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Assemblea aperta contro il declino delle biblioteche (30 novembre a Roma)

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ASSEMBLEA APERTA

i lavoratori delle biblioteche e degli archivi

discutono con le associazioni culturali

e la società civile

30 novembre 2011 : ore 15,30 – 18,30

      Aula Magna  Biblioteca Nazionale di Roma

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UN PAESE SENZA MEMORIA È UN PAESE SENZA FUTURO
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Contro il declino di bilioteche e archivi discutiamone:
i lavoratori, l’Associazione italiana biblioteche, l’Associazione forum del libro, i lavoratori del Teatro Valle, la generazione TQ, esponenti del mondo della cultura, la SLC CGIL e la CGIL di Roma e Lazio.

Depressione

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di Helena Janeczek

Sono giorni che mi vedo così. Sono la donna bruna che cerca di catturare il pianeta malefico dentro un cerchio di fildiferro per vedere se si allontana o si avvicina. Nel film di Lars von Trier, il finale sarà l’impatto apocalittico. Non qui. Qui c’è solo lo sguardo ripetuto attraverso il cerchio, lo spread che sale e scende, l’astro che non capisci se sia più lontano o più vicino. Non si chiama Melanchòlia, ma Depressione. Temo non sia casuale che gli economisti stiano ben attenti a usare il termine. Parlano di crisi, recessione, inflazione. Al minimo accenno alla Grande Depressione sembrano spaventarsi. Divenuti auruspici di meccanismi talmente fuori controllo da apparire eventi catastrofici, temono le profezie che si autoavverano.

una nonna narratrice

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di Enrico Palandri

Cosa vuol dire raccontare delle storie? Questa espressione ha spesso un tono spregiativo: dire di qualcuno che ‘racconta delle storie’ significa denunciare scarso rispetto della realtà. Nel reale si è, dirlo è un’altra cosa. La realtà è quindi nel senso comune il contrario di una storia. Le storie, fatte di parole, sono quindi semplicemente bugie: da Omero a oggi, attraverso miti e leggende, poemi e romanzi, gli autori non hanno fatto altro che raccontare delle storie. Perché dobbiamo inventare quando possiamo dire la verità? Non riusciamo neppure a vivere tutto quello che vorremmo e perdiamo tempo a scrivere e leggere romanzi! Perché aggiungere al mondo reale un mondo immaginario?

La crisi del mondo binario di Democrazia e Denaro

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 di Pino Tripodi

1) La storia non vuol finire. La crisi della doppia D (Democrazia Denaro) che  sta attanagliando l’Europa non è solo un fatto economico e non riguarda solo lo spazio geografico del vecchio continente. Questa crisi è destinata a far deragliare il treno della storia dal binario su cui ha viaggiato negli ultimi secoli. Su quel binario erano accampati a mo’ di argini indiscutibili e insuperabili la democrazia e il denaro. Non è la prima volta del tempo storico né sarà l’ultima:  prima ancora  di completare l’universalizzazione del mondo il medesimo modello di universalizzazione entra in una crisi strutturale. La storia non ne vuol sapere di finire e riparte sempre dal punto in cui ci si prefigura un mondo a forma di omogeinizzato, di polpetta indistinguibile e indifferente governata da un rito infinito, dunque senza storia.

2)      L’universalizzazione delle macerie. I motivi di questa doppia crisi sono molteplici ma tutti ascrivibili proprio all’universalizzazione del mondo binario di democrazia e denaro. Appena una forma universale trionfa, quando tutti gli stolti cantano in sua gloria, quella forma comincia a sgretolarsi. Nei luoghi del trionfo e della gloria presto si vedranno le macerie. La ragione di crisi è intrinseca a ogni modello di universalizzazione di qualsiasi campo della conoscenza e del potere. In ogni forma aurorale esistono aspetti dinamici e progressivi. In ogni forma universale quegli aspetti dinamici e progressivi vengono ritualizzati fino a quando diventano una cancrena della forma originaria.

