Home Blog Pagina 2

Vadetecum letterario: Francesco Carbone

0

 

La sola regola del successo in Letteratura

di

Francesco Carbone

 

Abstract

Scopo di questo sbroglio è di venire il più possibile frainteso e così assurgere all’immortalità. Infatti: tutte le opere di letteraria eccellenza che pretendono di uscire dalla fetale idiozia dell’inedito, devono sapersi ridurre in formule brevi, memorabili ed erronee.

Nelle seguenti stringate righe si sosterrà che ogni capolavoro che abbia guadagnato il sollievo dell’Eterno avrà confermato la seguente legge inderogabile: «perché un’opera si faccia famigerata e immortale, deve suscitare potenti e ostinati fraintendimenti». Questi devono a loro volta sapersi dire alla spiccia, per formulari recepibili come ovvi e inconfutabili: «Dante padre della lingua italiana», «Kafka aedo dell’angoscia», «Flaubert poeta del reale», eccetera. Sono questi i motivetti che, come certe micidiali canzonette, restano in testa anche per sempre: il che non può dirsi– dico a caso – della Sagra della Primavera di Stravinskij. (Visto che ci siamo: la traduzione altamente fraintendente e quindi definitiva dell’originale Sacre in Sagra è già fenomenale).

 

Codicillo dell’Abstract – Meglio se i fraintendimenti saranno molteplici, contemporanei, rissosi, inconciliabili: in questo caso fortunato, l’Opera capace di fomentare tanta babele otterrà un successo clamoroso e perenne.

La regola della Fraintendimento viene persino rafforzata dall’autore per il quale fosse stato predisposto il destino amaro della sua scoperta in articulo mortis, o, peggio ancora, postuma: Giacomo Leopardi, Edgar Allan Poe, Dino Campana, Arthur Schopenhauer, eccetera.

Sulla peculiarità di casi desolati come i succitati, ci proponiamo di tornare con più elegiaco ardore, affastellando uno sbroglio specifico, dal titolo: «Della quadruplice sventura di essere Omero».

 

  1. Dovrebbe essere facile immaginare, anche a un cauto coro d’accademici azzimati e primaverili professoresse, che deserto sarebbe la letteratura universale senza il continuo fraintendimento dei suoi capolavori. Quando nessuno più equivocherà nulla, vorrà solo dire che nessuno sta più leggendo, e soprattutto leggendo rapito in un generoso donchisciottesco amore.

 

  1. Per chi ancora non avesse intuito dove si stia andando a parare, spoiler: è il vitale tonificante fraintendimento che tiene in vita le mummie altrimenti marcescenti dei capolavori. – La Bibbia! Malgrado gli acciacchi, sempre troneggia come sontuosa elefantessa nella sala: sublime, turneriana (nel senso del pittore), regalmente fraintesa, eccelsa tra i testamenti traditi. A suo riguardo nulla occorrerà dire. Basterà che il qui presente lettore esponga le sue corna di lumaca oltre il bordo della pagina, per vedere cosa del Libro faccia in ogni momento e dappertutto il mondo: una selva di, per quanto comatose ed estenuate, eresie. – Le quali, quando saranno tutte estinte, sarà segno che la religione stessa ha tirato le cuoia.

Essere fraintesi è essere, è essere al mondo: essere fraintesi dalle moltitudini è proprio di chi abita il mondo regalmente. – E, poiché nel supremo c’è il segreto del minimo, si può dire: ogni libro, foss’anche il mal estroflesso opuscolo d’un autore che s’atteggia modesto, invidia la Bibbia. Non c’è scriba che non si vorrebbe Parola del Signore.

Al contrario del sublime comandamento di Vishnu, non c’è tra noi nessuno che non aspiri ad aumentare la confusione universale.

 

  1. Di queste cose, il classico, e dunque molto frainteso, Goethe (legioni di suicidi per l’antisuicidale Werther!) aveva compreso tutto. Goethe sentenziò all’amico Eckermann: «un capolavoro è ingiudicabile». – Assurgere all’ingiudicabile è l’agognante delirio di chi scrive libri: è il buco bianco in cui vorrebbe essere risucchiato. – Ingiudicabile è lo stesso che dire: accolto nell’Olimpo senza ritorno del Fraintendibile. In questo senso, la regola del fraintendimento artistico non è che un caso specifico della regola del Malinteso universale, chiarissima grazie a Baudelaire: «se, sfortunatamente, ci si comprendesse, non ci si potrebbe mai mettere d’accordo» (Diari intimi).

 

  1. Allo stesso tempo, consapevoli di una quantistica complementarietà, si deve anche riconoscere che cedere alle sirene del Fraintendere è la strada maestra dell’incontro col Capolavoro.

Proprio come una numinosa creatura che limpida sfolgora oltre la grigia insignificanza di tutti gli altri, il Capolavoro aizzerà timori, domande, preghiere: tutto il febbrile diorama dei «dubbiosi disiri».

Al cospetto di questo «Tremendo all’inizio», la sola fedeltà possibile sarà iniziare ad amare. Ma amare il Capolavoro sarà esorcizzarlo, offrirgli sacrifici implorando che non ci divori, e chiedergli perdono per il nostro infinito mancarlo, e costruirgli chiese millenarie che non abiterà mai.

 

  1. È questo il contrario del teorema non di Gödel ma di Goebbels, tanto vero per l’onnivora politica: una menzogna detta tante volte nell’Arte non diventa verità; al contrario, una verità detta molte volte diventa sempre falsa. – Il punto è che proprio quest’entropia è ciò che tutti desideriamo: tutti, nel trito e ritrito del banale, ci sentiamo al riparo dello scandalo!

Del degrado dal bello all’ovvio, s’accorgerà qualche spirito morboso ed eccentrico. Forse allora, come il bambino nella fiaba dei vestiti dell’imperatore, cederà alla tentazione di urlare? Ma sarà inutile, a meno che il suo «Re Nudo!» a sua volta non abbia il talento di entrare nel circolo degradante delle letture, le quali solo fraintendendo sanno salvare. Walter Benjamin, Simone Weil, Giorgio Manganelli, Meister Eckhart… – In questo campo d’Agramante, lo svantaggiante vantaggio di un’allenata teologia negativa è evidente.

 

  1. Giovane autore, che persino in questo secolo vorresti, a mo’ di fagiolo fatato, germogliare fino al settimo cielo dei grandi: Proust, Petrarca, Calvino, Catullo?… Guardati da costoro che son morti! Quel paradiso è Alcatraz: lì, strizzato nella camicia di forza dello scrittore santificato, chiavato tra le Commedie umane e le divine, i Perduti Paradisi e i Tempi Ritrovati, le Grandi Speranze e gli Ultimi Fuochi, cosa potresti volere ancora? Da lì in poi, c’è l’ecolalia delle accademie, i castelli di Silling in cui ogni perversione sta in un regolamento!

 

  1. Il primo a fraintendersi è quindi l’autore stesso. Il fraintendimento è la sua Musa, ogni Musa è un fraintendimento. Cantami o diva è il migliore inizio perché è già un delirio perfetto. Nell’inevitabile catastrofico autointerpretarsi, l’autore è Stravinskij che dirige da sé il suo Sacre: un equivocarsi atroce! Da dirgli: Igor, fraintenditi meglio! Hai combinato ben altro che questo solfeggiarti! – Ed è Dante!, il quale sinceramente ci spaccia Beatrice per santa tra le supreme: più della Maddalena, più di Elisabetta e di Santa Chiara! – Al cospetto di tanta sublime allucinata protervia, noi altri non potremo che fingerci convertiti: con sospensione suprema dell’incredulità, che però sappiamo dura quel che dura!

 

  1. Ricapitolando: ogni opera si millanta frutto sacro di «cielo e terra», e aspira alla girandola delle babeli, al pòlemos, al marasma della fama. Detesta, l’opera, stare sola e pensosa nel disertato campo della sua genialità: piuttosto si darebbe fuoco (il che spesso accade). Ogni opera è una macchina, un odradek, che ha tramato (già prima di nascere!) solo per essere liberata dalla sua povertà immedicabile: per accedere allo sguardo salvifico degli altri. E cioè noi, la legione degli isterici.

 

  1. Solo per questo il mondo cerca l’Arte. Ogni Tempo, per quanto narciso, in segreto si conosce per vano – «racconto d’un’idiota» -, se non venisse giustificato dall’arte che sola riscatta il verminaio delle «sciagure umane». – Isterico per bisogno d’imprinting, il Tempo s’illude di trovare capolavori degni di lui per lo più dove sono monumentali imposture.

 

  1. Il bovarismo è la sola salvezza da noi stessi (fosse pure credersi Rocky, o Barbie o Stephen King). Riconoscersi coralmente in un artificio artistico è un’isteria tonificante. Tutte le isterie sono consolazioni. L’isteria è quanto serve a ogni vita per viversi; l’isteria è l’elisir, è il credersi, è il credersi di credere, è il alla Vita, è la corsa al galoppo nel futuro oltre il pantano dell’esistere.

 

  1. A questo punto è chiaro perché il Capolavoro deve apparire facile. Il facile è più fraintendibile – e dunque memorabile – del difficile. «Non uccidere», «m’illumino d’immenso», «il fine giustifica i mezzi», sono ben più fraintendibili di «Io è un altro», o «Amore è donare ciò che non si ha a qualcuno che non lo vuole», o «Ineluctable modality of the visible». Casi questi d’intelligenze catastrofiche! Nessuna eresia è possibile partendo da aforismi così astrusi.

I due minuti e cinquanta secondi della languida Per Elisa (dice l’Intelligenza Artificiale: «malinconica e riconoscibile») saranno subito adorabili, mentre la suprema Hammerklavier, condensato di «misteri per iniziati» (Rattalino) ha richiesto almeno un mezzo secolo per iniziare a farsi interrogare (in avanscoperta c’era stato Franz Liszt!). Sull’Hammerklavier chiosa sempre l’AI: «dimensioni immense, complessità armonica ed enormi difficoltà tecniche»: la stroncatura è evidente – Facile traslare l’esempio musicale a Joyce, Gadda, il Paradiso di Dante, eccetera.

 

  1. I due fraintendimenti capitali del Capolavoro che tutti implorano sono: che ci porti un messaggio, e meglio ancora molti, e che sia attuale. O il Capolavoro sarà visto come una casual machine di messaggi morali e perfettamente adattabili al volubile presente, o non sarà. Questo perché il messaggio è facile, la forma è difficile; e l’istantanea attualità è più facile di qualunque altro tempo. Da qui la scolastica & giornalistica compulsione per le parafrasi e per i temi. Il Nobel per la letteratura, epitome di tutti i premi possibili, potrà essere propinato solo ad autori altamente parafrasabili le cui forme, per quanto faticate, possono essere degradate subito a messaggi. I messaggi sono linguistici, le opere d’arte mai del tutto, e mai essenzialmente. Cosa c’è nello spartito? «tutto tranne l’essenziale» (Gustav Mahler).

 

  1. Lo Zeitgeist (Spirito del Tempo) è sempre la fatua zitella che, nell’immortale, e fraintesissimo, Cuore di tenebra di Conrad, s’illude di essere la fedele penelopesca fidanzata dell’atroce Kurtz: la poverina, incapace di una seria pazzia, si crederà sempre vedova di un uomo eroico, garibaldino e suo. Ma proprio così, per prima e da sola, salverà Kurtz dall’oblio. Charles Marlow non è stato che lo scriba di questo vitale fraintendimento. – Lo Zeitgeist è Max Brod che, stracapendolo, salva Kafka. Sarà almeno quest’ultima frase equivoca abbastanza?

Nota su La disisperanza di Elio Tavilla

0

 

Inventario della fine (condiviso).

Nota su La disisperanza di Elio Tavilla

di

Elena Grazioli

 La disisperanza è un libro sul nostro tempo e lo è con una lucidità poco accomodante. Non racconta la catastrofe, la registra, la contabilizza, ne fa un inventario che tiene insieme residui tecnologici, degrado ambientale e affettività logorate. L’io poetico rinuncia programmaticamente al diario lirico per farsi testimone: non confessa, rileva; non consola, riconosce. Il neologismo del titolo non scioglie l’enigma poiché disisperanza non equivale a disperazione, ma dice piuttosto di una speranza deformata, intermittente, che non salva e tuttavia impedisce il precipizio nel nulla.

L’architettura del libro, scandita in nove blocchi-sequenza, orienta la lettura come un attraversamento a stazioni; l’impressione è di un viaggio frammentato attraverso luoghi e stati mentali. Ogni sezione rappresenta un varco più che un episodio, e l’insieme costruisce una geografia urbana e post-industriale segnata da rifiuti, tossine ed elementi naturali “corrotti” o estremi, in un ciclo di apparizioni e ricadute. L’indice stesso, con i titoli-innesco («solitudine dei neon intermittenti», «cadeva così a pezzi che», «da distanza disarmante»), espone fin da subito un repertorio di oggetti e situazioni comuni, quasi “da cronaca”, che l’autore sottrae all’ovvio per trasfigurarli in segni di tempo storico. In questo senso, l’elenco completo delle sezioni – Riparare noRandagio delle fosseTempo di giocareSolitudine dei neon intermittentiLa vita che ti guastaL’uomo in menoMia adorata ardente replicataDire fare bruciareIl qui non esistente – costituisce già un micro-racconto autonomo, una partitura di immagini e azioni che prepara il lettore all’atmosfera del libro. Brevi frasi, a volte ellittiche a volte narrative – in cui convivono negazione, affetto, degrado, ironia e assenza –, anticipano la gamma emotiva e semantica dell’intera raccolta.

L’andamento del libro alterna momenti di descrizione visionaria, quasi cinematografica, con zoom improvvisi, e riflessioni oblique sul senso della sopravvivenza. Non c’è un climax narrativo, ma piuttosto un ritorno ciclico di ossessioni: il degrado, la guerra, la distruzione, il tentativo di afferrare qualcosa prima che svanisca. La sintassi è spezzata, il verso franto da enjambement che rendono l’avanzare incerto, sospeso, fino a un effetto quasi di “smarrimento”. Il lessico accosta linguaggi settoriali – dalla geologia («faglie»), alla medicina («mitocondri») e all’elettronica («pixel») – a immagini più liriche. L’effetto non è un collage, bensì un attrito fertile che costringe ogni immagine a passare attraverso il filtro del presente, con occhio tecnico e “clinico”. La presenza di toponimi (es. «via Gastaldi», «Lomellina») e segnali urbani costituisce l’ingresso, dentro il dettato visionario, di ciò che Benjamin chiamava Sachgehalt, il “contenuto fattuale”: feritoie di reale che ancorano la visione a coordinate verificabili.

Nel libro, almeno tre grandi campi tematici si intrecciano fino a formare un paesaggio unitario. La tecnologia è onnipresente ma priva di trionfalismo, non promessa di progresso bensì relitto o minaccia silenziosa; infatti, appare nelle forme di infrastrutture abbandonate, luci artificiali difettose, suoni metallici che persistono oltre il loro scopo («neon intermittenti», «sonar fra gli scarti», «monitor iridescente», «subwoofer rotti», «3D destrutturato»), con la doppia funzione di creare un contrasto tra la materialità tangibile e la rarefazione emotiva, e di “fissare il tempo storico”. Il clima è un organismo malato, segnato da eventi estremi, come piene, allagamenti, fulmini e tempeste («fiumi straripare», «picchi di calore», «grecale che infuria, «uragano tropicale», «picco di corrente»), e la natura sembra aver smesso di vivere per limitarsi a recitare la propria vitalità («le piante fingono una vita inesistente»); tuttavia, non c’è distinzione netta tra ciò che accade agli esseri viventi e ciò che accade alla biosfera (es. «la fine disgraziata dei lupi fuori area»). L’amore, infine, non si sottrae a questo scenario poiché irrimediabilmente contaminato dal tempo, dal rancore, dalla distanza, messo a nudo nella sua componente di falsità e di potere, più parte del guasto generale che via di salvezza («l’amore che svanisce / come stella millenaria sfracellata / anni-luce fa sopra un’orbita di gas / pulviscolare», «non era indispensabile mentire / ma lo hai fatto e questo / resta», «quei nostri sottintesi che non capiamo più / facciamoci il piacere di annullarci, ti prego»). Questi tre assi non restano compartimenti stagni, ma si compenetrano: il lessico tecnico può entrare in un testo d’amore, i cambiamenti climatici possono assumere la forma di un’immagine urbana, e un gesto affettivo può essere filtrato da una percezione meccanica o digitale. È in queste sovrapposizioni che La disisperanza trova la propria forza, trasformando la frammentazione in un inventario coerente del nostro tempo.

Accanto ai tre assi principali, la raccolta si muove lungo altre direttrici che ne consolidano la complessità e la capacità di restituire un’istantanea stratificata del presente. Le poesie sono popolate da presenze che si muovono ai bordi della scena («l’uomo in meno», bambini, malati, «gli idioti», ma anche randagi, specie minacciate, animali morenti), non sono mai eroi né figure idealizzate, ma si configurano come indicatori del guasto collettivo, segnalatori umani o animali dello sfacelo che avanza. Chi sta ai margini è il primo a registrare – o a subire – il deterioramento ambientale (onnipresenti i rifiuti e le materie inquinanti), sociale, affettivo. Queste figure creano quello che potremmo chiamare un “atlante della vulnerabilità”, in cui fragilità biologica e marginalità sociale coincidono, mostrando come la crisi colpisca in primo luogo le esistenze meno protette. L’acqua attraversa l’intero libro, dalle prime poesie fino alle ultime, ricorrendo in forme molteplici: sottopassi allagati, fiumi che straripano nei boulevard, maree dalle forze magnetiche, paludi che diventano mare. Non è però mai un elemento puramente vitale, ma appare piuttosto come forza dirompente, residuo stagnante o liquido che intride superfici industriali. In più di un testo diventa metafora del tempo e della memoria: trascina via ricordi e oggetti come il «fango che / riemerge dai cofani delle auto ammutite / dal picco di corrente sotto i ponti». Questa insistenza non è decorativa, l’acqua assomiglia molto di più alla sostanza instabile su cui si regge il mondo di Tavilla, un elemento che unisce il paesaggio urbano, quello naturale e quello interiore in un’unica condizione di allagamento. Tra le righe del libro si percepisce anche un continuo rumore di fondo di tipo bellico («proiettili», «un tiro di mitraglia», «eravamo soldati», «sommarie esecuzioni»). Non ci sono racconti di guerra in senso stretto, ma una percezione costante di assedio; la vita quotidiana è avvolta da conflitti politici, sociali o ambientali. Uno stato di allerta diffuso che si manifesta tanto nella difesa di spazi vitali, urbani o naturali, quanto nella tensione invisibile che pervade i rapporti umani.

Cifra distintiva della raccolta è anche la sua tendenza enumerativa, che si manifesta in sequenze serrate di oggetti («auto rotte, case a pezzi») e di azioni («cerca e trova, cerca e trova, trova / e tronca»). Questo modo di procedere costituisce una dimensione da reportage, vicina alla cronaca, pur mantenendo la densità e l’ambiguità della lingua poetica. L’elenco non è un semplice accumulo, ma più una strategia per restituire l’ampiezza del guasto, mettendo sullo stesso piano il dettaglio minimo e la grande scena, il frammento di vita e il fenomeno collettivo. Tutti questi elementi concorrono a formare una testimonianza corale: la voce poetica non si colloca in alto a giudicare ma cammina dentro i luoghi che descrive, è partecipe e vulnerabile quanto le figure che incontra. La «disisperanza» non è lo sguardo distaccato di chi osserva da una torre d’avorio il senso della fine, ma quello di chi ci è immerso fino alle ginocchia, come nei sottopassi allagati del libro, e sceglie di guardare senza voltarsi dall’altra parte. Questa postura interna, condivisa, dà coerenza all’inventario di Tavilla e lo trasforma in uno spazio di identificazione per il lettore. Il Sachgehalt benjaminiano agisce come metodo compositivo: la poesia accoglie dati minimi di realtà che perforano l’allegoria e impongono al lettore un riconoscimento. All’opposto dell’evasione, l’autore propende per una pedagogia dello sguardo. Quei lampi fattuali non illustrano l’idea, ma la costituiscono. Senza di essi, «disisperanza» resterebbe un lemma astratto, con essi diventa condizione “di tutti”. Rispetto al panorama italiano recente, Tavilla sceglie di non chiudere l’io nel proprio microcosmo emotivo, ma lo espone al mondo, lo obbliga a passare attraverso infrastrutture, scarti, corpi sociali. Il risultato è una voce che, pur personalissima, produce uno specchio collettivo: leggiamo e ci individuiamo non per identità biografica, ma perché condividiamo l’ambiente di rischi – tecnologici, climatici, relazionali – che il libro mappa con ostinazione.

Dentro l’inventario, qua e là affiorano minimi bagliori – «il colore imperituro dei susini», «come / sboccino nel buio / le cicorie» – ma sono lampi destinati a spegnersi, intermittenze senza esito. Molte poesie, infatti, si chiudono con immagini di sconfitta e di annientamento: «la faccenda triste di / precipitare e mai risorgere», grugni «schiacciati sull’acciaio / delle grate», «un misto / di cocente sconfitta ed eremo / assolato, privo di conforto». Non si intravede resurrezione, ma piuttosto l’attesa di un’estinzione inevitabile, che «attende / come te di spegnersi e svanire». La stessa esistenza appare retrospettivamente come errore: «nullità che già sapevi / fosse meglio non essere mai nato». Nel finale, ciò che resta è un segno minimo, disperato: «un’ultima volta fare segno / di soccorso e resa», un’estinzione collettiva consumata «al lumicino / di qualche apocalisse senza gloria». L’ultimo verso, che domanda «dimmi / dove metti i trascurati dalla luce / dimmi, dove», consegna la formula più estrema della disisperanza: l’esistenza ridotta a «lotta per il niente come fosse vita». Non c’è redenzione, né sopravvivenza simbolica, soltanto la precisione implacabile di una voce che nomina l’epilogo senza alleggerimenti, trasformandolo in un’immagine nitida e memorabile del nostro presente; un inventario della fine (condiviso).

