
C’è un giullare dalle parti di Lodi che si chiama Giulio Cavalli. Fa una cosa che non dovrebbe fare: teatro civile. Parla di Resistenza, di G8, parla del disastro aereo di Linate e da un po’ di tempo, soprattutto, parla di mafia e di mafie. Fa nomi e cognomi. A Teatro. Li fa a Milano, li fa a Gela.
Errore! I nomi non si fanno, non è elegante. Qualcuno poi si arrabbia e te la vuole far pagare. Così è: Giulio Cavalli ha subito minaccie mafiose e vive sotto un programma di protezione dallo scorso anno. Solo che lui è cocciuto e continua a fare i nomi e i cognomi. Ci dice cose che non vogliamo sentire: tipo che la ‘Ndragheta non è mica roba di montanari calabresi. È roba di gente che fa affari a Milano. Insieme ai casalesi e a tutta la solita cricca.
È che i politici milanesi non amano sentir parlare di mafia a Milano quando hai un Expo da organizzare. Ma Giulio insiste, giullare cocciuto.
Dunque vi chiedo di ascoltarlo, di seguire il suo sito, di cercare in rete le sue Radio Mafiopoli, di andarlo a vedere a teatro. Di non farlo sentire solo. È la solitudine, la terra bruciata attorno al proprio lavoro, l’inizio della fine per una voce come la sua. Che non sia una voce nel deserto, ve ne prego.
Vi allego qui di seguito un suo pezzo.
G.B.
Il giullare con la scorta
Verdure
di Lisa Ginzburg
Aspetto una bambina, e causa valori della glicemia un poco alterati seguo una ferrea dieta a base principalmente di proteine e verdure: dal fruttivendolo vado di continuo. Il migliore, nel mio quartiere, è egiziano. Il negozio è grande, a vendere sono in diversi ma il capo è lui. Anche lui è in attesa di una figlia, la sua seconda, e ogni volta mi racconta della moglie, delle sue stanchezze o energie, dei movimenti fetali, come questa femmina pare scalmanata a paragone del maschio che nella pancia era tranquillo “e invece adesso che ha tre anni è ‘na peste”. Io ascolto e a mia volta dico di me, più titubante per la nessuna esperienza, ma desiderosa come sono ormai da mesi di scambiare e carpire il maggior numero di informazioni possibile su parti, allattamenti, gestione di questa lunga fase così eccezionale per corpo e spirito che mi sta capitando di vivere.
Libri segreti
di Daniele Giglioli
Colpisce nei saggi di Andrea Cortellessa la totale complanarità, l’appassionata complicità tra l’autore e il suo oggetto. Un oggetto che, quale che siano gli autori di cui parla, è sempre lo stesso: il Novecento, una certa idea di Novecento. A quell’idea Cortellessa aderisce senza riserve, ripensamenti, rimorsi di coscienza. Il suo Novecento – il Novecento manierista, intransitivo, difficile, quello che si crocefigge e si delizia con la sperimentazione formale e ha come corrispettivo una critica intitolata all'”infinito intrattenimento” – non ha nulla da farsi perdonare. Non ha nemmeno bisogno di spiegarsi (o di essere spiegato): non deve lottare, perché ha vinto; non comunica perché è. In Cortellessa trova esito la grande tradizione del critico novecentista. Ma se nella vocazione di quei critici, da De Robertis a Garboli, da Gargiulo a Guglielmi, entrava un elemento di contingenza – si era novecentisti perché si faceva critica militante nel Novecento -, la vocazione di Cortellessa è monda di ogni accidentalità cronologica: il suo è un novecentismo d’elezione, un novecentismo al quadrato.
da: L’orlo di Galois
di Elisa Davoglio
Évariste Galois morì nel 1832, a vent’anni. Ideò un metodo per scoprire se una equazione è risolvibile o meno con operazioni quali somma, sottrazione, moltiplicazione, divisione, elevazione di potenza ed estrazione di radice. Dal suo lavoro è stata espressa una delle teorie fondamentali dell’algebra astratta chiamata, appunto, Teoria di Galois. La morte di Galois è dovuta ad un duello che Évariste, pur essendo sicuro di andare incontro alla morte, accettò per salvare l’onore della donna amata. La notte precedente il duello, Galois tentò di ordinare gli appunti riguardanti la sua ricerca, annotando spesso, a giustificazione di un’omessa spiegazione, la frase “non ho tempo”. Le immagini che attraversarono confusamente la notte di Évariste sono tutte implose in questa frase.