Due poesie da: da “ll noto, il nuovo”

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di Giovanna Frene

 

III. MATTATOIO H.G.

“Oggi le nostre lancette girano solo all’indietro”
(A. Politkovskaja)

I.

laddove tristezza, tiranno, potere che domina il mondo.
laddove tiranno, potere, tristezza che prescinde l’impronta sul muro,
la scavalca, la riforma con grappoli, istinto di fuga e insieme ritorno
per le chiare ragioni che incontrano sul posto lama e cibo,
sempre lo stesso posto, la virtù cardinale degli insepolti,
parassiti

II.

trasformati nel popolo dei ratti, rimuovono gli esseri umani. che aleggia
sul posto, il fruscio d’ali, va all’incontro con il marchio di esistere,
si interseca al vertiginoso concrescere botanico e sociale
per le chiare ragioni che non guarda negli occhi lo sguardo,
ritorna al buon senso, la virtù cardinale degli insensibili,
pulizia

III.

vivono ancora tra le nostre, crescono esposti al triste.
della distruzione, l’ala, che sopra il fatto, si rifà; potere.
altre tristi, rovesciate ai suoi piedi per il vento, ventre del progresso.
lo scavalca per le chiare ragioni che se è per sè non incontra niente
di intero, spada che ritorna alla roccia, la virtù cardinale degli insidiosi,
patria

Non chiamateli ragazzi

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[A piazza Tahrir si combatte ancora. Ho chiesto a Barbara Teresi un pezzo sugli avvenimenti di questi giorni. Si scusa con me, via email, della sua scrittura a caldo, colma di passione. Ma certe volte la passione serve, eccome. G.B.]

di Barbara Teresi

“Noi sogniamo un paese in cui ci sia giustizia sociale e loro sognano un paese in cui portare avanti i loro interessi personali. Il nostro sogno è un paese in cui ci siano sicurezza e libertà e il loro sogno è una nazione governata dalle forze dell’ordine. Il nostro sogno è la dignità umana, il loro i tribunali militari che processano i civili. Il nostro sogno è un paese governato da persone corrette e preparate, il loro è un paese governato da generali. Il nostro sogno è nato negli anni ’70, ’80 e ’90. Il loro è nato negli anni ’30. Il nostro sogno diventerà realtà, il loro finirà nella pattumiera della Storia”.

Uovo al tegamino

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di Chiara Marchelli

Ti hanno appena portato un uovo. Ho chiesto all’infermiera di lasciarci soli, tu e io. Non c’è nemmeno mamma, che ho mandato a casa a dormire un po’. Ha fatto gli occhi di una esclusa dalle cose importanti, ma la conosco bene e sulla sua faccia stanca ho trovato anche una traccia di gratitudine. Non te la prendi, no? Hai vissuto e amato a sufficienza per capire che non ce la fa, a volte, e chissà come se la caverà tra poco, quando tutte queste prove generali saranno finite davvero.
L’uovo ha un bell’aspetto. Tutto mi aspettavo, tranne che esaudissero questo tuo piccolo capriccio. Un uovo al tegamino. Forse è merito di Marta, che è tornata in corsia apposta per te. Sei sveglio, quando passa? Ci fa sempre ridere con le sue battute da cabaret. Ti ricordi quando vi siete visti in centro, questa primavera? Mi ha scritto una mail dicendo che ti aveva beccato a far vasche con le braghe rosse e mamma a braccetto, come due fidanzati. Viene ogni mattina, prima di andare in ufficio, fa un paio d’ore menando ordini a destra e a manca, come quando era caposala. Non credo che possa, le infermiere la odiano tutte e di conseguenza anche me, che sono la sua amica, ma noi ci divertiamo e sappiamo che se c’è lei tu muori un po’ meno.
Chissà se la senti, quando arriva. Ti sedano così tanto che apri gli occhi solo a quest’ora, per poco.

Discorsi di dominazione trattati con pietas e rigore

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[Si è svolto a Genova tra il 18 e il 20 novembre un convegno dal titolo “Io sono molte. L’invenzione delle personagge”. Il 17 sul “manifesto”, assieme a un articolo di Francesca Serra, è apparso anche questo breve contributo.]

Di Andrea Inglese

Nel testo di presentazione del convegno “L’invenzione delle personagge” si legge: “Insomma, sono anni che le personagge – vogliamo chiamarle così, con un gesto di arbitrio creativo della lingua – della letteratura come del teatro e del cinema sono state decostruite, pezzo per pezzo. Osservarle quasi con una lente d’ingrandimento in una sorta di laboratorio della lettura e della scrittura, ha svelato come in uno specchio molti misteri dell’identità femminile, compresa una possibilità di liberazione non sempre evidente (…)”. L’occasione mi pare talmente importante e proficua, che vorrei rivolgere un invito particolare alle animatrici di un tale laboratorio sul “personaggio-donna” o, come qui si dice, sulla “personaggia”. Il tema scelto e il taglio dato a questi incontri permettono anche di toccare un discorso di metodo e soprattutto di ampliare la visuale angusta di cui molta critica letteraria accademica è vittima, quando tratta del rapporto tra letteratura e ideologia, o tra paradigmi narrativi e identità sociali. È proprio la vicenda del personaggio-donna che richiede di compiere questo passo radicale dal punto di vista teorico.