 

La poesia, se è vera poesia

9

di Marco Giovenale

la poesia, se è vera poesia, è sempre di ricerca

la poesia, se è vera poesia, è sempre civile

la poesia, se è vera poesia, è sempre realistica

la poesia, se è vera poesia, è sempre astratta

la poesia, se è vera poesia, è sempre invendibile

la poesia, se è vera poesia, è sempre qualcosa che arriva al cuore

la poesia, se è vera poesia, è sempre poesia

la poesia, se è vera poesia, è sempre in abiti dimessi

la poesia, se è vera poesia, è sempre corale

la poesia, se è vera poesia, è sempre una consolazione

la poesia, se è vera poesia, sa sempre farsi notare

la poesia, se è vera poesia, resta per sempre

la poesia, se è vera poesia, è sempre alta

la poesia, se è vera poesia, è sempre vera

la poesia, se è vera poesia, è sempre autenticità

la poesia, se è vera poesia, è sempre l’autenticità

la poesia, se è vera poesia, è sempre autentica

la poesia, se è vera poesia, è sempre sperimentale

la poesia, se è vera poesia, è sempre nuova

la poesia, se è vera poesia, la rileggi cento volte e sempre ti sorprende

la poesia, se è vera poesia, è sempre la poesia del quotidiano

la poesia, se è vera poesia, è sempre una scaturigine originaria

la poesia, se è vera poesia, è sempre tradizionale

la poesia, se è vera poesia, è sempre attuale

la poesia, se è vera poesia, è sempre di qualcuno

la poesia, se è vera poesia, è sempre lirica

la poesia, se è vera poesia, è sempre tragica

la poesia, se è vera poesia, convoca sempre il lettore

la poesia, se è vera poesia, è sempre come una lettera d’amore

la poesia, se è vera poesia, è sempre violenta

la poesia, se è vera poesia, è sempre tutta da scoprire

la poesia, se è vera poesia, è sempre Milo

la poesia, se è vera poesia, è sempre in medio stat virtus

la poesia, se è vera poesia, è sempre elementare

la poesia, se è vera poesia, è sempre liminare

la poesia, se è vera poesia, è sempre elementale

la poesia, se è vera poesia, è sempre liminale

la poesia, se è vera poesia, è sempre parentale

la poesia, se è vera poesia, è sempre parenetica

la poesia, se è vera poesia, è sempre prenatale

la poesia, se è vera poesia, è sempre contro l’inquinamento

la poesia, se è vera poesia, sarà pure stata scritta da qualcuno

la poesia, se è vera poesia, è sempre preziosa

la poesia, se è vera poesia, è sempre

la poesia, se è vera poesia, è sempre presente

la poesia, se è vera poesia, è sempre numinosa

la poesia, se è vera poesia, è sempre pudica

la poesia, se è vera poesia, è sempre pomata

la poesia, se è vera poesia, è sempre un gesto

la poesia, se è vera poesia, è sempre una stretta di mano

la poesia, se è vera poesia, è sempre una legittima finanziarizzazione dell’immateriale

la poesia, se è vera poesia, è sempre possibile leggerla a salti

la poesia, se è vera poesia, è sempre come sorbire paracetamolo sul pigro divano

la poesia, se è vera poesia, è sempre cut-up

la poesia, se è vera poesia, è sempre un’installazione

la poesia, se è vera poesia, è sempre un’intuizione

la poesia, se è vera poesia, è sempre performativa

la poesia, se è vera poesia, è sempre installativa

la poesia, se è vera poesia, è sempre tonale

la poesia, se è vera poesia, è sempre orale

la poesia, se è vera poesia, è sempre iconica

la poesia, se è vera poesia, è sempre conica

la poesia, se è vera poesia, è sempre dodecafonica

la poesia, se è vera poesia, è sempre melodica

la poesia, se è vera poesia, è sempre posturale

la poesia, se è vera poesia, è sempre gestaltica

la poesia, se è vera poesia, dà i brividi

la poesia, se è vera poesia, è sempre a getto d’inchiostro, reattiva, neoconfessionale, baritonale, heideggeriana, liscia, festosa, mercuriale, neomitica, ciclotimica, tedesca, una frappa, in picchiata, occhieggiante, palliativa, agli ottavi di finale, scissionista, al sugo, riccia, posticcia, documentaria, testimoniale, meridionale, matriarcale, dadaista, porosa, un acroterio, smontabile, romantica, endoscopica, pariniana, milf, surrenale, sadica, alpinistica, tanata, piduista, speziata, relativa, antiglobalista, un campanello d’allarme, una voragine, una vertigine, puro canto, sudata, un vascello in balia della corrente, una corrente, una massa, per le masse, lallazione, fornicazione, una sfida, un fido, un pasto caldo, calviniana, placebo, gourmet, ripicca, nanoparticella, vibrante, valdostana, barocca, baricca, fededegna, monoblocco, neocatecumenale, meticcia, ovale, bombata, trobadorica, pongo, postmoderna, ammaliatrice, melanconica, melensa, una mela, satirica, rabelaisiana, bidonata, manesca, romanesca, rigida, lipofantica, antitaccheggio, eliotiana, in finto camoscio, imbustata, ovulante, centipede, al dente, fatata, una mulattiera, onanistica per deterrenza, un condominio, come una roccia, una scala ascendente, disneyana, doppia, truccata, fetusa, mobbata, tantalica, sciantosa, galattosemica, sregolata, in carriera, affettata, artaudiana, mitomodernista, brokeraggio, prostatica, sereniana, fortiniana, gommosa, cleptomane, iridescente, coprofilica, volpina, in garamond, bustrofedica, abrasa,  serenamente classica, in padella, ciellina, lunare, ipercolesterolemica, perimetrale, sedentaria, foderata, dentata, cambogiana, raptus, soda tipo ikea, orientata verso Napoli, demiurgica, veterodadaista, spellata, dromomane, anarchica, istrionica, pangermanistica, farinosa, protestata, obesa, nativa, wittgensteiniana, mentolata, ospitale, della Marvel, chioccia, in cemento, azzimata, quantistica, nuda, a barre, un cioccoblocco, spaziosa, operettistica, fulminante, cerchiata, trappista, muscolare, una mail, commestibile, brasiliana, col parmigiano a scaglie sottili, col parmigiano a scaglie impercettibilmente meno sottili, comunista, ubertosa, sfiancante, girevole con un adulto a lato, gerontofobica, atea, passivizzante, sulla linea Maginot, medicamentosa, per bene, lambiccata, piantonata, pitonata, platinata, platonata, coibentata male, fungina, tellurica, al dativo, legiferante, deduttiva, spiccia, contropelo, bluastra, disillusa, reificata, albale, indicizzata all’inflazione, a zigzag, pugnace, derivativa, binaria, una dune buggy, roca, alcalina, indolente, ambidestra, corroborante, vecchia, bellica, casearia, un’anta, biscottata, al tratto, chiaroscurata, poliglotta, impanata, brutalista, oleata, un sintomo, un vagito, una tappa intermedia, open minded, googlata, egoriferita, frigorifera, pescosa, restia all’ingestione di alcolici a digiuno, un opale, schierata con Turati, medusea, karma, al tramonto, pervia, indecisa, serotonina, oca, laica, incorniciata, ricaricabile, un flap, una visione del mondo, una visione dell’io, una visione del linguaggio, una televisione, oro colato, lombrosiana, semisferica, di successo, supina, bohemienne, meccanica, pralinata, neolitica, con l’erre moscia, giroscopica, escheriana, Pat Benatar, crepuscolare, vintage, neomelodica, neometrica, signorile, sottoposta a ossidoriduzione, fecale, godibile, mescalinica, al lampone, fresata, pompier, gonadica, resecata al plinto, saponosa, un dodecaedro, politicamente esplicita, paludata, grata al tafanario, cristallina nei suoi enunciati, retró, un cambiavalute, impaurita dai servizi segreti, logocentrica, in lotta con le spalline del cappotto negli anni Ottanta, vaporwave, glicciata, grattata, una grattachecca, ominosa, Milo bis, aforistica, una scommessa, frenologica, geolocalizzata, diaccia, crapula, un inno al volo, un inno alla vita, un inno in generale, il draghetto Grisù, preghiera alla primavera, un candido cigno, Lou Ferrigno, sebo, brassicacea, una ninna nanna, filodiffusione in sauna, la trapunta a greche dell’ava, haiku, un portale aperto su mondi tutti seghettati, un allegro vibrione, aristocratica, Aristotile, al pantone, sospettosa, porosa, inevitabile, Rainer Maria, sportiva, love me tender, yamaha, echeggiante, angelicata, piezz’ ’e core, calibro 45, sudtirolese, senza parabeni, ortodontica, lialeggiante, militesente, d’arredamento, come un ciuffo sbarazzino, un apostrofo roseo tra le parole t’reno, mazziniana, un plettro fra i denti, trippa alla romana, come il dodo, pelle e ossa, fonte di speranza, a strapiombo, come un frutto maturo, rossetto sullo specchio, Vamba, paragonabile, un dirigibile, un testimone di geova imballato sull’A1, vedere le cose da una nube, venticinque minuti di tosse, Barthes fratto Borges, un susino, Pollenza, seminare una volante, Amazon, Batman legato sulle rotaie, Frate Indovino, Tarquinia, mezza scacchiera senza pezzi, tante care cose

 

Oggi penso a Renée Good

6
Portland Avenue and 34th Street in South Minneapolis where City of Minneapolis officials have confirmed an ICE agent shot an observer. A neighbor who saw what happened told local MPR news: "She was trying to turn around, and the ICE agent was in front of her car, and he pulled out a gun and put it right in — like, his midriff was on her bumper — and he reached across the hood of the car and shot her in the face like three, four times,”

Di Francesca Matteoni

Oggi penso a Renée Nicole Good, uccisa a Minneapolis
il 7 gennaio 2026 alle 9.37 del mattino da un agente dell’ICE
che il poeta Cornelius Eady definisce “squadra di annullamento
Renée –
bianca, lesbica, madre, vicina di casa, poeta.
Il volto pieno si affaccia dal SUV, dice
“ok, amico, non ce l’ho con te”, forse ha paura, forse ricorda
come ogni donna prima o poi ammansisca un uomo brutale
(perbene, rispettabile, perfettamente sociale)
mentre stringe i pugni di una rabbia immortale.
Sua moglie guarda negli occhi gli agenti del nulla –
sarcasmo contro arma da fuoco. Anche lei ha paura.
Paura e rabbia, paura e rabbia, mentre riallacciamo i fili distrutti
tessiamo mutilate la trama per un tempo senza sopraffazione.
Noi donne non dovremmo mai dire la verità,
perché siamo
giovani inesperte, vecchie ingobbite, nere, queer, madri che allattano,
bianche, fricchettone, senza figli, in carriera, gialle, vagabonde di strada, isteriche,
disinibite, rosse, stolte, ubriache –
ma la diciamo comunque

lingue acute, corpi che prendono spazio
o lo rifiutano
i liquidi, i seni pendenti, la peluria ostile, la pancia di statuette asiatiche,
fertile, rilassata,
o le ossa, le lame, i punteruoli a tendere la mappa della pelle.
Siamo troppo – viviamo.

“Fottuta puttana”, risponde l’uomo dopo averle sparato, tre volte, nella faccia –
solo così riacquista la parola, ma ecco lui non può parlare.
Quel tipo di potere non parla.
Il potere di Renée invece sgorga mentre il teschio
si rompe, è dolore, è giustizia, è fiumana
lo assorbono, lo traducono, lo tatuano accanto ai nomi di coloro
che squarciano l’infamia della distanza.
Scrive Renée dello scarto minimo fra l’essere e il morire
mai riducibile agli apparati asettici della scienza
o alla nenia consolante delle fedi
lo stesso scarto, che ci divide ora –
punto l’indice immaginario
Stati Uniti
Minnesota a settentrione, quasi al centro
allungo il braccio e un oceano è poco più del getto
d’acqua calda a cui rilascio il corpo, ma l’acqua
si appiccica, si addensa questa volta
non scorre
si trattiene in me perché io stia fiera
sulla soglia fra la mia casa e gli imperi, fra la mia lingua e l’altra –

oggi, penso a Renée Good
potrei essere lei. Penso alla me di sette anni
le trecce, i jeans sporchi, il sedicenne bullo
a cui fa la predica, perché la smetta di minacciare i bambini
e mia nonna alla finestra
non dice nulla e osserva, mi lascia fare
mia nonna, convinta che io debba e possa sempre parlare
mia nonna che mi dà la merenda quando rientro, bocca serrata
nessun pianto, dopo aver sostenuto lo sguardo di lui che sibila: ti ammazzo.
Penso alla me gettata sull’uomo che amavo
le botte della guardia notturna, lo sbirro che avverte: lei non c’entra
ancora alla mercé di una volontà maschile che non voglio
o alla me nel sottopasso della stazione, con i soliti agenti in truppa
su un ragazzo nordafricano. Io che rallento, poso la borsa a terra.
“Lei che fa?”, chiede uno. “Io? Io guardo”. “Lei non può stare qui”.
“Io? Io posso. Il sottopasso è pubblico, suo quanto mio”.
E tremo, dentro gli abiti tremo, vorrei urlargli quanta frustrazione deve provare
chi ha bisogno di un’arma per pensarsi al sicuro
da tutte quelle donne che studiano o svuotano i bidoni, dai bambini
che rubano nei supermercati,
dal piccione che libera l’intestino sul passante, dal mozzicone fradicio
di sigaro sul binario della ferrovia.
Oggi penso a Renée Good
penso no, non ci è bastata la lezione
continueremo a imparare quanto è problematico essere buone
buonissime fottute puttane

penso a Renée, penso a Rochelle Bilal, sceriffo di Filadelfia
donna, nera, penso al velluto della sua voce che mi sale addosso
mi ripete –
Renée Good, Renée Good, Renée Good
a chi sceglie di difendere e creare, di parlare
penso al figlio, alla madre, alla moglie di Renée, al suo cane
come se fossero le mie sorelle, le mie madri, il mio amante, i miei gatti
penso al perché scriviamo poesie e le leggiamo
nella spietata umana ottusità industriale, e lasciamo che ci ridano dietro
uccidano quelle di noi che sono al posto giusto nel momento giusto
penso all’odio che può scandire una lingua
nella sua compassione
su questa terra, l’unica, di autocrati che massacrano popoli
penso alla poesia, al bandito che fugge
per essere causa della loro morte, infine, alla fine

sotto la doccia tutte le poesie che non leggerò più a mia nonna
i genocidi, i lupi braccati, le manette, le terre rare, le esplosioni
i proiettili, le donne tirate via per i capelli
nelle centrali di polizia, la polvere al posto delle case
gli incendi, i ragazzi che tirano sassi ai cecchini, le bestie, le città fracassate
le auto con i cani dentro,
mi aggrappo, perché nessuna di noi vuole morire
prima della lotta
un unico corpo che tracima nella parola che alziamo
da giorni, per anni fino al domani
oggi penso a Renée Good

Il pentimento di Dio

0

di Daniele Muriano

Fin da quando sua madre aveva risposto «non lo so» (pagina 43), alla domanda su che cosa fosse Dio aveva dato una risposta non ovvia, ma l’unica logicamente possibile, almeno secondo la sua intelligenza non comune. Doveva essere un tipo malvagio e piuttosto cinico, sempre che fosse esistito qualcosa di lontanamente paragonabile all’idea di Dio che circolava nelle varie culture religiose, e di questo S.S. non era davvero sicuro. Se però esisteva, Dio doveva essere malvagio. Come quei dittatori a cui tutti gli sciocchi danno una patente di bontà, oltre che di onnipotenza, ma in questo caso scritta dai Ministeri della Propaganda sparsi in tutto il mondo. Dio era malvagio – pensava S.S. a undici anni dopo aver visto il padre morire di un tumore in un luogo del corpo a lui abbastanza sconosciuto, vicino al cazzo – perché amministrava la morte in modo implacabile, ma sempre incolpando gli altri: in ordine Satana, gli uomini stessi, un misterioso disegno da lui scritto ma di cui non doveva essere ritenuto responsabile, e così via. Ovviamente questa elaborazione era tardiva rispetto agli undici anni, quando in lui era stato impiantato il seme della consapevolezza.

A quattordici anni aveva letto la Critica della ragion pratica del filosofo Immanuel Kant, dove si dicevano un sacco di cose sull’agire umano, e si formulavano astruse leggi morali, senza che a nessuno venisse in mente di applicarle a Dio. Gli sembrava di vivere in un universo totalitario, dove i Ministri della Propaganda irraggiavano una tale quantità di bugie attorno alla figura di Dio (si faceva lo stesso con i dittatori) che era diventato impossibile criticarlo. «Chi sei tu per criticare Dio?» era la domanda che l’uomo si era impiantato nel profondo a furia di formulare idiozie cortocircuitanti.

A quindici anni S.S. si era fatto già una certa fama nel quartiere (di persona infrequentabile), quando a un tratto, un giorno di primavera, cambiò idea su Dio perché vide una donna circonfusa di luce azzurra su uno sfondo di nuvole che gli parlava con una voce musicale e dolcissima di quanto si sbagliasse, ma non perché lui, S.S., era una persona cattiva o male educata alla vita, o così sosteneva quella voce, piuttosto c’era stato un problema alla radice, un errore che voi umani (così si esprimeva la voce) potreste definire un errore di programmazione, come se, ammesso che il mondo fosse paragonabile a un software, il suo creatore o programmatore o (come si direbbe oggi in informatica) sviluppatore avesse commesso taluni errori che ora, con una nuova versione il cui rilascio era imminente, sarebbero stati corretti. In questo modo si espresse la donna, nel sogno più vivido e realistico che S.S., nei suoi quindici anni di vita, avesse mai fatto per poi ricordarne i minimi dettagli a partire da quanto la pelle brillava in quella luce innaturale e da come gli occhi della donna si illuminavano di azzurro soprattutto quando lei diceva certe parole (amore, pietà, compassione) quasi dovessero sottolineare visivamente, in modo persuasivo e allo stesso tempo naturale, i concetti chiave di quel sogno. Si svegliò tutto sudato e incredulo, verso le quattro del mattino. In quella camera la madre dormiva normalmente, mentre in casa regnava il silenzio. C’era un profumo di fiori nell’aria, come se le finestre fossero aperte di fronte a un giardino pensato per incantare chi avesse anche solo annusato quella meraviglia, ma S.S. non si era mai fidato del proprio naso e così aprì le finestre.

Tutto era normale, però, in quell’ammasso di palazzine scrostate e di cavalcavia male illuminati da cui piovevano le disordinate luci delle automobili, l’odore di fiori fu sostituito dai gas di scarico e il buio di casa veniva ora invaso dalle insegne pubblicitarie dell’unico grattacielo (dove stranamente una nota marca di reggiseni e biancheria gli stava mostrando una modella assai simile alla donna del sogno, soltanto meno giovane e candida, retroilluminata di azzurro contro un cielo sporcato dalle altre luci).

Guardando le finestre buie del circondario, S.S. ricordò le facce di tutti gli amici, conoscenti, mezzi parenti e zii acquisiti a cui aveva raccontato la sua versione del mondo. Loro lo odiavano, magari cordialmente ma lo odiavano, per la sua parlantina quando cercava in un certo senso di evangelizzarli attorno alla cattiveria di Dio. Non ne volevano mai sapere, e lui insisteva perché, in fin dei conti, così diceva, bisognava cominciare questa grande ribellione, un’infinita rivoluzione di tipo cosmico, la cui conclusione sarebbe stata – come in altre dittature – la destituzione del concetto di Dio, certo non prima di aver fatto fuori un discreto numero di religiosi che si sarebbero naturalmente opposti, ma di quella parte del piano non andava molto fiero e ne parlava di rado e solo nello stile di uno scherzo.

Comunque ora ebbe di fronte a sé tutti i volti del vicinato, i baffi e le barbe e le pelli glabre o butterate a cui aveva strappato smorfie di dolore, di pietà, di compassione pelosa e mai agita (non erano veri religiosi, erano codardi collaborazionisti, o almeno così S.S. li aveva apostrofati tutti i giorni prima di avere la straordinaria visione).

Ma come decifrare l’annuncio? Non importava se la donna meravigliosa del sogno aveva le fattezze di questa più sessuale e vanesia che gli appariva davanti casa tutte le notti, infatti non aveva mai creduto – nei suoi quindici anni di vita – alle stupidaggini di Freud, che pure aveva letto quasi integralmente, né ai seguaci di Freud che quindi, nel corso della storia, lo avevano rinnegato facendo nascere tutta una risma di individui compiaciuti e babbei tra cui lo psicologo che si era occupato di S.S. dopo la morte di suo padre (un uomo calvo che gli aveva dato del genio, per continuare nel corso degli anni a fargli un sacco di complimenti su quanto era bravo a scuola e intelligentissimo e raro, fino a fargli capire di essere un porco disposto a scoparsi un ragazzino): questo non significava però che lui, prima di Freud e della sua schiatta di dementi, non capisse a perfezione che l’immagine persistente di quella donna con indosso un reggiseno baluginante era imparentata con la donna del suo sogno, e che l’inconscio funzionava in modo stucchevole e preciso, ma lo stesso diede al sogno un valore.

Così iniziò la nuova evangelizzazione della gente là fuori nel buio, perché finalmente… sì, signori, Dio si era pentito!

 

 

Oggi S.S. ha 68 anni, 2 milioni di follower su Instagram, ed è il guru autorevole di una certa controcultura pseudo-religiosa che vede in lui qualcosa meno di un profeta, ma molto più di quanto in realtà non sia. In poche parole?

Quattro mogli, un passato di tossicodipendenza e un best seller pubblicato da Mondadori (più una ragnatela di pamphlet, saggi brevi e introvabili, raccolte di poesie che non hanno l’ambizione di esserlo – feccia autopubblicata a giudizio della Critica, e tutta linfa insostituibile per i suoi vogliosi adepti).

Ma Il pentimento di Dio rimarrà forse nella storia della letteratura, almeno per il casino che ha combinato nel mondo. D’altra parte è un romanzo gradevole: si apre con la scena della stanza che odora di fiori, dove un S.S. tramortito dalla visione della Madonna decide di annunciare al mondo il pentimento di Dio. Nella lunga e barbosa introduzione, l’autore giura si tratti di autobiografia, anche se poi gli angeli sbrilluccicanti e molto alati e altre creature che vengono a visitarlo nel corso del romanzo – a meno che non si leggano come indizi di un delirio – non concordano molto con il realismo desiderato dall’autore.

E ora viene il punto veramente dolente, in quanto S.S. ha una vera passione per quelle ragazzine. Secondo racconti che circolano in rete da troppo tempo, ma che non gli sono ancora valsi dei guai con la polizia, lui dichiara alle giovani fan di volersi sottomettere, e in un battibaleno le ragazzine (dai sedici ai vent’anni, non un anno di più) vengono invitate a picchiarlo molto forte, più forte che possono. A parere di S.S. non c’è traccia di sesso in questi incontri, e d’altronde la sua passione per le ragazzine è inerte sul piano puramente fisico, blandamente masochista.

Eppure c’è chi vede qualcos’altro, forse perché la malizia è negli occhi di chi non può vedere, giusto? A fondamento di ciò possiamo dire che Il pentimento di Dio, unico suo romanzo, è costellato di scene abbastanza allusive dove S.S. è malmenato da pericolose ragazzine di periferia, baby gang di baby chissà cosa, le quali senza volerlo lo portano ad avere un’erezione, di nascosto da tutti, nei pantaloni. Certo la realtà, che spesso non riflette i romanzi e a volte pure li sconfessa, potrebbe essere ben diversa: fuori dal romanzo infatti a picchiarlo non sono solo ragazzine, ma anche vecchie (a volte donne decrepite che vengono armate di un posacenere qualsiasi o non riuscirebbero a nuocere in alcun modo alla tempra ancora vigorosa di S.S., il quale ogni volta, per ciascun pestaggio, pubblica il giorno dopo su Instagram le fotografie del viso o dei muscoli tumefatti) e ogni cosa sotto l’attenta supervisione delle sue mogli, in numero di quattro: tre ex redivive, e quella attualmente in carica, decisamente signore molto agguerrite, come vedremo tra un istante.

Per arrivare alla materia oscena, si deve conoscere la parte più bruciante del romanzo, almeno a grandi linee. Da pagina 101 a pagina 911 del Pentimento di Dio, questo teologo da strada e insieme matematico, nonché astrofisico senza una laurea, come anche botanico dilettante che studia diligentemente nel proprio bel giardino l’impollinazione del crisantemo, insomma S.S. nel suo meraviglioso splendore, ha incontrato Dio in un caffè malfamato di periferia.

Qui Dio annaspa sotto le mentite spoglie di un barbone dalla barba infinita e rossiccia. Non è chiaro subito se si tratta di un messaggero oppure della stessa divinità che ha assunto le sembianze di un uomo, come per esempio usavano alcune divinità antiche (possiamo dimenticare Zeus che si finge il marito di Alcmena, solo per avere un rapporto sessuale con lei?) Ma bando al passatismo, in quanto erano tempi diversi, quando c’era il politeismo e la religione non era un affare così serio. Invece, in modo serio e credibile, nel romanzo di S.S. Dio ha confermato il sogno di vent’anni prima, quando la Madonna gli assicurò che il Signore avrebbe aggiustato il mondo. O meglio, che lo avrebbe aggiornato come si fa con un software.

La tesi? Il Signore non era stato insensibile alla dissidenza di S.S., e come nelle buone dittature che si rispettano era sceso a patti con se stesso: in fondo perché mai opprimere il suo popolo, che era scontento e minacciava rivoluzioni? Bastava dargli un contentino, un’aggiustatina e loro, cioè noi, saremmo stati contenti e meno rivoluzionari, meno bestemmiatori e insubordinati. Le stelle che brillavano nel cielo notturno, anche in quello imbalsamato delle città in taluni momenti particolari, avrebbero (secondo Dio, cioè il barbone che parlava in quel caffè) riversato sulle nuvole e sulla terra una sostanza orgasmica. Quella pioggia luminosa avrebbe portato la felicità nel mondo. Non più catene di colpa lunghe millenni, e bando a tutti i peccati originali dell’universo. Dio era pentito, così diceva il barbone, in quanto si era reso conto che S.S. non aveva torto.

