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Ernesto Sabato, la classe media e la dittatura

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di Alberto Prunetti

In seguito alla recente scomparsa dello scrittore argentino Ernesto Sabato – lo scrivo senza accento sulla prima “a”, come d’uso in Argentina – molti blog letterari italiani, a cominciare da Nazione Indiana, hanno pubblicato articoli che commentano la vita e l’opera di questo scrittore. Sul valore dell’opera di Sabato non ho niente di aggiungere a quanto ho letto, perché sono consapevole della qualità della sua narrativa. Ho trovato invece gli articoli italiani lacunosi nella descrizione del profilo politico-biografico di Sabato. Mentre in Argentina alcune scelte di Sabato durante la dittatura di Videla sono state estremamente criticate, in Italia l’autore de Il Tunnel viene ricordato solo per i suoi meriti letterari o per la sua introduzione al rapporto Nunca más, che ne farebbe ipso facto un campione dei diritti umani.

Verifica dei poteri 2.0: Matteo Di Gesù

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[Matteo Di Gesù risponde alle Cinque domande su critica e militanza letteraria in Internet a proposito di Verifica dei poteri 2.0; qui le risposte precedenti.]

1. Le linee fondamentali di questa ricostruzione ti sembrano plausibili?

Sì: il saggio offre una ricostruzione esauriente, si fonda su presupposti adeguati e condivisibili ed è criticamente incisivo.

2. Quando e perché hai pensato che Internet potesse essere un luogo adeguato per “prendere la parola” o pubblicare le tue cose? E poi: è un “luogo come un altro” (ad esempio giornali, riviste, presentazioni o conferenze…) in cui far circolare le tue parole o ha delle caratteristiche tali da spingerti ad adottare delle diverse strategie retoriche, linguistiche, stilistiche?

Non sono stato né un pioniere né un apocalittico: ho cominciato a pubblicare su internet quando se ne è presentata l’occasione, all’inizio anche con una dose di curiosità per il nuovo “luogo” di pubblicazione e soprattutto per il tipo di ricezione che poteva determinare (e parlo di tipologie di testi piuttosto diversi: saggi accademici, recensioni, articoli).

L’Israeliano Napolitano

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di Luca Galassi

Elevare lo status del rappresentante palestinese in Italia a quello di ‘ambasciatore’ può essere un mero escamotage formale. Perchè, in sostanza, lo Stato palestinese non esiste. Che la formula sia “riconosciuta dal governo israeliano” è una conferma al gattopardesco rituale degli incontri diplomatici. Napolitano è stato ieri in visita in Israele e in Cisgiordania. Se al presidente palestinese ha promesso un nuovo rango per la sua feluca – “un altro regalo che ci fa l’Italia”, ha commentato in modo assai infelice Abu Mazen – agli israeliani Napolitano, nel corso dell’incontro a Gerusalemme dal titolo “Italia e Israele, da 150 anni insieme”, ha ricordato i legami storici tra Mazzini e Herzl. Perché Italia e Israele dovrebbero essere legati da 150 anni di storia, cultura, politica comune? Che c’entra il patriota italiano con il teorico e fondatore del sionismo?
Chi conosce la storia del sionismo e dello Stato di Israele risponderebbe senza esitazione: c’entrano molto poco. Eppure, metterli insieme, accomunarli in modo arbitrario, deliberato e sgangherato, sancire una comunità di ideali e di aspirazioni tra Mazzini e Herzl – oltreché far correre parallele le storie di due nazioni il cui processo di costruzione è agli antipodi – ha un suo preciso significato.

