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Sarajevo 1984 Olympic Winter Games

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Sarajevo-1984-Olympics

di

Azra Nuhefendić

Articolo pubblicato sull‘Osservatorio  Balcani e Caucaso

Un metro di neve e 20 gradi sotto lo zero! Nessuno ci fece caso in Bosnia. La gente puliva le strade e scava trincee nella neve per collegare la casa o il portone alla via principale.

Talvolta cadeva già a inizio ottobre. Andavamo a cena al ristorante e, all’uscita, ci aspettava la prima neve. Tap-tap. Con scarpe leggere ed eleganti ai piedi, cercavamo di attraversare il tappeto bianco senza scivolare o cadere. La neve resisteva fino ad aprile, qualche volta oltre. Capitava che sulle montagne intorno a Sarajevo nevicasse anche in piena estate. I giornali locali ne davano notizia, ma nessuno si stupiva.

Succedeva che in primavera uno andasse per i boschi sul monte Bjelascnica, a sud-ovest di Sarajevo. Erano giornate di sole, ma in 10 minuti rischiava di trovarsi nel mezzo di una tempesta bianca. Anche quelli che conoscevano la montagna, talvolta correvano il pericolo di perdersi o rimanere intrappolati sotto la neve, come successe negli anni Sessanta a 11 giovani e bravi sciatori che persero la vita in una tempesta improvvisa sul Bjelasnica.

Nevicava sempre moltissimo, ma, a inizio febbraio 1984, l’assenza inspiegabile dei fiocchi ci tormentò per giorni. Circa quattro milioni di bosniaci ed erzegovesi scrutavano il cielo aspettandola, si svegliavano di notte per controllare se fosse caduta e la prima domanda al risveglio era: “Nevica?“. Accusammo i meteorologi di aver sbagliato i calcoli. Quelli religiosi pregarono che nevicasse, ma invano. Nei 100 anni che precedettero la quattordicesima Olimpiade nevicò sempre a Sarajevo e dintorni.

Un giorno prima dell’ inizio dei Giochi, era il 7 febbraio 1984, sembrava di essere in primavera. Non era caduto un solo fiocco. Mi venne di piangere.

Sarajevo-Mappa_Montagne-copertina-800x540Tutto era pronto un anno prima che cominciassero i Giochi: venne costruito un villaggio olimpico, vennero aperti nuovi alberghi e ristrutturati i vecchi. Venne salvata e ricostruita l’antica parte ottomana della città, la Bascarsija, che era in rovina e rischiava di scomparire per fare posto a una <più bella>, dicevano. Le strade principali di Sarajevo vennero ristrutturate e allargate, le facciate dei palazzi vennero ridipinte, le rotaie dei tram elettrici vennero cambiate e la stazione centrale dei treni venne restaurata. Sui monti intorno a Sarajevo – lo Jahorina, il Bjelasnica, l’Igman, e il Trebevic – vennero costruite le strutture necessarie.

Alcune migliaia di giovani di tutta la nazione si esercitavano ogni giorno per imparare la coreografia dei cerimoniali di apertura e chiusura delle Olimpiadi. A proposito, il principale quotidiano  giapponese, “Yomiuri Shimbun”, domandava con un titolo in prima pagina: “Dove hanno trovato quelle ragazze bellissime e quei ragazzi così alti?”. Il sottotitolo ribatteva: “A Sarajevo sono tutti cosi”. Per evitare il rischio che qualcuno mancasse a causa dell’influenza, tutti si immunizzarono con vaccini forti, “quelli per i cavalli”, mi dice oggi scherzando Vanja. Lei e Svjetlana, due bosniache – triestine adottive – vi parteciparono. Trent’anni dopo, ancora belle e alte, rievocano con nostalgia quelle Olimpiadi.

Nella fase preparativa dei Giochi, piuttosto che la neve, ci preoccupava la nebbia. Anche quella è onnipresente a Sarajevo. Per far funzionare l’aeroporto locale, i nostri ingegneri prepararono delle sostanze chimiche, che, all’occorrenza, potevano – proprio come dice una canzona bosniaca antica (“duni vjetre, malo sa Neretve, pa rastjeraj maglu po Mostaru”) – far sparire la nebbia. Tutto era pronto e perfetto: migliaia di sportivi, innumerevoli giornalisti e decine di migliaia di ospiti erano già in città. Mancava solo lei. La neve.

Volevo essere parte di quell’evento, sarei stata contenta di fare un lavoretto: pulire la neve, indicare i servizi. Insomma, qualsiasi cosa. Mandai una richiesta per essere assunta come volontaria, ma nulla. Ci lavoravano già 30mila persone, di cui la metà era composta da volontari. Nella costruzioni delle strutture olimpiche sui monti, partecipavano giovani volontari, organizzati nelle “brigate lavorative”, le radne brigade. Nei giorni delle Olimpiadi, 400 camerieri provenienti da tutta la Jugoslavia erano al servizio degli ospiti.

La sera prima dell’inizio dei Giochi non volevo stare a casa: nella mia città si stava scrivendo la storia. Sarajevo splendeva, le strade erano affollate, i negozi, i ristoranti e i bar restarono aperti l’intera notte, stracolmi di gente. Migliaia di persone giravano su e giù, parlavano a gran voce, quelli che non riuscivano a comunicare in lingue straniere facevano amicizia a gesti. Si scattavano foto e si rideva così, senza un motivo. Ci pareva di essere al centro del mondo.

Poi cominciò a nevicare. Mi trovavo in via Vase Miskina (oggi Ferhadija) là dove inizia la parte antica della città, la Bascarsija. Alcuni saltavano di gioia, altri si tenevano per mano e ballavano, qualcuno urlava. Io ridevo, girando su me stessa. Volevo sentire i fiocchi gelidi sul viso.

Credo che quella volta molti comunisti, che da noi dovevano essere per forza atei, ringraziarono l’Altissimo.

Fu una notte dipinta di bianco. La neve cadeva bellissima, secca, quella che non si scioglie subito. I fiocchi erano grandi ed eleganti come farfalle. All’inizio, scese piano e poi sempre di più e più in fretta. Pareva che qualcuno, lassù, avesse aperto un sacco e che non riuscisse più a controllare la velocità con cui esso si svuotava.

Prima eravamo preoccupati, perché la neve non c’era. Poi, la situazione si invertì: in poche ore si raggruppò più di un metro di cotone gelido. Il problema fu livellare le piste sciistiche. Il presidente della Federazione internazionale per lo sci, Marc Hodler, preoccupato, domandò al presiedente del Comitato olimpico bosniaco, Branko Mikulic, come pensava di risolvere il problema. <Ci vogliono mille persone per spianare le piste, dove le troverete a quest’ora?>, chiese Holder. Secondo i testimoni Branko Mikulic rispose: “Secondo lei, potrebbero bastarne cinquemila?”.

I cittadini vennero chiamati ad aiutare e risposero in migliaia, lavorando l’intera notte. Soldati dell’Jna compresi. La mattina dopo, le piste erano perfette e la città pulitissima. “Fummo così entusiasti da acchiappare i fiocchi ancora prima che toccassero terra”, ricorda Meho S., tassista di Sarajevo.

Erano momenti magici, sembrava di vivere una fiaba. Infatti, la quattordicesima edizione dei Giochi olimpici invernali di Sarajevo poté, per molti aspetti, considerarsi un miracolo.

imagesNessuno ci credeva. Una volta, i Giochi venivano organizzati dai ricchi Paesi occidentali. La manifestazione che si tenne da noi fu di gran prestigio e costosa, una sorta di vetrina dove l’organizzatore fece vedere al mondo il meglio di sé. Proprio come accade ancora. Sarajevo, per vincere, dovette prima convincere prima gli scettici di casa. La candidatura doveva essere approvata dal Partito comunista, dal Governo della Bosnia-Erzegovina e, infine, da quello federale (SIV).

Le altre Repubbliche della Jugoslavia consideravano la Bosnia un “tamni vilajet” (un mondo tenebroso, retrogrado) una sorta di cugino povero che meritava simpatia e aiuto, ma non altro. Di conseguenza, la prima reazione delle altre Repubbliche fu di incredulità, ma Sarajevo ce la fece. La capitale della Bosnia dovette competere con la giapponese Sapporo e  la congiunta candidatura di due città svedesi: Falun e Göteborg.

Dopo aver fatto un’ultima visita a Sarajevo, Marc Hodler, riferì queste parole al Comitato olimpico: <La Bosnia-Erzegovina si sta sviluppando a vista d’occhio, la gente ci vive libera e felice>.

Prima della votazione, la giornalista inglese Pet Bedford scrisse: “Se sceglierete Saporo, i  giapponesi vi organizzeranno un aereo per visitare Tokio; se opterete per Falun e Göteborg, gli svedesi vi faranno di vedere i fiordi e gli iceberg. Se, invece, la vostra scelta cadrà sulla Jugoslavia e Sarajevo, ci troverete gente amichevole, con grande cuore e montagne”.

I Giochi olimpici invernali a Sarajevo si tennero dal 8 al 19 febbraio 1984. Fu la prima Olimpiade invernale ad andare in scena in un Paese comunista. Arrivarono partecipanti da 49 Paesi, 1272 atleti (274 donne, 998 uomini) che gareggiarono in 39 discipline, seguiti da 7393 giornalisti e visti da due miliardi di telespettatori. Gli organizzatori vendettero 250mila biglietti, guadagnando 47 milioni dollari e, grazie ai Giochi, vennero assegnati 9500 nuovi posti di lavoro.

Per la prima volta, alle Olimpiadi invernali i disabili gareggiarono nello slalom gigante e, per la prima volta nella storia delle Olimpiadi, la coppia inglese di ballerini su ghiaccio, Jayne Torvill e Christopher Dean, ricevette il punteggio più alto fra quelli disponibili.

I Giochi invernali di Sarajevo lanciarono una delle icone sportive più grandi degli ultimi due decenni del ventesimo secolo, la pattinatrice della Germania dell’Est – che all’epoca era un Paese indipendente – Katarina Witt, la quale conquistò una medaglia d’oro.

Fu un trionfo anche per la stessa Jugoslavia che vinse una medaglia nelle Olimpiadi invernali. Era la prima. Lo sciatore sloveno Jure Franko, si aggiudicò un argento nello slalom gigante, portando l’intera nazione in “trans”. Durante la premiazione, di fronte al centro sportivo-culturale “Skenderija”, decine di migliaia urlarono: “Volimo Jureka, vise non bureka”, amiamo più Jure che il burek, ovvero il piatto preferito nazionale.

Erano tempi diversi, con valori diversi – racconta oggi Jure Franko. In caso di vincita – narra l’ex campione – promisero di regalarci un videoregistratore. Fra me e me pensavo di dover fare di tutto per portarlo a casa“.

Juan Antonio Samaranch arrivò alle Olimpiadi di Sarajevo per la prima volta in veste di presidente del Comitato internazionale olimpico (IOC). Nel suo discorso in occasione della chiusura dei Giochi, Samaranch disse: “Il movimento olimpico è stato arricchito. Per la prima volta i Giochi olimpici sono stati organizzati da un popolo”. Fra la città e il presidente si strinse un’amicizia che durò 20 anni, fino alla morte dello stesso Samarnch.

