi il più bello che ci sia.»

«Vorrei qualcosa di più originale.»

«Del tipo?»

«Arancione, ad esempio.»

Il nonno pensò all’estate come a una specie di capodanno diluito nell’arco di tre mesi. Ma forse quella definizione non andava più bene per lui. Dopo una certa età che cosa restava? Qualche partita a carte, e poi le uscite in bicicletta. Lo metteva di buon umore, di tanto in tanto, osservare la durezza ancora perfettamente integra dei suoi polpacci.

«Vorresti chiamarti così? Signorina Arancione?» chiese infine alla nipote.

«Perché no?»

Il nonno provò a considerare la cosa con serietà: «E allora perché non Signorina Blu o Signorina Verde?».

Rosa sorrise, pareva elettrizzata da quelle proposte.

«Ma sono brutti nomi,» riprese il nonno. «L’originalità non è bella per forza. Non credi?»

Rosa ricacciò il breve accesso d’entusiasmo dentro uno sguardo crucciato.

«La verità è che tutti i bei nomi indicano anche un colore,» cercò di concludere il nonno. «Pensa a Viola, o Azzurra o Bianca.»

Nel frattempo all’ingresso dello stabilimento stava succedendo qualcosa. Da lì, vicino al mare, non si capiva bene. Ma era cominciato un viavai strano subito dopo le rastrelliere per le biciclette e le aiuole fiorite, un movimento anomalo considerata anche la fiacca del primo pomeriggio.

«Pensa a chi si chiama Viola, o Azzurra, o Bianca. Loro mica si lamentano come te», ribadì il nonno.

«Ma io sono io», sbuffò Rosa.

Il nonno le prese tra le dita un ciuffo di capelli: «Anche questo è vero».

«Allora mi dai ragione?»

«Te la darei,» ammise il nonno. «Ma senti un po’, vuoi sapere la verità?»

Rosa fece di sì con la testa.

«Beh, la verità è che adesso devo andarmene a sgranchirmi un po’ le gambe.»

Rosa parve molto delusa dalla verità del nonno. Guardò in direzione dell’orizzonte e poi, proprio nel momento in cui stava per voltarsi verso l’ingresso dello stabilimento, il sole la colpì dritto in faccia. Decise allora di afflosciarsi sulla sdraio per qualche istante prima di correre a perdifiato sulla riva. La sua intenzione era chiara: seminare il sole, o quantomeno giocarci ad acchiappino.

 

Il nonno invece proseguì fino all’ingresso. A quanto pareva tre nudiste s’erano intrufolate nello stabilimento approfittando del momento di torpore generale. C’era una caletta non lontano da lì, di cui solitamente le famiglie parlavano sottovoce, frequentata proprio da amanti del naturismo. Quelle tre però avevano sistemato i loro teli davanti alle cabine, in una zona in prossimità delle docce, e avevano tutta l’aria di essere un po’ brille e su di giri. Il nonno si mise a guardarle insieme a qualche altro uomo che, esattamente come lui, aveva lasciato il proprio ombrellone per andare a constatare di persona cosa mai stesse succedendo. Ridacchiavano e si davano di gomito l’un l’altra, avevano proprio l’aria di essere fuori di testa. Con ogni probabilità la sera prima avevano acceso un fuoco sulla lingua di sabbia della caletta e trascorso la notte a gozzovigliare. E in un modo o nell’altro adesso erano arrivate fin lì. Magari proprio per cercare di scandalizzare i normali, quelli che al mare ci andavano in costume, o forse soltanto un passo dopo l’altro, spinte dalla voglia d’avventura e dall’incoscienza. Non erano brutte ragazze benché quell’atteggiamento spavaldo facesse perdere loro un poco di femminilità. Ma erano pur sempre nude, totalmente nude. A un certo punto una divaricò le gambe, le spalancò completamente, quasi in segno di sfida. Non si capiva se nei confronti delle amiche o degli uomini che, nel frattempo, erano sensibilmente aumentati di numero. Il nonno riconobbe anche uno dei responsabili e un bagnino. Eppure nessuno diceva niente, nessuno impediva alle nudiste di fare quello che stavano facendo. Così lo spettacolino proseguì ancora per qualche minuto. Il nonno non capì bene chi tra gli uomini partì per primo. Non ci fu in effetti molto tempo per capirci qualcosa. In pratica le ragazze erano state attorniate e in quella maniera qualcuno si sentì sufficientemente protetto e quasi autorizzato dagli altri a sdraiarsi insieme a loro. Non ci fu una fase preliminare dalla quale qualcuno avrebbe potuto capire che la situazione sarebbe trascesa. Le ragazze se ne stavano a gambe aperte e sembravano voler dire: «Ce n’è per tutti qui». Visto quello che stava succedendo il muro degli uomini istintivamente cercò di compattarsi ancora di più. La maggior parte di quelli che non erano rientrati a casa a schiacciare un pisolino stava ancora dormendo sotto l’ombrellone, quindi in un certo senso sarebbe bastato limitare gli schiamazzi e la confusione. Quando una signora, una habitué dello stabilimento ben nota anche al nonno, si prese la briga di fare capolino molti credettero che sarebbe partita immediatamente una chiamata alla polizia. Era la classica signora di mezza età che, pur non disdegnando di riuscire ancora attraente (indossava un pareo molto elegante che le fasciava i fianchi), abbassava immediatamente gli occhi o inforcava gli occhiali da sole quando le capitava di sentirsi addosso lo sguardo di un uomo. Eppure al cospetto di quella scena non indietreggiò di un passo, e non si lasciò scappare neanche una frase di disapprovazione. L’unica cosa che riuscì a dire fu: «Schifose». Il nonno a quel punto si girò in direzione della riva. Avrebbe dovuto tenere d’occhio la nipote, in fondo gliel’avevano affidata solo per il primo pomeriggio: un compito facile da portare a termine, se non fosse successa quella cosa assurda. Rimase qualche istante incerto sul da farsi, poi trotterellò a malincuore in direzione del mare.

 

Rosa stava disegnando sulla sabbia indurita e idratata dalle onde il suo nome con un piede.

«Vedi?» disse al nonno appena lo vide. «Il mio nome non piace neanche al mare.»

«Perché?»

«Altrimenti non lo cancellerebbe.»

Il nonno guardò la nipote, ma senza farsene accorgere anche l’ingresso dello stabilimento. Cercava di fare del suo meglio per tenere disperatamente sotto controllo tutt’e due i fronti.

«Guarda laggiù,» osservò Rosa fissando l’orizzonte. «L’estate è finita.»

Effettivamente il colore del cielo in un punto ancora lontano ma già visibile, quasi a pelo d’acqua, si stava scurendo come se qualcuno avesse squarciato un tendone.

«Sai che ti dico Rosa?» fece d’improvviso il nonno.

«Cosa?»

«Che hai ragione tu. Se il tuo nome non ti piace perché dovresti tenerlo? Per quali stupide convenzioni uno non può scegliersi il nome che vuole?»

«Posso cambiarlo?»

Il nonno annuì molto velocemente con la testa. Adesso sembrava avere fretta, una fretta terribile.

«Ma tu prima avevi detto che non potevo,» osservò Rosa aggrottando le sopracciglia.

«Sbagliavo.»

«E papà e mamma non avranno nulla da ridire?»

Il nonno guardò precipitosamente in direzione dell’ingresso dello stabilimento. Era successo qualcosa? Le avevano fatte smettere, magari rivestire?

«Perché non decidi il tuo nome nuovo e poi non lo scrivi sulla sabbia?» propose alla nipote.

«Però le onde mi cancellerebbero anche quello nuovo.»

«Ok, tu intanto sceglilo, io torno subito.»

Il nonno percorse ad ampie falcate la distanza che separava la riva dall’ingresso dello stabilimento. Il capannello di persone era ancora lì, e anche le tre nudiste ormai completamente sopraffatte e forse anche incredule e spaventate rispetto a quello che avevano innescato. Il nonno ricominciò a osservarle: non ne aveva puntata nessuna in particolare, sarebbe sceso semplicemente sulla prima disponibile, la prima che si fosse liberata. Ci pensò su ancora un istante e poi si fece largo tra gli uomini. Appena inginocchiato l’avvolse subito un odore molto intenso di genitali, crema doposole e sabbia intrisa di sudore. La ragazza che aveva sotto se ne stava immobile, con gli occhi socchiusi e le labbra tremolanti. Forse sussurava qualcosa. In ogni caso parole straniere di cui non avrebbe saputo stabilire il significato. Alzò la testa giusto il tempo per rendersi conto che stava temporeggiando troppo. Per un momento ebbe il timore che quel raptus l’avesse abbandonato. Per un momento pensò anche dall’altra parte della spiaggia, con ogni probabilità, sua nipote si stava scegliendo un nome nuovo. E chissà quale mai avrebbe scelto di darsi. Ma doveva muoversi, non c’era più tempo da perdere. Fece leva sulle braccia come per prepararsi a uno scatto.

Poi sentì i polpacci da ciclista indurirsi, e ne fu fiero come quando si alzava sul sellino per una salita.

 

Questo racconto è contenuto nel libro Toscani Maledetti (Piano B Edizioni, 2013, a cura di Raoul Bruni), antologia che raccoglie alcune tra le migliori nuove voci della Toscana: Vanni Santoni, Pietro Grossi, Emiliano Gucci, Fabio Genovesi. 

Ad esempio: il tempo. Sulla musica di Karlheinz Stockhausen

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di Massimiliano Viel

(due brani dell’introduzione a Karlheinz Stockhausen, Sulla musica, a cura di Robin Maconie, Postmedia Books, 2014. Vd. anche qui.)

114cover300dpi Stockhausen è stato di volta in volta additato come kitsch, elitario, intellettuale, naive, inascoltabile, troppo semplice, antiarmonico, neotonale, nazista, esterofilo, pazzo, antiespressivo. Insomma di lui e della sua musica è stato detto di tutto, ma questo è il prezzo da pagare per chi decide di smettere i panni civili per diventare non semplicemente una figura pubblica, ma un simbolo, un bersaglio in piena luce, specie se, come in questo caso, si tratta di una personalità complessa e non facilmente riducibile a un solo semplice stereotipo di massa e che è quindi perfettamente adattabile alle necessità di chiunque voglia costruire una propria identità.

