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Fine della tecnologia

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di Leonello Ruberto

Vengo da un’altra epoca, o è meglio dire che sono sopravvissuto a un’altra epoca.

Ma non andrò oltre questa, come non ci andrete voi.

Io per motivi anagrafici, avendo superato ormai i cent’anni, voi, i più giovani, la maggior parte, perché ormai non si raggiungono più certe età.

Ci sono tante cose che non si raggiungono più.

Ricordo che, quando ero giovane, si parlava di come erano già nati individui che avrebbero vissuto fino a cento-centoventi anni.

A quanto pare io sono uno di quelli. Un po’ per fortuna, che ci vuole sempre. E il resto per i progressi della medicina.

Uno dei tanti progressi che si sono arrestati nell’epoca attuale che ho la fortuna e la sfortuna di vivere insieme a voi.

Quando ero giovane io, era credenza molto diffusa, e abbastanza ingenua, che il progresso fosse su una linea retta e crescente: l’epoca attuale era sempre più avanzata della precedente.

Be’, c’erano già delle avvisaglie che non fosse così. Intanto, il fatto che nella seconda metà del Novecento si fosse fatto un balzo tecnologico che non aveva precedenti nella Storia, che anzi aveva proceduto abbastanza lentamente nei secoli e secoli precedenti.

E poi altri esempi, come nelle arti: c’era qualcuno oggi capace di dipingere con tecnica pari a Michelangelo?

Certo ci potevano essere grandi artisti, come in ogni epoca. È questa la libertà dell’Arte.

Ma certe capacità oggettive si erano perse, tecniche che potevano crescere solo in un dato modo e in un dato mondo, anni di bottega, o influenza di altri artisti, insomma: il Tempo in cui si era calati.

Pensavo all’epoca, io, giovane uomo che ascoltava musica registrata quando a malapena erano nati i miei genitori: John Coltrane era venuto fuori così, da un tempo storico in cui una serie di irripetibili circostanze avevano creato un ambiente in cui lui era solo uno dei tanti grandi. Un tempo estremamente ristretto come è quello della musica jazz, a confronto per esempio della musica classica.

Un po’ come il Novecento in confronto alla Storia antica: un turbine che aveva travolto tutto e prodotto tutto in una manciata di decenni.

Nessuna scuola di musica avrebbe potuto creare un altro Coltrane. Tecnicamente era anche possibile imparare a suonare in quel modo, e sicuramente c’erano grandi musicisti.

Ma erano, appunto, nelle scuole. Dove stavano meno persone, che magari col tempo sarebbero state sempre di meno, finché certe tecniche si sarebbero perse come certe tecniche pittoriche, scultoree, architettoniche.

Non riuscivo a non vedere la bruttezza delle mie città, che nessuno era più in grado di pianificare e costruire con un minimo di gusto, senso artistico o proporzione.

Tornando alla musica, alle piccole questioni che potevano riguardare me, piccolo uomo qualsiasi, assistevo a una cosa singolare.

Non si trattava di tecnica, ma di tecnologia. Tecnologie audio più vecchie, e quindi arretrate secondo il sentire comune, erano a livello sonoro superiori alle tecnologie del presente.

Ascoltare la musica su dei piccoli dispositivi, in modo compresso e con diffusori minuscoli strideva con l’abitudine all’ascolto che mi ero fatto incappando nella musica jazz classica.

Era di certo più comodo, ma si era sacrificata la qualità. Possibile che non si fosse stati in grado di produrre tecnologie che mantenessero la qualità conquistata aumentando la comodità e la fruibilità?

Grande questione, e per il momento le mie orecchie si scontravano contro musica che era sempre più banale e: noiosa. Però se le orecchie delle persone non erano abituate, che ci si poteva fare? Una persona cresciuta con Lester Young avrebbe potuto cogliere la grandezza di Charlie Parker. E poi era arrivato Coltrane.

Ma quand’è che qualcosa si era fermato?

Quando l’arte, la musica, la letteratura, avevano perso la loro capacità didattica, di insegnare cose nuove, di tracciare la strada, di farli i gusti anziché seguirli?

Questioni troppo grandi per me e la mia vita quotidiana. Che però nel quotidiano potevo vedere peggiorare sempre di più.

La mobilità che tanto progresso aveva avuto, ora si era trasformata in un incubo.

Automobili sempre più ingombranti, scomode e inefficienti riempivano le strade e i marciapiedi rendendo le città, anche le più piccole e misere, un incubo.

Capivo che c’erano necessità economiche, si erano studiate tecniche di marketing per aumentare le vendite, perché il Mercato richiedeva un continuo aumento.

E questo era il funzionamento di tutta la Società, che si reggeva sull’equilibrio precario di una continua spinta al limite.

Le trovate tecnologiche, in pratica, cercando il profitto avrebbero prodotto anche il progresso.

Io pensavo che tra gli anni settanta e ottanta, mio padre, con un lavoro in fabbrica ben pagato aveva comprato una macchina comoda che giustamente era durata vent’anni.

Ora vedevo le fabbriche spostate altrove, gli stipendi abbassati, le auto cambiate ogni paio d’anni, quindi vendute in molte più unità, eppure le aziende sempre in crisi.

Con la mia matematica spicciola c’erano dei conti che non mi quadravano.

Ma io di economia, ammetto, non ci capivo niente e non la capivo, nel senso che non la approvavo, proprio.

Ero curioso e avevo anche sentito che veri economisti mormoravano tra di loro, ufficiosamente, ma i conti sembravano proprio dire questo, che col grado di sviluppo raggiunto la Società avrebbe potuto vivere dignitosamente nel suo complesso.

Eppure non accadeva così, come guerre e disuguaglianze d’altri tempi dimostravano a gran voce.

Semplicisticamente, mi chiedevo: quando la tecnologia aveva smesso di essere fatta a nostro vantaggio, per il nostro miglioramento?

Internet aveva annullato le distanze, i social network si erano innestati su questo definendo la nuova socialità, nonché la diffusione delle notizie, quindi del sapere. E dei gusti, in un passaparola globale.

Ma a me non sembrava la stessa cosa di prima, pur in un mondo tecnologicamente avanzato, che aveva già la tv, i telefoni, internet e i computer.

Non mi sembrava che il sociale si fosse semplicemente trasferito sulle piattaforme o nelle applicazioni.

Perché, anche se pure prima contava farsi notare ed essere presenti, ora chi aveva creato quelle piattaforme lo faceva per comprensibili motivi economici.

Quindi era essenziale che uno stesse sulla piattaforma più tempo possibile, e che non ne uscisse per andare altrove.

Non mi sembrava compatibile con la diffusione del sapere o anche di semplici gusti e mode che avevamo prima.

Una cosa simile vedevo accadere con l’arrivo delle intelligenze artificiali: servivano a fare operazioni complesse che noi umani non saremmo stati in grado di compiere, non a una certa velocità, praticamente nell’immediato.

Però le società che ci avevano investito le avevano programmate e continuavano a programmarle con lo scopo del profitto.

E allora se chiedevi una cosa all’intelligenza artificiale e non ti piaceva la risposta, facile che fossi attratto da un’altra intelligenza artificiale che magari ti dava ragione.

Rendendo di fatto le intelligenze artificiali bugiarde e quindi inutili. Nel frattempo avendoci pure privato della capacità di ragionare autonomamente.

Io assistevo a tutto questo inerme, come miliardi di persone, come se certe tecnologie non fossero state create da persone per le persone, ma come se vivessero di vita propria.

Una vita artificiale e quindi impossibile. Ma che in pratica si stava verificando.

Negli anni ho visto il sapere scomparire, tecnologie utili e funzionanti affossate a colpi di marketing per un cieco progresso che era solo e puramente economico.

Tanto da perdere, strada facendo, la capacità di farci qualcosa con quel progresso economico.

Così la Società si è sempre più impoverita culturalmente e tecnologicamente, restando con una montagna di denaro che in fondo era nato come umana convenzione per favorire gli scambi.

La medicina allora, quella che ha contribuito ad allungarmi questa vita, non è crollata per oscuri complotti economici, per compagnie farmaceutiche disposte a fare morire le persone per il proprio profitto.

No, è crollata proprio col contributo di questi complottismi, per mano delle persone che non volevano sentirsi dire che il medicinale era efficace ma con limiti e controindicazioni. Pazienti che sempre più si sono rivolti a rimedi facili e “naturali”, fregandosene dell’inefficacia assoluta.

È lì che le compagnie farmaceutiche hanno poi diretto le loro attenzioni, finché le medicine e la Medicina non sono diventate altro che i rimedi omeopatici venduti a caro prezzo che hanno riempito gli scaffali reali e virtuali, fino a scalzare tutto il resto.

Nessuno è riuscito ad arrestare il decadimento della Società e della popolazione mondiale, la riduzione dell’aspettativa di vita e la povertà diffusa.

Tutti, insomma, hanno preferito continuare a negare di essere poveri e malati, accompagnati da sontuose campagne pubblicitarie, fino alle estreme conseguenze della morte.

Quelli che non l’hanno fatto, e ci sono stati e ce ne saranno anche ora, non hanno contato e non contano niente.

Ma soprattutto non conteranno più.

Viviamo affamati nelle nostre fredde case diroccate in città bloccate da carcasse di vecchi veicoli inutilizzabili.

Siamo fermi in un presente di cui ormai non importa più a nessuno. Non dovrebbe nemmeno a me, che ho raggiunto un’assurda e venerabile età.

Eppure io vengo dai tempi in cui importava. Per questo mi affanno usando una vetusta tecnologia cancellata anni or sono: carta e penna.

Più che altro uso matite, visto che le penne sono rimaste asciutte ormai da qualche anno.

E i fogli che sono stati prodotti nell’altra epoca, servendomi di qualsiasi superficie su cui si possa scrivere.

Ricordo una vecchia pubblicità con le foto della penna bic nei vari anni: tutte uguali.

Una tecnologia nata già così efficiente da non necessitare cambiamenti, questo il messaggio.

Poi a un certo momento ne fu interrotta improvvisamente la produzione, non si sa da chi e perché.

Fu deciso, così, tra cessioni e acquisti di aziende da parte di aziende, per motivi economici. E bastava dire questo per non parlarne più.

Così non si è più parlato di tante altre cose. Né se ne è più scritto, ovviamente.

E a nessuno interessa leggerne.

O forse è solo che non c’è quasi più nessuno in grado di farlo?

Finché arriverà il giorno in cui effettivamente nessuno saprà farlo.

E, insieme a questo, nessuno sarà in grado di rendersene conto.

(foto di Daniele Muriano)

Diventare un genio. Il Balzac di Francesco Fiorentino

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a cura di Ornella Tajani

Da pochissimo è uscito Balzac, biografia scritta per Laterza da Francesco Fiorentino, professore emerito di letteratura francese, autore di studi su Molière, sul romanzo realista, libertino e poliziesco, e naturalmente sul creatore della Comédie humaine.
Il libro è diviso in quattro parti, i cui titoli sono cristallini: Honoré e famiglia; Honoré vuol fare lo scrittore; Honoré cambia mestiere; e infine il capitolo, corrispondente a oltre due terzi del volume, intitolato Honoré diventa Balzac.
È una biografia che riesce ad appagare tutti i desideri di chi si rivolga verso questo genere ibrido, perché descrive l’uomo Balzac nella sua evoluzione, in un continuo dialogo con le opere che scrive o che tenta di scrivere, affrescando sullo sfondo un’epoca di cui tratteggia i tratti salienti, senza rinunciare ad aneddoti gustosi – aneddoti che tuttavia non sono mai fini a sé stessi, ma sempre mirano a illuminare un carattere, un preciso momento, un fenomeno. Tutto questo è fuso in una prosa di grande limpidezza, in cui solo si riesce dopo aver studiato un certo autore praticamente per tutta la vita. Si imparano molte cose, leggendo questo libro, quasi senza accorgersene, proprio perché la si legge un po’ come un romanzo – e del romanziere, che anche Fiorentino è (si veda per esempio qui), si ritrovano nella scrittura alcuni trucchi, come quello di lasciare a volte chi legge con il desiderio di vedere cosa accadrà subito dopo, o di chiudere un paragrafo con un piglio definitivo, senza indugiare nel commento.
Gli ho rivolto qualche domanda.

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Lei si è formato, ha insegnato e ha fatto ricerca partendo dall’assunto che l’opera è altro dal suo autore: in che modo allora conoscere l’uomo Balzac ci può essere utile oggi per leggere e, in seconda istanza, per studiare la sua opera?

Nella tradizione critica novecentesca, in particolare italiana e francese, c’è stata una grande diffidenza verso la biografia come strumento critico. La si è spesso riconosciuta soltanto come genere letterario. Penso invece che investa entrambi i domini. Nella mia biografia ho evitato qualsiasi ipotesi interpretativa del rapporto tra la sfera affettiva, soprattutto infantile, di Balzac e la sua opera. Ho descritto i suoi affetti e dolori più intimi, basandomi sulle lettere e i documenti, senza per questo voler trarre diagnosi psicanalitiche.  Non perché non ci si potesse avventurare ma perché – come diceva il mio maestro Francesco Orlando – bisogna diffidare della psicanalisi fatta ai morti. Infatti, credo ancora che non sia compito del critico ricostruire i caratteri dell’inconscio di un autore. Ritengo invece di grande interesse sapere come Balzac abbia nella sua vita fronteggiato numerose sfide – per lo più perdendole – prima di realizzarsi e realizzare la sua opera. La sua opera si capisce meglio se la si mette in relazione a queste sfide. Per esempio, perché abbandona la letteratura nel 1824, perché nei primi anni Trenta scrive racconti invece che romanzi, come si evolve il suo rapporto con Scott, cosa cambia per lui l’avvento del “roman feuilleton”? La Comédie humaine viene per sua natura percepita come sincrona. È stata invece scritta nell’arco di diciannove anni e in contesti letterari e situazioni private diverse. Ricostruire questi passaggi può risultare illuminante anche per l’opera, sebbene non esaurisca affatto l’interpretazione dei suoi romanzi, che continuano a interrogarci.

 

Nell’intervista uscita a novembre sul Venerdì di Repubblica descrive un paradosso: il fatto che uno dei fondatori del realismo sia anche uno dei pochi scrittori mistici della letteratura francese. In che modo?

L’opposizione tra un Balzac realista (tesi diffusasi a partire da Taine) e un Balzac visionario (secondo Baudelaire) ha caratterizzato a lungo la critica balzachiana. Oggi mi pare però archiviata. Balzac è entrambe le cose. In particolare, il suo rapporto con la religione è doppio: da una parte sostiene la religione ufficiale solo in quanto tiene buone le classi popolari, come antidoto alle rivoluzioni; dall’altra si riconosce nelle tendenze mistiche, in quanto colgono emozioni e sentimenti potenti. Balzac rappresenta la realtà con uno sguardo penetrante e spietato, ma intuisce che forze e capacità occulte – pensieri, volontà, aspirazioni, pulsioni- possono muovere gli uomini. È forse proprio questa sua doppia visione che gli consente di capire e rappresentare le energie impiegate nella grandiosa e terribile costruzione della nuova società. Non bisogna dimenticare che Balzac chiamava “studi” i suoi romanzi. Lui e il Marx della prima parte del Manifesto del partito comunista hanno capito quel che stava accadendo meglio di tutti.

 

Nella biografia, per descrivere Balzac, viene convocata a più riprese la categoria di “genio”, a partire dalle parole usate da Hugo al suo funerale. Quale aspetto della genialità di Balzac la colpisce di più? L’idea del ritorno dei personaggi, o magari la capacità, che lei sottolinea nel libro, di muoversi nella contraddizione senza ridurla a sintesi – di conservare insomma l’ambivalenza nei suoi personaggi, che è poi una caratteristica fondamentale della natura umana.

Balzac non è Mozart che prima di dieci anni aveva già composto pezzi memorabili, né Hugo che prima di vent’anni era già il più importante poeta francese. Balzac non nasce genio, lo diventa e lo diventa non solo creando un nuovo romanzo ma creando anche un pubblico che potesse capirlo e comprarlo.  Ci riesce grazie a varie esperienze e fallimenti che affronta con un’energia e un coraggio incredibili, commoventi. L’idea di creare un mondo e non solo un insieme di romanzi – La Comédie humaine – è un’impresa geniale, come pure geniale è la capacità di cogliere sempre il risvolto delle storie e dei caratteri, di vedere quello che gli altri non sono capaci di vedere.

 

Il finale è ricco di citazioni gustose: dal giornalista e critico Philarète Chasles, che nel necrologio lo definisce «un veggente», a Flaubert che, dopo la sua morte, affermerà «Che uomo sarebbe stato Balzac, se avesse saputo scrivere!». In queste pagine lei accenna anche all’esistenza di un «effetto Balzac» nella letteratura contemporanea: in cosa consiste?

Nel Novecento ci sono stati periodici inviti “a tornare a Balzac”, come pure non sono mancate liquidazioni della sua opera: Robbe-Grillet condannava come balzachiana tutta la tradizione romanzesca francese precedente al suo “Nouveau roman”. Ma mentre le opere di Robbe-Grillet marciscono nelle bacheche dei bouquinistes, quelle di Balzac sono ancora una lettura inevitabile anche per gli scrittori.  Oggi l’effetto Balzac mi pare si ritrovi in quegli autori che si propongono di rappresentare come e dove sta andando il mondo in cui viviamo; che sono mossi da una istanza di conoscenza e non da un ideale di bella scrittura; che non pretendono di parlare del mondo scrivendo di sé stessi. Se devo fare un nome solo: Houellebecq.

 

➨ AzioneAtzeni – Discanto Diciassettesimo: Andrea Breda Minello

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Azione Atzeni – Discanto Diciassettesimo: Andrea Breda Minello

Discanto Diciassettesimo*

Centouno falchi avevano seguito la sposa al castello pisano e nidificavano in alto, fra i merli. Sardi, aragonesi e viaggiatori vedevano dalle piane il castello nero e i falchi che volteggiavano. Si tenevano lontani.

da Passavamo sulla terra leggeri di Sergio Atzeni

Su Componidori

di

Andrea Breda Minello

A braccia aperte, lungo la linea orizzontale delle scapole, alla pari delle ali spiegate dei falchi, su Componidori attende la vestizione da parte delle massaieddas, tre giovani donne non sposate, vergini, che cuciono su misura l’abito regale, prima della Sartiglia. La supervisione è affidata alla massaia manna, è lei a presiedere il rito. La donna è la moglie dell’Oberaiu Majoris o del Majorale en Cabo, maestri del gremio dei contadini e dei falegnami, le corporazioni di mestiere di Aristanis, gli unici a poter indicare la persona che diventerà il re-regina di maggio ad ogni Carnevale.

***

In realtà, ogni anno verso l’inizio di ottobre, con il sopraggiungere dell’autunno, in preda a uno smarrimento dettato da una notte abitata da sonno incerto e da visioni di stormi in volo, i capi-delegazione dei gremi abbandonano le loro abitazioni, escono da Oristano e si recano verso Sud, in direzione Medio Campidano, quasi ai piedi dell’Alta Marmilla: la meta è Sardara, il Castello di Monreale. Della sua magnificenza medievale resta l’imponente perimetro murario, le otto torri, da cui si può ammirare il paesaggio sino al Golfo degli Angeli e il mastio, che ancora oggi svetta indisturbato sulla campagna. I due uomini, guidati dall’istinto e dagli astri, lasciano la città alle loro spalle, dirigendosi alla piazza dove sorge Torre Mari, e si inoltrano in aperto spazio sui loro destrieri, provenienti dalla Giara di Gesturi, cavalli possenti e indomiti, bardati e pronti a partire all’impresa, che li vedrà comprimari in quelle ore segnate. 

I due galoppano indefessi, senza sosta, come fossero impossibilitati a fermarsi, come se fossero indotti da forze superiori e arcane ad ubbidire a un disegno, al disegno de su celu mannu

Dopo aver percorso la salita alla collina di Monreale, costellata di olivastri, all’arrivo lasciano i due fidati animali al pianterreno dell’edificio, accanto alle cisterne, dove ancora possono abbeverarsi, vigilano in questa notte di incantamenti e segni: poco distante dai silos e dalle botti c’è su brocci, il cunicolo infestato dalle mosche mortali, guardiane più oscure e temibili di Anubi, che ostacolano il tentativo di profanare il mitico tesoro, custodito nel sentiero sotterraneo, che collega il Castello alla gloriosa Capitale del Giudicato. 