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Editoriale Sud n°13- uscita 25 Maggio
di
Francesco Forlani

immagine di Philippe Schlienger – Sud 13
Cave Panem, attento al pane,
sembra sussurrarci il buon senso ogni volta che si prospetta un lavoretto, in genere qualcosa di non interessante, ma che potrà servire a rimettere in sesto la cassa contabile. Una voce di dentro ti dice allora, prendi ogni cosa, non farti pregare, senza condizioni anche quando non sei sicuro affatto che ti pagheranno, perché è già successo, che ti fidavi, e non era il caso. E odii la parola bonifico, perché a te restano solo le paludi dei conti. In Francia alimentaire, si dice di un lavoro che non si ama ma che ti dà da mangiare, il pane.
Carmina panem non dant , ti dicono loro e non è importante quello che fai se non riporti a casa la pelle, ti dici tu. Ovvero la carne, altro che insalate, magari una fettina trasparente, come quelle dispensate negli anni di crisi degli anni settanta. Importante è dire: ho mangiato carne, di quelle nervose, rigide, cartonate, vendute con la ricetta, alla pizzaiola. Ma di cosa si nutre l’anima se non dei sogni che non hanno prezzo? Le magnifiche imprese non portano le insegne funeste del codice a “sbarre” sul retro, né l’amore che abbiamo inseguito per tutta una vita. Ti amo così tanto che ti mangerei! ti dicono, anche.
Non mi cibo allora, non mi nutro nemmeno, ma alimento. La nuova rivoluzione culturale e politica ha già rimesso all’ora più giusta le lancette del tempo fatte impazzire al ritmo forsennato dell’economia di mercato. Alimento lento, ovvero che darà con il tempo i suoi frutti, riducendo le distanze tra noi e le cose che amiamo. Emozioni a chilometro zero.
Questo numero 13 di Sud, dedicato all’alimentarsi, è un numero à la carte, per palati fini. Buon appetito! – allora vi dico.
Nota
La rivista sarà presentata a Galassia Gutenberg il 31 maggio alle ore 12
Ricordo di un poeta uruguayano
di Mario Benedetti
(Paso de los Toros, Uruguay, 14 settembre 1920- Montevideo, Uruguay, 17 maggio 2009)
traduzione di Nicoletta De Boni
Rumori secondari
Mi concedo l’onore di rassegnarmi
solo questa notte
come riposo
domattina presto aprirò gli occhi
sarò un’altra volta coraggioso e ordinario
ribelle con le mani in tasca
eterno con la morte all’occhiello
solo in questa notte priva di luna
credere di andare
credere di venire
credere che il mio cuore non potrà mai più
aumentare in dimensione e nostalgie
solo questa notte
per favore
per pietà
sentirmi vinto
umile
devastato
fatto e disfatto con avanzi di Dio
qui a sognare senza permesso
a mentire senza speranza
ma sapendo che si tratta
solo di questa notte sterile e unica
domani alle sette aprirò gli occhi
e un’altra volta mi darò da fare senza lamentarmi
e ascolterò il frastuono universale
senza che m’ingannino rumori secondari.
Cinque poesie di Ottavio Fatica
di Ottavio Fatica
Celidonia
o
La risma
Avevo una pietra d’acqua pura da ragazzo
……………………….petruzza cenerentola
che non mi ha abbandonato. Dopo quarant’anni
e più sullo scrittoio accampa un catafascio
……………………….di poesie una risma
sciolta un fogliare folto di minuzzoli
a pena contenuto da quel peso
……………………….specifico di pietra
dura radiante cuore d’illusione
……………………….e d’incredulità
che cova ancora e ha già dormito il suo
secondo sonno. Una pietra sopra
……………………….come unica cura.
.
L’inchiostro spanto è inchiostro fatto
……………………….in casa d’un marrone
come macchia di sangue sulla carta
bianca muta tastiera faticata
……………………….a vuoto per un niente.
E sotto questa pietra in questo luogo
che non ha luogo come sempre sto
………………………per tutto quello che non è
………………………ma è sempre stato contro
tutto quello che è e non è mai stato.