Forse il punto culminante di questa “messa in crisi” di Stockhausen in quanto personaggio pubblico è stata la famigerata e controversa intervista del 16 settembre 2001 ad Amburgo in cui il compositore sembra fare affermazioni quanto meno avventate sull’attacco del 11 settembre. È un punto culminante sicuramente per l’entità culturale dell’argomento, così delicato e controverso, e anche per la diffusione a livello planetario dell’incidente, aiutata ancora di più da internet, tanto da far gridare la stampa alla fine della carriera di Stockhausen. Non è importante sapere esattamente cosa è successo: chi scrive sa che il compositore aveva l’accortezza di registrare in tutta autonomia le interviste proprio per proteggersi legalmente e moralmente dall’uso avventato e malizioso da parte della stampa di ciò che veniva detto durante le interviste. Le accuse rivolte a Stockhausen, con le conseguenti ostracizzazioni del mondo musicale e non, sono rientrate in breve tempo, una volta che la frase, secondo cui l’attentato dell’11 settembre sarebbe stato “la più grande opera d’arte mai realizzata”, è stata inserita nel giusto contesto di ciò di cui si parlava nell’intervista, e cioè della presenza di Lucifero nel mondo. Anche se l’opinione pubblica ha breve memoria, internet invece non dimentica: i filmati di accusa su youtube sono lì a dimostrarlo. E così dobbiamo concludere la nostra pars destruens, aggiornando la lista delle accuse a Stockhausen con quelle, che pur dimostrano la loro inconsistenza al primissimo approfondimento, di satanista e antiamericano.

Il sole dell’avvenire, di Valerio Evangelisti

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di Andrea Sperelli

Semplificando, ci sono tre elementi principali nell’ultimo libro di Valerio Evangelisti: 1) i movimenti rivoluzionari di fine Ottocento, nati e cresciuti sull’onda lunga della Comune di Parigi e dei moti garibaldini; 2) la repressione dei governi monarchici filoliberisti (anche allora!), la violenza del potere schierato con le classi dominanti: violenza istituzionale, esercitata con leggi che vietano persino l’esibizione di una pochette rossa, o di fischiettare un motivetto “sovversivo”, e quella ottusa dei loro cani da guardia, gli “sbirri” che sparano sui disoccupati che reclamano pane e lavoro; 3) le storie romanzesche di tre personaggi portanti, le loro speranze, la loro miseria, la loro oppressione individuale e sociale.

Con tale premessa qualcuno potrebbe temere una poderosa opera ibrida, un mix didascalico di storia, saggistica e narrativa, quest’ultima posta su un piano accessorio. Di servizio per così dire, pertinenziale alla narrazione oggettiva degli eventi epocali.

Non è così. L’abilità di Evangelisti sta proprio nella fusione dei meta-argomenti nel racconto e nella scrittura. Con la nostra semplificazione potremmo suddividere l’opera in tre pesature: 15% storia/analisi dei movimenti operai, 15% rappresentazione del potere reazionario e bigotto, 70% storie romanzesche. Sono queste che “tirano”, che creano la tensione narrativa, ospitando sullo sfondo piccoli e grandi personaggi storici: Andrea Costa, i socialisti e gli anarchici romagnoli, nomi che vediamo scritti sulle targhette delle strade, Nullo Baldini, Gaetano Zirardini, Filippo Turati, Bakunin. E il racconto è avvincente, appassionante. Forse perché l’ideologia sembra assente, oppure è riscattata dalle vite semplici dei protagonisti, che sono spinti da bisogni primari, o primitivi: procurarsi un lavoro, uno qualsiasi, scarriolante, bracciante, facchino, garzone, pescatore. Il fine è il cibo, il vestiario, un tetto sulla testa. Bisogni che un potere ingordo e avido nega loro, rubando anche le briciole e gli stracci. E vietando non solo di protestare per la loro miseranda condizione, ma di esistere: vietato mendicare, discutere, chiedere il pane. Vietato cantare. Vietato riunirsi per discutere. Pena l’arresto, i pestaggi, la rovina economica, fino alla morte, coi soldati che sparano sulla folla addirittura col cannone, come avvenne a Milano nel 1898, dove ci furono più di ottanta morti e 500 feriti.

In questo scenario si dipanano le storie personali e famigliari dei tre protagonisti: il ravennate Attilio “Tiglio” Verardi, ex garibaldino che ha combattuto a Digione nel 1870, quando il generale era intervenuto coi volontari in camicia rossa in sostegno della Repubblica, contro i prussiani. Tiglio è un romagnolo purosangue, impulsivo, un po’ confusionario (o confuso), generoso. Non è escluso che sia anche un “contaballe”, perché, come ha detto lo stesso Evangelisti, se “il carattere romagnolo esiste”, la romagnolità è anche farla “grossa”, contarla da “sburoni”. Tiglio si arrangia con lavori saltuari, bracciante perlopiù, lavori che talvolta perde perché le opere pubbliche scarseggiano, o i padroni licenziano, oppure combina qualche guaio. E’ fidanzato con Rosa, che proviene da una famiglia di mezzadri, i contadini che vivono isolati nelle case coloniche, lavorando come animali per soddisfare l’esosità dei padroni. Benché sfruttati, derubati, umiliati, difendono il sistema contro i socialisti e i collettivisti, perché la mezzadria rappresenta “l’unione tra capitale e lavoro”. Oltre a Tiglio, Evangelisti crea dei grandi personaggi letterari, come il fratello di Rosa, il terribile “azdor” repubblicano antisocialista, reazionario e al contempo mangiapreti, violento quanto spaventato di fronte al padrone che lo ricatta, lo insulta; cambia persino voce, piega la schiena, perché ha paura; non tanto per sé, ma per la famiglia che deve mantenere. Tiglio e Rosa vanno a vivere in una stamberga a Ravenna, dove nasce il figlioletto Canzio (dal cognome di un generale garibaldino). Tiglio per sbarcare il lunario va a lavorare alla bonifica dell’agro romano, e qui lo perdiamo, perché il racconto ha una virata. Ora tocca a Rosa. E’ lei che riceve il testimone del racconto. E’ una donna timida, sola, spaventata. Per certi versi è irritante, perché torna a casa, nel podere a mezzadria, a vivere la sua condizione di donna che non può neanche mangiare a tavola con gli uomini (le donne mangiavano nel portico, o sulla porta). Continuano i sacrifici, le umiliazioni, la paura, con le incursioni del padrone ladro, sullo sfondo dei moti operai repressi dalla sbirraglia, i militanti arrestati, ricercati.

Come Canzio, che cresce solitario e scontroso occupandosi delle bestie, dormendo nella stalla. Canzio adora il padre, del quale mitizza il passato garibaldino, ma è costretto a seguire la madre, per una sentenza del tribunale. E’ lui ora, ragazzino appena tredicenne, già clandestino perché ha messo fuori combattimento il padrone-vampiro dalle buone maniere, a condurre la terza parte del romanzo. Cerca il padre, che nel frattempo si è ammalato nelle paludi mefitiche, si sposta da Ravenna a Bologna, protetto dalla rete dei socialisti rivoluzionari, lavorando come fattorino negli alberghi, o come tuttofare nella tenuta agricola di un possidente socialista. E’ un personaggio vitale, un ribelle adolescente, che chiude il triangolo formato dall’esuberante ma al contempo confuso Tiglio, e dalla sottomessa, ma tenace, Rosa.

Evangelisti riesce a calare il lettore nella Romagna di quegli anni terribili, anni di sfruttamento, di miseria, di sconfitte, ma anche di lotte senza quartiere, di speranze e di progetti. Non si permette mai filippiche o tirate ideologiche. I linguaggi sono semplici, anche quando si discute di strategia politica, nell’eterno conflitto anarchici-socialisti rivoluzionari. Tra le parole serpeggia l’amore per i personaggi, qua e là una sottile ironia, un’attenzione per i caratteri e i linguaggi romagnoli, che dimostra di conoscere a fondo (ha avuto la madre romagnola). E anche rabbia e indignazione, benché non si abbandoni mai a sfoghi, ma la lasci viaggiare per così dire in incognito, nella cronaca spietata delle violenze e dei saccheggi che sono costretti a subire gli ultimi degli ultimi, da parte di quei volgari ladri di polli che sono i padroni dalle belle braghe bianche e dei loro eserciti di sbirri assassini.

Valerio Evangelisti
Il sol dell’avvenire
Mondadori Strade Blu 2013, pagg. 540

Un avventuriero a Palazzo Chigi

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[Articolo apparso sul sito Dinamo-press il 19 febbraio]

di Augusto Illuminati

Ha ragione Fabrizio Barca a dire che nel programma di Renzi ci sono slogan e niente idee e che il tutto è pericolosamente avventurista, al punto da scatenare sentimenti di angoscia in un onesto riformista, di tradizione Pd(s) e liberista moderato.

Il modo in cui Renzi si sta installando al potere (vedremo a breve gli esiti) non è irrilevante ed entra in singolare contraddizione non solo con le sue promesse precedenti (vizio “normale”) ma –e più grave– con le aspettative di cui si era nutrita la sua resistibile ascesa.

Un rapporto a metà

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[Un passo tratto dal romanzo inedito Memorie di un rivoluzionario timido. Anche qui. E qui.]

di Carlo Bordini

mi ricordo quando andai al funerale della madre di Seb, era morta due giorni prima. Era estate. Ci andai con B. arrivammo in questo estremo quartiere di periferia, in mezzo al verde, dove c’erano le case che gli operai si erano costruiti con le loro stesse mani e che erano state sostituite da grandi palazzi medio-borghesi (o forse mi sbaglio, forse semplicemente la famiglia di seb si era trasferita da una casa costruita con le proprie mani in una casa medio borghese) il padre di seb faceva l’operaio del gas, ma non era neanche medio borghese, c’erano case che sembravano medio borghesi, e arrivammo e c’era una marea di gente che saliva e scendeva per quelle strette scale, sembrava qualcosa come un pic nic, tutti che salivano, e c’era quella confusione, il caldo, il padre di seb ripeteva che disgrazia che disgrazia.

