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sembra una cosa innocua

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di Flavia Piccinni

Non sai che cosa significhi pressione
finché non giochi cinque dollari
e ne hai in tasca solo due.

Lee Trevino

“Hai capito? Ho vinto mille euro così. Con il gratta e vinci. All’inizio pensavo fossero solo cinquecento. Poi ho visto meglio ed erano mille. Mille euro” mi dice Liliana, gesticolando furiosamente. Ha dell’ombretto azzurro sulle palpebre, lo stesso colore delle pupille dilatate dall’eccitazione.

Annuisco, faccio finta di essere interessata; non mi va di deluderla. Apro il barattolo dello zucchero. Lei mi porge un cucchiaino. Penso a quel tizio che tanti anni fa aveva vinto al Superenalotto e poi era stato spolpato vivo dai malavitosi; mi domando se sia veramente mai esistito. Liliana non accenna a cambiare discorso né tono, si è improvvisamente risvegliata dal torpore in cui l’anoressia la costringe da anni.

“Il mese scorso mio marito ne ha vinti duemila. Duemila, mica mille” sorride eccitata. “Due per mille” ripete spalancando le mani scheletriche e muovendole avanti, indietro.

Annuisco ancora, sempre meno convinta.

Werner Schroeter (1945-2010)

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di Rinaldo Censi

I primi film di Werner Schroeter sono esperimenti amatoriali girati in Super8 e Maria Callas come soggetto. Tutto un memorabilia di feticci operistici e lirici si fissa sull’emulsione: un libretto invertibile fatto di foto, danze; un universo di affetti, corpi, battaglie tra libretti e note (Verdi, Strauss… numerosissime saranno le opere che nel corso della sua vita Schroeter allestirà). È un teatro delle passioni. Poi arriva una sorta di meteora (a zero budget) che resterà nel firmamento della storia del cinema: Der Tod der Maria Malibran (1972).

Dove Siamo? Le istituzioni della Letteratura in Italia, oggi

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:duepunti edizioni promuove il convegno «Dove siamo? Le istituzioni della Letteratura in Italia, oggi» organizzato dall’Università degli Studi di Palermo, il Dottorato di ricerca in Italianistica e il Dipartimento di Scienze filologiche e linguistiche, che si terrà lunedì 19 aprile (h. 15.00) presso la Sala Magna del Palazzo Steri a Palermo.

Al convegno, curato da Matteo Di Gesù, prenderanno parte critici e docenti di italianistica, la maggior parte dei quali – e non è un caso – nata dopo il 1968: Giancarlo Alfano, Andrea Cortellessa, Davide Dalmas, Stefano Jossa e Domenico Scarpa, coordinati da Michela Sacco Messineo. Una nuova generazione di studiosi si confronta in vista di un necessario riesame dello statuto epistemologico della materia tra critica, insegnamento e società.

A margine del convegno il gruppo di studio si riunirà presso la sede di :duepunti edizioni per costituirsi come comitato scientifico di una nuova collana che, prendendo le mosse dai temi stessi del convegno, si propone di definire un approccio innovativo allo studio della letteratura italiana e alla critica letteraria.

gli interventi:

Giancarlo Alfano (Seconda Università di Napoli) – Come si trasmette un’invenzione.

Andrea Cortellessa (Università Roma Tre) – Intellettuali, Anni zero.

Davide Dalmas (Università di Torino) – La letteratura colpisce ancora? Tra storia culturale e scienza delle opere.

Matteo Di Gesù (Università degli Studi di Palermo) – L’affidabilità di un marchio garantito: «Letteratura italiana». Since 1870 (se non prima).

Stefano Jossa (Royal Halloway University of London) – Ritorno all’ozio? La comunità letteraria tra retorica e prass.i

Domenico Scarpa (Pisa) – Il plusvalore di un libro ben fatto.

