
di Marco Simonelli
Persino tra noi quattro lettori di poesia contemporanea italiana persiste la convinzione che la lirica, intesa come genere poetico, sia esausta, esaurita, decisamente inadatta al nostro tempo se non addirittura dannosa: siamo abituati a bollare i brevi componimenti in versi a tematica amorosa con gli epiteti più spregevoli: “poeticume liricheggiante”, “sbrodolamento versificato”, “sentimentalismi adolescenziali”; ne stiamo alla larga e ne parliamo a bassa voce come mamme all’asilo preoccupate per un’epidemia di pidocchi. Ci piace l’epica poematica, l’impegno civile metapoetico, avanguardistico, neo-metrico o neo-orfico – il resto è raccolta differenziata.
A farci percepire la nostra imbecillità ci pensa questo piccolo capolavoro di Francesca Genti che porta il titolo di “Poesie d’amore per ragazze kamikaze”, liriche di quelle che “esprimono il sentimento più intimo del poeta”, come vuole la definizione canonica e non se ne vergognano affatto, anzi: la sfoggiano con una grazia sobria eppure compiaciuta, proprio come farebbe una giovane padrona di casa che indossa un semplice tubino nero capace d’esaltarne la bellezza e lascia alle matrone ingioiellate sue ospiti la tronfia convinzione che l’avvenenza sia strizzarsi in un Dolce&Gabbana leopardato.









