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Poesia contemporanea. Decimo quaderno italiano, Milano, Marcos y Marcos 2010, pp. 279

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di Niccolò Scaffai

C’è almeno un tratto che accomuna la serie dei quaderni italiani, curati da Franco Buffoni, giunti quest’anno al decimo volume: ed è la selezione di autori anagraficamente vicini, sì, ma ognuno dotato di una propria voce ben distinguibile e già modulata, senza velleità generazionali. Per questo non sembra sufficiente evocare categorie come quella di ‘poesia giovanile’ o di ‘giovane poesia’, che pure godono ancora di una loro fortuna: basti pensare alla recente (2009) Il miele del silenzio. Antologia della giovane poesia italiana, curata da Giancarlo Pontiggia per Interlinea edizioni.
Sono sette i poeti del decimo Quaderno, ciascuno introdotto da un critico o da un autore noto: Corrado Benigni (presentato da Mario Santagostini), Andrea Breda Minello (da Maria Grazia Calandrone), Francesca Matteoni (Fabio Pusterla), Luigi Nacci (Lello Voce), Gilda Policastro (Aldo Nove), Laura Pugno (Cecilia Bello Minciacchi), Italo Testa (Umberto Fiori).

DemoKartien- two

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Megalovinskij

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PPP La sua inchiesta

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di Franco Buffoni

Dopo aver ascoltato le “rivelazioni” odierne sulla morte di Pasolini, forse a qualche lettore di Nazione Indiana può interessare questo racconto, che pubblicai cinque anni fa su Nuovi Argomenti (32, ott-dic 2005).
“Ma quando tutta la sabbia insieme e senza vento
Prese le forme sue, si comprese
Che la rimozione urgente non bastava”.

Sono i versi conclusivi di una poesia datata 5 novembre 1975, intitolata “PPP la sua inchiesta”, e rimasta inedita, come molte altre di quel periodo. Avevo ventisette anni, ero omosessuale e vivevo in Lombardia.
“Ti faccio fare la fine di Pasolini”, me lo sentii dire un paio di volte negli anni successivi: era come uno slogan in certi ambienti, veniva usato come deterrente, quando non ci si comportava propriamente da “clienti”.
Pasolini lo avevo incontrato in una occasione di poesia a Roma nel luglio del 1972, ma non ero riuscito a suscitare il suo interesse. In compenso sentii parlare molto di lui in quel mese di esami di maturità, come supplente neo-laureato nella commissione dell’Istituto Tecnico-Linguistico Femminile “Caterina da Siena” di via Panisperna. Non come regista o come scrittore, non ce n’era bisogno. Sentivo parlare di lui la sera dal mio aiuto-bagnino. Aveva vent’anni, lo avevo incontrato sulla spiaggia di Ostia, dove qualche volta mi recavo al pomeriggio dopo gli esami. Ero sceso a Roma con la mia 128 gialla nuova comprata a rate e targata Varese. La sera ci piaceva scorrazzare su è giù fino a Piramide e poi al centro. Tardi lo riaccompagnavo a Ostia e ci fermavamo proprio lì, nei pressi del Lido. Seppi tutto del Pasolini notturno: abitudini, contatti, preferenze, insistenze, concessioni. Era assolutamente noto presso chi non aveva letto una riga dei suoi scritti. Ma non aveva più “storie” con nessuno. Mentre per me allora non era concepibile non vivere la storia. E con l’aiuto-bagnino Riccardo, che la sera indossava camicie sgargianti e portava pantaloni lucidi a zampa di elefante, io vissi una bellissima storia.
Tre anni dopo, quando accadde il disastro, Testori ricordò sul Corriere che sì, si cena con gli amici, ma più tardi – soli – si finisce col cedere e col cercare qualcuno nella notte. Mentre Arbasino, più pragmaticamente, scrisse che non era possibile che si finisse in un posto del genere senza avere ben deciso prima chi doveva fare che cosa a chi.

da “Il respiro della terra”

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di Tiziano Fratus

[LA GIOSTRA E ALTRI SPETTACOLI]

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bagni popolari (1964)

una boscaglia appena tratteggiata e un uso di pastello,

scuro, che va a compilare i corpi inesatti, incompleti,

i bagnanti anche ritagliati e incollati sulla tela,

forse da una cartolina o da una fotografia, seni

sproporzionati: una popolazione di otto figure mute,

pensierose, indecise, appollaiate sulla sabbia,

un giorno d’estate, lontano dall’inferno del vietnam

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Il corpo insepolto di Pasolini