Il barbone parlava impugnando il calice di birra che S.S. ogni due giorni gli offriva per farlo parlare in modo più disinvolto nel dehors completamente arrugginito. A un certo punto, noi tutti avremmo avuto la felicità che ci spettava da 300.000 anni o forse più. Non avremmo dovuto più lavorare, in barba al peccato di quell’Adamo e quella Eva, i balordi oggetto di una circonvenzione d’incapace di dimensioni millenarie, e avremmo avuto qui sulla Terra il paradiso di una volta con tutte le comodità del caso.

Era quello il momento in cui il clochard guardava S.S. nelle palle degli occhi, anziché fissare la ruggine che si mangiava le gambe del tavolo. Faceva così tutte le sante volte, da quando S.S. gli aveva dato corda e birra. Guardava S.S. e gli faceva capire che esistevano delle condizioni. Lui si era trasformato in un barbone ed era venuto sulla Terra a trattare le condizioni con S.S. in ambasciata per la razza umana.

Di qui il libro prendeva il volo. C’era una lunga scarica di vicende complottiste, difficili da riassumere, in fondo alle quali S.S. tornava in sé dopo anni di abusi chimici, dopo aver immesso nel proprio corpo sostanze di ogni colore e origine che avevano – ammetteva S.S. in una nota a piè di pagina – iniettato nella testa dell’autore una orrenda paranoia capace di modificare sensibilmente la percezione di cosa era vero e cosa faceva invece un po’ ridere, modificando anche la sua opinione politica sulle droghe pesanti. E c’era stata poi la difficoltà di S.S. ad avere orgasmi e più genericamente a godere durante i rapporti sessuali. Cosa c’entrava questa roba con Dio? Ma perché miseriaccia il barbone gli aveva continuamente detto e ridetto (lo incontrava ogni dieci pagine nel corso di quel romanzo) quella maiuscola crudeltà…

 

SOLO QUANDO ANCHE TU TI SARAI PENTITO, PER LE BESTEMMIE E PER LE TEORIE ANTI-RELIGIOSE CHE HAI DISSEMINATO LUNGO LA TUA VITA, SOLO ALLORA DIO POTRÀ PENTIRSI.

 

In fondo – diceva il clochard dalla barba rossiccia – tu sei un puntino, un uomo tra i molti miliardi che sono morti e che sono nati e che nasceranno. Della tua buia e anche terribile sofferenza non dovrebbe importarti in modo ragguardevole.

Ebbene tutto c’entrava, sì, infatti lui, dopo che il Dio barbone era morto per cirrosi alcolica (con tutte quelle birre che S.S. offriva su quei tavoli per farlo parlare), aveva cercato di pentirsi, e non ci era riuscito. Forse non era un tipo da pentirsi facilmente, e inoltre tutti i pamphlet che aveva scritto e le bestemmie che aveva pronunciato contro la divinità non potevano essere ritirati con tanta facilità (a meno di essere veramente ipocriti). Dunque, se non poteva pentirsi, aveva deciso che voleva almeno soffrire, in modo quotidiano e controllato, cominciando dal farsi picchiare e talvolta raschiare la pelle con le unghie da…

Certo, erano soprattutto ragazzine ma lui accettava qualunque persona non troppo muscolosa, purché fosse intenzionata a strappargli un pentimento sincero. Tuttavia nessuna donna ci era mai riuscita. Non le ragazzine, né tantomeno le lottatrici professioniste che aveva sposato – divorziando da ciascuna quando diventava abbastanza chiaro che non erano abbastanza violente da strappargli un pentimento doloroso e sincero.

Ma se si pensa che questo strano profeta (da taluni definito «da strapazzo») sfruttasse le donne per i suoi scopi mistico-teologici, allora non si conosce il peso della responsabilità che abitava il cuore di S.S. E lo stomaco. E così l’intestino, dagli scienziati definito «il secondo cervello». E a questo proposito è bene ricordare che S.S. non aveva mai cacato in modo liscio e soddisfacente nell’arco dell’intera sua vita, ma anzi bestemmiava, dalla seduta del water, invocando quel dio malvagio che gli aveva ingolfato gli intestini. Insomma è diventato complesso se non addirittura da cretini giudicare moralmente S.S., sia perché nella propria esistenza ha mostrato di essere davvero convinto che dal suo sincero pentimento discendesse il pentimento di Dio e così il miglioramento delle condizioni del mondo, sia perché la realtà e la finzione, cioè l’S.S. della realtà e l’S.S. della finzione del romanzo, si confondono in modo abbagliante, luminoso al punto che il mito di S.S. è un unico, gigantesco monolite e tutt’attorno una notte stellata, e questo vale naturalmente per i suoi follower più sfegatati e pallidi in volto quando parlano di lui come anche per chi, invece, ha appena iniziato a conoscerlo su Instagram e non ha ancora partecipato a quelle sue ambivalenti conferenze in cui, alla fine, chiede a tutti (ma con una menzione particolare per le ragazzine più attraenti) di percuoterlo un po’, con molta grazia, in modo da scatenare in lui, più potente di un orgasmo, il segno del pentimento, visto che – lo dice sempre nei video pubblicati! – «quando io riuscirò a pentirmi, il mondo intero si toglierà le mutande e farà l’amore con voi, tutti insieme o uno per uno, amen».

Alle spalle del predicatore, tanto nelle conferenze gremite quanto in questi video ripresi in una luce azzurrina e celestiale, ci sono le mogli, in numero di quattro (come detto: tre ex, una in carica), accuratamente vestite con tanto di guantoni e abiti da picchiatore come pantaloncini fosforescenti o kimoni con scritte dorate. Da qualche parte sempre a caratteri enormi, compare una frase da rimorchio, uno dei tanti slogan che caratterizzano l’attività di S.S. come influencer, tra cui abbiamo: «Fatemi pentire e sarete felici!» o «Se mi pento io, si pente Dio» o il più seducente: «Se volete un orgasmo che non finisce, finitemi!»

Su un tavolo, troviamo abitualmente il suo best seller, che tante generazioni di fanatici ha circuito e da cui è così difficile difendersi asserendo che è solo l’invenzione di un pazzo, perché fra i suggestionati ormai il pentimento di Dio sembra davvero imminente, colgono segni in qualunque miglioramento della loro vita o delle condizioni globali (trovano un amore per poi diventare finalmente persone felici, ed ecco il segno, oppure finisce una guerra che ha succhiato sangue per decenni a interi popoli, e quelli gridano a Dio che si sta pentendo per il macello millenario). Persino tra gli scettici, tra gli increduli e i detrattori inarrestabili ci sono le defezioni, qualcuno che improvvisamente compra il libro a una conferenza di S.S. e comincia a venerare l’autore per farsi prendere poi dall’ossessivo desiderio di picchiarlo, di farlo pentire della bestemmia universale a cui ha sempre aderito nella sua vita, e si immaginano chi sa quale orgasmo e quale orgia planetaria come ricompensa per questo. E la Chiesa che finge di ignorarlo? Be’, in realtà sembrano esserci migliaia di credenti e non solo laici e dicono persino qualche cardinale, che di nascosto si aspettano qualcosa da questo clima di autentica religiosità che circonda S.S., vecchi malfermi abituati a guardare sei o dieci volte Instagram in un giorno per vedere a quale punto siamo ormai con il pentimento di Dio, con il pentimento di S.S., con l’orgia universale che ci attende. Perché il Signore aggiusterà il mondo, perché Dio evidentemente si è reso conto di aver sbagliato, o così si mormora per le strade.

Alla televisione, in fascia protetta S.S. discute amabilmente con tutti, anche con gli scettici, e non si fa mancare le critiche più severe. Non si arrabbia nemmeno quando un intellettuale calvo, agitando il dito inquisitore come se volesse infilzare le sue menzogne, gli dice una cosa semplice. È notte: l’audience è incredibilmente alta per quella fascia oraria. È la tesi dell’intellettuale calvo a distruggere la calma di S.S., a quest’ora buia che scende in picchiata verso il mattino. Se lui dovesse pentirsi, sicuramente perderebbe il paradiso in terra che si è guadagnato, le attenzioni di cui è fatto oggi il suo mondo, e così le perversioni di massa che lo interessano, per non parlare delle ragazzine. In altre parole S.S. è il mondo che lo contiene, dice l’uomo e continua a infilare il dito in quella piaga intellettuale. Per questo è impossibile che si penta. Se lo facesse smetterebbe di essere S.S., colui del quale in troppi aspettano il pentimento. Non si eliminerà da solo, vale a dire che non si pentirà mai, qualunque sia la misura di dolore che gli altri possono giocosamente infliggergli. Quindi, comunque vada, l’umanità è fottuta dal proprio Dio.

Con queste parole, l’intellettuale calvo ha concluso il sofisma, e subito lo studio dev’essere stato sommerso da un silenzio duro e trasparente di tipo inattaccabile, se nemmeno il conduttore, o uno degli scalmanati ospiti del suo programma, osa ancora muoversi per spezzare il momento.

A un certo punto la telecamera stringe sul volto ossuto dell’accusato, perché sta succedendo qualcosa di veramente strano, quando per la prima volta in 68 anni (come ci dirà lui stesso) senza contare il giorno in cui è nato, S.S. scoppia in un pianto disperato, liberatorio e definitivo. Infatti nello stesso momento, in quattro diversi continenti del pianeta, si registrano decine di infarti, centinaia di malori e un numero imprecisato di urla desolate. Ma solo una risata, e abbastanza lasciva, quella dell’intellettuale calvo.

 

Contro la semplificazione: se ogni vissuto diventa letteratura

4

 

 

di Ornella Tajani

Mi chiedo, ormai sempre più spesso: esiste (ancora) una distinzione fra testimonianza e letteratura? Per me, indiscutibilmente sì: qualsiasi storia ha diritto d’essere raccontata, ma non acquisisce automaticamente dignità letteraria nel momento in cui viene pubblicata. Che cosa distingue il resoconto di un’esperienza personale da un testo letterario, magari autobiografico? Naturalmente la forma, lo stile, certo, ma anche l’inventio, la struttura, la dispositio, un’immaginazione autoriale che concepisce un disegno e non si limita a raccontare un fatto. Potremmo anche dire: una certa complessità di pensiero soggiacente.

La scena editoriale francese, ad esempio, pullula di «racconti di transfughi sociali» che, sulla lunga scia dell’opera di Annie Ernaux, affollano da alcuni anni gli scaffali delle librerie: la questione è stata indagata a fondo da Laélia Véron e Karine Abiven in Trahir et venger. Paradoxes des récits de transfuges de classe (2024), che del genere indagano ambivalenze e contraddizioni. Che cosa vuol dire quest’etichetta sul piano critico-letterario, quali informazioni ci dà sul testo? Praticamente nessuna: riferisce soltanto qualcosa sull’identità dell’autore. In molti récits de transfuge, se da Ernaux (e in minor misura da Didier Eribon) vengono ripresi dei temi, siamo tuttavia molto distanti dalla qualità della prosa ernausiana, così caratteristicamente condensata, trattenuta, e lavorata con perizia.

Ora, è ovvio che il racconto di testimonianza può essere letteratura (Primo Levi); il punto è che non è detto che lo sia. È il caso di La Petite dernière di Fatima Daas, apparso nel 2020 in Francia (poi tradotto per Fandango da Giorgia Tolfo con il titolo La più piccola), opera ufficialmente presentata come «romanzo», la cui protagonista ha però nome, cognome e coordinate biografiche dell’autrice: cresce a Clichy-sous-Bois, studia a Parigi, è lesbica, musulmana, praticante, esattamente come chi ha scritto il libro. Sebbene nelle interviste Daas ci tenga a sottolineare che non si tratta di un «diario intimo», è tuttavia evidente da come ne parla che la propria esperienza è la sostanza principale del testo.

Malgrado il plauso della critica, il libro non presenta a mio avviso nessuna qualità letteraria: la sua pubblicazione è presumibilmente dovuta alla peculiare combinazione di due tematiche, ossia il racconto della condizione lesbica dal punto di vista di una ragazza cresciuta in una famiglia musulmana. Basta leggerne una recensione positiva per scoprire che, anche da parte di chi sembra averlo apprezzato, non emergono specifiche qualità di scrittura o particolarità stilistiche. Vediamo allora cosa ne diceva nella presentazione editoriale Virginie Despentes, un’autrice che pure sa usar bene sia la lingua, sia la testa:

Le monologue de Fatima Daas se construit par fragments, comme si elle updatait Barthes et Mauriac pour Clichy-sous-Bois. Elle creuse un portrait, tel un sculpteur patient et attentif… ou tel un démineur, conscient que chaque mot pourrait tout faire exploser, et qu’on doit les choisir avec un soin infini. Ici l’écriture cherche à inventer l’impossible : comment tout concilier, comment respirer dans la honte, comment danser dans une impasse jusqu’à ouvrir une porte là où se dressait un mur. Ici, l’écriture triomphe en faisant profil bas, sans chercher à faire trop de bruit, dans un élan de tendresse inouïe pour les siens, et c’est par la délicatesse de son style que Fatima Daas ouvre sa brèche.

Glisso sui riferimenti a Mauriac e al povero Barthes, tirato in mezzo ogni tre per due quando qualcuno usa una forma frammentaria. Che cosa deduciamo dalle parole di Despentes? Intuiamo vagamente, per suggestive metafore, quali sono i temi (la vergogna, il rapporto con i genitori, il contesto), poi leggiamo: «la scrittura trionfa mantenendo un profilo basso, cercando di non fare troppo rumore», per concludere infine sulla «delicatezza» dello stile — definizione che, tocca ammetterlo, non vuol dire quasi niente.

Non intendo insistere su questo libro, letto alla sua uscita in Francia ormai diversi anni fa e preso solo a mo’ di esempio, ma mi preme sottolineare un punto: ciò che alla fin fine la critica davvero ne ha elogiato è la «prise de parole située», la restituzione della voce di una giovane francese di seconda generazione alle prese con un percorso di formazione nient’affatto semplice. Dal punto di vista sociale, è certamente prezioso diffondere racconti di questo tipo, mi sembra anzi sacrosanto. Nondimeno, oltre alle considerazioni sulla scrittura, elevata dai media a prosa ritmica o persino mimetica delle sonorità dei versetti del Corano, il testo si presenta come povero sul piano della costruzione: in una narrazione alla prima persona, la vicenda si conclude con il regalo, da parte della madre alla protagonista, di un quadernetto, oggetto evocativo del libro che abbiamo tra le mani; una trovata piuttosto ingenua.

Tengo a precisare che non sto dicendo ciò che non sto dicendo: il problema non è che un libro come questo venga scambiato per letteratura perché tratta di temi woke come omosessualità, minoranza razziale o religiosa; il problema è che un qualsiasi story-telling sia scambiato per letteratura. Detta altrimenti: ben venga la pubblicazione del libro di Fatima Daas, purché se ne fruisca come di una (pseudo)testimonianza, magari di una écriture-de-soi, e non come letteratura.

Il dilagare di annacquate forme di narrazione, incentrate sull’episodio biografico e pressoché prive di costruzione, mi pare appiattire questi distinguo: sempre più spesso trionfa un io che dice le proprie esperienze, in maniera anche sincopata, senza che necessariamente ci siano dei temi forti intorno ai quali è orchestrato il racconto — ma, seppure ci fossero, i temi da soli non basterebbero a fare letteratura, né del resto a fare critica letteraria. Un altro fenomeno si accompagna infatti al primo: anche la critica sui media sta diventando story-telling. L’esperienza di lettura s’impone: non si parla di un romanzo sul disagio psichico senza lungamente evocare vicende private, nessuno vuol più leggere «recensioni», al punto che lo stesso termine si riveste di una patina polverosa. Come scrivevo in un post tempo fa, il libro altrui diventa un pretesto per parlare di sé in maniera esplicita, è funzionale all’esibizione dell’io – come se costruire un discorso intorno a un’opera, darne una propria interpretazione non fosse abbastanza gratificante (né abbastanza attraente da leggere). Eppure, cosa c’è di più personale di un’interpretazione? Recensire significa “far parlare” l’opera attraverso il filtro di una soggettività critica. Il sentire di chi scrive è racchiuso nel movimento stesso del discorso.

Perché ce l’ho tanto col racconto della propria esperienza, sebbene consacri parte dei miei studi a un’autrice di autobiografia? In parte proprio perché mi salta agli occhi uno scarto qualitativo; in parte perché la questione per me va oltre le distinzioni terminologiche e concettuali (testimonianza/racconto/romanzo/autofiction/storytelling, etc.). Mi sembra che l’imperare del «vissuto» in versioni basiche, poco strutturate – a discapito delle forme elaborate della letteratura – sia parte di una grande ondata di semplificazione dei prodotti culturali, generatrice di un impigrimento rispetto a narrazioni più articolate che finisce col coinvolgerci tutti.

Se le manifestazioni della semplificazione globale di qualsiasi tipo di discorso sono innumerevoli nel nostro presente – dai discorsi “politici”, all’assuefazione per l’appagamento istantaneo di un reel di pochi secondi, alla profusione di film concepiti a tavolino per essere diffusi su piattaforma, ecc. –, una di quelle che mi capita di osservare più di frequente è legata alla crescente incapacità di fruire di narrazioni complesse. Lo vedo ad esempio con i bambini con cui mi capita di avere a che fare, che magari non guardano i cartoni animati ma delle sorte di micro-reality con attori in carne e ossa in cui si inscenano situazioni quotidiane, banali, giustapposte, senza evoluzioni (e quindi prive di relazione causa-effetto). Lo vedo al cinema: se è vero che nel campo della rappresentazione regna da tempo un certo ipertrofismo dell’io, anche quando si attinge a esperienze vissute l’arte dovrebbe essere trasformazione del dato (auto)biografico e non mera trasposizione; verticalità, non orizzontalità. Invece – per citare i primi esempi che mi tornano in mente – ripenso a Jane by Charlotte, documentario di Charlotte Gainsbourg sulla madre Jane Birkin, più simile a un filmino per i parenti che a un’opera rivolta a un pubblico esterno, o all’improponibile Hors du temps di Olivier Assayas, ambientato nel periodo del lockdown; film che si rivelano patchwork di frammenti di vita o ricordi più o meno dichiarati, senza una vera idea progettuale dietro, senza un’intuizione.

Se prolificano esponenzialmente le narrazioni semplificate, saremo sempre meno in grado di comprendere questioni complesse e produrre ragionamenti articolati. Il rischio, insomma, è che, fruendo meno di narrazioni à la Balzac e troppo di libri à la Daas, saremo portati a stare più schiacciati sulla superficie della realtà, accontentandoci di assorbire, quasi per osmosi, ciò che riconosciamo ci interessi – finendo col diventare meno pronti a scoprire qualcosa di nuovo, a farci stupire dall’inaspettato.

 

La pelle di Dario Bersade

2
Foto di Markus Spiske da Pixabay
Foto di Markus Spiske da Pixabay

di Aurelio Vatteroni

La prima volta che Dario si tolse la pelle il fatto creò non poco scalpore. Ne parlavano tutti, all’università, fra gli amici del liceo. Si discuteva di come ci fosse riuscito, di quanto ci avrebbe messo a ricrearsi, di quanto avesse sofferto nel mentre.

Non conosco, così come credo non li conosca nessuno, i dettagli dell’accaduto. Ognuno raccontava ciò che sapeva, sperando fosse di più di quanto ricordasse il suo interlocutore. L’argomento attraversava le aule universitarie e per una settimana divenne il centro di ogni incontro. Ricordo i curiosi che si avvicinavano agli amici più stretti, il chiasso, i bisbigli, a volte le risa. Ma ricordo anche lunghi silenzi, che iniziarono a comparire le sere successive, superata l’adrenalina dei primi giorni. Le coppie si stringevano sedute nei lunghi corridoi. Nessuno riusciva ad andarsene prima delle nove, orario in cui i guardiani si decidevano a cacciarci – persino di loro ricordo i visi allungati, insonni; ci parlavano lentamente, come se entrassero anch’essi nella bolla dentro alla quale eravamo immersi dal giorno in cui la notizia aveva iniziato a circolare.

Non ho mai conosciuto Dario Bersade. Quanto so di lui proviene solo dai racconti di quei giorni all’università e dal diario di Sofia Bonfini, che ho potuto leggere due anni dopo l’accaduto. Avevo visto più volte Sofia nella facoltà di Lettere e ci eravamo scambiati qualche parola di circostanza. Sofia è poi andata a vivere a Lisbona e il suo diario mi è arrivato tramite Francesco Grassi, mio amico stretto, che si è traferito nella stanza presa in affitto da lei durante gli studi a Roma. Era un piccolo quaderno nero, di quelli che andavano in voga tra noi ventenni – li compravamo tutti nello stesso negozio – e che poteva essere un semplice regalo di Natale fatto in famiglia, magari da qualche cugino che conoscesse vagamente i gusti dell’interessato.

Nel diario compariva due volte il nome di Dario, uno alla data del 12 novembre 2018, prima dell’accaduto, ed un altro al 13 febbraio 2019. È l’unica persona che conosco ad aver mai rincontrato Dario e ricordo, per questo, di aver letto avidamente quelle pagine. Sono ormai passati quarant’anni e adesso non ho idea di dove sia finito quel quaderno. Per quanto mi stia sforzando, non riesco davvero a distinguere quali eventi appartenessero al primo incontro con Dario – del 12 novembre – e quali al secondo – del 13 febbraio. Ho deciso così di rimettere insieme quanto mi torna alla memoria, in un’unica giornata a cavallo fra le due. Data la stranezza di tutta la vicenda, ritengo infatti che il modo in cui mi sia rimasta impressa possa essere più reale di quanto potrei ricostruire in maniera più esatta.

Era una mattina fredda, con il sole nascosto da un velo bianco di nuvole – non ricordo il meteo di quell’anno, ma questa descrizione potrebbe adattarsi bene ad entrambe le giornate. Sofia era arrivata all’università in anticipo, vestita con un cappotto rosso e dei jeans chiari. Si era seduta al bar e aveva preso il primo caffè della giornata. Non faceva mai colazione a casa. Si svegliava prima che si alzassero tutti e, come di nascosto, come se non abitasse davvero in quella casa, si lavava e usciva. Non voleva farsi vedere – ma da chi? in fondo abitava con delle coetanee – fino al momento in cui arrivava al bar; si sedeva, ed accettava che lentamente la vita le si risvegliasse davanti. Al tavolo accanto a lei erano seduti dei ragazzi più piccoli – dovevano avere la mia età –, che scherzavano, ridevano sul professore e si lamentavano per lo studio. Era stata anche lei così, nei primi anni. Adesso stava arrivando qualcosa di strano, di diverso. La maturità. Non sapeva che significato attribuire a quella parola, ma si sentiva stanca di vedersi bambina, di sentirsi dipendente da un qualcosa che non fosse lei. Qualcosa di vivo, di pressante, di ostruente. Qualcosa con il sapore di varechina e capelli lisciati dal balsamo. Di questo parlò con Dario, quando la raggiunse al bar. Si spostarono poi in una piazza squadrata, che poco aveva a che fare con San Lorenzo, il quartiere universitario. Dario ascoltava e si muoveva piano. Ricordo che Sofia aveva annotato una frase pronunciata da lui, “non lo so neanche io”. Non sapeva neanche lui che volesse dire il tempo perso sui libri, le pause, le sveglie presto, le ubriacature forzate. Non sapeva neanche lui che significato avessero i libri, le pagine stampate, le ore a girare intorno a se stessi. Nessuno dei due sapeva che significato avessero i baci – se lo dissero mentre erano sdraiati a letto – e perché davvero ci baciassimo sulla bocca – anche io tuttora non ho la risposta, ma credo possa essere utile aprire un libro di psicanalisi.

Non credo che Dario avrebbe apprezzato che si parlasse così tanto di lui, in futuro. Non so nemmeno se questo racconto – abbastanza deludente, mi rendo conto di avervi montato le aspettative – risalga ai giorni precedenti o successivi a che si togliesse la pelle. Rileggendo quanto ho scritto, mi sorprende di aver iniziato con La prima volta che Dario si tolse la pelle. Di fatto non so se questa cosa sia mai più successa, ma se ho scritto così è perché questa è la percezione che mi è rimasta dell’accaduto. Che sarebbe risuccesso, che sarebbe risuccesso ogni volta che Dario avesse rimesso piede nella camera dove aveva dormito con Sofia.

Oltre a queste poche righe, c’è qualcos’altro che mi è rimasto del diario di Sofia. C’era un foglio all’interno, che avevo immaginato potesse essere opera di Dario. Non ho conservato neanche quello, in realtà, ma ai tempi lo ricopiai e ancora adesso porto con me il duplicato. Ve lo restituisco qui, sperando possa interessarvi.