Georges Méliès Le Voyage Dans La Lune [ 1902 ]

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[ apologia dell’immaginazione visionaria e dell’ironia&elogio dell’inattuale in tempo di croniche ]

JULES VERNE
Dalla Terra alla Luna, tragitto in 97 ore e 20 minuti

[traduzione di C. o forse G. Pizzigoni – Edizioni Paolo Carrara, Milano, 1872]
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Capitolo V. IL ROMANZO DELLA LUNA

[…] L’astro delle notti, per la sua vicinanza relativa e lo spettacolo rapidamente rinnovato delle sue fasi diverse, a bella prima ha diviso col Sole l’attenzione degli abitanti della Terra; ma il Sole stanca lo sguardo e gli splendori della sua luce obbligano i contemplatori a chinare gli occhi.

Nuovi autismi 1 – I nostri cancri

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di Giacomo Sartori

Nella mia città abbiamo tutti il cancro. È per via degli ormoni nell’acqua del rubinetto. Le donne prendono la pillola per non avere troppi bambini, e poi corrono al gabinetto a fare pipì, e la pipì finisce nel fiume. Fin lì non ci sarebbero grossi inconvenienti, perché la femminizzazione dei pesci maschi e i cancri dei pesci ambosessi costernano ormai solo qualche occhialuto ittiologo. Poi però l’acqua del fiume rifinisce nel rubinetto: tu la bevi e ti viene il cancro. Naturalmente ci sono gli impianti di depurazione, ma molte porcherie restano pur sempre nel rubinetto, checché ne dicano i pieghevoli entusiastici dell’agenzia per l’ambiente. La prima è stata Isa. Insomma, la prima del nostro giro, perché come è ovvio prima di lei ce ne sono stati infiniti altri. Cancro al seno. Lei se lo aspettava, perché anche sua madre aveva avuto un cancro al seno. Se lo aspettava fin da piccola, quando appunto sua mamma l’ha lasciato sola con il padre che era depresso cronico. Era convinta che il tumore al seno le sarebbe venuto alla stessa età della madre, e invece si è manifestato solo due anni dopo, perché la natura

Un’altra Galassia – Festa del libro e degli scrittori a Napoli

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“Un’Altra Galassia – Napoli Sotterranea” nasce dalla volontà di un collettivo di scrittori e giornalisti, supportati da un imprenditore locale, per ridare alla città di Napoli una festa del libro.

Una festa della città per restituire la letteratura alla città. Assolutamente indipendente: organizzata senza alcun tipo di patrocinio e finanziamento pubblico.

Quattro scrittori (Rossella Milone, Valeria Parrella, Piero Sorrentino e Massimiliano Virgilio), due giornalisti (Pier Luigi Razzano e Francesco Raiola) e il presidente di Napoli Sotterranea (lo speleologo Enzo Albertini) hanno pensato a una festa di tre giorni che si svilupperà nel centro di Napoli, lungo il Decumano superiore: da Port’Alba a Piazza San Gaetano, con la collaborazione delle librerie napoletane.

Nota per un libretto delle assenze

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Pubblicata sul nuovo numero di Fresco di Stampa.

L’estetica sovietica e il corpo sequestrato

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di Lorenzo Pompeo

A proposito di due mostre

Pensare l’estetica sovietica, ovvero la facciata celebrativa del regime, come semplice frutto di una decisione presa dai vertici del PCUS o da Stalin in persona rappresenta una semplificazione che nasconde un errore di valutazione. Più correttamente andrebbe considerato un concorso di circostanze e di persone che la edificarono in modo non sempre premeditato. L’opera della scultrice Vera Muchina realizzata per l’Esposizione Internazionale «Arts et Techniques dans la Vie moderne» (1937) di Parigi, L’operaio e la Kolchoziana, divenne una vera e propria icona dell’epoca sovietica (fu scelta anche come simbolo della Mosfilm, la più importante casa di produzione cinematografica della Russia sovietica) e del realismo socialista.