Autoritratto con sisma
di Gianluca Gigliozzi
Lunedì 6 aprile ore 7:04
– Pronto, Gianluca? – Oh Luigi, che sorpresa! Come mai a quest’ora chiami? – Ma non sei a L’Aquila? – No, veramente sono al nord, per una supplenza. Te l’avrei detto, è che non ho avuto il t… ma perché, che è successo? – C’è stato il terremoto a l’Aquila. È crollata mezza città. Cerca di contattare i tuoi…
È una bella fortuna che i miei rispondano subito al cellulare. Di lì a poco sarà impossibile ricontattarli, le linee saranno sovraccariche. Mia madre fa fatica a parlare, le trema la voce. Mi passa mio fratello, che li ha raggiunti nel frattempo (abita in un paese che è stato solo sfiorato dal sisma della notte). Mi dice che stanno bene, la casa ha retto benissimo alla scossa potente delle 3:32; neanche una crepa all’intonaco; neanche i mobili sono caduti (solo cristalli in frantumi e libri proiettati fuori dalle mensole). è riuscito, non sa nemmeno lui come, a ritrovare nonna tra la folla atterrita che si è riversata fuori; pare che, in un primo momento, l’abbia messa in salvo la badante, mentre due studenti universitari l’hanno presa e portata in strada (mia nonna abitava proprio in via XX settembre, che a quell’ora ancora non so che risulterà una delle più danneggiate).
Storie di migranti (un blog)
[Ad una manifestazione anti-razzista ho conosciuto Katie Hepworth, una giovane artista australiana, con una formazione di architetto e un’esperienza di militante. Mi ha segnalato il sito passa parole, in cui ha raccolto e trascritto con amici italiani storie di migranti per lo più “invisibili”. Insomma, un’australiana, a Milano, che ascolta racconti di cosidetti extracomunitari. Speriamo che ci sia qualche italiano curioso di leggerli e di diffonderli. a. i.]
Io sono Senegalese. Sono in Italia da un anno e sei mesi. Tu parti e pensi che l’Europa e’ il paradiso, perchè nei film noi vediamo dei bei vestiti, delle belle macchine, delle belle ragazze, ma è difficile vivere qua in Italia. In Senegal c‘è la bella vita, c’è tutto, ma noi del Senegal viviamo per i nostri parenti. Le culture Europea e Africana sono diverse. Nella vostra cultura, voi guadagnate la vostra vita da soli, per affittare una casa, per vivere da soli. Noi non viviamo cosi, noi viviamo per la famiglia, per aiutare nostro padre, nostra mamma, nostro cugino, tutti. In Africa non ci sono due persone, tre persone, una persona, noi viviamo in famiglia. Io non sono qua per vivere solo per me, sono in Italia per aiutare mia mamma. Lei mi ha detto “tu sei il mio figlio più serio, sei tu che devi andare per primo.” E ha preso tutti i suoi soldi, il braccialetto, ha preso tutto, ha venduto tutto, per mandarmi qua, per darmi dei soldi per fare il viaggio per partire, per fare, per trovare lavoro, per aiutare.
Verso il Controllo Totale: e-privacy 2009 a Firenze il 22-23 maggio
e-privacy 2009 si terra’ il 22 ed il 23 maggio a Firenze, in Palazzo Vecchio, nella Sala Incontri.
http://e-privacy.winstonsmith.info
La diffusione dalla Rete nella vita quotidiana e’ accompagnata da una sua manipolazione sia tecnologica che legale che permettera’ di ottenere un media facilmente censurabile e controllabile.
Con gli stessi mezzi e con un consenso impressionante la Rete viene trasformata in un mezzo di intercettazione preventiva di massa.
Il tecnocontrollo sociale ottenibile fa sembrare l’attivita’ delle polizie segrete dei paesi totalitari del passato un lavoretto artigianale ed improvvisato.
Il mio nome è Legione [shots]

di Demetrio Paolin
[0.]
Tu mi spingi a scrivere, ma so che quando scrivo i miei racconti risulto sgradevole, perché provo a dire questo male. Dicendolo non faccio che propagare il male, tenendolo vivo e rendendolo ogni volta più potente. Ho vissuto talmente tanto con il male, con il mio, che mi sono abituato a vederlo come una cosa fra le altre. Non c’è nulla di atipico nel fatto che io stia nel male, anzi. Mi sembra che non sia così tremendo, ma semplicemente è. Io ne sono convinto, perché ci vivo da tempo con questo male, e il somaro s’abitua al giogo. Io non faccio male, questo è importante, né il mio male contagia gli altri. Il male è solo una condizione del mio esser nato. Potevo nascere santo, potevo venir su assassino. Potevo. Invece sono nato nel male, sono nato che non sono né carne né pesce, e pur facendo di tutto per togliermi di dosso il giogo, il male è sempre con me. Come il matto con l’ombra, ci ho lottato tanto che ne sono uscito zoppo. Ora ho semplicemente capito che il male per me è come per alcuni la grazia.