Nuovi autismi 9 – L’accanimento dei morti

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di Giacomo Sartori

Uno crede di essersi sbarazzato una volta per sempre dei suoi morti, e invece quando meno se lo aspetta loro tornano all’attacco. Contro la nostalgia e i complessi di colpa ci sono collaudate strategie, questo lo sanno più o meno tutti. E anche tanti conti non regolati prima o poi finiscono per venire seppelliti per sempre in un armadio chiuso a chiave. A volte però i morti ti attaccano dall’interno, scegliendo beninteso il momento in cui meno te lo aspetti. Impossibile difendersi, se spuntano da dentro, giocando sulla sorpresa. Mio padre tanto per fare un esempio è uno specialista di questo genere di scherzetti. A volte quando sono molto stanco mi si abbassa la voce, e in quei frangenti mi accorgo che quel mio eloquio spossato e senza più spigoli non è più il mio, è il suo.

Recensimenti letterari

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di
Francesco Forlani

L’Amministrazione mi angoscia. Ho una relazione di tipo K (Kant passa la palla a Kafka) con tutto quello che è scadenza dei termini. Ho con la burocrazia lo stesso maniacale rapporto che ho con le date limite dei generi alimentari, to be on a deadline sulla soglia dell’invalicabile. Un sistema che violenta con la sua durata-durezza, sistematicamente, le persone che vivono sole, che hanno deciso di non tenere famiglia ma che le famiglie non tengono. Infatti un single, celibe, nubile, uno una che se ne stia per i cazzi propri fa la spesa max su due giorni, altrimenti butta la roba, sistematicamente, controllando sul retro la vaschetta di yogurth (mi piace dirlo alla francese iaùr) o quella di un formaggio ricco di fermenti lattici. Con questa angoscia ho compilato il mio atto di devozione alla statistica. L’Istat mi è entrata in casa come un agente della Stasi a determinare quantitativamente chaque pièce del mio orizzonte vero, reale ed io mi sono fatto accecare dalla lampada gialla apposta sulla sinistra della scrivania. La stessa che, presumo, mi ha ad un tratto illuminato la capa. E mi sono detto: se coloro che fanno e disfano le pagine culturali (paraculturali porno soft e palliative come le parafarmacie) invece di pubblicare i comunicati stampa delle case editrici manco fossero notizie Ansa, o di proporre un giro di Monòpoli (vd l’ottima riflessione di Sergio Garufi ) o di recensire i propri collaboratori sulle stesse pagine su cui questi ultimi recensiranno i testi degli amici dei collaboratori, mandassero agli autori un questionario Istat, non ne sapremmo di più sulla genealogia di un’opera e sulla visionarietà del suo autore?

Underworlds

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di Mauro Baldrati

Se l’autore deve scrivere di ciò che sa, Alan Altieri, con l’ultima raccolta di racconti Underworlds (TEA 2011), ha scelto ciò che non sa: l’oscuro, l’abissale, l’inaudito. Ha scelto ciò di cui ha paura, manipolando una materia pericolosa, esplosiva, di cui tutti abbiamo paura: mondi sotterranei, proiezioni psicostoriografiche di futuri possibili, frattali derivati da un aggravamento – solo fino a un certo punto arbitrario – di tendenze già presenti nella nostra società “(in)umana”, come la definisce lo stesso autore, e dall’animo nero dell’essere “(in)umano”. Questo è una delle procedure di una certa fantascienza anni ’70, portare al limite di rottura – o anche oltre il limite – gli elementi di crisi sociale del nostro mondo, e della nostra epoca, fino alla creazione di mondi che nascono dall’evoluzione del nostro, come sogno, come prospettiva, oppure come incubo. Altieri, come molti altri autori, ha da tempo scelto l’incubo. Non a caso è definito, nello stesso risvolto di copertina del libro, “il Maestro italiano dell’apocalisse”.

LE CHIAVI DELLA FELICITA’
[ letteratura e bigodini retorici ]

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Tekla Badarzewska-Baranowska [ 1834 – 1861 ]
Le Rêve d’un Ange

diAnna Tellini

    Vorrei mettere subito le mani avanti: anche se non numerosissime, non sono di certo mancate le voci femminili nelle lettere russe, almeno a partire da Caterina II, che si dilettava di filosofia (celebri i suoi carteggi con Voltaire e Diderot) e di teatro, oltre a comporre satire e cronache storiche, seppur mediocri, per arrivare al Novecento, che vanta nomi grandi (Sejfullina, Šaginjan, Forš, Petruševskaja) e grandissimi, come Cvetaeva e Achmatova.