BWV 881

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A che punto del discorso. Poeti italiani di oggi

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Domenica 15 maggio
Dalle ore 16 in poi
presso Caffè dell’Ussero, Lungarno Pacinotti 27, Pisa

Differenze in movimento

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14 maggio 2011 ore 18
presso IREOS
Via Dei Serragli, 3 Firenze – www.ireos.org

Tavola rotonda su
Queer in Italia. Differenze in movimento,
a cura di Marco Pustianaz, Pisa, EDIZIONI ETS, 2011
Ne parlano Liana Borghi, Samuele Grassi, Eleonora Pinzuti, Fabrizio Ungaro

www.edizioniets.com

aperitivo al termine

The bomb

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La Bomba
di
Simon Lane
traduzione di Anna Costalonga

La bomba esplose proprio accanto a me. Non ne sapevo niente, o quasi.
Era una bomba potente e ne rimasi disintegrato.
Non c’è niente come la morte, a farti vedere le cose in prospettiva. Se avessi saputo allora ciò che so ora, mi sarei concesso il lusso di un taxi, ma si sa, l’accortezza è sempre una dote effimera.
A quanto pare, riuscirono a ritrovare i miei denti. Avevo intenzione di andare per un po’ dal dentista, da quando un amico mi aveva fatto notare le macchie di tabacco sullo smalto dei miei incisivi inferiori. Buffo, che solo i miei denti fossero rimasti alla posterità. Quello che accadde al resto del mio corpo rimane un mistero.
Sparii in mille pezzi che volarono dappertutto. A esser franco, non mi va neanche di pensarci.

Farsi una striscia

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di Gianni Biondillo

Striscia la notizia è un programma di satira. Dire il contrario è da fascisti. Striscia è un programma di controinformazione, altro che WikiLeaks. Le Veline sono un dispositivo satirico, non rendersene conto è da sfigati e da incompetenti. Non è vero che gli autori della trasmissione, veri intellettuali multimediali, fanno mostrare tette e culi alle Veline per il becero piacere degli spettatori maschi, ma quando mai! Basta leggere i commenti che i raffinati ammiratori del programma lasciano su youtube, quando autonomamente e per la gioia di tutti noi raccolgono gli stacchetti delle veline danzanti. Un profluvio di aforismi filosofici, eleganti e pungenti, in evidente contrapposizione ai luoghi comuni imperanti in tv, un vero e proprio attacco al cuore del potere costituito, una esaltazione delle doti intellettuali delle donne in Italia, dei loro talenti, dei loro sogni.

Ve ne elenco alcuni:
• mi sa che mi sego
• Secondo me Mammuccari è ricchione a lasciare thais……
• voglio un film con loro e cicciolina

Radio Londra : Digital Pression

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On air- di effeffe

Street-Fightin’ Press?
Dal “Trojan Journalism” al disprezzo di classe
di
Paolo Mossetti

Qualche settimana fa ho notato una foto, nella sezione “culturale” dell’Evening Standard: erano ritratti otto ragazzi, sui venti anni, seduti su una scalinata di un palazzo medievale. Erano vestiti, da buoni londinesi “intellettuali”, in uno stile un po’ casual-sciatto; erano tutti sorridenti; due di loro maneggiavano un cellulare; una giovinetta aveva un pc sulle ginocchia: «Stiamo parlando di tecnologia», sembrava dirmi. Chi erano costoro? Erano loro quelli che lo Standard chiamava, con un bel titolone, Clicktivists, attivisti del “click”. Ecco i volti nuovi della protesta di questi mesi: coloro che usano i social network come Facebook o Twitter per organizzare manifestazioni, coordinarsi, promuovere scioperi.
Contava poco il contenuto dell’articolo, quanto il messaggio di quella foto: vedete, ecco la parte decente della protesta, ecco quelli che non spaccano le vetrine, che non puzzano. Ci sono, eccome se ci sono! In fondo, basta cercarli. Sono loro il futuro, paura bisogna non averne!

L’esordiente, di Raul Montanari

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di Mauro Baldrati

“Livio Aragona, lei è… il miglior gialllista italiano!”
Glielo dice una signora adorante, ma continuano a ripeterglielo lettori, conoscenti, editori. “Torni a scrivere i suoi gialli” gli gridano dietro gli ospiti caciaroni di un delirante salotto televisivo dove lui partecipa come “opinionista”.
A nulla valgono le sue proteste, le sue spiegazioni. Io non sono un giallista! ripete, digrignando i denti. Ma nessuno lo ascolta. Nessuno è interessato. Livio Aragona scrive gialli, punto e basta.
E’ questo l’ambiente dove vive, lavora, ama, si arrabbia il protagonista dell’ultimo romanzo di Raul Montanari, L’esordiente. Un mondo diviso in schemi, dove nulla sembra chiaro e definito e tutto sfugge, si sfilaccia. Si nebulizza. Livio Aragona è uno scrittore-scrittore, una figura classica, molto moderna ma – proprio per la sua modernità di aristocratico della giovinezza – condannato a dibattersi in un mondo morente. Il mondo dei premi letterari, anzi, del Premio (…), il cui nome completo è impronunciabile, pena lo scatenamento di ogni sventura possibile. Ha cinquant’anni, vuole vincerlo a tutti i costi, il Premio (…), perché sarebbe il coronamento della sua carriera. Però ha un problema: Livio Aragona scrive gialli. E il giallo è considerato letteratura “bassa”, di serie B.

In difesa dell’usignolo. E di una conchiglia.

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Riflessioni su poesia ed esperienza, a partire da una recente antologia dell’Illuminista.

di Marco Mantello

Il tempo futuro è contenuto, tutto ma proprio tutto,  nel tempo passato? E davvero il talento individuale deve per forza correlarsi a una data idea di tradizione, ora italiana,ora europea, ora occidentale?
Ora un’idea di talento individuale come perenne fattore di rottura rispetto ai fantasmi del ‘sublime aulico’ e del ‘naturalismo’, sulla base di un’inconfessata linea di continuità fra modelli di lirica pura, alla Valery e teorizzazioni della riduzione dell’io da parte di esponenti delle neoavanguardie storiche, nella cui opera si sommavano sovente il critico e il poeta; ora un’idea di talento individuale come fattore di accrescimento e continua ridefinizione a posteriori di una tradizione, in base a datazioni convenzionali e a grandi eventi, cui si collega lo studio testuale della lirica del ‘900, ovvero la ricostruzione di tendenze, quali l’assorbimento di istanze narrative e prosastiche, la tendenza della poesia a farsi prosa e del romanzo ‘ad aspirare alle condizioni di prosaicissima poesia’. Ora infine un’idea di talento individuale come riadattamento al presente, in chiave realistica e sperimentale, di forme e stili del passato.
Nel primo caso sembra davvero che talune rispettabili, quanto risalenti cristallizzazioni del ‘lirico’ novecentesco in parte confluite oggi, nella prefazione a una recente antologia di poeti degli anni 00,  accompagnino la fondazione di presunti ‘canoni nuovi’, per la mia generazione e per quelle successive, quasi che una tradizione culturale, quella delle neoavanguardie storiche, pretenda di rigenerarsi sulle ceneri di un fantasma.

TQ – fenomenologia di una generazione letteraria allo specchio: Simone Barillari

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Per un nuovo pubblico
di
Simone Barillari

Si è fatto molto parlare, nelle riunioni e nel forum di TQ, di penetrare maggiormente nella società italiana, di aumentare il numero dei lettori, e sono state anche individuate aree e pratiche di intervento sociale degli scrittori. Mi chiedo però se non debba essere presa in considerazione anche una possibilità di intervento che non sia solo orizzontale, per ampliare il pubblico, ma verticale, per innalzarlo – una linea migliorista (una “linea elitista”?), minoritaria e complementare rispetto alla giusta, indispensabile “linea azionista” di TQ, ma forse non meno importante, e non meno impervia.