Quattro frammenti

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di Davide Orecchio

La mia specialità sono i gospel iposonici. Sono tristissimi, bellissimi. Ma nessuno se ne accorge; sono gospel iposonici.

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Overbooking: Francesco Trento

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In occasione della presentazione “torinese” del bel libro di Francesco Trento La guerra non era finita, I partigiani della Volante Rossa (Editori Laterza) ho chiesto all’autore di darci un’anticipazione per Nazione Indiana. Pubblichiamo qui di seguito le pagine dedicate ai convulsi giorni che seguirono l’attentato a Togliatti del 14 luglio 1948. effeffe

dal capitolo La rivoluzione mancata
di
Francesco Trento

“Tornate a casa”

La notte del 15 luglio la Volante Rossa è all’Innocenti, assieme a duecento operai. Lì giungono notizie su quanto sta accadendo a Torino, a Genova e nelle altre città: “Allora”, ricorda ancora C., “ci siamo riuniti per decidere cosa dovevamo fare. Se attendere o iniziare immediatamente il movimento di trasformazione della lotta in lotta armata”
Secondo il piano predisposto il giorno precedente, il 16 luglio la Volante Rossa decide di attaccare la più importante caserma dei carabinieri della città, quella dove sono tutti i mezzi corazzati.

La Volante Rossa era quel giorno al completo, una cinquantina di uomini. Coi panzerfaust chi ci fermava? Distruggevamo mezza caserma. […] Chi poteva tenere in una lotta a Milano erano i mezzi corazzati e noi ci eravamo attrezzati per batterli. Partiti noi, sarebbero poi partiti tutti gli altri. Comunicato che partivamo, erano già partite le staffette in direzione dei diversi centri della città

L’ora X sembra dunque arrivata: un camion carico di partigiani si dirige verso la caserma dei carabinieri. Le staffette avvisano la Federazione milanese del partito: minuti di caos puro. Che fare?

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Dalla Federazione parte immediatamente una macchina, ma intanto i partigiani sono in marcia. L’auto del Pci corre, mentre il Dodge, lasciata la Casa del Popolo, supera Lambrate e arriva al Campo Giuriati. Proprio lì la vettura della Federazione riesce finalmente a intercettare l’autocarro. A bordo, secondo la testimonianza di Finardi, c’è proprio Alberganti. Dice agli uomini di Paggio che non è il momento: gli americani interverrebbero, si finirebbe come in Grecia Lo sciopero è finito, bisogna rientrare. Il dirigente comunista è inamovibile. Guarda il camion carico di armi e scuote la testa: “Ma siete pazzi a girare con tutti questi esplosivi? Potreste saltare in aria da un momento all’altro. Tornate a casa”
La Volante Rossa obbedisce, non senza rimpianti: “Se arrivava cinque minuti dopo”, ricorda C., “Milano era un fuoco solo” Certo, l’assalto alla caserma non coinvolge solo gli uomini di Paggio, ed è anzi assai plausibile ipotizzare un piano comune, concordato con altre forze armate collegate al partito, con altre “organizzazioni paramilitari”.

Anche perché, nonostante il ricordo dell’anonimo testimone di Bermani, sul camion quel giorno la Volante non è assolutamente al completo. Walter Fasoli ad esempio, non ricorda l’intenzione di attaccare i carabinieri , e nemmeno Leonardo Banfi:

No, no. Assolutamente. I carabinieri si erano rinserrati nella caserma, ma non abbiamo mai pensato di… la preoccupazione principale è stata quella di occupare le fabbriche a Lambrate. Di piazzare sulla pensilina dell’Innocenti la mitraglia, questo è vero. Infatti c’era la camionetta della polizia che girava per Lambrate per verificare cosa succedeva: fu accolta da una raffica di mitra, rientrarono in caserma e si chiusero dentro. Ma noi restammo lì. Restammo lì.

Banfi e Fasoli non sono i soli della Volante a rimanere dentro l’Innocenti occupata, quella mattina del 16 luglio. Tuttavia anche Sante Marchesi ricorda l’intervento della staffetta:

eravamo in 30 sul camion… ma eran più le armi che noi… poi è arrivato il compagno Alberganti: “basta, lo sciopero è finito, tornate a casa”…

Le parole di C. sembrano abbastanza chiare: “partiti noi, sarebbero poi partiti tutti gli altri” (le “non meno di trecento persone” e i “molti armati” di cui C. parlava in un altro passaggio). Paolo Finardi (“Pastecca”) ricorda ad esempio che quel giorno con la Volante ci sono “molti gruppi. Il più grosso era quello della Breda di San Giovanni” .
La testimonianza di Arnaldo Cambiaghi, responsabile della Commissione dei Giovani comunisti alla Pirelli, conferma le parole di Finardi:

Guarda che la miriade di gruppi ce n’erano tanti. […] Io per esempio ero armato lì alla Pirelli, durante l’attentato a Togliatti, e siamo riusciti a tenere la maggioranza dei lavoratori dentro. […] E noi abbiamo detto al partito: “assaltiamo le caserme della polizia!”. C’è stata questa proposta: andiamo là, occupiamo, prendiamo le armi e prepariamoci per, non dico l’insurrezione, ma la resistenza. Ma i dirigenti massimi han detto: no… Alla Pirelli va poi Giancarlo Pajetta, per convincere gli operai a smettere l’occupazione e tornare al lavoro

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Dal 15 luglio, in effetti, il Pci è all’opera per sedare la rivolta. Al di là delle motivazioni di facciata, legate alla fedeltà del partito alle istituzioni repubblicane e all’“impegno democratico assunto con l’approvazione della Costituzione” , la molla principale di tale scelta è rintracciabile in un sano realismo. Pietro Secchia, poco dopo l’attentato, aveva già espresso i suoi dubbi sulla riuscita di un’eventuale azione di forza: “L’America certamente interverrebbe: primo perché ha da noi le sue basi, secondo perché non le mancherebbe una giustificazione politica. Non dimenticate compagni che siamo a soli due mesi e mezzo dalle elezioni che hanno dato una maggioranza assoluta al governo” Il pomeriggio del 15, tra l’altro, ci si rende conto che lo sciopero generale sta fallendo. Dai telegrammi dei prefetti, scrive Walter Tobagi, emerge, oltre all’“Italia che sciopera”, una “seconda Italia”:

è “l’Italia che non sciopera”, vuoi per indifferenza, vuoi per convinzione politica; e sono milioni di persone, quasi intere regioni […] che non scendono in piazza, però costituiscono quel potenziale di riserva, che ha garantito alla Dc il trionfo del 18 aprile.
E questa “seconda Italia” […] è strettamente collegata ad una “terza Italia”, l’“Italia dell’ordine pubblico”, dai prefetti fino al carabiniere del più sperduto paesino di campagna. Anche questa Italia fa sentire il suo peso sociale e politico: […] è convinta di battersi per una causa che sente giusta; e perciò interviene con la stessa, durissima decisione per rimuovere un blocco stradale come per garantire la libertà di lavoro.

L’ala sindacale democristiana, inoltre, di fronte al protrarsi dello sciopero, minaccia la scissione . Non c’è più scelta: nemmeno l’obiettivo delle dimissioni del governo è più raggiungibile senza arrivare a uno scontro frontale. Secchia, nel Comitato centrale del 15 luglio, mette in guardia i compagni meno convinti: l’Italia del Sud non si è mossa, in alcune città non si è riusciti a fare nemmeno un comizio, e anche al Nord un’insurrezione avrebbe delle chance di riuscita solo nelle grandi città, mentre le campagne non sono affatto sicure: “i compagni riflettano: per ora né la polizia né l’esercito sono intervenuti, se lo faranno disporranno di cannoni e carri armati contro cui non si potrà resistere”.

Non bisogna fare grandi sforzi di immaginazione per prevedere un simile scenario: nella vicina Grecia, i partigiani sono tornati sui monti nel 1946, ma la Gran Bretagna e gli Stati Uniti hanno appoggiato la monarchia, sostenendola in una feroce guerra civile. Inoltre, se anche vi fossero mai stati piani d’appoggio a una rivoluzione italiana da parte dell’Urss, ora, consumatosi nel giugno lo scisma nel blocco sovietico con l’espulsione della Jugoslavia dal Cominform, tali piani non sono neanche lontanamente ipotizzabili.
A fugare ogni possibile dubbio, una telefonata dell’ambasciata sovietica proibisce agli italiani ogni tentativo rivoluzionario.
Tutti i maggiori esponenti del Pci si trovano infine d’accordo sulla necessità di evitare la “prospettiva greca”. Inoltre Togliatti sta meglio: l’operazione è andata bene e il leader del Pci si sta rimettendo. La Cgil, sostenuta dal Partito comunista e da quello socialista, dichiara la fine dello sciopero per mezzogiorno del 16 luglio.

Presa la decisione, tutti i dirigenti sono mobilitati per portare la linea del partito nelle fabbriche occupate, nelle piazze incandescenti. I membri della direzione ancora a Roma vengono spediti d’urgenza nelle loro rispettive sedi nei capoluoghi di provincia. Spano corre a Genova. Negarville vola a Torino su un aereo messo a disposizione dalla Fiat, per trattare il rilascio di Valletta. È un compito non facile, quello che aspetta i dirigenti: bisogna convincere i militanti a smantellare le barricate, togliere i blocchi stradali, liberare gli ostaggi e tornare ordinatamente al lavoro. Ed è un compito ingrato: a Milano, piazza particolarmente calda, è quasi impossibile farsi ascoltare dai militanti. Ricorda Luciano Gruppi:

Dovevamo dire: “attenti, compagni, questo è uno sciopero politico, che ha come obiettivo le dimissioni del governo. Questo e niente più di questo. Attenti! Non siamo alla vigilia dell’insurrezione”. Andai nella mia sezione, quella di Porta Volta. I compagni accolsero le mie parole piuttosto freddamente.