Il male è la mia grazia.
Ho accettato che sono male. Così avrò salva la vita.
Clam-des-tinus
di Marco Rovelli
Clandestino, clam-des-tinus. Ciò che sta nascosto al giorno, e odia la luce. Chi sta nell’ombra. L’agguato al varco, là in fondo al corridoio nero, un film di Lynch. L’uomo nero, unheimlich. Uomo sabbiolino: Enter sandman. Exit light. Enter night.
Tu, clandestino, sei un delinquente. La tua invisibilità, la tua condizione d’inesistenza, prodotta dal diritto, da oggi il diritto la punisce. Che meraviglioso gioco di prestigio. E che meraviglioso servo sei tu, clandestino. Ci servi, ci serviamo di te, e non lo diciamo. Se una mano dà scandalo, la si tagli. Quanta parte dell’Italia oggi occorrerebbe amputare?
Il coraggio dimenticato

foto di Luigi Caterino
di Roberto Saviano
Chi racconta che l’arrivo dei migranti sui barconi porta valanghe di criminali, chi racconta che incrementa violenza e degrado, sta dimenticando forse due episodi recentissimi ed estremamente significativi, che sono entrati nella storia della nostra Repubblica. Le due più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani. In dieci anni è successo soltanto due volte che vi fossero, sull’onda dello sdegno e della fine della sopportazione, manifestazioni di piazza non organizzate da associazioni, sindacati, senza pullman e partiti.
CINQUE POESIE D’AMORE DEL DUEMILA
di Marco Palasciano
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ANTIMATERIA
Mio puntino di luce colmaspazio,
mia bellezza scolpita nel topazio
della mente, che manchi alle mie mani –
e avvento il desiderio in spazi vani,
vuoti di te, del tuo incredibile essere
che mi riempie con la sua assenza
come il silenzio un bosco, e che frantuma o-
gni povera pretesa di una scienza
dell’accoppiarsi e del disaccoppiarsi…
Mio piccolo armageddon, mia catarsi
che giungi al fine d’una lunga èra
d’ignoranza, mia primavera al mezzo
d’ogni futuro inverno, mia speranza
timida d’un eterno – piglia, agiscimi,
costruiscimi un po’ col tuo sorriso,
rimetti in me il mio io decostruito…
Mia antimateria, esplodimi il diluvio,
a spazzar via il pattume dell’accidia
ammassato a marcire sulle strade
di questa barocchissima cittade
dell’anima, e ad arcobalenarla
per la festa del cuore – reinnescato
palpitante bijou di cui la cassa
toracica sentiva la mancanza,
né era gradita massa il surrogato
di Coppelius, metronomo glaciale…
Sí, mio finale – qui tramonta il tempo
della misura –, entra – mia aria pura.
Attacco alla nazione
di Evelina Santangelo
Ennesimo attacco frontale allo spirito e ai fondamenti della nostra nazione.
Esiste più la nostra nazione? L’Italia si può ancora considerare un paese membro della Comunità di Stati che si riconoscono nel «diritto delle genti»?
Con il «respingimento» in Libia dei 227 immigrati si è consumato l’ennesimo sprezzante attacco ai principi, ai doveri, ai diritti, ai rapporti etico-sociali, economici e politici fissati dalla nostra Costituzione, la Costituzione della Repubblica Italiana.
Tryptique di libri molto attesi
Giovedì 14 maggio ore 21
Casa della poesia di Milano
Palazzina Liberty: Largo Marinai d’Italia 1 – Milano
Trittico di genere: saggio, poesia, prosa
Gherardo Bortolotti, Andrea Inglese, Massimo Rizzante
a cura di Giancarlo Majorino
Tre autori riflettono intorno alla nozione di genere, a partire da alcune loro pubblicazioni recenti. Andrea Inglese (La distrazione, Sossella 2008) muove dalla scrittura poetica e s’interroga sui limiti e le potenzialità espressive del genere. Massimo Rizzante (Non siamo gli ultimi, Tra fine dell’opera e rigenerazione umana, Effigie 2009) esplora le varie dimensioni del saggio contemporaneo. Gherardo Bortolotti (Tecniche di basso livello, Lavieri 2009) presenta invece una singolare forma di scrittura in prosa non narrativa, ma capace di mostrare vie inedite tanto per il saggio che per la poesia.