Coordina Michela Sacco Messineo (Università degli Studi di Palermo).

press@duepuntiedizioni.it

“Prosa in prosa” a “Succursale mare”

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A Genova, sabato 17 aprile, alle ore 21

presso la Galleria Studio 44
Vico Colalanza 12r

nell’ambito della seconda edizione di
“Succursale mare”, a cura di Luciano Neri

presentazione di

PROSA IN PROSA

(Le Lettere, collana fuoriformato, 2009)

con la presenza – e le letture – di

Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi,
Marco Giovenale, Andrea Inglese

interventi critici di

Paolo Zublena e Antonio Loreto

Il Canto di Anna

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di Antonio Sparzani

Venerdì 16 e sabato 17 aprile, ore 20.45, al Circolo Curtatone, via Curtatone 19, Milano, Anna Lamberti-Bocconi, accompagnata da Constantin Mihai, “violino clandestino” ci offriranno una lettura scenica (ingresso € 3,00, segue rinfresco) del Canto di una ragazza fascista dei miei tempi (Transeuropa, Massa, 2010), di cui potete vedete la copertina (estesa alla quarta, cliccare per ingrandire) in fondo al post. A me il modo migliore di conoscere il libro sembra quello di intervistare l’autrice, e quindi ecco qua:

Antonio: Cara Anna, da pochi giorni ho letto il tuo Canto, letto d’un fiato, perché non mi pare che si presti a molte interruzioni, e mi ha molto colpito. E allora mi piacerebbe parlarne con te, qui in pubblico: una recensione ‒ intervista con l’autrice: la prima domanda è quasi d’obbligo: c’è qualche elemento autobiografico nella storia, o meglio nelle storie, che compaiono in questo vero moderno poema epico?

Anna: Più di uno. Innanzitutto per l’io narrante: se riguardo al mio libro precedente, Rumeni, ci tenevo a specificare che la protagonista mi somigliava ma non ero del tutto io, qui devo ammettere che il personaggio della poetessa è proprio un autoritratto, fa le cose che faccio io, gira da sola a piedi a tutte le ore,

Il violino di Frankenstein

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di Isabella Mattazzi


In un passaggio del suo ultimo libro, Il Violino di Frankenstein. Scritti per e sulla musica, Valerio Magrelli racconta di un singolare caso di radiofonia dentaria. Protagonisti, un uomo di mezza età e la sua carie. La carie, prontamente curata con un’otturazione, e l’uomo improvvisamente sconvolto dalla presenza, nella sua testa, di strani suoni, voci incomprensibili, bisbigli notturni, rumori. Da qui, una terrorizzante serie di ipotesi dell’uomo, convinto di essere diventato pazzo o santo, vittima di allucinazioni uditive, fino al lieto fine della storia e alla risoluzione dell’enigma. L’otturazione, capsula metallica, avrebbe reagito come una vera e propria antenna, captando nell’aria onde radio, variazioni musicali, pubblicità, partite di calcio, per riverberarle poi, come un’eco spettrale, nella cassa di risonanza della bocca.
A ben guardare, tutto il Violino di Frankenstein non è che la rappresentazione amplificata di questo esempio sconvolgente di radio-odontoiatria.

Fenomenologia di un atteggiamento diffuso

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di Lorenzo Mecozzi

[questo post è apparso per la prima volta sul blog quattrocentoquattro.wordpress.com/]

mentre Giovanni declama,
“Zanzi” va fuori tema,
ed Edoardo mette lì un poema
col cruciverba della settimana
e i logaritmi della sera prima…

La Corazzata Potemkin – Vecchioni

Era il 1989, l’anno delle illusioni sulla fine della storia e sulla fine di tutte le contrapposizioni, quando la RAI, su quello che era ancora solo il primo canale, trasmetteva L’Aquilone.

Il programma nasceva da un’idea Filippo Canu: si trattava di un settimanale culturale in onda il venerdì alle 15 su RAIUNO. Condotto da Claudio Angelini, con la collaborazione di Franco Foresta Martin,, Luciano Lucignani, Gianni Raviele, Vanni Ronsisvalle e Giorgio Weiss, si presentava come la più seguita rivista letteraria dell’epoca, con una audience media di 500 mila spettatori. [http://www.giorgioweiss.it/node/226 ] All’interno della trasmissione ebbe luogo un concorso ad eliminazione diretta tra poeti in gara con la lettura di una propria poesia. L’esperimento fu riproposto l’anno successivo, con leggere variazioni di contenuti, dovendo i poeti in gara proporre opere di classici della letteratura italiana piuttosto che proprie liriche.