Raffaele De Grada, di fronte agli operai infuriati che gli impediscono di portare le direttive del partito, è costretto a mettere sul tavolo la pistola e a ricorrere alla sua autorità di ex comandante partigiano. Infine, però, anche i compagni più riottosi vengono convinti: lo sciopero termina senza aver raggiunto alcun obiettivo.

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Tuttavia, nota Bocca, “privato del capo a cui si rivolge per le grandi decisioni, il partito ha perso per qualche ora l’orientamento, si è mosso in modo sentimentale, ha lasciato andare, se non allo sbaraglio, allo scoperto, la sua organizzazione paramilitare, ha dimostrato agli italiani che essa non è una invenzione propagandistica di Scelba, ma una realtà”. Anche Leo Valiani si dice certo che “l’apparato armato” del Pci “agì dopo l’attentato a Togliatti del ’48: ma evidentemente allora ricevette un contrordine e tutto rientrò”.
In quest’ottica, probabilmente l’assalto alla caserma dei carabinieri (uno dei punti strategici della città) risponde a un piano preordinato che il Pci o il suo apparato di sicurezza tengono pronto “in caso di bisogno”, e a cui infatti il partito rinuncia non appena diviene chiaro che l’attentato al suo leader non corrisponde a un tentativo di colpo di Stato.

Finita l’agitazione, in ogni caso, cominciano le speculazioni della Dc e dei suoi alleati. La stampa “indipendente”, i settimanali illustrati, la “Settimana Incom” (il cinegiornale dell’epoca) si impegnano subito a fondo nel descrivere con dovizia di particolari il “piano K” dei comunisti, la ferocia degli insorti, l’eroismo delle forze dell’ordine. Nel pomeriggio del 16 luglio, la polizia sbarca in forze ad Abbadia San Salvatore, munita di autoblindo, artiglieria e addirittura di un aereo. A coadiuvare le forze dell’ordine c’è anche un intero reggimento di fanteria, il 78° Lupi di Toscana. Avviene un vero e proprio rastrellamento, casa per casa: la popolazione è selvaggiamente picchiata, mentre la “Settimana Incom” monta un clamoroso falso documentario che mette in cattiva luce i “ribelli del Monte Amiata”.

È solo l’inizio: nei giorni seguenti una campagna serrata da parte dei mezzi di informazione crea terreno fertile per il durissimo intervento del governo. Settemila lavoratori vengono arrestati o denunciati. A Milano finisce in carcere anche il padre di Ferdinando Clerici, l’ex partigiano Edoardo (“Nan”) La repressione antioperaia degli anni a seguire è durissima: tra il luglio 1948 e la prima metà del 1950 si registrano 62 lavoratori uccisi, di cui 48 comunisti; 3.216 feriti, tra cui 2.367 comunisti; 92.169 arrestati, di cui 73.870 comunisti. Pallante, l’attentatore di Togliatti, resterà in carcere meno di sei anni: condannato a 13 anni e 3 mesi in primo grado, a 7 anni in appello, a meno di 6 anni in cassazione.

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Il tramonto del “doppio binario”

Con il no del Pci all’insurrezione, si chiudono i sogni di molti militanti. E tramonta per sempre l’idea, assai diffusa, che il partito si stia muovendo su un “doppio binario”. Il rifiuto di trasformare in rivolta armata lo spontaneo sollevamento della base rivela “alle masse e agli avversari politici la patente contraddizione tra il linguaggio massimalista usato per tenere viva la combattività delle masse e la reale volontà d’azione rivoluzionaria”
La sconfitta elettorale da una parte, e il rifiuto del metodo rivoluzionario dall’altra, precludono al Pci nel breve periodo ogni prospettiva di conquista del potere. Nella base la delusione è cocente: in molti abbandonano il partito o, senza rompere apertamente, si ritirano ai margini della vita politica. Chi ha ancora delle armi nascoste si affretta a sbarazzarsene, per amarezza, o perché vista la nuova ondata repressiva diventa troppo rischioso tenerle. Fucili, mitra, bombe a mano vengono abbandonati in aperta campagna, gettati nei fiumi o nel mare. Per evitare conseguenze giudiziarie, interi depositi sono segnalati alla polizia. Anche la Volante Rossa nasconde le armi: Paggio si reca a casa di Luigi Colnago, in campagna, e vi sotterra una cassa di fucili. Non è difficile immaginare il disappunto degli uomini di “Alvaro” di fronte alla mancata insurrezione. Il ricordo più amaro è senz’altro quello di Sante Marchesi:

“Tornate a casa”, ci ha detto la staffetta della federazione, proprio come il proclama di Alexander ai partigiani in montagna. Per me è stato un errore, però… siamo sempre dentro a ’sta politica del cavolo […]. O non si doveva uscire, allora si stava tutti calmi, oppure quando una volta uno è uscito, armato soprattutto, o vai o spacchi, eh.

Secondo “Santino”, nella Volante il disappunto è tale che qualcuno vorrebbe andare avanti ugualmente, fare la rivoluzione nonostante il divieto di Alberganti. “Ma noi cosa facciamo se tutti gli altri si tirano indietro, se dopo c’abbiamo addosso anche il partito, o tutto?” Anche il tono divertito della rievocazione di Fasoli non riesce a celare una certa amarezza:

È stato bello dopo, a venir via quando è finito tutto… venir via dall’Innocenti a piedi, alla spicciolata, con le armi dentro ai pantaloni. Sembra una stupidata, ma infilati un mitra o un fucile dentro, nei pantaloni. Ohé, mica potevi venir via con le armi in spalla. Eravamo in luglio, faceva caldo. Avevamo su i pantaloni da sci, coi giubbotti, e il fucile infilato dentro. Una mano in tasca per trattenerlo… eh, insomma… c’è stata una certa delusione. Dopo praticamente siamo tornati alla normalità, come se non fosse successo niente.

Secondo C., invece, tornare alla normalità è impossibile, perché il 16 luglio segna il crollo di tutti i sogni della Volante Rossa: “Ci siamo resi conto che la rivoluzione non era possibile, mentre noi si era pensato di essere alla vigilia della presa del potere da parte della classe operaia”

È una vera e propria “mazzata”, che “chiude un ciclo” e apre un periodo di grande crisi all’interno della formazione di Lambrate. C., deluso dalla politica del partito, giunge addirittura a chiedersi se abbia un senso continuare C’è anche chi paga duramente i due giorni di lotta: la sera del 16 luglio, Paolo Finardi torna a casa per cena e ha un litigio furibondo con i genitori: “Dove sei stato fino a adesso?”. “Eh, han sparato a Togliatti, son stato alla Casa del Popolo…”. “Bravo, allora adesso vai a mangiare là”. La discussione degenera, e “Pastecca” torna a via Conte Rosso, dove rimarrà a dormire per vari mesi. Intanto, all’Innocenti, le direttive del Pci vengono lungamente discusse da un’infuocata assemblea di tre-quattromila operai. Mario Muneghina, in questo caso portavoce della direzione del partito, sostiene che occorre rientrare e utilizzare la grande forza di cui si è data prova nelle battaglie sindacali a venire. Lo stesso Banfi, pur facendo parte del nucleo dirigente della Volante Rossa, spalleggia l’ex comandante partigiano
Alla fine, prevale la tesi di Muneghina: le armi vengono nuovamente nascoste nei cunicoli e il lavoro riprende. La lotta politica e sindacale all’interno della fabbrica riceve un nuovo slancio.

Quel giorno, tra gli operai che assistono al comizio, c’è anche il comandante della Volante Rossa, Giulio Paggio, che non si schiera. Tanto che Banfi non ricorda se fosse o meno d’accordo con la decisione di rientrare nella legalità: “Non gliel’ho mai chiesto… in realtà non si pronunciò mai”. Secondo Banfi, però, quella del Pci è una valutazione politica: non essendoci le condizioni per una rivoluzione, occorre operare una ritirata strategica, e “continuare con un’azione di massa ancora più vasta fino al momento della messianica ora X” Del resto, la Volante Rossa ha sin qui vissuto sull’equivoco del “doppio binario”, e quando scopre che il Pci ha scelto un’altra strada non tenta di portare avanti la sua attività rivoluzionaria in opposizione ad esso, né tantomeno di pungolarlo dal basso. La linea del partito è quella giusta o, comunque, quella accettata. […]

Effetto Čičiskov ovvero opinioni di un disadattato

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di Giorgio Mascitelli

 

Spesso mi capita di chiedermi, e lo so bene che è una domanda oziosa perché non ha senso chiedersi come mai non sia successa una determinata cosa, ma spesso mi capita di chiedermi come mai la nostra epoca e la nostra società non abbiano prodotto una grande e gagliarda letteratura satirica. Se penso all’assessore che ha deciso di istituzionalizzare i propri rapporti d’alcova con la segretaria con una regolare scrittura privata,  se penso a certe carriere politiche che hanno comportato più cambi di casacca di quelli di certi calciatori che cambiano squadra ogni stagione ( i pedatori di ventura li chiamava Gianni Brera); se penso a certi esperti con domicilio nei paradisi fiscali che vengono a spiegare cosa l’Italia deve o non deve fare; se penso agli economisti e ai loro sicumerosi algoritmi che hanno previsto tutto tranne la crisi; mi dico che la realtà ci presenta già grandi personaggi e grandi situazioni pronte per essere semplicemente trascritti. Infondo Čičiskov, il protagonista delle gogoliane Anime morte, è un dilettante con la sua modesta truffa, che consiste nel ricomprare dai loro signori feudali elenchi di contadini morti, a fronte di un qualsiasi esperto di aiuti umanitari e ricostruzioni post terremoto.