Gli uomini, avvolti nel pastrano di orbace e con sa berrita d’ordinanza, intraprendono la scala a destra del secondo cortile e salgono al mastio cieco, non ci sono più le stelle a rischiarare il cammino eppure continuano a salire, anche se non ci sono feritoie, le pietre sono spesse, il gelo penetra nelle ossa. La torretta si erge a difesa e a simbolo di maestosità e potenza, sfidando il cielo stesso: luogo di protezione e di forze primordiali. La giudichessa Eleonora aveva reso la torre principale la dimora dei suoi amatissimi falchi, che, liberi di entrare e uscire a piacimento, illuminavano il luogo all’amata amica e confidente, grazie all’anello attorno alle orbite oculari e alla loro cera cangiante, celeste o giallo intenso, maschio o femmina, poco importa. Gli astori di Eleonora spiccavano per eleganza e grazia, ma potevano diventare armi di difesa micidiali in caso di pericolo o di minaccia mortale, rivolta alla loro regina. Tutto ciò accadeva in un’epoca immemore, di cui resta traccia nei racconti delle anziane e dei folli, perché tali sono considerati oramai gli ultimi custodi del tempo.

Eppure il buio non è davvero tale, più i due uomini salgono, più sembra ai loro occhi di intravedere un bagliore, un’intermittenza della retina, faticano in preda al sonno, temono di essere posseduti da spiriti, che li conducano verso la perdizione, sanno solo che devono continuare a salire. Non hanno paura, hanno una missione da portare avanti, anche se non ne conoscono lo scopo, obbediscono a forze più grandi della ragione. Ed ecco che sul terzultimo gradino immobile, a guardia del mistero, appare un falchetto, che scruta dentro le loro anime. 

I due uomini vedono, per la prima volta vedono, non si stupiscono nemmeno quando l’oscurità viene stracciata dall’orbita luminosa del piccolo araldo delle distese celesti. 

Un attimo, la coltre è stracciata, sono scaraventati nel mito, immersi nella verità del sogno.

Condotti e sedotti dalla presenza misteriosa del piccolo rapace vivono epoche passate, vite sedimentate e dimenticate che esistono solo lì, in quell’istante in divenire perpetuo. Le loro gambe sembrano cedere, le membra dissolversi, non temono, si lasciano abbandonare al destino scritto da  elementi ancestrali, approdano all’origine del mondo.  

Vorrebbero parlare, interrogare la sentinella del castello, ma non possono, no, non è concesso loro di emettere suono alcuno. 

La luce emessa dalle orbite dell’antico messaggero è intollerabile. L’astore, che sembrava immobile, mutato quasi in una statua di sale, finalmente si muove, nasconde il capo tra le piume, tutto torna ad essere scaraventato nel buio degli inizi, lì dove si sono formate le galassie; lentamente dispiega le ali, spalanca il coriaceo rostro variopinto, un vento caldo avvolge gli uomini, li solleva e li trascina giù, giù, a ritroso, nello spazio e nel tempo. 

Perdono conoscenza di sé.

Si risvegliano, infreddoliti, a terra, accanto a una delle tante sorgenti del luogo, sono alle pendici del Monte Arci, adagiati sul manto muscoso di s’Acquafrida, terra di caccia prediletta nei secoli trascorsi dai signori del Giudicato. I destrieri, ammansiti, si cibano dei licheni, che costellano le cortecce delle sughere.

Non hanno tempo di interrogarsi a vicenda, ormai è tutto chiaro. 

È quasi l’alba. 

Ora sanno, conoscono la loro missione.

Il falchetto non li ha abbandonati. È adagiato su uno dei rami di un imponente elce, pronto ad avverare e a rinnovare la profezia che da generazioni si perpetua a inizio autunno. L’ultima compagnia, la prediletta della Giudichessa Eleonora, è pronta: spicca il volo, si posa prima sulla scapola sinistra dell’Oberaiu Majoris, poi su quella destra del Majorale en Cabo; i due uomini sono circondati dagli esseri fatati del bosco: cinghiali, volpi, conigli selvatici, ghiandaie e poiane convivono in quel momento in armonia, spettatori mansueti e obbedienti del rito, che si sta per compiere. 

L’anello e la cera de su falchittu mutano a seconda dell’esser rivolti a l’uno o all’altro uomo e risaltano la livrea dell’apparente esile corpo, il petto rossastro è intervallato al bruno, come i mustacchi e la gola, le guance assumono la loro colorazione consueta, quel crema simbolo di fierezza e costanza, pegno di fedeltà e protezione verso tutte le creature del mondo. 

Questo è il regno delle infinite combinazioni della natura.

Il rapace apre il becco e deposita fra le labbra dei due uomini una mistura di euphorbia e grano, che servirà a perpetrare la magia: masticandola, sapranno chi sarà destinato, chi sarà destinata a diventare il nuovo Componidori, re-regina di maggio e a rinnovare la potenza ancestrale dell’amore. 

In preda a un’euforia, indotta dallo stato allucinatorio del cibo donato, i due danzano, danzano fino allo spuntare di Lucifero, poi, come nulla fosse stato della notte, dimenticano gli avvenimenti, confusi si chiedono cosa sia accaduto, salgono sui loro cavalli con un’unica certezza: hanno fretta di raggiungere le abitazioni, di cambiarsi, di riposare, ma prima di arrivare a destinazione, rovistando nel pastrano in cerca di un sigaro da fumare, in piena corsa, si accorgono  della presenza nella tasca del coietto dei ramoscelli di ginepro, delle spighe, e dei chicchi di vernaccia, un’offerta da affidare alle future anime prescelte a guidare la corsa della Sartiglia, alla conquista delle stelle.

Il falchetto si è elevato, controvento, ad altezze che sfidano le leggi del cielo. 

Ora sa che per un altro anno rivivrà nelle gesta e nell’esistenza dei re-regina di maggio. 

Ora sa che può tornare felice a casa, a sa domu de su sonniu.

 

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012  

Si può seguire il PODCAST su:

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Patrizia Valduga: «Ma ho scritto tutto. Ho chiuso la partita.»

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di Patrizia Valduga

È uscito per Einaudi Lacrimae rerum, l’ultimo, magnifico libro di poesia di Patrizia Valduga. Pubblico qui alcuni estratti dall’opera.

***

 

Qui ci snervano sempre con allarmi…

s’inventano un nemico e compran armi.

 

***

 

Sempre con le tue angosce… sempre in lutto….

Che cosa vuoi ancora? Ho scritto tutto.

Va’ via di qui, va’ a farti una vacanza!

Eterna infermità della speranza!

E dove diavolo dovrei andare?

Su, dunque, dài, insisti a smorteggiare,

con le tue angosce, con il tuo Giovanni….

E anche con me… così avanti negli anni

e così tanto indietro con la vita…

Ma ho scritto tutto. Ho chiuso la partita.

 

***

 

Sunt lacrimae rerum… Piangi, Patrizia,

piangila l’ingiustizia, ogni ingiustizia!

 

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Senza passato non c’è più futuro:

tutto sputo del tempo, spurgo impuro

di tempo che va, che viene e si annulla

dentro l’immensa vanità del nulla…

 

***

Su, fa’ fagotto, affretta la tua fuga!

Va’ a Venezia, va’ a morire, Valduga!

 

La storia della pedagogia

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di Angelo Calvisi

[Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto dal Neopentamerone di Angelo Calvisi, declic edizioni 2025]

Giace sul letto colossale il padre rantolante, precipitato da scaletta in alluminio mentre a cavalcioni del parapetto di sicurezza riordinava una mensola del box, sgangheratosi la colonna vertebrale in due punti, fratture irrimediabili come nel film L’incompreso che gettano nello sconforto i famigliari e trasformano ogni gesto dentro casa in un sospiro, qui, quando regolata da ferrea turnazione si avvia la processione delle visite condominiali, li chiamano amici ma sono semplici conoscenti che vengono a salutare il moribondo, li chiamano amici perché abitiamo in un comprensorio dove ci vogliamo tutti bene, dice sua moglie Wanda che poi è la mia matrigna, dove è come esser tutti parenti, conferma lacrimando, tirando su col naso, e comunque anche noi, la Wanda, io, le mie due sorelle, ci atteniamo alle tempistiche indicate e seguiamo i diktat del cerusico di non farlo affaticare, di non farlo emozionare, e io adesso dovrei esser colto da umana pietà e di punto in bianco dimenticare per sempre la prosopopea e le urla, gli schiaffi che mio padre mi ammollava fin dall’asilo e che ammollava anche alla mamma, che almeno lei se l’è data a gambe, scappata col maestro di tennis quando io avevo anni quattro, e c’è chi poi l’ha vista a far la bella vita a Gran Canaria, il fratello di mio padre giura invece che ha aperto un rifugio alpino in quel di Canazei, quanto a me non so più neppure che faccia abbia, scomparse tutte le foto dai cassetti, mio padre ha fatto piazza pulita, il padre mio azzimato come un principe rinascimentale ma rustico nei sentimenti come un facocero, mai un insegnamento sulla modalità di cesura della barba, per esempio, mai una lezione di scuola guida, mai presentatosi alle scombinate recite delle elementari dove inspiegabilmente mi assegnavano sempre la parte principale e soprattutto mai mai mai una defezione sul divieto di bere vino o qualsivoglia blando alcolico, guai al mondo il bastardo bacchettone, e forse è per questo che per reazione sono diventato alcolista una volta compiuti undici anni, dopo aver occupato il mio banco alle scuole medie che si trovano in questo stesso comprensorio, sempre tutti parenti, sempre vicini io e mio padre, vicini i nostri corpi ma una distanza tra me e lui al quadrato, è stato un padre alla seconda, un secondo padre, giocavo con le parole raccontando la mia disgraziata storia famigliare a qualche compagnuccia che poi la spifferava a tutta la classe, e magari davvero fosse stato un secondo padre, di quelli che si leggono nelle interviste ai campioni dello sport che rammemorano i buoni allenatori dei loro esordi, mio padre no, sberle educative, và e sarebbe stato ancora niente se due minuti fa non mi avesse sputato in faccia il suo estremo lascito, al mio turno di visita, la sua unica carezza sulla mia sguarnita guancia di quattordicenne, l’insostenibile fardello sussurrato sul cuscino fatidico, il comandamento di prendermi cura della Wanda e delle mie frastornate sorelle.

Il Novecento secondo Nicola Vacca

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di Romano A. Fiocchi

Il titolo dice già tutto: Mi manca il Novecento. Libri, scrittori e altre divagazioni (Galaad Edizioni, 2024). Per quanto possa sembrare un saggio, è in realtà un libro nostalgico, un gesto d’amore. Nicola Vacca ci racconta il suo Novecento e non esita a chiamarlo adottando l’espressione coniata da Hobsbawm: ‘il secolo breve’, ossia il secolo che si condensa nel lasso di tempo tra lo scoppio della Grande Guerra e la caduta dell’Unione Sovietica. Certo, in 181 pagine lo scrittore pugliese non ha la pretesa di raccontarci tutta la letteratura del Novecento, tanto meno di riassumerla con una selezione meditata degli autori che più la rappresentano. Vuole piuttosto trasmetterci l’entusiasmo delle sue letture, delle sue ricerche, dei suoi studi, il suo senso di appartenenza – sia cronologico sia passionale – al secolo più travolgente della storia occidentale, nel bene e nel male. Soprattutto vuole che la sua ricchezza letteraria non vada dimenticata attraverso omissioni e rimozioni.

Scrittore, intellettuale, critico militante, da tempo Vacca si prodiga in un’instancabile operazione di divulgazione del Novecento, non sistematica ma sincronica: scrive su giornali cartacei, riviste on-line e blog, organizza eventi, pubblica libri (Sguardi dal Novecento, 2014; Lettere a Cioran, 2017), ne progetta altri: è appena uscito, sempre su Emil Cioran, L’uomo perplesso, edizioni Qed. In questo Mi manca il Novecento, volume maneggevole e di agile lettura, raccoglie i suoi articoli pubblicati su svariati periodici, su carta e in rete, integrandoli con appunti personali e citazioni di altri critici, sempre alla ricerca della frase illuminante che focalizzi l’essenza di una poetica.

Il libro è composto da cinquantadue capitoli di circa due pagine e mezzo ciascuno. Passa così in rassegna ventisette autori italiani e diciannove stranieri (a qualcuno dedica più di un capitolo, tre addirittura a Pier Vittorio Tondelli che considera «il cuore degli anni Ottanta»). Il Novecento di Nicola Vacca è fatto soprattutto di scrittori italiani ma sottintende quanto la letteratura italiana del periodo sia un impasto di scambi culturali europei e non solo. Non per nulla si parla di Proust, Joyce, Camus, Kundera, Céline, Carver e così via fino all’amato Cioran. Si notano assenze di rilievo, c’è ad esempio Carlo Levi ma manca Primo Levi, tra i poeti non si vede Montale, tra gli stranieri neppure un accenno a Herman Hesse, tanto per fare qualche nome illustre. In compenso affiorano autori misconosciuti e in apparenza poco rappresentativi che andrebbero invece sottratti all’oblio, come Luigi Compagnone, che Vacca definisce «una delle più intelligenti, caustiche e acute voci partenopee». O un altro napoletano, Velso Mucci, citato in più occasioni da uno storico della letteratura del peso di Natalino Sapegno. Oppure ancora il russo Osip Mandel’štam, condannato ai lavori forzati e morto in un Gulag a Vladivostok, i cui versi sono giunti a noi grazie alla sua compagna di una vita che li aveva mandati a memoria.

Insomma, Mi manca il Novecento è una piacevole carrellata emotiva tra autori noti, notissimi e meno noti. Non è esaustiva, lo si è capito, ma neppure vuole esserlo: sono i ricordi di un lettore innamorato del ‘secolo breve’. Si va dal «grande romanzo civile» di Antonio Tabucchi a Ennio Flaiano, «anatomista dell’interiorità e osservatore di costumi». Quindi Pasolini, la nostra «coscienza critica», Sciascia, «eretico e politico sempre dalla parte della libertà», il Guido Morselli di Dissipatio H.G., che «cammina tra le macerie del mondo estinto», Daniele Del Giudice, con l’intuizione folgorante di un romanzo come Lo stadio Wimbledon. Poi Dino Buzzati, Tommaso Landolfi, Gesualdo Bufalino, Curzio Malaparte, Alberto Moravia, Piero Chiara, Luciano Bianciardi, sino a giganti come Pirandello e Svevo, mescolando scrittori e poeti (poeti italiani del calibro di Lucio Piccolo, Vincenzo Cardarelli, Leonardo Sinisgalli, Attilio Bertolucci, Antonio Porta, Roberto Roversi, e poeti stranieri come Paul Éluard, Rafael Alberti e Vladimir Majakovskij, quest’ultimo suicida con un colpo di pistola al cuore), ma anche scrittori sui generis come quell’«autentico e viscerale demolitore dell’esistente» che è Carmelo Bene, «il nostro Artaud». Con Céline non ha mezze parole: «Quel grande figlio di puttana di Louis-Ferdinand», così intitola il capitolo a lui dedicato. Ma c’è anche il Pasolini critico letterario negli anni della collaborazione al settimanale «Tempo», pronto a stroncare senza pietà pur di rispettare la sua estrema correttezza: «Quando recensisce un libro non serve altro se non la sua coscienza di uomo e di lettore, che non è altro che un lettore tra i lettori».

Proprio perché salta dalla letteratura da viaggio di Bruce Chatwin a quella monumentale di Thomas Mann conservando un taglio tra divulgatore e giornalistico, Mi manca il Novecento è un libro che si legge con piacere e leggerezza, suggerisce nuove letture ed evoca reminiscenze di altre, spinge a tornare ad aprire vecchi e amati volumi come quella sorta di bibbia letteraria che è per me la Guida al Novecento di Salvatore Guglielmino. Il libro di Nicola Vacca, dunque, compie egregiamente il suo scopo: ricordare alle vecchie e alle nuove generazioni tutto un patrimonio letterario di alto o di altissimo livello di cui dobbiamo – no, non certo copiare le idee, perché ogni tempo ha le sue – ma conoscere e studiare. Il volume si chiude così con un autentico ordine perentorio: «Il Novecento letterario italiano non si può archiviare».

Il club del lettore: Guerriero, «La chiamata»

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New York Public Library Archives, “Books discharged here, Books charged here“, 1875

di Davide Orecchio

Diceva il saggio: “I refuse to join any club that would have me as a member”. Ma questo club di lettura ha un solo membro, e mi tocca accettarlo. È lui a dettare le regole riguardo la scelta dei libri dei quali brevemente e intempestivamente (una volta al mese… una volta all’anno…) parlare; e non è detto che siano freschi di stampa.

Non è per niente semplice scrivere qualcosa di nuovo sulla dittatura argentina (1976-1983). Leila Guerriero con La llamada (La chiamata, Sur 2025, traduzione di Maria Nicola, già recensito qui su Nazione Indiana da Gianluca Veltri) l’ha fatto in un volume interminabile e denso come le vite e le storie che racconta. Interminabile eppure, leggendolo, si desidera che non finisca. 

La storia ruota attorno a una protagonista, Silvia Labayru, giovane militante montonera catturata e imprigionata nell’Esma a 20 anni. Lì dentro partorirà una figlia, sarà torturata, violentata, sarà ripetutamente usata come oggetto sessuale dai militari e persino dalla moglie di uno di loro. Sopravviverà e, una volta fuori, subirà uno stigma quasi trentennale, “colpevole” in fondo solo di non essere morta, e accusata di avere collaborato con i militari. 

Labayru era una ragazza bellissima: forse questo l’ha salvata. O forse la salvò la sua estrazione sociale e culturale: borghese, figlia di un militare, colta, adatta quindi a essere inserita nel progetto di “recupero” che gli uomini di Massera concessero a poche centinaia di detenuti invece di assassinarli.

La chiamata è però una narrazione di alto giornalismo che sarebbe fuorviante ridurre a testo sugli anni della dittatura. È molto di più perché racconta la vita di Labayru fino a oggi, e tutte le vite che del suo mondo fanno o hanno fatto parte (compagne e compagni, carnefici, parenti, amanti, mariti, amiche…) grazie a una costellazione di interviste e allo studio accurato dei materiali di archivio.

Ha spiegato l’autrice in un’intervista al Fatto Quotidiano: “Sin dall’inizio sapevo che non sarebbe stato un libro sugli anni Settanta e sulla reclusione di Silvia nella Scuola di meccanica della marina, ma il ritratto di una persona. Una donna con contraddizioni, con luci e ombre, complessa. Tutto quello che mi raccontava sulla sua vita dopo la Esma, mi risultava estremamente magnetico”. 

Le interviste sono durate quasi due anni. Sono scrupolose e spesso misteriose. Sembrano sedute di psicoterapia. Ci si muove tra Argentina e Spagna (terra di esilio, quindi seconda patria per molti anni), e tra passato e presente. Si ha spesso l’impressione di scoprire gradualmente il ritratto di più donne in una. La giovane militante, la prigioniera, l’esule, la donna che oggi parla e ha sempre una posizione “laica” sul passato. Nessuna nostalgia o idealizzazione, in Silvia Labayru. Anzi una forte e inconsueta autocritica rispetto alla militanza e alla violenza politica degli anni Settanta.

In fondo lo si legge accanitamente soprattutto per questo, La chiamata: c’è una persona/personaggio enigmatica, ripetutamente inseguita dal resoconto, dalle parole, dalla ricerca di una verità sempre veloce e sfuggente, quindi mai raggiunta appieno.

Forse di verità, per il lettore, alla fine ne restano solo due. Quei poco meno di due anni passati dentro l’Esma da Silvia Labayru sono una tempesta magnetica/biografica che, oltre a lasciare cicatrici fisiche e morali, ha creato una vita perpetuamente inquieta e oscillante, un destino di bussole impazzite nonostante le “cose salde”: mariti, figli, amiche e amici, lavoro. E poi: Silvia Labayru è stata una vittima, nient’altro che una vittima.

Durante la prigionia (con alcune possibilità di uscire dall’Esma, anche questo è un aspetto originale del resoconto) Labayru fu costretta ad assumere l’identità fittizia della sorella di Alfredo Astiz, ufficiale della Marina infiltrato nel gruppo delle Madres de Plaza de Mayo, prendendo parte a un’operazione repressiva che si sarebbe conclusa con la sparizione di tre madri e di due suore francesi. Questo non le è stato mai perdonato. Il tema del tradimento, della collaborazione. Ma il vero tema era un altro: il sequestro, la violenza, la minaccia, il ricatto (Labayru aveva una bambina da difendere, una famiglia, non era libera).