E-pub: adelante con juicio

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di Maria Cecilia Averame

Parlare di e-book in Italia risulta quasi pericoloso: fra infervorati sostenitori che preconizzano la scomparsa della carta stampata e detrattori convinti che il digitale causerà l’ennesima vendita al ribasso del sistema cultura. Trovare i numeri per comprendere le reali dimensioni del fenomeno non è immediato. E quando anche li si ha in mano, la loro analisi non è scontata.

Rosaria Capacchione – Inviato

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La grana dalla gramigna
di
Rosaria Capacchione
Inviato
VILLA LITERNO – Il ricordo di quella giornata campale è il ricordo di una resa. Fu in quei mesi del 2003, quando (tanto per cambiare) si cercavano affannosamente fosse e buchi nei quali depositare i rifiuti che si accumulavano nelle strade napoletane, che gli uomini dello Stato incontrarono la camorra . Una riunione ufficiale, con i dirigenti del commissariato di governo, Massimo Paolucci e Giulio Facchi, che scesero a patti con un gruppetto di imprenditori in odor di mafia che quei buchi avevano disponibili.
Il resoconto di quell’incontro fu fatto, in pubblico, a un gruppetto di allibiti cittadini. Le discariche c’erano, erano piuttosto illegali, e appartenevano a Cipriano Chianese, Gaetano Vassallo, Elio e Generoso Roma: nomi di uomini poi diventati assai noti alle cronache giudiziarie che trattano di ecomafia. Fu in quella giornata – era primavera – del 2003 che il destino di Villa Literno, e delle vicinissime Giugliano e Parete, fu definitivamente segnato.

Poesie con destinatario (o senza)

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di Pasquale Vitagliano

In una giornata
il verde della piazza
visto dall’alto,
non è un prato.
ma un campo da golf,
battuto da cicale magnetiche,
colorate, tutte uguali.
Non operai,
non borghesi,
non più contadini.
Incompiute
architetture
di vanagloria.
Cicale dopo il lavoro
e formiche senza lavoro
non sono mai state
il popolo
di questa terra.
Muri pieni di buchi,
esistenze senza intonaco,
che non reggono più
il cemento del sopruso
a creare figure popolari
con la cazzuola del dolore.

Anteprime: Luigi Di Ruscio

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Buondi’ Francesco,
sono Carlo Cannella, di SenzaPatria editore. Ti propongo un estratto di Luigi Di Ruscio per una eventuale pubblicazione su Nazione Indiana, ripreso dal libro “Memorie immaginarie e ultime volonta’” (Senzapatria)  uscito il 19 novembre. Ciao e grazie.
Carlo

immagine di Mario Bianco

 
Passaggi
di
Luigi Di Ruscio

Da bambino la catastrofe è tutta nella mia testa: mi piacerebbe vedere il colore delle mutandine della signora di sotto.
Allora mi trasformo. Divento un cervo volante, un aquilone, un drago, mi alzo altissimo e maestoso, sfido i venti minacciosi, spudoratamente tiro gomitoli continui di filo. Su qualche radar viene segnalato il mostro, oggetto non identificato nei cieli della capitale, s’innalzano per emulazione altri aquiloni spasimanti d’azzurro, intere scuderie di dragoni volanti.

Dafni e Cloe fare i videotape

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Dafni e Cloe – Teaser from Luigi Pepe on Vimeo.

di Luigi Pepe e Eugenio Maria Russo

Nel dicembre del 1977 il programma di Raidue Match, condotto da Alberto Arbasino, ospitò un confronto tra un cineasta di successo, Mario Monicelli, e l’allora esordiente Nanni Moretti. La polemica di Moretti contro Monicelli era in questi termini: perché per i giovani di talento è così difficile fare un film? Perché, pur avendo magari un diploma al Centro Sperimentale, ci si deve sempre ridurre a fare le cose tra amici, nei ritagli di tempo o nei week end, senza soldi e senza alcuna speranza di visibilità? Perché non c’è in Italia un sistema per cui i giovani possono formarsi sui grandi set, magari come aiuto regista, per poi provare a camminare con le proprie gambe? Tutti questi interrogativi sussistono ancora oggi.

