di Sergio La Chiusa
Sta tormentando con le unghie un cappello nero. L’ha acquistato a Londra – mi dice. Sembra esserne molto fiero. Dopo una breve conversazione, scopro che il giovane seduto accanto a me sul volo Francoforte – Tokyo si chiama Yasuhiro, è un ingegnere informatico, lavora dodici ore al giorno, dorme in un minuscolo appartamento a un’ora e mezza di treno dall’ufficio e tutte le domeniche, per mantenersi in forma, si sfiata su un campetto di calcio con gli stessi impiegati che rivedrà lunedì in azienda. Gli si infiammano per un attimo gli occhi quando accenna alla partitella domenicale tra programmatori e sistemisti. Ma subito si incupisce. Tace. Si direbbe che, almeno per un istante, abbia fissato lo sguardo sulla routine che l’attende dopo il breve viaggio in Europa, sulle trecento scrivanie e i trecento monitor militarmente inquadrati nell’open-space di un trentaquattresimo piano di uno dei tanti grattacieli di Tokyo. Si rianima solo quando, poco dopo, ritorna al suo cappello nero. L’ha acquistato a Londra – mi dice. Lascio cadere un’occhiata al cappello, e alle unghie che continuano a tormentarlo. Certo si è stabilito un intimo legame tra il feticcio londinese e il giovane ingegnere, un nodo che, con ogni probabilità, si stringerà caricandosi di nuovi e più contorti significati dopo il suo ritorno in Giappone.