Il rifiuto è durato decadi, e ha iniziato a incrinarsi solo dopo che, all’inizio degli anni Dieci, Labayru ha portato in tribunale i suoi violentatori, e ne ha ottenuto la condanna. A proposito del “rifiuto”, Guerriero osserva (sempre nell’intervista al Fatto): “Chi l’ha subito, racconta sempre la stessa cosa: oltre alle torture e alle violenze, ha dovuto affrontare il silenzio, lo stigma e l’allontanamento da parte dei propri compagni. Era una doppia punizione: una imposta dalla dittatura e un’altra inflitta dal proprio ambiente. Nel caso di Silvia, è stato più duro. Molti la guardavano con sospetto, come se fosse stata una collaboratrice ma ovviamente non lo è stata. Era una vittima come tutte le altre, solo che le era toccato in sorte qualcosa di ancora più perverso”.

La chiamata è un libro prezioso perché dà voce a chi c’è ancora. I morti non possono parlare. I vivi sì. La loro testimonianza è inestimabile.

Letture correlate
Marta Dillon, Aparecida, trad. Camilla Cattarulla, Gran vía 2021.
M.Actis, C. Aldini, L. Gardella, M. Lewin, E. Tokar, Le reaparecide, trad. Fiamma Lolli, Stampa Alternativa 2005.

La Chatte di Colette, o della ricerca della gatta interiore

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[Per L’Orma è uscito La Gatta di Colette nella traduzione di Maria Laura Vanorio. Pubblico uno stralcio della postfazione di Daniela Brogi al volume, intitolata Dov’è Saha? La Chatte o della ricerca della gatta interiore. ot]

 

di Daniela Brogi 

La Chatte è una narrazione misteriosa, proprio come un gatto. Possiamo veramente definire questo breve romanzo un testo felino, anche in senso tecnico, per come riesce a sfuggire, sgattaiolando, senza mai farsi afferrare da una definizione unica – ma si sa: i gatti sono creature che amano nascondersi, essere cercate senza rispondere, e in più detestano le porte chiuse. Di cosa parla, infatti, questa storia uscita in volume nel giugno 1933, dopo essere apparsa in nove puntate sul settimanale «Marianne», a partire dal 12 aprile? Cominciamo a fissare delle risposte. La Chatte racconta un ménage à trois, ma tutto particolare – è proprio il caso di dire sui generis – perché, seguendo i passaggi costruiti dal testo, la coppia vera al centro del racconto è quella formata dal giovane Alain e dalla sua adorata gatta certosina, Saha. Vivono a Neuilly-sur-Seine, a circa quaranta chilometri da Parigi, assieme alla madre di Alain, in una villa residenziale di famiglia circondata da un bel giardino. Questo idillio amoroso reciproco e regressivo è però squilibrato dal fidanzamento e dal matrimonio di Alain con un’umana: Camille, una ragazza di diciannove anni, bella e di costumi moderni. In attesa che la casa di Neuilly venga ristrutturata per accogliere i due sposi, Alain e la moglie andranno a vivere in un appartamento a Parigi, dove a un certo punto arriverà anche la Gatta, facendo precipitare la relazione verso un punto di crisi irreversibile.

Il libro ha inizio aprendo lo sguardo in un interno notte, a una settimana dalle nozze, nella casa d’infanzia di Alain, dove una comitiva mondana che potrebbe essere uscita anche da un racconto di Fitzgerald, si sta attardando a giocare a poker. Ecco Camille, che entra in scena lottando («luttait») contro il sonno, e Alain, che invece ci appare sprofondato («vaincu») in una poltrona. Ignoriamo tutto, ancora, ma la prima pagina ci ha già consegnato uno schema a contrasto. Non sapremo mai perché l’uomo sia arrivato alla scelta del matrimonio, che sarà vissuta come un’interruzione traumatica del legame con l’adorata gatta. Probabilmente lui stesso ignora perché sia precipitato fino a questo punto – un po’ come accade a un gatto che cade nel vuoto; tant’è vero che la celebrazione delle nozze è assente dal racconto, che procede per quadri di ambienti interni e per ellissi, come se ruotasse attorno a un medesimo punto – questo effetto di vertigine e di movimento in tondo è confermato anche dalla struttura circolare del testo, che inizia e finisce nel medesimo spazio, sotto lo sguardo di un felino.

Abbiamo dunque un dramma amoroso triangolare ripensato alla maniera di una crime story piena di suspense, di specchi, di sospetti taciuti, di istinti delittuosi, di sguardi animali silenziosi e di ombre che si proiettano sui muri. Così, proprio come in un film noir anni Trenta, ecco allungarsi tra le pagine l’ombra sensuale di due femmine: il profilo di Camille, o la silhouette nera della micia sovrana Saha che, di notte, si staglia in controluce verso la luna piena, mentre da un balcone a strapiombo su Parigi aspetta il rientro del suo devoto suddito.

[…]

Lo spunto iniziale per la scrittura de La Chatte, come racconta l’autrice stessa in un testo del 1943 (Nudité, un altro gioiello), sarebbe arrivato dalla confidenza che le aveva fatto un giovane, sconcertato dal modo disinibito in cui la donna che aveva appena sposato si mostrasse senza niente addosso – come farà anche Camille con Alain. La Chatte, effettivamente, è anche il racconto di un’inconciliabilità tra un mondo maschile all’antica e sprofondato nelle belle maniere e nelle inibizioni del passato e un mondo femminile affamato di modernità e in fuga verso il futuro. È la storia di una crisi tra due giovani umani che – questo è interessante – non si detestano come accade invece ai vecchi protagonisti de Il gatto (1967) di Simenon; si vogliono anche bene, probabilmente, e sono entrambe persone gentili, non ancora incattivite dall’età. Purtroppo però non si intendono.

[…]

Descrivere non è occupare

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di Massimiliano Manganelli

Il testo di Daniele Barbieri su La scuola delle cose ha il merito di prendere sul serio gli interventi raccolti nel numero curato da Marco Giovenale; ha però il difetto, tipico di una certa tradizione polemica, di leggerli come se fossero il manifesto implicito di una nuova avanguardia. Ne risulta una discussione che attribuisce agli articoli – in particolare al mio – intenzioni normative e rivendicazioni di centralità che in essi semplicemente non compaiono.

Quando si parla di scritture di ricerca o di scritture non assertive non si sta occupando un territorio. Si sta tentando, più modestamente, di descrivere il funzionamento di alcune pratiche testuali. L’idea che ciò comporti una «retorica dell’esclusività» – con tanto di analogia bolscevica – dice più sul modo in cui continuiamo a pensare il campo letterario in termini di avanguardie e retroguardie che non sugli oggetti di cui si discute.

Anche la critica alla nozione di non assertività nasce da un equivoco. Non si tratta di una categoria vaga, sovrapponibile alla semplice apertura interpretativa (che riguarda, com’è ovvio, molta poesia di valore), ma di una nozione pragmatica. Non assertivo non significa interpretabile in molti modi, ma privo di mandato interpretativo. La differenza è pragmatica, non ermeneutica.

Il richiamo a Opera aperta di Eco, spesso evocato per liquidare queste posizioni come “già viste”, rischia di mancare il punto. Che ogni opera richieda cooperazione interpretativa è cosa nota da decenni; meno noto è ciò che accade quando la cooperazione non è più un effetto, ma una condizione di esistenza del testo. Non è un’intensificazione dell’apertura, è uno spostamento di piano.

Quanto all’esempio Arminio/Zaffarano, brillante ma fuorviante, il problema sta nel confondere testo e regime di funzionamento. Non è la stessa sequenza verbale a cambiare senso perché cambia il nome in copertina, è il dispositivo di lettura a essere diverso.

Sul tema dell’io, infine, il discorso di Barbieri arriva paradossalmente a confermare ciò che contesta. Se l’io è sempre una costruzione, un «teatrino pronominale», allora la sua riduzione non è un programma ideologico, ma un dato tecnico. Il problema dell’io non è morale né ontologico: è operativo. Trasformarlo in una bandiera – in un senso o nell’altro – significa spostare la questione fuori dal testo.

In conclusione, il testo di Barbieri polemizza con un’avanguardia che nessuno ha proclamato e smonta un programma che nessuno ha formulato. La ricerca non ha padroni, certo. Ma non per questo smette di produrre pratiche riconoscibili, dispositivi leggibili, modalità di funzionamento che possono essere descritte. Farlo non significa occupare il campo. Significa, più semplicemente, provare a capirlo.

In viaggio verso Casarsa

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di Massimiliano Gusmaroli

[Brano tratto da un racconto lungo, inedito, intitolato Verso Casarsa]

Nel buio dello scomparto del treno che mi porta a Trieste, continuo così ad ascoltare questa «roba», questi pezzi composti da dj, non da musicisti diplomati al conservatorio (benché il sintetizzatore vi sia ormai entrato come strumento riconosciuto); questa musica fatta di suoni che nessuno strumento di legno o metallo può offrire e che quindi bene si sposano con la mia idea moderna, e con le mie visioni. Un’idea avveniristica che è pur sempre melodica, a quanto pare. Forse si scoprirà un giorno che anche questa musica è destinata alla classicità, ed io questo già lo so, lo sento. Già la vedo nella sua potenza ancora incompresa tenere testa fieramente al Requiem di Mozart. Questa roba pur derivante da una cultura massiva e atomistica, caotica e informe, né umanistica né ordinata, ma che potrebbe suonare l’alba di un nuovo umanesimo. I cui suoni, pur deliranti e alienanti, pur performativi, sono forse a maggior ragione le note di una moltitudine che non è più una società, di una progenie occidentale orfana della società, in cerca di padri, di maestri, cioè di una società. Proprio come dei religiosi in cerca di dèi, questi seguaci senza guida, i cui moventi, pur edonistici e orgiastici, sono forse una nuova domanda di umanità e di storia. Ma questo simbolo musicale non riguarda solo una generazione di giovani sbandati, come dicono i sociologi laureati, bensì attiene, come tutto il resto, a tutti noi cresciuti nei decenni della Destituzione di tutto. È sicuramente così! come spiegare altrimenti le sensazioni che questa roba accende nelle mie orecchie fin nel mio animo seriamente pasoliniano? Laggiù, nel mio spazio profondo, là dove proprio questa musica mi dice, forse, che la mia antichità è stanca. E non me ne voglia Pasolini, ché non è lui l’antichità, pur essendo «una forza del passato», o, se lo è, è anche la modernità. «Bisogna essere moderni», diceva. Forse anche per questo una musica del genere non mi slega da lui, ma anzi bene mi accompagna.

***

Casarsa della Delizia, nome che è una pura suggestione poetica. Luogo nativo della madre – il figlio vi apprese la vita rurale, la dolce «lenga furlana» e la passione politica; da cui pure fu bandito, per aver appreso il sesso. Mi ripeto allora, nel buio dello scomparto e nel sonno generale, quella breve poesia letta quand’ero ragazzetto di cui ho sempre ricordato a memoria i versi e che inizia con «Fontan d’aga dal me pais…». Commetterò forse degli errori, ma me la ricordo così.

Pasolini fu un poeta ben inserito nella tradizione. Non fu un Ginsberg. Tuttavia fu anche uno sperimentatore, un eclettico… sebbene rispettoso della tradizione. In fondo, con le sue modernità, non fu diverso da un Ariosto o da un Dante, ma proprio in questa «forza che viene dal passato» risiede la sua grandezza classica, che è per definizione durevole, resistente, giovane, e quindi moderna. Se dunque egli è stato il mio maestro, anzi «mio padre», come ho scritto sulle carte che consegnerò alla famiglia Pasolini, o al Centro Studi, eccomi dunque vagare con questa pasoliniana classicità in un mondo totalmente rivoltato contro ogni classicità, consunto e devastato dall’effimero come marchio primo del potere che lo tiene e lo organizza. E se come figlio di Pasolini sono dunque illegittimo davanti alla legge, per l’eredità che porto sono invece più che legittimo. 

La musica mi scorre nelle orecchie, ma provo il disagio di non aver letto nemmeno un po’ e di dovermi addormentare così, come fossi indifeso. Me ne sto nella tenebra dello scomparto a riflettere ma so che dovrei anch’io riposare, visto il viaggio importante. Dormire, come questi filippini intorno a me. Ma so anche che io non sono come loro. Rimango infatti in sospeso, dolcemente eccitato dal viaggio verso Casarsa e amaramente in contrasto con me stesso, tra questa musica elettronica per svagarmi, per perdermi, per farmi opaco, e questi libri che ho qui nella borsa e sempre con me per concentrarmi, per avermi, per farmi vigile. Lettore avido, poeta e uomo civile interessato alla politica (ex sindacalista, per otto lunghi anni della mia vita), con un Pasolini che riassume in sé il modello che ho scelto; ma al contempo anche un ometto con gli auricolari, felicemente bombardato, che forse vorrebbe risolvere la politica impugnando una pistola e non sa più se amare o disprezzare questi filippini, e quei contadini verso cui sta viaggiando, come se troppo stretta fosse la vita per contenere tutte queste contraddizioni!

A Bologna i filippini si organizzano, salutano ed escono, dopodiché, di colpo, entrano nello scomparto due enormi ragazzine che fino ad allora avevo visto dormire curve e infastidite prima sugli strapuntini poi, dopo l’ennesimo morso del sonno, stese nel corridoio tra i piedi della gente. Precedono l’entrata di una donnona, la madre, anch’essa di carnagione chiara e giallastra, capelli biondi, meno longilinea ma esattamente selvatica e turbolenta come le figlie. Subentrate immediatamente dopo gli ordinati e ortodossi filippini queste tre slave, con una tempesta di sacchi a pelo già srotolati e lunghe cosce e lunghe braccia nude occupanti i posti lasciati dai loro predecessori, mi sono sembrate subito lo stendardo più vivido della varietà umana e dello spettacolo di cui è semplicemente capace il mondo nella sua alternanza di nazioni e carnagioni. Nonché il simbolo del viaggiare!

Delle due figlie una è alquanto scontrosa con la madre, forse la primogenita, forse adolescente. Il trucco marcato intorno agli occhioni infantili e cerulei, un po’ sbafato dall’insonnia, il taglio di capelli scaleno e l’orecchino che ci parla di trasgressione: è facile ravvisare una tendenza punk ma senza volgarità né degradazione, senza conformismo né quel falso pretesto filosofico che lo sorregge, ovvero non com’è nella spenta, triste, volgare, conformista, ignorante e arrogante sottocultura punk e anarcoide che si vede e riconosciamo a Roma nei cosiddetti Centri Sociali Autogestiti – di cui pure sono stato e sono un frequentatore, se a volte essi coincidono con la sinistra migliore di questo Paese in cui siamo costretti a far vigere il meno peggio. Al contrario, questa ragazzina, pur con una fissa smorfia un po’ brutta e antagonista verso la madre, è uno spettacolo di salute e cura, nonché di giovanile bellezza intatta. Nessun capo d’abbigliamento sdrucito, nessun tatuaggio tribale e conforme, nessuna puzza di cane malato e baciato in bocca… Hanno ambedue le figlie stupende corporature sviluppate, pelli immacolate, se pure un po’ abbronzate, d’un pallore solo un po’ smarrito, forse per via di una vacanza a Roma. Scenderanno a Pordenone, lo hanno detto al conduttore che all’altezza di Padova ci ha obliterato i biglietti e che in un inglese che mi ha colpito per la sua sforzata e italianeggiante pronuncia, nella quale purtroppo mi sono riconosciuto, ha intimato loro di avanzare di due carrozze poiché a Venezia il treno sarebbe stato spaccato in due: un pezzo avrebbe proseguito per Trieste e un altro per Pordenone. 

Io devo arrivare alla fine. Non solo alla fine di questa tratta, a Trieste, ma alla fine dell’Italia, al confine. Luogo che vedo ameno e pronuncio con vigore, ma potrebbe benissimo essere del tutto insignificante. Tuttavia nella mia mente la parola «confine» produce significati e tutta un’accensione di vitalità. Anzi, oltre ai significati, mi procura un Senso.

Benché questa mèta sia estranea al viaggio pasoliniano e fuori dalla rotta di Casarsa comunque non è estranea al viaggiatore e fuori dalle rotte ideali dell’uomo che io sono, perciò è deciso: dopo Trieste prenderò la via per Gorizia e con un passo sarò dunque quasi in Slovenia.

Questo pezzo di treno sganciato e lanciato verso il confine, in cui ormai sono rimasto solo, a dondolare, a guardarmi ampio e compiaciuto nella mia solitudine anch’essa estrema, assume adesso questi significati e questo Senso del confine come dentro una simbolica coincidenza con me stesso, con la mia personalità di confine, per così dire, viaggiatrice da sempre tra ideali città, ai limiti di sé. 

Città interiori in cui la poesia è legge. Per cui anche questo vagone notturno, infatti, è adesso avvolto nel suo essere poetico, cioè nel suo essere ferroso e fatto di ferroso rumore, in questo vento fittizio e potente che è suo, in questa luce bassa e a tratti unica nella notte che pure è sua, come questo suo forzato essere su una rotaia, in una corsa poetica ma quasi penosa poiché consumata in vecchia poesia, la sua vecchia poesia di treno che va. Poesia in cui pure è concepito questo viaggio, del resto, dato che avrei potuto prendere un aereo fino a Milano o Venezia. Ed invece, questa sera, a sera ben inoltrata, ho lasciato la mia casa (quasi all’improvviso nella mia vita) e con uno zainetto leggero, ma anch’esso grave di poesie, mi sono imbarcato, a cuore alto, verso una Casarsa di poesie. 

Trieste mi è capitata sulla rotta, forte di Umberto Saba.

Saba è uno dei poeti che davvero stimo e amo; recentemente riletto, l’ho voluto perfino in regalo per il mio trentasettesimo compleanno, e qui, sul libro bianco, edizioni Einaudi (purtroppo), ho scritto una poesia che ho poi fatto agire in una mia «azione» offrendola direttamente dal margine della pagina su cui è nata. Sì perché io compio da qualche annetto delle performances che chiamo «poesie in azione» e sono testi scritti apposta o adattati da mie poesie per essere dati fuori dalla carta o dal tradizionale reading. Valga a spiegarmi meglio il testo del volantino-brochure dell’ultima di queste azioni: «Gli Angeli della Vita lottano contro i Demoni della Distruzione, sabato 26 febbraio 2011 ore 19:00 presso la Libreria Il Mattone a via Bresadola 12-14 (Centocelle, Roma) – in forma di poesia in azione – durata: 30-40 min. (?) dipende da come si svolge la lotta…».  Di solito agisco da solo, mentre qui ho chiesto a mio fratello (ex artista di strada, anche clown dottore) di interpretare il Demone della distruzione, il quale, aggirandosi per la libreria e parlando in versi, ha lottato così con l’Angelo della vita. Pubblicizzata dalla libreria e da qualche annuncio sui giornali locali, la poesia in azione si è quindi data nel buio di una sera di febbraio in una Roma non solo non avvezza a queste cose ma che addirittura sta cercando attraverso delibere comunali di distruggere l’arte svolta fuori dai luoghi comuni (la frase «luoghi comuni» è in questo caso perfettamente ambivalente). Già con il sindaco Rutelli una decina di anni fa c’era stata una regolamentazione tesa a ridimensionare l’arte di strada, che è l’altra metà del mondo: giocolieri, acrobati, fachiri, cantanti, musicisti, creativi vari, tra cui anche il Ponentino trio e Birdman, ma anche clowns e poeti – io stesso più di una volta nel 2009 ho messo un tavolo bianco in mezzo alla stazione Termini, indossato una camicia bianca, e là seduto con penna e fogli (bianchi) mi sono esibito nella «figura del poeta».

In questi giorni, con la giunta fascista Alemanno si parla addirittura di creare un «albo», un «tesserino di riconoscimento», e comunque a tutti sarebbe «vietato di esibirsi nei vicoli storici», ovvero dove gli artisti di strada si esibiscono. Queste le voci che corrono, che gli artisti con cui mi fermo a parlare mi riportano. Il motivo del mio interessamento? L’ho espresso poco tempo fa in una poesia dedicata ai saltimbanchi

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Albeggia, a Venezia il treno è stato spaccato in due ed io sono ancora qui; dal finestrino vedo il cartello ferroviario con il nome della città, poi case e lampioni; cerco la laguna ma non si vede; mi ridistendo sui sedili. Avrò forse dormito qualche minuto nell’arco dell’intera nottata. Alla discesa dal treno, ore 7:28, come dice il tabellone, già fa molto caldo e l’aria è immobile. La necessità di un filo d’aria mi fa pensare alla Bora di Trieste, il famoso vento, e così, alla biglietteria della stazione, a un impiegato allo sportello paffuto-occhiazzurri-capellibianchi-aspettoridanciano, in modo molto serio mi avvicino e dico: «Mi scusi, dove posso trovare la Bora?», e l’impiegato: «Mi dispiace ma in questo momento ne siamo sprovvisti.»