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di Marco Belpoliti

Il corpo di Pier Paolo Pasolini è ancora ingombrante e simbolicamente insepolto, così come quello di Aldo Moro, due morti eccellenti, e per molti versi misteriose, intorno a cui si agitano politici, intellettuali, investigatori, critici, scrittori e poeti. Il 22 marzo scorso Walter Veltroni, politico di rango, e anche autore di successo, ha inviato al Ministro Alfano una lettera per chiedere la riapertura delle indagini con metodi scientifici, da RIS, del delitto di cui fu vittima la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 il poeta. All’inizio del medesimo mese un altro politico, il senatore Marcello Dell’Utri aveva annunciato l’esistenza di un capitolo “rubato” di Petrolio, opera postuma di Pasolini, trafugato, si dice, dalla casa romana dell’autore dopo la sua morte. Il capitolo, che doveva essere esposto alla mostra del Libro Antico, di cui Dell’Utri è il motore, a Milano il 12 marzo. Come i giornali hanno documentato, quel manoscritto scomparso all’esposizione non c’era: sparito prima di essere mostrato in pubblico. Una storia strana che ha dato subito da scrivere a molti per via dell’alone di mistero che aleggia intorno al senatore, intimo di Silvio Berlusconi e fondatore di “Forza Italia”. Da ultimo, l’articolo apparso sul settimanale “L’espresso” in edicola il 26 marzo, a firma di Carla Benedetti.

Vita Comune

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Capitolo Primo
di
Riccardo De Gennaro

Ascolta, compagno.

Ho ancora negli occhi il cielo d’un blu solenne e gli ottoni della banda che scintillavano sotto il sole nella piazza assiepata di manifestanti, quel pomeriggio di nove anni fa all’Hôtel de Ville; ho ancora nelle orecchie i canti e le grida di giubilo che s’innalzavano e subito abortivano come singhiozzi, fra i rulli di tamburi e gli squilli di tromba, e nel naso la polvere bruciata degli spari, le salve di cannone che esplodevano col boato terribile del tuono a ciel sereno, creando armonie bizzarre e sorprendenti… La festa popolare, irripetibile, contagiava tutta Parigi… Ho ancora negli occhi e nelle orecchie il pianto della Guardia nazionale, uomini dal petto largo, che mai prima d’allora avresti detto potessero commuoversi: piangevano confusi ai vecchi reduci del ’48, ai giovani delle fabbriche e delle trincee del tempo… Piangevano le nostre donne, che erano sarte, tessitrici, lavandaie, maestre, madri… Piangevano le prostitute di Montmartre, ora che il giorno si sarebbe confuso con la notte, mentre le bande di bambini si rincorrevano per tutta Place de Grève nascondendosi dietro le grosse ruote dei pezzi d’artiglieria… A loro soltanto, impegnati com’erano nei giochi di sempre, non importava nulla della cerimonia ufficiale, potevano ignorare la portata storica di quel 28 marzo 1871.

Collana Novevolt (ZONA) a Firenze

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giovedì 1 aprile 2010

presentazione dei primi due libri della collana Novevolt di Editrice ZONA.
FIRENZE – Feltrinelli International (via Cavour 12R – ingresso libero), ore 18.

IL MOLOSSO. LA LEGGENDA DEL CANE di Enzo Fileno Carabba
UN VIAGGIO CON FRANCIS BACON di Franz Krauspenhaar

carta st[r]amp[al]ata n.10 – La paura fa 90, anzi 98.67

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di Fabrizio Tonello

Grande progresso della ricerca scientifica in Italia: i quotidiani di centrodestra, ieri, sono riusciti a provare scientificamente il detto popolare “La paura fa 90”. Il risultato della ricerca è stato pubblicato sul sito on line del Giornale nella notte fra lunedi e martedì, quando si poteva leggere che il candidato del Pdl in Calabria, Giuseppe Scopelliti aveva ottenuto il 98,67% dei voti validi. Prima di interrogarci se Scopelliti avesse assunto Nicolae Ceausescu buonanima come manager della sua campagna elettorale siamo andati a vedere il risultato (consultato alle 10,20 del 30 marzo) degli altri candidati, scoprendo che Agazio Loiero aveva ottenuto un ottimo 54,49%, più che sufficiente per essere rieletto, e l’altro candidato di centrosinistra, Filippo Callipo, un solido 16,79%. Attendiamo notizie sul riconteggio di questo complessivo 169,95% di voti validi in Calabria.