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Nel corso della guerra – nei primi mesi del 1992 – molti edifici olimpici vennero rasi al suolo, bersagliati di proposito, come tutto ciò che documentava la storia e la vita comune dei bosniaci ed erzegovesi. Il centro sportivo “Zetra”, con la magnifica sala di ghiaccio che fece da palcoscenico ai pattinatori e alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi, fu bombardata e incendiata. Rimasero integre solo le fondamenta. Il centro “Skenderia”, il Museo olimpico e gli alberghi sulle montagne vennero demoliti.

Già nell’aprile 1992, sul monte Jahorina, serbi armati di kalashnikov si fecero pagare con minacce il biglietto per lo ski lift. Il monte Trebevic – così vicino che la consideravamo essere un monte nel cortile di casa – una volta era più caro ai sarajevesi. Dopo il conflitto, molti non ci tornarono più. Là venne costruita pista di bob, minata durante l’assedio. Oggi è abbandonata, ci vagano coraggiosi  che raccolgono pallottole vuote da vendere agli artigiani, i quali ne fanno souvenir da vendere a loro volta ai turisti.

I villaggi olimpici Mojmilo e Dobrinja, vennero progettati per diventare nuovi quartieri della città. Sono due zone belle, grandi, contigue all’aeroporto, dove, dopo i Giochi, vennero distribuiti 2750 appartamenti a coloro che non ne avevano.

All’inizio della guerra che lacerò la Bosnia, il quartiere di Dobrinja venne bombardato e i serbi cercarono di occuparlo, ma invano. Dobrinja rimase assediata per tutto il conflitto e tagliata dal resto della città, subendo un assedio nell’assedio. Gli abitanti, gente mista di tutte le etnie e religioni, lottarono sempre e la loro è una storia di coraggio e resistenza esemplare. Oggi per Dobrinja passa la linea invisibile della Sarajevo divisa.

Nel 1994, a Lillehammer, in Norvegia, si tenne la diciassettesima edizione dei Giochi invernali. Samaranch abbandonò Lillehammer per raggiungere Sarajevo ed esprimerle la propria solidarietà, mostrando un coraggio e un grinta che mancarono a moltissimi politici dell’epoca.

“Con aria di sfida – narra il direttore del Museo Olimpico di Sarajevo, Edo Numankadic – come se non vi fosse alcun pericolo dalle colline, Samaranch stette fermo sulle rovine del centro sportivo “Zetra”, dove, 10 anni prima, dichiarò chiuse le Olimpiadi invernali. Fu un segnale che non ci avrebbero dimenticati, né abbandonati. Gli fummo molto grati – chiosa Numankadic – e la gente venne a salutarlo e a toccarlo con mano”.

In quella occasione, Samaranch promise che avrebbe fatto di tutto per riportare in vita il centro olimpico. Nel 1999, la sua promessa venne mantenuta e il centro “Zetra” venne ricostruito e riaperto.

In questi giorni, a Sarajevo stanno preparando i celebrativi per il trentennale dell’Olimpiade invernale del 1984. I festeggiamenti si organizzano anche nel mondo, dove, dopo la guerra, si sparse circa un milione di bosniaci. A Melbourne, in Australia, gli organizzatori invitano i connazionali a rivivere i giochi invernali, per stare insieme e accendere, per un attimo, la fiamma dentro di essi.

A Sarajevo, 20 anni dopo, i simboli dell’Olimpiade sono ancora vivi. La mascotte Vucko, Lupetto, oggi è il souvenir più venduto ai turisti e la sua immagine, ormai scolorita, si vede ancora sulle facciate di alcuni edifici. I segnali stradali indicano “la montagna olimpica”, la gente ne parla volentieri e con il sospiro, rievocando i tempi in cui eravamo felici e uniti.

Adesso, però, sul monte Jahorina sciano i serbi, mentre sul Bjelasnica i bosniaci.

“Nel corso della guerra, appostati sulle colline, i serbi decidevano della nostra vita e della nostra morte: non riesco più a guardarne una senza pensare al conflitto”, commenta la signora Suada K., esprimendo un sentimento diffusissimo.

 

 

La memoria del mondo

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Navigando con Calvino, Google e la NSA

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di Domenico Talia

«La nostra organizzazione garantisce che questa quantità di informazione non si disperda, indipendentemente dal fatto che essa venga ricevuta o no da altri. Sarà scrupolo del direttore far sì che non resti fuori niente, perché quel che resta fuori e come se non ci fosse mai stato. E nello stesso tempo sarà suo scrupolo fare come se non ci fosse mai stato tutto ciò che finirebbe per impasticciare o mettere in ombra altre cose più essenziali, cioè tutto quello che anziché aumentare l’informazione creerebbe disordine e frastuono. L’importante è il modello generale costituito dall’insieme delle informazioni, dal quale potranno essere ricavate altre informazioni che noi non diamo e che magari non abbiamo.» Al contrario di quello che si potrebbe pensare, questo brano non è tratto da un discorso del generale Alexander, direttore della National Security Agency americana, ma da un breve racconto che Italo Calvino ha scritto nella metà degli anni ’60 e al quale lo scrittore delle cosmicomiche ha dato un titolo che sicuramente piacerebbe al capo della NSA: La memoria del mondo.

Zona d’ombra

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di Nicola Fanizza

Percepire la civiltà greco-romana partendo unicamente dal suo mitico passato rimane un’abitudine tenace che è dura a morire, tanto è vero che è tuttora presente. Basti pensare all’Europa mediterranea immaginata dai teorici dell’école barisienne e da alcuni intellettuali della destra radicale. Un’entità mitica che non esiste poiché sia gli uni che gli altri confondono la rappresentazione della realtà – la sua immagine – con la realtà stessa.

Il Sud, oggi, appare come un’ombra, che, a sua volta, è coestensiva alle tenebre trasparenti che coprono il Mediterraneo, in cui signoreggiano da sempre i demoni meridiani. Il Mediterraneo assomiglia sempre più a una frontiera, che si estende da levante a ponente per separare l’Europa dall’Africa nonché dall’Asia Minore. Non è in alcun modo possibile considerare questo mare come un «insieme». Infatti, non si possono non tenere presenti sia le vecchie fratture e le antiche divisioni determinate dagli eventi storici del passato sia i recenti conflitti che lo dilaniano: in Siria, in Libano, in Palestina, in Egitto, in Libia, a Cipro, nel Magreb, nei Balcani.

Il Mediterraneo si è sempre configurato come un luogo di incontri, e, insieme, di scontri. Certo, sulle coste di questo mare hanno avuto luogo rare – ma anche significative e, a volte, preziose – coabitazioni fra culture diverse: la Sicilia normanna, la Spagna dei mori e la mitica civiltà catara. Nei porti di questo mare la «dimensione erotica» delle merci ha consentito, a dispetto delle scissioni e dei conflitti, di riannodare i rapporti fra i diversi popoli producendo contaminazioni nonché modi di essere e maniere di vivere comuni o avvicinabili. In questo senso, «i tenui prezzi delle sue merci» – dicono Marx ed Engels – sono diventate «l’artiglieria pesante con cui la borghesia abbatte tutte le muraglie cinesi, e con cui costringe a capitolare il più testardo odio dei barbari per lo straniero».

La storia di questo mare è costellata anche di scontri che hanno avuto come protagonisti sia gli Stati con la loro violenza organizzata sia gruppi di privati dediti alla pirateria. Di fatto nel Mediterraneo occidentale gli atti di pirateria – sia dei pirati tunisini e algerini sia dei corsari maltesi – sono terminati solo nella seconda metà dell’Ottocento in seguito alla colonizzazione europea delle coste settentrionali del continente africano.

La colonizzazione di quelle terre, col suo carico mostruoso di sfruttamento e di etnocidi, ha prodotto un risentimento che è tutt’oggi presente. Basti pensare all’attacco dei Senussi al consolato italiano di Bengasi del 17 febbraio 2006, in seguito alla provocazione messa in atto dal ministro leghista Calderoli. In quell’occasione, i Senussi si scagliarono contro un simbolo italiano poiché memori del genocidio compiuto nel 1930-31 dagli Italiani nei confronti del loro popolo. D’altronde, non va dimenticato che in Libia, dopo trent’anni di dominazione italiana, vi erano solo tre diplomati!

L’accelerazione della modernizzazione capitalistica, il conseguente venir meno dei vincoli sociali, l’esigenza di ricomporre il tessuto delle relazioni sociali e di ripristinare la comunità infranta, sono queste le situazioni che hanno contribuito a creare, nei Paesi che si affacciano sulla riva sud del mediterraneo, lo sfondo da cui si è originato il processo – innescato dalle insurrezioni della «Primavera araba» – di islamizzazione della modernità (fascismo islamico), che porterà alla compressione dell’effervescenza sociale.

Per di più, sulle coste africane del Mediterraneo è presente una popolazione in crescita, la cui età media è di appena venti anni e, viceversa, sulle coste europee del medesimo mare la popolazione ha un’età media di quaranta anni. Va da sé che gli abitanti della costa sud, visto il processo di desertificazione che investe le loro terre, cerchino una via di salvezza attraverso la migrazione in altri luoghi e, in particolare, attraverso i porti dell’Italia meridionale.

Qui la modernizzazione capitalistica ha ormai da tempo dissolto le forme di sociabilità della civiltà contadina. Il fantasma della merce signoreggia sulle altre ombre; combatte contro lo scambio asimmetrico; contrasta le attività ritenute inutili; dà valore solo al lavoro produttivo, a ciò che è omogeneo e commensurabile; cerca, infine, di trasformare gli individui in monete viventi. Si tratta di situazioni che costituiscono la struttura portante dell’immaginario che regna in modo sovrano nel mondo occidentale. In questo senso l’identità latino-mediterranea non è in alcun modo diversa dell’identità italiana in generale, poiché non ha alcuna attitudine autonoma ed è, comunque, riconducibile all’area della cultura occidentale.

Un giudizio questo che può imporsi con la sua limpida evidenza solo se si fanno i conti con il composito immaginario del Meridione: ossia col modo in cui la popolazione del Nord guarda al Sud; con il modo in cui gli abitanti del Meridione si autorappresentano; e, infine, con l’autentico modo d’essere del Mezzogiorno.

Gli abitanti del Nord ritengono che il Sud non appartenga alla modernità. Rappresenta ciò che di per sé è arretratezza. Il Sud è colpevole di: aver prodotto la mafia e la camorra; scarsa produttività; assenza di senso civico; familismo amorale; ignoranza; mancanza di pulizia sia fisica che morale.

Viceversa, gli abitanti delle regioni meridionali – pur riconoscendo i disservizi nella pubblica amministrazione e nella sanità – affermano che il senso della famiglia, dell’onore, della solidarietà e dell’ospitalità fanno parte della loro essenza. E pertanto perché dobbiamo, si chiede la gente del Sud, insieme ai suoi intellettuali, rinunciare a noi stessi? Dobbiamo vergognarci della nostra identità? D’altronde, fuori dal nostro mondo c’è solo l’individualismo che regna sovrano nelle regioni del Nord!

