
Non stupisce che la pluralità delle voci del web diventino issue dell’agenda politica solo quando attentano al Capo. “Attentano”, ovviamente, in senso esclusivamente etimologico, ovvero nella misura in cui lo “riguardano”. Ma dal guardare il Capo, di farne oggetto di “mira”, al mirare effettivo come quello di un attentatore non c’è che un passo. E a decidere se il passo varca la soglia sono, oggi, i vari Maroni e Carfagna, che chiedono di far tacere quelle voci, di sedare quel “canaio”. A far la differenza è un’intenzione (che è, appunto, ciò che muove un’attenzione). Se il Capo lo guardi male, storto, in tralice, allora quel “guardare” non è più la lecita (e financo doverosa) contemplazione, ma un’illecita, e violenta, malevolenza. E’ il Capo il catalizzatore di ogni discrimine tra lecito e illecito. E dalle sue vicende corporee (reali/virtuali) può nascere un disegno di legge.

In questo periodo sto leggendo la voluminosa e ottima biografia di Margherita Sarfatti scritta da Françoise Liffran, uscita da poco (Margherita Sarfatti, L’égérie du Duce, Seuil, pp. 758). Mi piace e mi avvince, ma avrei tanta voglia di prendere in mano, nei preziosi ritagli di tempo che ho per leggere, uno dei romanzi che mi fanno l’occhiolino dalla pila di libri in attesa di essere letti, e invece vado avanti stoicamente, so che andrò avanti fino alla fine (mi manca poco). Per senso civico, perché documentandomi per scrivere un mio romanzo ho capito quanto sia importante la storia del fascismo per capire qualcosa del presente.
di Maeba Sciutti 







