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L’amore, un’estate

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di Gianni Biondillo

William Trevor, L’amore, un’estate, trad. Laura Pignatta, Guanda editore, 2009, 217 pag.

Il rapporto conflittuale che ha un autore con la lingua con la quale scrive si fa ancora più complesso quando la lingua che usa è quella che gli è stata imposta dalla Storia. Però spesso tutto ciò può diventare una ricchezza per un artista. Le condizioni di margine, rispetto a un centro coloniale, si stratificano arricchendo il codice linguistico, creando di conseguenza nuove profondità. Questo spiega, per me, il perché la letteratura irlandese ha saputo dare così tanto alla lingua inglese. Nel mondo anglosassone Willian Trevor è considerato uno dei più grandi autori viventi. Eppure, leggendo L’amore, un’estate, ci si chiede: dove sta il fascino delle sue narrazioni?

I cuori infranti di Rosetta Loy

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di Chiara Valerio

Sui destini degli individui, la letteratura ha pretese assai più potenti dell’esperienza stessa. Esercita un’azione esaltante ma spietata. (…) A confronto con la letteratura, la realtà empirica, ingiuriata per millenni dai poeti, è capace persino di mostrarsi costante, clemente, cordiale. (L. Koch, Abitare fra gli archetipi). Cuori infranti di Rosetta Loy (nottetempo, 2010) è un distico di favole nere, in cui l’amore vince su ogni altra cosa e nel quale ogni altra cosa è la vita degli altri. Un libro che vanta e ottiene pretese sugli accadimenti, sui gesti, sulle esitazioni. Racconta due delitti della nostra storia recente quasi fossero fiabe per la notte, la strage di Erba e il delitto di Novi Ligure.

Nagasaki

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di Marco Belpoliti

[il 29 di questo mese esce, per i tipi di Guanda, il nuovo libro di Marco Belpoliti, del quale ci aveva già anticipato un testo circa un anno fa, qui. Oggi ci regala un altro capitolo in anteprima. G.B.]

La città della bomba atomica per antonomasia è Hiroshima. Di Nagasaki, la sua sventurata gemella, se ne parla molto meno, forse perché rare sono le testimonianze del suo annientamento.
Alle ore 11.02 del 9 agosto 1945, tre giorni dopo la distruzione di Hiroshima, un aeroplano americano sgancia su Nagasaki una bomba due volte più potente della precedente. L’ordigno è in realtà destinato a un’altra città, Kokura, ma le condizioni meteorologiche conducono l’aeroplano con la bomba su un bersaglio alternativo. Arriva su Nagasaki in tarda mattinata, ma anche qui ci sono nuvole troppo spesse: non si vede niente. L’equipaggio sta per rinunciare, per tornare indietro, dato che il carburante scarseggia, poi, all’improvviso, il cielo si apre. Una schiarita che quel giorno deve aver rallegrato gli abitanti della sfortunata città . I piloti inquadrano le case sotto di loro e sganciano.
Lo scoppio avviene a un’altezza di 500 metri dal suolo. L’area colpita è vasta 7 chilometri quadrati, e nel suo epicentro si sviluppa un vento esplosivo della velocità di 440 metri al secondo, che trascina ogni cosa o persona. Resta in piedi solo il torii del santuario di Sanno, il portale sacro scintoista, disposto parallelamente alla direzione da cui proviene l’onda d’urto, che anticipa l’esplosione vera e propria.

mi cercarono l’anima a forza di botte

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di Saverio Fattori

Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte. In molte città italiane vennero affissi cartelli con queste parole. Le parole di De André accompagnano la fine di Stefano Cucchi, arrestato al Parco degli acquedotti di Roma il 15 ottobre del 2009 per venti grammi di hashish e mai più reso alla famiglia. E mai titolo poté essere così folgorante. Stefano Cucchi assassinato dallo Stato. Il cartello chiudeva con questa frase.

Ora anche basta però

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via Metilparaben, via Don Zauker. edit: crediti completi nella pagina originale del video.