Trieste «ragazzaccio aspro», «di una grazia scontrosa», «con mani troppo grosse per regalare un fiore», «Trieste amore, con gelosia». Queste, bene o male, alla mia fallace memoria, sono le parole di certi tenerissimi versi sabiani, nei quali, dopo la tenerezza, subito mi colpisce l’aspetto strutturale: la rima fiore e amore, che come disse lo stesso Saba: «M’incantò la rima fiore amore, la più antica, difficile del mondo».

Siamo al 15 agosto, attraverso quindi una città alterata dalla feria. Sicuramente diversa dal suo solito; effetto di questa antica festa pagana mai così meritata e necessaria come in questo braciere cittadino. Roma è uguale: tutto il lavoro si ferma, un anno intero si placa, anche il consumismo.

Cerco un bar per fare colazione ma molte saracinesche sono abbassate. Un bar è aperto ma non serve nessuno, si sta pulendo; un altro si sta rinnovando; ne trovo infine uno in piena funzione normale, ma troppo in piena funzione normale, dato che una grossa, arrogante voce televisiva proviene dal suo interno, in cui entro. Mi volto verso l’alto (verso l’Alto), sulla destra, e vedo incombere un televisore immenso e sporgente dalla parete come un Cristo, dopodiché, voltandomi davanti a me, vedo al di là del bancone una barista molto giovane, ma più che una ragazza originale sembra una figura vista già infinite volte nel nostro Paese: il taglio di capelli obbediente a una moda comune fino alla banalità più estrema, la maglietta nera più ordinaria, il linguaggio decaduto e come devoto alla normalità più normale, il gesto anch’esso sciatto, spossessato, come non guidato da sé, alieno alla giovinezza della ventenne così come nemmeno aggraziato dal lavoro, ma puramente volgare. Una volgarità, però, appena conquistata, appena perfetta. Cerco di capire in che cosa consista questa volgarità, che subito così mi viene di chiamarla questa certa cosa che sta su alcune persone come un canone. Ma anche sulle cose, come su quell’interno di bar, appunto, e che nella sua atmosfera adesso ingloba persino me, me che vengo portando la poesia, come un Angelo della poesia.

LEGGI, SCRIVI, CREPA: 3 articoli sulla crisi editoriale

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Amsterdam Orphan Girl (c. 1890 - c. 1910) by Nicolaas van der Waay More: Original public domain image from The Rijksmuseum

Di Renata Morresi

Tre articoli recenti, molto diversi tra loro, su conglomerati editoriali, sul cosiddetto mondo dei libri e la sua sempiterna crisi, e, più a latere, sui mestieri della scrittura. Ambiti tutt’altro che affini, nonostante le apparenze. Fanno pensare a quanto siamo sotto torchio, ma anche a quanto c’è da fare per uscire dal vicolo cieco.

Il primo, di Alessandro Gilioli su MicroMega, ricostruisce la vicenda del gruppo editoriale Gedi in via di dismissione, non senza umiliazione per il giornalismo italiano. Si vede un passaggio di mano in mano, da miliardario padre a miliardario figlio, fatto di partite di giro e giochi d’influenza che hanno progressivamente svuotato l’editoria del suo mandato fondamentale. Il valore dell’informazione giornalistica è diventato un elemento accessorio, o un perfetto ignoto per certi CEO che muovono ben altri volumi di denaro, oppure proprio un intralcio, tutt’al più uno strumento di distrazione e manipolazione.

Il secondo articolo, di Giulio Mozzi su Snaporaz, più ‘piccolo’ ma non meno tagliente, interroga invece la posizione della piccola editoria: stritolata da un sistema che non valorizza davvero libri, autori, confronti, esperienze, non costruisce dibattito culturale, non regge economicamente e/o a volte si rifugia in proiezioni ideali sempre più residuali. Visto che non ha senso rincorrere le masse e i prodotti industriali-digitali espulsi ai ritmi vertiginosi dell’immondizia, perché, suggerisce Mozzi, non torniamo a essere luogo di pensiero, non ci occupiamo di quello che un senso invece ce l’ha?

Terzo e ultimo, il pezzo di Francesco Quatraro apparso sul Tascabile, che spiega bene dove ci troviamo: qui, dove l’informazione produce o comunicati stampa o sensazionalismo, l’editoria commerciale vive gonfiando la propria bolla, e le persone, non importa quanto stralaureate, si arrabattano per sopravvivere, magari investendo in un fantomatico prestigio che non porta mai reddito, in “un sistema, insomma, che si autosostiene proprio grazie alla sua inefficienza” (Quatraro).

E spesso ci ritroviamo a sciorinare giù colpevoli: il pubblico, capre, ignoranti, l’analfabetismo di ritorno, o l’alfabetizzazione di massa, e tutti vogliono scrivere, signora mia non c’è selezione e dove sono i critici e Benedetto Croce eccetera oppure i cellulari, il deterioramento cognitivo, l’intelligenza artificiale e via dicendo. Ma è inutile cercare l’intruso che detiene la colpa della debacle: “la sovrapproduzione, l’autoreferenzialità e la dispersione non sono anomalie, ma esiti prevedibili di un sistema” (Quatraro). Sul suo facebook Christian Raimo fa notare quanto queste riflessioni facciano infuriare e mostrino “l’evidente bisogno di più sindacalizzazione” per chi lavora nel giornalismo, nella distribuzione, per gli oligopoli editoriali. Certo, ma anche l’opera sindacale deve essere consapevole delle peculiarità del lavoro di conoscenza e delle sue innumerevoli modalità di sfruttamento.

Forse c’è stato un “periodo d’oro” dell’editoria, dell’università, del giornalismo, della lettura, di cui mi pare di aver vissuto, un tempo, gli ultimi indizi di esistenza. Forse è stato esattamente questo: un periodo. Continuare a rincorrerne le condizioni materiali e simboliche rischia di essere un esercizio sterile. Quello che invece ha ancora senso è ricercare profondità, competenza, densità critica, ma incarnate in forme nuove: non necessariamente individuali, non necessariamente riconducibili al Libro come entità superiore e autosufficiente, al genio solitario identità di un’epoca, il viandante illuminato che ci dice a cosa credere, la verticalità zzzz.

Questo mio è un esercizio immaginativo, non ho soluzioni di sorta, anzi. Sono solo una persona che scrive, ogni tanto, poesia, un genere senza pubblico, senza mercato e spesso senza libro stampato. Sono una persona che facilita altr3 nel fare i loro libri di poesia, curando una collana di libri “rich and strange”, ma che dire di nicchia è poco; una persona che lavora nell’accademia e insegna letteratura attraverso libri spesso non tradotti o non trovabili in italiano, e, infine, che si colloca, come tanti practitioners da queste parti, dentro un osservatorio diffuso, sempre più consapevole di alcune contraddizioni strutturali. Per esempio: creare compratori di libri non significa creare lettori, come dice Martina Testa; fatturare sempre di più per ottenere credito e mandare avanti la baracca produce una bolla che finisce per soffocare l’intero ecosistema; i large language models verranno (sono già) sfruttati per scrivere/tradurre a ritmi inauditi, per produrre infotainment che ci scivola addosso, per generare sempre più testi scritti da nessuno e che nessuno leggerà.

Che fare, allora? Da un lato, certo chiedere di porre un limite all’invasività di strumenti che concentrano potere e ricchezza nelle mani di pochi tycoon digitali, ormai più forti di molte nazioni. Non possiamo (non dovremmo, non avremmo dovuto) ammettere che tutta la sfera della conoscenza – di cui il mondo dei libri è solo una parte – sia dominato da questi strumenti. Ahi. E dovremmo, credo, provare a immaginare progetti nazionali, anche per i libri, che abbiano un respiro più ampio dell’attuale navigazione a vista, o meglio, con l’acqua alla gola. Dall’altro, direi, sarebbe opportuno evitare ogni tentazione restaurativa: niente corporazioni, niente recinti identitari, nessun ritorno mitizzato a un passato che non può tornare. Ho letto di un famoso poeta-accademico l’altro giorno che se ne va in pensione ‘in anticipo’ (a 69 anni) stanco, tra le varie cose, dell’inclusione. Capisco che le parole d’ordine possano diventare facilmente feticcio vuoto, ma leggere per l’ennesima volta la nostalgia del tempo che fu da parte di chi da quel tempo ha avuto tutto, ecco, dà un tantino sui nervi. E poi: il contrario di inclusione è esclusione. Vogliamo almeno problematizzare un poco? In nome di quello spirto critico ch’entro ci rugge? Anche le università umanistiche sono diventate dei luoghi fragili, lo sappiamo, sotto la pressione di standard opprimenti, definanziamento, richieste di marketing, settori che bramano di parassitarla, concorrenza foraggiata dallo Stato, crisi d’identità, ecc. Barra dritta sulla vocazione primaria allo studio come amplificatore di possibilità, va bene, ma senza i libri come compagni neanche la solitudine è virtuosa, e qua coi libri c’è più di qualche problema.

Forse la questione sta nell’accettare che la bolla non è più sostenibile, che il sistema va cambiato e riattraversato da saperi e artigianati più diversi, per esempio aprendosi a modalità nuove di produzione e condivisione: lavori collaborativi, progetti ibridi, attivismi localizzati, formazione divergente, integrazione e interscambio tra pratiche diverse, libri pure tradizionali, a bassa tiratura e ad alta intensità, archivi che li accolgano, gruppi leggenti da luoghi e istituzioni precipue e/o disparate che li ri-usino. In questo quadro, la lettura sarà forse inevitabilmente diversa da quella del 1957. Penso che rimanga importante, perché è una delle attività più potenti di costruzione della soggettività, del sapere e dell’immaginazione del futuro. Forse, infine, dobbiamo scrivere altro.

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Alessandro Gilioli, “Gruppo Gedi: cronistoria di una catastrofe”, 16 dicembre 2025, https://www.micromega.net/gruppo-gedi-cronistoria-di-una-catastrofe

Giulio Mozzi, “La verità vi prego sull’editore”, 16 dicembre 2025, https://www.snaporaz.online/la-verita-vi-prego-sulleditore/

Francesco Quatraro, “Mai più libri”, 17 dicembre 2025, https://www.iltascabile.com/linguaggi/mai-piu-libri/

Fenomenologia del mood (Goffredo Parise giudice di sé stesso)

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di Dario Borso

L’8 febbraio 1986 Goffredo Parise in occasione della laurea ad honorem conferitagli dall’Università di Padova tenne un discorso pubblicato il giorno dopo sul “Corriere della sera”[1]. È una sorta di bilancio della sua attività di scrittore, preceduto da un aperçu tanto modesto riguardo a sé quanto ardito nell’interpretazione storica, secondo cui il merito del conferimento andrebbe

 

alla libertà e allo spazio d’immaginazione che per la mia generazione è nato nel 1945 alla fine della seconda guerra mondiale e durato nel mondo circa vent’anni. Poi una rivoluzione, qualche cosa di tellurico per l’immaginazione è salito alla superficie, qualche cosa di paragonabile soltanto alla rivoluzione agricola è accaduto nel mondo e la libertà di immaginazione, ciò che fa sognare e poetare l’uomo da vari millenni, si è trovato stretto nelle spire del programmatico.

 

Entro tale cornice, Parise prospetta tre fasi della sua attività di scrittore. La prima finalizzata a

 

rappresentare la libertà, il caos, su quella lieve spirale di fumo del romanticismo finito proprio pochi mesi prima tra le macerie. Mi attraevano le cose e la loro sostanza organica e non obbligatoriamente letteraria, l’odore della vita e delle sue stagioni, passando attraverso testi diretti. Fu così che a diciannove anni scrissi il mio primo romanzo, Il ragazzo morto e le comete. Cos’era quell’alternarsi di sequenze cinematografiche, in ogni caso visive, quell’amalgama di sogni, di sensazioni, di odori, di muffe e di tombe? […] Mi pareva che la sensazione soggettiva, la sempre inesatta pressione del sangue, cioè il sentimento individuale non potesse prestarsi ad alcuna oggettivazione e infine che l’assurdo, il non storico, il casuale e l’oscuro che è in noi nel suo perenne filmato dovesse prevalere sullo storico, e non programmaticamente ma in modo quasi gestuale, smembrato […]. Con pregi e difetti ritengo che Il ragazzo morto e La grande vacanza che seguì a due anni di distanza siano il mio vademecum, il mio Baedeker. Eppure sono ancora, tra quello che ho scritto, i miei romanzi di gran lunga meno conosciuti.

 

Il romanzo d’esordio, scritto nel 1949, uscì per Neri Pozza nel 1951, e fu bissato nel 1953. Dopodiché “non mi restò altro che sperimentare, girando attorno ai miei Baedeker, e non sempre con intima fortuna. Alle volte mi allontanai da loro e non fu buona cosa. Nel complesso fu un attivo? Ho i miei dubbi”. Questa seconda fase si articola in tre romanzi d’ambientazione ancora vicentina ma scritti a Milano: Il prete bello tra il 1953 il 1954, con l’intenzione “che mi tenesse compagnia durante l’inverno milanese, che mi divertisse, che mi commuovesse quel tanto da cacciare il freddo e la solitudine”[2]; Il fidanzamento tra il 1955 e il 1956, dove prevale un registro grottesco; Atti impuri tra il 1958 e il 1959, per il cui stile “senza suono né colore mi indispettisco come per un periodo di impotenza sessuale. Strano libro questo ultimo. È affondato nel nulla come una pietra in uno stagno e ho un bel cercare la mia mano, non la trovo”[3]. La seconda fase presenta cioè un inaridimento progressivo rispetto alla spinta della prima; dall’azione si passa alla nostalgia, e da questa alla ripetizione stereotipa.

Col trasferimento nel 1960 a Roma s’inaugura la terza fase, in sintonia piena con l’involuzione storica:

 

L’azione era finita, cominciava l’amministrazione. Per tutto. E qui apparvero in tutta la loro forza impiegatizia e burocratica i partiti politici a praticare un’arte ben diversa da quella letteraria, di certo molto più potente […]. Con l’arte della politica il benessere, con il benessere il boom economico, il consumo, i consumi, la teologia televisiva. Non posso dire di non aver subito il colpo come è testimoniato nel mio romanzo Il padrone. Conscio, subconscio, realismo e Realpolitik, strategia e programmi entrarono a far parte della letteratura, l’aria, il vento della libertà, la polvere delle sue macerie e il battito del martello pneumatico cessarono e furono sostituiti dall’amministrazione.

 

Nel 1965, anno di uscita de Il padrone, vent’anni esatti dopo il 1945, la crisi sfocia in una sorta di catalessi che trova espressione ultima nelle prose narrative de Il crematorio di Vienna, pubblicate per Feltrinelli nel novembre del 1969 tra molte esitazioni, e con una specie di ritrattazione finale per “l’eccessiva razionalizzazione: cioè difetto di poesia […]. Di questo mi scuso con lettori e critici (che ringrazio tutti) ma non con me stesso”[4].

Dopodiché nel suo discorso padovano, Parise salta d’emblée al presente: “Anche la mia ora è passata. Mi piacerebbe molto poter ancora testimoniare […]. Forse invece non sarà più possibile perché se lo stile ha degli eredi, l’arte è come una farfalla, senza eredi e capricciosa, si posa dove e quando vuole lei. È inoltre un insetto, come tutti sanno a vita breve”. Impossibile, col senno di poi, anche perché Parise sarebbe morto solo sei mesi dopo.

Fortunatamente, a far luce sul periodo successivo al Crematorio è l’Avvertenza del gennaio 1982 al Sillabario n. 2, che seguiva di dieci anni il Sillabario n. 1:

 

Nella vita gli uomini fanno dei programmi perché sanno che, una volta scomparso l’autore, essi possono essere continuati da altri. In poesia è impossibile, non ci sono eredi. Così è toccato a me con questo libro: dodici anni fa giurai a me stesso, preso dalla mano della poesia, di scrivere tanti racconti sui sentimenti umani, così labili, partendo dalla A e arrivando alla Z […]. Ma alla lettera S, nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così.

 

Nel 1970 dunque, dopo le scuse a marzo e l’acquisto a settembre di una casa a Salgareda, tornò l’ispirazione, o libertà o immaginazione che dir si voglia: così il Sillabario n. 1 poté riunire ventidue racconti dalla A alla F usciti sul “Corriere della sera tra il gennaio 1971 e l’agosto 1972, a sancire una quarta fase che si sarebbe protratta sempre più lentamente e faticosamente fino alla S appunto di Solitudine, risalente al 1980; avrebbe potuto scrivere Silenzio, come Lord Chandos, un silenzio gemello dell’impotenza sessuale patita vent’anni esatti prima con Atti impuri.

E infatti questa quinta fase sfocia nell’ultima, con un “abbozzo di romanzo” di cui il 16 giugno 1981 Parise scrive all’amico Nico Naldini: “Non deve essere pubblicato mai, ma distrutto: non ha forma, è delirante, ripetitivo, senza stile, insomma è un minestrone”[5].

In totale dunque sei fasi strutturate in due triadi simmetriche   atte a configurare un’evoluzione fenomenologica completa di quell’intreccio di libertà e immaginazione che Parise sintetizza nella metafora musicale del mood[6]:

 

Vicenza 1945-1953, avvento del mood (Il ragazzo morto e le comete, La grande vacanza).

Milano-Vicenza 1954-1959, crisi del mood (Il prete bello, Il fidanzamento, Atti impuri).

Roma 1960-1969, assenza del mood (Il padrone, Il crematorio di Vienna).

 

Salgareda 1971-1972, ritorno del mood (Sillabario n. 1).

Salgareda-Roma 1973-1979, declino del mood (Sillabario n. 2).

Ponte di Piave-Roma 1980-1985, morte del mood (L’odore del sangue).

 

A prescindere dai risultati prodotti, la seconda triade fenomenologica si differenzia dalla prima unicamente per l’assenza di cornice storica: ora cioè Parise è da solo, senza più Zeitgeist. Ben perciò dopo il Crematorio cerca un’altra definizione della libertà, e ce la consegna nell’articolo finale del suo reportage in Laos, sul “Corriere della sera” del 6 luglio 1970: “Sono, per indole e forse per poco tempo ancora, un uomo libero. E per libero intendo una cosa sola, così ben espressa da Rosa Luxemburg: ‘Libero è colui che può decidere altrimenti’”[7].

Parise ripeterà una sola volta questa citazione in un testo inedito senza titolo e data, conservato all’Archivio Parise di Ponte di Piave[8]. Si tratta di un racconto corale su tre coppie di “morosetti” adolescenti, ambientato a Vicenza nella primavera del 1945.

La prima coppia è formata da Toni ed Elisa, usi a baciarsi al parco del Museo del Risorgimento:

 

Quando lui tentava qualche mossa in più, come entrare con una mano nello scollo del vestito, Elisa lasciava un po’ fare, fin quasi al capezzolo, appena sfiorarlo e poi si ritraeva sorridendo ma sorridendo però in modo particolare, quasi per vincere o sfidare l’imbarazzo, il pudore. Si conoscevano da tanto tempo, è vero, erano quasi come fratello e sorella, ma proprio per quello Elisa mostrava maggior pudore. Si vedevano sempre in bicicletta, le loro madri si salutavano, come metter d’accordo tutto questo con il sesso? Il sesso, era poi il sesso? E lo sapevano loro? Non di certo, a quell’età […]. Avevano quindici, sedici anni, era appena finita la guerra, e c’era la libertà di fare tutto quello che si voleva. Andare a scuola oppure no, andare al Museo del Risorgimento oppure no, andare in bicicletta, mangiare castagnaccio, fumare le prime sigarette, avere dei fidanzatini, per un giorno, cinque giorni, dieci giorni, e poi basta o ancora, c’era la libertà. Poiché c’era la libertà essi non sapevano che c’era la libertà.

 

Questo è il paradosso che interessa all’autore sviscerare:

 

È impossibile accorgersi della libertà quando c’è la libertà. Prima di tutto perché la libertà totale è il caos e infatti dopo la guerra c’era il caos e un gran muoversi come di formicaio nel tentativo di mettere a posto i danni, di incollare carta alle finestre perché non si trovavano i vetri, di rattoppare vestiti perché non c’era stoffa, di rattoppare gomme di biciclette perché non c’era né gomma né biciclette e il migliore mezzo di trasporto erano le proprie gambe. Non c’era niente di niente eppure tutti ridevano ed erano felici perché c’era la libertà. Non si poteva indicare dove era la libertà o come si manifestava, ma c’era e ognuno ne faceva un uso proprio e la scopriva senza saperlo in mille piccolissime cose.