Da questo complesso di inferiorità e, insieme, di superiorità, scaturisce la coscienza latino-mediterranea. Un proverbio siriaco afferma: «Dimmi ciò di cui ti vanti e ti dirò ciò che ti manca!». Ebbene tanto più la gente del Sud rivendica sul piano fantasmatico gli ideali di solidarietà e di ospitalità, quanto più vuol dire che quegli ideali vengono negati nella vita reale. Di fatto non è in alcun modo vero che le pratiche sociali che signoreggiano nello spazio pubblico meridionale stazionino nell’atmosfera della solidarietà, dell’ospitalità e del dono. Gli abitanti del Sud, al pari di quelli del Nord, non avvertono alcun obbligo morale nei confronti degli altri e informano i loro comportamenti all’etica dell’utilitarismo e dell’individualismo.

Già agli inizi degli anni Cinquanta del secolo scorso, quando ormai la civiltà contadina iniziava il suo definitivo declino, Rocco Scotellaro – il poeta contadino, sindaco socialista di Tricarico – denunciava la deriva utilitaristica con queste parole: «Ho perduto la mia schiavitù contadina, / non mi farò più un bicchiere contento, / ho perduto la mia libertà».

Contrariamente a quanto si pensa, il termine «comunità», in origine, non indicava l’appartenenza, ossia ciò che è caratteristico di un gruppo di individui, ma al contrario, il debito, la mancanza, l’obbligo, ovvero ciò che era non specifico, aperto alle influenze che arrivavano dall’esterno. A sua volta, il termine «libertà» non rimandava alle istanze più personali e individualistiche, ma a ciò che legava ciascun individuo agli altri, al legame con gli altri, all’obbligo nei confronti degli altri.

Il poeta lucano poteva dire di aver perso la propria libertà proprio perché la identificava con ciò che lo legava agli altri individui. Il rito del bere il vino assieme ai suoi contadini aveva ormai perso la sua capacita di addomesticare la distanza con l’altro da sé. Scotellaro, infatti, era disperato proprio perché coglieva nelle pratiche rituali del mondo contadino l’insinuarsi del germe dell’utilitarismo e dell’individualismo borghese, che sortiva una prossimità che diventava sempre più distanziante. Insomma abbiamo perduto l’obbligo nei confronti degli altri, ciò che sta a fondamento del legame sociale. Ciò che, invece, abbiamo conservato è il fantasma del nemico: ci consente di avere una ragione per vivere!

Ad Auschwitz non c’era il mistero

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di Giacomo Verri

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“Che cosa restava ad Auschwitz di questa società, di questa gerarchia? Oh, c’erano gradi e ranghi – nel senso ignobile. Le condizioni erano tali che sussisteva, in un certo senso, un simulacro di società, con le sue prostitute e i suoi criminali alla guida di un macchinario organizzato in modo tale che la morte fosse il solo esito”.

Così Charlotte Delbo nella lucida perizia intorno all’universo concentrazionario che si legge in Spettri, miei compagni (ora tradotto da Andrea Pioselli, introd. di Elisabetta Ruffini, Il filo di Arianna, pp. 78, € 10), lunga missiva che l’autrice progettò di inviare a Louis Jouvet e che mai terminò per la sopraggiunta morte dell’attore nel 1951. Ma nonostante la dichiarata incompiutezza, Spettri è tra le meglio delineate e disarmanti riflessioni sull’esperienza della deportazione e dell’internamento, non perché narra i gesti, i luoghi orrendi, le cose fuori pietà che laggiù si provarono, ma poiché indaga come e quanto (al perché non v’è chiosa) la barbarie nazista seppe asportare tutto ciò che alimenta la vita psichica dell’individuo.

Delbo, classe 1913, famiglia di origine italiana, è oggi tra le donne simbolo della Resistenza nel padiglione francese del Museo di Auschwitz. Assistente di Henri Lefebvre, segretaria di Jouvet, sposa nel 1936 Georges Dudach, allora tra le guide della Jeunesse communiste. Proprio sui «Cahiers de la Jeunesse», firma le prime recensioni letterarie e teatrali che la condurranno a quei profondi e laceranti percorsi nell’immaginario, alla base anche di questa ‘lettera filosofica’. Il 2 marzo 1942 è arrestata col marito (frattanto divenuto il braccio destro del leader comunista Pierre Villon), nel quadro dell’affaire Pican. Dudach è di lì a poco fucilato, mentre la Delbo, schedata nella rubrica ‘Notte e Nebbia’ tra i prigionieri politici, sale su un treno diretto al campo di Auschwitz-Birkenau, che giunge a destinazione proprio il 27 gennaio 1943. Con lei, tra le altre donne, c’è Viva, Vittoria Nenni, figlia di Pietro.

La lettera, come un bisturi, incide inesorabilmente l’umanità di chi legge per chiamare in superficie non tanto la cognizione del dolore provato, ma l’atroce estinzione della paura e del senso del mistero. Prima di Auschwitz, la Delbo è detenuta a Romainville. Lì inizia la deriva, lì il viaggio della coscienza guadagna il deserto dove l’umana “sensibilità è ridotta allo stato di ricordo”. Lungo la rotta dell’annullamento, mentre la compagnia delle persone vere si perde, resta quella degli amati personaggi di teatro (la cui essenza giunge attraverso “il comportamento nell’azione”) e di romanzo (che, scrutati fin nelle crepe ultime del cuore, guadagnano “l’universalità umana”). Essi sopravventano quello “sforzo della coscienza per afferrare la propria esistenza che Proust chiama la ricerca del tempo perduto”. Appaiono allora Fabrizio del Dongo, l’eroe della Certosa, e altri spettri, ognuno dei quali educa in qualcosa Charlotte. “Il personaggio raggiunge, a seconda dell’ambiente in cui lo si cala, un grado di esistenza più o meno alto. In prigione”, e chi poteva starci meglio di Fabrizio?, “si anima con una vivacità particolare”. Del Dongo le insegna ad annoiarsi, ché in cella, nonostante il tempo a disposizione per pensare, il futuro decade “a causa del tribunale che decreta solo condanne a morte”. Il sentimento dell’ineluttabile estingue la paura, “la conoscenza esatta del pericolo paralizza l’immaginazione”. Ma come vivere senza paura, senza il mistero della paura? È Ondine, l’eroina della pièce di Giraudoux, a offrire la risposta: lei, ninfa vaga dell’umano Hans che la tradisce, destinata a sprofondare nel buio, è metafora della franante oblivione di Charlotte, della propria dimenticanza terribile eppure necessaria. Sopravvivenza significa oblio, “quella facoltà della memoria di rigettare nell’insensibile il ricordo di una sensazione calda e viva”. Charlotte impara dunque a dimenticare (“poiché mangiavo, dimenticavo, poiché respiravo, dimenticavo, poiché pensavo a ciò che sarebbe stato domani, dimenticavo”).

Sul “vagone oscuro dove le forme erano ancora più fantastiche che quelle dei sogni”, compare il misantropo Alceste, a lei germano per la sete d’assoluto. Non c’è Don Giovanni (che arriva più tardi), nonostante le belle ragazze “che scuotevano i capelli per far cadere le pagliuzze che ci si erano attaccate”; non Amleto, troppo filosofo, troppo “poco dotato di esistenza”; non Ermione, non Rodrigo. C’è l’Elettra di Giraudoux, che s’erge infine tra le paludi di Auschwitz: “che la verità divampi”, dice. E la verità è la gemma della rimembranza, il ricordo dell’amore: “valeva la pena tutto soffrire per riportare la memoria dell’amore assoluto che si era vissuto”.

Ma anche il ritorno è disgregante. Il 23 giugno 1945 Delbo sbarca all’aeroporto di Bourget. “Tutti , tra la folla di cui sentivo il fluire intorno a me, tutti erano pronti ad aiutarmi, erano lì per aiutarmi, ma si proponevano coi loro propri mezzi, senza relazione con ciò di cui avevo bisogno”. E scopriamo allora che il bisogno di chi ha fatto quella esperienza è di avere tempo per risalire la superficie, tornare a illudersi che non tutto è così “a lato dell’essenziale”, riconquistare tra le lacrime il senso della nostalgia: quanto “mi circondava non erano che spigoli taglienti e brucianti di oggetti, di colori, di reminiscenze, di associazioni, di evocazioni che testimoniavano che G. aveva vissuto, mi aveva amato, che l’avevo amato”.

(Pubblicato su L’Unità il 5/2/2014)

Su “Sangue”

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di Marco Rovelli

Ancor prima di essere proiettato al festival di Locarno, il film di Pippo Delbono Sangue ha ricevuto numerosi attacchi da molti giornali italiani per il solo fatto di contenere la testimonianza dell’ex brigatista Giovanni Senzani. Ma non si può liquidare così Sangue, un film estremo: estremo perché vive di una tensione estrema verso i confini di vita e morte attraverso le storie parallele della morte della madre di Delbono e di Senzani; perché è stato girato con un cellulare (dispositivo che riduce la minimo la distanza tra il soggetto e l’oggetto); perché non si basa su una sceneggiatura, ma campiona pezzi di vita, li riquadra, li mette in sequenza, li monta in una costellazione di senso.

Sangue è essenzialmente la messa in scena di un teatro interiore. La messa in scena, sia chiaro, per prima cosa di fronte a se stesso. Davanti alla mente passano come nubi le forme delle cose, la forma della vita: e si tratta, semplicemente, di osservare. Come si fa nella postura meditativa, semplicemente osservare. Osservare le cose come sono, e in questo atto conseguire il distacco.

La luce prima, il turbamento poi

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LA-LUCE-PRIMALettera a Emanuele Tonon scritta da Alessandro Chiappanuvoli

 

Caro Emanuele,

è quasi un mese ormai che ho finito di leggere La luce prima, ma finora ho aspettato a scriverne, seppure una reazione me l’abbia scatenata il tuo libro. Ho aspettato perché ho avuto un po’ di paura, lo confesso. Molti occhi in questo momento sono puntati su di te e il tuo nome circola sempre più spesso sulle bocche di esperti del settore e non ho voluto espormi. Mi spiego. Non è che abbia paura di dire che il tuo libro non mi è piaciuto, non è questo il punto perché sono convinto che La luce prima non sia un’opera scritta per piacere, ho avuto paura di ammettere che mi ha turbato, profondamente.

Ho cominciato l’anno passato a ricordare il tuo nome, letto qua è là su internet, con l’uscita del tuo ultimo lavoro. Non fu l’argomento Marco Simoncelli (I circuiti celesti) a incuriosirmi, ma i post lusinghieri sui social network di tante conoscenze, per te amici, che abbiamo in comune. Lessi così un tuo racconto sul primo volume della rivista Watt Magazine e, devo dire, quell’estratto proprio da La luce prima, però decontestualizzato, non mi impressionò particolarmente. Mi promisi però di leggerti meglio. Nei giorni immediatamente precedenti all’ultima edizione della fiera Più libri più liberi, diverse persone mi dissero che sarebbero venute alla tua presentazione e mi avevano invitato a partecipare. Non riuscii a venire quel venerdì, fui presente a Roma solo il sabato e me ne andai in giornata. Passai tuttavia allo stand della Isbn Edizioni e presi questo tuo libro, lo scelsi istintivamente, loro mi consigliarono pure di partire da Il nemico ma non volli sentire ragioni, ormai avevo scelto. Lessi inoltre, a ridosso del Natale, il tuo scambio di lettere con Moresco, fu la svolta decisiva che mi fece prendere in mano La luce prima.

