di Antonio Sparzani

Non so mai bene come cominciare una recensione a un libro che mi è particolarmente piaciuto e che per questo motivo desidero indurre altri a leggere; alla fine mi dico che la linea migliore è quella di raccontare come è accaduto a me di conoscere e amare quel libro. Questa volta è andata così, che il 9 febbraio scorso ho ascoltato, come varie altre volte, soprattutto se sono in auto, Fahrenheit, la trasmissione pomeridiana di radiotre, libri e idee. Quel pomeriggio Marino Sinibaldi, conduttore storico della trasmissione, un po’ gigione ma simpatico e molto informato, incontrava Boris Pahor, per parlare (qui per risentire l’intervista) del suo libro appena uscito in Italia col titolo Qui è proibito parlare; lo aveva già incontrato per parlare di Necropolis, il suo libro più famoso, sull’esperienza dell’autore nei campi di concentramento nazisti (Dachau, Bergen-Belsen e altri). Ma quella volta non mi era capitato di ascoltare la trasmissione.
Questa invece mi ha subito attirato non appena ho sentito che la storia era ambientata a Trieste, città per la quale, per ragioni profondamente oscure, provo un interesse e un’emozione smodatamente appassionati.