Missione Cernobbio

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di Mauro Baldrati

Il taxi procede in colonna, a passo d’uomo, verso l’ingresso. Il vialetto è presidiato dalle guardie, probabilmente carabinieri in borghese, che controllano i documenti.
Siamo quasi arrivati al posto di blocco. Non vedo perquisizioni, o passeggeri fatti scendere dai taxi o dalle berline scure. I controlli devono essere discreti, e rispettosi. La sicurezza va garantita, ma si tratta pur sempre di persone importanti. E le persone importanti hanno questa caratteristica: pretendono la sicurezza ma odiano essere importunate.
Quando arriva il nostro turno una guardia si abbassa per guardare nell’abitacolo. Dice “buon giorno”, cui rispondo educatamente, rilassato, come sempre. La mia identità è sicura, è stata analizzata a lungo, e sottoposta a verifiche. Io sono Gunther Meyer, dottore commercialista residente a Milano, invitato a un convegno internazionale all’hotel Villa d’Este di Cernobbio. La guardia mi chiede la carta d’identità, che ho già preparato. Gliela porgo. Lui la studia brevemente, controlla sulla lista degli invitati. Il mio nominativo è presente, è regolare. Sono uno dei tanti professionisti che gli ordini invitano ogni anno a questo convegno internazionale di personalità dell’economia e della politica. Qui, mi ha detto il dottor Mustafà, il mio intermediario, ci sono industriali potenti, ministri, che discutono del futuro dell’economia globale.

Tre referendum per l’acqua pubblica

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Il 24 Aprile parte in tutta Italia la raccolta firme.

Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, costituito da centinaia di comitati territoriali che si oppongono alla privatizzazione, insieme a numerose realtà sociali e culturali ha deciso di promuovere 3 quesiti referendari, depositati presso la Corte di Cassazione di Roma mercoledì 31 marzo 2010. Sosterranno tale iniziativa anche diverse forze politiche.

Po(pò) Polar- Raymond Queneau e Rita Pavone

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Intervista
traduzione di effeffe
Pierre Dumayet : C’è una grande distanza tra quello che si chiama generalmente linguaggio poetico e il suo, provo a fare un timido esempio, con questo suo poemetto, Ho proprio rischiato di annegare nel Mar Mediterraneo, e che ora leggerò:

“Le ciel qui couvait des colères sanglantes
commençait à remuer ses sommets et ses pentes
je restais emmerdé sans pouvoir revenir”

Pierre Dumayet : Lei ha la pretesa di essere assolutamente “classico”
Raymond Queneau : Cosa c’è di non classico qui dentro?
Pierre Dumayet: Le ponevo una domanda…
Raymond Queneau : Non capisco, perché non dovrebbe esserci del classico… certo una parola così, ma ce ne sono in tutta la poesia francese, di sicuro non nei manuali di liceo…
Pierre Dumayet : Ecco, è proprio questo, come mi diceva prima della differenza che c’è tra la poesia che si conosce attraverso i manuali e quella che lei considera della vera poesia da sempre esistita…
Raymond Queneau :Ah non credo di fare della poesia che si possa insegnare a scuola, ma c’è tutto un campo della poesia che è messo un po’ ai margini e che talvolta si perde, non si trova nei manuali, come una parte della poesia greca…