Le pagine iniziali, devo ammetterlo, sono state difficili per me. Mi sono sentito fuori luogo, come una persona estranea presente per caso a un momento familiare decisivo, o peggio, a un delicato scontro d’amore. Sulle prime non ne coglievo correttamente il senso del testo e ti rivelo che mi sono anche interrogato sul perché delle tante parole d’elogio spese in tuo elogio che avevo letto. Mi sono detto più volte di andar via, di chiudere il libro e di nasconderlo tra gli altri nella libreria, non con rancore però, sia chiaro, avrei voluto farlo con tacito riserbo, invece, come se non avessi voluto disturbare il tuo mondo, umano e letterario. Ogni volta però, la sera, aprivo di nuovo La luce prima e ne leggevo qualche pagina. Ti giuro, non ho continuato per la curiosità morbosa di sapere di più su te e su tua madre, né per interesse critico, per carpire insomma qualche segreto dallo scrittore alla moda di turno, e poi, confesso che ho avuto subito l’impressione che il tuo libro non volesse dimostrare nulla, tantomeno il tuo talento, ma che fosse piuttosto, e avevo ragione, un gorgo, un vortice centripeto che ingoia dai piedi. Ho continuato a leggerlo, invece, proprio per quel turbamento cui accennavo e che prendeva sempre più forma in me, e poi perché, come te, amo mia madre, e mio padre, e mi spaventa l’idea di perderli, e ancora perché, più di tutto, mi spaventa l’idea di perderli prima che abbia potuto esprimergli tutto il mio amore, e la mia gratitudine, e pure i rancori e le paure legate così visceralmente al nostro rapporto. Sai, vivo in una terra dove la morte ha deciso di venire a vivere in pianta stabile, deve essersi affittata una casa in centro storico, credo, e questa presenza mi turba, mi turba tutta questa imprevedibile fragilità alla quale non ero mai stato abituato.

A causarmi quel turbamento penso sia stata la domanda che si è insinuata nel mio cervello, pagina dopo pagina, notte dopo notte. Trovarle risposta mi pareva che potesse essere il modo giusto per dargli pace, a quel turbamento. Ebbene, in queste settimane, ho capito che non è vero, che non è possibile quietarlo, trovare la risposta a quella domanda è solo un gioco al massacro, è infliggersi gratuitamente un dolore, è masochismo. Ecco, quella domanda: «Sono capace io – non solo come scrittore ma come uomo – di soffrire così tanto? Di causarmi tanta sofferenza? Sono capace di spogliarmi completamente di ogni riservatezza e di ogni artificio retorico per mettere a nudo il mistero emotivo e razionale che mi lega non solo a mia madre ma a qualsiasi altra persona?»

Tu ne sei stato capace, te ne devo dare atto, ed è questo il pregio principale del libro: la dimostrazione tua, di uomo e di scrittore, di saperti mettere totalmente in gioco, senza esitazioni, per certi versi, e al contempo con una paura fottutissima, umana, che traspariva in ogni parola.

Forse quel mio turbamento era mosso anche dall’invidia, chissà, l’invidia per il tuo coraggio, non lo escludo. Preferisco però, per un mio equilibrio psicofisico, pensare che si sia trattato di innocente ammirazione. Vedi, dal mio punto di vista, il valore di questo tuo coraggio, e quindi del libro, non si esprime tanto nelle immagini che hai scelto di raccontare, né nei dettagli che hai descritto, quelle piccolissime e preziosissime verità familiari che riveli prima di tutto a te stesso, e poi a tua madre, e poi a tutti noi, quanto invece nella capacità tua, personale, di far breccia, di riuscire a portare finalmente la luce nella buia vulnerabilità che ogni essere umano ha dentro di sé, e che poi scatena domande inquietanti come la mia. È come se, scavando dentro te stesso, avessi scavato e tirato fuori segreti inconfessabili, archetipi umani, dentro di me, e dentro ogni uomo che ha calcato la superficie del pianeta. È la tua confidenza col mistero che mi ha turbato. È stata non tanto la tua fede dichiarata, quanto la tua fedeltà al mistero stesso che mi ha illuminato, prima, e conquistato, poi.

Grazie.

Vorrei farti dono in cambio, perché è vero che il dono genera alleanze, il video di questa canzone, che mi ha fatto pensare a te e alla tua Luce.

http://www.youtube.com/watch?v=TPlQmBqtOjU

 

Castoriadis e il vocabolario dell’autonomia

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di Andrea Inglese

[Ho curato per il n° 34 di “alfabeta2”, con l’aiuto di Massimo Rizzante, un dossier dal titolo Rileggere Castoriadis. I materiali proposti non possono cogliere che molto parzialmente i contorni della figura di Cornelius Castoriadis (1922-1997), poliedrica e multidisciplinare, giunta alla filosofia e alla psicanalisi dopo un ventennio di assidua militanza nel collettivo politico Socialismo o barbarie (1948-1967) e un’esperienza professionale come economista. Sul sito www.alfabeta2.it è possibile leggere una scheda bibliografica aggiornata sia sul versante francese che italiano e un suo scritto, inedito in Italia, del 1981 (attualissimo oggi sopratutto). Quello che segue è il mio contributo.]

Note Movie : Venere in pelliccia

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Nota
di Sophie Brunodet

Ambiguo, no ambivalente
È come ritrovarsi nello spazio che si frappone, invisibile e quasi inconcepibile, eppure presente, tra l’immagine riflessa in uno specchio e colui che si specchia. Sono la stessa cosa e allo stesso tempo sono differenti; entrambi esistono. È un gioco di rimandi dall’uno all’altro tra riconoscimento ed estraneazione, identità e differenza, essere e possibilità altra d’essere. È un combattimento e una riconciliazione continua quella che si svolge sul palcoscenico di un teatro parigino tra Thomas Novachek (Mathieu Amalric), regista e sceneggiatore di un opera teatrale tratta dall’omonimo libro datato 1870 dell’austriaco Leopold von Sacher-Masoch (1836 – 1895) e Vanda (Emmanuelle Seigner), attrice scompigliata arrivata in ritardo al provino per la ricerca del personaggio femminile della pièce. È un incontro e uno scontro di vite, di ruoli di genere e di potere: mentre per Thomas la sottomissione descritta da Masoch è amore, per Vanda non è nient’altro che un porno. È una lotta tra opposti, anzi, di più. C’è uno scarto dalla semplice, antipatica e poco fantasiosa logica binaria e dell’antitesi: c’è piuttosto un’apertura fatta di andirivieni continui e senza fine di ogni figura, forma rappresentativa, livello comunicativo da e verso altri possibili.

Una delle espressioni più ricorrenti in Venere in pelliccia, adattamento cinematografico dello spettacolo teatrale di David Ives, presentato quest’anno a Cannes dell’ottantenne Roman Polanski, è “ambiguo, no ambivalente”, come continuamente Thomas precisa a Vanda, che immancabilmente si confonde. E proprio tale puntualizzazione ricorrente pare essere un indizio messo lì dal regista affinché lo spettatore si lasci trascinare non tanto in un limbo di incertezza e confusione, bensì in quello ben più affascinante del plurimo e del traboccante. Polanski, in effetti, non si limita a inscenare un gioco dell’equivocità delle identità dei protagonisti e neanche fa una controversia morale sulla sessualità masochista, ma si impegna nella ben più intrigante e complessa messa in scena della molteplicità insita in ogni anima umana, invischiata in viavai continui da ogni area dell’ispirazione, della fisicità, del sentimento, della virtù, dell’estetica dalle quali uomini e donne costantemente passano vivendo.

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Tutta la storia si svolge durante un temporale serale, nel ristretto spazio magico di un non meglio precisato teatro parigino. Non c’è un epilogo vero e proprio della vicenda, lasciata sospesa in una dimensione mitica e surreale alla chiusura del sipario, allo stesso modo in cui l’inizio si innescava nella nebbia di un viale alberato. Polanski ha creato nel suo film un’atmosfera di sospensione nel reale che ricorda quella creata da J.L. Borges nel suo racconto L’altro (Il libro di sabbia, 1975), in cui si trovano l’uno di fronte all’altro il Jorge Luis ventenne e ginevrino e il Jorge Luis settantenne a Cambridge, senza che sia possibile precisare se si tratti di sogno, fantasia o realtà, senza poter decidere inequivocabilmente chi stia sognando o immaginando chi, e che si chiude con una pacifica accettazione dell’assurdo, proprio come mi pare faccia Polanski. Entrambi giocano sul filo del doppio e dell’ambivalente con i loro protagonisti, Borges creando un racconto sullo spazio che separa l’uomo di ieri dall’uomo che è oggi, in un atmosfera incerta tra il racconto di un fatto e il sogno, Polanski muovendosi nel margine tra rappresentato, rappresentante, rappresentazione e realtà, entrambi regalandoci un’esperienza vivida, inusuale, forte.