 

Se la prima coppia gravita su Monte Berico, la seconda staziona in riva al Bacchiglione, con altre modalità, ché per Beppino corteggiare Silvana significava prendere Silvana per mano e tirarla via da tutti gli altri:

 

Poiché c’era la libertà più assoluta nessuno sapeva perché si comportava così. Beppino sentiva che doveva tirare e Silvana sentiva che doveva essere tirata da Beppino. I capelli biondi e irti di Beppino e quelle sue gambe muscolose e quel suo modo maleducatissimo erano attratti dalle trecce nere quasi blu di Silvana e dalla sua bocca gonfia e rossa, perfetta, color corallo scuro, e dalla sua voce un po’ roca. E così Silvana era attratta dalla maleducazione di Beppino. Allora poiché c’era quella libertà nessuno sapeva cos’era il sadomasochismo e nessuno conosceva Freud ma tutto questo avveniva.

 

E così Beppino la trascinava fino al fiume e la costringeva a salire in barca minacciando un rapimento: “Silvana tace. Ha anche paura, non sa nuotare e Beppino rema forte. Eppure le piace, così non è affatto preoccupata di andare a casa, non pensa affatto che i genitori si preoccuperanno se non tornerà. Segue il suo destino, segue la vita”.

La terza coppia, appena sbozzata, è composta dal bello della compagnia e dalla bruttina innamorata:

 

Carlo zufola con il massimo denominatore di civetteria accanto a Bita che sta a sentirlo come fosse un gran musicista ed egli rifà il verso a Natalino Otto, zufolando e cantando. Sa egli cos’è la libertà? Non lo sa ma in quel momento in parte (non interamente) la vive. Non interamente perché fa il verso a Natalino Otto e dunque non è libero.

 

E qui arriva la conclusione:

 

Cos’è la libertà? È la libertà di agire altrimenti. Ma in quegli anni di enorme libertà nessuno conosce Rosa Luxemburg e tanto meno quella definizione.

 

La citazione dalla Luxemburg qui è ancora più libera: se prima “pensare” era stato sostituito con “decidere”, ora “decidere” trapassa in “agire”[9]. Ciò fa pensare che il racconto sia stato scritto poco dopo il reportage laotiano, nell’autunno del 1970, ossia tra la fine della prima triade e l’inizio della seconda: una posizione mediana dunque, dalla quale per un verso Parise si riaggancia agli esordi del Ragazzo morto, e dall’altro introduce un tema che affronterà alla fine del suo itinerario, nel discorso di Padova[10].

Uomo libero, in un frangente drammatico in cui si trattava di cambiare letteralmente vita, Parise decise di agire altrimenti: senza più rispondenze con la contemporaneità, puntò tutto sulla memoria, per dare il via a una rinascita poetica di voci che verranno in buona parte da un passato ormai lontano, più lontano addirittura del dopoguerra, a formare le lettere del suo Sillabario.

[1] Con il titolo Quando la fantasia ballava il “boogie” (verosimilmente redazionale, ché il termine “fantasia” mai compare nel testo), ora in Id. Opere, a cura di B. Callegher e M. Portello, I, Mondadori, Milano 1987, pp. 1605-9.

[2] G. Parise, Incontro con Longanesi, “Il Resto del Carlino” del 5 ottobre 1957, poi in Id., Opere I, cit., pp. 1518-23.

[3] Lettera del 5 agosto 1959, in Lettere a Giovanni Comisso di Goffredo Parise, a cura di L. Urettini, Edizioni del Bradipo, Lugo 1995, p. 39.

[4] G. Parise, Con il Crematorio contesto la mia vita, in “Corriere della sera”, 22 marzo 1970.

[5] In N. Naldini, Il solo fratello. Ritratto di Goffredo Parise, Rosellina Archinto Editore, Milano 1989, p. 65. Verrà invece pubblicato postumo nel 1997 da Rizzoli col titolo L’odore del sangue.

[6]In the mood, il famoso boogie, ha segnato la data di quest’ultima libertà d’immaginazione e, con lo stesso titolo, il mood dell’epoca. Non facile tradurlo perfettamente in italiano […]. In ogni caso quel boogie, quel tempo, quel ritmo inventò un’epoca che coinvolse il mondo nella grande aura della libertà”.

[7] Ora in Opere, cit., II, Mondadori, Milano 2005, p. 965. La citazione viene da Sulla rivoluzione russa, uscito postumo nel 1922 (“Freiheit ist immer Freiheit des anders Denkenden [La libertà è sempre la libertà di chi pensa diversamente]”).

[8] Catalogato come Au.45 in M. Brunetta (ed.), Archivio Parise: le carte di una vita, Canova, Treviso 1998, p. 37. Il dattiloscritto, otto fogli fitti in prima versione, contiene molti refusi qui corretti.

[9] Una torsione simile era riscontrabile in Hannah Arendt, che nel 1963 tributò sincera ammirazione per la Luxemburg in On Revolution (tradotto in italiano per Edizioni di Comunità nel 1965), dove alla nota n. 84 cita per esteso la pagina in cui compare la definizione.

[10] A conferma, l’accenno a Natalino Otto, il re nostrano dello swing, genere musicale cui appartiene lo stesso boogie-woogie. Parise sarebbe tornato sul tema in Quello swing, frenetico sogno di libertà sul “Corriere della sera” del 15 giugno 1986.

 

➨ AzioneAtzeni – Discanto Sedicesimo: Antonella Anedda

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Azione Atzeni – Discanto Sedicesimo di Antonella Anedda, letto da Caterina Biasi

  

Discanto Sedicesimo*

    … acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre … da Passavamo sulla terra leggeri, di Sergio Atzeni  

Trascorrere / Risacca

di

Antonella Anedda

  Una delle foto più note di Sergio Atzeni, scattata da Giovanni Giovannetti nel 1994 lo mostra seduto a gambe incrociate sull’erba. Indossa un golf con disegni geometrici di tipo vagamente scandinavo ma che si trovano anche nei tappeti sardi. È molto coperto: sotto il golf ne ha un altro e sotto ancora c’è una camicia. Molti strati – modi diversi per scaldare o raffreddare il corpo. Diverse combinazioni e possibilità di entrare in contatto con le temperature.
La posa è quella dello scriba egizio conservato al Louvre: stesso raccoglimento in una forma compatta. Allo stesso tempo Atzeni siede come un pastore che aspetta, forse si riposa, sorveglia, guarda lontano e ci guarda da vicino. Gli occhi sono socchiusi. La concentrazione è totalmente dimentica di sé. Le sue mani si posano sulle ginocchia senza stringerle – non afferrano non trattengono.
L’acqua, la luna, l’erba, divinità dell’opera di Atzeni passano, trascorrono. L’acqua non si può trattenere come la luna e le maree, può afferrarti ma tu non puoi afferrare lei. L’acqua – aveva detto Elizabeth Bishop in una poesia del 1947 intitolata At the Fishhouses – è come la conoscenza: scorre e quando passa è già passata.
I titoli di due tra le più belle opere di Atzeni, Il quinto passo è l’addio e Passavamo sulla terra leggeri, raccontano quanto si fosse inabissata in lui la consapevolezza del passare senza lasciare traccia su una terra, la Sardegna, che ha invece la forma di una grande impronta.
Passavamo sulla terra leggeri esce postumo nel 1996. Prima persona plurale: coro e tempo imperfetto – passavamo leggeri, schiere di ombre dietro altre ombre e già pieni di altre ombre future. Senza peso con un nome conservato solo – e non per sempre – da una lapide.
Passare è imparare a dire addio in modo sghembo, instabile non profetico ma fisico, barcollando, con un linguaggio reso epico dal suo rintocco interno, dall’ascolto e dalla restituzione di una lingua intaccata: non la purezza del logudorese ma l’accoglienza nel campidanese e nell’italiano di scaglie diverse, di musiche travasate dalle tradizioni straniere ai complessini (come si chiamavano) locali. Chi rileggerà le sue pagine a fronte delle poesie percepirà un intreccio di violenza trattenuta e lirismo, ansia di purezza, sconforto ma anche denuncia dei privilegi e delle ingiustizie.


Passare è anche far trapelare come quando si versa un liquido su una stoffa e lei si scurisce. Nel 1550 Sigismondo Arquer, giurista cagliaritano vicino ai luterani, legato a Sebastiano Munster ex monaco eretico a Basilea, scrive un libro che Atzeni conosce e ammira: Sardiniae brevis historia et descriptio, la prima descrizione dell’isola secondo coordinate geopolitiche moderne in cui accusa il clero di ignoranza e concussione, di uso regolare della tortura, attraverso gli unici libri che vengono letti per estorcere confessioni ai prigionieri.
Arquer muore sul rogo a Toledo nel 1571, condannato dall’Inquisizione non solo e non tanto perché eretico, ma per aver scoperto il ruolo della Spagna nel mantenere le condizioni della popolazione in condizione di schiavitù materiali e morali, per aver rivelato la connivenza soprattutto a Cagliari tra religione e potere economico delle grandi famiglie.
Arquer sembra passare a Atzeni le sue pagine attraverso il tempo, dandogli i suoi umori condividendo le sue stesse tenebre, lo stesso disconforto di fronte alla possibilità di ottenere giustizia. Un interesse per una continua risacca della memoria – potenzialmente pericolosa come la risacca.
Arquer muore senza ritrattare, senza pentirsi, rifiutandosi di riconoscere l’autorità degli uomini che l’avevano condannato. C’è in lui qualcosa del personaggio di Ruggero Gunale in Il quinto passo è l’addio, le contraddizioni dell’intellettuale, la sua sconfitta, la precarietà del suo luogo, qui rappresentata dal non luogo di un traghetto – casa senza fondamenta, spazio instabile stretto tra il non più della costa lasciata e il non ancora del porto di arrivo.
La tenebrosa Sardegna descritta da Arquer è la tenebrosa e luminosa Cagliari, il cupo Castello e la luce improvvisa nella piazzetta Sant’Antonio, la luce verde da Bonaria, Buoncammino e i Bastioni, Is Mirrionis, la periferia di Cagliari, e gli stagni con i fenicotteri, le Saline e poi il Poetto e il mare.
Atzeni ha riflettuto a lungo su cosa sia il paesaggio nella mente di chi scrive, il suo valore e anche la necessità di abbandonarlo. Il suo quinto passo-paesaggio è la separazione, il saluto, quello che conosce chiunque abbia preso un traghetto che da un’isola lontana come la Sardegna porta al Continente. Il fosso d’acqua che si scava ogni volta che la nave si stacca dalla banchina può – forse – essere riempito solo dal lavoro sulle parole.
Se assaggiassimo l’acqua del mare – dice ancora la poesia di Bishop – la sentiremmo amara, se vi immergessimo la mano il freddo ci farebbe tanto male da bruciare come se “l’acqua fosse una trasmutazione del fuoco che alimentato dalle pietre ardesse in una cupa, grigia fiamma.”
L’acqua è scura, salata, profonda e limpida:


Fredda, scura profonda e assolutamente chiara.
Così immaginiamo la conoscenza
scura, salata, limpida, mobile, completamente libera
attinta alla dura, fredda bocca del mondo
scesa da insenature di roccia
scorre ed è attinta e poiché ogni conoscenza
per noi diventa storia, scorre ed è trascorsa. (*)


Sergio Atzeni è morto il 6 settembre 1995 nell’isola di Carloforte in Sardegna, trascinato al largo da un’onda anomala.

(*) (Traduzione mia). At the Fishhouses è inclusa nella raccolta di Elizabeth Bishop Poems (Farrar Straus Giroux, 1984). Cfr. L’arte del perdere, traduzione di Margherita Guidacci (Rusconi, 1982), e Miracolo a colazione, traduzioni di Ottavio Fatica, Damiano Abeni, Riccardo Duranti (Adelphi, 2016)

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012  

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Su “Inside Story”

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di Giuseppe A. Samonà

Era molto tempo che non mi succedeva di finire un libro, anzi, di stare per finirlo – mi manca letteralmente l’ultima mezza pagina, e interrompo un attimo per scrivere in fretta e furia queste righe – e già sapere che non potrò far altro che ricominciare a leggerlo, dalla prima parola. E preciso: non “sapere che lo leggerò di nuovo”, il che, da Cechov a Proust, a Dickens, Manzoni, Dumas, tanto per citare i primi che mi vengono in mente, mi è successo con tanti autori; sapere che lo ricomincerò subito, senza soluzione di continuità, come mi è successo una volta al cinema con Kill Bill 1, nascondendomi nella sala per restare anche la proiezione seguente, ed è un ricordo speciale, ma ce ne sono anche altri. Ecco, in letteratura mi è capitato solo con l’Iliade e l’Odissea e con un paio di tragedie di Shakespeare.

Intendiamoci, non voglio certo dire che Martin Amis, con Inside Story, abbia la stessa magia, la stessa potenza di Omero o Shakespeare. Voglio dire semplicemente che, come con quelli, sto sapendo poco prima di finire che ricomincerò subito. Proprio dalla prima parola, assaporando il piacere di ritrovare alcuni passaggi che ricordo essere poche righe più in là, o di scoprirne sotto una nuova luce altri, etc.: come succede appunto, in generale, con le riletture. Perché ci sono autori che, al di là del fatto che siano o meno “i più grandi” (ma le gerarchie sono comunque solo un gioco) ci parlano in un modo particolare, ci sembra che ci assomiglino. Da notare, per altro, che Martin Amis è morto nel 2023 e Inside story, del 2020, è il suo ultimo libro: ma per me è stato il primo, e per adesso l’unico, quello che me lo ha fatto scoprire.

Dunque, ho voglia di ricominciarlo, e so che lo farò, subito dopo quest’ultima mezza pagina: in francese, perché è in traduzione francese che ce l’ho adesso a disposizione (l’ho preso in prestito in una Biblioteca, qui a Parigi), e poi in italiano, perché alcuni vortici linguistici mi sono sembrati talmente vorticosi che non sono sicuro di averli colti in tutte le loro sfumature, e poi nell’originale, in inglese (cacchio, la triplice lettura, come mi è successo, anche se distanziate e in ordine diverso, con David Copperfield…), ma con la versione francese o italiana nei paraggi, perché insomma, altrimenti qua e là qualcosa rischia di sfuggirmi. Che programmino, c’è da leccarsi i baffi.

E vorrei dirlo a (leggere questa lista sorvolando come se si declamasse una litania): Sophie, Michèle, Isabelle, Clara, Eva, Michel, Michele, Filippo, Andrea, Simone (it. uomo) e Simone (fr., donna)  – già, dovrei fare una versione di questo articolo-messaggio anche in francese, per gli amici che non leggono l’italiano – e poi ancora a Hélène, Elena, Helena, Philippe, Peter, Pierre, Fulvio, Lamberto,  Emilio, Antonio, Vittorio, Daniel, Daniele, Daniela, Joseph, Alessio, Leo, Carmine, Alberto, Marghi, Vale, Cristina, Roberto, Paola, Paolo, Rebi, Azu, Erminia, Barbara, Alessandra, Bastiana, Franco, Maurizio, Dona, Sara, Felipe, Nando, Luciana, Lucie, Manon, Maria, Jean-Louis, Cate, Silvia, Sylvia, Chiara, Matteo, Miriam … e qui mi fermo, anche se ce ne sono altri, altre, e mi verrebbe di continuare a buttar giù nomi, c’è qualcosa di fantastico, di “creativo”, nel solo nominare le persone, quasi che i nomi, da soli, potessero riempire una pagina di letteratura – c’è del resto anche un sonoro labirinto onomastico, nel libro, ed è inebriante perdercisi dentro… Aggiungo però in chiusura almeno Phoebe, perché nella vita di ognuno di noi, se solo un po’ siamo riusciti a vivere, c’è sempre una Phoebe, o un Martin…

Ecco, scrivo queste righe semplicemente per chiedere ai miei amici, ai miei affetti più cari: ma lo avete letto? E se no, per dir loro: leggetelo. Perché questo – come altri – è un libro spartiacque: ci sono quelli che hanno letto Inside story, e quelli che invece no… Ah, certo, devo anche ringraziare Salman, Mia e Giacomo che, ognuno a modo suo, mi hanno messo sulle sue piste.  E avvertire Fabrizio che sì, dopo mi andrò a leggere anche il libro sulla morte del padre – anche se non credo che sia come dice lui “ancora più bello”, ma forse sbaglio, non lo ho ancora letto, appunto…

Come mai questo improvviso fuoco? Questa smania di condivisione? Credo soprattutto perché Inside Story è un’autobiografia completamente folle, che tuttavia, proprio attraverso questa follia, riesce la più riuscita di tutte le autobiografie, uscendo dai suoi limiti come un morbo contagioso: è vera e finta (già, David Copperfield), proprio come la nostra vita, e di più, il vero è finto, perché sempre quando guardiamo indietro reinventiamo il nostro passato, e il finto è vero, perché niente come la finzione riesce a scoprire le verità più violente nascoste dentro la nostra esistenza, e in questo senso dice di Martin, umano e scrittore, che con lo stile confonde e trascende realtà e finzione, ma anche di ognuno di noi, che si sia o meno scrittori. Anzi, soprattutto se lo siamo, vorrei aggiungere, più o meno affermati o anche del tutto sconosciuti, non importa: perché fra le tante altre cose, questo poliedrico “romanzo” è anche un formidabile manuale-riflessione sulla scrittura – ho fotocopiato per metterle sulla scrivania, a portata di mano, due paginette sul senso e l’uso della punteggiatura che da sole già valgono l’intera lettura… E poi anche, o innanzitutto, c’è molto amore, l’amore carnale, dolce, violento, impertinente, sublime, lascivo, osceno; o l’amore-persona, l’essere umano desiderato, persino amato – ma non abbiamo mai trovato le parole giuste per dirglielo… – che aveva forse una decina d’anni più di noi, ma eravamo così giovani, che importanza aveva? E lo si riincontra molti anni dopo, ora è proprio vecchio, è vecchia, di fronte a noi, che vecchi ancora non siamo (e ci illudiamo…), ma non è quella vecchiaia amichevole, avvolgente, con cui la letteratura sa cullarci, del tipo … ha sessant’anni, e più la guardo e più mi sembra bella, no, è una vecchiaia devastante, demolita e demolitrice, in cui gli anni si sono accumulati come i chili, il viso è stato inghiottito dal grasso, il corpo gigantesco è oramai ridotto a una massa soda, paurosa, ma sia pure infossati, avvolti dalle rughe, gli occhi, lo sguardo eterno, parlano ancora di giovinezza, di amore, persino di desiderio – ma anche di attesa della morte.

Già, poteva mancare la morte, che è da sempre la prima grande protagonista della letteratura? Ma di cosa si parla, esattamente, quando si dice morte? Della morte – che non esiste – o dell’attimo della morte? che non è mai un attimo, ma è una linea, una cronologia, forse infinita, anche nelle morti istantanee, o nel sonno, quando – dicono – l’intera vita ci passa davanti, come estratta dal tempo… E di cosa abbiamo paura? Di morire o di essere morti? Possibile che il mondo continuerà senza di noi? Chi e come ci ricorderà? (Non posso fare a meno di pensare che Martin A. è morto meno di tre anni dopo aver pubblicato questo suo ultimo, in tutti i sensi, libro.)

E su tutto, ovunque, c’è un modo speciale di raccontare, quello della letteratura, una letteratura volentieri urticante, provocante, dissacrante: attraverso la quale si riflette innanzitutto… sulla stessa letteratura (autori veri o inventati, e soprattutto reinventati, nel contempo veri e immaginati, veri proprio perché immaginati, in particolare Saul Bellow, Christopher Hitchens, Philip Larkin, ma anche Kingsley Amis e Elizabeth Jane Howard, Jane, suo padre e la sua “matrigna” … e molti altri ancora, presenti o passati); e poi sulla morte, appunto, e sulla vita, a cominciare ovviamente dalla propria (è una “autobiografia”, lo ricordo, vera e inventata, vera perché inventata etc.); o persino sull’attualità, sulla politica, sulla Storia: ma sempre nella prospettiva di una molto creativa memoria personale, per la quale tutto diventa romanzo. Dall’assassinio di Kennedy nel 1963 (nel ricordo di Martin A. fragile adolescente) all’11 settembre 2001 (visto dal punto di vista del giorno dopo, della vigilia… del giorno dopo, e dei giorni dopo il giorno dopo: potentissimo!) sino all’apparizione di Donald Trump, che si annuncia all’orizzonte sempre più minaccioso – minaccioso ovviamente per quelli come Amis, espressione di una sinistra libertaria, liberale nel miglior senso del termine, e anticonformista, profondamente umanista, direi io se dovessi definirlo, ma probabilmente lui si arrabbierebbe, perché il suo spirito libero sfugge a qualunque categorizzazione.