Il fatto è che la letteratura satirica, più di ogni altro genere, abbisogna di un pubblico solidale con le ragioni che muovono la penna o la tastiera dell’autore. E la nostra, dico la nostra di noi lettori, indignazione è sterile, non produce versi. Non è un problema di intensità o di ipocrisia, siamo autenticamente indignati ma ci mancano i parametri culturali in cui incanalare l’indignazione.

La colpa è naturalmente tutta della società: essa si comporta con noi così come Čičiskov con i suoi clienti. Egli, a differenza dei truffatori della tradizione classica italiana, non gigioneggia, non fa il mattatore, ma è rispettoso, quasi silenzioso, quasi timido e come en passant propone la transazione. La nostra società dissimula con pari timidezza le proprie gerarchie e non ci costringe a fare nulla, se non a essere liberi, quindi di fronte a lei siamo disarmati come i proprietari terrieri davanti a Čičiskov. A causa di questo effetto, che si potrebbe chiamare effetto Čičiskov, la nostra indignazione gira a vuoto perché al di là della ripulsa per i singoli colpevoli non sappiamo nemmeno intuitivamente perché le cose vanno male e dunque non può sorgere nessuno scrittore satirico a esplicitarci le ragioni di ciò.

Insomma la nostra indignazione, al pari della nostra vita sociale, è frammentata, precaria e solipsistica; essa è priva di fondamenta solide e senza di queste non può esserci nessuna solidarietà con nessuno scrittore.

Nel mondo romano il poeta satirico stabilisce un patto con il proprio pubblico attraverso l’ethos tradizionalistico del mos maiorum, la legge morale che si basa sui costumi degli antenati, in nome del quale egli castiga i vizi del presente visto come decadenza causata dal distacco dagli aurei usi dei padri. Nel mondo moderno lo scrittore satirico e il pubblico trovano il loro terreno d’intesa nell’idea di emancipazione e cambiamento della società: i comportamenti oggetto di satira sono innanzi tutto dei crimini contro le leggi del progresso sociale. Oggi, invece, il massimo che si può trovare come terreno unificatore è l’auspicio che amministratori corretti e competenti si sostituiscano a quelli corrotti e incompetenti ossia un’ovvietà retorica e vaga, simile per precisione semantica agli auguri per l’anno nuovo.

Nella Critica della ragion cinica scrive Peter Sloterdijk che “la critica filosofica all’ideologia ci appare l’erede di una grande tradizione satirica, della quale sono armi da sempre:  lo smascheramento, il pubblico ludibrio e il denudamento”. Questa considerazione, che fa parte della polemica antilluminista in nome di valori vitalistici dell’autore tedesco,  è fortemente critica nei confronti della critica filosofica all’ideologia, che rappresenterebbe un tentativo di dare una veste filosofica, e perciò imborghesita e poco vitale, a quella critica dei costumi che nella satira più autentica è condotta in nome della vita stessa. Eppure possiamo leggere questa osservazione da un’altra angolatura, partendo dall’evidenza che oggi tanto la critica dell’ideologia quanto la satira latitano e versano in uno stato di crisi.

Questa circostanza ci insegna che lo smascheramento è un’azione che presuppone un sistema di valori comuni nella comunità in cui avviene. Questo è sempre possibile nell’antichità in cui è garantito da un riferimento mitico a un passato, quello degli antenati migliori, se non perfetti; mentre nel mondo moderno esso dipende dalla storia ossia dalla possibilità che la storia offre a una società di una speranza di miglioramento o di emancipazione. Oggi che manca anche un semplice spiraglio di speranza non è possibile o meglio non è condivisibile nessuno smascheramento.

Il mondo di oggi ha sostituito a una modernità che si offriva come un ventaglio di linee e di possibilità, magari in forma conflittuale, sia di emancipazione sia di oppressione un orizzonte unidimensionale di realizzazione completa di una società di mercato. E’ in questo senso che Guy Debord scrive che il celebre verso di Rimbaud “ bisogna essere assolutamente moderni”, emblema dell’arte modernista, è diventato lo slogan del tiranno. Oggi essere assolutamente moderni significa essere assolutamente omologati a questo stato di cose e chi non lo è allora è assolutamente disadattato ( lo dico con rimpianto, senza iattanza da purista, al contrario, finchè è stato possibile, nelle faccende di arte e letteratura la posizione più feconda è sempre stata quella di avere  un piede in due scarpe).

Queste ultime considerazioni, tuttavia, aprono un problema più ampio che non è possibile trattare qui. Per tornare alla questione della satira, infondo, tutto quanto ho scritto può essere riassunto così: per godere del riso satirico sia come lettori sia come scrittori dovremmo essere uomini più liberi di quello che siamo realmente adesso.

Psicogeografie

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Screenshot psicogeografia

di Gianni Biondillo

A non volerci far troppa filosofia è che non ho la patente. Quindi o mi arrangio o me la faccio a piedi. Come al solito però quello che può apparire un limite può svelarsi una opportunità. Quella di scoprire – quasi con una perseveranza tignosa, dal vago sapore antimoderno, di chi vive in un mondo governato dalla velocità -,  anzi, di riscoprire il ritmo, il passo umano. Siamo animali strani noi. Non veloci, non potenti. Ma costanti. Possiamo camminare, fin dalla notte dei tempi, per giorni. Quattro, cinque chilometri l’ora. Più o meno tutti. L’abbiamo dimenticato, ma è così, dall’alba dei tempi, che abbiamo colonizzato il mondo. A piedi. E quindi, sì, facciamola pure un po’ di filosofia: non ho la patente non perché bocciato all’esame di guida, ma per scelta. Di vita, potrei dire vagamente tronfio. Scelta che negli anni ha assunto sempre più connotati etici, politici. Abbiamo dimenticato il paesaggio che ci circonda, l’abbiamo lasciato sullo sfondo, come una cartolina, come un album di fotografie stereotipate e nel frattempo abbiamo permesso lo sciupio del territorio. Ma in un viaggio, ogni autentico viandante lo sa, quello che conta non è mai la meta, quella magari immortalata dalle Polaroid (o Instagram che sia). È il percorso. Da farsi a piedi. È solo così che si scoprono tesori inattesi.

Tutto questo, se da ragazzo lo sapevo quasi inconsapevolmente, è diventato un campo del pensiero che ho attraversato di volta in volta con vari compagni (di strada, come è ovvio). Con Gianluca Migliavacca, accompagnatore di media montagna e coordinatore di Trekking Italia, che mi ha insegnato a riscoprire i sentieri nella loro complessità, col collega scrittore Michele Monina, col quale abbiamo ragionato a lungo sul camminare come esperienza estetica. Psicogeografia, così si chiama la disciplina nata con le avanguardie francesi del secolo scorso che tratta di tutto ciò. Anche se, come è ovvio, l’uomo cammina da sempre e da sempre ragiona su questa facoltà. Questa “storia del camminare” (citando il bel libro di Rebecca Solnit), questo interpretare i paesaggi attraverso il passo dell’uomo, restituendolo attraverso varie forme di narrazione (fotografiche, filmiche, artistiche, letterarie, etc.) è diventata la mia passione. Magari fatta di esperienze “al limite”, come quando nel 2009 con Michele abbiamo fatto il giro delle tangenziali di Milano a piedi, cercando paesaggi estremi, quelli che nessuno racconta, per restituire loro dignità.

Le passioni, quando sono autentiche, si possono anche trasmettere. Ed è quello che m’è accaduto quest’anno, grazie all’Accademia di architettura di Mendrisio, dove ho potuto tenere un corso semestrale di “Elementi di psicogeografia e narrazione del territorio”. Lezioni teoriche, come un corso accademico prevede. Certo, il mio saltabeccare durante le lezioni di disciplina in disciplina, citando antropologi, filosofi, artisti, architetti, scrittori, paesaggisti all’inizio può aver terrorizzato i miei studenti. Ma questo dove vuole arrivare?, sembrava chiedessero i lori sguardi muti. Poi tutto s’è fatto chiaro quando dalla teoria s’è passati alla pratica. Quando, aiutato dal mio “braccio destro” Francesco Rizzi, ci siamo messi in cammino. In un freddo sabato novembrino, da Riva San Vitale, sul lago di Lugano, a piedi fino a Cernobbio, sul  lago di Como. Neppure un quarto d’ora in macchina, probabilmente. Un’intera giornata, fra campi, strade poco battute, affiancando ferrovie o autostrade, costeggiando canali, perdendoci nei borghi o nei centri commerciali. In una sorta di terra di nessuno, avendo come partenza e arrivo due luoghi consolidati dell’immaginario, per svelare, in questa deriva, quanto di esotico, cioè proprio di estraneo, sconosciuto e lontano dal nostro sguardo, possa esistere “sottocasa”. Si è trattato, in pratica, di imparare a guardare con occhi diversi, senza pregiudizi, territori continuamente modificati, manipolati, spesso violentati dall’uomo. Battisteri paleocristiani accostati a complessi scolastici anni Settanta, campi coltivati e superstrade, edilizia residenziale e capannoni, persistenze storiche e postmodernità. Tutto nel volgere di una giornata.

Ed ecco che i ragazzi, dapprima riottosi, hanno iniziato a capire il senso delle lezioni teoriche. A prenderci gusto. Hanno fotografato, registrato, filmato, intervistato. Ora sarebbe troppo lungo raccontare tutti i nostri incontri inaspettati. La scoperta di architetture del Novecento di grande valore (dalla villa studio a Riva San Vitale di Durisch fino alla casa Cattaneo a Cernobbio), di pievi romaniche (e la relativa sagra di San Martino a Mendrisio), di “superluoghi mondialisti” come il FoxTown, di terrazzamenti coltivati a vite o ponti dei suicidi sulle gole della Breggia. Storie. Che parlano di economia, politica, umanità, di un territorio di confine.

