
[Oggi pomeriggio Fahrenheit dedicherà al premio una diretta radiofonica]
di Paolo Di Stefano
Alberghi e ristoranti si misurano a stelle, a forchette e a cappelli: il loro valore viene definito dalla competenza di specialisti che ne giudicano la qualità complessiva, il confort, il servizio eccetera. Se l’unico criterio di valutazione dei ristoranti fosse l’afflusso del pubblico, ne dovremmo dedurre che McDonald’s è il meglio del meglio. Ma tutti sanno che non è così. Perché allora per un prodotto non meno nobile come il libro contano solo i dati di mercato? Era più o meno questa la domanda che si poneva, tempo fa, Alberto Arbasino. Del resto, anche per i film i risultati del botteghino vengono affiancati dai voti della critica e non si spiega perché il trattamento dei romanzi e dei saggi dovrebbe essere diverso, tanto più che le classifiche di vendita non soltanto registrano il gradimento dei lettori ma contribuiscono a loro volta a orientare le preferenze e i gusti. Raccogliendo la provocazione di Arbasino, il festival Pordenonelegge [dove dal 15 di questo mese sarà disponibile la classifica estesa N.d.I.] e il gruppo che ruota attorno al Premio Dedalus si sono mobilitati. E hanno avviato un nuovo tipo di graduatoria mensile delle uscite librarie mettendo insieme una giuria di cento Grandi Lettori. Che non sono solo critici e scrittori ma anche traduttori, giornalisti, storici, filosofi, consulenti editoriali, autori registi e attori di teatro e di cinema. Esclusi, in odore di conflitto di interessi (o di inevitabile imbarazzo), i dirigenti editoriali e i responsabili di pagine cultuali. Con un criterio di età, che comprende la fascia tra i trentenni e i cinquantenni. Da segnalare che altrove, per esempio in Germania, una simile esperienza non è certo nuova.