Colpo di Stato in 5 mosse

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a Luigi

-Mossa n. 0. Il re che cede alla tentazione di esistere, ha già compiuto il primo passo verso la propria caduta. La mossa numero zero del colpo di stato spetta al re in carica.
-Mossa n. 1. L’inizio. All’inizio, la posizione del servo è la più vantaggiosa, oltre che la più pericolosa. È anche tra le posizioni più difficili da raggiungere, poiché il vero servo è colui che è sempre accanto al re. Durante questa fase, bisogna agire solo quando il re lo ordina.
-Mossa n. 2. La transizione. Nella fase di transizione, quando ci si prepara a diventare a propria volta re, è un continuo viavai di messaggeri, spie, amanti e traditori; è il momento della potatura, durante il quale la propria identità viene cancellata dal contatto abrasivo con la corte e con l’intrigo. La potatura è infinitamente più importante della corte o dell’intrigo che pure l’hanno provocata.
-Mossa n. 3. La descrizione. Non c’è modo più sicuro per far precipitare un re che quello di descriverne con lucidità la tecnica di potere. Tentato da questa descrizione, il re vorrà talvolta correggerla, talaltra invece, come se fossero i fili che legano una marionetta, si atterrà alle parole che descrivono la sua potenza, giudicandole esatte. In tutti e due i casi, finirà comunque con il rivelare il proprio segreto, diventando vulnerabile.
Sembra che allo stesso modo le tigri, se poste di fronte ad uno specchio, restino paralizzate.
-Mossa n. 4. L’eliminazione. L’eliminazione del re deve avvenire per mano altrui, e per motivi del tutto estranei ai propri. (Del resto, dopo la mossa numero due qualsiasi motivo o fine deve per forza di cose diventare estraneo e indifferente.) (v. Appendice, infra).
-Mossa n. 5. La fine. Una volta preso il posto del re, ogni attività deve cessare; ogni decisione, ogni azione, ogni esibizione, ogni macchinazione, ogni pensiero, ogni ordine, devono essere aboliti, perché ora sono diventati dannosi.
Quest’ultima è la parte più ardua, quella dove quasi tutti si perdono.

Libri speciali per gente comune

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di Andrea Cortellessa

Perché si dovrebbe leggere con lentezza, in un mondo che da tempo ha scelto di andare al massimo della velocità, precipitandosi verso la fine col piede a tavoletta sull’acceleratore?
Se si legge con lentezza lo si fa nella speranza – o nell’illusione – che la lettura che oggi abbiamo scelto per noi non equivalga al “consumo” del libro, al facile trangugiare del testo che quel libro ci trasmette. Ci illudiamo che quelle parole non si lascino “consumare” tanto facilmente; che oppongano resistenza, che si manifestino alla nostra coscienza per durare. Si spera insomma che la sostanza misteriosa, che sospettiamo e speriamo sia contenuta in quelle pagine, nell’attraversarci non ci lasci indenni, non scorra via sulla nostra pelle senza fare attrito. Vorremmo al contrario che quelle parole agiscano, sul nostro metabolismo intellettuale e sentimentale, come uno di quei farmaci che si definiscono “a lento rilascio”; che una volta depositati nella coscienza si illuminino a distanza, come – dice Gadda nel Pasticciaccio – certe «teoretiche idee […] sui casi degli uomini: e delle donne» che il dottor Ingravallo ogni tanto enunciava: «quei rapidi enunciati, che facevano sulla sua bocca il crepitio improvviso d’uno zolfanello illuminatore, rivivevano poi nei timpani della gente a distanza di ore, o di mesi, dalla enunciazione: come dopo un misterioso tempo incubatorio. “Già!” riconosceva l’interessato: “il dottor Ingravallo me l’aveva pur detto”». Ecco: i libri da leggere con lentezza sono quelli che, in un modo o nell’altro, ci impongono questo «misterioso tempo incubatorio». Sono libri scritti nel tempo: per questo a loro volta ci richiedono tempo. Promettendoci in cambio, però, di donarci in futuro altro tempo. Sappiamo che daremo loro ragione, prima o poi: magari a distanza di anni.
I libri da leggere con lentezza sono libri speciali. Che risolutamente si sottraggono alle mode, ai format industriali, alle «tendenze» da rotocalco, alle urgenze attualizzanti della «cultura» da dopotiggì. Sono insomma libri di qualità.  [Continua qui]