Curriculum vitae

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di Gabriel Ferrater

Gabriel Ferrater (Reus, 1922-San Cugat, 1972) non è solo il più importante poeta catalano della seconda metà del XX secolo, ma uno dei più grandi poeti europei del suo tempo. Traduttore, linguista e poliglotta, critico letterario e critico d’arte, Ferrater, giunse relativamente tardi alla poesia; pubblicò la sua intera opera in versi nel giro di pochissimi anni, tra il 1960 e il 1968. Di un’intelligenza folgorante e di una personalità allo stesso tempo anarchica e disciplinata, tenera e narcisistica, spirito antiromantico, amante della poesia medievale (Ausiàs March) e di Shakespeare, fondò la sua poetica sul dato autobiografico e la radiografia storica, sul desiderio, l’amore, il sesso, la memoria e l’oblio. Aveva sempre detto che è immorale oltrepassare i cinquant’anni. E mantenne fede alla parola, suicidandosi il 27 aprile del 1972 nel suo appartamento di San Cugat del Vallès. Un atto, quindi, tutt’altro che disperato, quanto piuttosto morale, di una moralità priva di ogni lusso contemplativo. Un po’ come la sua poesia che, come lui stesso ha affermato, deve sempre «essere chiara, sensata, lucida e appassionata», attenta al movimento degli uomini e delle donne, capace di elevare al massimo grado l’energia emotiva della lingua, senza per questo corrompere con un eccesso di partecipazione il centro dell’immaginazione.

Pensieri di mortali

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di Gherardo Bortolotti

Questioni di censura

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di Ethan Zuckerman

Il recente intervento del segretario di Stato Hillary Clinton sulla libertà di internet è un segno del forte interesse del Dipartimento di Stato Usa verso l’utilizzo di internet per promuovere riforme politiche in società chiuse ed autoritarie. E’ naturale che il Dipartimento di Stato guardi ai progetti di sistemi per eludere la censura su internet. Il New York Times segnala che un gruppo di senatori chiede al Segretario di utilizzare i fondi esistenti a sostegno dello sviluppo dei programmi per aggirare la censura, tra cui Tor, Psiphon e Freegate.

Ho passato buona parte degli ultimi due anni studiando i sistemi di elusione della censura su internet. Con i colleghi Hal Roberts e John Palfrey ho eseguito uno studio che mette a confronto i punti di forza e di debolezza dei diversi strumenti. Gran parte del nostro sforzo è finalizzato al coordinamento tra gli sviluppatori di questi strumenti e chi ha bisogno di questi strumenti per pubblicare contenuti sensibili.

Sono del tutto convinto che abbiamo bisogno di strumenti anticensura solidi, anonimi e di facile utilizzo. Ma credo anche che abbiamo bisogno di molto di più di semplici strumenti per aggirare la censura e temo che i tecnologi e i finanziatori si concentrino solo su questo aspetto della libertà su internet a scapito degli altri. Mi chiedo se stiamo studiando abbastanza le limitazioni fondamentali dei sistemi di elusione e se stiamo ragionando anche su cosa la libertà sul web possa fare per gli utenti in società non democratiche.

A questo proposito lancio una provocazione: Non possiamo eludere la censura su internet.

Roberto Saviano. Contraddizioni o libertà.

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Proponiamo alla riflessione e alla discussione dei lettori di NI il seguente testo di Wu Ming tratto da Wumingfoundation/Giap

Ricapitoliamo: Berlusconi attacca Gomorra. Lo aveva già fatto, ma stavolta é più esplicito.
Saviano giustamente fa notare che Berlusconié proprietario della casa editrice che pubblica il libro, e chiama in causa quest’ultima: “Si esprimano i dirigenti, i direttori, i capi-collana”.
Si esprime invece Marina Berlusconi, più in veste di figlia che di editrice.
Saviano commenta la lettera di Marina senza abbozzare, senza toni concilianti, anzi, chiamando in causa la Mondadori con maggiore perentorietà. Il messaggio é: “Voglio sentire chi in casa editrice ci sta per davvero, voglio sentire chi la Mondadori la manda avanti”.

La contraddizione si acuisce. Da autore Mondadori e autore di Gomorra, Saviano occupa una postazione strategica, e più di altri può chiamare al pettine certi nodi, nodi che riguardano anche noi.
Far venire i nodi al pettine é tanto un dovere civico e politico, quanto un compito specifico dello scrittore.

