di Lorenzo Esposito
Il tempo non richiede presenza né presente. Il tempo si (e ci) assenta. Un film di otto nove dodici ore non riguarda il di più di attenzione necessaria o il di più di fatica eventuale. Semplicemente l’idea stessa di durata invita a avere paura, a tentare un riordino dei fatti scoprendoli sempre anteriori, a ricordarsi ciò che il ‘sistema’ del quotidiano tende a smarrire per sopravvivere, e cioè che qualunque avvenimento in quanto tale circola come brano di passato. È il modo in cui il cinema riconduce senza sosta allo stato di non-essere che terribilmente ci è proprio. Ed è ciò che avviene e che viene indagato nei film del regista filippino Lav Diaz (è solo questa paura, qualche mese fa durante il festival di Venezia, a lasciar vedere le otto ore del suo ultimo Melancholia al massimo a dieci venti persone): l’azione è la prima finzione, l’alibi che fa credere di essere nel tempo, mentre al massimo ne è la prova documentaria (cosa per cui la distinzione tra fiction e documentario si conferma risibile).