E al centro di tutto, c’è uno dei principali fili di riflessione del suo intero percorso di uomo e di artista, anzi, un filo fatto di fili intrecciati: l’ebraismo, l’antisemitismo, la shoah, Israele, con tutte le contraddizioni che Amis inquadra con una semplicità, e insieme un’originalità disarmanti, spaesanti, e sempre con lo strumento della letteratura. I ragionamenti brillanti dialogano fra di loro – per riassumerne in una frase alcuni tra quelli che mi hanno più colpito: I Protocolli dei Saggi di Sion (citati solennemente nella Carta di Hamas) sarebbero, inintenzionalmente (ma c’è l’inconscio), nobilitati dall’accusa di essere un “falso”, accollatagli anche dagli studiosi più seri, perché un “falso” presuppone all’origine una versione autentica, mentre questi sono una fabbricazione integrale…; il regime di Vichy diventa un personaggio, il viscido, ossequioso Uriah Heep (siamo di nuovo dentro l’amato David Copperfield, ovviamente) di fronte al criminale Bill Sikes (Oliver Twist…), che impersona la Germania nazista…; … ma dunque, se i paesi sono delle persone, allora anche le persone sono dei paesi, Martin ad esempio è una democrazia liberale di tipo parlamentare (ma con qualche zoppia costituzionale…); l’antisemitismo – una nevrosi? una psicosi? – implica un piacere che rende assuefatti, in tutto e per tutto fisico, come la cocaina, anzi, meglio, come un’inarrestabile masturbazione, una concretissima pippa insomma (traduco il francese “branlette” che a sua volta, immagino, traduce “handjob” o chissà “jerk-off”, ho fretta di rileggermelo nell’originale…), e un discorso analogo vale per il messianismo… Ed ecco, in questa prospettiva Amis si chiede, e ci aspira dentro le sue domande: Poteva Israele non nascere, dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale? o nascere altrove da dove è nato, per esempio in Baviera o in Madagascar? È possibile trovare un equilibrio fra l’inevitabile esercizio della forza, della forza non di rado odiosa, del potere, indispensabile per chi combatteva contro il rischio di estinguersi (e la paura dell’estinzione – sottolinea Amis – continua a correre lungo tutta la storia del paese Israele), e la necessaria volontà di resistere alla distruzione, all’oblio, di conciliare insieme memoria e avvenire? esistenza e umanesimo? In che modo si sono intrecciate due catastrofi, quella palestinese e quell’ebraica, in un avvitamento che è propriamente tragico, fatto di esclusioni, omissioni e censure reciproche? (Perché il libertario Martin, pur sapendo, nel contempo affascinato e inquieto, le ragioni di Israele, non ignora mai quelle della Palestina – e l’Occupazione, ci dice, è anche una nakba, una catastrofe politica, sociale, morale per gli ebrei…) Come mai Israele ha per lunghi tratti potuto negare, insieme alla catastrofe palestinese, anche quella sua propria, che pur ha, se non fondato, fornito un impulso determinante alla causa sionista? (Di nuovo la letteratura, nelle parole di Bellow, o meglio, del Bellow chiamato in causa da Amis: “Dapprima, vi hanno assassinato, poi vi hanno obbligato a meditare sui loro crimini; farlo, mi soffocava”….) E tante altre questioni, perché Amis più che rispondere interroga e si interroga, e sempre ci spiazza, facendo emergere la complessità, le contraddizioni dell’umanità di cui facciamo parte: scavando, ponendo domande scomode, appunto, e sempre rifuggendo dagli slogan, dai luoghi comuni, dalle comode, omogenee, pronte all’uso semplificazioni. Non è del resto quello che, per vocazione, dovrebbe sempre fare uno scrittore?

E devo confessarlo: un brivido, un senso nel contempo di sollievo e di dolore, mi ha preso leggendo, disseminate lungo il libro, le pagine che concernono Israele (e anche i Palestinesi: perché ahimè la Palestina non c’è), le quali disegnano una storia in cui si intrecciano luci e ombre, errori e anche orrori, contraddizioni e speranze, slanci e cadute, senza sconti, ma mai banali, mai schematiche né semplificatorie di un itinerario complesso che si snatura a essere ridotto a una sola componente… , e sempre piene di piena, autentica letteratura. Sono pagine scritte tre anni prima dell’inizio di quella spirale di morte e distruzione che ancora è là pronta a riesplodere, e dentro la quale il nome di Israele in larghi settori di quella sinistra che è anche la mia sembra diventato impronunciabile, se non per associarlo ai soprusi, alle bombe, al massacro dei civili – eppure, in queste pagine, lontane e vicine, c’è già tutto: Gaza, il fanatismo giudeocida e jihadista di Hamas, Hezbollah, l’Iran dietro le quinte, lo spostamento sempre più a destra di Israele insieme alla realtà (non solo il fantasma, anch’esso reale) di essere circondati da alcuni milioni di nemici mortali, il progetto messianico che minaccia da dentro, persino al di là della nuova catastrofe che incombe sui Palestinesi, la natura ebraica, nel senso umanista e “amisiano” del termine, e democratica della società israeliana che, fra mille apprensioni, è cara allo scrittore, e che non vuole, non può abbandonare (ma dalla quale teme, lui, di essere abbandonato…). Insomma, un rompicapo maledettamente complicato che Martin Amis esplora, di nuovo, con la sua arte, la letteratura, che procede più con le domande e i dubbi, che con le certezze e le semplificazioni. E io, sempre avanzando fra queste luci e ombre, avevo nella testa, insieme a una convinzione, una domanda (e mi sembra che ogni lettore / scrittore, soprattutto se di sinistra, progressista, dovrebbe naturalmente porsela): è certo lecito, che dico? doveroso, giusto, impegnarsi con determinazione contro un governo di estrema destra e messianico e la sua hybris guerriera e distruttrice, schierarsi a fianco, materialmente o idealmente, dei Palestinesi, nei tanti diversi modi propri a ciascuno, per cercare di difenderli da nuovi massacri, da ulteriori soprusi e finalmente, anche se oggi sembra più lontano di un’utopia, arrivare a una soluzione che permetta, a loro come agli altri, a tutti, di vivere liberamente e degnamente, in pace, e con uguali diritti  – ma come è possibile, cosa significa odiare in sé, nella sua complessità, un paese? quel paese?

Overbooking: Gennaro Pollaro

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Ritratto di effeffe Redattore di NI mentre legge la mail della recensione (opera di Luca Matano)

 

Nel labirinto del quotidiano

di

Luigi Toni

“Non esiste una relazione di causa ed effetto tra gli avvenimenti della mia vita. Semplicemente cadono su di me come pietre”.

 (Frank Kafka, Diari)

Café Panthéon (Fallone Editore, collana Gli Specchi Mercuriali) Café Panthéon, esordio narrativo di Gennaro Pollaro, si colloca in una zona d’ombra della narrativa italiana contemporanea, quella che si ostina a interrogare il reale attraverso le sue deformazioni, i suoi cortocircuiti, le sue implosioni. In questo territorio liminale, appare come una voce sorprendentemente lucida su una società contemporanea dominata dall’assoluta atomizzazione dell’individuo.

Napoletano trapiantato a Parigi, ingegnere per formazione, animatore di atelier di scrittura, l’autore ha attraversato linguaggi tecnici per approdare alla letteratura portandosi dietro un’attitudine alla precisione, al delirio del particolare, oltre che alla costruzione e all’architettura del significato. E proprio come un ingegnere che studia le tensioni dei materiali, sottopone la lingua italiana a torsioni, pressioni, scarti sintattici che la rendono insieme familiare e perturbante.

Nove racconti che esplorano l’immobilità contemporanea e la “credenza fideista in divinità effimere”, recita la quarta di copertina. Svelare il mondo non libera affatto, anzi: alimenta un’angoscia ancora più profonda. È in questo spazio claustrofobico, in un’immobilità che si trasforma in vertigine, che si muovono i personaggi dei racconti.

Fin dal racconto d’apertura, Moscerini, il lettore è gettato in un universo in cui le coordinate abituali del realismo vengono sovvertite attraverso una metamorfosi che evoca Kafka ma che si risolve in una direzione radicalmente diversa. Non c’è qui l’angoscia metafisica quanto piuttosto il divenire-animale come unica possibilità di linguaggio. L’avvenuta trasformazione diventa una paradossale liberazione: “Eravamo quattro insetti che, con l’alcol che scorreva nelle vene, stavano inventando una nuova lingua”. È in questo slittamento – dalla parola umana al ronzio degli insetti, dalla comunicazione alla pura vibrazione sonora – che troviamo il nucleo tematico della raccolta. Si ha costantemente la sensazione di un’assenza d’aria, come se il linguaggio non fosse più capace di reggere il peso dell’esistenza. I personaggi cercano disperatamente di afferrare il senso delle cose ripetendosi ossessivamente “causa-conseguenza, causa-conseguenza, causa-conseguenza”, salvo scoprire che “tutto è in disordine e questo ci dà soddisfazione”. È l’assurdo quotidiano che diventa l’unica dimensione possibile, il microscopico che si dilata fino a diventare mondo.

“Quello che vorrei è che tutto, punto per punto, avesse un senso”, confessa il protagonista di Oltre la finestra, ma questa aspirazione alla coerenza, all’ordine, alla comprensibilità è destinata a restare sistematicamente frustrata. I personaggi dei racconti si muovono su superfici scivolose, cercando appigli che non reggono, abitando spazi che si deformano sotto i loro piedi. Sono figure della precarietà ontologica, dell’essere sempre sul punto di cadere, precipitare o dissolversi. “Il mio peso sei tu”, dice Francesca al compagno in uno dei passaggi più toccanti del libro, svelando come l’identità stessa sia sempre appoggiata sull’altro, mai autonoma, mai solida.

Il perturbante irrompe senza preavviso in situazioni apparentemente banali. Nel racconto Il vicinato, tutto inizia come una semplice curiosità verso una vicina di casa ma si trasforma presto in ossessione voyeuristica e, infine, in tragedia. Il protagonista confessa: “Volevo capire perché si fa così fatica ad avvicinarsi agli altri senza precipitare in relazioni artificiali”. La risposta che trova è terribile: non si può. Esiste un confine invisibile tra noi e gli altri, un muro trasparente ma invalicabile. Tutto quello che ci resta da fare è spiare. Ma questa intrusione non porta conoscenza, solo un’escalation di violenza che culmina in un atto autodistruttivo.

La lingua stessa qui non è strumento di comunicazione ma una sorta di ostacolo, una superficie opaca. “La lingua è un mezzo”, recita lapidariamente una delle “governanti” di Obelius, il racconto più borgesiano della raccolta. In questo labirinto claustrofobico, il protagonista si scopre prigioniero di una struttura che lui stesso ha costruito. È la rivelazione vertiginosa dell’autoreclusione, del fatto che le gabbie più impenetrabili sono quelle che ci si fabbrica da soli attraverso il linguaggio, le abitudini, le paure. Qui emerge con maggiore forza il tema dell’oblio. Non c’é salvezza, non c’è memoria che tenga, non c’è identità che resista al tempo. Siamo tutti, sempre, già morti e già rinati, stranieri a noi stessi, assassini e vittime di questo continuo dissolversi.

È questi senso di gratuità assoluta dell’esistenza, di mancanza di fondamento, che permea tutti i racconti. Le cose accadono senza ragione, i personaggi agiscono senza scopo, le storie si interrompono senza risoluzione. È un universo ballardiano per certi versi, ma qui il distopico è già presente, incorporato nel quotidiano, nelle relazioni fallite, nei gesti incompresi, nelle parole che non riescono mai a raggiungere l’altro.

In Cono o coppetta, la gelosia paranoica del protagonista trasforma ogni dettaglio insignificante (il sorriso del gelataio, i quarantasette secondi impiegati dalla moglie per trovare il gatto) in una serie di indizi di un ipotetico tradimento. Ma più che una storia di infedeltà coniugale, il racconto è l’esplorazione di una mente che non riesce più a distinguere il reale dall’immaginario, che proietta sul mondo le proprie ossessioni fino a contemplare l’omicidio. “Lo spazio definisce il tutto”, pensa il protagonista mentre segue in taxi il presunto amante. È una frase chiave: non esiste interiorità separata dall’esteriorità, non c’e psicologia individuale slegata dalla topografia dei luoghi. I suoi personaggi sono letteralmente plasmati dagli spazi che abitano, schiacciati da essi.

La frammentazione qui sembra procedere organicamente dalla materia stessa dei racconti, dalla difficoltà dei personaggi di tenere insieme i pezzi della propria esperienza. La sintassi si spezza, le metafore si accumulano in modo apparentemente casuale, il tempo narrativo si dilata e si contrae senza logica evidente.

Il racconto che dà il titolo alla raccolta, Café Panthéon, è una summa delle ossessioni dello scrittore. Ambientato in un bar parigino, vede un protagonista leggere una serie di lettere assurde firmate da improbabili “ministri” che comunicano attraverso un linguaggio burocratico-poetico completamente svuotato di senso. È una satira feroce della retorica del potere, ma anche una riflessione metaletteraria sulla crisi del linguaggio, sull’impossibilità di comunicare in un mondo in cui le parole hanno perso ogni riferimento alla realtà. Eppure, in mezzo a questa dissoluzione, c’e un gesto di resistenza: il protagonista riga il tavolo del bar con una chiave, incide la sua firma. È un atto di vandalismo ma anche di affermazione: io esisto, io sono stato qui, lascio un segno. Per quanto precario, per quanto destinato all’oblio, questo segno testimonia di una presenza, di un tentativo disperato di opporsi alla sparizione.

Forse è proprio in questo gesto che si nasconde la chiave di lettura dell’intera raccolta. Tutti i personaggi cercano di lasciare un segno, di afferrare qualcosa, di vedere oltre. “Oltre la finestra” diventa metafora di questa aspirazione impossibile: guardare oltre quella finestra, sfondare il vetro che non permette di vedere o di respirare, andare oltre, vedere oltre.

Ma il vetro non si rompe mai davvero. Resta sempre una barriera trasparente, un limite invisibile ma invalicabile. I personaggi possono solo premere il viso contro di esso, cercare di intravedere qualcosa, spiare la vita degli altri senza mai potervi accedere davvero. È una condizione tragica ma anche, paradossalmente, l’unica che renda sopportabile l’esistenza. Perché, se davvero il vetro si rompesse, se il confine cadesse, cosa resterebbe? Il vuoto assoluto, forse.

L’autore ci costringe a guardare oltre la finestra, a cercare di sfondare il vetro, anche sapendo che forse non ci riusciremo mai. Ma il tentativo stesso, ci dice, è tutto quello che abbiamo. Ed è, forse, già abbastanza.

 

 

 

 

 

Pensare la poesia di ricerca

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di Daniele Barbieri

Leggo La scuola delle cose n. 19 (aprile 2025), un numero a cura di Marco Giovenale, con interventi di Gian Luca Picconi, Massimiliano Manganelli, Luigi Magno, Chiara Portesine, Renata Morresi, Chiara Serani, Luigi Ballerini e Daniele Poletti. Il tema del numero è, come si può intuire dal nome del curatore, quell’area del campo della poesia che definisce se stessa poesia di ricerca. Il numero è complessivamente interessante e ho trovato diversi degli interventi particolarmente utili, ma le tesi sostenute si prestano a vari spunti polemici.

Il primo riguarda proprio l’espressione poesia di ricerca. Ci ricorda Manganelli che il termine postpoesia, coniato da Jean-Marie Gleize (ne ho discusso in un precedente intervento qui su NI), ha finito per essere troppo ampiamente utilizzato dalla critica italiana, quasi buono per qualsiasi occasione, finendo per diventare sostanzialmente inutile. Per questo Marco Giovenale preferisce parlare di scritture di ricerca o di scritture non assertive. Il problema è che la descrizione che il medesimo Manganelli dà di queste scritture di ricerca (e alla quale gli altri articoli che se ne occupano sembrano adeguarsi) è troppo ristretta e ne individua di fatto esattamente il settore di cui Giovenale si fa portavoce. In altre parole, a mio parere, l’espressione scritture di ricerca (o anche poesia di ricerca) individuerebbe il genere complessivo e non una specie, mentre di fatto quella stessa specie se ne impossessa, implicitamente dichiarando che le altre specie che appartengono al medesimo genere non sono poesia di ricerca. Non posso fare a meno di pensare alla strategia dei Bolscevichi nel 1917, che prendono il Palazzo d’Inverno non contro gli zaristi, bensì contro tutti gli altri partiti rivoluzionari, insieme con i quali avevano già spodestato lo zar. Certo, l’entità della battaglia e quella della posta in gioco non sono paragonabili, ma il metodo è un tipico metodo da avanguardia: la retorica dell’esclusività. Siamo noi e nessun altro a fare la rivoluzione, a fare la ricerca.

Preferisco riesumare, per proseguire il mio discorso, il termine di Gleize, che mi sembra più onesto. Da questo momento in poi parlerò dunque di postpoesia e postpoeti, per indicare l’ambito promosso da Giovenale. Quanto alla non assertività, non è troppo difficile rendersi conto che qualsiasi testo che si presti a molte letture (quali sono di solito i testi poetici di valore, e non solo quelli) non asserisce nulla, o asserisce solo superficialmente e in apparenza, come peraltro anche la postpoesia non può non fare. Si tratta dunque di una categoria troppo ampia, molto più ampia di quella stessa di poesia di ricerca.

Se poi pensiamo alla poesia di ricerca come genere (cui la postpoesia indubbiamente appartiene) si rivela difficile definirne dei confini. Da un lato non si possono dare delle linee alla ricerca artistica: quelle che elenca Gleize e che qui Manganelli riprende (il cut-up, il sought poem, l’eavesdropping…) sono indubbiamente possibilità, ma non necessità, e nemmeno lo è la riduzione dell’io, e tantomeno la letteralità (ammesso che sia possibile). Un autore che faccia ricerca su un modo diverso di fare lirica o di fare uso delle metafore, certamente non sarà un postpoeta, ma potremo dire che per questo non sta facendo ricerca? L’Humpty-Dumpty di Lewis Carrol domandava provocatoriamente ad Alice chi sia il padrone delle parole: non dovremmo forse noi domandare chi sia il padrone della ricerca? In altre parole: chi decide che cosa sia legittimamente ricerca? Il fatto è che non si possono stabilire dei criteri a qualcosa il cui senso stia esattamente nel trovare dei criteri nuovi. La de-coïncidence di François Jullien evocata da Poletti sta certamente al cuore di tutta la faccenda, ma per de-coincidere bisogna trovare un punto di vista imprevedibile, diverso da quelli assodati. Altrimenti si sta nella scuola, si sta nel paradigma, ed è proprio il paradigma specifico della postpoesia a essere spesso enunciato in queste pagine.

Si aggiunga che la classificazione proposta da Gleize per il campo della poesia contemporanea (lapoesia, ripoesia, neopoesia, postpoesia) riduce un campo bi- o tridimensionale a una linea. In una situazione a più dimensioni le direzioni in cui si può andare sono infinite, mentre lungo una linea si va in una direzione oppure in quella opposta. In altri termini, si va avanti oppure indietro, e non ci sono altre possibilità. Nella classificazione di Gleize, insomma, è implicita un’idea di progresso (non lontana da quella della scienza), ed è implicito anche quale sia il lato verso cui si va avanti. Certo che si tratta di una semplificazione, la quale come tutte le semplificazioni può portare dei vantaggi, ma questi vantaggi sono sempre relativi a uno scopo preciso, che dev’essere già noto. In altre parole, Gleize sta classificando il campo della poesia in maniera da mostrare la postpoesia come la punta più avanzata di una progressione lineare. Rappresentando il medesimo campo come una costellazione di realtà differenti, con somiglianze di famiglia qua e là, non si potrebbe ottenere il medesimo effetto retorico. Siamo di nuovo, insomma, all’interno di una retorica da avanguardia: la rivoluzione siamo noi, gli altri stanno contro o, per bene che vada, più indietro.