Seni

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di Marco Mantello

Erano nudi e grandi. Sopravvissuti ai soldati

e ai superattici in centro

comperati coi soldi delle missioni

e la retorica dei cognomi. Erano colpevoli e innocenti

Producevano lo stesso effetto. Dichiarando diverse intenzioni

Erano due bombe intelligenti. Deflagrate nei giorni di ferie

E se le vite dei militari

rifiorivano sul tuo petto

i civili rimanevano sepolti

sotto alle sue macerie

Orrendario di San Nicola Varco

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a cura di Angelo Rossi

San Nicola Varco è una località del salernitano, ma soprattutto è stato un ghetto: costruito alla fine degli anni ottanta. San Nicola Varco doveva essere il mercato ortofrutticolo di Eboli, città al centro della fertile e ampia Piana del Sele, la “California del Sud”. Un mancato mercato ortofrutticolo di 14 ettari di terra recintati da un muro di cemento e una ringhiera, con diversi fabbricati per la compravendita dei prodotti agricoli, uffici, parcheggi, etc. Terminato ma mai entrato in funzione. Costato miliardi di lire e mai collaudato. Occupato all’inizio degli anni ’90 da marocchini lavoratori stagionali dell’agricoltura[1].

Una conversazione con Albert Maysles

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di Fabrizio Cilento

In occasione del cinquantesimo anno di attività del regista americano Albert Maysles, l’intervista che segue si propone di fornire nuovi spunti di riflessione su classici come Salesmen (1968) e Gimme Shelter (1971). Maysles discute anche l’impatto della tecnologia digitale sulla forma documentaria, le differenze tra il Direct Cinema americano (di cui è tra i pionieri) e il cinema-vérité francese, e non lesina critiche a Micheal Moore. Nel 1960 Maysles si unisce al gruppo dei Drew Associates per esplorare le possibilità del Direct Cinema insieme al fratello David (scomparso nel 1987), Robert Drew, Richard Leacock e D.A. Pennebaker. Il Direct Cinema si distingue per la struttura non narrativa (l’uso limitato della voce fuori campo e l’assenza di una struttura a tesi), l’illuminazione povera, il suono a tratti inadeguato e le immagini sgranate. Dal punto di vista tecnico, i Drew Associates prediligono telecamere a spalla16mm come l’Auricon, ma usano spesso anche l’Arriflex o l’Èclair-NPR. Dal punto di vista teorico, il progetto dell’observational documentary appare come un approccio americano alla poetica zavattiniana del pedinamento e una variante aggiornata del “mito del cinema totale” baziniano.

carta st[r]amp[al]ata n.11

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di Fabrizio Tonello

Ricca messe di materiali questa settimana, grazie a straordinarie performance del Foglio di Giuliano Ferrara del 10 aprile. Inizieremo da “La chiesa non è una repubblica”, come titola in prima pagina l’editoriale non firmato, che polemizza con “l’assedio scandalistico al Papa” e conclude: “L’ex sindaco di Gerusalemme, Ed Koch, ha detto proprio ieri che la campagna internazionale di stampa sulla pedofilia dei preti (…) mostra non tanto la volontà di informare i cittadini quanto quella di punire la chiesa per le sue posizioni”. Può essere, ma Ed Koch è stato varie cose nella sua vita, tra cui sergente della 104° divisione di fanteria nella battaglia delle Ardenne, deputato al Congresso americano e perfino protagonista del reality show “The People’s Court”. Quello che non è mai stato, nonostante la sua origine al 100% ebraica (il padre era un pellicciaio del Bronx) è sindaco di Gerusalemme.

Se proprio vogliamo essere sofistici, è stato sindaco di New York per 11 anni, dal 1978 al 1989.

