di Giacomo Sartori
Il giorno in cui Zine El-Abidine Ben Ali ha deposto Bourguiba, il 7 novembre 1987, ero a Tunisi. Assolutamente per caso. In quel periodo lavoravo nel sud del paese, e ero salito nella capitale per il fine settimana. Come spesso mi capitava avevo viaggiato tutta la notte in un taxi collettivo, cullato dalla musica egiziana che l’autista teneva accesa per tenersi compagnia, dai tiepidi odori di erba secca e carbonella che vorticavano dai finestrini della provata Peugeot familiare. Che l’anziano presidente non fosse più al potere l’ho saputo dal barbiere che mi stava tagliando i capelli. In città regnava una calma irreale, una sospensione che aveva qualcosa di solenne: niente grida, niente manifestazioni di gioia o vendetta. Una bonaccia in cui si intuiva la gioia di un lenimento, in puro e dolce stile tunisino. Mi è sempre rimasta impressa.
La fine della dittatura di Ben Ali, alla fine di una fulminea ma inarrestabile insurrezione che nessuno aveva previsto, nessuno ha pilotato e nessuno ha saputo contenere, è qualcosa però di diverso, e avrà conseguenze che ancora si fa fatica a concepire, tanto sono grandi. Per la Tunisia stessa,














