di Dario Accolla
Quello che pochi sanno è che quando nacque il primo Partito Popolare, ad opera di don Luigi Sturzo, si voleva fondare non tanto un partito cattolico bensì di cattolici, indipendente dalla chiesa e aconfessionale (come si legge in F. Catalano, Storia dei partiti politici italiani, Eri, Torino, 1965, pp. 307-308). Un soggetto con un programma chiaro su lavoro, nel nome dell’armonizzazione sociale tra industria e lavoro retribuito, tra lavoro in fabbrica e lavoro in campagna, tra esigenze sociali collettive e rispetto della proprietà privata. Come diremmo oggi, un partito riformista, lontano dal concetto di lotta di classe: un partito di massa.
Sempre in pochi sanno che, una volta andato in parlamento – e siamo agli inizi degli anni ’20 – quel partito vide paralizzata la sua azione politica tra chi intendeva l’azione del partito in senso clericale e conservatore e chi, invece, voleva portare un rinnovamento in una società in profonda trasformazione, che da pochi anni aveva aperto i seggi elettorali, e la democrazia, al suffragio universale maschile e alle classi operaie che si volevano sottrarre all’altro astro nascente della politica italiana, il Partito Socialista.