L’uomo nero muore apposta

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di Mariasole Ariot

Gli occhi guardano alla stazione, Padova e i palazzi intrecciati di azzurro fluorescente, l’orribile mascherato. Alla fermata dell’autobus piovono  un uomo dai costumi antichi, due ragazzi colombe, un’anziana signora con le borse traforate e una donna col pancione e un bimbo tra le dita.
L’attesa è lunga, passano numeri inutili per chiunque, la pioggia si accumula negli interstizi, tra una mattonella e l’altra, un vuoto e il successivo, e si sta fermi a fumare  il tempo.
L’uomo antico  si avvicina:
Signorina, lei è di qui?
No, mi spiace, vengo e vado.
Anch’io.

Francesco Pecoraro: Questa e altre preistorie

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Le EdizioniOMP, in collaborazione con l’associazione Gippa e il Comune di Pavia, organizzano il ciclo di conferenze (con rinfresco a seguire) “NO! IL DIBATTITO NO!”.

Primo incontro: Giovedì 15 aprile, ore 18.30 Aula Magna

Daniele Giglioli, critico letterario

incontra Francesco Pecoraro

scrittore e autore di Questa e altre preistorie (ed. Le Lettere)

Omicidio Pasolini: Martone (vs?) Belpoliti

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[su La Stampa di ieri prosegue la discussione innescata da questo pezzo di Marco Belpoliti. Qui, su Nazione Indiana, c’è una replica di Carla Benedetti. Su richiesta di Belpoliti di seguito riporto la lettera di Mario Martone al direttore della Stampa e la replica di Marco Belpoliti. G.B.]

di Mario Martone

Caro direttore,
ho letto con rammarico il pezzo che Marco Belpoliti ha dedicato sulla Stampa agli sforzi di quanti stanno cercando di far riaprire il processo per la morte di Pasolini. Rammarico per l’impossibilità che persiste in Italia di trovarsi d’accordo su punti essenziali della vita civile, una frantumazione che rende via via sempre più faticoso il procedere delle idee e dell’agire politico. La posizione di Belpoliti, la sua idea sul perché Pasolini sia stato assassinato è non solo legittima, ma benissimo espressa ed anche profonda: riprende quella, nota da sempre, di Nico Naldini, che da poeta creò uno scenario di grandissima verosimiglianza, immaginando che tutto andasse spiegato esclusivamente all’interno della dinamica omosessuale e del rapporto di Pasolini con i ragazzi. Ma ciò che davvero non si spiega è come Belpoliti possa pensare che la verosimiglianza di questo scenario possa essere sfuggita a persone come Laura Betti o Sergio Citti, che ho conosciuto bene (di Citti ho filmato la testimonianza raccolta dall’avvocato Calvi), e che si rivolterebbero nella tomba a sentirsi accusati di «voler rimuovere la particolare omosessualità di Pasolini».

È arrivato il quadrimestrale “Atti impuri” n°1

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[in libreria a partire da maggio ma disponibile già da ora per abbonati e pionieri]

di sparajurij

Forse perché siamo pigri, il miglior segno della meraviglia è l’esagerazione.

Un’esagerazione coltivata a lungo, e che oggi, finalmente, prende corpo.

Dopo mesi di pre-esistenza in rete (www.attimpuri.it) Atti impuri approda nella forma cartacea che da tempo avevamo immaginato come naturale esito di un intenso e marziale lavoro. Inutile dire che siamo molto orgogliosi di esserci riusciti, pronti a scommettere sul fatto che questo traguardo sarà l’inizio di qualcosa destinato ad andare avanti, oltre, mutando e prolificando grazie alla stessa passione investita nel far nascere l’atteso numero uno. Una passione già sperimentata e spartita con i tanti compagni di viaggio che hanno deciso di spendere energie e tempo nel progetto, vale a dire gli scrittori, i poeti, i traduttori, gli amici, i nemici, e ovviamente l’editore No Reply, che con il solito folle coraggio ha saputo esserci, ancora una volta, complice.