Confine che abbiamo attraversato in un passaggio pedonale incustodito a Maslianico, dove una delegazione di ex alpini ci ha accolto rifocillandoci con pane, salame, vino e tanta allegria. E dove ci hanno mostrato il lavoro complesso che, da volontari, stanno facendo sui percorsi di ronda dei finanzieri ormai abbandonati da decenni. Camminamenti e scalinate radenti la “ramina”, oggi ricoperti di rovi che gli alpini stanno ripristinando, per rendere onore a storie di uomini e donne, di passatori e contrabbandieri, di povertà e di emancipazione. Percorsi che sono monumenti itineranti del territorio che consiglio a chiunque di ripercorrere, anche per tenere viva la memoria della nostra storia recente.

Quello che abbiamo fatto quella mattina oggi è diventato un luogo virtuale che può essere visitato da chiunque. Assieme ai ragazzi del corso abbiamo deciso di creare con i materiali raccolti un sito web dove ogni studente, con le sue peculiarità e la propria sensibilità, ha concentrato il suo lavoro su vari punti del percorso, realizzando video, fotografie, disegni, audio. Il sito (www.psicogeografia.com) è stato messo on line dal nostro web master, Francesco Mussi, il 25 gennaio. Adesso ognuno può idealmente ripercorrere l’esperienza fatta quel sabato novembrino. Sentire lo scorrere del fiume, le campane del mezzodì, vedere i campi coltivati, le panchine, le pavimentazioni, incontrare persone e osservare i paesaggi con occhi nuovi. Come abbiamo fatto noi. E come i ragazzi hanno compreso a fine del viaggio, quando – sul battello che ci portava a Como da Cernobbio, stappata una bottiglia di spumate (regalo degli alpini) per brindare alla fine del viaggio – qualcuno m’ha detto, con una semplicità disarmante: “grazie prof, è stato bellissimo”. Il regalo più inatteso per me.

(pubblicato su L’ordine inserto della Provincia di Como, il 16 febbraio 2014)

I poeti appartati: Camillo Sbarbaro

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Adesso che placata è la lussuria
Adesso che placata è la lussuria
sono rimasto con i sensi vuoti,
neppur desideroso di morire.
Ignoro se ci sia nel mondo ancora
chi pensi a me e se mio padre viva.
Evito di pensarci solamente.
Ché ogni pensiero di dolore adesso
mi sembrerebbe suscitato ad arte.
Sento d’esser passato oltre quel limite
nel qual si è tanto umani per soffrire,
e che quel bene non m’è più dovuto,
perché soffrire della colpa è un bene.

Mi lascio accarezzare dalla brezza,
illuminare dai fanali, spingere
dalla gente che passa, incurioso
come nave senz’ancora né vela
che abbandona la sua carcassa all’onda.
Ed aspetto così, senza pensiero
e senza desiderio, che di nuovo
per la vicenda eterna delle cose
la volontà di vivere ritorni.

Camillo Sbarbaro, Raccolta / Canzoniere: PIANISSIMO (1914)

Frans De Waal e i macachi

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macaca mulatta

(dal molto interessante e istruttivo libro di Frans de Waal, Naturalmente buoni ― il bene e il male nell’uomo e in altri animali, Garzanti, Milano 2001, pp. 230-232, traggo questo passo che riguarda due diverse specie del genere Macaca, famiglia Cercopithecidae, i loro comportamenti sociali e il loro modo di adattsrsi. a.s.)

«Poiché il mio scopo non era quello di curare scimmie anormali ma di vedere se avrei potuto far cambiare scimmie normali, parlerò di «precettori» invece che di «terapeuti». E così demmo a un gruppo di macachi orsini [macaca arctoides] la possibilità di fare da precettori ai reso [macaca mulatta, detta anche Rhesus]. Gli orsini hanno un carattere facile e tollerante,

Poesia da Camera a Torino: Giusi Drago

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Pages from Drago_Libro_Layout 1
Torino, sabato 15 febbraio ore 18.30
presso la Galleria Voyelles & Visions
[ via San Massimo 9/A ]
nel contesto della rassegna CameraIndy (con http://indypendentemente.com/)
e della mostra di Biagio Cepollaro
a cura di Francesco Forlani e Giovanni Andrea Semerano
Giusi Drago
presenta 
Tempo negoziato
La Camera verde Roma 2014

Pratiche di rovesciamento. Una Carta per resistere e rivoluzionare le geografie esistenziali delle politiche migratorie

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[Questo intervento è apparso sul sito Euronomade]

di Martina Tazzioli

Una Carta per rovesciare le geografie esistenziali e politiche inaccettabili inscritte dalle politiche migratorie, partendo dal presupposto che oggi le politiche di confinamento e di governo della mobilità giocano un ruolo fondamentale nella ridefinizione delle divisioni di classe e dei meccanismi di esclusione. Una Carta che tuttavia non è, solo, una carta: questo l’assunto condiviso da tutti coloro che si sono ritrovati a Lampedusa dal 31 gennaio al 2 febbraio per discutere, rielaborare e sottoscrivere la Carta di Lampedusa; e per iniziare a tracciare i percorsi futuri di lotte, pratiche e campagne di cui questo documento si propone di essere il motore propulsore e al contempo la cornice politica.

I poeti appartati: Massimiliano Damaggio

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belgrado8_800

da “Edifici pericolanti”

 

 #

1) Sell in, sell out

#

 

 

 

Poesia della forza vendita

 

Esiste il tempo degli uomini in affitto

ripiegati in due dentro il contratto

nell’atto di spalancare la bocca

per ingoiare la moneta: Complimenti

mi dice il manager, Lei è in progressione

tuttavia non sa gestire le persone

ci vuole la carota, e ci vuole il bastone

 

Esiste il tempo dei ruminanti

che sanno l’intimo piacere del bastone

il Suo obbiettivo è essere una molla

caricare il significato dei corpi: Lei

deve scavalcare la catasta dei giorni

sopra cui sta un obbiettivo, che ci segna

 

 

La responsabilità del fatturato

 

Di notte invio i dati di vendita del giorno

nel silenzio dei condomini appesi nel sonno

lo stormo di cifre che trapassa il corpo

in ginocchio sulla statistica, e la paura

che chiamino, a quest’ora, per avere spiegazioni

 

Dino sta sotto budget da almeno tre mesi

ti dicono di dirgli che è un coglione

non è un insulto, ti dicono

 

è questo il risveglio

 

 

La cessazione del rapporto di collaborazione

 

Gianluca, hai il sorriso ferito

dalla forbice fra obbiettivo e fatturato

sulla sedia blindata della riunione

carichi in canna il resoconto ultimo

e ti si sente

attorno un largo silenzio, e nel rumore

del tuo dissesto interiore ognuno sta

nella posizione da contratto

 

Dietro questi piccoli quadri

si muovono gli uomini abbaiati

dal cane del credo quotidiano

 

 

Lei ora appartiene, ti dicono

all’archivio dei nomi in disuso

 

 

Maurizio il caposettore e il Rackjobber

 

Tutto il giorno ho allineato

i prodotti sullo scaffale

come fossero versi

 

e ora sto con l’ordine in mano

fra i carrelli abbandonati

dove dormono i bambini

consumati, nel silenzio

 

e in questa devastazione, Maurizio

stiamo, fra i carrelli abbandonati

 

 

È questa la semina del bulbo

per le voglie del margine

il campo defunto, e il feto coltivato

che sboccia sul ripiano e si apre in sconto

 

Questa la trincea per il significato

l’obbiettivo, e poi il punto

che l’orario ci mette al nome

 

 

2) Iperghetto

#

 

 

Parla Sankara

 

Certo, si scrive per la purezza

per questa cosa bianca fra le due virgole

per questo toccare le grandi questioni

dell’origine e della morte: si deve

tentare di essere uomini e

rivestire di parole il fatto

di esseri bipedi

 

Decliniamo in segni cose e avvenimenti

ma quello che interessa è la sintassi

per l’esatta definizione del mondo

il mondo altrimenti domani scompare

Ma è anche una parentesi di carne

in questo defluire di cognomi

digressione di ossa in movimento

non altro: sono i molti

dove le grandi questioni coincidono

con la data della nascita

e con la data della morte

 

Il bambino di quindici mesi

si è guardato in giro e ha visto

la sua propria immediata estinzione:

è passato di qui, come un caso

poi è subito morto in diretta

perché non c’era molto da mangiare

 

Si scrive non per salvarlo, poiché è morto

ma per farlo vivere, nella sua morte

 

 

Allo svincolo per l’autostrada

 

Ti trovo la sera seduto sulle parole

inefficaci dell’uomo evacuato

 

fra gli scarti della giornata

ti porto del pane

 

Ma sono gli allarmi a rispondere

questo vento che scende nel tuo silenzio

dove attendi nel fondo della notte

un suono riemergere dal fondo della carne

 

Faccio una battuta e sopravvivo

ma prendo per amore l’elemosina

e sosto, senza amore, perché è semplice

condividere del prossimo

il meno e non il più a me prossimo

 

 

Dissonetto novenario del simposio

 

Ritornando a piedi da Fàliro

perché s’era scassata l’auto

nel traffico di Kifissoù

che una volta era stato un fiume

mica facevo Apollodòro

o parlavo di ragazzini

o pederasti innamorati

 

Il solo simposio concesso

contrattare col pakistano

per l’acquisto di tre accendini

sotto il ponte dell’autostrada

fra i bambini vuoti e avariati

un tossico quasi cariato

un morto che ingoiava asfalto

 

3) Essere e benessere

#

 

 

Jeff Buckley

 

Siamo qui per la bellezza, ma

come rifugiati fra due porte

in attesa di un fuoco qualunque

che commuova il calendario

 

In questo venire e andare di corpi

non hai nemmeno il tempo di dargli un nome

lanciano sul tavolo poche parole, si alzano

 

Siamo qui per la bellezza, ma

come pieni di linee scure

che potevano essere albero, nuvola: attendiamo?

nell’apnea delle disattese

 

sul fiume galleggia un ragazzo

la sua acqua nella voce

modula una fiamma

per chi, liquido, sta

 

 

Coito interrotto

 

Affacciato sopra un foglio o

alla campana del vetro

dove giacciono i frammenti io

sto

 

nella scarsa alternativa

fra maneggiare segni

e segnarmi le mani

 

Per questo la pagina

è un brandello, per questo

io sono interrotto, come il coito

di un amore incompleto

 

 

Reparto gastroenterologia

 

Questo uomo sul fondo del letto

che a fatica riemerge, a fatica

ruba un pugno d’aria

è il tuo ritratto, nei ritratti infiniti

di ogni uomo sul fondo di ogni letto

 

È un dolore cordiale, una mezza allegria

regalare due gocce d’acqua

alle labbra spaccate, che sono state tue

che sono state d’altri

sepolte da luci diplomatiche

che non separano le ombre dalle ombre

nello scambio di respiri dell’ultimo minuto

 

 

Adesso è molto tempo che tutto questo vuoto è tuo

questo luogo

disabitato da un morto, abbandonato da un vivo

 

 

4) Epiloghi e simulazioni

#

 

 

Il sig. Lieto Neri Pellegrini

 

Nessuno sa dove sia, pare

non dorma più, roso

dai rimorsi, il ponočnik, il pomočnik

il luogotenente nottambulo, forse

 

nelle gole del Montenegro, in Grecia

murato in un monastero, rifugiato

in grembo alla Russia, banalmente

nascosto nel bunker di Pale, in Bosnia

si aspettano di trovarlo morto: era

dicono di lui, si chiedono: chi era?