Sirenade – Vinicio Capossela

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di
Gigi Spina
Oggi che una lectio magistralis e magari una laurea honoris causa non si negano a nessuno, quello previsto con Vinicio Capossela era più modestamente un “incontro con gli studenti”, a Napoli, nell’aula magna della Facoltà di Lettere della Federico II, a cavallo fra le due serate del suo affascinante spettacolo Marinai, profeti e balene. Magari se si chiede a qualcuno/a degli oltre duecento studenti (e non solo) seduti su ogni superficie disponibile e assiepati fuori, con vista sul meraviglioso chiostro dell’ex Manifattura Tabacchi (ancorché punteggiato da striscioni e impalcature), vi diranno che una lezione dovrebbe essere così, un dialogo intrecciato fra testo e vita, tra passato mitico e presente faticoso e, a voler essere sanamente retorici fino in fondo, fra filologia e anima.
E dunque ecco Vinicio, che il preside della Facoltà, Arturo De Vivo, accoglie con un aneddoto prefigurante. Anni fa qualcuno aveva prenotato anche tal Vinicio Capossela sul foglio di prenotazioni dell’esame di Letteratura latina – era un trucco ricorrente, almeno ai tempi delle prenotazioni cartacee e generalmente autografe, scrivere nomi più o meno famosi per testare la lucidità del docente; ora la prenotazione per via elettronica ha mortificato questa vena irridente. Arturo, appassionato di musica e letteratura oltre che latinista, aveva affermato che se ci fosse stato davvero Capossela avrebbe sospeso subito la seduta di esame per accoglierlo; anzi, aveva aggiunto, se fosse stato preside lo avrebbe invitato subito a parlare in facoltà. Il fato, dunque, si è compiuto. Vinicio, accolto da un’ovazione (per fortuna senza standing), è ora seduto al tavolo della presidenza, con Arturo e Gigi Spina (che ora tenta di raccontare fidando nella memoria).

Roma, 15 ottobre-17 novembre 2011

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di Lorenzo Esposito

Forse un giorno Roma si permetterà di scegliere a sua volta.  Gli occhi non vogliono in ogni tempo chiudersi, recitava il titolo di un film di tanto tempo fa. E continuava: Forse un giorno Roma si permetterà di scegliere a sua volta. Già. Per ora, fra rivendicazione e dubbio, e nonostante la cortina fumogena del desolante coro istituzionale, manteniamoci sulla prima posizione: teniamo aperti gli occhi.

Ricapitoliamo. Roma, 15 ottobre 2011. Quella che nessuno più esita a definire vera crisi del sistema democratico (e sua involuzione autoritaria proprio secondo i peggiori presagi all’origine: da Tocqueville a Whitman) è non solo facilmente riscontrabile, ma palesemente intrinseca al meccanismo stesso della comunicazione basato sullo sconvolgimento strumentale del rapporto fra causa ed effetto.

Lettere a chiunque : Paolo Musio

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La lettera di Paolo Musio che segue è in risposta alla lettera aperta di Claudio Morganti che lancia un appuntamento di profonda urgenza culturale, il 20 novembre 2011 al Castello Pasquini di Castiglioncello, per tutti gli artisti che vogliano iniziare una riflessione sulla loro ricerca attuale. effeffe

Stato della ricerca
di
Paolo Musìo

Sono attore e scrivo testi e adattamenti. Sono impegnato da qualche tempo in un piano di smantellamento, di semplificazione e approfondimento a beneficio della comunicazione.
Cerco di smantellare tutto ciò che mi sembra accessorio, fatto solo per essere gradito, riconosciuto. Citazioni, mascheramenti, tecnologia. Ho bisogno di uno spazio vuoto da togliere il fiato. Da non saper più cosa fare, dove girarmi. Cosa dire.
Semplificare è necessario quando c’è urgenza e in un certo senso pericolo.
Approfondire è necessario a fare in modo che solo ciò cui si è concesso tempo e un po’ di cura abbia qualche possibilità di fiorire.

Lettere a chiunque- Ivan Arillotta

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Immagine di Albert Dubout

Soffrire nei soliti posti
di Ivan Arillotta

Bisogna scrivere. Scrivere sempre. Provare a raccontare fino alla fine. Rendersi conto, in tutta onestà, di non essere riusciti a dire nulla. Bestemmiare e ricominciare da capo. Riuscire a dire esattamente niente. Rendersi conto, con la stessa onestà di prima e accresciuta tristezza, di non aver aggiunto altro che una buona parola, una parola blasfema. Ricominciare da capo, persino più stanchi, umiliati come bestie: uomini, mai. Rendersi conto di essere muti e capire che tutto questo silenzio non è un caso, e se anche fosse un caso si tratterebbe di un caso estremamente fortunato. L’unico caso. Prendere la penna e ricominciare da capo, muti e immobili. Alla fine, in qualche modo e in qualche posto, ci siamo.