Pubblicando con Mondadori, Saviano ha generato conflitto. Conflitto non effimero, ma che opera in profondità. Comunque vada, é più di quanto abbia fatto l’opposizione.
Se Saviano fosse rimasto in una nicchia di ugual-pensanti, nel ghetto dei presunti “buoni”, non avrebbe acuito nessuna contraddizione, né generato alcun conflitto.

Stare simultaneamente “dentro” e “contro”, diceva l’operaismo degli anni Sessanta. “Dentro e contro” era la posizione, era dove piazzare il detonatore.

La responsabilità di Antonio Ricci (e di Nicola Lagioia)

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In seguito a un articolo di Nicola Lagioia uscito per «Il Fatto Quotidiano», in cui – ripetendo quanto scritto su «Nazione Indiana» a proposito della responsabilità dello scrittore – a un certo punto affermava:

Credo che un buon libro sia sempre contro il potere, visto che parla, per sua intima natura, una lingua antitetica rispetto a quella dominante, che oggi per intenderci è la lingua pubblicitaria, intesa ovviamente in senso lato (il linguaggio della politica per esempio è quasi sempre pubblicitario…) È per questo che ritengo che l’opera televisiva di uno come Antonio Ricci sia una fedele e magari anche inconsapevole espressione del fascismo del mondo dei consumi: usa lo stesso linguaggio. E chi se ne frega se lo fa per criticare Berlusconi o Brunetta: se usi la stessa lingua del tuo nemico dichiarato, sei già lui.

Antonio Ricci ha risposto sullo stesso giornale. È seguita la replica – sempre sul «Fatto» – di Lagioia.

Ecco qui lo scambio di lettere.

Raggia

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di Mirfet Piccolo

Alla Gentilissima Principessa Rosa.

Rosa, amore infinito, il dottore disse che potevo scriverti e io qua sto in prima persona presente nelle mie capacità. Questa non te la spettavi e infatti una sorpresa volevo farti che spero ti diverte. Ho deciso che ti scrivo pure in italiano anche se non è la lingua originaria ma tu questa imparasti alla scuola e con tua madre. Almeno ridi a me che ti fa bene assai. Come sai io fici solo tre classi pirchì prima avevo la terra e poi pirchì la cartiera ebbe me, ma io sono sempre tuo padre e tu figlia mia e io questo lo devo affermare e fare di conseguenza.
Rosa come stai? Ci manchi, a me a tua madre a tuo fratello Gabriele e a tutti quanti, anche a don Antonio che tutte le domeniche mi domanda che fai e che dici e quando torni. Io approfitto di questa giornata di partita che nessuno mi cerca e sto in pace concentrato, alla luce del fatto che non sono abbituato e abbisogno di tempo per pensare bene le parole così tu le capisci. Tua madre è andata a fare da mangiare alla tedesca altrimenti quella povera donna non si nutre mai, eppoi andava al cimitero maggiore a trovare zia Pina. Tuo fratello è in giro a lavorare sempre con gli ascensori, e alle volte penso che ci va su e giù e si bivi u cervello pi no pinsari a tia. A tua madre pure ci manchi ma ella non dice una parola pirchì ne ha così tante che si sono aggrovigliate dintra ‘u stomacu. Con questo voglio solo dirti la virità senza pretese, cioè che ti amiamo sempre e non fa niente per le cose successe. Tutto si sistema, parola di papà.

carta st[r]amp[al]ata n.12

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di Fabrizio Tonello

E’ commovente la sollecitudine mostrata dai giornali di regime nei confronti dei tre connazionali arrestati a Kabul e, fortunatamente, liberati domenica. Per esempio, Andrea Morigi scriveva su Libero del 15 aprile (p. 17) che “non c’è nessun altro, tranne il presidente del Consiglio, in grado di negoziare con successo la liberazione”dei tre operatori di Emergency, magari “dando garanzie che il carcere lo sconteranno in Italia, se saranno riconosciuti colpevoli di qualche reato”. Ecco, visto che il governo afgano li accusava soltanto di essere complici nell’uccisione dell’interprete del giornalista Daniele Mastrogiacomo, di appoggiare i talebani, di aver trasformato l’ospedale in una base di terroristi permettendo il deposito di armi da guerra e di complottare per assassinare il governatore della provincia Gulab Mangal, un bell’ergastolo (anzi, due o tre) non glielo avrebbe levato nessuno.