Poesia in prosa e arti poetiche. Una ricognizione in terra di Francia (1)

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 [Pubblico su NI un saggio che è scomparso sul numero d’esordio di una rivista specialistica, “Trivio”. Avrei dovuto scrivere “apparso”, ma così non è.  Tale rivista è rimasta un’entità fantomatica, di cui né io né altri collaboratori al numero zero hanno mai avuto esperienza tangibile. Ora grazie alla rete, seppur inadatto per lunghezza alla lettura a schermo, questo lavoro può fare una sua breve (ri)apparizione. a i ]

di Andrea Inglese

1. Un fenomeno lievemente aberrante

La critica italiana pare intenta a interrogarsi con sempre maggiore costanza su di un fenomeno lievemente aberrante: la poesia in prosa. In qualche modo, si è ormai giunti a prendere atto che nella poesia, come genere letterario specifico, sono rintracciabili dosi massicce di prosa. Tale fenomeno, ovviamente, non può che destare una certa inquietudine in un’attività seconda, come quella del critico, che nella partizione prosa-poesia ha uno dei suoi presupposti fondamentali. Ma è anche vero che i critici più temerari, forse spinti sanamente da un principio difensivo, si sono decisi a mettere le mani in tale spinosa vicenda. Risulta comunque chiaro che se la poesia ha già perso di prestigio durante la fine del secolo scorso, almeno secondo i criteri oggi dominanti del mercato editoriale, essa tende almeno a garantirsi una sua posizione incrollabile, in termini di identità di genere. La poesia sarà di pochi e per pochi, ma esiste indubitabilmente, ha una fisionomia di genere inconfondibile, mantiene una sua identità forte. Fino a che, almeno, non cominci a divenire indistinguibile dalla prosa.

Che cosa la letteratura ha imparato dai matti

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di Ermanno Cavazzoni

Nella maggior parte dei casi gli scritti che vengono dal mondo psicotico non hanno molto interesse, da un punto di vista diciamo artistico, o anche solo di efficacia e forza espressiva. Ho fatto una ricerca negli archivi manicomiali, vari anni fa, e sostanzialmente prevale quella povertà di parola, quella stereotipia e convenzionalità che è la norma dei colloqui quotidiani e dei carteggi umani. Ossia un ricoverato del diciannovesimo e ventesimo secolo non ha mediamente maggiore interesse e originalità di coloro che circolano liberamente e si professano benpensanti assennati.
Quindi mi verrebbe da sconsigliare chi, per diventare ad esempio scrittore o poeta o qualcosa di simile, cerchi preliminarmente di diventare schizoide o paranoie o deficiente.

I meccanismi della censura in Cina

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Il 12 marzo si è celebrata la Giornata Mondiale contro la censura onlineReporters Sans Frontières ha diffuso l’elenco aggiornato  dei “Nemici di Internet” [in] che punta in particolare il dito contro la Cina, tra i vari Stati repressivi.

Su Kenengba [cin], Jason Ng cerca di arricchire la discussione descrivendo vari aspetti di come viene applicata tale censura in Cina.

Stefano Raimondi a Milano

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LIBRERIA la FELTRINELLI
di Via Manzoni, 12 – Milano
31 marzo – ore 18.00

Interni con finestre
di
Stefano Raimondi
………………………
MILANO IN POESIA
Il motivo dell’esilio percorre interamente Interni con finestre (La
Vita Felice) di Stefano Raimondi: esilio nel cuore dei luoghi amati,
sulle scale di casa, tra le pareti di una stanza abitata da sempre. Le
sue poesie, con l’urgenza di chi non trova più dimora, narrano una
Milano mai vista prima: minacciosa e giuridica, costellata di allarmi
e di posti di blocco, percorsa dal cerchio infinito dei viali che ci riportano
sempre allo stesso, drammatico inizio.
All’incontro insieme
all’autore intervengono i poeti Mario Santagostini e Italo Testa.