Mi muovo a passi lenti. Vedo le tue labbra piene, i tuoi occhi brillanti. Se cado la paura e il vuoto.

Sento le strilla, la violenza, la corda tesa. Così i miei muscoli.

Sento il rimbombo asfissiante.

Sono dentro di te e vedo i tuoi occhi socchiusi. Vorrei darti l’amore che non so dire, l’amore che non so conoscere. Ho paura di parlare, di pronunciare il tuo nome. Ho paura di spogliarti e vederti nuda. Ho paura di vedermi nudo.

La mia carne è consumata dai miei stessi sguardi. Sa di vecchio, sgualcito, logoro. La odio perché conosco la sua storia, perché non mi appartiene. Appartiene a qualcosa che ero ed ora non riconosco. Morta prima di nascere, la mia carne mi soffoca e brucia sottopelle.

Le tue labbra piene sanno di dolce pastiglia del sonno, del caldo delle lenzuola afose. Non ti conosco. Non so conoscerti. C’è una porta stretta e una lingua impronunciabile. Mi fermo. Sto stringendo forte le tue braccia.

Per non cadere.

Ho deciso, dopo quarant’anni dall’accaduto, di scrivere la storia – o, almeno, quanto ne so io – di Dario Bersade perché stanotte ho fatto un sogno che me l’ha ricordata. Ero in camera mia, nel mio letto, e mia madre, in piedi davanti a me, mi diceva di smetterla di pensare ai miei capelli. Nel tastarli, notavo di avere un cappello. Una volta tolto e preso tra le mani, mi sono reso conto che era la testa di mio padre – mio padre è morto mentre ero all’università. Lui non aveva capelli, quindi avevo in mano una testa rasata, che lentamente ha iniziato a spaventarmi. Vi stavano crescendo sopra dei capelli neri, corti, con in mezzo delle ciocche bianche. A quel punto mi sono svegliato. Il primo pensiero che ho avuto è che quel sogno appartenesse ad Dario Bersade.

Dancing Queen – Estratto dal nuovo libro di Camila Fabbri (Polidoro Edizioni, 2025)

0

di Camila Fabbri

Sport ad alto impatto

«Psss, Paulina. Ci sei?».

Apro a stento l’occhio destro ed è come se qualcosa di aguzzo e sottile mi stesse mangiando il bulbo oculare. Potrebbe essere il becco di un vile colombaccio. Ho l’impressione che la cornea stia sanguinando, o forse è la pupilla. Non lo so, non ne sono sicura. Non sono molto pratica di lessico oculistico. Dev’essere sera, a giudicare dalle luci: fasci rossi e gialli che spuntano tra gli edifici, ma neanche di questo sono certa. Riesco a vedere soltanto un ramo secco sopra il cofano. Invio segnali col cervello ma il busto non risponde, il collo è ancora tutto intero. Stacco la nuca dal sedile anteriore dell’auto e una pioggia di vetri cade circondandomi il culo come fosse un falò. Qualche scheggia mi si pianta tra le natiche. Il dolore è reale. Ciò che credevo fosse un uccello intento a beccarmi l’occhio è invece vetro, la protezione antisfondamento pagata l’anno scorso in dodici rate senza interessi. Uno di quei gesti camuffati da piccole imprese eroiche.

Neanche il busto risponde, è sempre incollato alla similpelle, stretto nella cintura di sicurezza, come se io stessa fossi uno di quei manichini usati per simulare sciagure stradali. L’autoradio è sintonizzata su una frequenza inesistente. Si sentono migliaia di voci di donne, uomini, bambini. Ogni tanto una sequenza pubblicitaria. Talvolta qualche parola ben udibile come «inflazione», «dollaro», o frasi più complesse come «Supermercati Rua», «Sapone Fuku», «Ancora preoccupazione per l’aumento del».

Ho il petto che bolle e sento il cuore battere appena. È uno stato di agitazione estremamente timido. Qualcosa sul punto di svanire.

«Psss, mi senti, Paulina? Non far finta di essere morta».

Il silenzio sarà dovuto all’orario, fuori c’è fin troppa calma. Dovrò aspettare che vengano a cercarmi. Un liquido caldo mi cola giù dall’orecchio. Può significare molte cose, nessuna buona, nessuna salutare. Ho freddo, mi trema la mandibola. Una volta ho sentito parlare del freddo che si prova prima di morire, eppure giurerei di essere viva. Non so dov’ero diretta né da dove arrivavo. Non so proprio un bel niente.

Voglio urlare «Felipe!» ma la voce non esce. Così come il petto, anche la gola è tutta un bollore, le mie tette un nido di passeri. Potrei benissimo averci dentro delle piume. È da quando ho riaperto gli occhi che ho sensazioni da uccello. Qualcosa in quest’auto mi dà la nausea, o è forse allergia?

Vedo finalmente in modo chiaro una cosa. Sul parabrezza sembra esserci una macchia d’olio, o di qualcosa che si solleva prendendo una pozzanghera, in uno schizzo che somiglia a una crepa disegnata. Più in basso, piccolissima, c’è una macchiolina tra il marrone e il bordò. Quel sangue è mio: sarà anche uguale a ogni altro sangue che ho visto finora, ma so che è mio. Vedo da lontano il dna. Com’è ridotta l’auto! Ora è soltanto un altro rottame, mentre prima era un oggetto amato, o perlomeno tenuto in considerazione. Chi prova pietà per un’auto ammaccata? A vederla così mi si scheggia il cuore.

Silenzio.

Riesco a vedere le mie scarpe bianche, intatte, che mi sono messa mentre ascoltavo la risata isterica di due speaker alla radio. I jeans che mi vanno grandi e le buste grigie del tabacco. Dunque no, certo che no, non sto messa poi tanto male a memoria. Non si tratta di Alzheimer o di anomalie del tessuto cerebrale. È qualcos’altro. Anche i rami dell’albero che vedo potrebbero essere dei neuroni e la crepa sul parabrezza un’infinita catena di connessioni nervose. Che brava sono a descrivere i sintomi. Che orecchio fino per i malesseri il mio, per tutti i tipi di malesseri, per tutti quanti i malesseri del mondo. Però l’occhio mi fa tanto male, mi sa che sono a un soffio dal perdere la vista.

Muovo appena il collo e l’intero quadro si tinge di giallo. In modo chiaro riesco solo a sentire e ciò che sento arrivare è il fiuuu del primo vento della giornata. Un cane corre all’esterno dall’auto e si arrampica al mio finestrino con le zampe anteriori. Mi guarda e ansima, dalla bocca gli esce la tipica saliva dei mammiferi. Mi sporca l’auto. Sa bene che qui dentro c’è un essere moribondo, o magari è solo attirato dall’odore del sangue. Ma certo, gli animali. Tra squali e cani non c’è alcuna differenza. Fila via, sacco di pulci, gli direi. Brutto quattrozampe randagio. Vai a ficcare il muso in qualche sudicio bidone. E non guardarmi con quell’aria solidale, vuoi soltanto succhiarmi il sangue dall’occhio come un ghiacciolo. Se fossi il mio cane ti chiuderei in cucina al buio. Ah, quanta poca immaginazione per la cattiveria. Continuo a vedere tutto giallo. Alle mie spalle, sento a stento dei respiri. Non posso girare il collo. Ho il sospetto che sia rotto, se così fosse verrò cremata o seppellita in una cassa di legno con sopra un Cristo argentato. Alzo gli occhi, il tanto che posso, il tanto che mi permette questa posizione, questa cintura salvifica, questo stato vegetativo. Vedo a stento ma vedo. Addormentata o svenuta, non credo morta, una ragazza sui quindici anni. Indossa un vestito a fiori e scarpe bianche uguali alle mie. Non so chi sia, eppure si trova dentro la mia auto e nemmeno lei si muove. Mi domando cosa ci faccia qui e mi mette tanta ansia non trovare nei meandri della mia mente un qualche filo da tirare che mi dica chi è questa esile ragazzina, questa creatura ferita ma piena di vita. Mio Dio. Io non credo in Dio, però dico spesso «Mio Dio» o «Cristo santo».

Non so quanto tempo sia trascorso. Siamo due donne sole in attesa che vengano a metterci un collare ortopedico. So chi sono io ma non so chi è lei, perciò la mia memoria non è poi così messa bene. Dal fondo dello stomaco mi arriva un sapore amaro. Vomito sul volante. Ah, che bella la mia auto però. Così nuova e così grigia, dotata della migliore tappezzeria. Di un airbag per ogni evenienza, che stavolta però non si è gonfiato, e poi posacenere, maniglie d’appoggio, portabicchieri, lettore cd, dvd, mp3, Wi-Fi, videoschermi. Evidentemente sono una che ha tanti soldi, una che guadagna bene. Perciò verrà a prendermi qualcuno dell’assicurazione medica. L’odore di vomito è intenso. Provo a risalire alla causa ma non ci riesco. Ancora quel cane assassino che vuole rompere il vetro per leccarci il sangue. Orrenda sanguisuga, potessi acchiapparti ti prenderei a legnate.

«Paulina». La quindicenne dice qualcosa. Ripete: «Paulina, Paulina, siamo in cielo?».

Non riesco a muovermi. Non so se è seduta, sdraiata, moribonda. Mi chiama Paulina. Non ricordo che qualcuno mi abbia mai chiamata così.

«Paulina, stai bene? Stiamo bene?».

Ride. Ripete quella roba sull’essere in cielo, il che la diverte in modo inquietante. Non riesco a risponderle. Ho un filo di voce intriso di sangue, sono come una tartaruga esplosa all’interno. Una di quelle tartarughe domestiche che cadono dal balcone e muoiono dopo ore per via degli organi incancreniti.

«Paulina. Ti prego. Mi fa male la testa».

Ci credo, tesoro. Siamo andate a schiantarci e non so bene il perché. Tutt’intorno vedo luci sparate a mille, come su un palcoscenico, ma nessuno è ancora venuto a prenderci.

«Paulina, ho paura di muovermi».

Ti capisco, stellina. Il fatto è che non posso risponderti perché se mi sforzo mi scoppierà qualche vena nella testa. Sento la quindicenne sistemarsi il vestito a fiori. Non vuole che nessuno le veda il culo. Fa bene, neppure da ammaccata vuole che qualcuno si fissi su quella parte del suo corpo. Riesco a muovermi sempre meno, la mia testa però non si ferma, avanza come una montagna russa appena inaugurata. Sale, scende, fa vivere ai passeggeri l’esperienza più alta della loro vita, su in cima, per poi venir giù a tutta velocità con le coronarie che fanno il possibile di fronte alla frenesia.

«Paulina, scendo. Gallardo è uscito fuori».

Gallardo? Cos’è questo nome? Il cane? Sarà mica quel dannato cane? Quella bestiaccia che si approfitta delle sciagure stradali altrui. Quel bastardo randagio metà pastore tedesco e metà fox terrier. Qualcuno lo disintegri subito.

Silenzio. Troppo silenzio.

Il ramo sul cofano scivola avanti e indietro. Se il vento è aumentato, allora c’è qualcosa a farlo muovere. Può darsi che la giornata stia volgendo al termine. Sento la portiera di dietro aprirsi. Ora si richiude. Un cane saltella di gioia sul corpo di una quindicenne con i capelli lunghissimi. Non li vedo ma li sento, così me li immagino. Adesso vedo scuro, tra il grigio e il nero. Mi aggrappo al grigio, soprattutto perché col nero, in un momento simile, penserei solo a cose brutte. Avrei potuto andarmene da un pezzo e invece sono sempre qui, nella mia Peugeot con dentro odore di vomito e una quindicenne sopravvissuta senza un solo graffio. E poi il freddo. Vedo una ciocca di capelli cadermi sulla gamba destra. Sono sottili ma è un ciuffo bello folto. Dev’essere stress postraumatico. Di nuovo la nausea. Me ne dispiaccio ma vomito ancora. La testa mi rode come un insetto che nessuno sa bene cosa sia. Un esemplare comunissimo, tra il grigio e il marrone, con ali rigide. Un misto tra un grillo, una mosca e un moscerino. L’insetto non smette di parlarmi, o forse sarò io stessa? La quindicenne riesce ad aprire la mia portiera e mi guarda negli occhi. Scoppia a piangere sconsolata, ha il viso tutto impiastricciato di moccio, lacrime e umidità. La guardo, ci provo davvero a riconoscerla, ma è inutile. Non ho la minima idea di chi sia questa creatura in preda all’angoscia. Prova a togliermi la cintura di sicurezza e scopro così che nessuna parte del mio corpo risponderà.

«Paulina!».

La sconosciuta lancia un grido, pronuncia il mio nome e un istante dopo l’auto è circondata da uomini e donne vestiti da impiegati, forse appena usciti dal lavoro. Prima un uomo calvo con denti sani, poi una donna con le sopracciglia spesse. Mi guardano con pena e disgusto. Non capisco perché nessuno faccia niente. Continuo a inviare ordini al cervello ma è tutto inutile. Non risponderà. L’adolescente scambia qualche parola con la donna e di lì a poco sono impegnate in una chiamata d’emergenza. L’uomo calvo mi fa domande a cui non riesco a rispondere. Muovo a stento la bocca. Ho la schiena in fiamme, come le tette. L’uomo mi fissa la scollatura e stringe i denti. Pure questo mi tocca sopportare.


Camila Fabbri (Buenos Aires, 1989) è una scrittrice, drammaturga, sceneggiatrice, regista e attrice. Nel 2023 ha scritto e diretto il film Clara se pierde en el bosque, di cui è anche una degli interpreti. Nel 2015 ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti, Los accidentes, e nel 2019 il suo primo romanzo, El día que apagaron la luz. Nel 2021 è stata selezionata dalla rivista Granta tra i migliori giovani scrittori di lingua spagnola. I racconti Sani e salvi (2022) sono usciti per Polidoro nel 2024.

AzioneAtzeni – Discanto Diciannovesimo: Savina Dolores Massa

1

AzioneAtzeni – Discanto Diciannovesimo: Savina Dolores Massa

   

AzioneAtzeni – Discanto Diciannovesimo: Savina Dolores Massa

Cosa vorresti ora messié? Meglio: cosa aspetti che succeda, in questa storia? Forse immagini che io voglia narrarti, ora, una storia d’amore. Una storia d’amore. Anche a me, piacerebbe. Credi.

dal racconto ‘Da Nicola a Nicola, il giorno della sua morte’ di Sergio Atzeni, in I sogni della città bianca  

Sale

di

Savina Dolores Massa


Quell’attimo.
Mentre l’errato calcolo di un dio porgeva già la schiena alla sorte mortale degli umani, degli animali, dei fiori e di tutte le cose, il vecchissimo Nino avvertì sulla lingua un sapore di sale conosciuto soltanto tra le cosce della moglie trascinatagli via in un tempo distante da lì, dentro una bara di legno messa su con gli avanzi di una barchetta affondata di intera poppa sulla sponda dello stagno. Sede di guerriglia tra ratti, anguille e tuoni intimoriti di sé, era colei dondolante da anni in attesa di un veliero che le dicesse, Bacerò ogni notte la tua coda da sirena.
E invece così non andò, come per qualsiasi sogno delle barchette senza dote. Una cassa da morto, fu.
I chiodi battuti a martello, batacchi mossi da campanari di una chiesa miscredente costruita nell’inferno in attesa dei mortali, giù, giù, dove la terra vermina.
Nino, la donna diretta alla sepoltura neppure la salutò, offeso per il furto dell’amore di cui ancora, allora, pativa il senso.
Dal giorno, senza capirlo, l’intero suo passato gli si era iniziato a confondere nella memoria della testa e del cuore: rancori scambiati per tenerezze; stupori pensati come indifferenze; vocaboli urlati creduti risate. Altri intuirono l’embrione di demenza nell’uomo e solo rari reietti al suo pari gli lanciavano saltuariamente sui piedi pane duro, croste di formaggio, avanzi di abardente in bottiglie scaraventate in mare da qualche marinaio rabbioso di solitudine. Bottiglie giunte a riva strette forte a un’onda astemia. E altre consolazioni alle quali Nino non voltava le spalle pur imprecando santi, luciferi e madonne, e sputi alla femmina inchiodata dentro la marcescenza, la peste del mare, di una barca e le alghe.
Lei, portata via nei seni e nel ventre, nella pelle da stella esplosa, nella voce di sposa vergognosa. Aperte le cosce, “per te soltanto Nino mio.” L’infame. In fame, lei, non l’aveva mai lasciata.

Infine l’uomo, generazione dopo generazione, venne scordato, attraversato da passi svagati.
Nino si pietrificò in se stesso, lasciandosi ricoprire da patelle e granchi, confusi coi baci e i morsi sempre dispensati dalla sposa in giovinezza: distante farsa. Un passato sottratto a qualcun altro, con premeditazione, così pretese sua moglie conclusa la breve fascinazione dell’innamoramento e lui, mai che le avesse portato perle e coralli incastonati in monili, velluti e cappelli da signora.
L’amore ripudiato e nudo di nome e forma, divenne qualcosa da lanciare, pietra piatta rimbalzante, alle acque: le dolci, le salate. E al mare. E alle Saline, enormi cataratte bucate da scheletri d’uomini e di muli, certe notti di scirocco africano e Nino ebbro di abardente fino a quando gli durò la scorta. Ma la scorta non esisteva già più. Ubriacarsi immaginando, l’uomo.

E allora, per anni, Nino dormiva o vegliava arrotolato nelle proprie ossa sull’ultimo vagone lasciato sul binario morto – sempre in fiore di lacrimate fatiche – fermo, concluso, sulla sponda del mare.
Ma quell’inconfondibile sapore di sale sulla lingua giunse una mattina in principio di novembre, quando infiniti stormi bianchi di uccelli di ogni razza e dimensione si sollevarono dai monti, ciechi, di Saline improvvisamente rose da rose spinate nei petali volanti, così parve al vecchio, dentro una nebbia, così parve al vecchio, salita infida dalle acque, così parve al vecchio, per gelargli le unghie delle mani e dei piedi. Così parve al vecchio,
così parve,
così.
Udì, Nino, la tosse degli uccelli.
Tossì lui pure di riflesso, salivando sangue sul mento che condì di sale leccandolo. Buono gli sembrò il pasto: un vino arso, un cuore in principio di novembre, un migrante di sé.
Tossì fino a quando il sonno lo svegliò.
Forse fu un istante oppure anni, nei quali giovane si immergeva nelle acque dolci, in sale o da mare aperto privo di orizzonti risucchiati dal fondale. Vide l’intero firmamento nuotargli accanto, e ci credette. Lo disse mai a nessuno della luna spezzata a metà per ogni sua iride, mai alla moglie quando lo attendeva sulla riva in attesa di polpi e ricci da vendere al mercato: lei lo avrebbe malmenato a causa di simili visioni da poeta, perché risaputo che i poeti muoiono tutti assassinati di mano propria. E così taceva gli incanti perfino al mulo a lui destinato nelle giornate in cui lavorava alle Saline, timoroso di privare il mare della luce anche di una sola stella. Ma lui di sé non dubitò, si considerò un prescelto del Creato, riuscendo così a sopportare assieme alla sua bestia, ogni sacco di sale trasportato ai padroni, anche loro, quanto la moglie, in attesa sulle sponde. E lui la notte piangeva tra le cosce della donna, desolato per i sogni non detti, accontentandosi ma non intero di quell’odore salso di femmina, chissà se messo alla pesa anch’esso assieme all’oro bianco delle acque. Non glielo domandò neppure una volta: avrebbe disturbato i mogi canti dei muli illividiti dalla fatica, ma anche loro impegnati tra le cosce delle proprie compagne. Il consolo.
Non esisteva giorno in cui almeno tre muli cadessero spezzandosi le gambe e sapeva Nino del silenzio non paragonabile ad altro silenzio che seguiva lo sparo di una rivoltella su una fronte. Forse,
forse,
forse,
il firmamento in fondo al mare poteva somigliargli.
Poi un giorno cadde Nino rompendosi, la moglie si imbronciò scurendosi in volto e nulla disse, con l’indice gli indicò gli stagni e il mare. Da allora chiuse le sue cosce.
Forse,
forse,
forse
a lui soltanto.
Non si può smentire in propria lingua o d’altro luogo che da quel giorno Nino immerso in mare un po’ triste lo divenne, ma non fu sorte tanto infausta divenire un uomo in salamoia in sella agli astri, e poeta o dir si voglia. Resta innegabile, o no? come l’intelligenza umana, mai seppe dimostrare la fronte di un astro saltata per aria a causa di una polvere da sparo. Almeno ai tempi della svicolata vita di Nino.

Trascorse altro tempo e sempre, ancora e ancora, giunse un altro principio di novembre sull’ultimo vagone rugginoso, sul binario morto, sugli stagni, sui migrare degli uccelli nella superficie del cielo, sulla città bianca dipinta di foglie carminio, immobile guardiana delle proprie acque.
Su Nino secco, dissalato.
La vecchiaia, in fondo, o diciamo pure in un fondale, è così infinitamente simile al non esistere prima di ogni venuta al mondo. È il nulla dai significati imposti, la vita, una celebrazione delle azioni a termine, una luce iniziale e i chiodi delle conclusioni.
Nino proseguiva a esistere senza capacitarsene, perdute la fame e la sete, dilaniato in mille luci il dolore, scomposti il sonno e la veglia, i muli sfiancati, i calendari, le costellazioni, gli orologi, le campane bradicardiche destinate alla compassione verso gli altri. Quegli altri neppure intuiti, più. Il resto intero dentro la nebbia più nera concessa a un mortale.
Eppure qualcosa accadde nell’uomo a gennaio: l’oblio e la lucidità insieme gli sussurrarono Nino, all’orecchio, scavalcando l’acufene, sbaragliando il moto ondoso forza sei del mare, imbiancandosi di sale, ragliando ribellione, castrando l’uomo nel suo punto più ferito dove si era nascosta una moglie fedifraga, mentendo sull’attenzione di una città bianca nei suoi confronti: vanesie le mura, senza re e regine il suo castello.
Nino con un coltello si amputò le ciglia cispose.
Abbandonò il vagone. Discese cadendo in ginocchio. Battendo la testa su una traversina. Insanguinandosi il volto. Sembrerebbe menzogna sparsa sugli indifferenti il perché e il come un grande vecchio quale era sentisse su di sé i suoi e suoi soltanto giovani anni tornati.
Fu allora che nel binario morto sulla riva di tanta acqua notturna e luna grande in alto bianca come il sale,
lo vide.
Un candido uccello alto quanto lui, le ali strette sul corpo per non patire la neve addosso. Non neve ma sale, pensò Nino con intelligenza rispolverata, È falso forse che sia l’una quanto l’altro si sciolgono con una pioggia?
Si narra sia evento raro la neve sul mare nel luogo scelto per questa incanutita storia.
Eppure.
Eppure Nino, seppure mai ne avesse incontrato uno, seppe riconoscere guardandolo a distanza, e annusandolo a distanza, un pavone figlio delle Saline, delle schiume delle acque, della bianca città. E il suo, generato da un corpo svenato ormai.
Eburneo era divenuto Nino.
Disse il pavone, Vieni a me.
Nino fece un passo, poi un altro fino a cinque.
In quell’attimo l’uccello spalancò la stupefacente coda. Nino ricordò le morbide cosce della moglie e subito le scordò.
Lasciato il binario entrò in mare conclusi i cinque passi, udendo il pavone mormoragli, Addio.

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

Si può seguire il PODCAST su:

Youtube

SPOTIFY

PocketCasts

 

Anatre di ghiaccio

0

di Giorgio Mascitelli

E’ possibile che la scrittura aforistica, questo genere antico quasi di incrocio tra il discorso letterario e quello filosofico, conosca una seconda giovinezza nella situazione attuale di fruizione fluida dei testi. I ritmi sincopati di lettura che la nostra esistenza on line diffonde sempre di più, anche fuori dalla rete, possono trovare un antidoto al rischio della banalizzazione multitasking in questa scrittura che fa della sintesi consapevole e della verticalità il proprio punto di forza, a patto che rinunci a una concezione sacralizzata del linguaggio, procedente per illuminazioni, accettando la sfida portata dai flussi comunicativi quotidiani alla parola e al suo senso. Quando tutto diventa narrazione, a superare il flusso incontrollato delle parole potrebbe essere proprio la scrittura aforistica che recupera la perduta lentezza imponendo l’attenzione su qualche singolo dettaglio o frangente.

Mariano Baino ci offre con la nuova edizione arricchita de Le anatre di ghiaccio (Ancona, Argolibri, 2025, euro 14) un esempio significativo di queste possibilità contemporanee. I testi qui raccolti, che variano dalla lunghezza di una pagina fino alla misura delle poche parole, quasi della formula, si avvalgono della duplice esperienza del poeta e del prosatore Baino, anzi in fondo della triplice esperienza, in quanto Baino ha dimostrato di praticare con profitto sia la prosa saggistica sia quella narrativa. Tale varietà stilistica, che non è mai eterogeneità perché è governata con sapienza, è funzionale a quella tematica che rivela l’ambizione alta di questa scrittura di afferrare l’inafferrabile ossia il mondo compulsivo di oggi (e non è un caso che, mentre l’opera mondo non riesce a tenere fede al suo compito novecentesco affondando nel pachidermico romanzo postmoderno, divenuto gioco sulle cose anziché sofferta comprensione, cioè non  vita ma spettacolo, siano delle scritture a vario titolo frammentarie a offrire oggi, almeno per approssimazione, una presa sul reale). Così tramite le sue anatre Baino convoca elementi di critica della società, della cultura e dell’ideologia, dettagli eruditi, ricordi personali, moralità minime e, nello stesso tempo, giochi di parole, nonsense, battute epigrammatiche e un citazionismo spesso rivisitato polemicamente e ironicamente tramite il montaggio.

Del resto ci ricorda Massimiliano Manganelli nell’introduzione che in Mariano Baino abbiamo la convivenza tra “uno scrittore che, con grande approssimazione, possiamo definire sperimentale- o d’avanguardia, se si preferisce- e uno contrassegnato da una postura più classica, più esplicitamente letteraria” (p.5, op.cit.). Questa osservazione è il miglior viatico per la lettura di Le anatre di ghiaccio perché entro questa polarità si collocano e si spiegano i testi nella loro varietà.

A titolo d’esempio, prendiamo questo brevissimo testo tratto dalla sezione iniziale La via di Damasco: “La società, al poeta d’oggi, chiede e ordina solamente questo: «Reading, pagliaccio!»” (p.51). Il calembour citazionistico qui funziona come denuncia di una pratica banalizzante della poesia, dai poetry slam alla ritualità di certe letture. La parola aforistica invera il suo contenuto perché evoca e irride la banalità dominante, così il gioco di parole non è fine a se stesso ma diventa uno scarto etico alla norma.

E ancora: “Gruppi di interessi particolari. La globalizzazione come il contrario dell’universalità. Frazionamenti egoistici e di categoria. Convenienze specifiche che trovano più incisività e potere attraverso la vittimizzazione. Il gruppo debole, che ha subito un vulnus, il gruppo-vittima. Etichettamenti e creazioni di stereotipi. Il victim moviment ci fornisce gli eroi dei nostri tempi. Come saranno i loro monumenti?” (p.148, sez. Globaglie, deglobaglie e post). Qui la sintassi nominale non procede come accumulazione di immagini o concetti, ma al contrario come ricapitolazione di consequenziali passaggi critico-logici che culminano con una domanda polemica, ma non retorica, sull’effetto culturale del culto della memoria e della testimonianza nella nostra epoca. Le strategie retoriche e stilistiche dei due testi proposti sono diverse, l’una più vicina allo sperimentalismo l’altra più canonica, ma funzionali allo specifico intento critico nei confronti di due fenomeni della cultura e dell’ideologia del nostro tempo.

Per esaminare un aforisma più lungo (pp-82-83 nella già citata sezione iniziale La via di Damasco): Baino riporta una citazione dalle  Nozioni tendenti alla pubblica felicità di Pietro Verri in cui l’illuminista spiega che per incarichi pubblici sarebbero preferibili uomini modesti e poco ambiziosi perché di solito sono quelli più meritevoli. Ecco allora l’autore chiedersi “come se la sarebbe cavata il Verri ai tempi nostri, in cui la comunicazione risente dell’influenza decisiva delle tecnologie, dell’offerta plurima dei canali televisivi; di ciò che è insomma il messaggio-massaggio descritto da McLuhan con il mondo stropicciato, manipolato, fregato dai media. Come «trascegliere» il più schivo se non c’è (non può più esserci) quello che «si smania» di meno….”. In questo caso invece abbiamo un uso di una scrittura più pianamente saggistica con una citazione e il suo commento, ma anche questo aforisma come quello appena citato si conclude con un interrogativo a dimostrazione della natura interstiziale, problematica e non sacrale della scrittura di Baino.

Naturalmente sarebbe possibile citare altri esempi della biodiversità stilistica de Le anatre di ghiaccio, ma ciò che è comune a tutte queste variazioni è la loro funzionalità a una fenomenologia critica del mondo attuale.

Come si è visto nel libro, gli aforismi sono raccolti in sezioni tematiche che, come si nota soprattutto in quelle più brevi, autorizzano una loro lettura come macrotesto in cui però non va individuato un filo argomentativo consequenziale dei singoli brani, quanto una sorta di indicazione delle loro possibilità di sviluppo in diverse direzioni tematiche; i titoli cioè funzionano come una nebulosa di possibilità argomentative di un certo tema. E’ insomma una scrittura che suggerisce e non asserisce o meglio che privilegia il suggerire e invita il lettore a giungere alle sue conclusioni, e così trova una delle sue ragioni principali di interesse in un’epoca in cui l’uomo vive in una foresta di asserzioni e di consigli per gli acquisti, spacciati come dati di fato scientifici.

 

 

Hans Magnus Enzensberger. Due poesie in traduzione collaborativa

0

 

a cura di Andrea Landolfi

Nella prima settimana dell’ottobre 2025 si è svolta a Rio nell’Elba la seconda edizione della Scuola estiva di traduzione letteraria CeST “Lorenzo Claris Appiani”, organizzata dal Centro Studi sulla Traduzione dell’Università per Stranieri di Siena in collaborazione con l’Università degli Studi di Siena e quest’anno dedicata alla traduzione dal tedesco. Erano previsti due laboratori, uno per la prosa, uno per la poesia, coordinati rispettivamente da Daria Biagi e dal sottoscritto. In quest’ultimo, a coronamento dell’intenso lavoro svolto, ci si è misurati con la versione collegiale, che qui si propone, di due celebri poesie di Hans Magnus Enzensberger (1929-2022).

Per l’impegno e l’entusiasmo profusi nell’impresa comune ringrazio le allieve e gli allievi Silvana Ameruoso, Giorgia Aquila, Maria Lea Cassisi, Elisa Chiaffi, Astrida Cobanaj, Caterina D’Ambrosio, Maria Di Domenico, Matteo Gallo Stampino, Sophia Goracci, Beatrice Occhini, Marta Pacciani, Annalisa Russo, Rosario Santomarco Terrano, Maria Nunzia Sciacca, Beatrice Sensini, Valentina Visone.

__ 

Die Scheisse, 1964

Immerzu höre ich von ihr reden als wäre sie an allem schuld.
Seht nur, wie sanft und bescheiden sie unter uns Platz nimmt!
Warum besudeln wir denn ihren guten Namen
und leihen ihn
dem Präsidenten der USA, den Bullen, dem Krieg und dem Kapitalismus?
Wie vergänglich sie ist,
und das, was wir nach ihr nennen, wie dauerhaft!
Sie, die Nachgiebige
führen wir auf der Zunge
und meinen die Ausbeuter.
Sie, die wir ausgedrückt haben, soll nun auch noch ausdrücken unsere Wut?
Hat sie uns nicht erleichtert?
Von weicher Beschaffenheit
und eigentümlich gewaltlos
ist sie von allen Werken des Menschen vermutlich das friedlichste.
Was hat sie uns nur getan?

 

La merda, 1964

Di continuo sento parlare di lei come fosse tutta colpa sua.
Ma guardate come tenera e modesta si accomoda sotto di noi!
Perché mai macchiamo il suo buon nome
e lo cediamo
al presidente degli Stati Uniti, agli sbirri, alla guerra e al capitalismo?
Quanto effimera è lei,
e quanto durevole ciò a cui diamo il suo nome!
Di lei, la cedevole,
ci riempiamo la bocca
e intendiamo gli oppressori.
Lei, di cui ci siamo liberati, deve adesso liberare anche la nostra rabbia?
Non ci ha forse alleggerito?
Di morbida consistenza
e per natura non violenta
di tutte le opere umane è probabilmente la più pacifica.
Ma che c’ha fatto?

Haustier, 2003

Meine Traurigkeit ist mein Goldhamster.
Ich lasse sie nicht verhungern. Des Nachts
höre ich, wie sie scharrt, kratzt, wühlt
in ihrem Verschlag. Am Morgen,
wenn ich gut aufgelegt bin,
öffne ich manchmal das Gitter.
Dann huscht sie auf rosigen Pfoten hervor,
sucht mich heim, sucht nach Futter,
versucht mich mit bebenden Nüstern.
Sie schnuppert an meiner Hand,
bis ich die Geduld verliere,
sie am gesträubten Nackenhaar packe,
so, dass sie panisch die Augen rollt,
und setze die Quiekende nieder
in ihren Käfig. Mit einem Klick
lass ich den Riegel einrasten
hinter ihr und bin froh.

 

Animale domestico, 2003

La mia tristezza è il mio criceto dorato.
Non la lascio morire di fame. Di notte
sento come raspa, gratta, scava
nella sua casetta. Al mattino,
se son di buon umore,
qualche volta apro la grata.
Allora lei sgattaiola fuori sulle rosee zampette,
viene a cercarmi, cerca cibo,
mi tenta con narici frementi.
Non smette di annusarmi la mano
finché, persa la pazienza,
l’afferro per la collottola arruffata,
e mentre lei in preda al panico
squittisce e rovescia gli occhi,
la rimetto nella sua gabbietta.
Con un click faccio scattare il chiavistello
dietro di lei e sono contento.

 

Giulia Grandinetti: «un cinema come finestra, barca, guardiano del domani»

0

di Giulia Grandinetti

In anteprima su un inchiesta sul cinema che ho curato con Andrea Balietti, e che verrà pubblicata da Argolibri, ospito qui le risposte al questionario della regista Giulia Grandinetti.

INCHIESTA SUL VISIBILE

1) Il cinema ci insegna che nessuna immagine può esaurire il visibile. Ma dopo più di un secolo di film, abbiamo visto troppo – o non abbiamo visto ancora niente?

2) Mi ha sempre colpito una definizione di Gregory J. Markopoulos, che chiamava il filmmaker non commerciale “medico di immagini”, capace di portare lo spettatore in una forma “più alta” di esistenza. Oggi crediamo ancora al valore medicinale delle immagini, o soltanto al loro potere incantatorio?

3) L’immagine assomiglia a una polvere diffusa ovunque. Modalità che sembravano appartenere a una minoranza di filmmaker (schermi paralleli, schermi-di-schermi, flicker film, montaggio come schianto di immagini) dominano piattaforme come TikTok: ha trionfato il cinema sperimentale? O è stato semplicemente riconquistato?

4) Jean-Luc Godard, citando a suo modo San Paolo, diceva che «l’immagine verrà al tempo della resurrezione». Il cinema può ancora dirsi capace di far risorgere l’immagine del mondo? Di redimerla in qualche modo, come qualcuno auspicava nel secolo scorso?

5)Il cinema ha ancora un avvenire nello schermo? O, come profetizzava Saint-Pol-Roux, diventerà vivente?

***

1]

Faccio una premessa: nelle generalizzazioni mi perdo, dunque nel rispondere riconosco già un forte capogiro e vortice in pancia di fronte a queste domande così ampie, inafferrabili spesso per me. Dunque la mia premessa è che qualsiasi cosa dichiaro oggi è rispetto a questo momento storico, ottobre/novembre 2025. Il mondo cambia molto velocemente e ieri è già distante da oggi e ogni oggi suggerisce nuove sfumature del mondo che si muove intorno a noi. Abbiamo visto troppo o non abbiamo ancora visto niente? Non lo so. Io vedo da 36 anni circa…eppure lo ricordo bene il giorno in cui sento di aver iniziato a vedere e non è un fatto connesso alla vista, ma ad una presa di coscienza, al riconoscimento del diritto di avere un’opinione sugli eventi esterni, connesso profondamente alle basi del concetto di autostima. Ricordo bene il giorno ed il momento in cui, come l’esplosione di una bolla, improvvisamente ho capito che il mio sguardo aveva il diritto di esistere ed essere elaborato sulla base di cosa la mia personalità amava, o pensava fosse giusto, o interessante. Non che prima di quel momento io non vivessi, scegliessi, agissi… facevo tutto. Ma con un nascosto senso di colpa dietro al mio andare nella mia direzione, spesso contro corrente. Non ero affatto consapevole di quanto il mio posizionamento psicologico nella mia relazione con il mondo esterno fosse capace di rendermi davvero lì o da tutt’altra parte. Quel giorno avevo 19 anni, è per me è cambiato tutto e ho pensato: ”su cosa hanno posato i miei occhi nei miei primi 19 anni di vita”. Lo sto capendo poco a poco, che non ero cosciente di vedere, ma in realtà avevo già visto moltissimo. Pensando a come vivono gli altri… beh, se avessi saputo rispondere credo avrei scelto di intraprendere un’altro tipo di carriera. Se ad oggi ho scelto di dedicare la mia vita ai film (sia come autrice che come spettatrice), evidentemente è perché credo ci sia ancora tanto da vedere, inesauribilmente. E con questo smentisco l’affermazione che spesso mi giunge alle orecchie sul fatto che è già stato fatto e visto tutto… ecco su questo sono in totale disaccordo. Se è vero che il cinema ci nutre come proposta di specchio della realtà che viviamo, ho la sensazione che non esauriremo mai statisticamente la quantità di punti di vista dentro i quali calarci per arricchire le nostre anime in evoluzione. La vera sfida forse è quindi comprendere quale angolazione sia necessaria per comunicare, colpire, sradicare, sorprendere, emozionare quanto pensavamo di aver visto. Capire insomma come arrivare al concetto del genio, in quanto colui che è capace di dialogare con la propria epoca, di farsi tubo e illuminare il proprio percorso e proporre luce anche per chi lo circonda. Il cinema come finestra, barca, guardiano del domani.

_______________________________

2]

L’espressione medico d’immagini mi fa riflettere su un doppio aspetto: il primo è solo un banale gioco di parole su come ci si possa prendere cura delle immagini. Sono dunque le immagini ad essere curate o le immagini sono il bisturi con cui il professionista agisce per curare lo spettatore? Partendo da questa ambiguità però, rimbalzo subito sul secondo aspetto che mi colpisce di questa espressione: parlando di cinema ho spesso la sensazione che tutto si riduca al concetto dell’immagine come sineddoche del cinema stesso. Sineddoche più che comprensibile in quanto da sempre il concetto di cinema ha a che fare con la scoperta tecnologica delle immagini in movimento… Ma sono dunque le immagini a rendere il cinema potente? Eppure il cinema non è solo ciò che vediamo. Se accostiamo la materia artistica del cinema a quella curativa della scienza, ecco che qua sfondiamo muri capaci di suggerire grandi metafore. Cosa è capace dunque di curare il cinema attraverso queste immagini, che solo immagini non sono? Persino nel cinema muto, abbiamo subito l’incanto di una bugia, credendolo muto, ma in realtà spesso accompagnato da musica, o inconsciamente dal nostro mondo sonoro interiore, capace di immaginare il suono di un treno che sfreccia prima di investire lo spettatore. E la nostra immaginazione come sempre un ruolo nello stato proiettivo dell’arte cinematografica. Mi chiedo allora se non siamo piuttosto rimasti incantati da un surrealismo di un primordiale bianco e nero, che non ci è possibile sperimentare con i nostri occhi nella realtà. Insomma il cinema è un surrogato di ciò che conosciamo o che non conosciamo. È un dispositivo, potenzialmente molto più ampio di quelle che potremmo definire con delle immagini in movimento. Cerco di spiegarmi meglio:

Mi sembra spesso di percepire che persino nelle immagini più astratte e surreali, nel buio della sala cinematografica (un po’ come accade nei tendoni delle chiromanti dedicate alla preveggenza di un futuro possibile) c’è qualcosa di estremamente pragmatico e afferrabile capace di lavare via, redimere, incantare parti rotte o irrisolte dentro di noi. Diciamo che le immagini intese come tali si pongono come le cure di un semplice medico di base, ma il cinema ha molto più al suo interno: il sonoro è un super potere, capace di suggerisci equilibrio ed immaginazione di ciò che non ci viene mostrato. Visualizzare cosa c’è oltre il muro di mattone che impedisce la vista, ma non l’ascolto. Il colore, come dato di fatto nella realtà, ecco che sullo schermo è capace di evocare stati emotivi e suggestioni proposte in modo quasi manipolatorio, a cui sottostiamo in maniera più o meno consapevole. Nel film possiamo viaggiare nel tempo, dilatare un istante, mostrare solo le parti salienti di un racconto… ecco quindi che tornando all’espressione medico d’immagini, mi sembra essere più nitido che quel medico di base sia piuttosto una figura polimorfa, probabilmente più vicina a uno sciamano o a uno psicoterapeuta. Ci facciamo visitare per curare un dolore a un ginocchio, quando invece quella cura sta già agendo nell’incantare la nostra anima, penetrare attraverso il ginocchio dolorante e ritrovarci in un viaggio curativo che vada ben oltre la prescrizione del farmaco. Il medico che assegna la pillola per curare il dolore, partecipa allo stato passivo del paziente. Mi piace invece pensare che in quella pillola ci sia piuttosto qualcosa di dinamico, qualcosa che non sia finalizzato all’anestesia, ma alla stimolazione. Un invito all’auto-penetrazione verso i luoghi nascosti che fungono da sorgente delle nostre paralisi, e che possano quindi poi insegnarci a come danzare intorno al fuoco della coscienza collettiva. In qualche modo, entrare da soli nella sala del medico, ma per curarci tutti insieme, in primis coltivando l’ingrediente più importante di tutti: l’empatia.

_______________________________

3]

Cosa significa sperimentale? Libero? Necessario? Attuale? Condivisibile? Futuribile? Sensibile? Provocatorio? Amabile? Generoso? Se intendiamo il termine sperimentale attraverso degli esempi di autenticità verso quello che si crea, posso solo dire che non so se lo sperimentale è oggi trionfante, ma spero che possa esserlo, sempre e tanto. Perché non vedo altre vie per cui il cinema possa tale.

_______________________________

4]

Finché nei nostri film saremo capaci di evocare la morte e finché gli spettatori andranno al cinema sapendo che potrebbero morire, usciti dal buio della sala, saremo sempre un po’ risorti.

_______________________________

5]

Per me il punto non è se l’avvenire sarà vivente, ma piuttosto la domanda è capire se lo vivremo da soli o saremo anche capaci di capire l’altro. Se sarà ancora di moda provare a chiedersi cosa provano gli altri… E quindi di conseguenza se i film continueranno ad essere dei fili tesi tra mondi che cercano di comunicare o se saranno solo tentativi di colmare delle irrisolvibili solitudini. Aristotele lo aveva profetizzato tempo fa nel magistrale Politikon, affermando che l’uomo solo <<o è bestia o è Dio>>… Il cinema è senza dubbio per me il luogo in cui possiamo avvicinarci al nostro essere bestia e al nostro essere Dio. E finché ci sarà chiaro che siamo <<animali sociali>> e che abbiamo bisogno degli altri per vedere il nostro essere, il cinema ricoprirà sempre un amabile tentativo di renderci degli essere VIVENTI.

Il possibile contro il necessario. Poesia e dialettica nel Novecento (e oltre)

1

di Fabio Moliterni

[Pubblichiamo uno stralcio dell’introduzione al nuovo volume di saggi critici di Fabio Moliterni, Il possibile contro il necessario. Poesia e dialettica nel Novecento (e oltre), Mimesis, 2025. Contro l’ordine del reale che si vuole ineluttabile e necessario, prendere partito per il possibile è anche prendere partito per il lavoro di certa poesia novecentesca (e oltre). Da Caproni a Scotellaro, da Fortini a Mesa, l’autore esplora nella parola poetica “la dislocazione dell’io lirico e l’ostensione che ne deriva di tracce organiche e inorganiche, di oggetti, lingue e soggetti di storia marginali, liminari, infra-ordinari, rimossi, non egemonici”.]

 

“Non è letteratura rivoluzionaria se non quella che è in relazione al sapere rimosso del proprio tempo”.

(Gianni Scalia)

Se la critica sembra aver perduto il suo carattere geneticamente moderno, il suo statuto euristico che storicamente nasce proprio nel corso della modernità letteraria, è perché ha smarrito quel suo presentarsi come discorso strabico e anfibio, che secondo un detto di Walter Benjamin la legittimava allo stesso tempo come strumento di diagnosi della realtà e come telescopica mira verso il futuro. I suoi margini d’azione oggi risultano forse irrimediabilmente dischiusi dalla serialità e dalle leggi del consumo, che appunto informano le “innervazioni collettive”, così le chiamava Benjamin[1], l’inconscio politico che presiede alla superfetazione algoritmica dei prodotti destinati al mercato culturale. Anziché demistificare il contemporaneo e traguardare verso un divenire possibile, la critica finisce talvolta con il mitizzare zone sempre più vaste di un presente ancora immerso nella cronaca, ovvero asseconda ciò che già nel corso degli anni Settanta Fortini indicava come la deriva del pensiero critico nelle forme del nichilismo o del “surrealismo di massa”[2]: corre il pericolo di precludersi a uno sguardo dialettico nei confronti del passato, chiude i conti con la pensabilità del futuro o del conflitto.

Non solo i modi di produrre cultura nel nostro contemporaneo, ma persino le nostre forme di vita compongono il quadro malinconico di una condizione asservita ai circuiti della competizione e della valorizzazione del profitto. L’aura dell’opera d’arte è rinvenibile ormai nella sola forma della merce, della novità a tutti costi, dietro cui si nasconde il volto del “sempre uguale”. Dovremmo concludere che rischiamo di essere insieme artefici e vittime dell’equivoco esiziale di un eclettismo metodologico senza dialettica, di un declino della responsabilità etica e civile del lavoro critico, testimoni passivi dell’abbaglio di una libertà non della ma dalla critica. E che anche il contenuto politico radicale dell’opera letteraria, in versi o in prosa, corre il pericolo di essere soggetto al rischio dell’omologazione (del marketing) nell’ambito dell’industria culturale: al rischio, insomma, di diventare merce[3].

Se le cose stanno così, risulta oggi più che mai necessaria una verifica delle tesi espresse nel Discorso su lirica e società da Adorno[4]: il quale, come sappiamo, reclamava per la poesia moderna un compito di antagonismo sociale, configurandola come “una forma di reazione alla reificazione del mondo, al dominio della merce sull’uomo”[5]. Il superamento del nichilismo e del dominio della merce si dà nella poesia in quanto forma sociale (l’arte come “antitesi sociale della società”)[6]: è una tesi paradossale se restiamo aggiogati alla sensazione di marginalità sprotetta della lirica, che vive in un deserto confinante con le logiche di mercato, da una parte, e con il rifiuto e la negazione, dall’altra. Le posizioni di Adorno andrebbero arricchite e problematizzate alla luce delle teorie di Pierre Bourdieu, le cui applicazioni nel campo poetico del Novecento risultano a mio parere uno degli acquisti più rilevanti nel dibattito critico contemporaneo (mi riferisco in particolare a certi scritti del compianto Riccardo Bonavita e a quelli più recenti di Stefano Ghidinelli)[7]. E mi piace ricordare qui anche gli studi sul “mercato delle lettere”, sulle connessioni tra i processi di produzione e distribuzione culturale, tra i meccanismi interni dell’industria editoriale e l’organizzazione del lavoro intellettuale – del lavoro del poeta, per richiamare il titolo di una prosa di Vittorio Sereni – che ha compiuto in questi decenni Gian Carlo Ferretti, scomparso nel dicembre del 2022[8].

Individuare – iuxta propria principia – le dinamiche editoriali, le strategie di potere e il sistema di interessi che sottendono il funzionamento del campo poetico del Novecento (nell’editoria istituzionale, indipendente e di ricerca, così come nei territori della rete)[9], costituisce non un corollario o un mero aggiornamento, ma una indispensabile integrazione ai discorsi che Adorno conduceva sulla poesia moderna da intendere come forma simbolica inscritta per principio nella dimensione soggettivista e individualista dell’io borghese, e tuttavia in grado di “esprime[re] [e dare forma al] sogno di un mondo in cui le cose”, sono sue parole, “stiano altrimenti”[10]. Nonostante l’attitudine tendenzialmente narcisistica, a-sociale e idiosincratica della lirica moderna, intesa come genere dell’“individuazione senza riserve”, la poesia può ancora presentarsi come “meridiana della filosofia della storia”, in quella dialettica aperta di passato, presente e futuro della quale scriveva Benjamin: essa, la poesia, “diventa qualcosa di sociale per la propria posizione contraria alla società, e tale posizione essa la ricopre soltanto perché autonoma. Cristallizzandosi in sé come qualcosa di proprio, invece di assecondare le norme sociali vigenti e di qualificarsi come ‘socialmente utile’, essa critica la società con la propria mera esistenza. […] Ciò che è asociale dell’arte”, scriveva Adorno, “è negazione determinata della società determinata”[11].

Il contenuto di verità (il “carattere doppio”) delle opere d’arte risiede nel loro destino di enigma e di paradosso[12]. Tra ironia e negazione, nel loro essere non conciliate, nella rivendicazione della propria autonomia, “con la propria mera esistenza”, le opere poetiche mostrano il proprio elemento sociale in quanto forma, costruzione, convenzione, cerimoniale[13]. La paradossalità specifica del prodotto lirico, vale a dire la soggettività che si capovolge in universalità o in totalità (Lukács), è legata al predominio della riconfigurazione linguistica e simbolica che la lirica compie per statuto nei confronti della realtà del proprio tempo[14]. Il primato della lingua nella poesia (la lingua intesa sia come prodotto sociale sia come stile individuale) costituisce la premessa del passaggio dalla soggettività all’oggettività: il suo “feticismo magico” – in altre parole la sua natura esoterica perché a-sociale, altamente individualizzata, che è implicita nelle sue radici storiche – sfugge in qualche misura al feticismo della merce[15]. “Nell’inutilità stessa dell’opera d’arte, nel suo sottrarsi anche al valore di scambio, sta il suo valore di verità. La partigianeria, che è la virtù delle opere d’arte non meno che degli uomini, vive nella profondità”, scrive Adorno, “ove antinomie sociali diventano dialettica delle forme: è nell’aiutarle a venire al linguaggio attraverso la sintesi della creazione, che gli artisti svolgono socialmente la propria parte”[16].

[…]

La linea (plurale) che ho cercato di individuare tra i testi della poesia italiana del Novecento e contemporanea tiene insieme con Adorno la propria natura di “antinomi[a]” e proiezione sociale in una dialettica delle forme tra antico e moderno: non vive solamente dentro un regime di opposizione con il passato, ma perseguirà invece con la tradizione ricongiungimenti, riconfigurazioni e negoziazioni in modi gradualmente e storicamente distinti e diversificati, mediazione dopo mediazione, conflitto dopo conflitto. Svicola dalla falsa alternativa tra la difesa del prestigio della tradizione ufficiale e la resa alla cultura bassa prodotta dal mercato. Contesta (ancora Adorno) non la letteratura del passato, ma in linea con la spinta euristica del moderno – il pathos dell’avanguardia – si oppone alla mercificazione del presente.

Lo sguardo rivolto alla tradizione del passato è qui uno sguardo carico di futuro: il futuro indicato dalla poesia si dà ancora una volta come scarto, rifiuto e critica del presente, non cessando mai di rimettere in scena e di reinventare il passato[17].

Emerge nei testi presi in esame, tra primo e secondo Novecento, in particolare in Caproni, Sereni e Roversi, un nuovo regime di relazione con l’antico, da intendere come proposta di un nuovo regime di storicità[18], che rilegge la tradizione in uno spazio testuale inedito[19]. Una nuova fenomenologia del reale, una nuova “partizione del sensibile” (Rancière), un nuovo storicismo, eretico e non allineato, che a partire dalla coappartenenza degli opposti dà forma a una dialettica senza sintesi, un intreccio di passato, presente e futuro, di immanenza e trascendenza, di materialismo della visione e promessa di futuro (una metafisica concreta[20], una nuova antropologia o storiografia poetica). E sempre in questa dialettica aperta tra tempi “altri” – tra la tradizione, il valore arcaico e rituale delle opere poetiche e la ricerca intorno a una lingua adoperata come strumento di resistenza o protesta contro un presente inospitale – si muovono alcune esperienze di scrittura che attraversano il campo letterario contemporaneo: e ridisegnano, ampliandoli, i confini di visibilità di soggetti, voci, oggetti e questioni che vengono ridotte ai margini o al silenzio dalle politiche (dalle estetiche) dell’iper-moderno.

Nelle opere di Bufalino, Giudici e Scotellaro, Fortini, Pusterla, Cattafi, Inglese e Mesa si intravedono i lineamenti di una poesia sociale – una politica della letteratura – che dà voce a un’esperienza insieme individuale e collettiva, esistenziale e relazionale, storica e metastorica. Non una profezia disarmata, ma una pratica di scrittura che parte da un’inaggirabile istanza conoscitiva, generativa, processuale e non consolatoria: dare forma alla “pienezza del reale”, una realtà latente, animata o inanimata, che è stata estromessa, rimossa e resa subalterna dal dominio della merce e dalle logiche di potere che dalla modernità arrivano al contemporaneo.

A sommuovere le microstrutture dello stile di questa linea poetica, dalla sintassi alle modalità enunciative, è un’idea debitrice della rilettura che Lukács e poi Fortini compiono intorno al concetto di totalità (di estensione del visibile o del sensibile), che era stata privilegio della civiltà classica secondo il pensiero del romanticismo e di Schiller[21]. Una poesia sociale o totale che riguadagna all’intellegibilità l’esistenza di ciò che è privo di voce e cittadinanza, perché è qualcosa che resiste e pulsa nel fondo tragico della vita, nel rimosso del nostro inconscio politico, come qualcosa di autonomo e di differente – nella dialettica delle forme della poesia – rispetto alla mercificazione della vita.

È in questi intrecci poliedrici tra il classico e le avanguardie, tra “il dialetto di chi scrive”, lo stile individuale e “la lingua di tutti”[22], tra la dimensione rituale del poetico e la sperimentazione del linguaggio, in questi andirivieni di arcaico e contemporaneo, insomma, tra mito, logos e Storia[23], che operano a mio parere alcune tra le esperienze letterarie più rilevanti del nostro tempo.  la Storia ha schiacciato e sommerso”, ridotto al silenzio – senza far leva su facili giochi empatici o sulle derive apocalittiche e nichiliste: sulle richieste del mercato[24].

(…)

Se si vuole pensare a un tempo ulteriore, a un eventuale “ripristino dell’aura”, ovvero a una sopravvivenza nel futuro del potenziale sociale o comunitario della poesia, forse l’unico modo possibile è quello a cui Benjamin allude in un appunto steso mentre lavorava all’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, dove ne dà una nuova definizione: “aura è anche capacità di levare lo sguardo”. Lo sguardo a cui Benjamin pensa è quello con cui “l’oppresso risponde allo sguardo dell’oppressore”. È lo sguardo “di chi si è svegliato da ogni sogno, in cui ogni lontananza è cancellata” [26]. Scrive Giuliano Mesa: “questo silenzio che sentiamo insieme, / adesso – è adesso che sappiamo, / in questo momento che divide // ti lascio qui”.

È un nuovo sguardo da rivolgere in prima istanza nei confronti di quella “storiografia ultima” che è da sempre la poesia secondo Andrea Zanzotto: dentro e fuori del testo, il campo poetico moderno e contemporaneo allude a una storiografia ultima, perché “dà l’essenza vissuta dei tempi”, scriveva Zanzotto, “quale fu sofferta negli animi di singoli che diedero così voce anche ai molti” (riattivando ancora una volta il nesso tra soggettività e universalità, apocalisse e nuovo inizio)[27]. È l’analogo gesto “contropelo” del critico letterario che con il suo sguardo strabico e anfibio, secondo la definizione di Walter Benjamin dalla quale siamo partiti, rinviene nel passato l’allusione a un futuro inadempiuto, e nelle rovine dei tempi presenti scorge le tracce di un “che fare”: il possibile contro il necessario.

*

[1] W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936). Dopo la prima pubblicazione in “Zeitschrift für Sozialforschung”, edita a Parigi da Adorno, Horkheimer, Marcuse e Benjamin stesso, questa versione è stata criticata come “censoria” da Rosemarie Heise per alcune manipolazioni del testo da parte di Horkheimer, in particolare per l’eliminazione della Premessa al saggio (cfr. R. Heise, Un ignoto lascito di Walter Benjamin, in “Carte segrete”, n. 9, gennaio-marzo 1969, pp. 23-37). Il saggio ha avuto cinque stesure (l’ultima nel 1939), che sono state tutte tradotte a cura di F. Desideri e M. Montanelli: W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Donzelli, Roma 2019. Per tutto questo rimando all’ottimo Tecniche di esposizione. Walter Benjamin e la riproduzione dell’opera d’arte, a cura di M. Montanelli, M. Palma, Quodlibet, Macerata 2016.

[2] F. Fortini, Il movimento surrealista, a cura di L. Binni, Garzanti, Milano 1977. Vedi anche F. Fortini, Insistenze. Cinquanta scritti sui nostri dilemmi: memoria difficile e oblio organizzato, anarchia conformista, dissenso e reazione. Gli imperi e noi, Garzanti, Milano 1985. Per un’analisi sui discorsi di Fortini intorno alla metamorfosi del surrealismo da corrente d’avanguardia ad alfabeto generico della comunicazione di massa: D. Balicco, Fortini, la mutazione e il surrealismo di massa, in Studi in onore di Romano Luperini, a cura di P. Cataldi, Palumbo, Palermo 2010, pp. 467-487.

[3] Cfr. L. Boltanski, A. Esquerre, Arricchimento. Una critica della merce, tr. it. di A. De Ritis, Il Mulino, Bologna 2019; G. Lipovetsky, J. Serroy, L’estetizzazione del mondo. Vivere nell’era del capitalismo artistico, tr. it. di A. Inzerillo, Sellerio, Palermo 2017. Ma per una sintesi dei cambiamenti sociali e storici decisivi per una analisi possibile del presente nel tardo capitalismo, come “tentativo autenticamente dialettico di pensare il nostro presente dentro la Storia” (Jameson), restano imprescindibili i lavori di F. Jameson, Postmodernismo. Ovvero la logica culturale del tardo capitalismo, tr. it. di M. Manganelli, Fazi, Roma 2007; M. Fischer, Realismo capitalista, trad. it. di V. Mattioli, Nero, Roma, 2017 (“Vale la pena ricordare che anche quello che oggi va sotto la voce di ‘realistico’ fino a non molto tempo fa era ritenuto ‘impossibile’”, p. 52).

[4] T.W. Adorno, Discorso su lirica e società, in Note per la letteratura. 1943-1961, Einaudi, Torino 1979, pp. 46-64. Il saggio di Adorno (Rede über Lyrik und Gesellschaft), pubblicato nel 1957 e poi nel primo volume di Noten zur Literatur del 1958, risaliva a una trasmissione radiofonica del 1956. Si rimanda anche a T.W. Adorno, Teoria estetica, nuova edizione italiana a cura di F. Desideri, G. Matteucci, Einaudi, Torino 2009 (ma qui si citerà dall’edizione Einaudi del 1977: T.W. Adorno, Teoria estetica, a cura di G. Adorno, R. Tiedemann, tr. it. di E. De Angelis). Sulle tesi di Adorno ho tenuto presente: P. Zublena, Il paradosso (o i paradossi) della lirica secondo Adorno. Riflessioni su poesia e politica a partire dal Discorso su lirica e società, in “L’Ulisse”, n. 22, 2019, pp. 95-100.

[5] T.W. Adorno, Discorso su lirica e società, cit., p. 49.

[6] Id., Teoria estetica, cit., p. 15; “L’estraneità al mondo è un momento dell’arte; chi percepisce l’arte altrimenti che come cosa estranea, non la percepisce affatto”, ivi, p. 308.

[7] Cfr. R. Bonavita, Traduire pour créer une nouvelle position: La trajectoire de Franco Fortini de Eluard à Brecht, in J. Meizoz (a cura di), La Circulation internationale des littératures, in “Études de lettres”, nn. 1-2, 2006, pp. 277-291; Id., La fatica dell’eresia. Franco Fortini, “Il Politecnico” e la Guerra fredda, in N. Novello (a cura di), La sfida della letteratura. Scrittori e poteri nell’Italia del Novecento, Carocci, Roma 2004, pp. 13-152; A. Baldini, M. Sisto (a cura di), Lo spazio dei possibili. Studi sul campo letterario italiano, Quodlibet, Macerata 2024; P. Casanova, La République mondiale des lettres, Seuil, Paris 1999, tr. it. di C. Benaglia, La repubblica mondiale delle lettere, Postfazione di F. Moretti, Nottetempo, Milano 2023. All’interno del gruppo di ricercatori dell’Università degli Studi di Milano che dà vita all’annuario “Tirature”, diretto fino al 2020 da Vittorio Spinazzola, vedi, in particolare per il campo poetico del Novecento: E. Gambaro, S. Ghidinelli (a cura di), Come circola la poesia nel secondo Novecento. Mappare il campo da vicino e da lontano, Ronzani, Vicenza 2023.

[8] Si veda, almeno: G.C. Ferretti, Il mercato delle lettere. Editoria, informazione e critica libraria in Italia dagli anni Cinquanta agli anni Novanta, il Saggiatore, Milano 1994². Rimando a I. Piazza, Gian Carlo Ferretti. Un’eredità raccolta e una mancata, in “Oblio”, XIII, dicembre 2023, pp. 205-212.

[9] Cfr. F. Guglieri, M. Sisto, Verifica dei poteri 2.0. Critica e militanza letteraria in Internet (1999-2009), in “Allegoria”, n. 61, 2010, pp. 153-174.

[10] T.W. Adorno, Discorso su lirica e società, cit., p. 49.

[11] Id., Teoria estetica, cit., pp. 376-377.

[12] “L’immagine enigmatica dell’arte è la configurazione di mimesi e razionalità. Il carattere di enigma è un carattere derivato. Dopo la perdita di ciò che in lei doveva una volta esercitare una funzione magica, poi di culto, resta l’arte. […] Per questo il carattere enigmatico delle opere non è la loro ultima parola ma ogni opera autentica propone anche la soluzione del suo insolubile enigma. In suprema istanza le opere d’arte sono enigmatiche non per la loro composizione ma per il loro contenuto di verità. […] La forma estrema in cui il carattere di enigma può essere pensato è se il senso stesso ci sia o no. […] Esigendo la soluzione, l’opera rimanda al contenuto di verità”, ivi, pp. 215-216.

[13] Sul negativismo dialettico insito nell’estetica di Adorno, tra natura inconciliata dell’arte e resistenza al reale (nelle opere di Joyce, Kafka e Beckett), cfr. T. Perlini, Attraverso il nichilismo. Saggi di teoria critica, estetica e critica letteraria, Aragno, Torino 2015.

[14] “La forma […] è l’antibarbarico dell’arte; attraverso la forma l’arte partecipa alla società civilizzata, che con la propria esistenza critica. […] La forma tenta di far parlare il singolo attraverso il tutto”, T.W. Adorno, Teoria estetica, cit., pp. 242-243.

[15] “[L’arte] può superare il mondo disincantato, cancellare l’incanto che il mondo produce mediante il prepotere della propria manifestazione, mediante cioè il carattere feticistico della merce. Le opere d’arte, esistendo, postulano l’esistenza di un non esistente ed in tal modo vengono a conflitto con la reale inesistenza di questo. […] Poiché è vero solo ciò che non si adatta a questo mondo”, ivi, p. 100.

[16] Ivi, p. 311, p. 387 (mio il corsivo).

[17] Cfr. J. Rancière, La partizione del sensibile. Estetica e politica, DeriveApprodi, Roma 2022, p. 35. E cfr. T. Eagleton, How to Read a Poem, Blackwell, Oxford 2007, p. 16: “The slogan of a radical literary criticism, then, is clear: Forward to antiquity!”.

[18] Anche nel significato che ne dà F. Hartog, Chronos. L’Occidente alle prese con il tempo, tr. it. di V. Zini, Einaudi, Torino 2022. Cfr. anche R. Koselleck, Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici, trad. it. di A. M.  Solmi, Clueb, Bologna 2007.

[19] “La posizione dell’arte a noi contemporanea nei confronti della tradizione […] è condizionata dal mutamento stesso all’interno della categoria tradizione. […] La riflessione estetica non è indifferente nei confronti dell’intreccio di vecchio e nuovo […]. Quando si verificano corrispondenze col passato, ciò che torna diventa qualitativamente altro. […] Ad un’umanità liberata dovrebbe toccare, purificata, l’eredità del proprio passato. Ciò che una volta è stato vero in un’opera d’arte ed è stato smentito nel corso della storia, può tornare ad aprirsi solo quando sono mutate le condizioni per causa delle quali quella verità dovette essere cancellata: tanto profonda è in estetica la compenetrazione del contenuto di verità e di storia”, T.W. Adorno, Teoria estetica, cit., p. 36; p. 39; p. 62; p. 70.

[20] Sulle connessioni tra “l’Impossibile” che deve accompagnare “il Possibile” e “il Reale”, tra conoscenza, immaginazione (utopica) e divenire, in una cornice teoretica evidentemente più ampia che interroga i rapporti tra filosofia e scienza sulla scorta di Pavel Florenskij (Allo spartiacque del pensiero. Lineamenti di una metafisica concreta), cfr. M. Cacciari, Metafisica concreta, Adelphi, Milano 2023.

[21] Cfr. R. Bonavita, L’anima e la storia. Struttura delle raccolte poetiche e rapporto con la storia in Franco Fortini, a cura di T. Mazzucco, Prefazione di L. Lenzini, Premessa di G. Benvenuti, Biblion, Milano 2017, p. 352: “[Un’idea di poesia come] aspirazione a un ordine, […] tensione verso una forma che […] ha un significato che va al di là della sua sostanza letteraria, e rappresenta l’ultimo cortocircuito tra etica, storia, politica e ricerca estetica”.

[22] E. Testa, Pietre di sosta. Poetica e poesia, Manni, Lecce 2024, p. 62.

[23] “La via storica dell’arte […] è la via della critica del mito, e, allo stesso titolo, la via verso la salvezza del mito: ciò di cui l’immaginazione si ricorda viene da questa rafforzato nella sua possibilità. […] L’inarrestabile movimento dello spirito verso ciò che gli è sottratto parla in arte in favore di quanto antichissimo è andato perduto”, T.W. Adorno, Teoria estetica, cit., p. 201.

[24] P. Zublena, Il paradosso (o i paradossi) della lirica secondo Adorno. Riflessioni su poesia e politica a partire dal Discorso su lirica e società, cit., p. 99. Vedi anche F. Muzzioli, Teoria e radicalità. Una rassegna non rassegnata tra le posizioni letterarie attuali, in “Moderna”, n. 1, 2002, pp. 29-44.

[25] “Il momento storico è costitutivo delle opere d’arte: le opere autentiche sono quelle che si affidano senza riserve al contenuto materiale storico del loro tempo e senza la presunzione di essere al disopra del tempo. Esse sono la storiografia, a sé stessa inconscia, della loro epoca […]. Il contenuto di verità delle opere d’arte è storiografia inconscia, solidale con quel che fino ad oggi è sempre di nuovo soccombente. […] [Il] carattere […] [del]l’arte […] [è] di essere storiografia inconscia, anamnesi di ciò che è stato sconfitto, rimosso, e che forse è possibile”, T.W. Adorno, Teoria estetica, cit., pp. 307-322; p. 431 (miei i corsivi). Fino all’interrogativo col quale terminava la sua Teoria estetica: “Ma che cosa sarebbe mai l’arte come storiografia se scotesse via da sé la memoria del dolore accumulato?”, p. 434.

[26] “La stessa decadenza dell’aura finisce per essere misurata all’interno del discorso di classe; Benjamin affida infatti alla lotta di classe il compito di ristabilire quella lontananza – carica di conflitto – da cui si genera l’esperienza dell’aura”, D. Gentili, La politicizzazione dell’arte. Individuo, massa, mercato, in M. Montanelli, M. Palma (a cura di), Tecniche di esposizione. Walter Benjamin e la riproduzione dell’opera d’arte, cit., p. 150.

[27] A. Zanzotto, In questo progresso scorsoio. Conversazione con Marzio Breda, Garzanti, Milano 2009, p. 58.

Opera

0

di Paolo Castronuovo

 

1. (e vai di asfalto)

e vai di asfalto
che l’analfabeta si faccia gli occhi
segni la croce per farci strada con la matita,
lì dove cresce l’erba
noi copriremo tutto
immondizie, alberi e schede nulle

vai di asfalto perché bisogna correre
lungo queste elezioni
i muri vanno lavati
i manifesti non si incollano
se c’è un pezzo di avversario sotto
potrebbe sembrare storto il naso del presidente

in propaganda dobbiamo urlare,
urlare più del popolo
ma con le stesse parole
la politica non esiste, è solo incomunicazione
una lotta tra noi per la presenza

tu asfalta intanto schiavo
sei fortunato
ti ho trovato un posto prima del voto
stai certo
sarai l’unico a portare un buono pasto a casa

 

 

 

2. (il cimitero zincato)

sembrano epitaffi gli slogan
affissi su lamiere
e quei sorrisi di antimonio
che invitano alla caricatura
una settimana enigmistica
lasciata all’imbianchino
per non sporcare il battiscopa

 

 

 

4.

la cassetta della posta è ingozzata
le infilo due dita in gola per liberarla dalle bollette
e dalle offerte del discount
tra volantini e pubblicità
mi chiedo se solo tutta questa carta
questi alberi abbattuti
e l’impegno della raccolta
potessero riciclarsi in poesia
per arricchire gli assessorati

 

 

 

8. (il cimitero ittico)

a galla si respira male
il mare ha perso il suo odore
antistaminico e decongestionante
è una lastra di pesci palla
un feto nuota in mezzo al mediterraneo
una vasca di bolle
i genitori l’hanno raccomandato di aspettare
mentre gli scafisti puntavano coltelli
e con la pompa piegata in due frustavano
un futuro impossibile
un approdo alla speranza
un ortaggio da raccogliere
prima di diventare tutti dello stesso colore

 

 

 

9.

approdarono alla magna grecia in piena estate
accadrà anche quest’anno
le palestre libere di alunni
gli unici luoghi ospitali

tanti hanno ascoltato le loro storie
io avevo degli strascichi di panico
non potevo stare lì in mezzo

in una busta misi calze, mutande, abiti nuovi,
alcuni da lavoro – un po’ sporchi di pittura,
qualsiasi cosa potesse aiutarli,
erano spogli anche del coraggio caricato all’altra costa

tra i capi c’era una maglia di superman
la usavo solo alla vendemmia
un capo fresco dalle maniche stracciate

due giorni dopo la consegna ai volontari
la vidi in tv addosso a un senegalese
buttato nei campi a lavorare per circa sedici ore
e nonostante ciò, sorrideva

 

 

 

10. (il cimitero rosso)

il sole non è ancora sorto
si sta rigirando appena tra le lenzuola
mentre le serre già brulicano di
tute acetate e doppie maglie
provenienti da associazioni o bidoni sigillati
affettati con la mola

bisogna delinquere o mendicare per coprirsi
percorrere chilometri al buio di un furgone
per diventare formiche sui sanmarzano

raccogliere / caricare / svuotare
il tempo stringe per salvare l’economia
la voce del padrone lo ripete per sedici ore
prima di lasciarli marcire
assieme ai pomodori nelle baracche

quando il sole muore

 

 

 

14. (il cimitero di polveri)

è uscita da un rudere una signora
per buttare l’immondizia
in una busta i resti del pranzo
nell’altra i suoi capelli
perché non voleva vedere la caduta
le piogge acide
i venti rossi depositati sul guardrail
e il cielo di un colore venuto dallo spazio
la spuma espansa le ha occluso i bronchi
mentre suo marito la teneva in vita
alimentando la sua malattia con le colate –
lui era uscito qualche giorno prima
per buttare l’immondizia
ma credo sia passato
a comprare le sigarette

 

 

 

23.

non ho più parole da dire
i versi si accorciano
all’aumentare dello sdegno
siamo zombi in un tritaossa
limacce nel natron
non abbiamo niente da perdere

né da conquistare

vado a tuffarmi
da quella torre
nel paradiso dello ionio
a spegnere le fiamme
di questi inferi

 

 

 

Poesie tratte da E vai di asfalto, apparse per la prima volta in La croce versa (Effigie, 2022) e successivamente rieditate e inserite in Opera. 2004–2024 (Il Convivio, 2025). Scrittura esistenziale e volitiva quella di Castronuovo, non indulge nell’autocommiserazione, piuttosto insiste a calarsi nella materialità di un Sud abraso, dove il cemento, l’immondizia e le ferite dello sfruttamento formano un corpo che chiede di essere riconosciuto, e quindi di vivere. Il dettaglio lampante, scandaloso, urla una richiesta di giustizia che resta sospesa, senza destinatario certo, e riconfigura il paesaggio ben oltre i confini amministrativi e le vedute amene. Qualcosa continua a covare in questa terra che brucia, un’altra terra che non coincide con quella imposta dalla violenza degli sfruttatori. A sigillare l’invito alla lettura, le parole di Antonio Moresco: «Conosco e leggo Paolo da tempo. È uno che ci dà dentro. Andategli incontro, leggetelo!».
Paolo Castronuovo (1986) è poeta, editor, direttore di collana e musicista noise pugliese. Ha pubblicato raccolte poetiche, volumi d’artista e romanzi per editori tra cui Castelvecchi, Effigie e Il Convivio. È tra i curatori italiani di H. P. Lovecraft per averne tradotto i versi. Dirige la collana di poesia, prose e rarità «Occhionudo» per Il Convivio Editore. L’insieme della sua produzione poetica è raccolto nel volume Opera. 2004–2024 (Il Convivio, 2025), un ri-attraversamento di vent’anni di scrittura che ne restituisce continuità e metamorfosi.

les nouveaux réalistes: Deborah Guarnieri

0

 

Faster, faster

di

Deborah Guarnieri

 

Immagina una macchina, un veicolo, un ammasso di ferraglia, una cassa da morto su ruote, com’è per alcuni, passare da zero a cento chilometri orari in due battiti di palpebra, palpebra giù, palpebra su, e il corpo è strattonato al sedile dalla cintura a cinque punti, da una gravità due, tre volte quella normale, forza G si chiama, la pressione che aumenta, ti incolla, ti sposta, che svieni se non riesci a sopportarla, immagina sostenere così sessanta giri, perdendo una caterva di liquidi, si perdono dai tre ai quattro chili di liquidi sudando, è come dire adesso esco a farmi una bella passeggiata nel deserto del Sahara. Ci vuole dedizione, per questa roba. Spazio per altro non esiste, come nel sesso, se vuoi fare del bel sesso e non solo svuotarti le palle, devi essere lì, devi essere presente, e chiuderti in quella bolla, il pensiero focalizzato sulla prestazione, sull’ascolto di ogni reazione, ogni vibrazione. I piloti migliori capiscono se una macchina è buona appena ci montano sopra. Sì, come nel sesso diventiamo una cosa sola, un unico in perfetta armonia, vanno ragionati i cambi di ritmo, calcolate frenate e accelerate per arrivare insieme all’apice, alla vittoria.

 

Alloggio in questa camera d’albergo vista piscina a sfioro, loro sono sul balconcino, io sto al di qua del telaio della portafinestra che segna tra noi un confine. Potrebbe essere chiusa, potrebbe esserci uno schermo a separarci, loro vivono in un film che non è il mio, pronunciano battute che non mi appartengono. Devi battere il record, limare quel decimo di secondo, devi stampare un tempo più basso, ricordati che è una sfida non solo contro gli altri, ma soprattutto contro te stesso, devi essere la versione migliore di te stesso, sempre, sempre migliore, dice il coach, appoggiato alla ringhiera che l’inserviente lustra ogni mattina. L’aria sa di citronella, è dentro i prodotti che usano per pulire.

Dobbiamo andare alla 24 Ore, dai, che andiamo a Le Mans, a quel punto finiscono i devi, sostituiti dai dobbiamo, parla per sé stesso più che per me. È un nevrotico che vive giorno e notte con occhiali rosé, gli parte l’embolo, fa schioccare un palmo contro l’altro, urla: più veloce, più veloce! Faster, faster, lo urla in inglese perché sono più veloci anche le parole.

Alle sue spalle sfilano le ospiti in pareo, mio padre le adocchia, si accoda, lo sguardo sul loro corpo, non su di me: E devi trovarti una donna, se vuoi essere la versione migliore di te stesso. Dietro ogni grande uomo c’è una grande donna, ricordatelo. Avere una brava donna ti tiene in carreggiata.

Fin da quando ero bambino, l’ossessione me l’ha trasmessa lui che è sempre stato un invasato, con le macchine e con le donne, una cosa tirava l’altra, dopotutto vedevano scendere il sosia di Daniel Craig da una Lamborghini Huracán, chi poteva biasimarle. Tre matrimoni mentre io, nato dal secondo, di donna ne ho frequentata solo una, la Cindy, e l’ho tenuta nascosta. Era un po’ particolare la Cindy, diciamo. Non proprio una brava donna, diciamo, almeno non come la intende mio padre.

Quei due continuano, blaterano perché ho perso due gare, mai persa una gara in vita mia, perdo due gare e diventa uno scandalo per tutti quanti. Loro non lo sanno che è morta la Cindy.

Al circuito ci separiamo, loro rimangono alla hospitality, io mi isolo nel motorhome per preparare mente e fisico, o almeno è questo che dovrei fare. Nel box controllano la mia purosangue, la pressione e la temperatura degli pneumatici, i livelli dei liquidi, il serraggio dei dadi, i meccanici come api laboriose. Io infilo nelle orecchie i tappi di gomma, indosso l’intimo ignifugo, le calze ignifughe, la tuta, il passamontagna sottocasco ascoltando l’eco del mio respiro, è una meditazione, di solito, è il rituale della vestizione con cui entro nelle fibre pensate per salvarmi dal calore e dalle fiamme. La trance mi accompagna nel confronto con gli ingegneri di pista, ogni loro indicazione si deposita nei centri ricettivi del cervello, l’aria frizza mentre monto sulla purosangue, chiudo la cintura a cinque punti, i due spallacci, i due cinturini sui fianchi e quello che mi passa tra le gambe, convergono in una fibbia centrale che scatta, clac, segnala il risveglio.

Oggi tutto questo non succede, oggi non ci sono con la testa. Impugno il volante, mi sposto in griglia. Provo a pregustare il ringhio del motore, l’odore di gomme bruciate e benzina, ma non mi sale l’adrenalina, non mi sale la brama di velocità, di sfidare l’umano e la fisica. Nel cockpit niente si muove.

C’è solo una cosa che mi accende, che mi dà una scossa alla base della colonna, quando ci penso: una mano me lo prende, le dita gli si stringono intorno, il pollice percorre la vena più gonfia, saliva cola. Non so se sia la mano della Cindy, non vedo le sue unghie smaltate a forma di mandorla, mi sembra una mano qualsiasi, mi basterebbe una mano qualsiasi, bagnata scivola su e giù… Partiamo. La prontezza già mi manca. La distrazione sulla pista non è buona compagna, lo insegna il mio amico Felipe che non ha visto un detrito e si è quasi spaccato il cranio. Serve anche a questo, la concentrazione assoluta, ad allontanare la morte, e che morte, immagina, schiantarsi ai duecentottanta, finire come Ayrton Senna, con l’osso frontale sfondato dal puntone della sospensione.

Perdo aderenza, la cavalla non galoppa, mi sorpassano uno dopo l’altro, li lascio fare. A fine gara il coach è introvabile, disperso nel paddock, si prenderà una sbronza. Vengo trascinato dal padre a una cena dell’infamia con la terza moglie che è la copia spiaccicata della prima, se non che questa ha due occhi enormi, è la sua unica peculiarità, a mio padre piace la bellezza sbiadita, quella che si confonde in una sala affollata. Non parla, e io mi chiedo cosa le passi per la testa, mi fissa con quegli occhi enormi e forse pensa che ho esaurito la cartuccia, che sono pronto per la tomba del successo. Forse ha pietà di me, mi crede un impotente. Padre si lancia in discorsi motivazionali, preoccupato che la mia luce flebile possa di riflesso indebolire la sua, averne perse due poteva capitare ma alla terza comincia a diventare un’abitudine, e la gente parla – ma quale gente – bisogna arrivare assolutamente alla causa, al comune denominatore di queste sconfitte per trovare una soluzione. Ma che mi tocca fare se resuscitare la Cindy dall’aldilà non è cosa? Gioco coi capperi sulla tartare.

Me ne vado in macchina ma non torno in albergo, imbocco un rettilineo e alla prima rotonda torno indietro, arrivo all’incrocio iniziale e prendo la direzione opposta, girare così mi ricorda quella volta che la Cindy me ne ha fatta una mentre la portavo al ristorante, la mano nel guanto di pizzo, e per poco non facevamo un incidente… Era brava, la Cindy, non sbagliava mai il ritmo.

Supero palazzi alveare, un’ex centrale del latte, un grosso supermercato chiuso. Vedo del movimento, luci gialle in una via e rallento davanti a un pub, alla gente sul marciapiede intorno ai tavoli alti, ragazzi a gruppetti, qualche faccia più vissuta che fuma sigarette e beve birra dalle bottiglie. Poco più in là, sul lato opposto della strada, c’è una vetrina coperta da una tenda viola, un cartello luminoso dice ᴀᴘᴇʀᴛᴏ sopra la classica immagine di una donna prona che viene massaggiata. Mi hanno parlato di posti del genere, di come riconoscerli, di cosa dire: happy ending è il termine specifico da utilizzare con le professioniste. Si esplicita il desiderio di un lieto fine, mi sembra un bisogno umano, commovente.

Suono il campanello. Mi apre una donna bassina, piuttosto carina, in abitino nero con una sola spallina, mi squadra e sembra soddisfatta da quello che vede. Mi invita a entrare in fretta, l’ingresso è fucsia, lei ha i piedi scalzi. Non so da dove cominciare, se sia questo il momento di contrattare, di avanzare delle richieste, mi metto a sfogliare il listino mentre un gatto della fortuna fa su e giù con la zampa compulsivamente. Con la Cindy era facile, l’avevo trovata su un sito che non lasciava spazio al dubbio, e tutto iniziava sempre con il mio aspettare in macchina ascoltando Leonard Cohen, if you want a driver, climb inside…, con lei che saliva, con una chiacchiera, una cena.

La masseuse prende in mano la situazione, attraversiamo il corridoio fucsia, raggiungiamo la stanza con il futon e una vasca bianca con doccino, snocciola: trenta minuti cinquanta euro, un’ora ottanta più venti per all inclusive, io mi siedo sul futon, atterrito da quella formula così poco poetica. Mi sento obbligato a chiarire: Happy ending? Voglio essere certo del mio lieto fine.

Inizio a spogliarmi, tolgo i pantaloni, tengo le mutande, con un gesto della mano lei mi sprona a togliere anche quelle, sorride, dice, schiena, con quella cantilena tipica della sua lingua tonale, due a che suonano su frequenze diverse. Si unge le mani con olio di mandorla, inizia dal collo, scende lungo le braccia, non tralascia nessuna parte del corpo, fa scorrere le dita tra le mie dita dei piedi, risale, massaggia i polpacci, le cosce, i glutei, indugia coi pollici tra le natiche, col mio permesso, completa il primo giro. Mi metto supino, lei mi sistema un piccolo asciugamano sopra l’ombelico perché non mi sporchi e se stessa in mezzo alle mie gambe, mi prega di allargarle, così fa meglio. Le allargo. Chiudo gli occhi, e lo sento animarsi come da un po’ non lo sentivo. Ho vinto.

Certo, non sono le mani della Cindy. Ogni tanto devo sussurrare: Faster, faster…

 

Profezia è Predire il Presente

0

di Francesco Memo

Come accostarsi a Pasolini a cinquant’anni tondi dal suo assassinio? Come affrontare questo anniversario di morte senza tradire la vitalità che ha alimentato l’incessante lavoro culturale e la multiforme vena del poeta di Casarsa?

Una risposta originale la fornisce Massimo Zamboni in P.P.P, uno spettacolo di musica e parole che lo scrittore e chitarrista emiliano – fondatore dei CCCP, con cui è stato recentemente in tour – sta portando su e giù per l’Italia, accompagnato da Cristiano Roversi ed Erik Montanari, e che ha trovato traccia anche in un album pubblicato da Le Vele/Egea.

Come spesso in Zamboni, i titoli sono cruciali perché rappresentano la porta di accesso a progetti sempre molto meditati; in questo caso la firma di Pasolini diventa l’acronimo di una frase che è già una dichiarazione programmatica: Profezia è Predire il Presente.

La chiaroveggenza è un topos di cui si alimenta il mito pasoliniano. Ma si sbaglia a cercare in Pasolini una sorta di profeta mistico, disconnesso dalla realtà politica e sociale. Come scrive Zamboni nel libretto che accompagna il disco (impreziosito dalle belle fotografie di Diego Cuoghi), la sua non era divinazione, ma intelligenza, cultura e attenzione allo stato delle cose.

Ciò che muove Pasolini è infatti la capacità rabdomantica di attraversare e rivelare non il futuro ma il tempo presente, di vedere cioè oltre le verità consolidate, a cui in molti si arrestavano. Queste rivelazioni assumono spesso la forma di illuminazioni che legano insieme presente e passato, contestando l’idea di progresso con una concezione mitica, o sarebbe forse meglio dire archetipa, di permanenza dell’antico. Visioni ossessive, sempre più simili a incubi di distruzione e di crollo, che mettono al centro chi è fuori dal Centro: la vita brulicante, spontanea, e in qualche modo libera, delle moltitudini ai margini della Storia.

Dal cataclisma antropologico che investì il popolo italiano con lo sviluppo del dopoguerra, al coraggio, al limite dell’incoscienza, con cui Pasolini additava la mutazione criminale del potere, la nuova pelle del serpente fatta di stragi e violenza, ma anche di omologazione e seduzione del consumo. Fino alla sensibilità ambientalista ante litteram (che condivideva con Calvino) con la quale intercettò i segni di devastazione nel paesaggio del nostro paese: proliferazione edilizia, periferie stravolte, sovrapporsi scomposto di fragile modernità e lunga durata, con la scomparsa delle forme di vita popolari e dei loro modi secolari di interagire con il territorio.

Il movimento che segue Zamboni nell’accostarsi all’universo di Pasolini è duplice: centripeto, verso la sua opera, e centrifugo, dalla sua opera al mondo. Il primo movimento si manifesta nella scelta coraggiosa di intervallare le canzoni con la lettura dei testi, e soprattutto delle liriche, di Pasolini.

Perché coraggiosa? Perché Pasolini è un autore tanto retoricamente celebrato quanto poco letto. Come ha sottolineato Paolo Desogus su Il manifesto, il nome di Pasolini non rimanda più all’opera o all’esperienza intellettuale di uno degli autori più significativi del Novecento, ma a un personaggio di finzione, a una figura opaca che ha smesso di essere sorgente di senso, spazio di interrogazione. La sua vita e la sua opera vengono ridotte ad un frusto campionario di citazioni, così rimasticate e vuote da adattarsi ad ogni uso. Ne hanno offerto prova le celebrazioni ufficiali a Montecitorio di qualche giorno fa, quando persino esponenti politici eredi di quel neofascismo che Pasolini ha combattuto per tutta la vita hanno avuto il coraggio di appropriarsi di brandelli ad hoc del suo pensiero.

È anche vero che il corpo dell’opera pasoliniana è debordante e frattale: una poesia rimanda ad un pezzo giornalistico, che a sua volta rimanda ad un film e da lì ad un’altra poesia, in una organicità difficilmente districabile. Organicità anche biologica, perché intessuta con la vita stessa di Pasolini. Ma se vogliamo ricercare la chiave di questo mistero, sempre ammesso che questa chiave esista, non c’è dubbio che è alla sua poesia che dobbiamo guardare innanzitutto. Quella poesia intima ma insieme così pubblica: riflessiva, con un riferimento interno, diaristico, e insieme proiettata verso un interlocutore esterno e collettivo, perché civica e moralistica. E la scelta di Zamboni è spiazzante perché oggi la poesia non si legge più, men che meno ad alta voce: al massimo, la si analizza intorno ai banchi di scuola o nelle aule universitarie, come un corpo morto, come un’autopsia eseguita in un gabinetto anatomico.

Il richiamo al corpo ci permette di fare un’altra considerazione. Pasolini è un poeta che potremmo definire epidermico, non nel senso di superficiale, ma nel senso che ciò che osserva e propone al lettore – sia un luogo fisico o uno snodo teorico, un paesaggio umano o un passaggio marxiano – è sempre frutto di una esperienza diretta, personale, fatta di pensieri lunghi ma alimentata da sensazioni “a pelle” (epidermiche, appunto), nel quale è sempre il corpo ad entrare in relazione, ad immergersi nella realtà osservata. E un ruolo fondamentale in questo, come ha messo in luce con forza Marco Belpoliti, lo gioca l’omosessualità di Pasolini, filtro costitutivo del suo rapportarsi al mondo, in senso sia euristico che valoriale.

Del resto, Pasolini non ha mai nascosto questo dato costitutivo del suo essere scrittore e polemista: ”E’ da questa esperienza, esistenziale, diretta, concreta, drammatica, corporea, che nascono in conclusione tutti i miei discorsi ideologici”, scrive a pochi mesi dalla morte. Denunciava i mali della società perché quei mali li conosceva personalmente, ne faceva esperienza in modo concreto, privato, senza filtri: in maniera disperata, per usare un aggettivo profondamente pasoliniano. In una delle ultime poesie, Pasolini fa di sé questo ritratto: “Parla, qui, un misero e impotente Socrate/ che sa pensare e non filosofare,/ il quale ha tuttavia l’orgoglio/ non solo d’essere intenditore/ (il più esposto e negletto)/ dei cambiamenti storici, ma anche/ di esserne direttamente/ e disperatamente interessato.

Pasolini è dunque un intellettuale debordante, contraddittorio perché la sua innegabile acutezza clinica non nasce da un’osservazione distaccata e razionale della società. Lo ha dimostrato Gianni Biondillo analizzando il rapporto passionale e fisico – così distante da una presunta scientificità, che si pretende oggettiva – tra Pasolini e la città, a partire da Roma, città per eccellenza, così spesso attraversata e rappresentata nelle sue opere. In Pasolini la descrizione stratificata dello spazio architettonico e urbano (anche, e forse soprattutto, nei suoi elementi minori e minuti: un muricciolo, i vicoletti, le case di borgata, i prati desolati) scaturisce da una scoperta fisica, da un’esplorazione sensoriale, come lo sono i suoi resoconti dal Sud globale, contadino e primordiale.

Se teniamo conto di questa immersione sensuale e passionale nella realtà, possiamo comprendere anche il plurilinguismo che contraddistingue l’opera di Pasolini: friulano, italiano letterario, registri quotidiani e gerghi specialistici, lingue straniere, romanesco in film e romanzi, sono tutte sfaccettature di un’esperienza frammentata ma univoca (perché personale) della realtà e della storia.

Ma torniamo allo spettacolo P.P.P e a Massimo Zamboni. Il secondo movimento, quello centrifugo, prende la forma di una rilettura pasoliniana del proprio repertorio. È come se Zamboni guardasse alle proprie canzoni come si guarda a pianeti sconosciuti, perché illuminati in maniere inedita dalla luce riflessa della stella-Pasolini. Qui il cantautore reggiano lascia affiorare quanto di pasoliniano – ed è molto – c’è nella sua produzione, selezionando da album vicini e lontani (si potrebbero aggiungere quelli con i CSI) una manciata di canzoni che rimandano a Pasolini sia direttamente sia indirettamente.

È il caso di una canzone come Persona non grata (del 2008), che cita quell’allarme totale lanciato da Pasolini nella sua ultima intervista (“siamo tutti in pericolo”), che risuona oggi apocalittico e concreto insieme, come pure la notissima elegia dei ruderi che contiene uno dei suoi versi più potenti (“sono una forza del passato”). Alla seconda categoria appartengono canzoni che dialogano con Pasolini per assonanza di temi: l’isolamento ricercato e imposto, le belle bandiere e la delusione dell’impegno, il popolo minuto e la massa informe, la ferocia nel mondo e la rabbia nell’anima.

Si aggiungono, infine, tre brani inediti scritti apposta per questo progetto – La rabbia e l’hashish, Cantico cristiano, Tu muori – e l’interpretazione di quello che è il più bel componimento in musica e parole dedicato a Pasolini e alla sua barbara morte: Il lamento di Giovanna Marini. Illumina lo spettacolo di una luce calda e nostalgica anche un’altra canzone – cantata in lusitano e ripresa da José Alfonso: Grândola villa morena – omaggio all’ultima vittoriosa rivoluzione contro un regime fascista europeo: quella incruenta dei garofani portoghesi del 1974.

Nell’insieme P.P.P. Profezia è Predire il Presente è un periplo intorno all’enigma Pasolini, un autore così scoperto nel mettersi in mostra e in gioco pubblicamente, ma che al fondo rimane distante e impenetrabile. Zamboni ci invita senza didascalismi a dare spazio alla voce di Pasolini, per interrogarlo ancora, inoltrandoci in un bosco che, da una lettura ad un’altra, da un brano al successivo, si fa via via più scuro e funereo. Ma non potrebbe essere altrimenti, considerati l’epilogo tragico della vita del grande intellettuale e, dall’altra parte, l’involuzione che il nostro mondo ha conosciuto da allora.

Nel 1964, undici anni prima di essere ammazzato, Pasolini scrive una delle molte prefigurazioni della propria morte: “sono come un gatto bruciato vivo,/ pestato dal copertone di un autotreno,/ impiccato da ragazzi a un fico,/ ma ancora almeno con sei/ delle sue sette vite,/ come un serpe ridotto a poltiglia di sangue/ un’anguilla mezza mangiata”.

Violenza evocata, con funzione apotropaica, che spesso si colora anche di sensualità, perché nella poetica pasoliniana il legame tra Eros e Thanatos è sempre scoperto, dichiarato. Ma anche il richiamo a Cristo, e alla sua passione, che risuona in tutte le fasi della ricerca pasoliniana come un basso continuo. Immagini brucianti che non possono non sovrapporsi alle terribili fotografie del suo corpo maciullato, non possono non intrecciarsi con quella violenza indicibile di cinquanta anni fa, che ancora oggi rimane senza un movente e senza una vera paternità.

In questo senso, non si può ancora lasciar andare Pasolini, liberarlo dal buio di quella maledetta notte, tra il 1 e il 2 novembre del 1975, per tentare di sbrogliare il filo di un’esistenza fin troppo breve e certamente più ampia di una sola vita. In questo senso, non si può evitare di cercare ancora nella sabbia dell’Idroscalo di Ostia, impastata del suo sangue, le tracce dell’immensa e inesausta eredità che Pasolini ha lasciato dietro di sé.

 

AzioneAtzeni – Discanto Diciottesimo: Bachisio Bachis

0

 

 

Discanto Diciottesimo di Bachisio Bachis con musiche di Francesco Bachis

 

 

Discanto Diciottesimo*

Non racconto mai di me. Forse perché è dei sardi il silenzio? I sardi sono di poche parole, alle confessioni e agli sfoghi preferiscono i silenzi spezzati soltanto da un campanaccio lontano, o da uno sparo. Ma io, che ho da spartire con i sardi del silenzio? Sono cittadino, emigrato, diventato continentale, un chiacchierone. Se taccio, se non racconto di me, è perché non ricordo il passato. Non ricordo mai.

Dal racconto ‘Un amico, a Babele’ di Sergio Atzeni, in Gli anni della grande peste   

 

Se ne dicevano tante

di

Bachisio Bachis

  Uno aveva lavorato all’Enel, e quando lavorava all’Enel era delegato sindacale, e dicevano, ne dicevano tante, dicevano che in una riunione con l’azienda, lui era lì come delegato della CGIL, in una riunione che durava troppo, lui aveva detto che i problemi dell’Enel si risolvevano se l’Italia usciva dal patto atlantico; aveva proposto l’uscita dell’Italia dal patto atlantico, ma la proposta non era stata messa a verbale, e dicevano che l’aveva fatta ma non si sapeva. Si sapeva invece che dall’Enel se ne era poi andato, se ne era andato in continente, e partendo, dalla nave che lasciava Cagliari, si diceva, forse lui stesso diceva di aver detto a sé stesso “Fuggi.  Dopo trentaquattro anni ti strappi alla terra dove hai amato, sofferto e fatto il buffone. Ogni angolo di strada testimonia una tua gioia, un dolore, una paura. In cambio sarò libero. La maschera che mi cuciranno addosso, lo straniero, l’isolano, il mendicante, mi nasconderà, occulterà il nome, sarò uomo fra uomini”.

Se ne era andato in continente a tradurre libri, a scrivere libri, ché quando lavorava all’Enel scriveva già nei giornali. Nei libri scriveva di antiche leggende sarde, di giudici banditi, di minatori e cani e addii. Era diventato un traduttore e uno scrittore, uno scrittore sardo dicevano in continente, e una volta era venuto in Sardegna ed era morto. Ma era morto in mare, mica scrivendo. Era morto in mare ma in un vecchio sogno “arrivava in riva, guardava il mare, si chiedeva: “Lo attraverso?” e rispondeva: “No. È troppo largo.”

  *il testo è apparso per la prima volta nel Repertorio dei matti della città di Cagliari, a cura di Paolo Nori (Marcos y Marcos, 2016)

 

 

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

Si può seguire il PODCAST su:

Youtube

SPOTIFY

PocketCasts

 

Colonna (sonora) 2026

2

 

Quella sporca dozzina. Playlist 2025

di

Claudio Loi

Fine anno, tempo di resoconti o meglio di resa dei conti. Tempo di raccogliere quanto seminato durante l’anno e conservare i semi per i prossimi raccolti. Come sempre i frutti sono tanti, sempre più indecifrabili e fuori fuoco per una realtà che si fa fatica a comprendere e circoscrivere. Ma forse questo gran caos non è poi così tremendo e la musica – nonostante tutto – rimane ancora un ottimo laboratorio di libertà e creatività. Ecco allora dodici proposte, una per ogni mese dell’anno, una per ogni apostata. Da prendere come libero esercizio di piacere, opinabile, discutibile, modificabile. Giusto una piccola spinta per ripartire e riprendere a sognare

Andrea Laszlo De Simone. Una Lunghissima Ombra. (42 Records)

Artista difficile da inquadrare. Cantautore potrebbe andare bene ma non basta a rendere l’idea. Poco importa, quel che conta è che dopo alcuni anni di silenzio è tornato con una proposta che rimanda alla migliore tradizione della canzone d’autore nostrana (Battisti e Battiato in primis) e persino una velata ripresa di temi d’opera e di orchestrazioni dal forte impatto impressionista. Lui non ama farsi vedere, esibire se stesso e la sua arte, lavora col favore delle tenebre e si applica come un antico amanuense pienamente concentrato sul suo lavoro. Un artista prezioso e quasi unico in un mondo che si allontana sempre di più dai semplici piaceri della vita. Bentornato Simone!

Arrogalla. Suite. (La Tempesta)

Abile manipolatore di suoni ed emozioni, Arrogalla (ovvero Francesco Medda) è un veterano nell’arte di mischiare le carte, di ricombinare i suoni, di pescare nell’infinito oceano della musica del mondo. La sua realtà è aumentata quanto basta per farla diventare un sogno realizzato. I suoni di antichi strumenti, le voci della strada, gli umori della natura sono le sue fonti primarie e i ritmi del mondo il giusto condimento con le possibilità del digitale a fare da collante. Nel suo universo  non esiste il tempo e non importa lo spazio, non contano gerarchie e sottoinsiemi. Tutto diviene compatibile, tutto è necessario. Un ottimo esercizio di libero arbitrio estetico.

Giovanni Lami. Eikom. (Kohlaas)

Giovanni Lami cerca nella musica quello che noi cerchiamo quando ci soffermiamo ad osservare un tramonto o le ombre della sera. La sua ricerca musicale nasce dalla necessità di pensare la musica come parte di un sistema omogeneo e compatibile, ecologico e sincero. Prende quello che offre l’ambiente, lo studia e lo ripropone attraverso varie e misteriose manipolazioni elettroniche in un processo anche difficile da immaginare. Entrano in ballo in questa storia elementi che vanno oltre la tecnica e la conoscenza dei sistemi di composizione, qualcosa di inconscio e magico. Musica che restituisce al paesaggio quello che il paesaggio ci regala ogni giorno, comprese le sue brutture e i suoi scempi che ormai fanno parte del nostro vivere.

 

Lambrini Girls. Who Let The Dogs Out. (City Slang)

Punk rock di ultima generazione da Brighton nella sua forma più elementare e viscerale possibile. Giovani quanto basta per essere rispettate e tenute in debita considerazione il loro album d’esordio ci fa ben sperare in un futuro più disponibile verso le tante varianti della natura umana. Difficile resistere alla carica elettrica di queste due ragazze che sembrano arrivare da qualche cantina del secolo scorso e invece sono figlie dei nostri tempi, perfette nel rappresentare le sacrosante istanze di libertà ed emancipazione che, come sempre, bisogna conquistare ogni singolo giorno.

 

Laura Agnusdei. Flowers Are Blooming In Antarctica. (Maple Death)

Una delle più belle sorprese di questo 2025. Un’epifania di inizio anno che ha squarciato il cielo e regalato sprazzi di luce e calore. Avevamo apprezzato il suo approccio estetico nella proficua collaborazione con Jonathan Clancy e stupisce anche il suo modo di flirtare con il sax: un approccio che nessuna scuola si sognerebbe di applicare, proprio per questo ancora più interessante. I fiori che sbocciano in Alaska sono una figura inquietante ma possono anche essere intesi come un miracolo che si avvera. Dipende dai punti di vista e quello di Laura Agnusdei è di sicuro trasversale e militante. Un disco di rara bellezza in cui è possibile ritrovare l’ecologismo ante litteram di Don Cherry, il quarto mondo di Jon Hassell e tanto tanto altro. Un progetto che diventa manifesto per una nuova ecologia e un affettuoso sguardo al pianeta prima che sia troppo tardi.

Mirko Mariani. Musica per sconosciuti. (I dischi di Angelica)

Lui è un personaggio davvero fuori margine, insolito, bizzarro, difficile da prendere seriamente e invece maledettamente serio. Lui fa finta di niente ma questa follia rivelata lo rende unico e necessario. Canta, suona, compone, fa e disfa con tanta nonchalance e quasi sempre fa quello che non ci si aspetta. La recente, stralunata rivisitazione dei suoni della Romagna più agreste con il progetto Extraliscio hanno lasciato il segno e quest’anno ecco un triplo album con 158 brani tutti composti, suonati e mixati da se stesso medesimo giusto per vedere l’effetto che fa. Un campionario di suoni, di strumenti vecchi e nuovi, idee che si sovrappongono, ritmi da ogni dove, vecchie cartoline, paesaggi reali e immaginati e anche altre cose che sarà difficile digerire e assimilare. Prendiamoci tutto il tempo che ci vuole, nessuna fretta, nessuna scadenza. Questa è musica che non ha inizio e non ha fine, che va consumata come si consuma il pasto della sera. E poi tutti a letto a sognare altre musiche e altri scenari.

 

 

 Simon Balestrazzi. Scomparire. (Silentes)

Questa nuova opera in perfetta solitudine di Simon Balestrazzi è da maneggiare con cura, da assumere con la dovuta cautela e possibilmente in compagnia di un adulto. Se siete nella piena consapevolezza dei vostri limiti nervosi va bene, altrimenti rimandate l’ascolto a momenti più sereni. Già dai titoli si capisce che è roba forte, qualcosa che arriva dai meandri più nascosti del proprio essere e i suoni vanno proprio in quella direzione: il paesaggio dopo la tempesta, la nebbia che assale e ricopre ogni cosa, un senso di vuoto che annulla la propria identità, qualcosa che sbilancia e lascia senza precise indicazioni. Ma una volta superata la soglia del frastuono più atroce tutto diventa più familiare e persino la nebbia diventa un ambiente confortevole in cui perdersi con la certezza che il mondo là fuori può essere anche peggio.

 

Steven Wilson. The Overview. (Universal)

Confesso di essere arrivato a questo nuovo disco di Steven Wilson per la presenza di Andy Partridge come autore dei testi in brano. Poca cosa ma sufficiente a riaccendere una lontana passione che arriva dai tempi delle superiori, una sbandata mai risolta. Così funzionano le cose e a volte le stranezze del caso portano buone nuove. Non che Wilson avesse bisogno di chissà quale riabilitazione ma lo avevo sempre tenuto in un angolo insieme ai suoi Porcupine Tree che invece godono di stima globale e indiscussa. The Overview è un ottimo disco, classico, molto debitore dei primi Pink Floyd con lunghe cavalcate dal sapore psichedelico e ballate eteree e lisergiche che ogni tanto fanno pure bene. Ed è giusto talvolta superare i propri limiti e aprirsi al mondo grande e imprevedibile che visto dallo spazio sembra anche un bel posticino. Grazie quindi a Mr. Andy per i testi e al bravo Steve che raramente sbaglia un congiuntivo.

 

 The Divine Comedy. Rainy Sunday Afternoon. (DCR)

The Divine Comedy è un progetto musicale inventato da Neil Hannon nordirlandese da sempre appassionato cultore di artisti come Leonard Cohen, Scott Walker, Serge Gainsbourg, Burt Bacharach con i quali merita di stare allo stesso livello. The Divine Comedy è un blend ben calibrato di pop d’autore, ballate strappalacrime e una immensa sensibilità da romantico cantore dei nostri sentimenti. Dalle foto del nuovo disco si intravede un uomo di mezza età, pacificato col mondo, riflessivo e serio quanto basta. La domenica pomeriggio piovosa e melanconica di cui ci parla in queste tracce potrebbe essere una velata metafora del nostro essere o più prosaicamente un acquerello appeso al pub più cool della sua Irlanda. Fate voi. Quel che importa è che queste composizioni, in modo inesorabile, ti entrano dentro e non ti lasciano più come le cose più preziose che abbiamo. Un artista di incredibile talento, ben cosciente delle sue qualità e dei suoi limiti, pronto ad affrontare la parte più impegnativa della sua vita. Nel migliore dei modi e con la giusta dose di serena accondiscendenza.

 

Ty Segall. Possession. (Drag City)

Californiano doc, cresciuto con massicce dosi di rock viscerale e senza fronzoli, quasi sempre solo soletto nel garage di famiglia. Lui si immagina come l’anello di congiunzione tra gli Stooges, gli Hawkwind e i Black Sabbath ovvero la parte del rock più selvaggio e impertinente e in parte è proprio così. Me lo immagino perso a schitarrare nella suo spazio vitale senza altro per la testa: solo insano e virulento rock’n’roll. E lì è rimasto fino a diventare uno dei migliori rocker in circolazione, sempre fedele alla linea, sempre col tiro giusto e un outfit da underdog in riva al mare. Possession è un nuovo mattoncino che si aggiunge a una discografia corposa e stratificata e segna un’ulteriore passo in avanti. Lui ci crede in quello che fa, e sincero e ben disposto e non possiamo che credere in lui.

 

Viagra Boys. Viagr Aboys. (Shrimptech Enterprises)

Direttamente dalla fredda Stoccolma ecco i Viagra Boys una band con un nome discutibile e una proposta musicale indiscutibile. Guitar rock della miglior qualità che sembra arrivare dalle coste della California e invece si nutre di muschi e licheni delle fredde terre del Nord. Tutto molto strano, tutto molto cool e sempre in armonia con le correnti del dissenso globale. Amano essere queer, ecologisti, militanti, politicamente attenti alle storture del pianeta ma anche ironici e dissacranti al punto giusto con un piacevole ricorso a stranezze varie che li rende molto amabili. La loro attenzione al sociale è una cosa che ci conforta nel pensare che gli artisti possano contribuire a rendere il nostro pallido pianeta più vivibile e inclusivo. Ci provano e questa è già una bella storia.

 

 

 

Wet Leg. Moisturizer. (Domino)

Post punk di nuova generazione con un progetto che ruota intorno a Rhian Teasdale e Hester Chambers due ragazze nate e cresciute nell’isola di Wight, Inghilterra del sud. Per i più anziani quel posto rimanda di default al mitico festival che nel 1970 fece un po’ di ombra persino a Woodstock. Non so se queste ragazze abbiano ereditato qualcosa da quelle lontane vibrazioni forse troppo disperse nel tempo ma di certo hanno studiato molto bene la lezione del post punk inglese dei primi anni Ottanta. Tanto bene da superarlo e riuscire a riscrivere con personalità un genere che sembra non finire mai. Dal vivo sono incredibili ma anche su disco non deludono e ci fanno rimbalzare tra diverse ere temporali in un frenetico magical mistery tour come nella migliore tradizione del rock più lacerato.

 

That’s All Folks!

Per quest’anno è tutto ma se avete ancora voglia di musica tosta ecco alcune addizioni che sono rimaste fuori lista non per demeriti ma per pura casualità. Tra gli esclusi con tanto rammarico consiglio vivamente proprio That’s All Folks! dei Not Moving che ci salutano con un disco vibrante e potente come loro abitudine. E poi date un ascolto a Cosplay dei Sorry che si muovono tra hyper pop e post-punk con la giusta predisposizione alla materia. Makaya McCraven ha fatto il botto con Off The Record ovvero quanto di meglio il jazz riesca ad esprimere in questo momento. Per finire un omaggio al grande Antonello Salis che viene riverito nel giusto modo nel nuovo album della Tankio Band di Riccardo Fassi giustamente battezzato Cum Grano Salis.

Grazie e buon anno!

 

 

Da “L’esercizio di Adam”

0

di Gianluca Garrapa

Il portafiori

Dopo avermi pulito, la donna giovane mi ha riempito d’acqua per metà, e dopo aver reciso il gambo alle anemoni, gettato via le parti di gambo tagliate in un foglio di giornale, e lasciato andare il pedale della pattumiera, le ha sistemate, viola, bianche, azzurre, e mi ha riportato qui. Prima di me c’era un portafiori in vetro che la tenda ha spinto sul pavimento fracassandolo. Lo so perché ne parlavano loro. Pure io ero un vaso rotto, ma il maestro dell’Ospedale, così lo chiamano, mi ha riparato con polvere d’oro mescolata alla lacca urushi, ha detto che si chiama kintsugi, significa riparare con l’oro, è una pratica giapponese, ha spiegato agli occhi che lo osservavano ripararmi.

La stanza è illuminata dalla luce che sta sbocciando lì fuori e il silenzio è interrotto dai suoni intermittenti delle macchine che tengono in vita il corpo dell’uomo che dorme sempre. Lei, la donna giovane che ha cambiato l’acqua ai fiori, è rientrata dopo che un’altra meno giovane, accompagnata da due ragazzi, ha lasciato la stanza.

La donna meno giovane è stata per tutto il tempo a fissare il pavimento mentre il ragazzo più alto entrava e usciva richiamato dall’andirivieni delle notifiche del cellulare. L’altro ragazzo, invece, più basso, è rimasto seduto accanto alla donna con lo sguardo appiccicato allo smartphone.

La donna, di tanto in tanto, solleva il capo e con gli occhi rossi di pianto e stanchezza carezza il corpo dell’uomo. Con molta probabilità è il marito e ho l’impressione che non si sveglierà mai più.

«Non si sveglierà più» è il sussurro della donna che mi fissa, annuendo, «sì, non si sveglierà più.»

Il ragazzo, immagino sia il figlio, perché ha detto che se papà si sveglia starà rincoglionito a vita, e la donna, a questo punto è certo che sia la moglie, lo ha fulminato con lo sguardo: «Guarda che i morti sentono tutto.» E il ragazzo ha ridacchiato, «e ci credi? credi a quello che ti raccontava nonna? Quando uno è morto, è morto e basta» sogghigna il ragazzo strafottente delle entità astratte, «e poi» ha aggiunto, «papà è ancora vivo», amareggiato e allo stesso tempo desideroso di vederlo morto piuttosto che in quello stato di vegetale.

In quella si è aperta la porta: «Mamma, su, andiamo, non è più tempo di visite» ha fatto il ragazzo alto avvicinandosi al corpo del padre, accanto al fratello, e sostando per un attimo, come in preghiera, e il ragazzo basso è uscito dalla stanza, richiamato là fuori da una forza invisibile, seguito dal fratello, mentre la donna, afferrando il borsello, si è avvicinata al corpo del marito, gli ha stretto la mano al disopra del lenzuolo blu.

Le labbra della donna sulla fronte del marito sussurrano qualcosa.

Il regno di Tanàsia

 

Ciao a tutti mi chiamo Tanàsia e oggi vi racconto una storia. S’intitola Il regno di Tanàsia.

Un giorno avevo forse venti anni e mio padre era morto il giorno prima per via di quel suo inguaribile raffreddore da naso che si curava con una polvere bianca che distribuiva sul tavolo in strisce bianche parallele e poi arrotolava cinquanta euro come una cannuccia che invece nella bocca la infilava un foro nel naso e l’altro foro sulla striscia di rinazina e magicamente la polvere spariva papà diceva che usava i soldi perché l’effetto si arricchiva. Il giorno prima della sua morte papà aveva bevuto uno sciroppo insieme a dei suoi amici uno sciroppo che puzzava e se avvicinavi un fiammifero acceso prendeva fuoco e io ho fatto questo esperimento e lo sciroppo ha preso fuoco. Quella sera papà e i suoi amici avevano bevuto troppo sciroppo e si sono curati con tantissima rinazina e alla fine mi hanno chiesto di vestirmi da sposa per giocare insieme. Io l’ho fatto anche se non so perché a un certo punto eravamo tutti nudi. Però questo non mi va di raccontarvelo perché su quel gioco che facevo fin da quando ero piccola c’è un tappo1 insomma non è molto bello parlare dei cazzi propri figuriamoci dei cazzi degli altri quello di papà compreso che poi non erano come quelli che vedevo nei film. Insomma il giorno dopo papà ha preso talmente sciroppo e rinazina che è scoppiato di salute e alla fine è morto. Allora io non sapevo che fare. Ho chiamato mia mamma che mi ha risposto: e quindi?

Come e quindi? È morto tuo marito. Brutta stronza e tu mi dici e quindi?

1 Taboo

Cézanne il solitario

2

di Charles-Ferdinand Ramuz

il testo che segue costituisce la prima parte dello scritto “Cézanne il precursore”, contenuto nella raccolta di scritti sull’artista di Charles-Ferdinand Ramuz “Indagine su Cézanne” recentemente pubblicata da Oligo Editore, che ringraziamo

Il vero precursore deve essere il più umile, il più impacciato, il più irregolare, il più ostacolato – il più in disparte anche, ecco, in disparte, ma non al di fuori, anzi proprio dentro il suo secolo, e tuttavia, senza dubbio, sostanzialmente in disparte; il cammino della sua vita sarà difficile e oscuro – Signore e signori, ecco a voi Cézanne.
Paul Cézanne nato nel 1838 – morto nel 1906. Un solitario. Un solitario senza averlo voluto, un solitario suo malgrado. Si deve insistere su questa solitudine: non orgogliosa, non meditata, una solitudine subita, e per questo già così particolarmente significativa. Come potrebbe colui che anticipa il suo tempo non esserne al di fuori? Come potrebbe colui che, in mezzo al peggior disordine, tenta appassionatamente (e con quella strana miscela di consapevolezza e incoscienza, di apparizioni improvvise che si alternano alla completa oscurità) di ristabilire l’ordine dentro sé, spendendosi completamente, sfinendosi, e non riprende le forze se non per consumarle di nuovo – come potrebbe costui ancora comunicare liberamente – allorquando tutto ciò che lo circonda si rifiuta di riconoscerlo e pure lui stesso non vi si riconosce?
Abbiamo visto che la sola disciplina possibile, nelle epoche di grande dissipazione, è quella che ognuno si dà da solo – è uno sforzo, è una tensione costante – è di volta in volta la speranza di farcela, la disperazione di avere fallito – è soprattutto il bisogno di non essere distratti.
Signore e signori, la vita di Cézanne è quella di un uomo che non può essere distratto – definizione molto semplice, ma che mi pare calzante. Nel momento in cui prende coscienza di sé stesso, e assai tardi, verso i quarant’anni, durante la piena fioritura dell’impressionismo – nel momento in cui l’insoddisfazione per le produzioni di quella scuola gli fa capire di aver sbagliato ad aderirvi, avendo dato almeno l’impressione di avervi aderito, giacché lui non vi ha mai aderito se non esteriormente – che cosa fa? Scompare. Non si sa più niente di lui. Ritorna nella sua città di Aix, dove è nato, dove morirà, nel pieno cuore di questa Provenza rocciosa da cui cui trarrà, ormai esclusivamente, le sue fonti di ispirazione. Trent’anni, in completa solitudine, morale ancor più che materiale, ridicolizzato dai suoi conterranei, incompreso anche dalla sua gente, otto ore ogni giorno, in piedi all’alba, a letto la notte, con la regolarità di un impiegato, si dedicherà alla realizzazione della sua opera (la parola realizzazione è proprio quella che usava lui), cioè a fissare sulla tela e sulla carta gli elementi essenziali di un modo di sentire. Ed è a Aix che molto tardivamente la gloria va a cercarlo – non la celebrità – lui non è mai stato celebre – forse non lo sarà mai: intendo l’ammirazione riconoscente di una piccola élite a cui ha illuminato il cammino – ma forse è questa la vera gloria. Gli arriva proprio all’ultimo momento, qualche anno prima della sua morte. Quasi non ne prende atto, perché essa riguarda malgrado tutto ciò che per lui è il passato, l’opera compiuta, e lui è rivolto completamente verso l’opera che gli resta da fare, i nuovi progressi da realizzare, fino al giorno in cui cade, con il pennello in mano.
L’annullamento davanti alla sua opera, il dono totale della sua persona, l’abnegazione più completa, la rinuncia più assoluta a ogni altra soddisfazione se non quella che gli deriva e così raramente! da quella stessa opera, ecco l’uomo Cézanne. Una vita di una grandezza impressionante, seppur così modesta, e apparentemente così insignificante – mi rimprovererei se non l’avessi ribadito. Ma il caso di Cézanne non ci interessa solo per questo, e senza misconoscerne l’importanza eccezionale del carattere, lui è altro e più di questo: dobbiamo ben arrivare al pittore. Com’è difficile parlare di ciò che si ama, di ciò che si vuole, di ciò che si crede almeno di percepire! Difficile parlarne con parole precise, con frasi esplicative, difficile veramente far arrivare alla sfera intellettuale ciò che attiene alla sfera del sentimento! Sono, per questo pittore, le cose più umili (ma non scelte perché sono umili, semplicemente perché sono quelle che il caso gli mette più frequentemente davanti), le cose quindi più quotidiane, spesso cose inanimate, delle mele su una panca, un teschio su una tovaglia, dei bicchieri, un coltello, un pezzo di pane – o una donna che cuce su una vecchia poltrona, dei contadini che giocano a carte, un bambino con il grembiule nero, un foulard bianco intorno al collo – o ancora il paesaggio che intravede dalla sua finestra – sono per questo pittore le prime cose che gli capitano a tiro, e subito si piazza davanti a esse. E subito egli sembra svuotarsi di tutto ciò che poteva sapere, di tutte le ricette apprese, di tutte le modalità impiegate prima di lui: più che il confronto, il faccia a faccia, tra un povero uomo spogliato di ogni prestigio, di ogni credito – e l’oggetto esterno. Ma realmente l’oggetto. Non l’oggetto visto attraverso un modello, l’oggetto già recepito grazie ai ricordi di trasposizioni analoghe, ma un oggetto tutto nuovo, un oggetto visto come per la prima volta. E tutto avviene, allora, tra la percezione che ne ricaviamo e i modi di renderla che all’occorrenza ci inventiamo da soli.