Basta apparire?

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Università degli studi di Bergamo

VIDEOCRACY
Basta apparire?

Giovedi 22 Aprile 2010

H 14.30/ 18.00
Sede universitaria di Via Pignolo 123, Aula 1.

Ore 14.30 ­ 15.30
Proiezione del film VIDEOCRACY (2009), in presenza dell’autore.

Ore 15.30 – 18.00
Tavola rotonda intorno a “Videocracy” e al tema del potere della televisione in Italia negli ultimi trent’anni.
con la partecipazione di Erik Gandini, regista di Videocracy,
Marco Belpoliti, Paola Gandolfi, Paolo Perticari, Angelo Signorelli.

Tiger, tiger, burning bright

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di Chiara Valerio

(…)per il singolo lutto, per la persona a cui è stato ucciso un figlio, un padre, un amore, un amico, ognuno di questi ritorni è un colpo al cuore, un insuperabile sconcerto, la necessità di torcere la cornea perché non metta a fuoco; di quel tanto che lo scarto nei contorni e nei lineamenti lasci irriconoscibile nel corpo violato quello che ci somiglia. Accanto alla tigre (Fandango, 2010) di Lorenzo Pavolini racconta la storia di Alessandro Pavolini, intellettuale di feroce e definitivo credo fascista, ministro della cultura, scrittore, giornalista, innamorato di una donna e di un colore, appeso a testa in giù, come ogni apostolo che si rispetti, a Dongo il 28 aprile 1945. Accanto alla tigre di Lorenzo Pavolini racconta altrettanto la storia di Lorenzo Pavolini, intellettuale, scrittore, che, prima di qualsiasi definizione del sé, in un giorno qualsiasi di scuola, legge il proprio cognome sotto il corpo di un che pencola da una forca sotto la quale si intravede una folla urlante.

Scaffali nascosti (9) – Il Maestrale

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«Scaffali nascosti», senza pretese di completezza, vuole disegnare una mappa dell’editoria indipendente dei nostri tempi. Medio-piccoli, piccoli, piccolissimi editori, spesso periferici, con idee e progetti ben precisi, che timidamente emergono, o forse emergeranno, o si spera che emergano, fra gli scaffali delle librerie. A cura di Andrea Gentile (andreagentilenazione_at_libero.it).

di Andrea Gentile

Alcuni librai di provincia sembrano usciti da romanzi inverosimili. C’è quello che vende il libricino di poesie del ragazzetto del paese accanto al bestseller, quello che si ricorda del libro che ha lì su, nel trentesimo piano dello scaffale, e che ha la scala a portata di mano. E quello che è attento e che registra le richieste dei clienti.
A Nuoro – centro nord della Sardegna, lì dove nacquero Grazia Deledda e Salvatore Satta – c’è la libreria Novecento. Ogni tanto qualcuno entra e chiede un libro che in libreria non c’è. È fuori catalogo. I librai si guardano negli occhi e si capiscono.
Nascono così le edizioni Il Maestrale, nome coniato probabilmente in onore al vento che accarezza tutto l’anno i nuoresi. Siamo nel 1992.