 

*

 

Kara significa nero

Hadzi pellegrino

Radovan esser lieti

Sig. Radovan Karadzić

Lieto Neri Pellegrini:

 

settantacinquemila vittime civili

quattrocentodiciassette massacri

trecentosettantotto lager

novantatré fosse comuni

 

*

 

Pellegrini ragazzino rumina

la sua povertà, pascola capre

nei lunghi inverni, suona

la guzla, Lieto, immigrato sedicenne

scende dai monti, entra smarrito

a Sarajevo, apprendista poeta, ma

 

ha una pancetta borghese

la salute cagionevole

ama la vita comoda

è un codardo, ha paura

anche della moglie, soffre

di crisi umorali, ipocondria

la gente ricorda di lui

la vanagloria, il barare al poker, insomma

 

un piccolo innocuo cacciaballe, tipico

prodotto di un’allegra baracca

che si chiama Jugoslavia

 

*

 

Nel mille novecento ottanta quattro, non per le poesie ma per i soldi, è arrestato

per aver messo le mani sui fondi di edilizia allo scopo di costruirsi una villa

si fa undici mesi di carcere, viene assolto, è il segno

è già legato mani e piedi al sottobosco jugoslavo

 

*

Torna

completamente cambiato, si dà

al gioco d’azzardo, tira l’alba

nelle bische, in carcere

ha imparato a bluffare

ha sposato Liljana, così tetra

da noleggiare ai funerali

Lieto la decanta a gran voce

millanta di sapere l’inglese

ma entra in un negozio londinese

per acquistare dolci, ne esce

con scatole di carne per cani

 

*

 

Quando Belgrado lo mette a capo del partito democratico serbo

i bosniaci, serbi compresi dicono: questo chi è?

dopo, qualcuno dirà che fu una scelta mirata, che si cercava uno psichiatra

per costruire la guerra prima di tutto nei cervelli

ma

 

*

 

tutto è più banale, è una nullità

ambiziosa, ubbidiente, talmente

poco serio, nessuno

potrà credere che con lui

i serbi si preparino alla guerra

 

tanto più che in quel momento

nulla annuncia il mattatoio

Lieto non sente l’odore del sangue

Lieto sente il profumo dei soldi

coglie l’occasione per ambizione

o forse è costretto a coglierla

non sembra un manipolatore

ma un manipolato

 

*

 

Si arricchisce, e lo ostenta

gira in auto blindata

ascolta Bach, smette

di fumare, di vedere

film porno, di bere

whisky, si sottopone

a un corso intensivo

d’inglese, va in chiesa

per la prima volta

in vita sua, si dice

discendente di Vuk

Karadzić, padre

della lingua serba

falso, ovviamente

 

La moglie colleziona

centinaia di scarpe

usa l’elicottero

per portare il cane

dal veterinario

 

La figlia, direttrice

del centro stampa

accoglie i giornalisti

dipingendosi le unghie

 

*

 

Le radici, sempre negate

diventano un vanto

Sono un figlio del monte Durmitor

la galera per malversazione

diventa persecuzione

ingrassa, mente

sistematicamente:

 

facile con i contadini, tra cui diffonde un elenco di donne serbe

destinate agli harem dei musulmani

 

meno facile con i giornalisti, che convoca anche di notte

nella sua stanza all’Holiday Inn

 

*

 

Lo incontro, gli dico

attorno a Sarajevo

ci sono posizioni di mortai serbi

lui ride, ribatte non è vero

allora gliele elenco, una per una

farò controllare

gli parlo di serbi, mobilitati

con la forza da altri serbi armati

gli indico nomi e indirizzi

scuote la chioma

farò controllare

 

*

 

Ma appena comincia la guerra

scopre che il mondo se le beve

tutte

 

 

Altro materiale

 

I cadaveri sono molti

impossibile conversare

con un uomo e la sua tasca

dove si nasconde

 

quando incontra un altro uomo

che lo spia dal portafogli

 

 

Esiste il tempo degli uomini nascosti

nel fondo del corpo stanno

gonfie di istinti le cose incerte

 

Esiste il tempo in cui bisogna stare

complementari come accessori

oggetti che non sanno la sommossa

 

come un abbonamento

 

*

 

Molta la decomposizione, l’estinzione

in corso d’opera

in fondo all’acqua acida

perdiamo la sintassi

 

Insistiamo a camminare

come sintomo di esistenza

non vivere, ma qualcosa

 

 

È superflua la sintassi

al monosillabo di corpi in forma di dolore

confusi nell’urlo gutturale delle cose

 

frutti preoccupati del verme anticipato

che ancora tentano una rima

da accoppiare al corpo e alla sua durata

 

 

 

Alcune note

 

(Maurizio il caporeparto e il Rackjobber) Per un certo periodo, ho lavorato come venditore in una multinazionale che opera nella grande distribuzione organizzata. Durante un meeting (e non riunione) scoprii di essere diventato un rackjobber (e cioè lavoratore dello scaffale o meglio scaffalista). Questa figura è l’involuzione del venditore e del rappresentante. Il suo scopo è di presidiare lo spazio espositivo al fine di ottimizzare la vendita del prodotto.

 

 

(Dissonetto novenario del Simposio) Fàliro è esattamente la stessa Faléro citata da Platone nel Simposio. Durante il tragitto da Fàliro ad Atene, Apollodòro narra a un amico di quanto avvenuto al Simposio e dei ragionamenti sull’amore di Socrate e Diotima. Kifissoù, detta anche Potàmi (fiume), è chiamata l’autostrada che congiunge Atene con Lamìa e che, nel tratto urbano ateniese, scorre sopra il fiume Kifissòs (ital. Cefiso), che sfocia presso Fàliro.

 

 

(Il sig. Lieto Neri Pellegrini) Poesia estratta dall’articolo “Karadzić, il prescelto”, di Paolo Rumiz, Il Diario, 1996. Questo è uno dei pochi testi sopravvissuti a un trasloco, e ritrovati per caso. Scritti fra il 1998 e il 2000, formavano un lavoro chiamato “Storie”. Si tratta di poesie composte partendo da un articolo di giornale da cui prelevavo le cose necessarie che potessero combinarsi fra loro secondo un senso ritmico, evocativo, o giocoso, ironico. Non utilizzavo le frasi che più m’interessavano per poi rimontarle a mio piacimento, seguendo un mio senso estetico e dando loro un significato diverso rispetto a quello del testo originale in cui erano contenute, ma l’esatto contrario: mi attenevo all’originale utilizzando quanto ritenuto essenziale e ridisponendolo poi nell’ordine esatto in cui si trovava. La differenza con lavori simili, cioè di poesia estratta dalla cronaca, sta in questo. La mia non era un’interpretazione di ciò che leggevo, ma un’elisione del superfluo per giungere a una poesia popolare, per sottolinearne il carattere narrativo, come le ballate dei cantastorie di un tempo. Ho ultimamente ripreso questo lavoro concentrandomi sulla pubblicità. Mi sembra che la pubblicità, nella sua pseudo poeticità, sia in realtà la forma evocativa che meglio racconta il nostro periodo storico.

Wall

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Belpo(esce domani una sorta di “piccola enciclopedia del pensiero contemporaneo”: L’età dell’estremismo, di Marco Belpoliti. Ho chiesto all’editore e all’autore un capitolo che qui riproduco, ringraziandoli. G.B.)

di Marco Belpoliti

Tra il 2008 e il 2010 il fotografo ceco Josef Koudelka si è recato più volte in Israele e in Palestina. Invitato dal progetto «This Place: Making Images, Breaking Images – Israel and the West Bank», avviato dal fotografo Frédéric Brenner, ha ritratto il muro che separa lo stato ebraico dai Territori abitati dai palestinesi. Utilizzando una macchina di grande formato, Fujifilm 6 x 17 cm, Koudelka ha realizzato una serie di scatti delle zone dove sorge la barriera divisoria voluta da Ariel Sharon e dai militari israeliani. Si tratta d’immagini in bianco e nero di grande impatto visivo. Stampate in un libro oblungo intitolato Wall, ogni scatto ha le dimensioni di 72×24 e abbraccia un’ampia porzione di territorio: da un lato all’altro di una valle, oppure un’intera collina nella sua estensione da est a ovest; e ancora: una porzione di muro e le fortificazioni intorno; fino allo snodarsi, altro esempio paradigmatico, di un’autostrada che fende l’intero paesaggio.