Radio Kapital: Romano Alquati

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Hommage
di
Sergio Bologna

Non frequentavo Romano da una trentina d’anni, poco so della sua attività di docente, segnali e messaggi mi arrivavano ogni tanto da suoi allievi, persone in genere che avevano “una marcia in più” grazie al suo insegnamento. Quindi il modo migliore di ricordarlo mi sembra quello di andare indietro nel tempo, quando anch’io bene o male stavo imparando da lui e dai compagni che avevano messo in piedi i “Quaderni Rossi”. Ho detto in altre testimonianze e debbo ribadirlo anche adesso che alle riunioni generali dei “Quaderni” non ricordo di aver mai aperto bocca, parlando solo se interpellato, poi magari nel gruppo milanese mi davo abbastanza da fare ma in sostanza gli anni dei “Quaderni” sono stati per me Bildungsjahre.

Conricerca quindi. Non è mica facile dire che significato aveva questa parola. Perché certamente si tratta di una tecnica ma non formalizzata e forse non formalizzabile. Possiede lo stesso carattere sfuggente se la chiamiamo metodo, approccio. Quindi proviamo a procedere per esclusione. L’inchiesta sociologica può essere formalizzata, anzi può essere ridotta a procedura, c’è un metodo alle spalle, un sistema di pensiero. Il metodo della storia orale anch’esso può esser formalizzato in una serie di prescrizioni, anzi, dal punto di vista della tecnica può essere ridotto a manuale.

Sull’omicidio di Pasolini – Replica a Marco Belpoliti

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di Carla Benedetti

Cari amici di Nazione Indiana,

vi scrivo dopo aver letto su questo blog l’articolo “Il corpo insepolto di Pasolini“, dove Marco Belpoliti ci invita in pratica a non parlare più del suo omicidio, su cui giá si sa l’essenziale. È uno strano invito, abbastanza inquietante.

Ma come? Siamo di fronte a un delitto ancora oscuro, di cui a tanti anni di distanza non si conoscono ancora né i responsabili né i moventi, a indagini fin dall’inizio depistate, a probabili connivenze che hanno permesso per così tanto tempo di coprire i colpevoli, ancora impuniti,  e un critico letterario, a cui certo non mancano le informazioni né l’intelligenza per ragionare, ci viene a dire che è meglio dimenticare? “Forse è venuto il tempo di seppellire il corpo insepolto di Pasolini … Dimenticare Pasolini per ricordarlo davvero”. Sarebbe come se qualcuno sostenesse che è inutile farsi troppe domande sulla morte di John Kennedy, tanto si sa già quasi tutto. In America sarebbe semplicemente ridicolo. In Italia lo si fa spesso.

Sciascia, ieri, oggi e domani

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(da «il Fatto Quotidiano» – giovedì 25 marzo 2010)

(RI)LETTURE

Lo scrittore siciliano e l’«infezione» di quest’Italia

di Evelina Santangelo

C’è un libro di Sciascia di cui è rimasto impresso nella mente anche di chi non lo ha mai letto un passaggio cruciale. Le parole pronunciate da don Mariano Arena riguardo all’umanità, fatta – secondo questo «galantuomo… amato e rispettato da un paese intero» – di «uomini, mezz’uomini, ominicchi, cornuti e quaquaraquà». Una visione pronunciata con la protervia di chi si arroga il diritto di decidere della vita e della morte di altri individui, al di fuori della legge dello Stato, o meglio, secondo proprie leggi: chi è un quaquaraquà, nel territorio sottoposto alla giurisdizione di don Arena e dei suoi sgherri, è condannato a morire di morte violenta, come chi non si adegua, d’altro canto. Che questo giudizio pronunciato da un capomafia potentissimo e intoccabile sia finito per diventare non solo la citazione più famosa di un libro come Il giorno della civetta, ma quasi un modo tutto sommato consueto di apostrofare uomini e comportamenti è un fatto abbastanza incredibile, a pensarci bene, quasi la dimostrazione di come sia sdrucciolevole toccare in forma narrativa un fenomeno come la mafia capace di fagocitare tutto ciò che la riguarda e, per vie esplicite o contorte, rigurgitarlo sotto forma di mito. E infatti Sciascia, consapevole probabilmente del rischio insito in una scelta del genere, non cede mai, in verità, alla tentazione di narrare la mafia, i suoi uomini, le sue vicende, ne definisce piuttosto la grammatica, il linguaggio, la portata delle sue ramificazioni materiali e culturali, la notomizza insomma, analizzando minuziosamente tutti gli aspetti sociali, economici, politici, culturali, antropologici che concorrono a quell’intreccio sotterraneo di interessi e connivenze di cui il fenomeno criminale mafioso è la manifestazione più evidente.