Due volti, innumerevoli personaggi
Due soli attori straordinari interpretano con grande abilità e credibilità un bouquet di personaggi incredibilmente variegato, riuscendo a confondere, a spiazzare e a sorprendere nel loro sfilare raffinato, istantaneo e senza posa, dall’uno all’altro. Mathieu Amalric è Thomas, un timido dalla vita sentimentale piacevole e ordinaria, che dà vita nella scrittura e attraverso la regia teatrale a quelle pulsioni e a quelle visioni cui non riesce a dare corpo nella sua vita. Thomas, però, si rivela anche abile attore, a dispetto della sua inesperienza, nell’interpretare il ruolo maschile della rappresentazione da lui scritta e diretta, quando viene trascinato sul palcoscenico dall’attrice ritardataria determinata a dar luogo al suo provino. E, allo stesso tempo, Thomas, è trasfigurato in Severin, il giovane aristocratico scrittore protagonista dell’opera teatrale, uomo che vive, all’ombra delle sue carte, fantasie erotiche masochistiche, che scorrono sul filo della dominazione – ma sarebbe meglio dire della contrattazione del dominio, aspetto tipicamente masochistico, assente nel sadismo – , abilmente travestito da schiavo mentre persuade ed educa la padrona che ha scelto per sé, Vanda Dunajew. Emmanuelle Seigner è, invece, Vanda, un donna energica, vitale, sprezzante e sboccata, che oltre a essere confusionaria ed eccentrica, è un’attrice professionista dalla memoria impeccabile e una donna solida, dominante nella vita amorosa come in quella lavorativa, intransigente rispetto a ogni sessismo maschilista. Vanda, però, è anche il nome della protagonista della pièce che Thomas vuole portare in scena. Vanda Dunajew è una nobile vedova di fine Ottocento, donna ricca e bella, dal portamento raffinato quanto la sua eloquenza. È passionale ed è fragile, dominatrice solo apparente. E, ancora, Vanda è la trasfigurazione di Venere, potente dea della bellezza e dell’amore, assunta a simbolo della carnalità delle passioni vissute nel momento e dei rapporti di dominio.
Non è possibile tracciare alcuna linea di demarcazione netta tra tutti questi ruoli. Polanski ha magistralmente giocato con la soglia che separa, unisce, ingarbuglia i differenti personaggi e le loro sfere morali, non solo lasciando lo spettatore sospeso e stordito di fronte al continuo slittamento tra l’attore e il personaggio, ma anche costruendo i differenti personaggi per cui le caratteristiche che in un certo momento si sarebbero certamente attribuite a l’uno si scoprono nell’altra, e viceversa.
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Un viaggio nel feticismo
Varcando il portone del teatro, magicamente avvolto dalla tempesta, e ancor più salendo – e scendendo – dal palcoscenico, è un po’ come avventurarsi nel mondo dell’assurdo e del non senso che però hanno assolutamente senso in quanto mondo. Nel film di Polanski realtà, rappresentazione teatrale e fantasia sono così inestricabilmente intrecciati che il passaggio dall’uno all’altro è crescente e inafferrabile. Attraverso un’operazione che riproduce pienamente le dinamiche masochistiche, laddove il masochismo è sospensione, fuga nel sogno, idealizzazione del reale, come già individuato da Deleuze in Présentation de Sacher-Masoch (1967), nel film di Polanski si è portati a sospendere la logica, e a vivere semplicemente questa incredibile esperienza liminare. Per esempio, i suoni di scena sono realistici, mentre i gesti che li accompagnano sono solo recitati sul palcoscenico da Vanda l’attrice e da Thomas durante il provino. Lei non ha davvero in mano un libro e non c’è nessuna tazzina con cucchiaino, eppure noi ascoltiamo il frusciare delle pagine girate e il cucchiaino battere contro il bordo della tazza; il personaggio di Severin si sovrappone progressivamente a quello di Thomas, l’uno diventa l’altro per poi trasformarsi ancora in Vanda, in una vertigine continua; c’è un momento in cui la certezza dello spettatore sul dove abbia inizio la messa in scena, quindi sul limite tra soggetto e oggetto, viene turbata. Succede quando in primo piano, e in controluce rispetto a dove si svolge l’azione, si vedono le sagome delle poltrone del teatro che, così riprese da Polanski, si confondono con i sedili del cinema dove è in corso la proiezione di Venere in Pelliccia, dando l’impressione che Vanda stia arrivando da noi spettatori con il suo passo di danza dionisiaco; tutto il film è intriso di eroticità – il libro di von Sacher-Masoch parla di una donna che accetta di diventare la padrona di un uomo in un rapporto erotico masochistico e Thomas e Vanda sono invischiati in una densa amalgama di attrazione e repulsione reciproca, dominazione e sottomissione continua – , eppure, sono molte di più le volte in cui i corpi “fanno finta di” piuttosto di quelle in cui “fanno esplicitamente”. Al di là del corpo in lingerie di Seigner – corpo felicemente bello e pieno, più simile a quello delle veneri dipinte e a quello delle donne realmente esistenti che a quelli reclamati oggi come modelli di femminilità – tutta la carica sessuale del film scorre sul filo ben manovrato del non detto, non mostrato, non toccato.
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In questo senso, quella di Polanski è una pellicola che adopera e onora il feticcio masochistico, proprio avvalendosi della sua qualità di sospensione tanto del reale quanto dell’ideale per creare un climax di eccitazione e curiosità capace di rapire e trasportare chissà dove lo spettatore. È affascinante perdersi in questa indeterminatezza continuamente riproposta nei vari passaggi della trama e nelle scelte registiche. L’opera di Polanski pare creare uno spazio sfumato dove non è chiaro quale sia il copione e quale l’improvvisazione, quale il personaggio letterario e quale la persona in carne e ossa, quale il palcoscenico e quale lo spettatore, portando sullo schermo una pellicola che riproduce perfettamente la dialettica propria del masochismo, la quale, rinviando nuovamente a Deleuze “non sta a significare semplicemente una circolazione del discorso, ma dei transfert o spostamenti tali da fare che la stessa scena sia svolta simultaneamente a diversi livelli, seguendo capovolgimenti e sdoppiamenti nella distribuzione dei ruoli e del linguaggio ”. È dunque impossibile determinare quale sia la mera rappresentazione e quale l’autentico, ammesso che ce ne sia uno.
Venere in Pelliccia è una sorta di pura assertività o immediata esperienza, dove pur non essendoci inequivocabilità e analiticità, né assoluzione o condanna definitiva, c’è davvero qualcosa di reale e di vivente.

Il trosco

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[Prosegue la pubblicazione di alcuni passi del romanzo inedito Memorie di un rivoluzionario timido. Prima puntata qui.]

di Carlo Bordini

E lì cominciò nel part. Una crisi profonda e siccome io la voglio raccontare poi

 

Parte finale

 Così ci spaccammo. Ci disintegrammo come un melograno maturo, o un jet che supera la barriera del suono, o un vietnamita che incappa in una granata, o un corteo di studenti. Improvvisamente ce ne andammo tutti e ciascuno per la sua strada.

Minotauro – minatore

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di Davide Orecchio

Il Minotauro. Antica medaglia attica. © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons / CC-BY 2.5
Il Minotauro. Antica medaglia attica. © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons / CC-BY 2.5

Only connect!
E.M. Forster

Per distrazione delle connessioni del mondo non mi ero mai accorto che “Minotauro” e “minatore” fossero vocaboli quasi identici. Eppure non hanno, che io sappia, alcuna affinità etimologica.

Minotauro: (mostro attore di mostruosità e sacrifici) il toro minoico, Μινώ – ταυρος.

Minatore: (vittima di un lavoro spesso mostruoso) “che fa mine, che travaglia alle mine” (1764), dal francese “mine” (1314) che riprende il gallico “meina”, ‘metallo naturale, greggio’. (Cortellazzo-Zolli, Dizionario Etimologico della lingua italiana, Zanichelli, Bologna 1992, p. 757).

Poesia da Camera a Torino

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A Torino, giovedì 6 febbraio 2014, alle ore 18:30,
presso la Galleria Voyelles & Visions
[ via San Massimo 9/A ]

nel contesto della rassegna CameraIndy (con http://indypendentemente.com/)
a cura di Francesco Forlani e Giovanni Andrea Semerano

letture da tre testi
di Marco Giovenale
èditi dalla Camera verde :

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SOLUZIONE DELLA MATERIA
Politica delle variabili. (11 testi in versi, 1 in prosa, viceversa)
– Collana Calliope, 2009 –

SUPERFICIE DELLA BATTAGLIA
– Collana Cartoline d’artista, 2006 –

TAGLI/TMESI
– Collana Elzeviri, 2014 –

*

Interventi critici di
Francesco Forlani

Sarà presente l’autore

https://www.facebook.com/events/650227121689796/

*

Una poesia da Superficie della battaglia:
http://www.absolutepoetry.org/IMG/pdf/una_poesia.pdf

*

Si parlerà anche di LIE LIE:
cfr. il video e gli allegati all’indirizzo
http://www.lacameraverde.org/internocamera.html

_


programma completo:


9 gennaio 2014

Biagio Cepollaro
LE QUALITA’
(Collana Metra, 2012)

25 gennaio 2014

Andrea Inglese
QUANDO KUBRICK INVENTO’ LA FANTASCIENZA – 4 CAPRICCI SU 2001
(Collana Visioni dal Cinematografo, 2011)

4 febbraio 2014

Massimo Rizzante
RICORDI DELLA NATURA UMANA
(Collana Talìa, 2010)

Nikos Kachtitsis
PUNTO VULNERABILE – 14 POESIE DELLA GIOVINEZZA
A cura di
Massimo Rizzante
(Collana Metra, 2012)

5 febbraio 2014
Francesco Forlani
MANHATTAN EXPERIMENT – 1997 FUGA DA NEW YORK
(Collana Visioni dal Cinematografo, 2010)

6 febbraio 2014
Marco Giovenale
SOLUZIONE DELLA MATERIA
(Collana Calliope, 2009)
TAGLI/TMESI
(Collana Elzeviri, 2014)
SUPERFICIE DELLA BATTAGLIA
(Collana Cartoline d’Artista, 2006)

7 febbraio 2014
presentazione delle
29 Cartelle d’artista
Alfredo Anzellini, Franco Belsole, Umberto Bignardi, Alessandro De Francesco, Gerardo Di Fabrizio, Matteo Di Giamberardino, Francesco Forlani, Lugi Francini, Massimo Fusaro, Elisabetta Gazziero, Marco Giovenale, Matias Guerra, Aram Kebabdijan, Olivier Kervern, Andrea Inglese, Anna Macchi, Franco Mancini, Eugenio Marzaioli, Grazia Menna, Paolo Mussat Sartor, Raffaella Nappo, Gianni Nigro, Andrea Pacioni, Marco Perri, Nicola Ponzio, Ilaria Scarpa, Zeno Tentella, Francesca Vitale, Caroline Zekri

8 febbraio 2014
Toni D’Angela
IL CUORE DELL’ESSERE E IL PENSIERO SENSIBILE – L’ATTO DEL VEDERE DI STAN BRAKHAGE
Introduzione di
Nicole Brenez
10 tavole di
Matias Guerra
(Collana Il Cinematografo, 2013)

15 febbraio 2014

Giusi Drago
TEMPO NEGOZIATO
(Collana Calliope, 2014)

§

sempre
alle h. 18:30 presso Voyelles&Visions
Via San Massimo 9
(Torino)

da “Inventari” (2001)

4

di Andrea Inglese

RILIEVI

.

Belletrista dai nervi
scoperti sotto scossa
elettrica inarcato: stacco
dal silenzio un fumetto
per schizzo cinetico o furia
o soltanto facezia
lo allungo e lo gonfio con zeppe
lo taglio con chimiche scorie
quando scoppia è rumore bianco
copriti il volto: te lo spedisco.

Parole per un rap

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Di Gian Pietro Fiorillo

 

io sono pazzo, pazzo / io sono pazzo tutto anzi strapazzo / se mi strapazzo troppo mi sollazzo /

ma poi mi giro e dormo o parto a razzo / io sono pazzo, pazzo / e parlo per parlare e mi sbarazzo / del mondo, e con che furia / gli faccio le boccacce / rendo pane raffermo per focacce / e gli spacco la faccia, sono feccia / e freccia sono e arco / non vado in nessun posto ma dove vado sbarco / occupo e sbanco e gioco / e prendo il banco / io sono a un tempo spendaccione e parco / spendo il mio tempo inutilmente e calco / come scena la vita come un palco / e per cortili inutili scorrazzo

fra i debosciati vivo del palazzo / ma dopo torno a casa e lì sferruzzo / con i libri proibiti e se mi faccio il mazzo / non te lo vengo a dire non capisci / che studio tutto il giorno e che m’ammazzo / che ci vuoi fare / che ci vuoi fare / che ci vuoi fare / sono pazzo, pazzo / sono solo un ragazzo / e sono sano / e sano / e sano / e sano / e sano / come un pazzo

(coro) sapete noi pazzi non siamo / la brutta impressione che diamo / eppure non siamo neppure / le sterili miti creature / che fanno la questua d’amore / non siamo neppure un cartello / per fare il dottore più bello / credeteci abbiamo un cervello / ed un cuore / proviamo la gioia / proviamo il dolore / sappiamo perfino pensare / diverso dall’operatore / di cui non sappiamo che fare / ma non glielo diamo a vedere / avrà pure lui da campare / di questo suo porco mestiere

e sono pazzo sono perché urlo / mi burlo dei cazzoni ma non ciurlo / nel manico e denuncio chi lo fa  / e sono pazzo pazzo se sul prato  / mi distendo e m’addormo anzi beato  / dopo avere affogato in piscina l’avvocato / e il giudice pirlato  / che venne ad interdirmi / l’ho frullato col girmi / e sono pazzo pazzo sulla spiaggia / non me ne frega un cazzo della pioggia / a dire il vero detesto la bambagia / perché mi fa venir la pappagorgia / e sono pazzo e sono pazzo e grido / e rido se il destino mi minaccia / con il suo ghigno spastico mi abbaia / come un mastino mastico la ghiaia / ma poi basta un festino ed è bonaccia / del grugno del destino me ne frego / dico a me gli occhi plìs così lo strego / e la morte per me è soltanto un segno / è finita la gara e incomincia il convegno / contegno / contegno / contegno / ragazzi / marionette / giovani donne e vecchi ve ne prego

/ mantenete il contegno / nel giorno del trapasso ad altro Regno

 

(coro) sapete noi pazzi non siamo / la brutta impressione che diamo / eppure non siamo neppure / le sterili miti creature / che fanno la questua d’amore / non siamo neppure un cartello / per fare il dottore più bello / credeteci abbiamo un cervello / ed un cuore / proviamo la gioia / proviamo il dolore / sappiamo perfino pensare / diverso dall’operatore / di cui non sappiamo che fare / ma non glielo diamo a vedere / avrà pure lui da campare / di questo suo porco mestiere

io sono pazzo e passo giù in cantina / perché quel topo nero si avvicina / l’avevo chiuso in frigo stamattina / mi porge qualche cosa una mentina / ma no non è una menta è medicina / io sono un pazzo passero lo vedi / sono solo una pezza per i piedi / sono il divanoletto su cui siedi / prendo le medicine e il corpo puzza / in pochi mesi moltiplica la stazza / e sono pazzo e pazzo anche di più

se prendo lo zyprexa e il risperdal / se mescolo la merda che mi date  / con la droga da strada e le fottute / che d’ogni tipo e prezzo voi spacciate / dietro la protezione della scienza / che serve solamente / per lavarvi la coscienza / son malato di mente / e di cervello / perché il cervello voi me lo ammalate / con l’aloperidolo e l’aripiprazolo / con altre terapie poi mi ammaliate / mi bidonate

ma con un po’ di coca mi riprendo / e vado al lungofiume quando è notte / preferisco le botte

a quei cancelli chimici che mi somministrate / cimici sottopelle che iniettate / che ci rendono bestie maltrattate / e che ci fanno urlare / urlare / urlare / urlare / e piangere e pisciare dentro al letto / scappare e rifugiarsi nella pancia dell’orsetto / pisciare con i cani sul muretto / se mi venite a prendere mi getto / da questi cinque piani ora mi butto / e non è ancora tutto nossignori / nostra dama è la donna di dolori

 

(coro) sapete noi pazzi non siamo / la brutta impressione che diamo / eppure non siamo neppure / le sterili miti creature / che fanno la questua d’amore / non siamo neppure un cartello / per fare il dottore più bello / credeteci abbiamo un cervello / ed un cuore / proviamo la gioia / proviamo il dolore / sappiamo perfino pensare / diverso dall’operatore / di cui non sappiamo che fare / ma non glielo diamo a vedere / avrà pure lui da campare / di questo suo porco mestiere

io sono pazzo cazzo / cazzo cazzo cazzo cazzo – e stracazzo / io sono pazzo tutto anzi strapazzo / se mi strapazzo troppo mi sollazzo / ma poi mi giro e dormo e vaffanculo al cazzo / io  sono pazzo pazzo / dico le parolacce sul terrazzo / le grido al tutto il mondo e non m’ammazzo

/ di vino ho sempre piene le borracce / rendo pane raffermo per focacce / e se mi stai sul cazzo io ti spacco la faccia / e sono feccia / sono letame e scarico di cuccia / se posso mi nascondo nel soppalco / quando vengono a prendermi / li scalcio e li scappuccio / e divento invisibile / come carta velina / e divento risibile / come carta di riso / e divento irascibile / come il vento che infuria / e che sfotte la gente troppo seria / e i poveri impiegati disgraziati / che credono d’averci ammortizzati / e i pavidi infermieri / che non lo sanno e sono / solo carabinieri / io sono pazzo cazzo / io per cortili inutili scorrazzo / fra i debosciati vivo del palazzo / frequento case chiuse per far piacere al cazzo / ma dopo torno a casa e lì sferruzzo / con i libri proibiti e se mi faccio il mazzo / non te lo vengo a dire non capisci / che studio tutto il giorno e che m’ammazzo / che ci vuoi fare / che ci vuoi fare

/ che ci vuoi fare / sono pazzo e cazzo / sono solo un ragazzo / e sono sano / e sano / e sano / e sano / e sano / come un pazzo

 

(coro) sapete noi pazzi non siamo / la brutta impressione che diamo / eppure non siamo neppure / le sterili miti creature / che fanno la questua d’amore / non siamo neppure un cartello / per fare il dottore più bello / credeteci abbiamo un cervello / ed un cuore / proviamo la gioia / proviamo il dolore / sappiamo perfino pensare / diverso dall’operatore / di cui non sappiamo che fare / ma non glielo diamo a vedere / avrà pure lui da campare / di questo suo porco mestiere

e sono pazzo sono perché urlo / mi burlo dei cazzari ma non ciurlo / e sono pazzo pazzo se sul prato / mi distendo e m’addormo anzi beato / io sotterro in giardino l’avvocato / dopo averlo affogato in piscina / e il giudice cretina / che venne ad interdirmi / l’ho frullata credetemi col girmi

/ e l’ho mandata / a cercare il nirvana con i vermi / e sono pazzo pazzo sulla spiaggia / detesto la violenza e la distanza / fanno cagare i medici con la condiscendenza / stampata sulla faccia / io faccio breccia / per quei pochi tatuaggi sulle braccia / per i capelli lunghi con la treccia / perché mangio il briccino e me la rido / del chimico frustino che mi danno / in vena e alla capoccia fanno danno / danno / danno / fanno / Gesù perdona loro se non sanno / non me ne frega un cazzo detesto la bambagia / perché mi fa venir la pappagorgia / e sono pazzo e sono pazzo e grido / e rido se il destino mi minaccia / con il suo ghigno spastico mi abbaia / come un mastino mastico la ghiaia

/ ma poi basta un festino ed è bonaccia / del grugno del destino me ne frego / dico a me gli occhi plìs così lo strego / e la morte per me è soltanto un segno / è finita la gara e incomincia il convegno / contegno / contegno / ragazzi marionette / giovani donne e vecchi ve ne prego / mantenete il contegno / nel giorno del trapasso ad altro Regno / io sono pazzo e passo / giù in cantina / perché quel topo nero si avvicina / l’avevo chiuso in frigo stamattina / mi porge qualche cosa una mentina / io sono un pazzo passero lo vedi / sono solo una pezza per i piedi / prendo le medicine e il corpo puzza / in pochi mesi moltiplica la stazza / e sono pazzo e pazzo anche di più / se prendo lo zyprexa e il risperdal / se mescolo la merda che mi date / con la droga da strada – e puttanate / che d’ogni tipo e prezzo voi spacciate / dietro la protezione della scienza / che serve solo per lavarvi / la coscienza / son malato di mente / e di cervello / perché il cervello voi me lo ammalate / con altre terapie poi mi ammaliate / mi bidonate

 

(coro) sapete noi pazzi non siamo / la brutta impressione che diamo / eppure non siamo neppure / le sterili miti creature / che fanno la questua d’amore / non siamo neppure un cartello / per fare il dottore più bello / credeteci abbiamo un cervello / ed un cuore / proviamo la gioia / proviamo il dolore / sappiamo perfino pensare / diverso dall’operatore / di cui non sappiamo che fare / ma non glielo diamo a vedere / avrà pure lui da campare / di questo suo porco mestiere

io sono pazzo e kazzo con la kappa / quando m’inkazzo picchio con la zappa / io sono un verme amici e datemi la pappa / in fondo sono solo lo smandrappa / sono un bambino piccolo che scappa

/ benché quello che vuole lui ce l’abbia / ma sa giocare solo a far castelli / di rabbia / rabbia / rabbia / rabbia / rabbi / rab / ra / r / rap / rapì / rapito

 

(coro) e rapirono il pazzo tra la folla / ne fecero un pupazzo con la colla / lo appesero al reparto psichiatrico / e dissero alla madre non è niente / è malato di mente / ne faremo un perfetto demente / ve lo restituiremo / entro quindici giorni / improrogabilmente

/ sapete, spiegava il dottore / non contano i sogni o il dolore / è solo questione / di neurotrasmissione / il giovane l’ha squilibrata / non gliela faremo bilanciata / i pazzi sapete non sono / del tutto diversi da un sano / è solo che sono malati / ma noi ve li diamo guariti / diciamolo fanno impressione / se sbavano un poco e il tremore / non deve turbarvi in eccesso / abbiamo dei farmaci adesso / che fermano il battito stesso / del cuore / talvolta il malato poi muore / però posso dirvi in coscienza / che questo prescrive la scienza / signora noi siamo soltanto / dei medici ancora il trapianto / non c’è del cervello / di certo sarebbe più bello / col bisturi e con il coltello / e il trapano appeso a tracolla / però con la chimica odierna / facciamo miracoli, senta / se ce lo dà in pasto due giorni / facciamo che il pazzo / non torni mai più / ad essere il pazzo che fu

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Homo Bulgaricus

1

popovdi Romano A. Fiocchi

Alek Popov, I cani volano basso, traduzione di Sibylle Kirchbach, Keller editore, 2013.

 

L’editore Keller ha un solo difetto: non pubblica autori italiani. Il suo essere un editore di confine (la casa editrice ha sede a Rovereto, Trento) sembra che lo spinga a guardare oltre questo confine, all’esterno, per portare all’interno nuove suggestioni, voci diverse dalle nostre, autori che parlano altre lingue e osservano con altri occhi. In ogni caso, da quell’editore puro che è, Keller pubblica ciò che ama pubblicare. E sceglie con gusto e grande competenza. Basti pensare all’uscita già nel maggio 2008 del romanzo Il paese delle prugne verdi di Herta Müller, premio Nobel l’anno successivo. Oppure, per quanto sulla scia della notorietà, a preziosi testi di nicchia come Il re s’inchina e uccide (2011) e Il fiore rosso e il bastone (2012), dove la Müller inventa un suo proprio linguaggio (le ombre di legno piallato, le frange del tappeto d’asfalto, il cielo della bocca, lo zucchero dei cadaveri, e così via). Oppure ancora gemme letterarie come Accadimenti nell’irrealtà immediata di un misconosciuto ma eccezionale Max Blecher, rumeno di origine ebraica morto di tubercolosi spinale a soli ventinove anni.

Detto questo, I cani volano basso del bulgaro Alek Popov (qui il sito ufficiale dell’autore) è sicuramente un Keller un po’ inconsueto. Popov è uno strano miscuglio di sarcasmo dozzinale e di intonazione letteraria, di formule da best seller e di derisione delle stesse, un alternarsi di pagine poetiche e di pagine piene di dialoghi al limite della banalità, ma anche un libro di acute analisi degli spietati meccanismi del liberismo americano e di denuncia delle macerie morali lasciate dal crollo del muro di Berlino. Il tutto attraverso una satira con battute di questo tipo: “Sembrava che lo spirito della cleptomania fosse evaso dalla tomba del comunismo come la maledizione di Tutankhamon”.

I cani, insomma, volano basso e alto. Non mi sono “rotolato sul pavimento per le risate”, come promette la citazione del Vormagazin sulla prima di copertina, forse perché tra le righe vi ho sempre letto una nota amara. Indubbiamente la scrittura di Popov ha spunti di sottile umorismo ma un umorismo alla Pirandello: i personaggi vivono un disagio interiore che impedisce di ridere di loro nonostante la comicità della situazione. È un disagio, quello raccontato da Popov, di natura sociale e storica. L’homo bulgaricus che appare via via come EBS, “Emigrante Bulgaricus di Successo”, FBC, “Fermento Bulgaricus Cialtrone”, oppure FBP, “Fermento Bulgaricus Paraculo”, è in tutti i casi succube del sogno americano e di quel vuoto culturale venutosi a creare tra la fine del comunismo e l’invasione del capitalismo.

È questo l’aspetto più interessante de I cani volano basso. I fratelli Ned (Nedko) e Ango (Angel) Banov – quasi sdoppiamento di un unico personaggio – sono lo strumento che permette a Popov di insinuarsi nei perversi meandri del potere finanziario sia in America che in Bulgaria. In un casuale scambio di ruoli, l’EBS Ned Banov torna in Bulgaria su incarico dell’azienda per cui lavora, mentre Ango Banov atterra in America e senza volerlo, con un’altrettanto casuale attività di dog sitter, raggiunge il successo a cui il fratello rinuncia deliberatamente. È Ned, con la sua graduale presa di coscienza, che permette a Popov di denunciare le nefandezze del sistema. Un sistema che quando chiede sacrifici di posti di lavoro addita il colpevole ora nella faccia dell’uomo crudele “con l’accento da Far East europeo”, se il sacrificio avviene in America, ora in quella dell’uomo crudele con l’accento angloamericano (il collega Kurz), se avviene nel lontano Est europeo. È Ned, per tramite dell’invettiva di Kurz ormai passato dall’altra parte della barricata ossia dalla parte dei lavoratori in sciopero, che fornisce la vera chiave di lettura di un mondo che asservisce chiunque ne faccia parte. Riporto qui di seguito il punto saliente del discorso di Kurz che la penna di Popov costruisce con semplicità ed efficacia:

“Ecco l’essenza dell’economia del libero mercato. Il tempo è denaro. Ma il denaro non si può trasformare in tempo. L’alchimia viaggia in un solo senso. E quando arrivi a capirlo, il tuo tempo è ormai scaduto. Ti resta solo la magra consolazione che, volendo, puoi comprarti una Ferrari. E la soddisfazione è che la maggior parte degli altri invece non se la può permettere. Però sei stato fatto fesso esattamente come tutti gli altri. Ogni persona che si ritrova a dover vendere il proprio tempo è un proletario. Anche il sottoscritto”.

Alla successiva domanda del collega Kurz su cosa vorrebbe essere tra altri dieci anni, l’EBS Ned Banov risponde che gli piacerebbe prendersi una vacanza a tempo indeterminato, in una casa sul lago, con una donna di cui essere innamorato, e una barca a remi.

“Caro ragazzo, – gli dice Kurz – fra dieci anni, ammesso che il mondo esista ancora e non sia ridotto in cenere, sarai senior partner e in tutti i miei trent’anni di lavoro non ho mai visto neanche un senior partner prendersi una vacanza a tempo indeterminato. A meno che non fosse stato costretto per malattia o morte. E non ti auguro né l’una né l’altra. Ma in un punto hai ragione: non siamo proletari. Eppure neanche nomadi. Siamo servi della gleba. In senso figurato, non concreto, il che è anche peggio. Perché da questo nasce il nostro destino esistenziale… Non è di un lavoro che siamo schiavi ma di uno stile di vita. E del denaro che ci permette di condurlo! Non importa da quale fonte provenga. Puoi cambiare il lavoro un’infinità di volte, alla fine ti ritroverai comunque a fare sempre la stessa cosa. Vorresti ritirarti in una casa sul lago? Una con tutti i confort scommetto! E vorresti al tuo fianco una donna da amare? Immagino che la vorrai bella e buona! E non manca neanche la barca a remi… Sei proprio sicuro di non nutrire in realtà pretese assai alte? Ma dai, torna coi piedi per terra! Vieni a vedere come vive la gente. Guardali bene, coloro che possiedono una sola cosa – il tempo. E il tempo non è vero che è denaro, il tempo è vita. Quindi quando lo finisci, resti a secco per sempre”.

Kurz, ovviamente, farà una brutta fine perché chi parla così sta appunto dall’altra parte della barricata, quella senza potere. E dà fastidio a chi il potere ce l’ha e vuole mantenerlo ad ogni costo.

Interessante, tra gli aspetti letterari, è la struttura del romanzo suddiviso in quarantaquattro capitoli con tanto di prologo e di epilogo. Nei capitoli si alternano le voci narranti in prima persona dei due fratelli, salvo nel capitolo trentatré dove subentra inaspettata la voce di Diane, evanescente personaggio femminile che cambierà più maschere e finirà per innamorarsi del più innocente dei due, Ango. L’alternanza delle due voci principali è evidenziata dall’utilizzo di due tempi diversi: il presente per Ned e il passato remoto per Ango. Non solo, il tempo del romanzo scorre nella stessa direzione ma con due punti di partenza diversi a seconda del protagonista. Il primo capitolo si apre con Ned che si riprende dal coma, ossia nelle battute finali del romanzo, mentre il secondo capitolo vede l’entrata in scena di Ango appena atterrato negli Stati Uniti, ossia all’inizio del romanzo. La narrazione di Ned sarà infatti una sorta di incessante flashback che avrà la soluzione di continuità appunto nel risveglio dal coma.

Il prologo si ricongiunge invece all’epilogo attraverso il tema della scatola di plastica nera che contiene le ceneri del padre di Ned e Ango, matematico, morto in circostanze misteriose negli Stati Uniti e rispedito in patria per ben due volte: false ceneri nella prima consegna, presunte autentiche nella seconda. In Popov il tema del contrario, del tutto non è ciò che sembra, è decisamente uno dei temi portanti. Non per nulla l’arrivo delle ceneri di Mr Banov senior in Bulgaria sarà il pretesto per una delle definizioni più belle, quella di patria: “Un luogo nel quale tornano i morti e dal quale scappano i vivi”.

Un’ultima cosa: l’espressione i cani volano basso si riferisce alle quotazioni di un’azienda che produce cibo per cani. Ancora una volta il sottile umorismo di Popov.

Il boss in salotto, senza coraggio né fantasia

2

di Angela Bubba

Nei giorni in cui La grande bellezza riceve la nomination all’Oscar come miglior film straniero, in Italia entra prepotentemente in classifica Un boss in salotto, pellicola dai risvolti prevedibili quanto noiosi, la quale s’inserisce nel già parecchio frequentato filone dei lungometraggi a tema Nord vs Sud. La storia in questo caso è incentrata sulla fervente Cristina alias Carmela (Paola Cortellesi), meridionale di nascita ma settentrionale di spirito, molto più dei figli e del marito Michele (Luca Argentero), la cui vita viene sconvolta dall’arrivo del fratello Ciro (Rocco Papaleo), accusato d’intrattenere rapporti con la camorra e in attesa di giudizio: indicando la residenza della sorella come luogo in cui scontare la pena, infatti, l’uomo stravolge la routine domestica, ne invade senza rispetto gli ambienti e fa scricchiolare le abitudini e convinzioni più intime. Crolla così l’immagine della felicità salutista o per meglio dire orribilmente asettica dell’inizio, a favore di un ritratto umano che fotografa, in maniera però oltremodo banale, tutto il servilismo, il provincialismo e l’immaturità su cui viene fondata una famiglia.

La vita lunga

1

La Vita Lunga

Lo psica

8

[Ringrazio l’autore che mi ha permesso di pubblicare dei brani del suo romanzo inedito Memorie di un rivoluzionario timido. Precede il primo di questi brani una nota su vicende e temi del  progetto narrativo. A. I.]

di Carlo Bordini

°°° Questo romanzo totalmente legato all’autobiografia è una sorta di bilancio di circa vent’anni della mia vita. Poiché sono stati anni pieni di traumi, la stesura di questo libro è stata una lotta con me stesso. Per questo ci ho messo un tempo lunghissimo a finirlo. Un bilancio, un esame di coscienza su due temi fondamentali: il rapporto con la politica (sono stato a lungo militante di un gruppo trotskista) e i grovigli affettivi che hanno caratterizzato i miei rapporto col mondo femminile. Il tutto preceduto da un’adolescenza vissuta tra depressioni, cambi di facoltà, fughe in autostop e sedute dallo psicanalista. Una normale figura di disadattato, quindi, alla ricerca di un equilibrio. Scritto in periodi diversi e con stili diversi, abbandonato e ripreso, questo libro non poteva che assumere una struttura disordinata e barocca, che accettava, come inevitabile, un fluire profondamente disomogeneo. Terminato da poco, è inedito.°°°

MICHAIL ROMM Il fascismo ordinario [1965]

8

di Orsola Puecher

Ho molto, forse troppo, evocato voci e storie a me molto vicine, ma a volte la malinconia chiede distanza, silenzio, cerca quiete nella dimenticanza, vuole addolcire la sofferenza individuale in un dolore comune, in una reazione ad esso razionale e “politica”.

Qualsiasi mezzo attraverso il quale lo spettatore è costretto a guardare inquadrature familiari come se non le avesse mai viste prima, o con il quale la mente dello spettatore si fa più attenta al significato più ampio dei vecchi materiali, questo è lo scopo di una corretta compilation.

[Jay Leyda (1964), Films Beget Films, London: Allen & Unwin.]


Il Fascismo ordinario, documentario del regista Michail Romm, assemblato nella Russia post staliniana con spezzoni di pellicola requisiti dopo la fine delle Seconda Guerra mondiale a Berlino, è una lunga meditazione sul fascismo, sul nazismo, sui fascismi e sulle dittature in genere, e quindi, in controluce, sullo stesso totalitarismo russo; offre molte immagini, alcune ormai familiari, altre ancora inedite, che riescono a sorprendere e ad aprire nuove prospettive di riflessione nella attuale, spesso un po’ ripetitiva e involontariamente retorica, ridondanza di commemorazioni e testimonianze per il Giorno della Memoria.


Il racconto è affidato principalmente al montaggio, ai fermo immagine significativi e alla contrapposizione mirata dei vari spezzoni d’epoca, materiale propagandistico di cinegiornali e Kulturfilm nazisti, fotografie, con l’aggiunta di alcune parti girate al momento, in tempo di pace, che ampliano la scala temporale e creano un effetto emotivo particolarmente efficace e proiettato nel presente.

Ho cominciato a raccogliere materiale secondo il seguente principio: quello più rilevante su Hitler è stato messo in un rullo, Göring è entrato in un’altro, un terzo rullo era riservato a gente che posava corone, un quarto alle parate militari, un quinto alle folle plaudenti, un sesto alla vita quotidiana dei soldati, e così via. Ho diviso il materiale fino in 120 possibili temi civili e militari, fra temi dal periodo pre-Hitler e del periodo di Hitler. Il materiale è stato organizzato in questi argomenti e poi messo insieme in singoli episodi.

[Romm 1965: 4]

Abbiamo montato il film come un film muto. Ho improvvisato il commento sezione per sezione, senza pensare alla sincronizzazione, senza perseguire effetti standardizzati «documentario», come fosse un monologo dell’autore, come se stessi pensando al materiale in quel momento, invitando lo spettatore a pensarci, contemporaneamente. A mio parere è stato proprio questo mezzo artistico – l’interazione fra la carica emotiva, il montaggio artistico e il monologo dell’autore – che ha dato al film la sua speciale qualità.

[Romm 1975: 279]



Il commento non è un testo scritto affidato alla voce fuori campo manierata di uno speaker professionale e impersonale, ma quella che si sente è la voce dello stesso Romm, che chiosa con tono discorsivo, a volte ironico, a volte solenne i singoli spezzoni, in presa diretta.

Il documentario inizia e finisce in un asilo moscovita. I disegni di alcuni bambini sono il simbolo della creatività naturale, innata in ogni uomo, che sempre viene brutalizzata dal concetto di massa inerte e non pensante, insito in tutte le dittature. L’individualismo borghese non era uno dei peggiori peccati, punito con il Gulag anche dal regime sovietico?
Attraverso l’analisi storica dell’ascesa del nazismo e della sua caduta, i filmati di propaganda, delocalizzati dal loro contesto originale, finiscono per essere rappresentazioni tragicomiche. Romm le commenta in prima persona, spesso riferendosi direttamente al suo pubblico con domande, e arriva a impersonare, nel Capitolo Otto, Hitler stesso che narcisisticamente sfoglia il suo album fotografico di pose improbabili.
Dopo la fabbricazione del monumentale tomo mistico del Mein Kampf, con pergamena e acciao, destinato a durare mille anni come il Reich, ecco le parate militari con svastiche e tamburi, prima ancora dell’avvento del nazismo, e le feste popolari con milioni di salsicce. Ed ecco che viene analizzato un’aspetto particolare della questione razziale: il tentativo di ottenere una razza pura attraverso l’inseminazione programmata di donne fertili ad opera di soldati e SS, per ottenere i perfetti pargoli “Doni al Führer”, con la buffa dotazione di culle portatili con cui i soldati venivano equipaggiati, quando andavano in licenza, per spingerli a fare il loro dovere di inseminatori ariani.
Non può mancare una fugace ma pregnante apparizione del nostro Mussolini, l’inventore della parola fascismo e del gesto, il saluto romano, che Hitler gli ha solo bellamente copiato con un angolo leggermente diverso, e campione assoluto per il martellamento della propaganda.
Qui è protagonista di un tipico filmato al balcone, con la solita gestualità demenziale, di cui Romm dice:

Il contenuto del discorso e’ irrilevante. E’ necessario vedere la sua faccia, piuttosto che ascoltare quello che sta dicendo.

Alla sua sinistra ondeggia una specie di fantasmatico alone nero, messo dal montatore per nascondere un certo tal personaggio che gli stava accanto e che, in quanto a lui particolarmente inviso, era stato cancellato se non dalla Storia, almeno dalla pellicola.
Il plagio e l’imbarbarimento della massa, che doveva essere pronta a obbedire agli ordini più terribili, inizia dall’infanzia e investe ogni aspetto della vita tedesca. Perfino i crani dovevano essere regolari e corrispondere a rigidi parametri ariani.
L’ordinarietà del fascismo, la sua quotidianità sta, quindi, sia nell’essere consapevolmente instillato e permeato in ogni aspetto della vita, stimolando gli istinti peggiori dell’essere umano, che nella conseguente convivenza di vita normale e barbarie, attraverso cui si acquisisce una stolida, ottusa insensibilità dei limiti dell’umano.

Dal diario del dottore in medicina e filosofia, professore straordinario Josef Kramer:

Ho partecipato a una speciale attivita’ oggi.
Era piu’ terribile dell’Inferno di Dante.
Abbiamo dovuto ordinare nuovi pantaloni, stivali e una giacca da Berlino.
Abbiamo dovuto assistere nuovamente un’attivita’ speciale.
Questa volta, sono state selezionate donne denutrite per lo sterminio.
Sapevano cosa stava per accadere e le SS hanno un po’ faticato con loro.
Il menu del pranzo e’ zuppa di pomodoro, mezzo pollo, birra a volonta’ e gelato alla crema di vaniglia.
Di sera – una piacevole cena presso la casa del comandante.

 

Il lungo percorso attraverso le immagini e gli orrori della guerra finisce là dove era cominciato, con i bambini dell’asilo moscovita, perché:

Non esistono bambini cattivi.
Tutti i bambini del mondo sono buoni.
Tutto dipende da come formeremo i loro caratteri, da come li trasformeremo.

Il documentario termina con una piccola fiaba raccontata da una bambina:

C’erano una volta un vecchio e sua moglie. Avevano una gallinella maculata.
Un giorno la gallina depose un uovo, e non era un semplice uovo, ma uno d’oro.
Il vecchio cerco’ di romperlo e non ci riusci’.
Hanno continuato a cercare di romperlo, ma inutilmente.
Un topo corse e agito’ la sua piccola coda; l’uovo cadde e si ruppe.
Il vecchio pianse, e la moglie pianse, ma la gallina disse: “Non piangere vecchio,non piangere vecchia donna! Faro’ un nuovo uovo, questa volta non uno d’oro, ma semplice.

[trad. sottotitoli inglesi di Orsola Puecher]

Le bleu du malheur

1

Le bleu du malheur
 
di Augusto Petruzzi

“Ciò per cui troviamo le parole è spesso già morto nel nostro cuore.
Vi è sempre una sorta di  disprezzo nell’atto del parlare”

[Friedrich Nietzsche]

a Rileggi alcune note, sono trascorsi 10 anni, per una collana editoriale mai nata, “scritture del disastro”. Quel che ti separa da loro, lo ritrovi insieme ad alcune foto, è un tempo trascorso che ha già seppellito se stesso. Scegli soltanto di ricordare intorno a qualche frammento.

Alcuni uomini hanno scelto la scrittura come pratica d’impossibile, non per assecondare un tentativo o una tentazione ma alla stregua di esseri affetti da particolari disturbi dello spazio che possono attraversare unicamente a condizione di non toccare quei fili invisibili di cui, unici depositari, sono a conoscenza. Tra loro, alcuni hanno scelto, al posto di delimitate porzioni d’aria, il movimento instancabile accanto a quei fili. Percorsi dove il tempo e la materia sono soggetti a perturbazioni. Assistiamo dunque ad accelerazioni e glaciazioni repentine, la scrittura ne è contagiata, brulica, brucia o si arresta fino ai limiti di pura registrazione. Altri, provando talvolta a spezzare l’ordito di quei fili invisibili, scelgono volontariamente di esporsi al disastro…

Immagini sbiadite di altri, ascoltati in famiglia. Soldati tedeschi armati della loro lingua, anche… pane nero, fuga in campagna, mio padre piccolino con sua madre.

a Surriscaldato da forze centrifughe, il ‘900 si torce al centro intorno ad una catastrofe, l’unica vera tragedia del nostro tempo.

Quel che i documentari ci hanno mostrato dell’orrore dei campi non restituisce la verità perché nessuna macchina potrebbe. Anni fa hai avuto l’occasione di assistere ad alcune sessioni di montaggio di un documentario sui sopravvissuti toscani. Le parole filmate, ascoltate e ripetute tra impassibilità e commozione, continuavano solo a rivelare una verità che nessuno conoscerà mai. Alla presentazione c’erano alcune delle persone intervistate. Il loro sguardo, dopo la proiezione, lo ricordi bene. Ricordi cosa hai visto nei loro occhi, la prova del tuo non sapere…

Chi testimonia per il testimone ? 

Alcuni studi dicono che molti dei sopravvissuti riuscirono a superare quei giorni grazie al canto, ricordi “Abbiamo lasciato il campo cantando” di Etty Hillesum, che non ritornò. Ricordi il “Quartetto per la fine del tempo” eseguito per la prima volta nel campo di lavoro di Görlitz.


Messiaen ha cercato di esprimere qualcosa di umanamente impensabile, la scomparsa del tempo, un tempo che si estingue. Il tempo si estingue nell’esperienza interiore e come tale non può essere trasmessa.

a Qualcosa è successo…

Nomi… storie… troppi come i libri attraversati dai tuoi 19 anni su ogni aspetto di quel che accadde e poi voler ritrovare tra le pieghe di altre pagine le narrazioni. La coscienza dell’impossibilità di sapere segnò l’arte ed il pensiero nella ricerca della verità e Alcuni uomini… Pensi ad Ingeborg Bachmann che della catastrofe portò sempre con se un livido sonoro, il suono dei tamburi delle SS che sfilano a Klagenfurt, la sua città natale, per lei bambina fu un evento traumatico. Rievoca l’episodio in un racconto “Giovinezza in una città austriaca”. Pensi a Samuel Beckett che durante la guerra diventò null’altro che un anonimo raccoglitore di patate per aderire al paesaggio campestre nel miglior modo possibile… Ricordi quel che scrisse uno sconvolto Michel Foucault spettatore di “Aspettando Godot”.

Le blue du malheur…

Tradotto potrebbe divenire L’azzurro della catastrofe, impossibile restituirne le molteplici sfumature. Accostamento simbolico tra il titolo, “L’azzurro del cielo”, di un celebre romanzo di Georges Bataille e malheur, un termine caro a Simone Weil che nel suo pensiero evoca  sconfitta, catastrofe, disastro. Nel romanzo, il personaggio di Lazare è Simone Weil. Rileggo, dopo tanti anni, alcune pagine, la prima parte, le pagine dove appare Lazare e le ultime due; quando a prendere il posto dell’oscena depravazione dei corpi è l’oscenità sonora di una parata di giovani in divisa. L’atmosfera torbida, che pagina dopo pagina ha violentato le vite dei protagonisti, alla fine si dispiega nei segni premonitori dell’imminente disastro…

Un tempo dove “le macerie non hanno più tempo di diventare rovine” come afferma Marc Augè, rendendo profetiche le parole che Alfred Jarry fa pronunciare alla sua creatura in Ubu incatenato “non avremo distrutto niente finche non avremo distrutto anche le macerie”.

“…attraversare il male senza prendersi per una incarnazione del  bene”

    (Tzvetan Todorov)

 
Credits Immagini
Senza titolo – Studio su Fallimento I – V di Samuel Beckett (tecnica mista su carta 2003)

Senza titolo – Studio su Fallimento I – V di Samuel Beckett (tecnica mista su carta 2003)

Senza titolo – Studio su Fallimento I – V di Samuel Beckett (tecnica mista su carta 2003)
 

In tutti i quartieri, in tutte le grotte

8

In tutti i quartieri, in tutte le grotte

di Orso Tosco

Fu prima che mio cugino Barala si trasformasse in un assiduo giocatore di dadi, prima che gli venissero spezzate entrambe le braccia a causa di una storia di parcheggi e diventasse padre di un bimbo paffuto e felicemente stolto.

Io e Barala in quella lontana estate friggevamo cozze.