Lo sguardo ampio sembrerebbe il solo che permette di capire il modo con cui la distesa di cemento, blocchi, plinti, cancelli, filo spinato, torrette interviene nello spazio per delimitare, circondare, difendere, escludere. In alcune istantanee, più simili a quadri che non a fotografie, appaiono in primo piano olivi secolari e dietro di loro un paesaggio brullo. Ci sono pochissime figure umane. C’è solo un uomo, nei pressi dell’insediamento di Qedar, in abito tradizionale arabo, in piedi sulle macerie di una casa, probabilmente la sua: blocchi di cemento divelti, macerie di ferro, armature, tubi accatastati; dietro, il cielo è una superficie grigiastra, mentre un filo taglia a metà la fotografia, stabilendo una divisione tra il sopra e il sotto. C’è qualcosa di claustrofobico in queste immagini, di aperto ma anche di chiuso: la chiusura dell’aperto e l’apertura del chiuso, un chiasmo. Ad Al-Khader, nell’area di Betlemme, la città più fotografata insieme a Gerusalemme Est, Koudelka ha ritratto una sorta di vallo, la terra di nessuno tra la cinta di cemento e un alto muro dalla forma arrotondata: una trincea inabitabile, sicuramente un dissuasore spaziale tra due territori. Chi e dentro e chi e fuori? Le foto lo dicono molto bene, e se qualcuno non lo capisse al primo sguardo non ha che da leggere le secche didascalie che descrivono la separazione tra i due popoli, e quella, anche peggiore, tra palestinesi e palestinesi.

Koudelka viene da antichi studi d’ingegneria, negli anni Cinquanta a Praga, e il suo sguardo mantiene qualcosa di quell’origine tecnica. Possiede infatti un talento nell’individuare alla perfezione i punti di vista, i luoghi e gli spazi da catturare dentro l’obiettivo. Di sicuro, nelle sue fotografie, in queste in particolare, emerge anche un aspetto teatrale che gli è proprio, come ha scritto la critica: una capacità di guardare l’interno come una scena, e insieme introdurre un aspetto introspettivo, scandaglio del teatro interiore. Per quanto si tratti di luoghi desolati, dove l’antica armonia è stata devastata dall’intervento bellico dell’uomo, c’è sempre qualcosa d’intimo in ogni luogo raffigurato da Koudelka. Anche negli spazi più angusti, chiusi, privi di qualsiasi piacevolezza, si coglie un momento, un attimo, di riflessione del fotografo: la crudezza delle immagini appare mitigata dal suo sguardo, e proprio per questo il contrasto tra l’ordine e il disordine risulta ancora più forte.

Se Koudelka avesse fotografato il punto dirompente, la rottura del paesaggio apportata dall’intervento militare, dal segno prepotente del Muro, la sua lezione di metodo, la sua riflessione, ne sarebbe stata indebolita. Guardando il caos della separazione all’interno dell’armonia dell’antico paesaggio mediorientale, mediterraneo, Koudelka ci fa apparire ogni cosa più lancinante, mobilitando la nostra capacita di cogliere quello che c’era, e che forse potrebbe ancora esserci: oggi, domani. Non c’è quindi in questi scatti un giudizio politico, bensì estetico, un’estetica che è politica, proprio attraverso la capacità che queste lunghe fotografie possiedono di suscitare i nostri sentimenti. I contrasti del bianco e del nero, mitigati da una vasta gamma di grigi, ci mostrano un luogo disperato che sembra dar voce alla propria disperazione, non a squarciagola, bensì in modo sommesso, come in una nenia mediorientale, senza fine, un suono reiterato che ti penetra nel cervello poco a poco, e non ti lascia più.

Dopo lo scoppio della seconda Intifada (termine arabo che vuol dire: «scuotersi di dosso»), nel settembre del 2000, i militanti palestinesi della Cisgiordania hanno cominciato a compiere una serie di attacchi suicidi uccidendo centinaia di civili in Israele. Una carneficina che è continuata per oltre due anni. L’Intifada era stata scatenata dalla visita di Ariel Sharon, allora leader dell’opposizione politica, al Monte del Tempio, Haram al-Sharif, a Gerusalemme Est, considerata dai palestinesi un affronto terribile, tentativo di sancire il controllo assoluto di Israele sul territorio. Israele ha reagito costruendo il Muro, per impedire ai kamikaze l’accesso alle città e ai villaggi ebraici. Eyal Weizman ha raccontato, in Architettura dell’occupazione, e nel successivo Il minore dei mali possibili, la storia complessa di questa costruzione, di come il Muro sia diventato il modo con cui lo Stato d’Israele ha condotto la sua guerra spaziale contro i palestinesi: molto più di un semplice sistema di difesa, almeno cosi come appare nella pratica e nella teoria di Sharon, diventato in seguito primo ministro di Israele, e ispiratore della costruzione della cinta difensiva.

Un cartello stradale che indica le direzioni Tomba di Rachele e Gerusalemme. Fotografia © Josef Koudelka / Magnum Photos.
Un cartello stradale che indica le direzioni Tomba di Rachele e Gerusalemme.
Fotografia © Josef Koudelka / Magnum Photos.

Nel capitolo Il migliore dei muri possibili Weizman racconta le vicende delle lotte legali intorno alla costruzione del Muro da parte di alcuni avvocati palestinesi, come Beit Surik, condotta attraverso la realizzazione di modelli e plastici esibiti davanti alla Corte Suprema di Gerusalemme in un duello giuridico con i rappresentanti delle forze armate israeliane. Questa disputa legale, come altre di quel periodo, ha prodotto innumerevoli cambiamenti del tracciato del vallo difensivo.

Weizman legge il muro come una vera e propria strategia di guerra. Scrive: «Il muro non può essere ridotto alla sua struttura fisica e al suo tracciato. Esso costituisce un insieme eterogeneo e interdipendente di sistemi di fortificazione interconnessi, costruzioni architettoniche (i ‘terminali’), tecnologie di rilevamento, armi automatiche, sistemi militari aerei e (nel caso di Gaza) marini, manovrati da una molteplicità di istituzioni, secondo procedure, calcoli, tattiche, etiche, scopi legali e umanitari variabili», che somigliano a ciò cui Foucault faceva riferimento quando parlava di «dispositivo».

Le fotografi e di Koudelka colgono proprio questo aspetto dell’apparato, il suo dispiegarsi sul territorio e la sua capacità di piegarlo alla propria logica. Il dispositivo, come lo aveva pensato Foucault, possiede una funzione strategica concreta e sviluppa in ogni caso una precisa relazione di potere. Negli scatti del fotografo praghese si coglie proprio la stratificazione del dispositivo, la sua capacità produttiva, la sua costituzione nel tempo, a partire da una urgenza di tipo militare. Nei bianchi e neri degli scatti si percepisce lo sforzo di orientare lo spazio, di organizzarlo. Le colline, le piane, le strade, i campi raffigurati da Koudelka, rendono conto di una battaglia che è avvenuta in quel luogo. Una guerra che ha fatto morti e feriti, ora invisibili, ma che ha lasciato nel terreno il segno vistoso del proprio passaggio: sbraghi, lacerazioni, cicatrici, suture, vuoti, troppo pieni.

Ci sono due immagini che descrivono questo spazio, il suo dispositivo, in modo perfetto. Nella prima appare un campo con l’erba alta; in mezzo si scorgono le sagome dei soldati, profili sottili, probabilmente di metallo o altro materiale duro. I militari, disseminati su una ampia superficie erbosa, rammentano che in quel luogo nel 1948, presso il kibbutz Yad Mordechai, a Gaza, e avvenuto uno scontro a fuoco decisivo. Nell’altra il paesaggio è dato dal sovrapporsi, in primo piano, di un intrico di fili spinati: rotoli e rotoli, fitti fitti, gli uni sopra gli altri; cosi fitti da rendere lo spazio retrostante simile a un rotolo di metallo: rocce, strade, vegetazione, diventano un secondo intrico, che si associa al primo rendendo tutto invisibile, e al tempo stesso perfettamente visibile: il muro di metallo aderisce ovunque, e niente ora ne resta escluso.

«Una volta completato, il muro misurerà circa 700 chilometri, il doppio dei 320 chilometri del perimetro della Linea d’Armistizio del 1949, detta Green Line, che separa Israele dalla Cisgiordania», cosi è scritto laconicamente sotto la prima immagine che apre Wall, dove è raffigurato il campo profughi di Shu’fat, con vista su Al-Issawiya: sulla sinistra si scorge il muro composto di pannelli di cemento che avanza sino a quasi la metà dell’immagine, dal piccolo al grande; sulla destra si apre, dietro al muro, in lontananza, l’agglomerato delle case; in mezzo una strada di terra battuta. Sembrano due foto accostate una all’altra, invece è il medesimo paesaggio visto all’altezza del muro. Sono due paesaggi diversi, il muro e le case, costretti a convivere, segnando due spazi e due tempi differenti, eppure terribilmente complementari.

La viola

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di Giorgio Nicolai

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Il Metrò di Parigi era una grande città sotterranea con negozi di ogni tipo: alimentari, vestiti, souvenir. Ogni giorno i corridoi erano affollati dai parigini dalla mattina alla sera: andare al lavoro, tornare a casa. I volti dei viaggiatori erano molto simili: aggrottati, preoccupati, stanchi. C’erano anche dei turisti perlopiù impauriti e disorientati dalla rete dei corridoi.
C’erano molte persone che vivevano alle fermate del Metrò: disoccupati, stranieri, tutti alla ricerca di qualche moneta per mangiare.
Il Metrò era a tutti gli effetti la città di questo piccolo popolo dimenticato e la vita degli abitanti di questa città dipendeva dal buon cuore di tutti i passanti indifferenti e affrettati.

Vincent Descombes su Castoriadis. Autonomia e autolimitazione

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vd-nantes  [Questa intervista è apparsa in forma più breve sul n° 34 di “alfabeta2” e sul sito www.alfabeta2.it; un mio intervento su Castoriadis qui]

Conversazione con Andrea Inglese

Iniziamo con una domanda di carattere biografico. Ancora oggi Castoriadis è un autore che sembra svolgere un ruolo strategico nella sua riflessione. Penso, ad esempio, al suo ultimo saggio, Les embarras de l’identité(1), che si conclude sul concetto di “potere istituente” così come è stato formulato da Castoriadis. Quando e come è avvenuto il primo incontro con lui?