Una moneta per poesia

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di Antonio Sparzani

Sono andato a Napoli a sentire la conversazione pubblica organizzata dal Premio Napoli, annunciata qui e illustrata qui, tenuta in una sala del Palazzo Reale, piazza Plebiscito, due passi dal mare.
Arrivo con buon anticipo, incontro Piero, indiano napoletano doc, che mi fa da guida e ci sediamo a un bar della Galleria Umberto, di fronte al teatro San Carlo, lì a un passo. La chiacchiera al bar con persone amiche è, per quel che mi riguarda, uno dei grandi momenti della vita.

Mentre parliamo si avvicina una signora, con atteggiamento dimesso, vestita modestamente ma non sciatta, che senza giri di parole chiede “una moneta per poesia”;

Diritto allo studio e libertà accademica in Palestina

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Lettera aperta ai docenti universitari italiani sulla discriminazione universitaria e culturale del popolo palestinese

Pisa, 5 marzo 2010 (link)

Cari colleghi,

siamo un gruppo di docenti universitari italiani particolarmente sensibili alla situazione universitaria e scolastica del popolo palestinese, sia nei territori occupati (Gaza e Cisgiordania), sia all’interno dello Stato israeliano, in particolare in Galilea, dove vivono oltre un milione di “arabi-israeliani”. Per esperienza diretta e sulla base di ricerche effettuate da centri studi palestinesi e israeliani possiamo denunciare gravi violazioni del diritto all’istruzione, della libertà di insegnamento e della libertà di pensiero del popolo palestinese. Poiché l’Italia nel 2009 è diventata primo partner europeo nella ricerca scientifica e tecnologica dello Stato di Israele, responsabile delle violazioni di cui sopra, riteniamo necessario che la comunità accademica italiana prenda coscienza delle discriminazioni in atto.

IL CONTROLLO DELLE PIANTE

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di Marino Magliani

Il fuoristrada stava scivolando in una vallata di uliveti abbandonati, inaccessibili, postacci nella penombra che conoscevano solo gli elicotteristi e i piloti dei canadair quando toccava spegnere un incendio, o durante la stagione delle piogge, come ora, che si sbricciolava un costone.
Il tergicristalli sembrava impazzire e l’acqua piovana s’incanalava a fatica nelle sprèscie.
Gregorio sapeva che ogni anno l’acqua si portava via intere terrazze, blocchi di roccia franavano con la facilità con cui si staccano i denti rimasti senza gengive. Era il suo lavoro saperlo.
Era sabato e sarebbe rimasto volentieri a letto a farsi cercare coi piedi da Lory. Ma oggi avevano mandato lui. I soliti controlli alle campagne che svolgeva per conto dell’ufficio della Provincia.
Un paio di cantonieri temporeggiavano piazzando sulla strada i cartelli del pericolo.
Passando davanti al cimitero notò che la popolazione aveva ripreso a gettare calcinacci e rottami ferrosi nella discarica illegale. Ogni tanto le istituzioni davano un giro di corda, qualche multa, poi la gente tornava a gettare ferrame dove poteva.

“Lamento per Belgrado” di Miloš Crnjanski

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Dalla prefazione di Massimo Rizzante, Unire mondi lontani a Miloš Crnjanski, Lamento per Belgrado, a cura di M. Rizzante con uno scritto di Božidar Stanišić, Il Ponte del Sale, Rovigo, 2010.

[Ringrazio Francesco Marotta che mi ha segnalato un’errata formattazione dei testi. Ho quindi utilizzato la sua stessa formattazione, avendo lui già postato questi testi qui. a i]

[…] Ricordo di aver conosciuto a Parigi, agli inizi degli anni novanta, molti studenti e scrittori serbi e bosniaci che, fuggiti dai loro paesi, si adattavano per sopravvivere ai lavori più bizzarri: Miroslav era accompagnatore di cani alto-borghesi; David assisteva persone non vedenti a cui doveva leggere ogni giorno almeno cinquanta pagine di rotocalchi; Josip faceva il lavavetri a Vincennes. Ce n’era uno, Dragan, che, grazie alla sua bella calligrafia, campava scrivendo in diverse lingue i menù esposti all’entrata dei ristoranti del Quartiere Latino. Con questo voglio dire che ho conosciuto da vicino il valore che un’opera letteraria assume quando è creata o letta in condizioni materiali di vera indigenza, diventando spesso più preziosa del pane.