 

Quello che Manganelli sembra dimenticare nel suo articolo è che la chiamata in causa del lettore come condizione indispensabile per le opere non è cosa degli ultimi anni. Era esattamente il tema di Opera aperta, il libro di Umberto Eco del 1962, cioè 63 anni fa. Ma già in quello scritto Eco faceva notare come qualsiasi opera d’arte sia inevitabilmente un’opera aperta, e richieda la collaborazione del lettore (e poi l’intero Lector in fabula. La cooperazione interpretativa nei testi narrativi, del 1979, sarà acutamente dedicato alla questione), ma certamente – Eco stesso lo dice – le opere delle avanguardie avevano talvolta un grado di apertura in più. Quanto all’abbandono della metafora, ammesso che sia davvero una strategia interessante (e non un buttare via il bambino insieme con l’acqua sporca del suo abuso), essa non conduce affatto alla letteralità del messaggio. Se leggessimo letteralmente i testi di Michele Zaffarano (che mi sembra l’autore in Italia in cui la postpoesia si esprime più limpidamente) non troveremmo che una sequenza di asserzioni banali, e non potremmo cogliere l’ironia che le riscatta.

Tuttavia, viceversa, attraverso la possibilità di una lettura trasversale, potremmo arrivare a salvare qualsiasi testo. Mi sono divertito a immaginare che cosa accadrebbe se leggessimo una poesia di Franco Arminio come se l’avesse scritta Michele Zaffarano (novello Pierre Menard di questo gioco).

Prendi un angolo del tuo paese

e fallo sacro,

vai a fargli visita prima di partire

e quando torni.

Stai molto di più all’aria aperta.

Ascolta un anziano, lascia che parli della sua vita.

Leggi poesie ad alta voce.

Esprimi ammirazione per qualcuno.

Esci all’alba ogni tanto.

Passa un po’ di tempo vicino ad un animale,

prova a sentire il mondo

con gli occhi di una mosca,

con le zampe di un cane.

(da https://www.donnad.it/franco-arminio-poesie)

Se fosse Zaffarano l’autore di questi versi non potremmo leggerli letteralmente. L’elenco di banalità che si sussegue al loro interno dovrebbe essere interpretato come sarcasmo sulla banalità stessa. Si starebbe evidentemente prendendo in giro un’idea ingenua della lirica, con tutti i suoi luoghi comuni. Si starebbe facendo un discorso sulla scrittura, sulla banalità della comunicazione, persino sull’impossibilità di uscire davvero da questa banalità, cui siamo quotidianamente condannati. Mancano, certo, le marche, gli indizi dell’ironia. Ma poiché conosciamo l’autore, e mai ci aspetteremmo da lui un discorso serioso in questi termini, potremmo convocare l’ironia anche senza che sia dichiarata.

L’autore è però, in verità, Franco Arminio, che ci invita a una lettura davvero letterale di un testo che non fa uso di metafore. Questo fa anche di Franco Arminio un postpoeta? E se volessimo magari impelagarci a sostenere che lui è comunque un poeta di ricerca, quale sarebbe la sua ricerca?

Ma, ancora, avrei potuto scegliere una diversa poesia di Arminio per leggerla come uno pseudo-Zaffarano, e i risultati non sarebbero stati differenti: vi avremmo riconosciuto il medesimo sarcasmo sulla banalità, e avremmo potuto fare il medesimo discorso che abbiamo fatto sopra. Questo pone un problema alla postpoesia, almeno nelle sue forme più rigorose: la sostanziale omogeneità tematica, l’impossibilità di allontanarsi dal nucleo di temi su cui si fonda e su cui sempre insiste, faticando ad allontanarsene. Come se esistesse una e una sola cosa di cui parlare, magari in modi molto diversi, ma per poi finire sempre lì. Mi ha colpito che, nell’articolo di Picconi che apre il numero con una ricognizione sugli autori dell’area in questione, Inglese e Raos siano inizialmente nominati tra gli autori di Prosa in prosa, ma poi non più ripresi nel seguito, a differenza degli altri quattro. Il fatto è che Inglese, ma soprattutto Raos, fanno una poesia ben diversa da quella che viene descritta e canonizzata dalla serie di articoli. Non seguono quelle regole, insomma: non possiamo davvero considerarli fino in fondo postpoeti. Appartengono al genere poesia di ricerca, senza dubbio, ma sono di una specie diversa, cui non si dà grande spazio qui.

 

Uno spettro, comunque, si aggira nel campo della poesia, lo spettro del soggetto. Da un lato la lirica sembra presentarsi come l’espressione diretta delle istanze del soggetto; dall’altro la Neoavanguardia italiana pone (sin dall’introduzione di Alfredo Giuliani a I novissimi, nel 1961) la riduzione dell’io tra le sue istanze programmatiche. Anche qui siamo di fronte, nei fatti, a un campo tridimensionale, variegato, all’interno del quale possiamo incontrare lirica che fa a meno dell’io e poesia di ricerca in cui l’io viene nominato; anche qui è diffusa la semplificazione secondo cui la lirica starebbe alla poesia di ricerca come la presenza starebbe all’assenza dell’io. Questa semplificazione, almeno, è parzialmente giustificata dal suo essere in molti casi (non in tutti) verificabile nei fatti.

È tuttavia possibile vedere le cose in un altro modo, del tutto opposto. Fare ricerca, anche dei modi più impersonali e freddi di espressione, implica una forte attività del soggetto, il quale deve scegliere, o addirittura inventare, dei criteri di fondo diversi da quelli della tradizione. Viceversa, chi a questa tradizione si appoggia, come molti poeti lirici, mette in moto la scelta personale solo a livelli più superficiali. In questa prospettiva, per quanto paradossale questo possa apparire, dovremmo riconoscere che la lirica starebbe alla poesia di ricerca come l’assenza starebbe alla presenza dell’io, ribaltando la proporzione precedente. Stare nella tradizione comporta una molto minore affermazione del soggetto rispetto al cercare di uscirne (lo faceva già notare Guido Mazzoni nel suo bel libro del 2005).

La mia sensazione è comunque che quello del soggetto, dell’io, sia davvero un falso problema, un abbaglio, purtroppo assunto dagli stessi attori (autori) in causa. L’illusione dell’io è costitutiva del nostro essere personale e sociale, e fa parte del modo in cui ci rappresentiamo a noi stessi. Per questo tendiamo a vedere altri io dappertutto. E questo, nella società in cui viviamo, è ormai una necessità. Ma quando si legge “io” in un testo scritto che non sia una comunicazione personale, che cosa fa sì che dobbiamo far coincidere questo “io” con quello dell’autore? Si dirà che la lirica è esattamente quel tipo di poesia che si fonda su questa assunzione. Ma potremmo facilmente rispondere che la lirica è piuttosto quel tipo di poesia che si fonda sulla costruzione di un io poetico che possa essere ricondotto all’io autoriale; descrivendo le cose in questo modo abbiamo la possibilità di renderci conto che tale riconduzione (cioè tale identità) è un’illusione, e che la lirica si fonda sull’accettazione (più o meno consapevole) di questa illusione, un’illusione antica, cui il Romanticismo diede particolare forza, e che ancora resiste nella vulgata.

Quando leggiamo un romanzo, magari narrato in prima persona, non abbiamo nessun problema a distinguere l’autore da chi dice “io”. Ismaele non è Herman Melville. L’illusione lirica non solo non vi è necessaria, ma vi è proprio vietata. Cosa ci proibisce di pensare all’io lirico come una costruzione, né più né meno di quello narrativo? L’io di Petrarca come quello di Leopardi sono costruzioni letterarie, delle quali non ha nessuna importanza che corrispondano all’io degli autori.

La poesia, insomma, non meno della prosa, non è che un teatrino pronominale in cui “io”, “tu”, “ella, egli” non sono che attori in gioco, punti di vista messi in scena, efficaci nella misura in cui costruiscono situazioni efficaci, non nella misura in cui esprimono alcunché dei loro autori. Del resto, sappiamo benissimo che il poeta lirico ingenuo che crede di esprimere le proprie pene d’amore non fa in realtà che riprodurre un canovaccio secolare, in cui quell’io non è che un ruolo ben definito – e i lettori, quelli che lo apprezzano, lo apprezzano proprio perché ci ritrovano quel ruolo secolare. A un livello meno ingenuo, la consapevolezza di questa inevitabile artificiosità dell’io potrebbe permettere di fare ricerca pur continuando a usare l’io, persino pur continuando a fare lirica. Il migliore risultato del secolo in questo campo ha nome Amelia Rosselli.

Sul versante opposto, il postpoeta ingenuo potrà credere di esprimersi oggettivamente facendo uso di espressioni raccolte qua e là dall’ambiente, ma sarà poi lui/lei ad avere organizzato quel materiale, magari seguendo la propria tradizione, meno antica dell’altra, ma ugualmente non nuovissima – e i lettori, quelli che lo apprezzano, lo apprezzano proprio perché riconoscono l’attività personale all’interno delle regole di genere assestate. Cosa può fare il postpoeta meno ingenuo?

Il problema dell’io in poesia è in realtà il problema dei poeti che credono di doverlo esprimere o che credono di doverlo tener lontano; è un problema che riguarda gli ingenui (lirici o di ricerca che siano). Basta rendersi conto che l’io è un altro, ed è già in partenza lontano, a saperlo guardare è già ridotto. Lo era già persino in Petrarca, nonostante l’illusione potente che ci è stata costruita sopra – a partire da lui medesimo, magari. Ma le intenzioni degli autori non contano; non è mai su quello che si costruisce la qualità della poesia.

Il che ci riporta, conclusivamente, a un altro problema tipico delle avanguardie artistiche, le quali sono state spesso più significative per le intenzioni esposte che per i risultati conseguiti. Dal punto di vista della cultura nel suo insieme, si tratta di un fenomeno positivo, perché solleva e stimola le discussioni e le riflessioni critiche. Ma questo non salva i risultati artistici che, quando sono validi, capita anche che lo siano a dispetto delle intenzioni espresse

Da “Cassandra a bruciapelo”

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di Sandra Moussempès

Traduzione di Valentina Gosetti, Tommaso Santi e Adriano Marchetti

*

Oggetti femminili non identificati

 

Principesse cinematografiche fuggite da un convento orientato a Est da tempo già sanno dove possono andare

Si sono rifugiate in una casa stregata, abbandonata dal 1972, stanche d’aver camminato per ore nella foresta, adesso sanno che in qualsiasi istante il racconto si può fermare

Il film può smaterializzarsi, torneranno allora dalle loro famiglie benestanti di Beverly Hills o in una di quelle lussuose zone residenziali di Santa Monica in riva al mare

Per ora masticano chewing-gum alla fragola selvatica, ascoltano Dubstep ondeggiando in un corridoio dorato, stese su vecchi materassi sparsi sul pavimento polveroso

Sulla tavola della cucina rimangono dei corn-flakes fossilizzati dal 1972, la scatola è coperta di ragnatele, gli slogan pubblicitari hanno mantenuto i colori fuorimoda dell’epoca

Nell’atmosfera si sente qualche cosa di vaporoso, ectoplasmi alla ricerca della loro storia, corpi che cercano d’infiltrarsi in altri corpi.

Non sappiamo cosa stia succedendo qui, ogni spiegazione sarebbe incompleta dinnanzi alla vastità di dibattiti invisibili, le voci fuori campo s’intrecciano:

– Dove sono i ricordi che più non ricordi?

*

Similarità di capigliature

 

Una casa si staglia dal resto della foresta, da secoli sgombra dei suoi occupanti

Un lampadario oscilla, pronto a staccarsi dal soffitto

Vorrei ridurre l’immagine, ritagliarla, ma non riesco ad aprire il file sullo stato dei luoghi, sembra che questo momento non sia stato archiviato

Si possono intuire unità strutturali, un contesto sociale onnipresente, un languore più empirico che teorico illuminerà tutti gli schermi della sala esterna

La capigliatura dell’una copre il corpo dell’altra, certi corpi si sono incastrati, i respiri si diffondono nella stanza

Ecco la sensazione principale in questo village middle-class: niente e nessuno è veramente certo di cosa stia accadendo ma le cose torneranno alla normalità, concetti e drappeggi floreali per eventuali bagagli

Alle studentesse verrà chiesto di far attenzione quando escono, gli si spiegherà che qualche tipo losco vuole entrare nelle camere del campus

Alcune reclute si ricordano segmenti momentanei dei loro ricordi archiviati

Brandelli di discussione sono memorizzati su vecchi registratori che lasciano tracce sonore da trovare anni più tardi:

– Avevo i capelli lunghi che non cadevano mai in morbidi boccoli o in getti di luce dorata, preferivo filmare quelli delle principesse, con la mia telecamera in mano, dalla camera pre-matrimoniale

– Camminavano sempre in una foresta di abeti giganti, verde scuro, da cui nessuna ragazza bionda può uscire indenne

Ricordo un dipinto in un salotto deserto raffigurante personaggi pronti ad uscire dalla cornice

Ragazze che dormivano, raggomitolate l’una contro l’altra, nei loro maglioni, sembravano principesse hippie circondate dal fuoco

a volte la casa bruciava

Pellicole abbandonate in un magazzino, eroine cinematografiche che invocano, fra le loro compagne, entità rinvenute da vite precedenti

– avvolte da tessuto di cotone –

Che abbiano fatto voto di castità, o che siano attratte qui dalla lussuria, possono entrare

Sono finalmente riapparse nella casa abbandonata, piccolo salutare scompenso dopo aver conseguito il diploma di fine anno in tenuta da ragazza pom-pom

Questo diversivo indica capacità vocali eccezionali oppure permette di nuotare in un fiume di paillettes

Non hanno visto che un cartello gigantesco di DIVIETO D’ACCESSO a una proprietà privata può segnalare una futura impossibilità di abbandonare i locali

*

Laboratorio dedicato alla riappropriazione degli specchi

 

“Sono pronta” dice, nuda sotto una camicia da notte rosa confetto, una benda sul polso

La cornetta del telefono sul pavimento porta all’avvolgimento del filo su se stesso

Registrata è la conversazione di un film fantasma

– parlare nel vuoto è una sinecura –

Questa voce profonda e modulata sbatte contro i blocchi di cemento dietro le pareti rivestite di carta da parati

 

“È una camera oscura che mi guida”

“È quindi lei la donna in questione?”

“Per molto tempo, ho vissuto in una stanza rettangolare, da questa camera non uscivo mai”

“Volevo poter scegliere la mia lingua senza essere disturbata dal riassemblaggio di parole riparate”

*

Infiltrazione teorica

 

La qualità di questa sceneggiatura è a dir poco confusa

Seguire le orme di giovani ragazze dai lunghi capelli biondi

Rifugiate in una casa stregata dal 1972

È un passeggiare fittizio proprio come una camminata veloce sul tapis roulant

 

O queste ragazze se ne vanno e si perdono nella foresta

O si addormentano qui sul pavimento del salotto polveroso

 

La teoria non ci permette più di pretendere qualcosa di vero

La teoria è sempre più simile a un’attrice perfetta in fase meditativa

– che mai esisterà –

*

Lisieux (1)

 

Una casa con una santa invisibile al suo interno

Il suo letto è fatto, la moglie del sindaco del mio paese normanno ha interpretato il ruolo di Teresa a 15 anni negli anni 70

Mi dice “sono la sola ad aver dormito nel suo letto da quando è morta”

Nella cornice al di sopra del letto si trovano le ciocche di capelli di Teresa dai 5 ai 16 anni

*

Lisieux (2)

 

Il giovane volontario resta tutto il giorno nella camera di Teresa

Davanti al lettino dove è morta (di qualche cosa che non ha nulla a che fare con quello che pensavo)

Spiega ai visitatori che era una ragazzina molto civettuola dell’alta borghesia

Non sa se diventerà prete, nel frattempo fa l’insegnante di matematica & è il custode di una casa stregata

*

Lisieux (3)

 

Vorrei sempre raggiungere questo preciso momento in cui so che la poesia è finita

Non importa quanto mi sforzi, nella vita di tutti i giorni al di fuori della poesia

Mi spavento sempre di più, le case mi spaventano sempre di più

Le case sono troppo amate da specchi sgretolati

*

[Quando ho incontrato Emily…]

 

Quando ho incontrato Emily in costume svuotato

Aveva l’aria seria sotto un mantello color malva

 

Quando ho incontrato le dodici Emily brune e sospettose

La colonna sonora era la stessa

Sussurri di discepoli in un austero collegio di notte

 

Portavano lo stesso terzo occhio in mezzo alla fronte ma con sguardi        diversi

 

Verso il corridoio

Si trovava una cosa gigantesca che nessuno poteva vedere (tranne loro)

 

Morta vivente che non ce la faceva di fronte a questo specchio contestuale

Una bocca a forma di cuore che aspirava metodicamente la fisionomia della sua controfigura

*

[Oggi sono contenta…]

 

Oggi sono contenta di essere me

Che bevo una tazza di tè verde

Che leggo poesie coreane ben tradotte

Contrariata da altre cose ridotte in cenere

 

La contrarietà fa parte del reale mi avevano detto

Ho visto di peggio della contrarietà

Le ossa di un morto vivente in una ciotola di spaghetti di soia

 

Il buco nero che striscia sul pavimento

Mi invade come una tristezza passeggera

La festa degli alberi è già diventata una sfilata di moda

“You are so great!” in mezzo al bosco la mondanità ha la meglio sulla pulsazione

 

La sposina finale con il vestito di pizzo

È una suora che entra in scena e nasconde il buco col suo strascico

*

Kidnapping

 

Tutte le adolescenti rapite si rifugiano sotto la tavola

Sapendo che una ragazza divorata da una madre divorata da una madre

Non può arrivare a liberarsi da sola

 

Le scarpe senza lacci al vostro servizio

 

A due metri dalla piccola rapita che sorseggia un succo di pompelmo rosa

La luna e la paglia sono venerate dal proprietario di questa casa, basta vedere il numero degli affittuari che aspirano una luce rossa

*

[Vorrei uscire da un sogno…]

 

Vorrei uscire da un sogno su una donna che dorme con una donna senza essere una donna – né un uomo

Questa contusione degli stati provvisori è una forza infiltrata in se stessa

 

La donna che donna non è mi chiede di aspettarla nel sogno successivo oppure posso accompagnarla guardarla da lontano dovrei fabbricarle una collana di perle auto-finzionali

 

Proseguendo nel sogno il suo viso si rivela per poi scomparire totalmente

Rimane il corpo e l’accrocchio dei capelli, a volte un insetto attraversa il lato nascosto del viso

 

Vi descrivo ciò che sono dall’interno ma l’esterno mi è sconosciuto

Trecce di tutte le capigliature della mia vita sono aggrovigliate in uno story-board

 

Degli automi mi rappresentano in diverse età4, un piccolo libretto d’istruzioni in seta è inserito in ogni meccanismo che potete consultare

Le labbra falliscono con una pietra conficcata nella bocca: taceresti

 

Verserai olio sulla tua fronte, il tuo viso interiore riapparirà quando avrai scelto uno specchio a tema: buchi e linguaggio

 

*

NOTE

 

4 È Anie Besnard primo amore di Antonin Artaud (e compagna, un tempo, del padre dell’autrice) che collezionava automi nel suo appartamento dell’Ile Saint-Louis e offrì all’autrice una bambola di porcellana somigliante alla bambina di 6 anni che era, nonché un piccolo automa di orso chiamato dall’autrice Ben poi perso alla morte del padre nel 1981.

*

Nota bibliografica

Sandra Moussempès (Parigi, 1965) è poetessa e ha pubblicato quattordici volumi di poesia, per lo più edite da Flammarion.

Oltre alla scrittura poetica, si è dedicata alla fotografia e al canto, affermandosi come artista sonora e vocale all’interno di gruppi musicali di musica elettronica.

E’ stata finalista del Premio Bernard-Heidsieck – Centre Pompidou nel 2017 per la poesia performativa. Il suo lavoro sonoro è stato raccolto in quattro CD di poesia audio, tra cui Beauty SitcomVox Museum.

Sauvons l’ennemie è il suo ultimo libro uscito nel 2025 per Flammarion.

Cassandra a bruciapelo, edito per le edizioni Joker nel 2025 è il suo primo volume pubblicato in Italia.

E qualcosa rimane

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di Gianluca Veltri

A quel tempo era un ragazzo.

Improbabile che giocasse a ramino, ancor più che fischiasse alle donne.

Stava componendo, con pazienza e incoscienza, il proprio alfabeto. Non esistono alfabeti che nascano dal nulla: un palinsesto espressivo è sempre un puzzle di esperienze, magari anche inconsapevoli, di incontri e reminiscenze.

Cohen, Drake, Dylan, De André, le musiche tradizionali popolari, la poesia del Novecento, l’amore e la politica, Pasolini, la beat generation.

In uscita da una nicchia indecifrabile, con l’inatteso successo radiofonico risalente a qualche anno prima (Alice) e una reputazione che si andava consolidando – a detta di molti – come sempre più “ermetica”, Francesco De Gregori licenzia all’alba del 1975 il disco della vita. Quello che si indicherebbe a occhi chiusi, se si fosse costretti a scegliere una cosa, una soltanto, tra le tante che ha fatto.

Il disco esce nella stessa temperie di Volume 8 di Fabrizio De André e addirittura contiene una stessa canzone, Le storie di ieri, un brano di De Gregori risalente già alle sessioni del suo disco precedente (noto come “La pecora”), dal quale era rimasto escluso. Il ragazzo e il maestro avevano lavorato al disco nuovo di quest’ultimo, nella tenuta gallurese di De André. Strana collaborazione, quella tra i due: pare non si vedessero molto, anzi quasi mai, e che, mentre l’uno scriveva, l’altro dormiva e viceversa, e che si lasciassero appunti e idee che poi l’altro arricchiva e a volte completava.

Apprendistato per De Gregori, rivitalizzazione per De André.

Dopo aver lavorato nella bottega del pigmalione, il ragazzo – che “ha una voglia strana in fondo al cuore, che nemmeno lui lo sa, se sia paura oppure libertà” – mette a punto un album nuovo, tutto suo. Ha lucida contezza di cosa ha combinato, e del fatto che i nove diamanti scheggiati di quel vinile diventeranno altrettanti piccoli mondi, isole nella corrente a sé stanti, dentro un mondo che cambia in mezzo secolo? Canta ride e stona, e ruba. Amore e furto, sì, perché “Buonanotte fiorellino” altro non è che una sorta di Winterlude di Bob Dylan – apparsa su New Morning qualche anno prima – rivisitata, e De Gregori non ancora Principe ammetterà di non essere mai stato tanto vicino al plagio come in quei due minuti; e il testo di Piccola mela è tratto a piene mani da una canzone popolare sarda. Furto artistico sia chiaro. Sa pescare con maestria, De Gregori, e tutto fa suo, imprimendo un marchio espressivo che sarà per sempre riconoscibilissimo. La ceralacca di quel timbro, che da allora in poi sarà per sempre “degregoriano”, si trova nei solchi di Rimmel.

E qualcosa rimane, di quel fascio di luce, di quelle pagine che sono soltanto chiare, e manco una scura? Certamente, la poesia non muore mai. E anche se Rimmel è un disco di musica, c’è lì in mezzo a quella mezzora scarsa tanta poesia, o se preferite poeticità. Una mezzora, grosso modo quanto Pink Moon di Nick Drake: anche lì si trattava di un terzo album cruciale (e purtroppo ultimo, in quel caso), destinato a coniare un canone; e, volendo continuare a giocare con l’importanza del Terzo Disco, più o meno anche la smilza durata di Sulle corde di Aries, incredibile capolavoro di Franco Battiato apparso due anni prima, che tracciava ben altre pionieristiche traiettorie. Se un artista riesce a condensare in modo così lapidario la propria poetica, vuol dire che ha trovato la cifra esatta della propria espressività, che i conti gli tornano alla perfezione.

In Rimmel ben tre brani dell’album restano sotto i tre minuti, e soltanto due superano i quattro – i due episodi più politici, Pablo e Le storie di ieri. A testimonianza che molto spesso l’impegno non va d’accordo con la sintesi, qualunque valore si voglia dare a questo dato? Va detto però che è una pregevole coda di sorprendente sapore jazz, a opera del sassofonista Mario Schiano, ad allungare Le storie di ieri, una canzone che dà conto della persistenza del fascismo – il fascismo eterno di Umberto Eco, si direbbe – nel sentire profondo della nostra società.

De Gregori sembra mettere in atto musicalmente, un decennio prima, un significativo estratto delle non ancora codificate Lezioni americane di Calvino: brevità, coerenza (stilistica), esattezza, (apparente) leggerezza. A causa della presunta leggerezza – opposta alla pesantezza dell’impegno militante preteso – il cantautore comincerà a diventare inviso a un pubblico che lo vorrebbe organico, vessillifero di istanze politiche inequivocabilmente etichettabili, schierato.

In questo senso, il ritornello di Pablo sarebbe semplicemente perfetto:

Hanno ammazzato Pablo:

Pablo è vivo.

E pazienza se, nel testo, Pablo non sia il “compagno” spagnolo, e che bisogni accontentarsi del “collega” spagnolo. Ma lo slogan diventerà funzionale per i tempi. Verrà purtroppo utilizzato ben presto, con la semplice sostituzione del nome, per commemorare il povero Pietro Bruno, il diciottenne di Lotta continua della Garbatella ammazzato dalla polizia durante un attacco all’ambasciata dello Zaire per l’autodeterminazione dell’Angola. Un raid che doveva avere solo un valore simbolico e dimostrativo, organizzato dal futuro scrittore Erri De Luca, all’epoca leader di Lotta continua, che confesserà per sempre enorme rimorso per l’accaduto.

Peccato che, nei solchi del vinile, a Pablo, che regala uno slogan barricadero, faccia seguito l’imperdonabile valzer musette di Buonanotte fiorellino, che sciorina versi pieni di languore:

Per sognarti, devo averti vicino,
e vicino non è ancora abbastanza.

Buonanotte, buonanotte, monetina

Uno sgarbo perfettamente voluto da De Gregori, che rivendicava il diritto artistico della libertà espressiva, della scelta dei temi e dei toni, anche se ciò poteva comportare un completo abbandono amoroso. È questo versante che apre la strada verso una concezione di De Gregori “borghese” e disimpegnato. Il giornalista Giaime Pintor, sulla rivista Muzak, definisce De Gregori kitsch e melenso, avvicinando i suoi versi ai pensieri che si trovano nei baci Perugina e ai romanzi sentimentali di Liala, quintessenza di mielosità. La divaricazione porterà nel giro di un anno alle pesanti contestazioni subite dal cantautore al Palalido di Milano, a opera di gruppi della sinistra extra-parlamentare. Verrà sottoposto a un violento e traumatico processo – ma forse sarebbe più esatto definirlo una vera e propria aggressione –, accusato di non occuparsi abbastanza della rivoluzione, dei “compagni” e degli operai, e di pensare soltanto agli incassi dei suoi concerti.

Ma Rimmel è anche Pezzi di vetro, Quattro cani, destinate a diventare impegnativi banchi di prova per i chitarristi da falò: nel disco le chitarre sono suonate tutte dal bravissimo Renzo Zenobi; e poi la “santa voglia di vivere” dell’immortale title track, e lo “zingaro” che ha fatto le carte ma è “un trucco” – oggi non si potrebbe dire né cantare più un verso del genere, non sarebbe abbastanza woke.

E ancora, il pianista di Piano bar, che non è Antonello Venditti: una delle tante leggende metropolitane alimentate da dischi mitici come questo, insieme alla bufala che a lungo volle Buonanotte fiorellino dedicata a una fidanzata morta in un incidente aereo: completamente falso. Invece è veramente dedicata a Marco Pannella Il Signor Hood, un’ariosa ballad di sapore country che ribattezza il leader radicale come il nuovo Robin Hood. Senza alcuna co-militanza, ovviamente; anzi, com’è scritto nel sottotitolo in retrocopertina, “con autonomia”.

 

Faccio vestiti con le foglie

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di Tito Pioli

La conoscono tutti a Parma la chiamano SiviaSfoglia lavora come spazzina nel giardino pubblico di Parma guarda sempre in basso tutti i giorni perché raccoglie le foglie secche in basso c’è la vita dice a tutti
Un giorno SilviaSfoglia ha visto quanti senzatetto dormivano sotto gli alberi durante il freddo inverno quasi ogni platano c’era un senzatetto un albero un senzatetto e allora SilviaSfoglia ha pensato ma perché buttare via queste foglie quando possono servire a qualcosa a qualcuno
SilviaSfoglia ascolta in cuffia la canzone Me llaman calle perché lei è sempre in strada lungo i viali del giardino pubblico di Parma
“Non servono a niente le foglie secche” gli urlano nelle orecchie a SilviaSfoglia dei giovani e ridono e calciano le foglie in segno di disprezzo
Silvia invece pensa che le foglie secche siano esseri viventi e addirittura trova un nome per tutte le foglie secche che incontra e le chiama Lucia Alessia Simona Paola Giulio Germano Antonio Luca
Ogni foglia un nome proprio
Ogni albero un senzatetto
Ora SilviaSfoglia con le foglie secche fa per i senzatetto gonne fa cappelli da donna fa camicie intesse sciarpe e i senzatetto la guardano attorno al fuoco mentre lavora per loro quasi fosse una Dea una statua che può salvarli dal freddo e dalla morte
Solo a Parma fanno i vestiti con le foglie secche per i senzatetto
Al giardino pubblico di Parma se andate tutti la conoscono SilviaSfoglia
Spesso SilviaSfoglia sembra incinta perché si riempie la pancia di foglie incinta delle foglie incinta del mondo e qualche bestia umana prende la rincorsa e con la testa punta la pancia di SilviaSfoglia vuole farla abortire
Ma SilviaSfoglia non ha paura lotta è incinta tutto l’anno delle foglie e partorisce colore decine di volte l’anno
Delle volte SilviaSfoglia deve litigare con i vigili  e urlare che dicono che le foglie secche sono da buttare e che non servono a niente e che se continua così qualcuno la denuncia
La spazzina non ha paura di nessuno raccoglie centinaia di foglie e fa vestiti adesso sono sue figlie le foglie secche
E’ arrivata la lettera di licenziamento del Comune per SilviaSfoglia che non fa il suo dovere ora è una disoccupata una fallita  ma per i senzatetto è una Dea una Fortuna una davanti cui pregare la seguono mentre lei corre lungo i viali del giardino pubblico ogni giorno SilviaSfoglia fa un vestito per una donna senza tetto per un uomo senza tetto per un bambino che ha freddo
SilviaSfoglia è utile alla terra  come le foglie secche
Me llaman calle me llaman SilviaSfoglia fo vestiti con le foglie per i senzatetto

 

L’immagine: Figura antropomorfa (cultura Chancay), Musée de la Manufacture de Sèvres

Massimo Salvati: Oblio Mucido

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di Massimo Salvati

È da poco uscito, per Alter Ego, il romanzo Oblio Mucido di Massimo Salvati.

Ospito qui un estratto, in anteprima.

***

Dissolvenza, mani intrecciate davanti agli occhi che si sciolgono. Luci e fosfeni, le nuove forme sfumano nelle vecchie. Per un po’ nessuno dei due è stato lì: hanno viaggiato lontano, oltre il vetro, fuori dalla finestra, in una regione sconosciuta.

Buio, corpo, fuori corpo.

In fondo, tra gli strati della penombra, accanto al letto un abat-jour illumina un paio di occhi sbarrati, puntati sull’ingresso: un volto di gesso. La fronte ha un’inarcatura sospesa. Le braccia rigide calate sul lenzuolo. Il corpo poggiato a mezzo busto alla testiera.

Una luce gialla investe gli occhi di Matteo. Entra dalla finestra aperta e si sposta sul soffitto; dalla forma conica si allarga e Matteo reagisce scattando verso la sorgente: guarda fuori: non vede nulla. Sente un ritorno di onde infrangersi, un profumo di mare e salsedine. Attende un attimo per scrutare tra il nero e l’informe. Il freddo e il buio indeboliscono qualsiasi pensiero e comincia a sfregarsi le mani; le compatta più che può, il gelo le ha impallidite e non si scaldano; sfrega più forte: piccoli granelli bianchi si staccano dalla pelle come fosse sale, sfarinandosi nell’aria. Li vede nei solchi delle nocche e sotto le unghie. Il pavimento di linoleum trema e una mattonella si incrina. Dalle crepe spuntano fuori delle sottili ife bianche. Le guarda: una vertigine gli fa mancare l’equilibrio e chiude gli occhi. Lì dentro, nel buio dietro le palpebre, le immagini tornano a ondate spezzate: l’asciugamano sul pavimento, le dita di Enrico sul fianco di Elena, lo sguardo di lei. Lo stesso che adesso sente puntato su di sé.

«Dottore può chiudere la finestra. C’è aria nuova».

Matteo si avvicina per un’ultima occhiata prima di chiudere i vetri. Fuori non c’è nulla. E si siede. Prende gli appunti dalla sedia accanto e annota: “02:02 attività verbale ancora consistente. Espressione rigida, smorfia facciale variabile (?), possibili spasmi muscolari e allucinazioni notturne. Nessun segno di miglioramento. Persistente confusione identitaria proiettiva”.

Rimane in ascolto del proprio respiro lento e irregolare. Poi, nel silenzio pieno di spigoli, Simone parla, quasi sussurrando: «Sei tu che te ne sei andato».

Matteo solleva la testa di scatto. Lo guarda. Simone ha chiuso gli occhi. «Cosa hai detto?». Non riceve risposta. Solo un breve respiro più profondo, un movimento involontario delle dita.

Lo guarda ancora un attimo, poi torna a sfogliare gli appunti meccanicamente, fino a quando da una pagina non cade a terra una fotografia; la raccoglie: è una vecchia foto di Simone ed Enrico in riva a un lago. Sorridono.

Una voce fuori campo, dentro di lui, mormora: Chi sta ricordando cosa, adesso?

La stufa a pellet riscalda l’aria, un tepore si insinua lentamente crepando la vista. Le pareti sembrano muoversi, pulsare con lui. C’è una fessura sul muro che non ricordava. Sottile. Viva.

È l’aria che cambia le cose. O forse è la luce.

Si alza. Riapre il taccuino e le righe oscillano. Le lettere si piegano, si fondono. Compare una frase: “Sei tu che te ne sei andato”. La sente risuonare, anche se nessuno ha parlato.

A Matteo l’immagine di Simone sembra sfumare, contorcersi; si sgretola in strati, in due, in quattro, riprendendosi e agglutinandosi in pezzi sempre più piccoli. Anche l’espressione è scorbutica, ora allegra, ora goffa. Non riesce a riconoscergli un volto: solo una voce che si interrompe.

Il corridoio è un’orchestra di luci; uno scintillio di pannelli elettrici, monitor e schermi mostrano le direzioni. I padiglioni sono indicati da strisce viola segmentate sul pavimento, il colore che Matteo segue. Passa oltre l’insegna “area B, sala 4”. Attraversa il corridoio pensando a Simone e alle azioni da compiere; la monotonia di certe architetture facilita la levitazione dei pensieri. La struttura è stata costruita con questo scopo, un manicomio ideale: un muro corre lungo il perimetro dell’edificio composto da due ali, per dividere i pazienti in base al sesso. All’ingresso, in un’ex infermeria è stata ricavata una grande sala comune, con due file di divani, tv con cuffie wireless, tavolo da ping-pong, tre grandi tavoli di legno smaltato con tovaglie a pois; schermi messi in loop di vecchi talk show nazionalpopolari; puzza di disinfettante e fumo di sigaretta.

Lungo il corridoio si sviluppano le camere, tutte sullo stesso piano. Sono state ricavate da camerate ridotte in box più piccoli. Ogni camera ha una smart tv programmata: l’ideale è che si resti a letto tutto il giorno, collegati agli apparecchi. La coscienza alleggerita dal supporto elettronico. E il tempo scorre.

Nella sua stanza privata tutto grida alla replicabilità: non più grande dello spazio di due sedie e un tavolo, con un piccolo bagno, le pareti mancano di qualsiasi quadro o dettaglio. Al centro, la scrivania è semplice e funzionale, di un finto legno pressato, dalla superficie liscia, con una finitura opaca e bordature rifinite senza spigoli, disseminata di opuscoli: qualche foglio scritto, dei pezzetti di carta con cui a volte Matteo fa i filtri delle sigarette che fuma di nascosto in bagno; tante penne di cui la maggior parte senza tappo; libri di cui non ricorda il titolo. La scrivania è un bazar archeologico.

Il computer è un blocco opaco, lento, con una schermata che lampeggia dopo ogni inserimento: “ACCESSO IN CORSO…”. A volte Matteo lo accende e lo guarda senza fare nulla. Aspetta che da lì esca una risposta, un’immagine, una voce.

Ha messo un post-it giallo accanto allo schermo. Sopra c’è scritto: “Non pensarci troppo”. Non ricorda quando l’ha scritto. La calligrafia è la sua, anche se lo guarda con sospetto. Forse era uno scherzo.

Nel cassetto inferiore ci sono dei guanti in lattice, dei lacci emostatici e una piccola confezione di benzodiazepine con un’etichetta staccata. Non le usa mai, ogni tanto le conta. Dieci. Sempre dieci. Si rassicura.

Carta e penna: “Conclusioni: dalla valutazione neuropsicologica emerge un quadro neurocognitivo caratterizzato da gravi difficoltà soprattutto nel dominio mnesico (in particolare nella memoria a lungo termine) e in quello attentivo (attenzione selettiva, divisa, alternata). La consapevolezza è a livello emergente: quindi, la persona non è in grado di riferire né di descrivere i propri disturbi motori e cognitivo-comportamentali. Alla luce dei dati raccolti in sede valutativa e delle informazioni anamnestiche, dell’osservazione comportamentale e del colloquio clinico, si conclude per un probabile deterioramento neurocognitivo grave (DSM-V) in base alle linee guida (LG, 2024)”.

Soddisfatto, allunga la mano e apre un secondo cassetto; frugando a memoria, estrae un contenitore con dentro rasoio e schiuma da barba. Ho proprio bisogno di concedermi un attimo, resterò qui ancora a lungo.

AzioneAtzeni – Discanto Quindicesimo: Carlo Grande

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Azione Atzeni – Discanto Quindicesimo: Carlo Grande

Discanto Quindicesimo*

Ruggero Gunale esiliandosi dalla città e discutendo con se stesso di principi morali
ha una visione mistica

  da Il quinto passo è l’addio, di Sergio Atzeni

L’ultimo esilio
di
Carlo Grande


Il primo passo è la lotta
bracciate controcorrente
chiedo agli occhi e alle braccia
di essere forti
esser forti bisogna,
che a Carloforte sono.
Al largo, e son solo.


Nulla sapevo
di distanze fra le stelle
qualcuno raccontò
ma era già troppo
e ora ritorna, parola per parola
il gioco di specchi della vita
(che non è poi quel granché)
di quel cane sciolto
nipote di servo, figlio di calzolaio
pecora nera
la sua testa spiumata di neonato
e fiamme e miraggi e sogni di mirto
l’ebrezza di ginepro e rosmarino
la cuccia sottotetto nel tormento.

Il secondo passo è il ricordo
rivedo me stesso sempre fuori posto
i concorsi truccati
i sogni al giornale
il Poetto e Torino
vie e piazze e Carli Alberti, Felice, Emanuele
i boulevard e l’Ecce homo, torre pazza
il fallimento e l’addio all’isola
ai compagni
al partito
l’anima salva a fatica,
gli argini al dolore
che schiudono le porte della poesia

Ricordo, sciamano di spalle larghe
nuotatore sardeuropeo
le fumate di canapa
e Lei
acquattata in ogni pensiero
donna e occhi color carbone
ritmo pazzo del corpo
nudi artigli sulla schiena
nella stagione dei gatti in amore
A Lei chiedo perdono
per l’avarizia di me stesso
per l’energia scomposta
di sesso, lotta, pugilato e scrittura
chiedete a Lord Byron
chiedete a me
del nuoto, dell’acqua e della morte
dell’alveare di pesci
che di sotto stanno a guardare

Sono al largo, sono solo
e sono antico
sono vero
capelli di alghe e di nuvole
mille radici mescolate alle onde
l’acqua antica mi battezza
ignobile e folle come un muflone.

La mia stagione all’inferno
aggrappato allo scoglio
nel Grande Scacco
nell’ora estrema
il terzo passo è il delirio
sotto gli occhi di tutti
sognando la poesia
nel teatro del mondo
solo fumo e chiaroscuri
passi sul palco e lame d’ombra
freddo carnale
senza soccorso
una barca è vicina
urlano qualcosa
io sono qui
sangue di antichi erranti
stirpe ebrea marrana
sarda e genovese
araba e catalana
son perduto
su questo scoglio arroccato
sulla mia ultima nave

Il quarto passo è l’agonia
occhi umidi, muscoli di pietra
uomo di antica stirpe
principe della zolla e dell’onda,
figlio di fabbro e di bruscia
quale fantasma mi salverà
mi strapperà a questa terra di nessuno
all’esilio
di onde e di sale
nel cui grembo scivolo
aghi di luce
fino all’ultimo respiro
che è l’addio.
Diranno: “Se l’è mangiato il mare”
Questo dite: “Passò leggero
come una bella persona”.

 

 

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012  

Si può seguire il PODCAST su:

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