Giulio Marzaioli: moduli di prima fase

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sabato 10 aprile 2010, ore 20:00

presso il centro culturale
La Camera Verde
presentazione di

moduli di prima fase
di Giulio Marzaioli

Edizioni La camera verde
collana felix, a cura di Marco Giovenale

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Giulio Marzaioli ha scritto opere in poesia e prosa, oltre che per il teatro, per le arti figurative, per la video arte, per la fotografia. Suoi testi sono pubblicati presso varie case editrici e tradotti in più lingue. Ultimamente alla scrittura unisce la ricerca per immagini. Da molti anni collabora con La Camera Verde.

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Serie di moduli sono state pubblicate presso “Runbook” (in traduzione inglese), Absolute Poetry, “Versodove”, “OR” (in traduzione inglese),”il verri”, bina, lettere grosse, “Nioques” (in traduzione francese). I moduli dialogono con immagini create da Teresa Iaria nella video-installazione M Project.

* * *

Centro Culturale
LA CAMERA VERDE
via Giovanni Miani 20
00154 Roma
www.lacameraverde.com

l’ustione

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(ragionamenti sui tempi)


di Gianluca Cataldo

Sono capace di dimenticare tutto quello che conosco restando avvinghiato a un’intuizione, al senso generale perdendo dettagli e sgranando la precisione nel mettere a fuoco determinati concetti. So che alcune cose sono giuste, so che alcuni libri sono capolavori e altri meno. So che La pelle narra di uno scorticamento e che Roth può scrivere cinquanta pagine sulla fabbricazione di guanti senza annoiare neanche un produttore di stivali. So che la farfalla di Dinard vola dal mio letto al suo passando per sveglie acquistate in mercati rionali e conosco il sapore del manzanillo perché l’ho bevuto. Non è affatto infuso di carrube, è un semplice frullato di barbiturici e se non ti uccide porta davvero via il ricordo di tutto, il ricordo di quanto io sia stato intelligente, di quanto io sia intelligente, anche se non abbastanza da non finire sul divano, come ogni volta che lei dormiva da me, da non trasformare tutto in un esercizio cattolico quando lei si schiacciava a me e io rimanevo inerte e immobile, inchiodato dalla sorpresa, inchiodato dall’incertezza in una situazione incredibile. Lei era un’ombra tridimensionale incalzante e io non in lei ma quasi, quando ogni singulto era un insulto alla lealtà e ogni muscolo un monumento allo stoicismo. A pensarci bene ho da sempre un’inclinazione alla redenzione. Ho redento la mia religione e l’ho resa origami di sacre scritture, dal momento che per diventare santo la congregazione per la dottrina e la fede richiede due miracoli, come se uno non fosse, di per sé, già abbastanza miracoloso. La chiesa è il volto umano di dio e l’unico con il quale siamo tenuti a discutere, con il quale siamo tenuti a negarlo. La mia azione di ribellione è asintomatica, è una semplice frase interiorizzata: “io non credo”, senza incappare nel fatale errore di un ti.

Poesia in prosa e arti poetiche. Una ricognizione in terra di Francia (2)

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[La prima parte di questo saggio è apparsa qui]

di Andrea Inglese

4. L‘esplorazione dell’ovvio

Siamo davvero all’opposto dell’attitudine del “prosatore lirico”. Quest’ultimo si dirige verso la prosa con l’intento d’iniettare in essa quel surplus stilistico che la innalzerà ai livelli d’intensità e autenticità del dettato poetico. Cadiot e gli altri autori citati, invece, abbracciano la prosa per meglio liberarsi dell’eredità lirica nel suo complesso (codice e ideologia di genere). Qui la lezione decisiva, all’interno del panorama francese, viene ancora una volta da Ponge. Fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso, il programma pongiano è definito e si pone in uno strano rapporto di continuità e di rottura con la poesia come genere. Leggiamo due diversi passaggi su questo tema: