di Marilena Renda
More than this there is nothing (The Terminal)
Vale la pena stare svegli di notte in un aeroporto. La notte negli aeroporti, soprattutto in quelli piccoli, è come il rovescio di un maglione, come la trama nascosta di un giorno che sembra lontanissimo. Specialmente nelle ore che vanno dalla tarda serata alle prime ore del mattino sembra che il giorno abbia sospeso il suo ordine e il suo potere legiferante: lo spazio in cui si è stati catapultati è uno spazio interstiziale, un trattino lungo, uno stato d’eccezione, una cerniera dello spazio-tempo in cui la gente dorme sulle panchine con la bocca spalancata e il culo per aria, i jeans slacciati, nemmeno un’ombra del pudore fisico che accompagna gli abituali rapporti tra i corpi. Dividere il sonno è cosa intima e impegnativa: può essere accomunata allo spartirsi il pane, e di fatto è una prova di fede: se mi addormento vicino a un altro è perché penso che non verrò derubato o accoltellato nel sonno, o che addirittura mi proteggerà con la sua presenza, ed è per questo che gli affido la sicurezza, la vita stessa.