Ingresso libero
Fuck the war
[è nato il blog di Jacopo Guerriero, amico ed ex indiano – anche se sono dell’idea che come il de beer “un indiano è per sempre”. Festeggio la notizia segnalandolo e pubblicando qui su NI un suo pezzo. G.B.]

Il campo è nero, il testo grigio. Il titolo colpisce duro: My War. L’indirizzo è cbftw.blogspot.com. Nella gallery fotografica solo Guernica di Picasso. Ma questo non è soltanto, o semplicemente, un milblog – il blog di un militare. E per capire bisogna seguire le tracce di una storia che parte da lontano. Dall’ossessione di Colby Buzzel per trovare una svolta alla propria vita. «Non vedevo vie d’uscita. Ero a metà strada tra i venti e i trent’anni, non avevo la minima idea di cosa diavolo fare di me stesso. Credevo che arruolandomi avrei trovato una soluzione rapida ai miei problemi».
Fuori ( gioco )
Racconto per i miei compagni di squadra della Nazionale Scrittori Osvaldo Soriano Football Club

di
Francesco Forlani
Quella che valeva di più era la figurina di Dino Zoff. Per averla bisognava sborsare almeno quaranta giocatori, nessun doppione e soprattutto sperare che in banda non ci fosse qualcuno disposto a giocare al rilancio e a batterti sul tempo.
Un po’ come quando cerchi di affittare un appartamento a Valbeneunamessa, vero e proprio periplo e psicanalisi dello spazio. Il proprietario infatti ha convocato quarantacinque persone per quella stessa ora. Li passa uno ad uno in rivista senza tralasciare alcun dettaglio. La postura, il modo in cui sono vestiti, la nazionalità ma soprattutto le buste paga. Poco importa quanto ti sembrino di sinistra, loro i proprietari, un bancario o meglio ancora un commercialista vale più di te. E hai come l’impressione di trovarti davanti a tuo padre nell’atto di soffocare miserabilmente dietro un ” ecco un altro che non ha saputo che farsene della vita”
piano sequenza

di Chiara Valerio
Questa è la tua vita. Guardala bene, per una volta ne sei fuori. Te la descrivo con la massima oggettività. Sto cercando di non pensare che vorrei esserci in mezzo, metterci le mani, annusarla. Odore e consistenza. Ma è la tua e io non c’entro niente. Per questo, posso essere fredda e descrittiva, e posso, senza aggettivi. Sono il documentarista che hai chiesto alle tue divinità laiche e che ti è stato mandato, per caso, perché le divinità laiche non esistono e, con buona approssimazione, nemmeno le altre. Ho cinque minuti di autonomia. La mia macchina digitale ha cinque minuti di filmato e io ho lei. Questa è la verità che è anche il mezzo.
Viaggiare per non arrivare mai
di Mauro Daltin
Racconta lo scrittore Claudio Magris: “Da ragazzino, andavo a giocare sul Carso. E spesso arrivavo alla Cortina di ferro. Oltre, c’era un mondo misterioso, inquietante. Il mondo di Tito e di Stalin. Qualcosa di conosciuto e sconosciuto, familiare e impressionante. Un Paese chiuso dalla frontiera, che non conosceva frontiera. E che mi portava a interrogarmi sulla mia identità: quando cessiamo d’interrogarci sull’identità, andiamo verso la fossilizzazione”. La provocazione sta tutta in questa ultima frase dell’intellettuale triestino che, in sostanza, sostiene che il confine sia giusto, ma vada superato, che non ne possiamo fare a meno, che, forse, il concetto di frontiera è proprio dell’essere umano fin dalla sua nascita, è la molla che lo fa andare avanti. Crearsi i confini per poi abbatterli e proseguire. Non tutti i confini, ovvio, non quelli creati ad hoc per dividere, per provocare disuguaglianze, ma quelli che segnano differenze, quelli che ci mettono di fronte non solo all’altro ma a noi stessi.
Mia madre

di Christophe Tarkos
(da : Oui, Al Dante Marseille, 1996, ristampato in Id., Écrits poétiques, POL, Paris, 2008)
traduzione di Italo Testa
Mia madre è un uomo è falso. Mia madre non è un uomo. Mia madre è una donna. Una donna non è un uomo. Mia madre è una donna, mia madre non è un uomo. Una madre è una donna. Mio padre è una donna è falso.