Maîtresmorphoses

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Lettera aperta
di
Roberto Saviano

Presidente Silvio Berlusconi, le scrivo dopo che in una conferenza stampa tenuta da lei a Palazzo Chigi sono stato accusato, anzi il mio libro è stato accusato di essere responsabile di “supporto promozionale alle cosche”. Non sono accuse nuove. Mi vengono rivolte da anni: si fermi un momento a pensare a cosa le sue parole significano. A quanti cronisti, operatori sociali, a quanti avvocati, giudici, magistrati, a quanti narratori, registi, ma anche a quanti cittadini che da anni, in certe parti d’Italia, trovano la forza di raccontare, di esporsi, di opporsi, pensi a quanti hanno rischiato e stanno tutt’ora rischiando, eppure vengono accusati di essere fiancheggiatori delle organizzazioni criminali per il solo volerne parlare. Perché per lei è meglio non dire.
è meglio la narrativa del silenzio. Del visto e taciuto. Del lasciar fare alle polizie ai tribunali come se le mafie fossero cosa loro. Affari loro. E le mafie vogliono esattamente che i loro affari siano cosa loro, Cosa nostra appunto è un’espressione ancor prima di divenire il nome di un’organizzazione.
Io credo che solo e unicamente la verità serva a dare dignità a un Paese. Il potere mafioso è determinato da chi racconta il crimine o da chi commette il crimine?

PorcaMinchiaButtanazza

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[eccovi il primo capitolo di un bel libro di un autore che, in un certo senso, è nato proprio su queste pagine virtuali. Il romanzo si intitola L’invenzione di Palermo, Giulio Perrone editore. G.B.]

di Giuseppe Rizzo

PiEmmeBi. Oppure: PmB. Insomma: Porcaminchiabuttanazza. Pensavo che questa si sarebbe venduta come niente. Semplice veloce leggera. Non come le solite maleparole schife che si sentono ancora oggi a Palermo. I palermitani non ci sanno fare con le parolazze. Non le sanno dire. E non le sanno inventare. Prendiamo per esempio arruso. A meno che uno non passi il tempo a leccare più libri che gelati, non arriverà mai a scoprire che arruso sta per finocchio. (A me, per dire, piacerebbe di più che li si chiamasse popòsessuali, ma quella è questione di gusti). Che porcaminchiabuttanazza di parola è arruso? E negghia? E puippu? E metello? Nah, non servono, non arrivano, non si capiscono. Sono, beh, ecco, sono false. Vengono dalla pancia, come i rutti, e io non ho mai sentito dire a qualcuno: signori, è arrivato il momento che io vi dica la verità: e giù rutti, ehr, ehr, ehr.
Comunque.
Porcaminchiabuttanazza mi uscì fuori quando papà arrivò a casa con la notizia che mamma non sarebbe più tornata. Se n’è partì, disse.
Eravamo seduti in cucina, piegati sul braciere per acchiappare un po’ di calura. Erano le sei, e dicembre aveva già colorato il cielo di nero. Restava attaccata a qualche nuvolone grigio la minaccia di una nevicata. Aspettavamo che mamma tornasse da lavoro per mangiare e ficcarci sotto le coperte. Teresina era piuttosto impaziente:
«Ci porterà qualcosa?»

Ai no corrida!

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Nel quadro della rassegna letteraria “GIULIO PASSAMI IL LIBRO: “I NIDI PENDENTI”. La prima serata è dedicata a Loredana Raciti e Stefano Malatesta ( seguono i due testi) lunedì 19 Aprile 210 ore 21:00 presso il locale “Giulio Passami l’Olio” – Via di Monte Giordano, 28 – ROMA. Gli altri appuntamenti verranno via via comunicati. I testi saranno in seguito pubblicati in una edizione speciale a cura dello studio Oblique per le edizioni Infinite Soluzioni.
Scrittori partecipanti : Teresa De Sio, Roberto Donatelli, Carmine Vitale, Andrea Inglese, Francesco Forlani, Sonia Topazio, Alexandra Petrova, Stefano Malatesta, Loredana Raciti, Marco Fabio Apolloni, Paolo Piccirillo, Michele Sovente, Luigia Sorrentino, Stefano Gallerani, Gualtiero Rosella
Letture a cura di: Simone Caparrini, Lia Zinno, Nicola Pistoia, Daniela Scarlatti, Sonia Topazio, Marina Giulia Cavalli
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Estratti -in due tempi
di
Loredana Raciti
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Un Bicchiere dopo il funerale
di
Stefano Malatesta