Innamorarsi del diavolo

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di Francesca Matteoni

Come immaginare il diavolo? Secoli di credenze stregonesche e persecuzioni ce lo consegnano variamente quale signore distinto, ibrido tra uomo e animale con zoccolo fesso al posto del piede o addirittura con gambe e corna di caprone, cane nero, presenza sinistra munita di artigli per marchiare a sangue i suoi seguaci, bestia di lussuria e malvagità. Alla fine del 1700, secolo dei lumi e delle rivoluzioni, il diavolo ha ancora qualcosa da dire, almeno nella letteratura se non più dal palcoscenico di accuse e processi; ha ancora una varietà di forme da assumere per tentare l’essere umano. Eccolo così ne Il diavolo innamorato del francese Jacques Cazotte, pubblicato per la prima volta nel 1772 e riproposto in italiano in un’edizione curata e tradotta da Isabella Mattazzi, opera che mescola al suo interno il meraviglioso al pensiero libertino, il racconto d’amore all’ambiguità e al potenziale orrore del demoniaco.

Armand Gatti a Udine

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testo e foto di Danilo De Marco (+ un ritratto di Altan)

Figlio di emigrati piemontesi, il padre Augusto anarco-pacifista – figura determinante a cui ha dedicato una pièce: «La vita immaginaria dello spazzino Augusto G.» Armand Gatti rientra dagli Stati Uniti dopo aver assistito all’impiccagione dei fratelli Vittorio e Alfonso anarchici e immigrati italiani, accusati come i più celebri Sacco e Vanzetti  (“il giorno in cui seppe della loro esecuzione  mio padre mi annodò un fazzoletto nero intorno al collo”) di essere responsabili di atti che non avevano commesso.  Di più: durante uno sciopero viene sequestrato

Stranieri in patria

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di Helena Janeczek

Si trovano all’angolo della piazza, davanti alla filiale della Banca Popolare di Bergamo, già Credito Varesino, non appena smette di piovere. Restano lì a fare grappolo, perché le due panchine non basterebbero per ospitarli, ma soprattutto perché non sono come le sedie attorno al tavolo di un circolo, di quelli che in centro sono scomparsi. Discutono di calcio e di politica, commentano i temi del giorno secondo quanto ha detto il tg o la “Prealpina” sbirciata sul banco di qualche bar-tabacchi. Il delitto di Avetrana, l’età di Ruby, la guerra contro Gheddafi, le prossime elezioni comunali. Formano un coro di accenti siciliani, calabresi e campani, alcuni così stinti dalla residenza in Alta Italia che è impossibile attribuirne un’origine, salvo la certezza che sia meridionale. Pensionati, prepensionati, ex operai delle aziende che la crisi, una alla volta, ha fatto sbaraccare. Magari qualcuno è stato anche postino, bidello, usciere: beneficiario, in pratica, di uno di quei posti fissi su cui si fonda l’assioma che “i terroni non hanno voglia di lavorare”.

Un Plot d’esecuzione: Attilio Del Giudice

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Progettare il plot- Pittate di Attilio Del Giudice

Ah, bene bene!
di
Attilio del Giudice

La notte del mio ventunesimo compleanno, intorno alle due, minuto più minuto meno, ho ucciso i miei genitori.
Devo dire che nel progetto avevo scartato ogni modalità che implicasse brutalità e truculenza, infatti, per quello che dovevo fare, ho scelto la via più semplice, precisa e quasi indolore: il monossido di carbonio, praticamente il gas di città.
Nella parete divisoria tra la camera matrimoniale e lo studio c’è un buchetto, appena al di sopra del battiscopa, dove passa il filo dell’antenna parabolica della televisione. Ho tagliato il filo e ho inserito nel buchetto un tubicino di metallo, dal quale ho fatto partire un flessibile di gomma, che ho collegato con la valvola del gas. Dopo essermi accertato, verso l’una e mezza, che i due fossero ormai preda di un sonno profondo e che tutte le finestre fossero sbarrate (mio padre, dopo una rapina in una villa vicino casa, si prende cura ossessivamente, tutte le sere, di sprangare ogni possibile accesso al nostro appartamento), ho aperto la valvola e sono uscito.