di Daniele Ventre
Mi capita di avere tra le mani un vecchio libro di Marvin Harris, Cannibali e re (la prima edizione italiana risale al 1979, l’opera in sé, Cannibals and Kings – The Origin of Culture, è del 1977). La tesi di fondo, che collega l’evoluzione culturale umana alla disponibilità e alla tipologia di risorse alimentari sul territorio, per quanto abbia lasciati aperti alcuni problemi, contiene spunti di riflessione irrinunciabili. Nel variegato “umanario” socioantropologico indagato da Harris, due tipologie di figure legate alla distribuzione di risorse spiccano: i mumi, grandi uomini, capi guerrieri e dispensatori di banchetti presso gli indigeni melanesiani, e i dominatori dei dispotici imperi precolombiani in cui era pratica comune il sacrificio umano su larga scala. Harris osserva anzitutto come, dall’originario status di grande dispensatore, il capotribù evolva trasformandosi in un monarca che dell’antico donatore di beni conserva solo il nome, perché di fatto la maggior parte delle risorse sono sotto il suo controllo, avviate nel circuito di un sistema tributario e investite per lo più nell’apparato militare che consente di mantenere in piedi l’ordine statuale per come è venuto delineandosi. Ovviamente, nella sua forma ordinaria, l’evoluzione delle società primitive, che dal mumi porta al re, ha come contraltare effettivo la possibilità di una gestione mirata della produzione: il differimento dell’accesso diretto all’alimentazione implica (secondo lo scontatissimo apologo biblico di Giuseppe) la disponibilità di risorse già immagazzinate per eventuali anni di vacche magre, o quantomeno la possibilità di una ridistribuzione un po’ meno irrazionale di un surplus di prodotti destinati, altrimenti, al macero e alla marcescenza, se non alla rapina. Il caso degli Aztechi, con la loro industria del sacrificio come macellazione cannibalica organizzata, ha delle caratteristiche peculiari: per usare le parole di Harris “…l’America centrale si trovò… di fronte a un esaurimento delle risorse di carne animale più grave che in qualsiasi altra regione. La crescita demografica costante e l’intensificazione della produzione… eliminarono la carne animale dalla dieta della gente comune… La redistribuzione di carne delle vittime sacrificali può avere in effetti aumentato il contenuto di grassi e proteine della popolazione azteca? Se la popolazione della valle del Messico era di 2 milioni di abitanti e il numero di prigionieri disponibili… ammontava annualmente a soli 15000, la risposta è negativa. Ma il problema è mal posto. Il punto non è in quale misura queste redistribuzioni cannibalistiche contribuivano alla salute e al vigore del cittadino medio, ma in quale misura il rapporto costi-benefici del controllo politico migliorava sensibilimente in séguito all’uso di carne umana per ricompensare gruppi scelti in periodi cruciali. Se tutto ciò che ciascuno poteva aspettarsi era un dito o un alluce ogni tanto, il sistema probabilmente non avrebbe funzionato. Ma se la carne veniva fornita in grande quantità alla nobiltà, ai soldati e al loro entourage, e se l’offerta veniva sincronizzata per compensare i deficit del ciclo agricolo, Moctezuma e la sua classe dirigente mantenevano abbastanza credito per evitare il crollo politico” .














