Le confessioni di Antonio Iovine
di
Rosaria Capacchione
Parla da capo, rivendica il suo ruolo di mediatore di conflitti, si dichiara disponibile a parlare di cose che conosce e poi infila una lunga serie di «non lo conosco», negando accuse, conoscenze, frequentazioni mafiose. Si mostra gentile e aperto al dialogo, non dice nulla ma in qualche caso allude. Per esempio, quando parla della rete di protezione che gli ha garantito quindici anni di tranquilla latitanza. È un assolato e caldissimo giorno di agosto, il 3 per la precisione, quando per la prima e unica volta Antonio Iovine, uno dei capi del cartello casalese, incontra il suo accusatore, il sostituto procuratore Antonello Ardituro. Un faccia a faccia da lui stesso richiesto per raccontare alla maniera dei mafiosi i retroscena di una vicenda minima, se vogliamo, che lo vede protagonista e imputato: l’usura in danno di un odontotecnico. A offrire il pretesto per squadrarsi e studiarsi vicendevolmente è l’avviso di chiusura delle indagini. Anche in caso di condanna, nulla cambierebbe per il Ninno bello, ergastolano con sentenza passata in giudicato. Ma l’elegante e raffinato camorrista, l’uomo delle lunghe vacanze a Parigi e delle serate al Gilda che iniziò a sparare e uccidere quando era ancora un ragazzino, non ha saputo resistere alla tentazione di guardare negli occhi il magistrato che era riuscito a interrompere la sua lunga e placida fuga.











